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Luci ed ombre

Post n°564 pubblicato il 08 Maggio 2013 da lupopezzato
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M

i chiedo come sia stato possibile progettare, autorizzare e realizzare una torre ed una palazzina piloti completamente esposte al possibile ed involontario sbandamento di un mercantile o mostro portacontainer. Come sia possibile pensarla soltanto una simile assurdità. Guardando la foto ci si rende conto della totale assenza di protezioni frontali e laterali delle due strutture e dell'evidente effetto domino che si sarebbe verificato nel caso di un danno strutturale ad una sola di esse. La mia è solo un'opinione e se fosse sbagliata le due strutture saranno ricostruite di nuovo senza protezioni e l'indagine non sarà estesa, come ritengo, anche al progetto. E questo, non perchè la struttura doveva reggere ad un urto di tale entità ma solo perchè doveva, secondo me, stare all'interno di una banchina di protezione e non così assurdamente a filo sul mare.

 
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A costo Zero

Post n°563 pubblicato il 05 Maggio 2013 da lupopezzato
 
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I

n giro non c'è nemmeno uno straccio d'idea e l'esempio delle carceri è lampante. Ragionando con gli occhi della talpa, si dice che non ci sono i fondi per costruirne di nuove e, invece, basterebbe pensare che quelle vecchie sono state costruite cent'anni fa, se non di più, in aree periferiche che oggi si ritrovano ad essere al centro di tante città. Lo sviluppo e l'urbanizzazione delle periferie hanno portato quelle aree a realizzare, in termini di prezzo dei terreni, plusvalenze tali che si potrebbe cederle ai privati ed in cambio costruire carceri più ampie e moderne in aree nuovamente periferiche: a costo Zero.

La verità è che il privato intasca sempre le plusvalenze dei suoi investimenti, il pubblico invece, per incroci fra mazzette ed interessi, svendendo le sue fa sì che il debito pubblico continui ad essere, senza alcuna giustificazione finanziaria, una voragine senza fondo.

Stesso discorso delle carceri va fatto su tutto il resto del patrimonio immobiliare dello Stato: caserme, uffici pubblici, ospedali, scuole e tutto quanto abbia necessità immediata di nuovi investimenti. Ricostruire in aree a più basso valore catastale servizi che sono attualmente dislocati in aree ad altissimo valore catastale in modo che la plusvalenza copra l'investimento.

Altro intervento immediato, in termini di riduzione dei costi ovvero in termini di rivalutazione delle entrate, è verificare e sanare tutte le anomalie dovute agli affitti di favore e fuori da ogni logica di mercato che rendono il patrimonio immobiliare dello Stato improduttivo ed in rosso nella logica perversa dell'interesse privato che prevale su quello pubblico.

A costo  ZERO.

Per ridare ossigeno al mondo del lavoro si continua a sperare nelle imprese che a loro volta sperano nello Stato. Il tipico pensare di un sistema fallito, obsoleto e superato nel quale il pubblico non riesce a ragionare in termini che siano fuori dal profitto del privato. Un sistema con un debito pubblico che non è più un problema di bilancio ma di pensiero. Un buco nero incapace di rifinanziare se stesso perchè il rifinanziamento del debito non è mai previsto. L'unica strada percorribile per rilanciare il lavoro, ridurre il tasso di disoccupazione, ridurre la spesa corrente, rifinanziare il debito e la previdenza è che lo Stato torni a farsi impresa. Messe da parte la Fiat e la Ferrero, la forza del paese, in termini d'impresa privata, è sempre stata la piccola e media impresa. In termini di grandi imprese, invece, le uniche realtà italiane sono state solo le aziende Iri. Aziende che, sempre e solo per interesse privato, sono state smembrate e svendute a quei privati che non hanno poi fatto meglio dello Stato. Caso vuole che non ci sia una sola Azienda, svenduta dallo Stato, che sia miracolosamente diventata produttiva e competitiva nelle mani del privato. Alla fine sono state cannibalizzate da imprese straniere per le componenti industria e largo consumo ed al privato italico hanno lasciato solo i rami meno appetibili ovvero quelli di bottega. Gli unici rami dove siamo ancora bravi. Il tempo stringe. La crisi diventa metastasi. Il fallimento del Capitalismo viene rifinanziato penalizzando il risparmio, il reddito, il lavoro, la sanità, la previdenza e con nuove tasse. Potrebbe sembrare una falce a 360° e invece no. Si sta molto attenti a non toccare i patrimoni. Quelli no. Tecnici, saggi o governi disegnati ad hoc, vengono chiamati a riscrivere le regole ben sapendo che lo faranno usando un metro ed una cultura non diversa da quella che gli è propria. Cosa ci si può aspettare da chi ha sottovalutato la crisi al punto che le analisi e le proiezioni le faceva con l'ottimismo cieco e demenziale di chi guarda ai ristoranti pieni.
A rendere più drammatica e realistica ogni previsione è il fatto che il nostro paese, a differenza degli altri, sta praticamente nella merda in qualunque settore: agricoltura, artigianato, commercio, industria, sanità, scuola, ambiente, fisco, occupazione, previdenza, informazione, istituzioni. Questo paese, ancor prima di crollare, è già un cumulo di macerie.

