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rumori

Post n°34 pubblicato il 29 Luglio 2014 da lupopezzato

 

A

mami quando meno lo merito, sarà quando ne ho più bisogno. Pare sia di Catullo questa frase ma conta poco. La ripropongo oltre che per la sua intrinseca bellezza, per l'universalità del suo contenuto che può tranquillamente prescindere dall'amore. E' una frase che va contestualizzata soprattutto nel momento. Quel momento che non dovrebbe mai prescindere dall'evento perché nulla avviene per caso e va sempre osservato nella sua completezza, nel senso che nulla può prescindere dal prima e nemmeno dal dopo. Un evento ideale per spiegare cosa intendo è quel fenomeno che ha due tempi diversi. Mi chiedo quanto tempo avrà impiegato l'uomo a spiegarsi il tuono collegandolo finalmente al fulmine. Forse basterebbe chiederlo a un bambino. Il tempo che impiegherà a capire il dopo solo ripensando al prima. In realtà ogni evento ha un rumore che avviene nello stesso attimo in cui avviene l'evento. Sono i nostri sensori a percepirli in tempi successivi e se c'è un fulmine devi aspettarti il tuono. Arriverà.

 
 
 

alieni

Post n°33 pubblicato il 28 Luglio 2014 da lupopezzato

 

S

tamattina, nei miei incontri ravvicinati con lo specchio, mi sono fatto i complimenti per come sono riuscito a nascondermi fino ad oggi. Se non l'avessi fatto, gli umanoidi avrebbero la certezza e non il dubbio che gli alieni esistono. E saprebbero che la loro diversità è fatta di poche cose. La prima è intima, il pensare differente. La seconda è esistenziale, noi abbiamo una sola certezza, dio ha creato l'umanoide solo dopo aver creato la pecora: serviva qualcuno che le tosasse almeno una volta l'anno. La terza è biologica, il legame pecora-uomo ha condizionato l'essere più debole e stupido fra i due, così l'umanoide, sotto l'aspetto sociale, comportamentale e culturale, non si è evoluto oltre il gregge. Altre differenze, fra umanoidi ed alieni non ve ne sono. Per il resto si piscia come loro. Alle volte centrandolo ed alle volte sbagliandolo. Stamattina l'ho mancato di poco, poi ho aggiustato il tiro.

[21.10.2013]

 
 
 

ni te khità

Post n°32 pubblicato il 25 Luglio 2014 da lupopezzato

 

L

i chiamava esercizi di fantasia ma, più in realtà, erano trasfusioni mentali alle quali ricorreva per sdoganare un po’ di quella sua schizofrenia paranoica. Quando arrivò, lei era già là.
“Koiti”, le disse.
“Koiti gadal!”, gli rispose secca lei.
“Unsed mj fres ku nzedah mi fradan. Si proghe dirta ‘ntal gavez. Kuthom?”, provò a giustificarsi con tono conciliante anche se consapevole che non sarebbe servito.
“Sipura amzud nokyutic mu hungradi lo minox fangul”, rispose gelida lei voltandosi di nuovo a guardare il mare che, per mezzo di quegli sbuffi di iodio, somiglianti a nuvole di polvere, sembrava spazzato dal vento. Le sue parole ed i suoi sguardi avevano invece una i di meno. Erano sbuffi di odio.
“Fangul?” chiese lui incredulo.
“Fangul, fangul! Ettrish mj kong gonk strippod frishiid. Dwystri lo sapò zuing zuing. Mi ma zuing? Ti fa zuing! Kutuff?” e lo guardò con la cattiveria di chi sa che non avrai nulla da rispondere. Lui non riuscì a reggere quello sguardo, abbassò gli occhi e farfugliò un arrendevole “si me duff stagy, ni te khità” e “ni te khità” ridisse, sperando di esorcizzarle la rabbia e “ni te khità”, disse ancora, alzando gli occhi per prendersi tutte le sue responsabilità e “ni te khità”, aggiunse un’ultima volta, mostrando le mani vuote. Non aveva altro da mostrarle. Lei girò le spalle ed andò via. Il vento si placò un istante. Uno sguardo a lei che andava via, uno a lui che restava: “ni te khità” soffiò, e riprese a spianare il mare.

