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Non intendo sollecitare investimenti.
Chiunque utilizzi spunti derivanti dalla mia analisi  agisce a proprio rischio e pericolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Outlook finanziario : il dollaro rimane il faro su cui ancorare la nostra prospettiva

Post n°1849 pubblicato il 29 Maggio 2015 da Lucky340
 
Tag: outlook
Foto di Lucky340

Wlademir Biasia – WBAdvisors

mercoledì 27 maggio 2015

La correlazione fra dollaro e mercati azionari riporta positività sui listini, in particolare sui periferici anche se il dramma greco alimenta incertezza e volatilità.  Sul cross Eur/Usd la flessione è proiettata verso area 1,06, dove si potrà assistere a un’altra battuta d’arresto.

La reazione positiva dell’euro ha creato nuovi timori verso le attese di crescita in Europa. Il cambio ha recuperato nel suo picco quasi il 10% dai minimi. Alla base della reazione ci sono i ripensamenti sulla crescita americana, meno forte del previsto e, di conseguenza,  gli investitori hanno spostato le attese per il rialzo dei tassi verso la fine dell’anno.

Così come non siamo mai stati accondiscendenti verso il possibile rialzo dei tassi americani entro l’estate, altrettanto siamo fiduciosi sul fatto che la diversa velocità del ciclo economico rispetto all’Europa continuerà a favorire una migliore performance nell’area USA. La reazione dell’euro, quindi, suona più come un riequilibrio tecnico dovuto ad un temporaneo eccesso di venduto, piuttosto che da una revisione radicale della tendenza dominante della moneta americana.

Siamo convinti che l’economia statunitense riprenderà il suo percorso espansivo nella seconda parte dell’anno, di conseguenza miglioreranno gli standard degli economics e si tornerà a scontare l’azione restrittiva della FED.

C’è di più. In Europa continua la melina tra la Commissione e il governo greco, in un gioco di rimandi temporali che sebbene faccia sempre meno presa sui mercati, continua a tenere in sospeso molte situazioni. Ciò che sta emergendo, peraltro, rende verosimile l’idea che l’esclusione della Grecia dall’architettura monetaria UE possa rafforzare l’euro. In effetti la permanenza dei greci nella moneta unica favorisce un indebolimento della sua struttura, benché un’uscita costituirebbe un precedente in grado di nuocere alla solidità.

Grecia o non Grecia, l’Europa appare dipendente da un corso del cambio debole e una dinamica dei prezzi delle commodity altrettanto deboli.  Il ritorno di questi due fattori riattiva dunque le speranze per la crescita. L’alternativa sarebbe costituita da una riorganizzazione radicale delle politiche favorevoli alla ripresa della domanda interna. Inutile scrivere il come e il perché, in quanto tali procedimenti al momento sono fuori dagli orientamenti europei.

Di conseguenza continuiamo a concentrarci sul cambio Eur/Usd dal quale possiamo trarre elementi utili per nutrire una forma di ottimismo.

L’euro dopo il rally piuttosto sostenuto ha subito una battuta d’arresto. La BCE è intervenuta  ricordando ai mercati che il suo programma di QE non solo è operativo, ma può essere anche incrementato nei volumi. I corsi a seguito di questo intervento sono scesi rapidamente violando il primo dei livelli che avevamo indicato a 1,1150 e il successivo a 1,0960. La destinazione di questa flessione è proiettata verso area 1,06, dove temporaneamente assisteremo a un’altra battuta d’arresto. Questa volta l’euro si prenderà il tempo per una breve ulteriore reazione, per chiamare successivamente una nuova regressione verso la parità.

GRAFICO EURO-DOLLARO (in allegato)

Non sarà certo questo livello di grande valenza psicologica a trattenere il cambio da ulteriori flessioni.

Ciò significa, in virtù del rapporto di correlazione diretta tra borse e dollaro, che i mercati azionari continueranno a beneficiare della positività della moneta americana, sebbene questo possa nuocere in parte alla crescita dell’area.

La sterlina che anticipa sempre le mosse del dollaro, ha preceduto quest’ultimo nel dare il segnale di ripresa di forza nei confronti dell’euro. Il  cambio Eur/Gbp scenderà quindi verso il nostro prossimo target a 0,67. Le borse europee, in particolare quelle periferiche, cercheranno di superare gli ostacoli tecnici per aggredire i precedenti massimi e posizionare il loro movimento verso i target già stimati e indicati complessivamente nel nostro rapporto mensile. Per il FTSE MIB attendiamo un break-up di area 23800, mentre per l’Eurostoxx 50 3685/90.

La scorsa settimana, lo Standard & Poor è salito oltre quota 2120 consolidando in positivo l’impulso rialzista. Non ci attendiamo una grande accelerazione, pensiamo tuttavia  che il mercato possa con il suo lento, ma costante  apprezzamento, garantire maggiore fiducia agli investitori in generale, consentendo loro di guardare con maggior interesse a quei mercati che durante questo ciclo sono rimasti a credito di positività. Tradotto in forza relativa ciò significa che i periferici europei hanno l’opportunità di sfruttare questa logica ed accreditarsi per sovraperformare altre aree.

Sullo sfondo rimarranno sempre accesi i timori di possibili sbandate  della Grecia nonché le incognite sulla Cina, ma come scritto il faro su cui ancorare la nostra attenzione rimane il dollaro.

