Lucky_borsa

finanza, borsa e dintorni

 

AREA PERSONALE

 

TAG

 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Marzo 2017 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31    
 
 
Citazioni nei Blog Amici: 11
 

DISCLAIMER

Non intendo sollecitare investimenti.
Chiunque utilizzi spunti derivanti dalla mia analisi  agisce a proprio rischio e pericolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

USA: costo del denaro sale di 25 punti base allo 0,75-1%

Post n°1975 pubblicato il 16 Marzo 2017 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

E alla fine il nuovo rialzo dei tassi è arrivato. Poco fa da Washington è giunta la notizia che il FedWatch Tool del CME Group (l’indicatore che misura le probabilità di un cambio del costo del denaro statunitense) oggi stimava al 90,8%: la Federal Reserve ha incrementato il costo del denaro della prima economia dallo 0,5-0,75 allo 0,75-1 per cento. La decisione è stata presa con una maggioranza di nove membri (solo Neel Kashkari della Fed di Minneapolis ha votato per una conferma).  

Nelle ultime due settimane le probabilità di una stretta sono sostanzialmente raddoppiate in scia dei nuovi miglioramenti evidenziati dall’economia reale, spicca in particolare l’incremento di 235 mila unità registrato a febbraio dalle non-farm payrolls, e dalle dichiarazioni rese da importanti esponenti della Banca centrale. 

Già nel corso dell’audizione al Senato dello scorso 14 febbraio, la chairwoman aveva avvisato gli operatori che “nel corso dei prossimi meeting” sarà discusso un nuovo innalzamento dei tassi. Anche se non esiste un piano di incrementi già definito, ha rimarcato Janet Yellen, non è prudente attendere troppo a lungo per innalzare i tassi. Ad avallare le parole del n.1 ci hanno poi pensato importanti esponenti del calibro di John Williams (Federal Reserve di San Francisco) e di William Dudley (New York). 

Dot Plot confermati: in arrivo altri due ritocchi
Indicazioni particolarmente importanti anche quelle che arrivano dai cosiddetti "dot plot”, le proiezioni sull'evoluzione dei tassi secondo ogni membro del Comitato di politica monetaria. In linea con la view di dicembre, i membri del FOMC (Federal Open Market Committee) si attendono 3 strette nel 2017, 3 nel 2018 e altrettante nel 2019. Rispetto a dicembre però, ora sono 9 (su 17) i membri che stimano altre due strette nell’anno corrente, contro i 6 precedenti. 

Per quanto riguarda i prezzi, la Fed ha rilevato che l’inflazione si sta avvicinando al target del 2% e confermato la stima sull’indice PCE all’1,9%. Lieve rialzo per il dato “core”, quello calcolato al netto delle componenti più volatili, in aumento dall’1,8 all’1,9 per cento. “Il Comitato monitorerà con attenzione gli sviluppi, attuali ed attesi, dell’inflazione in relazione ai suoi obiettivi”. 

La sensazione è che un’accelerazione dei prezzi o della crescita economica (Trump ha promesso un 3-4%) sia destinato ad innescare un maggiore attivismo da parte della Banca centrale. Nelle attuali condizioni, all’orizzonte si profila uno scontro con la Casa Bianca: Trump, fortemente critico della politica monetaria espansiva targata Fed nel corso della campagna elettorale, finirà per essere penalizzato da tassi di interesse più elevati. 

A febbraio, nel corso di un’audizione al Congresso, alla domanda se un’accelerazione della crescita è destinata ad innescare una reazione della Fed, la Yellen ha risposto con un laconico “sì”.

da http://www.finanzaonline.com

 
 
 

Trump, la Germania e l’euro

Post n°1974 pubblicato il 13 Gennaio 2017 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

Il presidente eletto degli USA, Donald Trump, non ha grande simpatia per la UE, e ancora meno per l’euro. Un recente documento pubblicato dal suo staff ne spiega le ragioni senza ambiguità.

“La debolezza delle economie del Sud Europa nell’ambito dell’Unione Monetaria Europa mantiene l’euro a un tasso di cambio inferiore rispetto a quello del marco tedesco, se fosse una moneta indipendente. Questa è la ragione principale per cui gli USA hanno un grande deficit commerciale nei confronti della Germania – 75 miliardi di dollari nel 2015 – nonostante le retribuzioni tedesche siano relativamente alte”.

E poco dopo si parla di “imporre” (da parte degli USA) “tariffe difensive e compensative se la manipolazione della valuta non viene meno”.