[22.10.2009]

 
 
 

manuali

Post n°31 pubblicato il 25 Luglio 2014 da lupopezzato

 

N

on credo esistano manuali che insegnino a "sentire e percepire" perché questo dipende solo dalla "voglia" che hai di farlo. Quella "voglia" che, quando è reciproca, si traduce in "complicità". Credo sarebbe poco credibile un manuale che volesse insegnare ad aver voglia di qualcosa che non ci piace o, minimo, di qualcosa che non c'incuriosisce. La "complicità" infatti nasce proprio dalla "curiosità" che, durante la fase di avvicinamento, trasformandosi in "voglia", diventerà sempre più intensa e seduttiva; così come potrà scemare fino al disinteresse oppure interrompersi soltanto. Nel caso del disinteresse, finirà là. L'interruzione invece sarà solo un fatto accidentale e se, più che "curiosità" era già "voglia", non sarà una fine ma un black-out dove quello che era ancora è. Basterà soltanto una scintilla e, questo, i manuali lo dicono.

 
 
 

sotto il segno dei pesci

Post n°30 pubblicato il 24 Luglio 2014 da lupopezzato

 

S

embrava novembre ma era inizio giugno. Nulla di strano, succede anche a noi di sembrare quello che non siamo. Lei aveva almeno 200 anni. Meglio così, sarebbe stata più credibile. Le dissi “Non riusciamo ad avere figli ma non...”, m’interruppe con un gesto della mano e parlò lei con una voce che sembrava non le appartenesse. Muoveva le labbra ma le parole arrivavano da un’altra parte della stanza. Come in play back.
“Siete fortunati. Nei primi 12 anni di ogni cent’anni ci sono 22 giorni magici. Nei primi due anni, uno all’anno e negli altri 10 anni, due all’anno. Fra due giorni è il 05/06/07 ossia il primo dei due giorni magici di quest’anno. Il secondo sarà fra un mese, il 07/07/07. Dovrete accoppiarvi in quei due giorni e prima che la mezzanotte ne cambi la data.”
Fece una pausa, poi aggiunse: “baciala.” Mi allungai verso Annie.
“Non adesso. Dovrai baciarla quando raggiungi l’orgasmo. E’ importante. Sarà quello il TomTom dei tuoi stupidi ed inutili spermatozoi”, disse risoluta e si voltò verso Annie guardandola con intensità. Si girò poi verso di me ed aggiunse: “Ora viene la parte più difficile, quella che vi permetterà di compiere l’incantesimo. Devi scoparmi. Adesso. Su quel divano.”
Con un leggero disagio mi girai verso Annie.
“Tranquillo, lei ora non vede e non ascolta nulla. Sei disposto a farlo?” mi chiese la vecchia fattucchiera alzandosi dalla sua sedia e venendo verso la mia.
“Mi sembra un incantesimo del cazzo.”
“Lo è”, rispose.
“Non importa. Sono qua perchè sono disposto a tutto.”
“L’ami così tanto?” mi chiese infilandomi una mano tra i capelli.
“Molto di più”, le risposi alzandomi. Aveva addosso un camicione lungo di tela pesante dal quale uscivano solo il suo collo raggrinzito, le mani ed i piedi scalzi. Respirai tutta l’aria che potetti. Le misi un braccio intorno alla vita e l’abbracciai. Aveva addosso un buon odore. Ali di pipistrello e code di rospo. La baciai. Lei fece scivolare la sua mano fra le mie gambe. Sentii le sue dita ossute prenderlo in mano. Facemmo tre passi fino al divano. Si sedette e mi tirò giù i jeans. Alzò lo sguardo. Aveva due occhi incredibilmente profondi e mi aprì un sorriso fatto di gengive e un solo dente. Le tenni le dita fra i capelli. Erano secchi, radi, disordinati e lunghi. Bianchi con qualche traccia di un antico giallo. Alzai gli occhi al soffitto finchè non se lo uscì. Si distese ed io le sollevai il camicione scoprendola fino al ventre. Un incantesimo nell’incantesimo. Non avevo mai visto due gambe perfette come quelle. Gliele risalii con gli occhi fino a quel ricamo delicato di peli sulla gnocca. Due piccole onde. Come il segno dell’aquario. Appena un po’ più sopra del ventre la sua pelle tornava ad essere olivastra ed incartapecorita. La guardai con affetto. Mi sorrise di nuovo.
“Te lo meriti”, mi disse aprendo appena un po’ le gambe.
...
Sembrava novembre ma era inizio marzo. Avevo un mazzetto di margherite in mano ed un sorriso scemo sulla bocca. Aprii la porta della stanza 9. Poggiai le margherite sul comodino, mi abbassai sulla culla e baciai Priscilla. Poi baciai Annie.
“Vado a prenderti un po’ d’acqua”, le dissi ed andai al distributore. Tornando, entrai involontariamente nella stanza sbagliata. Lei mi guardò con un sorriso fatto di gengive e un solo dente. Sulla culla un nastro azzurro. Sembrava novembre ma era inizio marzo.