Ne ho parlato all’IT Forum di Rimini indicando diverse chiavi di lettura che sulla base di talune euristiche, non ultima l’intramontabile attesa per il rialzo dei tassi,  continueranno a rafforzare la moneta americana.

Anche i rendimenti nella parte lunga della curva europea sono parzialmente rientrati in un’area di maggior equilibrio: il 10 anni tedesco dopo aver toccato la parte alta del range che avevamo stimato a 0,80%, è rientrato a quota 0,60%, probabilmente non si scenderà più verso il Ground Zero tuttavia si consoliderà attorno ad area 0,40 – 0,80%.

Quest’anno a maggio e giugno si lavora ad oltranza.

http://news.itforum.it/

 

 
 
 

Chicago Fed National Activity Index-Aggiornamento mensile(Aprile 2015)

Post n°1848 pubblicato il 25 Maggio 2015 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

Chicago Fed National Activity Index (CFNAI) è un indice mensile progettato per misurare l'attività economica globale e le relative pressioni inflazionistiche. Il valore zero per l'indice indica che l'economia nazionale si sta espandendo al ritmo storico di crescita, i valori negativi indicano una crescita inferiore alla media; e i valori positivi indicano una crescita superiore alla media. Si tratta di un indice composto di 85 indicatori mensili come spiegato in questo file PDF  sul sito della Fed di Chicago. L'indice è costruito in modo che la media storica dell'indice è pari a zero.

l'indicatore di per sé (CFNAI), è abbastanza rumoroso, mentre   la media mobile a 3 mesi (CFNAI-MA3), è più utile a mostrare variazioni.

"Indice mostra  che la crescita economica è aumentata leggermente nel mese di aprile_2015": questo è il titolo per il rilascio di oggi di Activity Index Nazionale del Chicago Fed, e qui sono i paragrafi di apertura dal rapporto:

Guidati da aumenti di indicatori relativi all'occupazione, il Chicago Fed activity index USA  (CFNAI) è salito a -0,15 in aprile da -0,36 di marzo. Due dei quattro grandi categorie di indicatori che compongono l'indicesono migliorati  da marzo, ma solo una delle quattro categorie ha dato fatto un contributo positivo per l'indice nel mese di aprile.

La Media mobile a tre mesi dell'indice, CFNAI-MA3, è leggermente aumentata a -0,23 in aprile da -0,27 di marzo.  CFNAI-MA3 di aprile  suggerisce che la crescita dell'attività economica nazionale è alquanto al di sotto del trend storico. La crescita economica che si riflette in questo livello del CFNAI-MA3 suggerisce  pressioni inflazionistiche limitate nel prossimo anno. 


 La  Fed di Chicago, spiega:

"Quando la MA3 si muove sotto  il valore di  -0,70 dopo un periodo di espansione economica, vi è una crescente probabilità che la recessione è iniziata. Al contrario, quando il valore si sposta  sopra -0,70 dopo un periodo di contrazione economica,  vi è la probabilità crescente che la recessione è finita ".Un incrocio sotto  il livello  -0,7 ha indicato storicamente  entro un mese o due l' inizio di recessione. Un incrocio  sopra il livello ha indicato la fine  della recessione  entro  2-4 mesi. 

Il prossimo dato sul Chicago Fed Activity Index  è previsto per il 22 giugno 2014

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da http://www.dshort.com/

Questo grafico mostra il Chicago Fed National Activity Index (media mobile a tre mesi) dal 1967. Secondo la Fed di Chicago: un valore pari a zero per l'indice indica che l'economia nazionale si sta espandendo al suo tasso tendenziale di crescita storica, i valori negativi indicano una crescita inferiore alla media, e valori positivi indicano una crescita superiore alla media.

 

 
 
 

SuperIndice_USA(LEI) sale anche in aprile

Post n°1847 pubblicato il 25 Maggio 2015 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

Giovedi 21 maggio 2015

The Conference Board Leading Economic Index® (LEI) per gli Stati Uniti è aumentato dello 0,7 per cento nel mese di aprile a 122,3 (2010 = 100), a seguito di un aumento del 0,4 per cento in marzo, e  ad  calo dello 0,2 per cento nel mese di febbraio..

 "Il Forte aumento di aprile del LEI sembra aver contribuito a stabilizzare il suo trend di rallentamento, suggerendo che la crescita economica modesta  nel primo trimestre può essere temporanea", ha detto Ataman Ozyildirim, economista presso il Conference Board. "Tuttavia, la crescita del LEI non supporta un significativo rafforzamento delle prospettive economiche in questo momento. Il miglioramento nei permessi di costruzione ha contribuito a guidare l'acesa dell'indice in questo mese, ma i guadagni negli  altri componenti, in particolare gli indicatori finanziari, sono stati un po modesti. "

L'uscita dei  prossimi  dati  è prevista per  giovedi  18  giugno 2015.