L'unica strada realistica, possibile e credibile  nessuno la propone: la necessità di separare immediatamente e rapidamente il pubblico dal privato creando un'Agenzia del Lavoro che accorpi disoccupati e cassintegrati. Tutte le attività che il pubblico appalta al privato devono essere svolte, laddove ce ne siano le competenze, dalle Agenzie del Lavoro. Lo Stato deve tornare ad essere datore di lavoro per tutte le attività a carattere pubblico. Solo in questo modo si può ridare ossigeno all'occupazione in modo economicamente produttivo perchè solo il lavoro porta soldi al sistema formato da lavoratore e previdenza.
Penso, ad esempio, al progetto di informatizzazione della Giustizia. Sento dire che c'è la necessità di reperire i fondi. Senza nemmeno partire, già si può dire che lo Stato può realizzare il progetto con le risorse e le competenze di cui già dispone (disoccupati e cassintegrati). Se pensa di affidare il progetto ai privati sta già mettendo a preventivo, solo per gli utili, un 20% minimo di costo in più rispetto a quanto gli costerebbe realizzarlo in proprio. Ecco, se lo Stato comincia a ragionare, non in termini di contrapposizione dura, ma in termini di separazione di ruoli e priorità, i benefici si ripercuoteranno su tutto il paese. Non è mica un dogma che la riduzione della spesa pubblica si debba fare sempre tagliando e trasferendo. La riduzione, nel caso dei costi del lavoro, si deve farla invece investendo proprio nelle risorse passive che comunque gravano sul bilancio dello Stato, disoccupazione, cassintegrazione e previdenza, rendendo produttive e quindi attive queste forze. Discorsi come il salario minimo garantito non sono altro che un sussidio ovvero sempre e comunque una passività improduttiva che non risolverà la disoccupazione ma alimenterà ulteriormente il buco previdenziale, ripercuotendosi ancora e sempre sul debito pubblico. Serve assolutamente che il privato lavori per il privato mentre il pubblico utilizzi subito le risorse passive: disoccupati, mobilità e cassintegrati. Perciò sì al reddito minimo ma non come sussidio passivo ma come salario minimo a fronte di un lavoro effettivo. Così facendo le attività svolte dalle Agenzie del Lavoro realizzerebbero cinque obiettivi:
-inversione di tendenza del tasso di disoccupazione
-riduzione della spesa assistenziale dello stato (sussidi e cassintegrazioni)
-incremento delle entrate nelle casse previdenziali e riduzione delle uscite
-rilancio dei consumi
-abbattimento della spesa corrente dello Stato perchè la spesa pubblica si ridurrebbe quantomeno del costo degli utili d'impresa e delle mazzette che finalizzano gli appalti da pubblico a privato. 

A
 costo ZERO!

 
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The End

Post n°562 pubblicato il 28 Aprile 2013 da lupopezzato
 
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A

ccadevano sere in cui, avendo litigato con se stesso, e non avendo nessuna voglia di fare pace, preferiva andare a rileggersi qualcosa di ieri o dell'altroieri. Come "la donna del Prado", ad esempio. E rileggendola scoprire che cinque anni prima, aveva anticipato quanto sarebbe avvenuto. Preveggenza o culo? Soltanto sesto senso. Quel senso che, per lui, era la risultante degli altri cinque. Metti assieme quello che vedi, che annusi, che ascolti, che assapori, che tocchi, poi fai due + due e leggerai il futuro. Sul breve termine bastano pochi dati. Per il lungo termine ti serve un'analisi più puntuale. Il futuro non è nulla di astratto ma soltanto un algoritmo. Il futuro è sempre e solo una conseguenza e confonderlo con la coincidenza è solo un alibi. La scienza non ha alibi, tranne l'ignoranza. E se il futuro ovvero gli effetti, sono solo un algoritmo, anche il passato ovvero le cause, sono sempre un algoritmo. La gente era andata a votare ancora convinta dell'utilità di quel gesto, convinta che l'urna fosse il simbolo inattaccabile ed inviolabile della democrazia. Sbagliava: l'urna è solo il simbolo della maggioranza e maggioranza e democrazia, sono cose totalmente diverse. Il popolo, come un gregge, non vedendo catene pensava di essere libero e credeva che il percorso lo scegliesse lui. Ora, se qualcuno volesse ribellarsi all'evidenza che, in questo regime, il suo voto e lui stesso sono superflui, facesse pure. Rispondere sarebbe come cercare di convincere chi, come Paperino e Topolino, non avendo un pensiero autonomo, pensa che le sue scelte non siano state pianificate e decise dal disegnatore. Tornando agli algoritmi, il contesto era così chiaro che anche la legge elettorale si era ridotta ormai solo ad un falso problema. Avrebbero fatto la nuova legge elettorale per la gioia del gregge che sarebbe tornato a belare felice mentre loro completavano il disegno iniziato nel 2007. Bastava accendere il sesto senso ed incastrare assieme le tessere del passato per leggere il futuro scoprendo il vero perchè dello strano percorso parallelo di quei due partiti. Si doveva guardare avanti con gli occhi di ieri per capire che dopo la sinistra cosiddetta estrema, dopo Fini, dopo Di Pietro, dopo Casini, nell'ottica del bipolarismo della spartizione, ora sarebbe toccato alla Lega e SeL uscire dalla scena. Il M5S, imprevisto ma non problematico, si sarebbe disintegrato come una stella nana ed i suoi onorevoli, in parte, sarebbero tornati alle faccende domestiche ed i parte si sarebbero dispersi fra PdL e PD. Non c'era più spazio per un pensiero alternativo. La democrazia televisiva all'americana, con gli show e le majorettes, era pronta ad andare in onda. Soltanto due partiti. Due corazzate che avrebbero navigato tranquille e parallele nel mar morto dell'alternanza. Il gregge, di volta in volta, sarebbe stato libero di scegliere fra la destra delle libertà e la destra democratica. Un gregge che se prima poteva pensare ma non lo faceva, ora poteva farne completamente a meno. Era del tutto superfluo ed ininfluente. Così come votare perchè, come negli ultimi vent'anni e senza più maschere, gli uni erano anche gli altri.

 
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Wi-fi

Post n°561 pubblicato il 20 Marzo 2013 da lupopezzato
 
Tag: wi-fi
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I

l bar non è grande. Nemmeno piccolo. Sei tavoli. Forse sette. Il mio caffè ristretto. Guardo l'ora. Lei ritarda allungandomi la noia. Fuori piove. Due tavoli nel fondo. Lui la guarda con insistenza. Lei nemmeno se ne accorge. Sulla barra di stato scorre la scritta "ricerca di una connessione". Lei si volta, si è accorta di quello sguardo. Sulla barra di stato scorre la scritta "trovata una connessione". Si gira, come imbarazzata. Sulla barra di stato scorre la scritta "ricerca di una connessione". Lui sorride. Lei si rigira e coglie, incuriosita, quel sorriso. Sorride. Sulla barra di stato scorre la scritta "trovata una connessione". Lui si alza e le chiede se può sedersi al suo tavolo. Il wi-fi esiste da sempre. Bastano due smile e la curiosità reciproca.