E’ evidente che l’attuale assetto dell’Eurosistema non viene ritenuto accettabile dalla nuova presidenza USA. Aumentano quindi le probabilità che si arrivi a uno scioglimento integrale dell’Eurozona. Alternativamente, è possibile che – sotto la minaccia di una guerra commerciale diretta a ridurre il surplus commerciale tedesco verso gli USA – la Germania accetti finalmente un ciclo di politiche fiscali espansive, esteso a tutti i paesi dell’Eurosistema, e con finanziamento dei maggiori deficit pubblici garantito dalla BCE (meglio ancora sarebbe se esplicitamente monetizzato).

In pratica la Germania e anche il resto dell’Eurozona rilancerebbero, in questa seconda ipotesi, la domanda interna e accetterebbero – anche per il tramite di un rafforzamento dell’euro – una significativa riduzione del proprio surplus commerciale.

Resterebbe il problema degli sbilanci all’interno dell’Eurozona, che però è gestibile se i paesi del Sud dedicano una parte dell’espansione fiscale a ridurre il proprio costo del lavoro lordo (non i salari netti !) tramite un consistente e permanente abbattimento del cuneo fiscale.

Se nessuna delle due ipotesi sopra descritte si verifica, per l’Italia l’adozione del progetto Moneta Fiscale rimane la strada più promettente – forse l’unica possibile. Il rilancio della domanda interna verrebbe effettuato emettendo CCF nazionali. Nella misura necessaria, i CCF verrebbero destinati anche a migliorare la competitività delle aziende italiane, per evitare di disperdere in maggiori importazioni nette una parte dell’azione espansiva.

Se un paese importante come l’Italia – la terza economia dell’Eurozona – esce dalla propria situazione economica depressa, la BCE ha meno ragioni per mantenere debole il cambio euro / dollaro. Anche in questo caso, il rafforzamento dell’euro agirebbe da riequilibrio, quantomeno parziale, degli sbilanci commerciali tra USA e Germania.

Tutto questo vale, a maggior ragione, se l’esempio dell’Italia venisse imitato da altri paesi dell’Eurozona – se, in altri termini, vari altri stati rilanciassero domanda e competitività introducendo la loro versione di Moneta Fiscale nazionale.

E’ quindi plausibile che un’azione espansiva mediante Moneta Fiscale, effettuata dall’Italia e magari da altri paesi, venga vista con favore dalla presidenza Trump. Quanto ai tedeschi, non mi aspetto che se ne mostrino entusiasti, ma non avranno mezzi per opporsi, e francamente nemmeno interesse. Si tratterebbe infatti di un’evoluzione di gran lunga preferibile rispetto a una guerra commerciale con gli USA o a una rottura deflagrante dell’Eurozona

da  http://bastaconleurocrisi.blogspot.it/2017/01/trump-la-germania-e-leuro.html

 
 
 

Bloomberg outlook 2017!

Post n°1970 pubblicato il 20 Dicembre 2016 da Lucky340
 
Tag: outlook
Foto di Lucky340

Come tutti gli anni a dicembre abbondano le previsioni per il prossimo anno. E quelle del 2017 sono principalmente negative. Anche sui siti delle fakenews hanno iniziato a comparire articoli catastrofisti sul prossimo anno. Uno dei motivi di tanto pessimismo è l’interesse che i lettori mostrano nei confronti delle ‘cattive notizie’. In altre parole, la negatività paga. Ormai chi vende pubblicità si orienta sempre di più verso le ‘brutte notizie’ anche se spesso si finisce per abbinare prodotti o servizi di alto consumo con informazioni catastrofiche.

Anche in finanza succede la stessa cosa. Nonostante gli indici di borsa continuino a salire ed a rompere barriere considerate solo un anno fa irraggiungibili, il pessimismo caratterizza l’informazione finanziaria.

Certo la domanda “che succederà nel 2017?” ha il suo fascino in un’industria che poggia in gran parte sulle aspettative di mercato e sulle previsioni economiche. A volte più importanti dei fatti sono proprio questi due indicatori. Ce ne siamo accorti la notte della Brexit quando improvvisamente i mercati si sono trovati di fronte ad una realtà che per settimane tutti avevano previsto non si sarebbe mai verificata.

Questa settimana Bloomberg, tra i più autorevoli giornali finanziari, ha pubblicato la “guida pessimistica del 2017.” Già il titolo ci dice che il futuro non è roseo. Tuttavia, leggendola ci si domanda se il titolo sia giusto, dal momento che gran parte delle previsioni non sembrano essere così negative.