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il LEI è uno dei nostri leading indicator preferiti  poichè:

a) La correlazione tra LEI e PIL è molto elevata  come ci dimostra  Northern Trust nel  grafico, in cui il LEI – anticipato di un trimestre – viene messo a confronto con l’andamento del PIL americano dal 1960 a oggi.

b)  la relazione  tra Leading Indicator e mercato azionario è molto stretta ,  risulta evidente la quasi perfetta correlazione tra le due serie di dati: i punti di massimo e di minimo vengono quasi sempre raggiunti nello stesso periodo.I dati del Leading Indicator anticipano di circa sei mesi i movimenti dell’economia e che la stessa cosa succede con i mercati azionari, Il Conference Board (CB), l’istituto privato che elabora l’indice, considera che un calo del 2% in sei mesi, con la contemporanea flessione della maggior parte dei componenti, possa segnalare l’arrivo di una fase di recessione tra i tre e i nove mesi dopo l’ultima lettura; e viceversa, un rialzo  del 2% in sei mesi possa segnare l'arrivo di una espansione tra i tre e i nove mesi dopo l’ultima lettura .

pertanto noi  continuiamo ad  usare le indicazioni fornite dai  Leading Indicator per  riuscire ad ottenere buoni risultati dall’investimento!

i dieci componenti del The Conference Board Leading Economic Index® sono ora :

Average weekly hours, manufacturing

 

Average weekly initial claims for unemployment insurance

 

Manufacturers’ new orders, consumer goods and materials

 

ISM Index of New Orders

 

Manufacturers' new orders, nondefense capital goods excluding aircraft orders

 

Building permits, new private housing units

 

Stock prices, 500 common stocks

 

Leading Credit Index™

 

Interest rate spread, 10-year Treasury bonds less federal funds

 

Average consumer expectations for business and economic conditions

 


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Marcia indietro del biglietto verde

Post n°1846 pubblicato il 16 Maggio 2015 da Lucky340
 
Tag: Forex
Foto di Lucky340


da http://news.itforum.it/

 

Vincenzo Longo – Market Strategist IG

venerdì 15 maggio 2015

Molti operatori si chiedono sin dove può spingersi la scalata del cross più importante del mondo, mentre molte aziende dell’area euro iniziano a storcere il muso dopo il violento balzo delle ultime settimane.

Circolano molti numeri, target e livelli di equilibrio tutti diversi tra loro, segnale che è difficile abbozzare una previsione. E purtroppo la storia non ci aiuta. Un anno fa il cambio ha toccato 1,40, mentre a marzo ha aggiornato i minimi degli ultimi 12 anni, in area 1,04, contro ogni previsione. Certo, di mezzo c’è stato il tonfo del petrolio, l’avvio del QE della Bce e la fine di quello a stampo FED. Allora cosa aspettarsi ora?

Crediamo che il cambio possa continuare a dare seguito a questo movimento di recupero almeno sino a giugno, per poi stabilizzarsi durante l’estate. Solo nell’ultimo trimestre la discesa potrebbe riprendere forza. Queste considerazioni si fondano principalmente su tre fattori:

  1. in primo luogo, i dati macro che continuano ad arrivare dagli Stati Uniti dipingono un’economia che fatica a riprendersi dopo la frenata accusata nel primo trimestre dell’anno. Queste figure dovrebbero allontanare il timore di un rialzo dei tassi di interesse da parte della FED e indebolire così il dollaro. Il dato sulle vendite al dettaglio di aprile, il primo che contribuisce al Pil del 2° trimestre, ha registrato una crescita nulla rispetto al mese precedente, diffondendo il timore tra gli operatori di una debolezza persistente. Un appuntamento chiave sarà ora la seconda lettura del Pil del 1° trimestre (in agenda il 29 maggio), che dovrebbe essere rivisto in negativo. Questa eventualità aprirebbe a nuove vendite sul biglietto verde. Solo un miglioramento nel terzo trimestre e l’avvicinarsi del rialzo dei tassi della Fed, probabilmente tra ottobre e dicembre, dovrebbe riaprire a un rafforzamento del dollaro;

  2.  in secondo luogo, i segnali di ripresa che giungono dalla zona euro (mostrati anche dalle recenti figure sul Pil) stanno rafforzando la moneta unica. Questo miglioramento del quadro macro del Vecchio Continente e la contestuale debolezza dell’economia a stelle e strisce sta portando gli operatori a rivedere le aspettative sui fondamentali.

     
  3. infine, anche il petrolio fa la sua parte. Il balzo delle ultime settimane ha riportato i prezzi ai massimi da novembre scorso. Questo ha spinto molti operatori a rivedere le aspettative inflattive di medio lungo termine, causando pesanti vendite sul mondo del reddito fisso. Non solo. L’aspettativa di un’inflazione più alta ha creato timori tra gli operatori per una politica monetaria meno accomodante. Questa considerazione, sebbene interessi tutte le banche centrali, ha avuto effetti più marcati sull’euro, le cui aspettative del mercato puntavano a un QE che durasse almeno sino a settembre 2016. Nel breve, ci aspettiamo che il petrolio possa continuare a salire e questo dovrebbe accentuare i movimenti visti negli ultimi giorni. Proprio ieri Draghi in conferenza da Washington, ha dichiarato che è troppo presto per poter parlare di uno stop del QE, dando spazio a un deprezzamento dell’euro.

 

GRAFICO EUR/USD (in allegato)

 

 

Dal punto di vista tecnico, il superamento di area 1,1050 ha definitivamente consacrato i bottom di marzo e aprile come un doppio minimo. Il trend di breve termine, pertanto, rimane rialzista. La prima resistenza rimane collocata a 1,1450, massimi allineati di metà febbraio testati ieri. Solo il superamento di tale target potrebbe aprire a un allungo in direzione di 1,1550. Potrebbe essere questo il livello intermedio intorno al quale il cambio oscillerà durante l’estate. Non escludiamo però tentativi di allungo verso a 1,1670, picchi di gennaio, e poi verso 1,18, secondo dei ritracciamenti di Fibonacci nella discesa partita un anno fa e culminata con i minimi di marzo. Possibili pull back in questo momento potrebbero riportare le quotazioni verso 1,1275 (primo dei ritracciamenti sopra descritti). Il supporto strategico di medio periodo rimane, però, a 1,1050, il cui cedimento metterebbe a rischio tutto il quadro rialzista sopra descritto e aprire a nuova debolezza.