 
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Ho sognato Berlinguer/9/Professori e sogni

Post n°559 pubblicato il 01 Dicembre 2012 da lupopezzato
 
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I

l posacenere accoglie l'ultima sigaretta di Enrico mentre gli pongo l'ultima domanda.
"Pensi che un'ulteriore legislatura governata dai tecnici possa essere la cosa migliore per questo Paese?"
"Se fosse stato veramente un governo tecnico, sì. Si è trattato invece di un governo di professori che stando in cattedra hanno fatto il dettato. Nessuno spazio democratico al ruolo del Parlamento. Si è andati avanti a voti di fiducia. Nessuna equità nei confronti delle classi deboli e nessuna iniziativa coerente nei confronti dell'occupazione, della crescita e dello sviluppo economico."
"Quindi?"
"Quindi bisogna aspettare che in Italia la gente si coaguli intorno ad un'idea e non intorno ad un uomo. In 70 anni abbiamo commesso due volte questo errore e con buffonate come le primarie, nel nostro piccolo, dimostriamo che 70 anni non sono stati sufficienti a farci diventare adulti."
Mi sveglio. Nessun divano in velluto rosso. Sul comodino un bicchiere con del succo d'arancia. Ripenso al sogno. Ha ragione Enrico, questo paese non ha idee. E quindi?
"E quindi, non ha sogni."

 
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Ho sognato Berlinguer/8/Le primarie

Post n°558 pubblicato il 01 Dicembre 2012 da lupopezzato
 
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E

nrico accende un'altra sigaretta. Osservando con invidia le volute azzurre, gli chiedo:
"Tornando alla politica, cosa pensi delle primarie?"
"Una stupida americanata. Due paesi completamente diversi per dimensione, ricchezza e cultura. Il topo che scimmiotta l'elefante. Dopo i continui fallimenti della politica ci vuole ancora tanto per capire che questo paese somiglia alle due sponde di un fiume? Da un lato i politici e dall'altro il popolo ed in mezzo un fiume che non unisce ma divide. I politici che sono sempre più lontani dalla gente e dai problemi del quotidiano. C'inventiamo le primarie perchè vogliamo far credere alla gente che abbiamo prima di tutto, necessità dell'uomo. La gente ha visto invece, sulla sua pelle, che cambiando gli uomini non è cambiato nulla. La gente ha capito che c'è necessità di idee. Senza idee ogni uomo è vuoto, inutile. Io, il futuro politico del paese non lo vedo buio perchè non abbiamo gli uomini all'altezza dei problemi da risolvere ma lo vedo nerissimo perchè non ci sono le idee sul come affrontarli e risolverli. Per questo, meteorologicamente parlando, basta il piscio di un cane per far venire giù una frana. In questo paese sono trent'anni che non c'è un progetto Italia."

 
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Ho sognato Berlinguer/7/Patto sociale

Post n°557 pubblicato il 01 Dicembre 2012 da lupopezzato
 
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R

estiamo un attimo in silenzio. Seguo il percorso della lava vulcanica per porre ad Enrico un'altra domanda.
"Un ritorno all'azienda pubblica necessiterebbe di investimenti notevoli, e di altro?"
"Servirebbero tre cose. Innanzitutto un management che costi molto meno di quanto costano gli attuali apparati manageriali sia pubblici che privati. Un management che sia sotto la lente d'ingrandimento di ispettori come quelli che non hanno scrupoli solo quando controllano il 740 dei cittadini. Poi ci vogliono investimenti, e questi si trovano con il rigore sulle spese improduttive come i costi della politica, l'evasione fiscale, le spese folli degli armamenti militari e delle missioni militari. Non dimentichiamo che i soldi per rifinanziare il sistema bancario sono stati reperiti velocemente sfilandoli dalle tasche della gente. Infine ci vuole un nuovo patto sociale. Azzerare il sistema sindacale attuale. Rifare la legge lasciando che democraticamente i lavoratori eleggano i loro rappresentanti sindacali che faranno capo ad un unico sindacato. Si deve cancellare con un colpo di spugna la confusione e sovrapposizione di ruoli esistente. I sindacati non devono fare politica ma devono tutelare il lavoratore verificando che l'impresa rispetti le regole ed i contratti così come fa l'impresa con il lavoratore. Il sindacato ha un solo e specifico ruolo, quello di garante, per il lavoratore, del rispetto delle regole. La legge deve prevedere un solo interlocutore sindacale nato dalla rappresentanza democraticamente eletta. Il nuovo patto sociale sarà necessario per riformulare regole e salari considerata l'attuale situazione occupazionale e la prospettiva di sviluppo a cui mirare."