 

 

In fondo c’è bisogno di un cambiamento, lo si percepisce nell’aria, ma le istituzioni e l’establishment, incluse pubblicazioni come Bloomberg, hanno  paura che questo avvenga senza il loro beneplacito, ed ecco perché per il  2017 vi associano scenari catastrofici. Eppure, nel 2016 i mercati non si sono fatti prendere dal panico, Brexit, l’elezione di Trump e la sconfitta del No nel referendum italiano non hanno prodotto il crollo che molti avevano predetto alla fine del 2016. Vale la pena analizzare i motivi del pessimismo degli analisti per capire se il 2017 davvero sarà un anno simile al 2007, preludio del crollo della Lehman Brothers avvenuto nel 2008, o se invece sarà un anno di ripresa economica e maggiore stabilità politica.

L’insediamento di Trump alla Casa Bianca, secondo Bloomberg, produrrà un’ondata di proteste negli Stati Uniti. Gruppi come Occupy Wall Street, Black Lives Matters scenderanno in piazza. E’ possibile. Ma è anche vero che quando questi gruppi hanno manifestato il proprio malcontento pubblicamente la protesta ha solo eccitato i social media e la stampa tradizionale senza produrre alcun cambiamento perché si è presto sgonfiata come una bolla di sapone. Se Trump annuncia uno stimolo fiscale, come ci si aspetta, la nazione gli aprirà le braccia a prescindere da cosa faranno i gruppi di protesta.

Sul fronte politico all’interno del partito repubblicano l’opposizione a Trump, sempre secondo Bloomberg, riprenderà e questo creerà grosse difficoltà nella gestione delle riforme. Anche questa previsione è possibile, ma anche altamente improbabile. Ci sono questioni troppo importanti in ballo negli Stati Uniti per creare uno stallo, ad esempio il cambio della guardia alla Corte Suprema. E’ più probabile che durante il 2017 il partito faccia buon viso a cattiva sorte, i lunghi coltelli verranno fuori se nelle elezioni del 2018, le mid-term election, i Repubblicani perderanno il controllo del Senato.

In politica internazionale secondo Bloomberg le opzioni sono due: o la Germania risponde all’isolazionismo di Trump ed alle politiche aggressive di Putin con un potenziamento militare europeo, oppure accetta una nuova Yalta, e cioè una spartizione del mondo dove l’Europa dell’est, ad esempio Ucraina e Bielorussia, ed alcune regioni del Medio Oriente come la Siria finirebbero nella sfera d’influenza della Russia. Se così fosse Putin smetterebbe di interferire negli affari degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Di certo questa seconda opzione sembra quella più probabile. Ma è davvero tanto negativa? Specialmente rispetto all’anarchia che regna in Siria ed Iraq al momento, all’esodo dei profughi in Europa, alle tensioni politiche e militari in Ucraina e Bielorussia.

Poi c’è la Cina. E qui Bloomberg sostiene che ci sarà una guerra economica che farà precipitare l’economia cinese in una profonda depressione. Davvero? Sicuramente l’imposizione di tariffe elevate da parte degli Stati Uniti danneggerebbero l’economia cinese, ma tra le vittime ci saranno anche le grandi corporation americane, ad esempio la Apple. E’ più probabile che la guerra tra Cina e Trump diventi un conflitto propagandistico, dove ci si insulta e ci si minaccia a vicenda senza però mai prendere decisioni serie. Ed anche questo scenario non è poi così negativo.

I veri problemi nel 2017 potrebbero invece nascere nel vecchio continente. E qui Bloomberg canta all’unisono con tutti gli altri catastrofisti: una vittoria di Marine le Pen e di Beppe Grillo rispettivamente in Francia ed in Italia avrebbe la forza di rompere l’Unione europea e porre fine all’euro. Anche questa previsione è possibile ma poco probabile. L’Unione Europea prima di dissolversi potrebbe trovare una via d’uscita, far marcia indietro e tornare all’assetto del marcato comune. La Bce potrebbe produrre un piano d’azione per l’uscita dall’euro prevenendo scene di panico sui mercati.

L’unico imprevedibile disastro finanziario non considerato da Bloomberg è un crollo di Wall Street a seguito dello scoppio della bolla finanziaria che l’elezione di Trump sta gonfiando a dismisura. Un evento altamente possibile dal momento che le quotazioni non riflettono più la salute economica delle imprese.