Per ulteriori info vai al sito www.ig.com

 
 
 

Certificati di Credito Fiscale, una soluzione per la crisi dell’Eurozona

Post n°1845 pubblicato il 15 Maggio 2015 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

di Massimo Costa

Non credo ci sia ancora in circolazione una persona sana di mente che difenda a spada tratta l’eurosistema, a parte Draghi che deve farlo per contratto. Le persone, i politici, che negli anni ci hanno spiegato che il problema “non era l’euro”, ma, di volta in volta, l’Italia, con la sua mafia-corruzione-burocrazia, oppure Berlusconi, o la Grecia, con la loro proverbiale voglia di far nulla dei suoi abitanti, l’Irlanda, con i suoi errori, la Spagna con la sua bolla immobiliare, etc. etc. oggi ammettono, di fronte all’evidenza, che qualcosa è andato storto, molto storto. In epistemologia queste sono chiamate le “ipotesi secondarie”. Quando una teoria non funziona, per difenderla si può sempre aggiungere un’ipotesi secondaria. Ma quando le ipotesi secondarie sono troppe la teoria da “scientifica” degrada a “metafisica”, cioè non più dimostrabile, né falsificabile. A quel punto o ci credi per fede o la butti via.

Per quanto si cerchi di fare moralismo è evidente che ci deve essere qualcosa di strutturale, di molto forte, un errore gravissimo, per il quale ovviamente non pagherà mai nessuno. Un fallimento colossale, uno dei più clamorosi nell’intera storia monetaria dell’umanità. Ma i difensori di ieri oggi hanno un buon argomento: sì, è vero, abbiamo preso l’aereo sbagliato, ma non possiamo più uscirne perché siamo in volo. Che importa se l’ingresso nell’euro è stato un errore clamoroso? Ormai “non c’è più niente da fare”. E se usciamo ci troviamo con un pugno di mosche in mano, a frugare tra l’immondizia, con un’inflazione del 40 % e simili amenità, indimostrate ed indimostrabili, ma che sono sufficienti per gettare nel panico la già spaventata opinione pubblica europea.

In effetti, per amore di verità, nessuno sa come “si esce” dall’euro. Semplicemente non è previsto dai trattati. Ciò non significa che sia “impossibile”. A un certo punto il fatto può sempre superare il diritto. Ma si va – per citare Draghi – in “acque inesplorate”. E, in ogni caso, nessuno può dire che il processo sia “indolore”. Un prezzo da pagare ci sarà, e potrebbe essere anche molto alto.

Perché l’euro non funziona? Cerchiamo di spiegarlo ai nostri lettori in maniera ultrasemplificata. Se un sistema economicamente non omogeneo (come anche gli USA sono) adotta una moneta unica, allora l’effetto è uguale a quello di bloccare i tassi di cambio tra due paesi in squilibrio commerciale. Il paese più forte vedrà migliorare sempre più la propria bilancia commerciale, diventando ancora più forte. Per un certo tempo il debole potrà indebitarsi, ma poi, dovendo pagare i debiti, non saprà più come fare, dovrà “vendere tutto”, sin anche se stesso. Il sistema può però funzionare a due condizioni (come negli USA): una è la perfetta mobilità dei fattori (ad esempio la facilità di spostamento delle risorse umane), l’altra è la funzione fiscale compensativa dello Stato (o dell’Unione di Stati) che prende “ai ricchi” per redistribuire “ai poveri”, in una parola l’unità fiscale del sistema.

L’assurdo dell’eurozona è che si è voluta creare un’unione monetaria tra paesi squilibrati in assenza di unione fiscale e con una strutturale barriera, non ultima quella linguistica, alla piena mobilità dei fattori produttivi. Il risultato è che il sistema fatalmente prima o poi salta. Le tensioni si sono scatenate sulla Grecia (e su Cipro) perché erano gli anelli più deboli della catena, ma con questo principio, se si andasse fino in fondo, si arriverebbe a deindustrializzare l’Olanda a favore della Germania. Il sistema quindi è intrinsecamente insostenibile. La soluzione prospettata, cioè quella del rigore nei conti pubblici è semplicemente controproducente. L’austerità riduce anche gli investimenti, e con questi la produttività dei paesi che ne sono colpiti, aumentando il divario con i paesi forti. In pratica l’unica soluzione è quella di farsi sbranare pezzo a pezzo, sino alla fine. Una “soluzione” evidentemente impossibile.

Un’altra soluzione, perfettamente compatibile con i trattati, è quella di trasformare, poco a poco, la moneta UNICA, in moneta soltanto COMUNE. La moneta “comune”, come era l’ECU di una volta, può essere un fattore di forza nel mondo. Quella “unica” un elemento di distruzione dell’economia e, vista l’importanza dell’Europa per il mondo intero, un fattore di distruzione dell’economia mondiale che va fermato al più presto possibile.

Questa soluzione può essere ottenuta per mezzo dell’emissione di CCF (Certificati di Credito Fiscale) secondo il manifesto elaborato da Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini.