 
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Ho sognato Berlinguer/6/Trasporti

Post n°556 pubblicato il 01 Dicembre 2012 da lupopezzato
 
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U

n altro sorso di succo per lubrificare la gola ed Enrico riprende sorprendendomi su un altro cane morto che nessuno prende in considerazione come fonte immensa di sviluppo ed occupazione.
"Vedi, quando dico che la cosa più preoccupante in questo Paese non è la crisi ma la mancanza d'idee e d'innovazione reale, è che si investono miliardi in operazioni che non sono prioritarie rispetto alle vere priorità. Parlo della TAV. E' importante, non c'è dubbio ma paesi come la Francia possono permettersi il lusso di pensarci considerato che i pendolari che sono sicuramente i pistoni della loro economia viaggiano comunque in treni decenti, confortevoli e puntuali. Possiamo dire lo stesso per i nostri lavoratori e studenti? Allora qual'è la priorità nel nostro paese? Obblighiamo la gente all'uso dell'auto e poi tassiamo e penalizziamo l'automobilista con bolli, assicurazione, multe, parcheggi e carburanti da vera e propria estorsione. Qualcuno ha ripensato per caso, in un momento di crisi occupazionale, al nostro sistema trasporto merci? Eppure si potrebbe ripensare al sistema di trasporto merci ferroviario e marittimo. Creare dei grandi centro di arrivo-stoccaggio-spedizione di merci adiacenti a grandi snodi ferroviari già esistenti o da realizzare. I mastodontici Tir arriverebbero e ripartirebbero da questi centri mentre la distribuzione verrebbe eseguita poi da furgoni. Si toglierebbero dalle nostre strade urbane ed extraurbane questi colossi viaggianti. Si creerebbe un indotto immenso. Allo stesso tempo si potrebbero creare altri grandi centri di smistamento sul versante ligure per il trasporto via mare dorsale tirrenica ed altri centri sulla dorsale veneta per la dorsale adriatica. Pensa a quanta occupazione si produrrebbe ed all'immenso beneficio ambientale."

 
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Ho sognato Berlinguer/5/IRI, pubblico e privato

Post n°555 pubblicato il 01 Dicembre 2012 da lupopezzato
 
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E

nrico non è cambiato. E' un vulcano di logica che non perde mai il contatto dalla realtà.
"Quindi, tornare all'Iri?"
"In questo paese, compagno, l'unica grande azienda era l'Iri. L'unica in grado di potersi confrontare con le grandi aziende mondiali. Il resto era quello che siamo sempre stati: artigiani, piccole e medie aziende. Quel tessuto meraviglioso che ha creato il vero Made in Italy senza avere dallo Stato nessun riconoscimento o aiuto. Aziende che andavano aiutate solo con facilitazioni sul credito e sui tassi d'interesse. Smantellata l'Iri, le grandi aziende che ne facevano parte non sono cresciute, non si sono sviluppate ma al contrario o si sono ridimensionate a livello di medie aziende o sono finite a prezzi di saldi o fallimentari in mani straniere. Il settore agroalimentare, il settore aeronautico, il settore automobilistico, il settore chimico, il settore navale, il settore metallurgico. Se il pubblico funzionava male è indiscusso che il privato è stato un fallimento."
"L'Ilva?"
"E' un esempio formidabile. Troppo comodo fare gli utili sulla pelle della gente ma, anche in questo caso, la minaccia attuale che si fa alla proprietà è quella che se non mette in sicurezza gli impianti, lo Stato potrebbe arrivare ad intervenire sulla proprietà stessa. Per fare cosa poi? Non per subentrare, no! Ma per fare come ha fatto per Alitalia e come vuole fare a Termini Imerese ovvero cercare nuovi investitori interessati a comperare. Soggetti che, come fatto per Alfa Romeo ed Alitalia, compreranno a costo zero ed avranno mano libera sui livelli occupazionali e usufruiranno di tutti i benefici fiscali a cui potranno accedere con il ricatto del 'prendere o lasciare'. Il meccanismo è vecchio come il mondo."

 
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Ho sognato Berlinguer/4/Lavoro, Irisbus e Termini Imerese

Post n°554 pubblicato il 01 Dicembre 2012 da lupopezzato
 
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A

pprofitto che Enrico beva un sorso d'arancia per farlo anch'io ed osservandolo mi accorgo con nostalgia di quanto mi siano mancate in questi anni le rughe della sua fronte.
"Ti va di approfondire il tema lavoro, sviluppo e occupazione?"
"M'inviti a nozze. Ho ascoltato quello che ha detto Bersani nel dibattito a due con Renzi e, proprio sul rilancio occupazionale, non ha detto nulla. Io preferisco chi dice cose sbagliate a chi non ha la capacità di proporre una sola idea. Con i 'vedremo' non si va da nessuna parte."
"E tu?"
"La verità è sotto gli occhi di tutti. In questo momento le imprese, ed è comprensibile, stanno più attente a sopravvivere che ad investire. Poi, anche se volessero investire non c'è chi le fa credito."
"Quindi?"
"Quindi c'è grande spazio e margine per lo Stato. Dev'essere lo Stato a farsi promotore d'iniziative produttive e quindi occupazionali. Lo Stato non deve fare utili quindi può produrre al costo e ti faccio un esempio. Irisbus deve chiudere? Non riesce a sopravvivere? Ok, inutile sovvenzionarla quando una parte delle sovvenzioni dovrà trasformarsi poi in utili d'azienda. Subentri direttamente lo Stato. Il Paese ha necessità di autobus? Li produca! Siamo uno Stato che ha a libro paga, fra cassintegrati e mobilità, migliaia di specialisti in ogni settore. Ridiamo lavoro nel settore dei servizi riappropriandoci di settori strategici come i trasporti. Rimetteremo in moto le attività produttive, ridurremo i cassintegrati, alimenteremo l'indotto, ridurremo le passività INPS aumentandone le entrate. Oltre ad Irisbus facciamo lo stesso con Termini Imerese. Costruiamoci le auto per i Carabinieri, per la Polizia, per la Guardia di Finanza e le auto blu. Lo Stato ha sempre costruito automobili e non aveva nulla da invidiare alla concorrenza. L'Alfa Romeo era un nostro vanto."
"Il pubblico però sembra sia fallimentare"
"Se Irisbus e Termini Imerese chiudono, mi sembra che il privato lo sia anche di più. Il problema è che a molti non è chiara la differenza vera fra pubblico e privato. Se il pubblico quanto il privato lavorassero con qualità e professionalità, l'unica differenza che esisterebbe fra i due tipi d'impresa sarebbe che una deve fare anche utili e l'altra no. Quindi, sul mercato l'azienda pubblica sarebbe addirittura più competitiva di quella privata. Comunque, ed a prescindere, in un momento come questo c'è poco da avere la puzza sotto al naso. Ecco, mi chiedo come mai chi si spaccia per uomo di sinistra, piuttosto che aprire la bocca solo per ventilare i polmoni, non faccia proposte concrete come queste."