Una cosa è certa: il 2017 non sarà un anno tranquillo. Non ci rimane che stare a vedere!

 

  Loretta Napoleoni  da http://www.ilfattoquotidiano.it

 
 
 

Janet Yellen view

Post n°1969 pubblicato il 16 Dicembre 2016 da Lucky340
 
Tag: outlook
Foto di Lucky340

Come da pronostico ieri sera la Fed ha deciso di alzare i tassi di 25 punti base, un anno dopo dal precedente storico rialzo e per la seconda volta nell’ultimo decennio. Cosa aspettarsi adesso?

Dal discorso di Janet Yellen emergono due elementi chiave: da una parte la totale assenza di riferimenti alla situazione economica globale e il fatto che nelle proiezioni economiche per l’anno prossimo non si tiene conto dell’implementazione del piano economico promesso in campagna elettorale da Donald Trump. Per l’anno prossimo sono previsti, al momento, tre rialzi dei tassi e il governatore ha sottolineato come successivi interventi saranno graduali.

Nonostante le premesse, gli indici azionari hanno avuto la prima vera correzione dopo l’inizio del rally seguito alle elezioni di Trump. Il Dow Jones è arrivato a soli 35 punti dalla fatidica soglia dei 20000 punti per poi chiudere poco sotto la soglia di 19800 punti.

Si tratta di una correzione di breve periodo e l’appuntamento con i 20000 punti è solo rimandato, considerando anche le buone previsioni economiche per il 2017 dispensate dalla Fed. Ma cosa accadrà nel momento in cui Donald Trump realizzerà il suo programma economico imperniato su una combinazione di minori tasse e maggior spesa pubblica? Nel breve un mix di politica economica di questo tipo comporterà maggior crescita economica e maggior inflazione, cosa che potrebbe spingere la Banca centrale americana ad accelerare la stretta monetaria con effetti negativi sui corsi azionari.
Nel frattempo sulle valute si sta sempre più consolidando il movimento rialzista del dollaro che ha raggiunto un minimo di 1.0395 contro euro, livello che non veniva toccato dal lontano 2002.

Ancora più forte il movimento sul mercato obbligazionario, dove il future sul T-bond ha visto una forte discesa, con i rendimenti saliti al 2.54%, il massimo dal 2014. Ricordiamo come il prezzo di questi strumenti sia inversamente correlato all’andamento dei tassi e di conseguenza un aumento del costo del denaro da parte della Fed ha un impatto negativo. A pesare sono anche le rinnovate aspettative inflazionistiche e l’attesa di deficit di bilancio più ampi nel prossimo anno.

Da monitorare attentamente è la situazione sui mercati in via di sviluppo, come dimostra il movimento ribassista sull’indice cinese, che sembra aver accusato il colpo. Ricordiamo come all’inizio dell’anno dopo l’aumento dei tassi del dicembre 2015 il movimento ribassista fu piuttosto violento anche a causa delle difficoltà delle autorità politiche monetarie cinesi a gestire la propria valuta.

A questo punto l’effetto domino sembra innescato e vedremo quali saranno le mosse degli altri banchieri centrali. Il ritorno alla normalità da parte della Fed implica importanti conseguenze sui mercati di cui i movimenti di ieri sera altro non sono che un semplice antipasto a quanto vedremo nel corso del 2017.

A cura di Giorgio Benetti, Analista di CMC Markets 

da http://news.itforum.it/

 
 
 

La Fed alza i tassi, aumenti più veloci nel 2017

Post n°1968 pubblicato il 15 Dicembre 2016 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

Investing.com - Il dollaro schizza questo giovedì, toccando il massimo dal gennaio del 2003 contro le altre principali valute, dopo che la Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse dichiarando di prevedere aumenti più veloci di quanto precedentemente annunciato nel 2017.

L’aumento dei tassi di ieri era stato ampiamente previsto dai mercati, ma l’impennata del dollaro è seguita alle dichiarazioni della banca centrale USA secondo cui i tassi di interesse saranno alzati tre volte nel 2017, rispetto ai due aumenti annunciati a settembre.

“La decisione di alzare i tassi deve essere intesa come una dimostrazione di fiducia per i progressi che l’economia ha compiuto”, ha dichiarato la Presidente della Fed Janet Yellen.