Cosa sono i CCF e perché rappresentano una sorta di “uovo di colombo”? I certificati di credito fiscale sono in sé titoli, teoricamente di debito, ma di un debito molto “sui generis” che debito non è. Come in un’analoga idea che il sottoscritto e Biagio Bossone avevano elaborato per la sola Sicilia qualche tempo fa, questo “debito” infatti è privo di interessi, a tempo indeterminato ed irredimibile. Esso non dà dunque ai titolari diritto di pretendere euro dallo Stato, ma, ad una certa scadenza (esempio due anni), a poter compensare con esso i propri debiti tributari. Esso quindi nella sostanza non è un vero debito, ma una sorta di moneta complementare parallela all’euro.

Non viene utilizzato per i pagamenti normali (stipendi, pensioni, per quelli lo Stato ce la fa da solo) ma per dare “finanziamenti aggiuntivi al sistema”, iniettando liquidità con la quale si spezza la spirale dell’austerità, e il suo valore è garantito in parità con l’euro alla scadenza iniziale della loro possibilità di utilizzo. Il CCF quindi inietta liquidità al sistema senza creare debito e senza violare i trattati o altre norme europee (i suddetti economisti mi hanno chiesto uno studio specifico su questo punto e in qualche modo l’ho portato a termine dimostrando che tale pratica non è affatto vietata da alcuna norma).

Perché i beneficiari dovrebbero accettarlo? Perché un titolo con cui posso, in sostanza, pagare le tasse, è “buono” come la moneta: posso utilizzarlo per le liquidazioni periodiche dell’IVA o per la Tari. E quindi, anche prima della scadenza, esso potrà essere utilizzato, con uno sconto sul valore nominale che sarà definito dal mercato, e quindi sopperire alla drammatica mancanza di liquidità che affligge la domanda interna. Esso non è moneta in senso proprio. Nessuno può imporne l’accettazione ad altri. Ma certamente diventerebbe uno strumento fiduciario accettato da tutti, per la sua estrema fungibilità, e che, al contempo, farebbe crollare la disoccupazione e il debito pubblico in un colpo solo.

I CCF emancipano i paesi deboli dalla dittatura del marco e le “riforme” da fare sarebbero a quel punto quelle vere, non la chiusura di scuole e ospedali, o l’abbattimento delle pensioni, o la svendita delle infrastrutture nazionali.

I CCF non sono “patacones” come quelli che forse va ad emettere un disperato Varoufakis, perché sarebbero garantiti dallo Stato senza al contempo promettere alcuna convertibilità diretta. Quindi intrinsecamente stabili. Non sarebbero nemmeno emissibili in modo illimitato, perché il “minor gettito” dovuto al loro utilizzo tempererebbe i vantaggi del “maggior gettito” dovuto all’espansione interna.

I CCF possono essere introdotte anche in modo differenziato e specifico per le aree interne a ritardato sviluppo. L’Italia, oltre al CCF nazionale, potrebbe emetterne uno specifico per il Sud e dotare le sue due grandi Isole, di analoghi strumenti, nelle proporzioni delle rispettive economie naturalmente. In altri termini si risolverebbe la sempiterna “Questione meridionale”.

È una “moneta fiscale” che raggiunge i propri obiettivi; ha diversi precedenti storici che hanno tutti regolarmente funzionato (come funziona sempre ogni emissione che parta dallo Stato senza debito) ed è anche politicamente “neutrale” rispetto al tema dell’integrazione europea.

Buona per chi crede nell’Europa, perché a quel punto l’euro cesserebbe di essere insostenibile. Buona per chi vuol tornare alle valute nazionali, perché il CCF potrebbe costituirne il primo nucleo, senza bisogni di salti nel vuoto. “Non buona” per chi pensava di far svendere proprietà nazionali e diritti delle persone, perché in tal modo non ce n’è più bisogno. Ci sarà in Italia una forza politica lungimirante in grado di raccogliere questa idea positiva? In fondo converrebbe anche alla politica: finalmente potrebbero dare qualche risposta concreta a qualcuno e non solo chiacchiere a volontà.

(27 aprile 2015)

da http://temi.repubblica.it/micromega-online/

 
 
 

Analisi Intermarket al 09/05/2015

Post n°1844 pubblicato il 09 Maggio 2015 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

Dopo la pioggia di vendite abbattutesi su Bund e dollaro i gestori hanno lanciato un avvertimento agli investitori, sottolineando come le due classi di asset non siano più considerabili beni rifugio. Chiunque compri Bond dovrà stare molto attento.

Sul reddito fisso, oggi si è alleviata la tensione, in particolare sui mercati periferici, complice anche l'avvicinarsi di un accordo tra creditori internazionali e governo greco sul debito. Nel fine settimana i negoziati entreranno nel vivo, con Atene che ha tempo fino a lunedì per trovare i soldi per ripagare una tranche da 767 milioni al Fondo Monetario Internazionale.

