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Francesca accese il motore (parte 2)

Post n°11 pubblicato il 14 Settembre 2009 da lucedoriente67

C’era una terra che Francesca non poteva non vedere. Era lontana da Vienna ma pensò: chissenefrega! Nessuno mi dirà mai dove fermarmi se non me stessa.
Accese la pantegana e riprese la via dell’Italia.
Al confine tra l’Emilia e la Toscana, vicino a Filigare si fermò per varcare a piedi il confine tra le due regioni.
Non c’era un vero motivo ma sentiva, sapeva, voleva farlo.
Era un passaggio iniziatico.
Appoggiò il piede in terra di Toscana e lo sentì come incollato sotto al suo stivale. Unica possibilità fu quella di portare anche il secondo piede a seguire il primo.
Aprì la sua moleskine e annotò data ed ora, la richiuse al sicuro nella tasca interna e poi salì sulla pantegana che riprese a guidarla con il suo tump tump.
Scese giù fino a San Gimignano e quasi per caso imboccò una strada sterrata.
Arrivò ad un piccolo casolare, un agriturismo con due sole stanze.
Spense il motore e prese possesso di una delle due stanze.
La notte non chiuse occhio, la stanchezza ed un po’ l’emozione per essere tornata in una terra che amava fin da bambina quando assieme ai genitori la aveva girata in lungo ed in largo.
Così al primo sorgere del sole attaccò un biglietto sulla porta della camera dicendo che aveva lasciato le sue cose e che sarebbe tornata al massimo tra un paio di giorni e salì sulla pantegana in direzione ignota.
La pantegana sembrava scivolasse sulle colline del senese, sicura come se le avesse percorse da sempre ed il suo motore 750 affrontava le salite con grande sicurezza. Francesca fermò la moto e si tolse gli occhiali da sole.
Lo spettacolo della mattina su quelle colline gialle di girasoli era mozzafiato e negli ulivi contorti rivide i quadri di Van Gogh che la avevano sempre intrigata con quelle forme quasi straziate che sembravano urlare il dolore del pittore.
Riaccese il motore e lentamente, senza rimettersi gli occhiali, affrontò l’ultimo pezzo di strada prima di San Gimignano.
Era cambiata dai suoi ricordi di bambina o forse non era neppure lo stesso posto, erano passati così tanti anni che confondeva i paesini e le cose che aveva visitato anni addietro. Ad un tratto davanti a lei un labrador color miele con una bandana rossa cominciò a farle le feste.
Snoopy! Disse lei prendendogli il testone tra le mani e strofinandogli il muso con il suo naso. Mi hai seguita fin qui?
Veramente sei tu che segui noi a quanto pare.
Il ragazzo del caffè con il quale aveva condiviso un quadro in una assolata giornata viennese le si avvicinò sorridendo.
Nulla succede per caso. Le disse lui. Il caso non esiste.
Visto che ti sei presa la briga di seguirmi fin qui direi che il minimo che posso fare per te è offrirti la cena. Abito qui vicino, sei mia ospite. Fatti trovare tra mezzora alle porte della città.
Detto questo si allontanò salutandola con la mano e con un sorriso di chi saluta un vecchio amico.
In pochi minuti lei era già sul posto, pronta ad aspettare, era abituata ad aspettare, lei sempre così puntuale odiava chi arrivava in ritardo. Lo considerava una mancanza di rispetto. Invece lui arrivò con dieci minuti di anticipo e lei si trovò a sorridere di questo.
Seguimi. Le disse mentre Snoopy spiaccicava il naso sul finestrino lasciando vistosi segni sul vetro.
Percorsero qualche kilometro e poi il ragazzo imboccò una stradina sterrata, rallentò e la fece passare avanti.
Adesso è meglio se vai avanti tu, le disse, altrimenti ti riempi di polvere. In fondo alla strada c’è una casa, aspettami lì.
Francesca arrivò ad un casolare in pietra e mattoni con un pergolato di vite canadese. La casa era alla fine di questa strada ed il mondo sembrava finire lì. A perdita d’occhio c’erano solo campi e pochi cipressi che tagliavano l’orizzonte.
Scese dalla moto e appoggiò il casco sul tavolo di marmo sotto il pergolato. Un gatto su una delle sedie la guardò non più di tanto interessato e poi si rimise a dormire.
Dopo pochi minuti arrivò anche lui.
Seguimi. Le disse.
Aprì una vecchia porta in legno scuro e il sole entrò prima di loro facendo danzare la polvere nella stanza buia. Aprì gli scuri e lei vide questo posto fuori dal tempo, lontano da tutto quello che era abituata a vedere, il traffico, il rumore. Le serate perse in piazza a far finta di divertirsi bevendo aperitivi che poi svaniti lasciavano il tempo che trovavano.
Fai come fossi a casa tua, disse il ragazzo.
Si avvicinò al focolare, sopra c’era un paiolo per la polenta che doveva aver sfamato almeno tre generazioni e lo accarezzò come a cercare di carpirne i segreti ed i racconti.
Nel frattempo lui aveva cominciato a tagliare le verdure.
Lei si sedette guardandolo e lui, sentendosi osservato, si girò.
Che sciocco!! Non ti ho offerto nulla.
Si avvicinò a lei e poi dalle sue spalle prese una bottiglia di chianti e la stappò. Annusò il bouquet ne versò due dita e le porse il bicchiere.
Lei lo prese con due mani in un gesto bambino, sfilandolo dolcemente dalle sue mani come fosse un dono.
Stamattina ho preparato una zuppa di farro, dovrebbe essere pronta adesso, mise una grossa pentola di coccio sul fuoco e si versò del vino sedendosi a fianco a lei.
Al nostro terzo incontro! Disse alzando il calice toccando appena quello di Francesca.
Al nostro terzo incontro, rispose lei.
I loro sguardi si incrociarono e Francesca si rese conto che di lui non sapeva neppure il nome.
Sai che non so neppure…
Jacopo, disse, pensavo non ti interessasse il mio nome e dopotutto neppure io so il tuo.
Francesca, mi chiamo Francesca. Non ci siamo neppure presentati, per me tu eri quello di Snoopy.