La Yellen ha inoltre ribadito che la Fed manterrà un approccio cauto prima di decidere come reagire all’agenda economica del neo eletto Presidente USA Donald Trump.

da http://it.investing.com/news/

 
 
 

Analisi Intermarket al 19/11/2016

Post n°1967 pubblicato il 19 Novembre 2016 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

......I mercati, nel loro conformismo, hanno adottato fino al giorno del voto il punto di vista degli avversari di Trump e non lo hanno mai preso sul serio. Dopo il voto ci hanno messo letteralmente tre ore, come gli avversari, per iniziare a prendere Trump terribilmente sul serio. Da qui l’impennata del dollaro e dei tassi, la caduta dell’oro e i nuovi massimi delle borse. S Trump darà una scossa di adrenalina a un ciclo economico che nei fatti era ancora vivo ma che psicologicamente era moribondo. La narrazione passerà dalla suicidaria stagnazione secolare di Summers all’ottimismo neoreaganiano delle energie che si liberano dalle catene e degli spiriti animali che tornano a dispiegarsi. I tassi, nel loro piccolo, godranno anch’essi del nuovo clima di libertà e andranno a posizionarsi per qualche tempo dove vorrà il mercato e non solo dove vorrà il Fomc. Il dollaro sarà di nuovo grande anche lui....Alessandro Fugnoli

 

Vediamo un indicatore  oggettivo in ottica MACROTECNICA cosa ci suggerisce :

  • IL LEI del conference Board  per gli Stati Uniti   ) per gli Stati Uniti è aumentato dello 0,1 per cento nel mese di ottobre a 124,5 (2010 = 100), a seguito di un aumento del 0,2 per cento nel mese di settembre, e un calo dello 0,2 per cento in agosto.

    "Gli Stati Uniti LEI è aumentato nel mese di ottobre per il secondo mese consecutivo. Anche se il suo tasso di crescita sui sei mesi  rimane moderato , l'indice suggerisce ancora che l'economia continuerà l'espansione in inizio 2017 ", ha detto Ataman Ozyildirim, direttore dei cicli economici e di ricerca a The Conference Board. "Il tasso di interesse diffuso e numero medio di ore settimanali sono stati i principali driver di miglioramento del mese di ottobre, contribuendo a compensare alcune delle debolezze circa le  richieste di assicurazione contro la disoccupazione e  i nuovi ordini."

    Vediamo  come alcuni  Trading System    vedono la situazione :

  • IL mio TS  weekly  (Futures)  (nel riquadro)nato per cogliere i trend di lungo periodo sui mercati indica  sulle principali borse mondiali  una situazione nella quale vediamo un rasserenarsi della situazione globale sull'equity, una caduta dei valori obbligazionari americani ed europei ossia rendimenti in rialzo e la caduta delle quotazioni dell'Oro Dollaro sempre Long sull'euro.
  • Il trading system reso popolare da Dog Short su base mensile  conferma il LONG per novembre.  Tutte  e tre  le medie mobili sullo S&P 500 stanno segnalando invested e tre dei cinque  ETF del portafoflio Ivy (SMA_1o) danno  il  segnale  "investito" ad eccezione degli etf sull' obbligazionario se sul settore immobiliare. Questo ottimo sistema è  molto raccomandabile da seguire (la  mia preferenza va a SMA_12), le uniche controindicazioni riguardano  la presenza di qualche falso segnale che tale sistema genera. 

 
 
 

Che cosa succede con Trump

Post n°1966 pubblicato il 14 Novembre 2016 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

Ci sarà, negli USA, una svolta di politica economica ? con ogni probabilità sì, soprattutto nel senso di politiche fiscali maggiormente espansive, che lasciano pensare a un’accelerazione della crescita già a partire dal 2017.

Per la verità anche Hillary Clinton (e lo stesso Obama) si erano espressi a favore di programmi di investimenti pubblici in infrastrutture. Ma aveva (Obama) o avrebbe avuto (Clinton) il problema insormontabile di congresso e senato a maggioranza repubblicana, che avrebbero bloccato azioni di questo tipo se proposte da un presidente democratico.

Trump questo problema non lo avrà. Ha accennato a numeri significativi (1.000 miliardi di dollari in quattro anni ?) attuati tramite (qui la cosa sarà da chiarire) partnerships pubblico / privato e incentivi fiscali sotto forma di “tax credits” (cartolarizzabili e cedibili ? ai lettori di questo blog dovrebbe ricordare qualcosa… ).