"La ripartenza della volatilità in questo il 2015 è stata imperiosa. Quindi il messaggio è chiaro: il futuro sarà sicuramente meno certo e tranquillo. Se fino ad oggi TUTTO è stato facile, ora lo sarà molto meno. Si apre una fase che rischia di diventare nervosa, complicata, intrigata e molto emozionale. Ne è l’esempio il petrolio. Oggi in sensibile miglioramento ma occhio che le onde sussultorie non sono terminate. O ancora il Dollaro USA. E’ sbagliato considerarlo morto e quindi rivedere tutti i portafogli in chiave Euro. E’ però corretto (secondo il sottoscritto, ci mancherebbe!) non illudersi più di tanto.il movimento di questi giorni ha allontanato la probabilità di ritrovarci la famosa parità contro Euro. E poi i tassi di interesse. L’inflazione è l’elemento fondamentale per condurre positivamente un lavoro previsionale sui tassi. Ve lo sto dicendo da mesi, tutto il resto la fa da contorno. Una curiosità che vi riporto graficamente. I Bund sono crollati in questi giorni. Ma non il loro rendimento REALE" da http://intermarketandmore.finanza.com/

Vediamo alcuni  Trading System cosa ci  suggeriscono :

  • Il trading system reso popolare da Dog Short su base mensile  ancora  LONG per  maggio  2015, S&P_500 ha chiuso aprile   con un guadagno    dello 0,85 % . Tutte  e tre  le medie mobili mensili danno Long sullo SP500  e quattro  dei cinque ETF  del  Portafoglio IVY   segnalano "investito" con l'eccezione dell'etf sulle commodities  .
  • grafico day (Futures) con MM veloci :vediamo  sulle principali borse mondiali  una situazione   sempre  rialzista  malgrado la  recente correzione con  le commodities che lanciano segnali di risveglio  segnatamente petrolio e rame,  il bund e  dollar index sempre   Long  anche se con valori nettamente ridemensionati.

Vediamo  ora alcuni indicatori anticipatori dei punti di svolta del mercato  cosa  ci indicano :

  • $OEXA200R (indica la percentuale di azioni dello S&P100  che sono sopra alla  loro MM  a 200) è un indicatore tecnico disponibile sul StockCharts.com che può essere utilizzato per la previsione di entrate prudenti  e dei punti di uscita per il mercato azionario, ora indica 75 ben  al di sopra dei 50. Ricordiamo che sopra il 50%  siamo in una  fase long del mercato ,  tra il 40 e il 50  siamo in una zona di incertezza, sotti i 40 si apre una fase Short.

 

 
 
 

Atene torna a spaventare i mercati, rendimento Btp in salita

Post n°1843 pubblicato il 06 Maggio 2015 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

Torna ad aleggiare l’incubo default per la Grecia.  Secondo quanto riportato dal Financial Times, Poul Thomsen, capo del Dipartimento europeo del Fondo monetario internazionale, avrebbe invitato i Paesi europei a svalutare parte dei crediti al fine di far arrivare la nuova quota di aiuti all’ombra del Partenone.

Con l’avvicinarsi dell'Eurogruppo dell'11 maggio (il giorno dopo Atene è chiamata a rimborsare un miliardo di euro al Fmi) l’indiscrezione sta facendo tornare d’attualità l’ipotesi Grexit favorendo la prudenza degli operatori. Prudenza che sui mercati azionari si è tradotta in vendite generalizzate (perdite superiori ai 2 punti percentuali per Dax, Cac40 e Ibex) e sull’obbligazionario ha spinto al rialzo i rendimenti di bond.

Dopo aver beneficiato dell’allontanamento del ministro delle finanze Varoufakis , oggi i rendimenti dei bond ellenici sono tornati a salire: il due anni quota sopra il 21%, il cinque anni sopra il 15% e il decennale è sopra gli 11 punti percentuali. Ovviamente, in un contesto di repricing generalizzato, i primi ad essere coinvolti sono stati Bonos e Btp che, nel caso del 10 anni hanno visto lo spread con il corrispondente titolo tedesco salire di 21,5 e di 21 punti.

Andamento simile per il trentennale tricolore che, dopo aver beneficiato dell’annuncio che la Bce avrebbe acquistato titoli a lungo termine,  oggi ha visto il rendimento salire di quasi lo 0,4 per cento al 2,88%.

Nel caso del nostro Paese a pesare è anche la bocciatura da parte della Consulta del mancato adeguamento all'inflazione delle pensioni superiori a 1.500 euro nel biennio 2012-2013 e le conseguenti ripercussioni sulla tenuta di conti pubblici.

da http://www.finanza.com/

 
 
 

Shortare il Bund ? Sell off continuano

Post n°1842 pubblicato il 30 Aprile 2015 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

ROMA (WSI) - Il sell off che ha colpito alla vigilia il mercato del reddito fisso dell'Eurozona non è stato una semplice parentesi. Anche oggi proseguono le vendite, che continuano a prendere di mira soprattutto i Bund tedeschi. Le vendite hanno portato i tassi sui Bund decennali a superare anche la soglia dello 0,30%, dopo che ieri i rendimenti sono raddoppiati, nell'arco di una sola sessione, balzando da 14 a oltre 29 punti base. Si è trattato del rally più forte dal gennaio del 2013.

Il volume dei contratti futures sul Bund è volato a 1.099.253, al massimo dallo scorso 5 marzo. In crescita anche i tassi sui BTP e Bonos a 10 anni, che oscillano rispettivamente attorno all'1,51% e 1,53%, dopo aver segnato balzi del'ordine di 12-13 punti base alla vigilia.

Si può parlare di inversione del trend? Sicuramente, il mercato del reddito fisso dell'Eurozona sta iniziando a stancare. Stando a quanto riporta Bloomberg, "gli investitori hanno dato un segnale molto chiaro sul fatto che stanno perdendo la pazienza, con i rendimenti dei bond dell'area che si attestano ai minimi record" e che sono spesso negativi.