 
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Ho sognato Berlinguer/3/Tecnici

Post n°553 pubblicato il 01 Dicembre 2012 da lupopezzato
 
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E

nrico alzandosi mi fa cenno di aspettarlo un attimo. Dopo poco rientra con un vassoio, due bicchieri ed una caraffa con succo d'arancia. Riempie i due bicchieri, ne prende uno per se e si siede.
"Visto che ne hai appena accennato, cosa pensi del governo tecnico?"
"Penso che, con effetti diversi, abbia giovato solo alla politica per evitarle di assumersi la responsabilità di provvedimenti impopolari come una tassazione vergognosa ed alle banche per rifinanziarsi con i soldi dei cittadini."
"Lo spread si è abbassato però..."
"... ed il debito pubblico è salito lo stesso, perchè spread e crisi non hanno nulla in comune."
"Quindi?"
"Quindi i cosiddetti tecnici hanno badato solo a rifinanziare il sistema bancario sfilando soldi dalle tasche degli italiani. Non hanno fatto nessuna operazione che potesse abbassare la spesa corrente senza intaccare le tasche dei cittadini: vedi riduzione delle spese militari, vedi riduzione delle spese per missioni militari, vedi interventi immediati sui costi della politica. Si sono guardati bene, invece, dal tagliare le grandi pensioni e tassare i grandi patrimoni. Viceversa hanno penalizzato le pensioni tagliandone la rivalutazione. Hanno aumentato l'Iva. Hanno reintrodotto l'IMU anche sulla prima abitazione. Hanno prima tolto e poi immediatamente reintrodotte le commissioni bancarie. Nel campo del lavoro non è stata, non dico fatta ma nemmeno ipotizzata, una sola iniziativa che andasse nella direzione dello sviluppo. Per farla breve, non c'era mica bisogno di tecnici per fare quello che è stato fatto. Per far riprendere un albero bisogna potarlo e farlo con competenza ed attenzione al suo sviluppo. Qua invece si è usata la sega ed, in pochi, si stanno dividendo la legna."

 
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Ho sognato Berlinguer/2/Antipolitica

Post n°552 pubblicato il 01 Dicembre 2012 da lupopezzato
 
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E

nrico accende una sigaretta chiedendomi se voglio fumare. Gli dico che ho smesso da qualche anno. Mi chiede se mi da fastidio se fuma. Gli rispondo che può farlo serenamente perchè la nostalgia del fumo la assecondo approfittando ogni tanto, di un pò di fumo passivo e gli dico che se fossi capace di contenermi nel fumare solo 3/4 sigarette al giorno, riprenderei immediatamente a fumare. Mi ascolta sorridendo ma la sua espressione diviene scettica quando aggiungo che il fumo fa bene. Prima che replichi, aggiungo che il fumo fa bene così come il caffè o il vino o il cibo. E' l'abuso che fa male, e vale per ogni cosa.
"In fondo, Enrico, sono solo 3 o 4 le sigarette che veramente gusti e godi in una giornata. Il resto è un'abitudine di cui faresti volentieri a meno."
Lui annuisce con un sorriso convalidante.
"Cosa pensi dell'antipolitica?" gli chiedo.
"Eheh, ti ringrazio per questa domanda perchè il termine antipolitica è stato coniato a cazzo di cane con l'incoerenza endemica degli italiani. Vedi uno di quelli che più spesso ha allertato gli italiani sull'antipolitica è stato proprio il garante della Costituzione ovvero il PdR cioè proprio chi ha messo in atto la più grande operazione di antipolitica che si potesse pensare: togliere il governo del Paese alla politica per affidarlo ai cosiddetti tecnici. Ora mi chiedo con quale responsabilità e rispetto civile si possa, in quella che chiamate democrazia, definire antipolitico un movimento popolare che si identifica in un partito che raccoglie milioni di voti. Un movimento politico che viene accusato di non avere una democrazia interna in un paese il cui primo partito non è un partito ma una proprietà privata. In realtà, io e qualche altra milionata di cittadini, pensiamo che l'antipolitica sia quella delle tangentopoli e dell'uso privato che si fa dei finanziamenti pubblici ai partiti e che si continua a fare della politica stessa."

 
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Ho sognato Berlinguer/1/Sinistra

Post n°551 pubblicato il 01 Dicembre 2012 da lupopezzato
 
Foto di lupopezzato

H

o sognato una stanza arredata con gusto. Un divano in velluto rosso e due poltroncine. Lui seduto su una ed io sull'altra. Niente tv. Un tavolino basso con giornali ed un posacenere. Indossa un pantalone a coste in velluto beige. Camicia blu e pullover a giro maniche rosso scuro. Nel viso e nell'espressione è uguale a quando ci lasciò.
"Enrico, cosa pensi di questa sinistra?"
"Quale sinistra? Non c'è nessuna sinistra oggi in Parlamento, infatti, si autodefiniscono centrosinistra. Vedi, una volta il centrosinistra non era un partito ma una coalizione di governo. Così pure il centrodestra. C'erano partiti di destra, partiti di centro e partiti di sinistra. Poichè ognuno di essi, da solo, non aveva i numeri per governare, ecco che si formavano le coalizioni. In termini d'ideali era impensabile che un partito fosse pure coalizione perchè non ci sarebbe stata coerenza fra il pensiero e la sua attuazione. E' uno sconcio che ve lo siate inventati. La mediazione la si fa per governare ed il compromesso lo si esercita mediando sulle decisioni non sulle idee."
"Quindi la sinistra italiana..."
"La sinistra italiana è stata buttata fuori dal Parlamento dopo che ha contribuito a portare al governo l'Ulivo che intanto, per mano di alcuni suoi esponenti, stava creando il PD. Quel PD che poi si rivolse al popolo di sinistra invitandolo al voto utile. Il voto utile servì a buttare fuori dal Parlamento la sinistra italiana e visti i risultati, quel voto utile si trasformò in voto inutile e suicida. Dalla sua nascita ad oggi, infatti, il PD ha accumulato solo sconfitte e non ha messo in campo una-sola idea-una che potesse collocarsi a sinistra."

