Quando da bambino vivevo in campagna da mia nonna, questi erano i giorni in cui mia nonna preparava la legna per l'inverno.
In paese esisteva una legge vecchia di secoli, che dava il diritto alla gente di far legna nei boschi comunali.
Le essenze erano varie, non si andava troppo per il sottile, purché la legna fosse ben asciutta e non portasse in casa filarie e termiti.
Se la legna non era ancora totalmente asciutta, si metteva al sole dell'estate di San Martino per alcuni giorni, e dopo si stipava in cantina, in grosse cataste, in mezzo alle botti di vino.
Dalle mie parti il freddo d'inverno era davvero tanto, e la neve rimaneva sul tetto ed intorno a casa, a volte fino a Pasqua. Ad ogni modo, anche se la legna era gratis, la nonna era assai parsimoniosa: e raramente in casa c'era una temperatura che si potesse definire tiepida.
La legna era usata più che altro in cucina, in una grossa stufa/cucina a legna che stava li da almeno un secolo e mezzo. L'ambiente in cui si stava durante il giorno era quello, la cucina, ed era inutile accendere la stufa a gas, posta nella sala con il divano e il televisore che mia nonna chiamava "il di là", sarebbe stato uno spreco. Così spesso, per vedere la televisione, dovevo mettere sulle ginocchia la borsa con l'acqua calda. Solo ogni tanto, quando nella stufa c'era tanta brace, si travasava in un grosso braciere di ottone, di quelli con il coperchio pieno di fori... e così solo si riusciva a vedere Canzonissima senza i piedi gelati.
Per mia nonna non andava sprecato niente, quindi quella cucina serviva sia per cucinare che per scaldare. Su un lato della stufa, c'era anche una serbatoio di rame, con sul fondo un rubinetto. Dentro c'era l'acqua, mantenuta sempre calda dal contatto con la camera di combustione. Con quell'acqua ci si lavava o si faceva il bucato.
A sera, prima che l'ultima brace fosse già spenta, si raccattava il raccattabile, ancora in combustione, e si poneva dentro un affare, di cui non ricordo più il nome, che serviva a scaldare il letto.
L'uso di quella antica cucina, era comunque limitato al periodo invernale, poiché d'estate emanava troppo calore e la nonna aveva dotato il piano cottura anche di una moderna cucina a gas (a ben tre fuochi!), tenuta come un gioiello.
La domenica mattina era sempre il giorno del bagno. Farà sorridere ora, ma la questione aveva un alone di avvenimento importante. Sotto la supervisione della nonna, sia io, che mio cugino e lo zio Orazio, facevamo il bagno in una tinozza di metallo, detta bagnaruola. Solo in quella occasione la nonna metteva tanta legna sul fuoco e scaldava bene la cucina, anche perché l'acqua della "tanica scaldabagno" doveva scaldarsi rapidamente.
A quei tempi, in quei posti di campagna, il bagno, si chiamava ancora cesso, e quindi era chiaro che un bagno con la vasca da bagno fosse un lusso per pochi. La tinozza, veniva posta sempre nell'immediata vicinanza del tepore e del crepitare della cucina, mentre la nonna magari preparava il ragù per il pranzo della domenica. Era ovale, di stagno, non molto grande, con due manici. Io che avevo sei anni, e mio cugino Piero di quattro anni più grande, riuscivamo a starci seduti con le gambe distese, sempre se non eravamo insieme a fare il bagno in tinozza, il che era abbastanza frequente. In quel caso si trattava di fare qualche contorsione, ma alla fine ci stavamo anche in due. Lo zio Orazio, invece, che all'epoca doveva avere intorno a venti anni, tra l'altro anche molto alto, era costretto a starci con le gambe rannicchiate all'inverosile, oppure con le gambe completamente fuori.
Di regola ci si lavava con il sapone di marsiglia, lo stesso di quello per il bucato. Ma ormai la pubblicità della televisione era arrivata anche all'orecchio di mia nonna, e qualche volta, crepi l'avarizia, acquistava un flaconcino di shampoo Palmolive, in una confezione così piccola che oggi farebbe pensare ad un campioncino dimostrativo. Ovviamente, guai a sprecare lo shampoo! Supervisionava personalmente il quantitativo necessario.
La stufa a gas, posta "di la", che consisteva in una bombola con il tubo che erogava gas ad una specie di trombone di combustione, era accesa veramente di rado: o nelle giornate di festa, tipo a Natale, oppure quando c'era davvero tanto freddo da poterci morire assiderati. La regola numero uno di nonna era che la maglia di lana fosse il miglior sistema di riscaldamento.
Ma il momento più bello era quando si faceva il pane. Quasi sempre il martedì, in un locale adiacente alla casa, provvisto di un grande forno in mattoni, la nonna preparava le pagnotte che sarebbero servite per l'intera settimana. Inutile dirlo, eravamo tutti li a goderci il tepore. A volte venivano anche i vicini, con la scusa che dovevano cuocere qualche biscotto o infornare le castagne. I cani si infilavano proprio sotto al forno e non li avresti cacciati di li neanche a prenderli a calci.
Nelle altre famiglie, la situazione non doveva essere molto diversa. Io, mio cugino e tutti i bambini del vicinato, eravamo quasi sempre a giocare fuori, qualunque tempo ci fosse. Forse proprio per il fatto che giocando fuori, e correndo di qua e di là, il freddo non lo sentivi manco per niente.
Mai preso un raffreddore!
Inviato da: bamboo furniture
il 31/12/2011 alle 08:07
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il 31/12/2011 alle 08:05
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il 31/12/2011 alle 08:04
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il 28/11/2011 alle 08:21
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il 07/10/2011 alle 15:48