[8.10.2009]

 
 
 

robot

Post n°29 pubblicato il 24 Luglio 2014 da lupopezzato



«Gigi, sulla terra nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma»
«Anche noi ci trasformiamo, papà?»
«Anche noi, Gi»
«Come i robot?»
«Più o meno»
«Polvere eri e polvere diventerai», disse mia mamma.
«No Rosa, intendevo dire proprio un’altra cosa», rispose mio padre.
Eheh, mi faceva troppo ridere papà quando diceva che mamma non aveva capito un cazzo. A tavola sedevamo, mio padre a capo tavola, mio fratello e mia sorella da un lato, mia mamma ed io sull'altro lato. Mamma e papà erano una bella coppia. Litigavano poche volte e, quando succedeva, non si tenevano mai il muso. Mia mamma dice che io sono uguale a lui. Papà la adorava però non lo dimostrava. Una volta, per strada, non ho mai saputo perché, prese a uno per il petto e lo sedette sul cofano di una macchina.
«Papà, e noi in che cosa ci trasformiamo?»
«In ricordi.»
Come se si fosse fermato il mondo. Uno, due secondi. Poi mia mamma si alzò ed andò a prendere la frutta in cucina. Si alzò anche mia sorella. Raccolse i piatti vuoti ed andò anche lei in cucina. Rimasi solo io, con i miei ricordi.

[20.11.2008]

 
 
 

fidati

Post n°28 pubblicato il 24 Luglio 2014 da lupopezzato

 

N

el mio scodinzolare fra le parole, fra zampe e coda mi è capitata questa frase: “nessuno ci dimentica mai completamente”. La replica mi è venuta immediata. Così immediata che mi chiedo se è un bene che io sia fatto così. Poi penso che lo è. Se non fossi così non mi odierei ma nemmeno m’amerei, e sarebbe la cosa peggiore che potrebbe succedermi perché essermi indifferente sarebbe la fine. Non sopravviverei a me stesso. Tornando a quella frase, penso che dire “nessuno ci dimentica mai completamente” equivalga a dire “nessuno ci ricorda mai completamente”. Sto divagando, quello su cui volevo soffermarmi è l’importanza di conoscere le lingue. Soprattutto se vuoi leggere un’informazione libera e la libertà dell’informazione è quella che distingue un giornale dalla carta straccia. Freedom House ha rilevato che poco più di un terzo dei 195 Paesi esaminati garantiscono attualmente la libertà di stampa. Sono classificati free solo 70 Stati e noi siamo al 71° posto. Siamo i primi fra i bugiardi. Perciò se da qualche parte dovessi trovare scritto un “ti amo”, non fidarti.

[2.5.2009]

 
 
 

chimica

Post n°27 pubblicato il 23 Luglio 2014 da lupopezzato

 

S

eguendo l’arancione ho scoperto che quando nelle foglie la clorofilla prevale sul carotene, la foglia è verde. In autunno però la molecola della clorofilla si decompone ed ecco che la molecola di carotene prende il sopravvento e la foglia esibisce il suo bel giallo. La stessa cosa, immagino, succeda nei semafori quando il verde diventa giallo.