 
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Scirocco

Post n°550 pubblicato il 28 Novembre 2012 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

Q

ui scit comburere aqua et lavare igne facit de terra caelum et de caelo terram pretiosam. La temperatura sale e l'aria prende a riscaldarsi. L'eccitazione è un fenomeno fisico e nessuno può dire se l'emozione dipenda o crei. Io penso che dipenda. Lei intanto comincia a volare. Trasparente. Solare. Anche lunatica. Tutto ha un tempo però e, come ogni altra cosa, dovrà tornare con i piedi per terra. Come in un risveglio. A volte veloce. A volte violento. E' quel viaggio che chiamiamo ritorno. Nessuna tristezza. Nessuna rabbia. E' dispiaciuta che sia finita ma è contenta di averla vissuta. E' la consapevolezza del fiore che si raggomitola di sera, e coccolando i suoi ricordi va incontro a un altro sole. Atterrare. Velocemente come goccia. Violentemente come grandine. O dolcemente come fiocco. Fra uno scroscio e l'altro, il vento. Come un respiro. Violento o lento. Come l'acqua. Pioggia o fiume o mare. Orgasmi d'acqua e scirocco.

 
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Il primo di due

Post n°549 pubblicato il 27 Agosto 2012 da lupopezzato
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E

ra il 20 luglio del 1969. Il primo uomo a mettere piede sulla Luna fu Neil Armstrong, il secondo, qualche minuto dopo, fu Buzz Aldrin. Fine della storia. Le prime parole di Armstrong appena messo piede sulla Luna furono: "E' un piccolo passo per l'uomo, ma è un grande balzo per l'umanità". Forse nemmeno sapeva che quella missione finiva là. Non apriva un’era ma, addirittura, la chiudeva. Non era la scoperta della penicillina o del vaccino contro la poliomelite. Nessun grande balzo per l’umanità. Tant’è che dopo loro due, non c’è stato il terzo e poi il quarto e così via. Quel viaggio, in termini di balzi per l’umanità, somigliava tanto alle piramidi egizie. Sono stati due fra i più notevoli esempi di grande sperpero di soldi pubblici. Buon viaggio Neil.

 
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Margherita

Post n°548 pubblicato il 24 Agosto 2012 da lupopezzato
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M

i svegliai ed andai alla finestra. Guardai il cielo e ripensai a Macondo. Mi bastò mettere un “non” all’inizio di quella frase per capovolgerla e trasformare in dramma quell’estate folle: non piovve per quattro anni, undici mesi e due giorni. La siccità intanto stava scendendo agli strati più profondi del terreno soprattutto nei punti dove la falda acquifera si era già prosciugata. Pensai ai raccolti perduti. Al lavoro di un anno andato in fumo. Feci la doccia e scesi al ristorante. Diedi uno sguardo ai titoli dei quotidiani. Tutti, più o meno uguali, prevedevano un autunno nero ed una strage di formiche. Andai al banco. Vassoio, cornetto a marmellata, cappuccino e miele per zuccherarlo. Mi sedetti ad un tavolo e feci colazione. Agli altri tavoli altre formiche. Lei, sparecchiando quello accanto al mio, ripeteva a bassa voce:
"La cigale, ayant chanté tout l’été, se trouva fort dépourvue quand la bise fut venue".
Si accorse che la guardavo. S’interruppe. Mi guardò. Aveva le antennine di un nero così profondo che ne fui rapito. Si avvicinò ed abbassandosi al mio orecchio mi disse:
"La Fontaine si sbagliava. Le cicale cantano tutta l’estate, è vero, ma non so se poi, d’inverno, muoiano davvero di fame”.
Odorava di riso e di mais. Sul cartellino appuntato al camice lessi “Margherita”. Il bottone che le mancava mi diede accesso ad un seno che avrebbe meritato un racconto a parte. Il titolo poteva essere: “Il seno di Margherita”.
“E cosa sai delle cicale?”, le chiesi.
“So che, anche se solo per un’estate, stanno cantando.”
“E come la chiami questa?”
“Felicità”
“Certo, felicità, ma poi?”
“Anche tu! Poi, poi, poi. La felicità non ha un prima o un poi. La felicità è! Il resto è vita”, disse tutto d’un fiato agitandomi quel seno davanti e si allontanò a sparecchiare un altro tavolo. Mentalmente cambiai il titolo del racconto in: “Il seno di poi”.
L’avevo delusa e mi dispiacque, non perché mi sentissi oggetto di delusione, il che comunque non è piacevole, ma mi dispiacque per lei. Le avevo fatto del male. Avrei potuto risponderle “è vero”. In fondo non aveva torto. Carpe diem, avevo pochi attimi per dimostrare a me stesso ed a lei che avevo metabolizzato la lezione. Mi alzai e la raggiunsi all’altro tavolo. Non si era accorta di me. Alle spalle, le dissi all’orecchio:
“Vieni via con me. Adesso. Ti prometto che canteremo fino alla fine di quest’assurda estate”.
Uscendo dall’albergo mi chiesi cos’avrebbe fatto se gliel’avessi chiesto davvero. Pensai all’espressione delle sue antenne, ma soprattutto a come avrebbe vibrato quel seno sotto la spinta del cuore che ti salta in gola. Forse fu quest’ultima immagine a farmi tornare di corsa da lei.