La fuga dal reddito fisso ha fatto tra le sue vittime soprattutto i Bund tedeschi, tra gli asset rifugio per eccellenza. Scontati anche i risultati dell'asta tedesca, che non è andata a buon fine, dal momento che la domanda è stata di 3,649 miliardi di euro, inferiore al target di 4 miliardi fissato: è la prima volta, dallo scorso 21 gennaio, che un'asta avente per oggetto bond tedeschi con scadenza a cinque anni non raggiunge il target. E, tecnicamente, è la terza emissione di bond, in Germania, che è risultata non coperta quest'anno, stando ai dati di Bloomberg.

Le vendite stanno colpendo però anche altri bond sovrani dell'Eurozona, tanto che il valore complessivo del mercato del reddito fisso dell'Eurozona - stando al Bank of America Merrill Lynch's Euro Government Index - è sceso di ben 55 miliardi di euro, a 5,844 trilioni, soltanto nella giornata di ieri, al minimo dallo scorso 30 marzo.

Intervistato da Bloomberg, Steven Wieting, responsabile strategist globale degli investimenti, a New York, presso la divisione di private bank di Citigroup, ha affermato: "Non ci sono ragioni per accettare rendimenti negativi".

Wieting ha comunicato a tal proposito che Citigroup, ieri, ha tagliato l'esposizione verso i Bund tedeschi, a favore dei Treasuries Usa, su bond con scadenza tra i cinque e i sette anni.

Occhio tra l'altro, alla possibilità concreta che l'inflazione in Eurozona rialzi la testa, dopo la pubblicazione del dato relativo all'offerta di moneta M3 da parte della Bce, che ha messo in evidenza un rialzo, su base annua, +4,1% nei primi tre mesi dell'anno, al ritmo maggiore dal 2009.

Ancora, il tasso di inflazione in Germania ha accelerato il passo ad aprile dallo 0,1% di marzo allo 0,3%. I timori hanno così contribuito agli smobilizzi, dal momento che l'inflazione riduce il valore degli interessi sui bond. E oggi sono arrivati anche i numeri sull' inflazione dell'Eurozona, che ha segnato una ripresa - con il tasso salito a zero - ponendo fine a un periodo di deflazione tecnica durato quattro mesi (anche se gli analisti invitano alla cautela, nel cantare vittoria sulla presunta fine della deflazione).

Sulle vendite scatenate sui Bund hanno poi inciso sicuramente i consigli arrivati prima da Bill Gross e successivamente da Jeff Gunlach, il titano dei Bond di DoubleLine Capital: entrambi hanno suggerito di shortare i titoli di stato tedeschi. Anche Yngve Slyngstad, amministratore delegato del fondo sovrano di gestione patrimoniale della Norvegia, numero uno al mondo e del valore di $900 miliardi, sta scommettendo sul fatto che i recenti guadagni dei bond non dureraranno. (evidenziato_mio)

Nello spiegare il trend delle ultime sessioni dei Bund tedeschi Christoph Rieger, responsabile del mercato del reddito fisso di Commerzbank, ha parlato di "cascata di eventi" e di fattori dietro al sell off, come: "l'offerta di bond e l'inflazione più alta in Germania e nell'Eurozona; i rischi ribassisti messi in rilievo dalla Fed; la politica monetaria accomodante su base globale, che alimenta le aspettative di inflazione".

Si parla di "ampi volumi di scambio sul mercato dei futures, con la presenza di operazioni di stop loss e pochi dealer che mostrano l'intenzione di voler stare dall'altra parte, così come è avvenuto nel flash crash dei Treasuries Usa, lo scorso 15 ottobre". (Lna)

Fonte: Bloomberg

da www.wallstreetitalia.com

 
 
 

Pil Usa cresce molto meno del previsto

Post n°1841 pubblicato il 29 Aprile 2015 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

NEW YORK (WSI) - Ci si aspettava un dato negativo dal Pil Usa, ma non fino a questo punto.

L'economia maggiore al mondo è cresciuta di un misero +0,2% nel primo trimestre e non basta il maltempo invernale a giustificare un tale andamento, significativo di quanto la ripresa tanto decantata degli Stati Uniti non sia abbastanza solida.

A pesare sono state soprattutto le spese al consumo, che hanno subito una contrazione del 1,9%.

Il tasso di crescita su base annuale previsto dagli analisti era dell'1-1,2%. L'ultimo trimestre dell'anno aveva visto un'espansione dell'attività economica del 2,2%.

Secondo gli analisti il rallentamento si rivelerà essere solo temporaneo, ma la frenata è molto più forte delle anticipazioni.

I mercati reagiscono comprensibilmente male alla notizia e i principali indici della Borsa Usa scambiano in perdita. In flessione dello 0,7% il petrolio, cala anche il dollaro con l'euro che scambia saldamente sopra 1,10, livello che non vedeva da tre mesi.

In compenso la fase di stallo dell'economia allontana l'appuntamento con un rialzo dei tassi di interesse, motivo per cui il mercato azionario potrebbe riprendersi dallo sbandamento.

Il rallentamento sembra temporaneo, secondo gli analisti di Markit, dal momento che gli ultimi sondaggi indicano un recupero in aprile. Tuttavia rimane il fatto che la sostenibilità della ripresa è tutt'altro che convincente.

I tassi di crescita annuale del Pil Usa, livellati in base ai fattori stagionali, degli ultimi trimestri.

"Le autorità della Fed vogliono sapere come l'economia si comporterà nel secondo trimestre prima di prendere decisioni avventate sui tempi di normalizzazione delle misure monetarie", dice Chris Williamson.