[4.12.2008]

 
 
 

moltahontas

Post n°26 pubblicato il 22 Luglio 2014 da lupopezzato

 

E

ntro. Forse è questo il negozio giusto. C’è una ragazza dietro al banco. Capelli lunghi.
"Dovresti fare in fretta perché sto chiudendo. Cosa devi prendere?"
"Vorrei comprare delle parole"
"Guarda là" mi risponde e con la mano mi indica uno scaffale pieno di penne.
"Quelle sono penne. A me servono parole".
Lei prende la biro che è sul banco. Sfila il refil, "lo vedi questo tratto di nero nel refil?"
"Sì, è inchiostro e sta per finire"
"Sì sta per finire ma sono parole. Poche ma ci sono."
Rimette il refil nella penna e me la porge. La prendo. Mi indica un foglio sul banco. Lo vedo. Si sporge verso di me facendomi segno di abbassarmi. Mi abbasso. La punta del suo naso sfiora il mio.
"Prova a scrivere qualcosa. Qualunque cosa. La prima che ti viene in mente".
Le sue parole sanno di Air. Un senso di fresco mi scivola in gola. Resto un po’ così, accoccolato nei suoi occhi.
"Scrivi!", mi dice puntando l’indice sul foglio ed allontanandosi dalla mia bocca. Mi abbasso appoggiandomi al banco, scarabocchio sul foglio per controllare che la penna scriva e le dico: "Io chiamarmi Lupo delle Grandi Praterie e penso che mi stai prendendo in giro."
"Io essere Moltahontas e non ti sto prendendo in giro. Fai riposare la tua lingua. Scrivi e sii rapido come il fulmine".
Scrivo la prima cosa che mi viene in mente e le porgo il foglio. Lo prende. Mi dice "hai visto che c’erano le parole?". Sorride e legge quello che ho scritto:

"Moltahontas i tuoi occhi non essere grandi. Non essere chiari. Essere normali. Addirittura comuni. Però ho sentito le tue ciglia nello stomaco. E mò?"

Resta zitta e sento che mi sta guardando. La biro che ho in mano non ha il cappuccio ed è rosicchiata. Smetto di guardare la penna. Alzo lo sguardo. Lei preme un pulsante. Fa scattare la chiusura della porta del negozio. Fa il giro del banco. Mi prende la mano. Mi porta dietro uno scaffale. Senza parole. M’infila le mani nei capelli e mi bacia. Un bacio lungo. Direzione NE le mie labbra, SO le sue. Continua a tenermi le dita infilate nei capelli e la lingua ad accarezzare la mia.
"Ma non avevi fretta, Moltahontas?"
"Non preoccuparti Lupo delle Grandi Praterie, il negozio a fianco vende le ore. Comprerò là il tempo che sto perdendo con te".
Mi viene in mente che, passando davanti a quel negozio, avevo notato l’insegna. Piccola. Artigianale. Con scritto su "il vecchio orologiaio". Sorrido dentro. Come un flash. Vedo il vecchio che sposta la lancetta del tempo indietro di un’ora. Moltahontas gli chiede “cosa pago?”.
“Otto euro, ragazza”.
Lei, con quelle minigonne così corte che le si vedono le tonsille, paga e torna dietro lo scaffale. Continuiamo a restarci in bocca. Una mano dietro la testa, in quel mucchio di capelli. L’altra gliela infilo fra le cosce. Gliela accarezzo senza scostarle le mutandine.
"Sfilamele"
"Dopo"
"Dopo quando?"
"Quando si bagneranno."
Parole che ingoiamo mentre scivolano da una bocca all’altra. Continuo ad accarezzargliela e proprio quando la sento bagnarsi: "perché ti fermi? Cosa c’è?", mi chiede mentre mi stacco da lei.
"E’ finito l’inchiostro. Non posso scrivere altro" e le mostro la biro ormai scarica. Ha un attimo di smarrimento. Le guance accese, le labbra più grandi e gli occhi enormi. Sono più belle le donne in questi momenti e loro dicono che anche noi lo siamo. Bisogna essere arrapati per vedere tutto più bello? Sì e bisogna esserlo in due altrimenti è tutto più brutto. Mentalmente prendo nota: la felicità è plurale. Moltahontas va al banco. Prende la sua borsa e torna dietro lo scaffale. Apre la zip della borsa. Scava fra due miliardi di cose e tira fuori una penna.
"Guarda Lupo del Cazzo, questa è la mia! Continuo a scrivere io adesso e non puoi negarmelo"
"Veramente non è Lupo del Cazzo ma Lupo delle Grandi Praterie", non faccio in tempo a pensarlo che lei sta già respirando con i miei polmoni. Esco dalla mia storia ed entro nella sua. 