 
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Cazzate

Post n°547 pubblicato il 13 Agosto 2012 da lupopezzato
 
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A

ppoggio il giornale su una sedia altrimenti l’odore sgradevole e pungente dell’inchiostro inquinerà quello fragrante del cornetto ancora tiepido di forno. Emotivamente parlando, penso che il sorriso commosso sia il sorriso più bello perché non è fatto solo di bocca e denti ma anche, e tanto, di occhi, mani arrendevoli ed organi interni. È delicato fuori ma fa un casino dentro. Guardando verso il mare mi accorgo che le barche galleggiano nell’aria. Non è la prima volta. Succede in quelle mattine presto, quando il cielo ed il mare hanno lo stesso colore della foschia. Un acquerello in cui, ferma restando la loro identità, si sono svegliati con addosso lo stesso pigiama di un azzurro che non c’è. Lascio le barche sospese nell’aria e scorro svogliatamente i titoli. Sembra che finalmente siano finite le Olimpiadi ma non è vero. Ora verranno le interviste e i cerimoniali di Stato. Le solite frasi fatte e le emozioni all’ingrosso nel copincolla che si ripete ogni quattro anni. Ci racconteranno di tutto e di più. Sappiamo ad esempio che abbiamo vinto una medaglia in più rispetto a Pechino ma non sapremo mai quanto ci è costato  tutto l’ambaradan, compresi il cuoco ed i prosciutti. Sapendolo, basterebbe fare una divisione per scoprire quanto, di questi tempi, si è speso per ogni medaglia. Viviamo però in un paese dove c’è uno che paga ed uno che spende, e questi due non devono mai incontrarsi. In tema di medaglie, qualcuno ha detto che siamo nel G8 olimpico. In fondo chi se ne accorge che le classifiche vengono stilate a cazzo di cane perché una nazione che, ad esempio, avesse vinto solo una medaglia d’oro, magari a briscola, si ritroverebbe davanti a chi ha vinto 45 medaglie d’argento, 57 di bronzo ma nessuna d’oro. Succede così che un paese che ha una grande attenzione per lo sport, e le medaglie stanno a testimoniarlo, si ritroverà dietro ad un paese dove si gioca solo a briscola. Se questa non è una classifica a cazzo di cane provate a convincermi del contrario. A parte questo, parlare ancora di G8, in un paese prossimo al default, significa che sei a rischio etilometro. Ripiegando il giornale, mi accorgo che mi era sfuggita la notizia. Un pugno nello stomaco. Come se fosse crollata la torre di Pisa. Le barche smettono di galleggiare nell’aria. Il cielo ed il mare riprendono la loro diversità. Sento di nuovo il pavimento duro sotto agli infradito. Cercando il bicchiere mezzo pieno, mi convinco che certe cose è meglio che vengano fuori in una mattinata anonima, un poco assente, di un agosto qualunque: Ridge Forrester lascia Beautiful. Un nodo alla gola m’impedisce di commentare.

 
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1Q85

Post n°546 pubblicato il 01 Agosto 2012 da lupopezzato
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G

li venne voglia di provarci. Non un romanzo ma un’improvvisazione. Fece il titolo di un numero più grande perché, alla fine, in termini di retrogusto, avrebbe voluto lasciare qualcosa di più. Lui restò Tengo. Per lei, non aveva deciso ancora un nome. Aveva pensato di riproporre Leggetti ma rinunciò. Ognuno dei suoi personaggi aveva qualcosa di lei ma, nessuno di essi, era lei. Come succede nella vita. Ci sentiamo vicini a David Copperfield ma ci manca sempre qualcosa per esserlo davvero. Alla fine la chiamò Scrive e fu lo stesso Tengo a spiegare che quel nome con la esse maiuscola, non doveva confondersi con quei distinguo così banali e stupidi tipo “un uomo con la U maiuscola” oppure “un amore con la A maiuscola”. Uomo, o lo sei o non lo sei. Vale anche per la donna. Idem un amore. O lo è o non lo è. Maiuscole e minuscole non fanno differenza. Come grande e piccolo. L’amore non ha un’unità di misura. Se è amore, è amore, punto. Sennò sarà bene, affetto, finzione, innamoramento, infatuazione, cotta. Altro. Come distinguerlo? Essendo una malattia come tante, basterebbe seguire il protocollo. Dire ad esempio: “i sintomi sono quelli, quindi è amore”, significa essere stati approssimativi. Per evitare casini al paziente e rispettando il protocollo, si dovrebbe dire invece: “i sintomi sono quelli, quindi potrebbe essere amore”. Tengo guardò l’ora, quasi le 12. Con lo stesso dispiacere che fa esclamare alla flebo quando viene interrotta: “proprio ora che ero in vena”, smise di scrivere, salvò e si trasferì in cucina. Il suo risotto di mare prevedeva: cozze, lupini e calamaro freschi, polipo e gamberetti congelati. Tengo era dell’opinione che alcune cose congelate sono migliori di quelle fresche perché hanno blindato “l’attimo”. Come facciamo noi. Certi momenti li congeliamo e li conserviamo così come sono. Come vorremmo che fossero molti momenti, ma non c’è mai qualcosa di definitivamente bello. C’è sempre un bello più bello. Un bello che non conosci ancora e che ti stai perdendo. L’amore incondizionato, per esempio. Quell’asticella che non aveva mai saltato. Fine della pausa.
Sarebbe bastata meno di una pagina del racconto ma Tengo non avrebbe parlato della sua ricetta. Il suo traguardo era un altro. Non legato alla lingua come ricettore di sapori o di piaceri ma legato alla lingua come strumento di comunicazione. La parola. Quella parola che tante volte lo stupiva ma, qualche volta e sempre quando scriveva lei, diventava incanto. Per Tengo, che apprezzava ed amava tutte le forme d’arte, non c'era nulla però che superasse la parola.
Ora sapeva, e se gli aveste chiesto di darvi la definizione della delusione dovuta ad un’aspettativa tradita, lui vi avrebbe suggerito di leggere le parole che seguono. Più che la definizione, ci avreste trovato addirittura il dna di quello stato d’animo:

... spalancava le ali come un'aquila e ti portava in alto con quella sensazione bella e terribile che possono regalarti solo le altezze immense da cui vedi tutto e capisci tutto, compreso il rischio di sfracellarti al suolo, e te la fai sotto dalla fifa ma stringi i denti e tieni duro perché senti che in qualche modo strano e inconcepibile alla fine ne sarà valsa la pena.
E poi, d'improvviso, diventa un pollo. Perde vertiginosamente quota, starnazza, singulta, e alla fine atterra cappottandosi su se stesso, scaraventandoti nel fango e acciaccandoti tutte le ossa.