Si parla anche di riduzioni d’imposta, sperabilmente rivolti in misura significativa alle fasce sociali disagiate e alla classe media impoverita, il vero motore del sorprendente successo elettorale di Trump.

Un programma di espansione fiscale significativo dovrebbe finalmente portare l’economia USA fuori dalla trappola della liquidità: il mercato obbligazionario sembra crederci, come indicato dai rendimenti dei titoli di stato a 10 anni, passati dall’1,6% scarso di poche settimane fa a oltre il 2,1%.

Cambi: la combinazione di ripresa economica e tassi d’interesse in salita dovrebbe spingere il dollaro al rialzo, ma questo peggiorerebbe il deficit commerciale e diluirebbe, quindi, l’effetto espansivo delle azioni fiscali. E d’altra parte il livello attuale – 1,085 contro euro – è probabilmente già sopravvalutato di un 10%, forse anche di un 15%.

In effetti agli USA farebbe comodo un dollaro più debole contro euro, ma questo aggraverebbe la sempre problematica e precaria situazione dell’Eurozona. La cosa più sensata sarebbe accettare un cambio all’incirca invariato a condizione che anche dall’altra parte dell’Atlantico finalmente cada il mantra dell’austerità e si attui una significativa espansione fiscale, quantomeno nei paesi tuttora in difficoltà – cioè più o meno tutti meno la Germania - e per almeno un paio di punti di PIL.

Questo risolverebbe ovviamente anche molti dei guai prodotti dall’Eurocrisi. Gli USA premeranno in questa direzione, speriamo che l’euro-autolesionismo venga finalmente meno.

Accordi commerciali: Trump è stato eletto su una piattaforma di forte critica della globalizzazione e dei suoi effetti negativi sulla classe media sempre più marginalizzata e impoverita. Non credo a guerre commerciali, ma al blocco definitivo del TTIP e del TTP, forse anche alla revisione del NAFTA. E in generale ad azioni – si vedrà quanto efficaci – orientare a isolare il lavoratore USA dagli impatti più violenti della concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro.

Resteranno sparate propagandistiche senza seguito il muro al confine col Messico, la deportazione degli immigrati irregolari, il bando all’ingresso di musulmani. Ma un atteggiamento più restrittivo nei confronti dell’immigrazione sicuramente ci sarà.

In politica estera, molto positivo è l’orientamento a porre termine all’avventurismo in Medio Oriente e a ricercare un dialogo cooperativo e distensivo con Mosca. Che per l’Europa comporterebbe il non disprezzabile effetto collaterale del venir meno delle sanzioni alla Russia. 

Fin qui ci sarebbe da essere ottimisti. Dove sono i dubbi ? In ordine crescente di potenziale importanza:

Regolamentazione del mercato finanziario: si parla di riliberalizzare, e riaffiorano quindi i fantasmi del 2008. Ma i segnali sono disomogenei: annullamento del Dodd-Frank da un lato (ma quanto è stato realmente efficace ?) reintroduzione del Glass-Steagall dall’altro… scenari non chiari, o meglio contraddittori.

Sanità: si parla di annullare l’Obamacare, sul quale personalmente non ho un’opinione. Un disastro forse non è, un successo incontestabile neanche. Tutto dipende da che cosa lo sostituirà. La soluzione migliore sarebbe il single-payer system all’europea – interventi direttamente a carico del settore pubblico – ma bisognava eleggere Bernie Sanders…

Ambiente: Trump è, semplicemente, negazionista sul global warming. A giudizio di molti, si rischia di perdere l’ultima finestra di opportunità per evitare danni climatici di portata difficilmente valutabile. Anche qui non ho opinione – ho cercato di farmela, ma ancora non so a chi credere. Certo è inquietante.

Carlo Cattaneo 

 
 
 

Analisi Intermarket al 12/11/2016

Post n°1965 pubblicato il 12 Novembre 2016 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

 

"Uno dei capisaldi della nuova Trumponomics è il proposito di finanziare, in deficit, la ristrutturazione della rete infrastrutturale americana: porti, strade, autostrade, ferrovie, ospedali e scuole. Non entriamo nel merito di questo progetto, il punto è che il proposito di aumentare la spesa pubblica negli Stati Uniti appare virtualmente acquisito; tant’è vero che ieri è stato estremamente difficile collocare un’asta di titoli di Stato a lunga scadenza. E i tassi di interesse iniziano vistosamente a puntare verso l’alto.