[20.11.2008]

 
 
 

negozi

Post n°25 pubblicato il 22 Luglio 2014 da lupopezzato

 

E

ntro. Forse è il negozio giusto. C’è una persona anziana e molto gentile dietro al banco.
"Prego?"
"Vorrei comprare delle parole"
"Non ha che da sceglierle", mi risponde sorridendo e con la mano fa un ampio giro a mostrarmi gli scaffali pieni di libri. Seguo con lo sguardo quel gesto. Quella mano che sembra soddisfatta a dire che di sicuro troverò quello che cerco. I miei occhi finiscono il giro e tornano sulla persona anziana e molto gentile.
"Non vorrei parole da leggere ma da scrivere", le dico quasi dispiaciuto di deluderla. Si stringe nelle spalle. Alza le sopracciglia ed apre le mani come a dirmi "mi dispiace ma, parole da scrivere, non ne abbiamo". C’è tanta comprensione in quegli occhi. Forse per questo mi è sembrata una persona molto gentile. Esco.

[20.11.2008]

 
 
 

La casa di pietre bianche

Post n°24 pubblicato il 22 Luglio 2014 da lupopezzato

 

D

icono che c’è un tempo per tirar sassi e un tempo per raccoglierli. Non ho voglia di tirarli, solo raccoglierli e metterli uno sull’altro. Farne una casa.
"Verrai?"
Non c’è fretta. La casa non è pronta. Ho bisogno di sassi e tu di tempo per pensare. Te la racconto intanto. Una casa fatta di pietra con una tenda che fa da porta. Una finestra. Un davanzale. Una pianta. Una margherita. In un angolo, il mare. E il sole. Nell’altro angolo, per la sera, ci sarà la luna.
"Ora non c’è?"
"No, ora non c’è"
"Perché?"
"Me la consegnano solo se ti va".

[lupopezzato 02/10/06]

Raccontami ancora di questa casa di pietre bianche e di un mare del blu più bello al mondo. Della margherita che cresce allegra e della tenda arancione che svolazza con la brezza della sera. E della luna che arriverà puntuale quando la cena sarà pronta in tavola. Racconta, che racconti cose belle.

[liberante 03/10/06]

Quando smisi di raccontare la casa era finita. Pietre bianche e muschio. Che la casa fosse finita lo capii guardando in alto. Ora c’era il soffitto e non il cielo.
«Verrà?» pensai. Chiusi gli occhi. Catturavo rumori. La tenda arancione che si lasciava accarezzare dalla brezza della sera mentre, nel suo angolo, il mare del blu più bello del mondo arricciava svogliatamente l’onda. Riaprii gli occhi ed andai alla finestra. Sul davanzale la margherita che cresceva allegra, adesso dormiva. Fuori c’era la luna e nella casa di pietre bianche sentii, più forte dell’odore del muschio di sera, l’inconfondibile odore della cotoletta. Sorrisi. Era venuta.

[lupopezzato 03/10/06]

 
 
 

kandinskji

Post n°23 pubblicato il 21 Luglio 2014 da lupopezzato

 

S

metterò. Il giorno in cui smetterò di essere bugiardo smetterò anche di volerti solo bene e comincerò ad amarti.
“Una specie di mise en abyme? Essere nell’essere fino a confonderti con l’essere che ti sembra d’essere ma che non riesci ad essere?”
Sono rimasto senza respiro, con la bocca semiaperta e gli occhi spalancati. Lei deve aver capito che mi aveva letto nell’anima e mi ha sorriso senza nascondere una certa soddisfazione. Quella frase invece mi aveva fatto lo stesso effetto che mi fa un Kandinskji. Non ci avevo capito un cazzo ma non gliel'ho detto per non interrompere l'incanto di quel momento.