 
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Il lato B

Post n°545 pubblicato il 17 Luglio 2012 da lupopezzato
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B

agbalooga Town era distesa al bordo dell’oceano. Trent’anni prima risplendeva grazie alle sue piantagioni di caffè che la rendevano ricca, ordinata ed accogliente con le sue case bianche ed i giardini sempre verdi. Il benessere che, per approssimazione, è lo stadio più vicino alla felicità, aveva l’odore del caffè maturo appena tostato. Come i vecchi vinili a 45 giri, Bagbalooga Town aveva anche un lato B, anzi, ne aveva un paio. Il primo, era la schiavitù dei raccoglitori di caffè. Il secondo, era un parassita che rovinava ogni anno il 10% del raccolto. Il lato B di Anita era, invece, il godimento che bilanciava la sofferenza di Umbai per la catena che portava ai piedi. Quasi tutte le sere, a tramonto inoltrato, quando i campi si svuotavano, Anita si addentrava nella piantagione. Aveva un posto sicuro dove stare con Umbai e sull’ampia pelle di vacca srotolata fra le piante di caffè, ciascuno prendeva e donava la sua parte di benessere. Fu durante questi incontri che Anita aveva notato le piccole vespe che, al tramonto, percorrevano le piante di caffè. Una volta, Anita ne vide una che depositava le uova dentro una bacca di caffè.
“Hai visto? Sono queste vespe che rovinano il raccolto. Sono le loro larve. Devo riferirlo.”
“Non dire nulla”, suggerì Umbai.
“Ma scherzi? Ogni anno, almeno 10 chicchi su 100 vengono distrutti da questo parassita”
“Cosa vuoi che sia? In fondo ve ne restano 90. Mi sembra più che equo.”
“Il raccolto è nostro e non di quei parassiti”, disse con stizza Anita.
“E la parte nostra qual'è?”, chiese a vuoto Umbai.
Una settimana dopo, a Bagbalooga Town, iniziò la guerra alla Cephalonomia stephanoderis, la piccola vespa del caffè. Durò una decina di giorni. L’insetto fu debellato del tutto, estinto da Bagbalooga e da tutte le zone limitrofe. L’anno successivo, però, malgrado non ci fosse più traccia delle vespe, le larve riapparvero e si moltiplicarono in modo impressionante. I raccolti andarono completamente perduti anche negli anni successivi ed in uno dei tanti tramonti di Bagbalooga Town, Anita ed Umbai furono sorpresi assieme. Umbai fu trascinato sotto ad un cedro dove fu evirato ed impiccato. Bagbalooga Town si trasformò presto in un ricordo sul bordo dell’oceano. Una decina d’anni dopo, Anita apprese dalle pagine di un giornale che le larve che distruggevano parte dei raccolti erano quelle di un parassita chiamato broca del caffè. La Cephalonomia stephanoderis invece proteggeva le piantagioni depositando le sue uova proprio sulle larve della broca. Successivamente, infatti, quando le uova sarebbero diventate larve, si sarebbero cibate di quelle della broca, distruggendole. La natura aveva pensato proprio a tutto ed insegnava inutilmente all’uomo che mirare solo a massimizzare il profitto significava, in termini imprenditoriali, avere la vista corta. Anita guardava la desolazione disegnata dai cactus là dove prima c’erano le piantagioni di caffè. Sfiorando con le dita il barattolo pieno d’alcool nel quale conservava il lato A di Umbai, ripensò a quanto fosse stata stupida.

 
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Domande e risposte

Post n°544 pubblicato il 13 Luglio 2012 da lupopezzato
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D

isse che le risposte giuste non le trovava mai. Non era la sola. Succede, e se avesse provato a chiederne il perché agli esperti, le avrebbero risposto in modo da confonderla soltanto. Freud, di sicuro, avrebbe addebitato la cosa al filtro inconsapevole della libido. Jung, invece, le avrebbe detto che le risposte avrebbe dovuto cercarle nell’ambito dell’humus in cui viveva e per humus si riferiva al collettivo delle sue frequentazioni. Se invece, l’avesse chiesto a me che di psicologia non capisco un tubo ma, essendo un idraulico, ho una notevole competenza di tubi e quindi anche di psicologia, le avrei risposto:
“se non trovi le risposte giuste è perché ti fai le domande sbagliate”
“La pensi come Lacan allora?”
“No, Lacan direbbe che il fatto è legato alla problematica del linguaggio ovvero alla possibilità, elevata, di ottenere una risposta sbagliata solo perché la domanda è stata formulata in modo scorretto. Io invece dico che sono le domande ad essere sbagliate, non il modo di porle.”
“E quindi cosa mi consiglieresti?”
“Ti suggerirei di tenerti la risposta e cambiare la domanda.”
“Ma così non vale. Questo è barare.”
“Embè, che t’importa? Chi lo saprebbe che stai barando? Resterebbe un segreto fra te e te.”
“No, sarebbe comunque disonestà intellettuale.”
“Ahhh, la disonestà intellettuale. Tipo quelle robe che ti fanno dire ‘basta, è finita. Stavolta ho chiuso con lui’, e intanto,  col cellulare in mano, stai scrivendo, proprio a lui, quel “84 266” che il T9 magicamente traduce in lettere. Immagino che a te non sia mai successo, no?”
Abbassò gli occhi senza rispondere ed io la guardai senza dirle “touché?”

 
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