Se le intenzioni ventilate in campagna elettorale dovessero trovare riscontro, la Federal Reserve sarebbe costretta ad anticipare i tempi; aumentando i tassi a più riprese e in misura più consistente di quanto fino ad ora ritenuto.

Maggiori tassi di interesse si tradurrebbero, ceteris paribus, in una maggiore remunerazione del dollaro americano; che pertanto subirebbe una vistosa rivalutazione. In realtà ci sono alcune variabili da ponderare, ma diciamo che, ex ante, questo scenario appare del tutto realistico....."Gaetano Evangelista

  

 Vediamo un indicatore  oggettivo in ottica MACROTECNICA cosa ci suggerisce :

  • IL LEI del conference Board  per gli Stati Uniti    è aumentato dello 0,2 per cento nel mese di settembre a 124,4 (2010 = 100), dopo un calo dello 0,2 per cento in agosto, e un aumento del 0,5 per cento nel mese di luglio.

    "il LEI USA  è aumentato nel mese di settembre, invertendo il  declino di agosto, che insieme con il pick-up del tasso di crescita di sei mesi suggerisce che l'economia dovrebbe continuare a espandersi a un ritmo moderato a inizio 2017," ha detto Ataman Ozyildirim, direttore dei cicli economici a The Conference Board. "Permessi nuove costruzioni ,  assicurazione sulla disoccupazione, e la diffusione del  tasso di interesse sono stati i principali componenti della salita dell'indice nel mese di settembre. Nel complesso, i punti di forza tra i principali indicatori sono stati molto maggiori delle debolezze ossia il modesto incremento dei prezzi delle azioni e della settimana lavorativa media. "

    Vediamo  come alcuni  Trading System    vedono la situazione :

  • IL mio TS  weekly  (Futures)  (nel riquadro)nato per cogliere i trend di lungo periodo sui mercati indica  sulle principali borse mondiali  una situazione nella quale vediamo un rasserenarsi della situazione globale sull'equity . Questo ha comportato una caduta dei valori obbligazionari americani ed europei ossia rendimenti in rialzo e la caduta delle quotazioni dell'Oro e la risalita del rame. Dollaro sempre Long sull'euro.
  • Il trading system reso popolare da Dog Short su base mensile  conferma il LONG per novembre.  Tutte  e tre  le medie mobili sullo S&P 500 stanno segnalando invested e tre dei cinque  ETF del portafoflio Ivy (SMA_1o) danno  il  segnale  "investito" ad eccezione degli etf sull' obbligazionario se sul settore immobiliare . Questo ottimo sistema è  molto raccomandabile da seguire (la  mia preferenza va a SMA_12), le uniche controindicazioni riguardano  la presenza di qualche falso segnale che tale sistema genera. 

     

 

 
 
 

Trumpeconomics:le probabili conseguenze

Post n°1964 pubblicato il 11 Novembre 2016 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

Gaetano Evangelista Ad Age italia

venerdì 11 novembre 2016

Uno dei capisaldi della nuova Trumponomics è il proposito di finanziare, in deficit, la ristrutturazione della rete infrastrutturale americana: porti, strade, autostrade, ferrovie, ospedali e scuole. Non entriamo nel merito di questo progetto, il punto è che il proposito di aumentare la spesa pubblica negli Stati Uniti appare virtualmente acquisito; tant’è vero che ieri è stato estremamente difficile collocare un’asta di titoli di Stato a lunga scadenza. E i tassi di interesse iniziano vistosamente a puntare verso l’alto.

Se le intenzioni ventilate in campagna elettorale dovessero trovare riscontro, la Federal Reserve sarebbe costretta ad anticipare i tempi; aumentando i tassi a più riprese e in misura più consistente di quanto fino ad ora ritenuto.

Maggiori tassi di interesse si tradurrebbero, ceteris paribus, in una maggiore remunerazione del dollaro americano; che pertanto subirebbe una vistosa rivalutazione. In realtà ci sono alcune variabili da ponderare, ma diciamo che, ex ante, questo scenario appare del tutto realistico. Cosa succederebbe, nel concreto?

Succederebbe che le aziende americane mal digerirebbero la mossa. Fra la variazione annuale del Dollar Index (linea verde, scala di destra rovesciata nel grafico qui in alto a sinistra) e la variazione annuale degli utili per azione (linea rossa, scala di sinistra), sussiste una evidente quanto comprensibile correlazione inversa. Difatti la rivalutazione del biglietto verde sperimentata nel corso dello scorso anno ha pesantemente impattato sulla redditività aziendale. Che non a caso si stava risollevando, nei mesi recenti, grazie alla stabilizzazione del cambio.