Beh sì, in effetti alla fine non conoscere il mio nome non ti ha impedito di ritrovarmi anche qui, Rispose Jacopo, per cui anche “quello di Snoopy” devo dedurre che basti. E scoppiò a ridere.
Francesca tirò fuori il pezzetto di corteccia che aveva staccato il giorno che si erano incontrati e glielo porse senza dire nulla.
Jacopo aveva la mania di annusare tutto, come fosse un cane, ed avvicinò la corteccia al viso. Ha il tuo stesso odore, le disse.
E’ come se questa corteccia fosse parte di quella che ti riveste.
Prese la pentola di coccio, uscì all’aperto poggiandola sul tavolo di marmo sotto il pergolato e le versò la zuppa di farro nel piatto.
A lei tornarono in mete le sere quando in campeggio mamma li chiamava per la cena e si sedeva con i suoi fratelli a tavola dopo aver corso per tutto il giorno o nuotato le volte che erano al mare.
Lei era ancora quello che papà e mamma le avevano insegnato, quella ragazzina che a sei anni si immergeva a pescare i ricci per poi mangiarli seduta sugli scogli.
Pensò alle parole che lui le aveva detto quel pomeriggio in cui si erano rivisti a Vienna.
Non penso neppure io che sia un caso se noi siamo qui adesso, se tra tante persone ho incontrato te. Penso che se mi compari davanti ad ogni tappa della mia vita, che se nelle poche parole che ci siamo scambiati io riconosco così tanta parte di me allora tu ed io siamo qui per un motivo.
Non ho smesso di pensare al fatto che io e te abbiamo condiviso i colori di quel quadro che anche quando non ci conoscevamo tu di me sapevi quello che ero.
Jacopo le prese il viso tra le mani chinando il capo verso di lei e la baciò sulla guancia.
Francesca si sentì presa nel calore delle sue mani e fece scivolare piano le labbra verso le labbra di lui restando immobile.
Fecero l’amore lì sul prato, con piccoli puntini luminosi che volavano attorno a loro a fare da cornice.
Poi Jacopo la accompagnò a letto e si addormentarono abbracciati.
Il sole tagliava il buio della stanza attraverso gli scuri. Jacopo si svegliò ed allungando una mano cercò istintivamente Francesca ma lei non era lì.
Lentamente si vestì e uscì all’aria del mattino con in mano la ciotola della pappa di Snoopy e del gatto sonnacchioso.
Prese dal tavolo il pezzo di corteccia che Francesca gli aveva regalato la sera prima e prese la via polverosa davanti casa camminando con passo deciso ma senza fretta.
Francesca era dopo la collina, dietro la curva che portava alla statale. Era seduta su un paracarro in pietra appoggiato al bordo della strada ad osservare la terra marrone scuro.
Jacopo le tese la mano.
Era tornato a riprenderla, la aveva cercata e ritrovata, non aveva avuto bisogno di chiamarlo di fargli sapere dov’era e capì che l’uomo del cane la avrebbe sempre e comunque cercata per poi ritrovarla.

14/09/09
Alessio

 
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