Se l'economia migliora nei mesi successivi, "settembre è la prima data in cui è realistico attendersi una stretta montaria che però molto probabilmente si concretizzerà non prima di novembre".

Secondo alcuni come Rob Carnell, economista di ING, poteva anche andare peggio. I consumi sono risultati dello 0,1% migliori delle attese e gli investimenti aziendali sono rimasti invariati, anche in questo caso sostanzialmente in linea con le previsioni. Le spese di governo federale e autorità statali non hanno aiutato.

"Guardando al secondo trimestre c'è da attendersi un bel rimbalzo grazie alla combinazione di esportazioni nette e scorte, che potrebbero contribuire con un +0,5%", dice Carnell. Anche gli investimenti societari e le spese al consumo dovrebbero riprendere slancio.

Al posto di avere una cifra vicina allo zero, "è ragionevole attendersi qualcosa di più solido del +3% nel secondo trimestre".

Gli analisti in generale reputano insomma che la ripresa tornerà a prendere piede nel secondo e terzo trimestre del 2015, come avvenuto l'anno scorso. Stavolta, però, i dati su vendite al dettaglio, costruzione di case e investimenti aziendali non sono così buoni, il che fa temere per una crescita meno vigorosa di quella vista nel 2014.

(DaC)

da http://www.wallstreetitalia.com

 
 
 

Migliora la bilancia commerciale giapponese, rally del Nikkei e Shanghai

Post n°1840 pubblicato il 23 Aprile 2015 da Lucky340
 
Foto di Lucky340

Durante la seduta asiatica è tornata a imporsi la propensione al rischio. Gran parte dei mercati asiatici è riuscita a ignorare le preoccupazioni legate alla Grecia e la debolezza della seduta di New York, archiviando la giornata con il segno più. Il Composite di Shanghai è salito a 4.384,02 punti, in rialzo del 2,10% in scia alle previsioni di un nuovo allentamento della PBoC e ai grossi volumi legati alla domanda degli investitori individuali. Rimaniamo rialzisti sulla Cina, non sulla base dei fondamentali economici, ma per gli effetti positivi degli stimoli e il rinnovato interesse della classe media per i titoli azionari. Il Nikkei ha superato la soglia dei 20.000 punti, in rialzo dell’1,13% (nuovo massimo pluriennale), dopo che il Giappone ha reso noti i dati sulla bilancia commerciale di marzo, che hanno mostrato un surplus commerciale superiore alle attese, e sull’onda del miglioramento delle trimestrali. Il surplus commerciale senza adeguamenti si è attestato a 229 mld di yen, primo surplus dal 2012. Le esportazioni sono cresciute dell’8,5% a/a, mentre a marzo le importazioni sono scese del -14,5%, dopo il -3,6% fatto registrare il mese scorso. La sorpresa positiva è legata alle forti esportazioni di auto ed elettronica, il calo del petrolio ha fatto invece scendere i costi delle importazioni. Si tratta di un segnale positivo per l’economia giapponese, che dall’inizio dell’anno fa fatica a ingranare. Nonostante le notizie contrastanti, riteniamo che il calo dello yen stia sostenendo la domanda di esportazioni. L’esperimento dell’Abeconomia volto alla svalutazione competitiva sta mostrano qualche risultato positivo, soprattutto nel rinvigorire la crescita. Non siamo certi che questo surplus commerciale sia destinato a scomparire rapidamente. Con la ripresa in Europea e Cina (e anche gli USA stanno superando la fase di debolezza), la domanda di merci giapponesi dovrebbe salire. Tuttavia, finché i prezzi del petrolio rimarranno dimessi (come prevediamo), le importazioni costose saranno meno attraenti dei beni domestici. Dovremmo quindi assistere a un rallentamento della crescita delle importazioni, anche se la ripresa interna stimolerà la domanda. Visti gli effetti positivi che stanno emergendo grazie al programma di QE giapponese, ci aspetteremmo anche dagli altri player regionali (come la Corea del Sud) simili attività volte alla svalutazione della valuta (rimaniamo politicamente correnti e non diciamo Guerra Valutaria). L’USD/JPY non ha reagito al rialzo del Nikkei. Prevediamo che la violazione rialzista di 120,05 innescherà un rapido movimento a fino a 120,90.

In Australia, il tanto atteso rapporto sull’inflazione, prevista in ribasso, è andato nella direzione opposta. L’IPC primario del primo trimestre è salito dello 0,20% t/t (invariato rispetto al mese precedente) contro lo 0,10% previsto, invece l’inflazione su base annua ha subito un rallentamento dell’1,3% come da attese. L’AUD/USD è lievitato a 0,7774 da 0,7710 e continua a trovare buone richieste. Gli operatori si concentreranno sulla resistenza a 0,7850 per estendere il momentum rialzista fino a 0,7940; si osserva un supporto a 0,7768 (media mobile a 65 giorni). Nonostante la stabilità inaspettata dell’inflazione, continuiamo a prevedere che a maggio la RBA taglierà il tasso OCR di 25 punti base. I commenti da colomba del governatore della RBA indicano che l’intervento sul tasso rimane un’opzione, circostanza che non subirà modifiche dovute a una lieve ripresa. Visti i forti venti contrari costituiti dal rallentamento della domanda di materie prime in Cina, sulle previsioni di crescita dell’Australia si addensano le nubi......

da http://it.investing.com

 
 
 
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Data di creazione: 04/05/2010
 

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