[8.12.2008]

 
 
 

olimpiadi

Post n°22 pubblicato il 20 Luglio 2014 da lupopezzato

 

M

ercoledì. Quasi sera. Restammo un pò così. In silenzio. Affacciati sul fiume. Alcuni uccelli volavano bassi sull’acqua. Era l’ora in cui il giorno perde i colori e si fa bianco e nero con prevalenze di grigio.
“Quale lato preferisci?”
“Di cosa?”
“Di qua il fiume ci viene incontro. Dall’altro lato del ponte, il fiume se ne va.”
“Non lo so. Non ci avevo mai pensato. E tu?”
“Preferisco questo. Mi sembra di guardarci negli occhi. Dall’altro lato è come guardare un amico che se ne va.”
Ci avviammo a piedi verso il villaggio. La mattina dopo alle 11 avevamo la finale per l’oro olimpico.
“Come si chiamano i nostri avversari?”
“Hua Ling e Choo Li”
“Chissà come distinguono in Cina i maschi dalle femmine”
“Come da noi”
“Le femmine hanno il nome che finisce con la a?”
“No, le femmine hanno la gnocca.”
Sorrise. Quando dormi, la notte dura poco e quella notte durò ancora meno.
Giovedì. Mattina inoltrata. Entrammo nel palazzetto assieme alla coppia cinese e così ci prendemmo anche quella parte di applausi che non ci spettava. Mentre gli altoparlanti annunciavano la finale, facemmo qualche esercizio di stretching e ci disponemmo alla nostra postazione. La coppia cinese si sedette nella sua, qualche metro più a destra. Four, three, two, one. Il gong diede il via alla gara. Guardandola negli occhi ripensai alle nostre vittorie. Il mondiale di Sidney, quello di San Francisco, l’europeo di Londra e quello di Atene. Mancava solo l’oro olimpico e quella era la nostra ultima occasione perché era anche la nostra ultima gara. I secondi passavano e quando vidi i suoi occhi diventare lucidi capii che avremmo vinto. Dopo 16 minuti e 37 secondi il cinese crollò e rise per primo. Choo Li, la sua compagna, ebbe un gesto di stizza. Noi due continuammo a guardarci negli occhi per altri 4 secondi. Sedici minuti e 41 secondi senza ridere. Era anche il nuovo record del mondo. Ridemmo. Potevamo farlo. Eravamo campioni olimpici. Quando, secondo il protocollo, ci chiesero se alla premiazione preferivamo l’inno o una canzone a nostra scelta, decidemmo per l’inno. In fondo lo dovevamo al nostro paese quell’oro.
Era troppo tempo che gli italiani non avevano più un cazzo di motivo per ridere.

[14.12.2008]

 
 
 

Leggetti

Post n°21 pubblicato il 18 Luglio 2014 da lupopezzato

Willy Ronis

L'

ultima volta che scrissi “lessi” ebbi come una visione. In un angolo seduta a terra sotto la finestra c’era una ragazza. Le gambe piegate e le braccia attorno. La guancia appoggiata sulle ginocchia. Nella penombra della stanza una fetta sottile di luce le carezzava i capelli disegnando un riflesso castano. Mi inginocchiai davanti a lei e sentii che Leggetti aveva un bell’odore. Non sapevo altro. Non avevo modo di vederle gli occhi e nemmeno la bocca. Leggetti, senza alzare la testa, mi disse: “Non voglio compassione”
“Non temere. Nessuna compassione. Vorrei dirti però che tu non sei la sola. Ci sono anche tanti congiuntivi sbagliati che, a differenza di te, non si isolano o si chiudono in se stessi.”
Leggetti alzò pianissimo la testa e mi guardò aggrottando le sopracciglia. Non rispose subito e mi diede il tempo di pensare “fanculo quanto cazzo sei bella”.
“Ti ho detto che non voglio compassione ma hai cominciato lo stesso col piede sbagliato. I congiuntivi non c’entrano nulla con Leggetti e Lessi. Saprei e Sapessi vivono la loro vita a prescindere da come vengono utilizzate. Esistono. Io no e, quando esisto, sono solo e sempre uno sbaglio. Faccio ridere quando non faccio addirittura orrore. Capisci?”
“Dici che la grammatica è razzista?”
“Peggio, la grammatica è un regime. Non è una democrazia. Discrimina le parole. Perché?” e si sfilò la camicia che aveva sui jeans. Impiegai un nanosecondo a decidere se continuare a guardarla negli occhi o guardare quel seno nudo. Considerata la mia timidezza, decisi per gli occhi. I miei occhi, invece, fottendosene della mia timidezza, decisero per il seno. Leggetti non si fermò. Si sfilò i jeans e le culotte.
“Avanti, dimmelo cos'ho che non va per essere anch’io una parola come le altre? Guardami!”
Come Jonathan quando chiuse le ali e si buttò giù in picchiata, il mio sguardo le cadde giù dal seno e le scivolò in caduta libera fino ad aggrapparsi fortunosamente a quel pube non completamente depilato.
“Dimmelo. Cosa cambia fra Lessi e Leggetti? Te lo dico io cosa cambia: nulla! Tranne voi e la vostra stupida grammatica. La rappresentazione della vostra ipocrisia. Fingete di guardare ai contenuti ma con la grammatica uccidete la libertà.”
“Libertà di parola, intendi?”
“No, libertà di espressione, idiota”.
Si rivestì ed andò a sedersi di nuovo sotto la finestra. Le gambe piegate e le braccia attorno. La guancia appoggiata sulle ginocchia. Nella penombra della stanza una fetta sottile di luce le carezzava i capelli disegnando un riflesso castano.

[25.11.2008]

 
 
 

Furore

Post n°20 pubblicato il 15 Luglio 2014 da lupopezzato

 

H

o messo le mie parole ad asciugare al sole. Mi son seduto a terra accanto a loro stando attento al vento e sei passata tu. Un’occhiata un po’ svogliata. Gli occhi nascosti dalle lenti grigie ed appena trasparenti e, quando ormai stavi per andare via, sei tornata sui tuoi passi. Hai letto un’altra volta, stavolta piano. Con più attenzione. Hai letto con il cuore. Io guardavo i tuoi capelli d’oro.
"Son tue queste parole?"
"Son mie."
"Le vendi?"
"No, le ho messe ad asciugare al sole ma se vuoi te le regalo."
"Davvero?"
Le hai raccolte tutte, ad una ad una. Nemmeno grazie e sei scappata. Io son rimasto là. Senza parole.

[21.11.2008]

 
 
 

dragline

Post n°19 pubblicato il 13 Luglio 2014 da lupopezzato

 

D

ragline è il termine inglese che definisce uno dei due fili prodotti dai ragni per realizzare le loro ragnatele. Questo filo è il più studiato ed invidiato dai tecnologi perché ha una resistenza alla pressione sei volte maggiore rispetto a quella dell'acciaio. Una ragnatela ha bisogno di un minimo di due lati e si compone di travi e di braccioli. I braccioli sono quei tratti che uniti uno ad uno formano i cerchi concentrici e vengono realizzati con un filo rivestito di una patina adesiva. I travi, invece, sono quelli che tengono assieme il tutto e sono realizzati appunto con il dragline. Gli uni non possono fare a meno degli altri. Per una ragnatela, qualunque luogo è buono. L'importante è che, nei dintorni, ci siano prede. Nessuna ragnatela è casuale. Proprio come la sensualità e la seduzione. Fili sottilissimi ed apparentemente invisibili. Entrambi possono prescindere dalla bellezza perché essa, senza sensualità e seduzione, si riduce al calendario appeso nel camion. Come bambole gonfiabili. A differenza di quanto si possa immaginare, nella struttura della ragnatela la seduzione è rappresentata dai dragline, i travi che reggono tutto determinandone l'ampiezza e, come per le ragnatele, qualunque luogo è buono per costruirla o caderci dentro. Anche un cavo teso e una molletta.

 
 
 

cera

Post n°18 pubblicato il 12 Luglio 2014 da lupopezzato

 

C

ome giorni nei quali le stagioni fanno all’amore. (Non è amore). (Rewind). Come giorni nei quali le stagioni fanno confusione. Scaldarle l’anima fino a sciogliergliela. Chiudo gli occhi ed ingoio quel suo colarmi dentro come calda cera. E quando trema, tremo. Quando non ti accontenti solo di quel triangolo di pelle. Quando non vuoi solo la carne. Come calda cera. C’era. Vinta per gioco e persa per stupidità. Più in là di lei, un sabato svogliato ed un post a metà.

 
 
 

pieghe

Post n°17 pubblicato il 12 Luglio 2014 da lupopezzato

 

M

ettiamo i cuscini in posizione spalliera e mentre accende una sigaretta penso che il fumo passivo ha anche i suoi vantaggi: è economico e non ingiallisce le dita.
“Perché non provi a scrivere un romanzo?”, mi chiede.
“Lo farei ma non ho molta familiarità con la musica”, le rispondo guardando incuriosito la duna che il mio uccello fa assumere al lenzuolo. Una piega molto lunga ma solo sotto una piccola parte di essa c'è lui. Il resto della piega è tutta inerzia del lenzuolo.
“Peccato”, penso e per non andare in depressione, mi ripeto mentalmente “non lungo che tocchi, non corto che esca ma duro che duri” e con la mano aperta stiro il lenzuolo cancellando la falsa piega.
“Che c’entra la musica?” mi chiede lei.
“Preferisco sempre il lato femminile delle cose.”
“In che senso?”
“Intendo dire che se proprio decidessi di scrivere un romanzo preferirei scrivere una romanza.”
“Non fa una piega”, risponde dopo un attimo di riflessione ed io preferisco glissare piuttosto che chiederle se allude alla mia risposta o al mio uccello.

[30/7/2009]

 
 
 

gaber

Post n°16 pubblicato il 12 Luglio 2014 da lupopezzato

 

C

ontinuano ad arrivarmi milioni di mail da tutto il mondo lamentando la mia poca attenzione alla musica. Devo dire che è vero ma il problema, in effetti, sono due. Sorvolando un attimo sulla musica, troppo spesso pensiamo di avere un problema senza sapere di averne due. Il primo sembra essere "risolverlo" ma il secondo, quello che trascuriamo ed è più importante del primo, è "capirlo", perché se non lo capisci non lo risolvi. Un po' come avere la password di una persona, la differenza importantissima che c'è fra conoscenza e contraddizione, dove la seconda diventa fondamentale per la prima, perché potrai dire di avere veramente la sua password, quella che ti fa rispondere ad una sua domanda prima che te la faccia, quella che ti fa conoscere alcune sue risposte prima che te le dia, solo quando la conosci veramente. Così, riflettendo sulla conoscenza, comprendi l'importanza delle contraddizioni che sono la cartina tornasole delle bugie, quelle che fanno lampeggiare il check control sul display del tuo cruscotto. Ti fermi da Giovanni, ti dice che oggi non può. Lo preghi perché per te è importante e lo fai così bene che anche un pitbull diventerebbe agnello. Controlla e ti dice che puoi stare tranquillo perché era solo un falso contatto. Sì, ok Giovanni, ma anche qua lampeggia, e pure qua. Respira profondo, ricontrolla e dice che hai ragione, c'è qualcosa che non va. Vuoi lasciarmela? No, ripasso. Metti in moto. Alla radio, Gaber. Bene, almeno il post l'hai risolto, e quella canzone che sembra essere solo un trancio di vita è invece, essa stessa, vita, perché in ogni luogo e tempo può succedere di alzarsi una mattina e trovare l'invasor.

[26/10/2013]

 
 
 

silenzi

Post n°15 pubblicato il 12 Luglio 2014 da lupopezzato

 

A

ndando in giro per mercati e mercatini, quello resta sempre il più affollato. Il più colorato e colorito. A volte divertente. Passando dalla truffa all'offerta speciale, al mercato delle parole trovi di tutto. In ogni lingua, in ogni tono, in ogni forma. Per ogni gusto. L'unico problema, come in tutti i mercatini, è la merce che non è ordinata e classificata. Tutta in un cesto. Devi scartare, scegliere. C'è di tutto. Domande e risposte. Intelligenti, interessanti, coerenti, stupide, inaspettate, stimolanti, ironiche, scontate, sorprendenti, divertenti, provocanti. Definizioni soggettive, derivate:

d = ƒ(c), dove d = definizione e c = cultura

In un altro cesto, proprio di lato, dovrebbero esserci quelle che non c'entrano ma, troppo spesso, disordinatamente, tornano nell'altro. Quante volte, annoiato oppure amareggiato, ti sfili e te ne vai perché tante parole son solo dei rumori. Imbocco il boulevard. Quello ampio con gli alberi di lato, senza rumori. Solo lo scricchiolio delle foglie cadenzato sotto ai passi.

[5/12/2013]

 
 
 
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