Evidentemente, una nuova rivalutazione del dollaro USA farebbe sprofondare la variazione annuale degli EPS nuovamente in territorio negativo.

A tutto vantaggio degli altri partner commerciali. A partire dall’Europa, che infatti nel 2015 ha visto gli utili aziendali decollare, grazie proprio alla svalutazione dell’euro connessa alla rivalutazione del dollaro.
Ecco perchè, se Trump mantenesse i suoi propositi, a guadagnarne sarebbero soprattutto Giappone ed Europa. Manna dal cielo per quest’ultima, visto che, al momento attuale, la rivalutazione del cambio in termini medi ponderati ha visto la dinamica reddituale precipitare di nuovo sotto la linea dello zero.

da http://news.itforum.it/

 
 
 

Via dall’euro, con l’austerità non c’è futuro. Lo ammette anche Zingales

Post n°1963 pubblicato il 26 Settembre 2016 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

E’ un’intervista destinata a far scalpore, sebbene il quotidiano che la pubblica “Repubblica” abbia cercato di annacquarla. Il vero titolo era “Via dall’euro, con l’austerità non c’è futuro” hanno preferito un più neutrale “Quella contro l’austerity e’ una battaglia persa”. Resta però la sostanza.

Luigi Zingales, economista della University of Chicago, stronca i tentativi di Renzi di strappare qualche decimale di flessibilità per la semplice ragione che il vero nodo è strutturale. Le schermaglie non servono a nulla.

«Il problema non è qualche punto decimale di flessibilità, ma la vera struttura dell’ unione monetaria. Senza una politica fiscale comune l’ euro non è sostenibile: o si accetta questo principio o tanto vale sedersi intorno a un tavolo e dire: bene, cominciamo le pratiche di divorzio. Consensuale, per carità, perché unilaterale costerebbe troppo, soprattutto a noi».

Parola di Zingales, che alla domanda su cosa dovrebbe fare l’Italia per sbloccare l’austerità di marca tadesca, la risposta è netta:

«Di certo smetterla di elemosinare decimali da spendere a scopi elettorali rendendosi poco credibile. Dovrebbe invece iniziare una battaglia politica a livello europeo. Dire chiaramente che alle condizioni attuali l’ euro è insostenibile. O introduciamo una politica fiscale comune che aiuti i paesi in difficoltà o dobbiamo recuperare la nostra flessibilità di cambio. Tertium non datur.

Il rischio per gli italiani è quello di finire come la rana in pentola: se la temperatura aumenta lentamente non ha la forza per saltare fuori e finisce bollita. Il nostro Paese non cresce da vent’ anni. Quanto ancora possiamo andare avanti?

Certo, Zingales continua a credere che una politica fiscale europea potrebbe risolvere i problemi di molti Paesi europei ma realisticamente sa che la Germania non si scosterà dall’attuale linea.

Alla Germania conviene che questa situazione continui all’ infinito. È difficile che qualcuno cambi idea se non gli conviene, a meno che non sia costretto a farlo. I tedeschi temono di pagare il conto delle spese altrui e su questo non hanno tutti i torti.

Dunque nulla cambierà. E l’Italia deve scegliere: se non vuole morire dissanguata lentamente deve trovare altre soluzioni. Ne resta una sola: uscire dall’euro, come sostengono da tempo Alberto Bagnai e gli economisti che gravitano attorno ad Asimmetrie.

E se Renzi fosse davvero il premier di rottura che pretende di essere, coglierebbe l’occasione per avanzare con forza la questione, anzi per porla al primo posto nell’agenda del Paese. Altro che Olimpiadi, altro che riforma costituzionale. Tutto è inutile senza crescita economica.

Ma questo coraggio,Renzi non ce l’ha. Preferisce, al solito, la propaganda e le schermaglie verbali, come se bastasse parlare bene per salvare un Paese.

 

Marcello FOA su http://blog.ilgiornale.it/

 

 

 
 
 
Successivi »
 
 
 

INFO


Un blog di: Lucky340
Data di creazione: 04/05/2010
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

ULTIME VISITE AL BLOG

lgtesta1957cile54Sky_EagleElemento.Scostantestoppaniburrascamoschettiere62Lucky340fiore_fermisteropaganoGiuseppeLivioL2lumil_0Stolen_wordsandrew_mehrtensMeme_nto
 

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom