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Un blog creato da lupopezzato il 03/07/2014

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giÓ, il punto e virgola. Quel compromesso che Ŕ un po'...
Inviato da: lupopezzato
il 03/12/2014 alle 14:58
 
... sottoscrivo tutto, senza ignorare l'importanta...
Inviato da: di_amante007
il 03/12/2014 alle 12:56
 
" ", . , ? ...
Inviato da: di_amante007
il 02/12/2014 alle 08:53
 
Anche tu :o)
Inviato da: lupopezzato
il 01/12/2014 alle 20:29
 
Mi hai fatto sorridere. Non Ŕ poco. Saluti.
Inviato da: bellicapellidgl3
il 30/11/2014 alle 21:24
 
 

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mummie

Post n°108 pubblicato il 19 Dicembre 2014 da lupopezzato

 

 

È

recente la notizia del cimitero egizio sul quale lavorano da trent'anni alcuni archeologi statunitensi dove si ritiene ci siano almeno un milione di mummie gran parte delle quali mummificate per motivi naturali e quindi appartenenti sicuramente alla plebe ovvero a nessuna casta cosiddetta nobile. Quello che mi sorprende è lo scalpore che sta facendo la notizia. Io stesso conosco un posto - ma non svelerò il segreto nemmeno sotto tortura - dove, da più di vent'anni, ci sono quasi 60 milioni di mummie che, anche se solo biologicamente, sono ancora vive. La scienza è così. Come diciamo a Napoli: "addò vede e addò ceca".

 
 
 

ariselfie

Post n°107 pubblicato il 17 Dicembre 2014 da lupopezzato

 

 

C

onsiderato che saranno quattro o cinque le leggi che governano tutto l'ambaradan, penso che sei giorni siano stati davvero tanti. Tutto il resto, compreso noi, si è autogestito. Acqua, luce e gas hanno completato l'opera in un processo evolutivo che avrà fine solo con l'estinzione. Lo dice anche Brecht che non sarà lupopezzato ma è pur sempre Brecht:

Quando gli errori sono esauriti
siede come ultimo compagno

di fronte a noi il nulla.

Un processo che per ora, almeno per noi, è ben lontano da una versione non dico definitiva ma, almeno, accettabile. L'evoluzione, infatti, dovrà lavorare ancora parecchio per correggere gli errori di un fai da te che conferma quanto la natura stessa non sia così perfettina come la si vuole dipingere.
Già.
Dipingere.
Chissà se è la monotonia del trito e ritrito che mi porta a pensare che qualunque pittore si è misurato con l'esercizio dell'autoritratto ma nessuno si è dedicato ossessivamente solo a quello trasformando l'esercitazione da pittorica ad autocelebrativa. Forse perché, alla fine, guardando gli autoritratti e confrontandoli con lo specchio, non sai più qual' è l'originale.

 
 
 

41988,13

Post n°106 pubblicato il 15 Dicembre 2014 da lupopezzato

 

 

I

n termini di corruzione, l'Italia è messa meglio solo rispetto alla Grecia ed alla Bulgaria ma quel che è peggio è sapere che quella che chiamiamo democrazia ci appartiene, anche se solo figurativamente, da molto più di quanto non appartenga a loro. Nessuna sorpresa, quindi. Questo è un paese in cui tutto è elastico tranne la grammatica che, nemmeno per pietà, vestendosi da crocerossina, ci concede di scrivere filosofesso quale maschile di filosofessa visto che, in tempo di magra di filosofi, ci rifacciamo con quei filosofessi che non riuscendo ad avere un proprio spirito critico rispetto a quello che osservano o leggono, propongono pensieri sparsi come scaglie di formaggio nelle trappole per topi. La grammatica però difficilmente accetta compromessi al di là dei suoi anche perché un compromesso non è chiudere un occhio ma chiuderli entrambi.

 
 
 

fulmini

Post n°105 pubblicato il 03 Dicembre 2014 da lupopezzato

 

 

A

veva l'abitudine di misurare la distanza di un fulmine contando mentalmente i secondi che passavano fra il lampo ed il tuono. Sapeva che, ad occhio e croce, 20 chilometri equivalevano a 30 secondi. Man mano che i fulmini si avvicinavano, i tuoni aumentavano d'intensità ed i secondi si riducevano. Quando i fulmini furono a soli tre chilometri, invidiando i cactus, si alzò, andò in cameretta e s'infilò nel letto di lei facendo attenzione a non svegliarla. Attenzione approssimativa però.
"Che c'è papi?", gli chiese lei.
"Ho paura dei fulmini, posso dormire qua?", le chiese lui.
"Mmm, basta che non russi".
"Non russo. Sogni di carta e giorni d'oro, Priscilla."
"Notte, papà", rispose abbracciandosi alla sua schiena.
Lui si addormentò pensando che se avesse avuto una figlia, l'avrebbe chiamata Priscilla.

 
 
 

punteggiatura

Post n°104 pubblicato il 01 Dicembre 2014 da lupopezzato

 

 

M

essa così devo darti ragione e non perché " ", . , ? ... ma per il fatto che # , ; : , , ! Ora è anche vero che, diversamente da quello che hai detto, si potrebbe dire " ", - , ? - * ma cosa cambierebbe? Non pensi che una , possa essere diversa da un .? Io credo di sì perché molti dicono che bisogna fare attenzione alle parole perché possono fare danni, ed è sicuramente vero ma io, come hai fatto tu, non sottovaluterei la punteggiatura. Perché un ? è sempre innocente, almeno finché la domanda non vuole essere un'insinuazione o una calunnia sottintesa.
Un ? non farà mai male come può farlo un ! o soltanto un . Tante volte basterebbe una , per continuare un discorso piuttosto che lasciarlo a metà malgrado un . che tante volte chiude una frase che comunque non spiega nulla.
Ecco, non solo le parole, ma anche la punteggiatura partecipa al bene o al male delle parole scritte come i toni e le pause a quello delle parole dette. Spero che il post non abbia stravolto il senso del tuo commento.

 
 
 

stalalliti

Post n°103 pubblicato il 28 Novembre 2014 da lupopezzato

 

O

ra io non so da quale contesto complessivo sia stato estrapolato l'aforisma di Ovidio "l'amore e la tosse non si possono nascondere" ma quello che afferma sembrerebbe inconfutabile ed immagino in quanti leggendolo abbiano pensato "è proprio vero". Eppure, senza il contesto da cui è stato tratto, è soltanto una cazzata. Basterebbe aggiungergli quattro parole per sputtanarlo completamente: "l'amore e la tosse non si possono nascondere ma si possono fraintendere". In fondo qualche colpo di tosse potrebbe essere solo dovuto ad un sorso d'acqua andato per traverso. È evidente quindi che sarà il contesto a dare credibilità e senso a quell'aforisma che acquisisce una diversa credibilità quando non nasce da un evento, osservato magari solo casualmente e superficialmente, ma da una serie di eventi, non più casuali, che sommati fra loro faranno dire che la tosse è proprio tosse. Volendo invece dare una credibilità e concretezza certa a quell'aforisma appena modificato, senza nessuna necessità di un contesto più ampio ovvero trasformandolo in proverbio ed aggiungendogli ancora due parole, si potrebbe dire: "l'amore e la tosse non si possono nascondere ma si possono fraintendere o fingere". Ecco, detta così questa è una frase certa che non da adito a nessun bisogno di contesto anche perché è universalmente riconosciuto che, oltre all'amore e alla tosse, sono talmente tante le robe che si possono fingere che è più facile fare l'elenco di quelle che non si possono fingere. Due su tutte, l'intelligenza e la razionalità. Smetto di ragionare e, finalmente, dopo tre giorni in cui lo sciacquone continua a versare acqua inutile, mi decido a dargli una controllata. Una pellicola di calcare si era formata fra parete e galleggiante. Come una stalattite o stalagmite orizzontale. L'ho rimossa ed ora tutto è tornato normale. L'ho chiamata stalallite. Esiste anche lei ed aveva diritto a un nome.

 
 
 

baci

Post n°102 pubblicato il 28 Novembre 2014 da lupopezzato

 

L

a differenza che c'è tra un proverbio ed un aforisma è notevole nel suo significato perché mentre un proverbio è la sintesi di un comportamento o avvenimento che statisticamente tende ad una conclusione sempre identica, l'aforisma invece, nella massima parte dei casi, non è altro che una frase estrapolata da un contesto molto più ampio nel quale ha il suo completo senso e, soprattutto, non ha un significato generalizzato ed universale come quello di un proverbio. In termini di credibilità e cultura è perciò indubbio che l'uso di un proverbio oltre ad essere lecito è anche coerente perché sempre contestualizzato. L'uso dell'aforisma è, invece, troppo spesso stupido oltre che intellettualmente disonesto perché decontestualizzato ed usato per propria convenienza in contesti dove c'entra, quasi sempre, come i cavoli a merenda. Per dirla in breve, gli aforismi vengono quasi sempre usati a cazzo di cane perché, a differenza di quanto si fa spesso, se fossero inseriti come citazione, supporto e confronto nel più ampio contesto di un pensiero totalmente espresso non si ridurrebbero alla misera esibizione di un database di frasi fatte e secchionamente memorizzate. Un database che, in quanto tale, ha parentela più con i cioccolatini che con la cultura.

 
 
 

forchette e coltelli

Post n°101 pubblicato il 27 Novembre 2014 da lupopezzato

 

L

a vita modella e differenzia le persone in funzione delle esperienze e degli ambienti in cui vivono. La sua gli aveva imposto un'attenzione particolare ai comportamenti. Come un'educazione che si era dovuto imporre e che ormai era così radicata che sradicarla era diventato impossibile ma anche non necessario. In fondo era solo un'attenzione in più. Alle volte, o spesso, quasi dimenticando che era ormai parte di lui, si chiedeva se fosse solo lui a notare le anomalie. Come comportamenti, atteggiamenti, domande o risposte, iniziative o immobilismi che, pur se impercettibili o apparentemente trascurabili, non ti aspetteresti. Un po' come se il mare, cominciando ad agitarsi, chiedesse alla barca: "mm, mi devo preoccupare?" Semmai è la barca a doverlo chiedere. Alla fine, rimettendo a posto le posate dopo averle asciugate, pensò che il vero punto non era il fatto che lui notasse i cambiamenti. Il vero punto erano i cambiamenti. Come quel coltello fra le forchette.

 
 
 

la notte

Post n°100 pubblicato il 26 Novembre 2014 da lupopezzato

 

L

a notte è la parte più intima del giorno. Come la più segreta. Come quella che fra gli abbracci stringi di più. Come l'oggetto dell'attesa. Come il realizzarsi di un desiderio. Come la scelta fra le scelte. Come il piatto preferito. Come la complice fra le amicizie. Come la tua casa nel destino dei passi. Come quello a cui non rinunci. Come il post-it di cui non hai bisogno. Come l'acqua per la sete. Come la mano sul fuoco.
La conobbe per gioco. L'amò per davvero. Quando davvero non è più un gioco, se il gioco è il tuo lavoro. Come quando, nel mutevole calendario dei giorni, la notte è solo una. Lei. La conobbe per gioco. L'amò per davvero. La perse al gioco. Rosso, nero e una pallina bianca.
Rien ne va plus, les jeux son faits. La ruota gira. Quinze, noir. 

 
 
 

fili

Post n°99 pubblicato il 24 Novembre 2014 da lupopezzato

 

È

lui il Dalì che preferisco. Amo il dettaglio come la fedeltà dell’intreccio infinito del vimini, del rattan o del midollino. Fibre che assieme a quelle sintetiche, al cotone, alla seta, alla lana, all’agave certificano quanto il filo sia presente e fondamentale nella nostra vita, e quanto sia importante la sua resistenza, elasticità o fragilità. Quel filo che è responsabile di ogni nostro rapporto. Da quello con noi stessi come il filo di un pensiero, a quello con gli altri o con le cose, come i fili che s'intrecciano, si annodano, si slegano o si spezzano. Fili che semplificano la vita, complicandola.

 
 
 

nobel

Post n°98 pubblicato il 22 Novembre 2014 da lupopezzato

 

S

e fossimo un popolo potremmo dire che siamo un popolo strano ma, non essendo mai stati un popolo, possiamo limitarci a dire che siamo solo strani. Pure sull'orgoglio del made in Italy che tanto ci piace sventolare non riusciamo a nascondere quella puzza sott'al naso che, in termini d'ignoranza e di miseria culturale, compensa e supera perfino quello stesso orgoglio. Parlando di cose strane e riguardando le mie foto penso che non ci sia nulla di strano nel vedermi diverso da foto a foto. C'è un percorso. Una crescita. È la vita. Lo strano però esplode nella sua evidenza riguardando questo filmato. Uno dei tanti ripescabili dal passato. Sembra che sia rimasto tutto fermo. Che nulla sia cambiato. Le stesse problematiche. Le stesse denunce. Allora come oggi. Sì, sembra che nulla sia cambiato. E invece no. Qualcosa è cambiato. Non prendiamoci per il culo. Niente alibi. Dove sono quelli seduti a terra. Quelli che applaudivano dando l'impressione di capire. Quelli che ti facevano sperare che fra' Dolcino avrebbe smesso di morire.

 
 
 

murphy

Post n°97 pubblicato il 21 Novembre 2014 da lupopezzato

 

T

ornato, avresti aggiunto questa alle altre leggi di Murphy:

"Il bisogno di andare a pisciare aumenta sempre con la necessità che ti trattiene a restare dove sei. È solo quando torni che ti rendi conto che la tua presenza non era così importante."

Da qui deduci un'altra legge:

"Tante volte sono proprio i bisogni a ridimensionarti l'ego".

 
 
 

risposte

Post n°96 pubblicato il 20 Novembre 2014 da lupopezzato

 

L

a mattina dopo, si svegliò con la luce del lumetto ancora accesa e la moleskine fra le lenzuola. Cercò la matita mentre un sole bugiardo che filtrava attraverso la tenda lo portò a chiedersi se le bugie che raccontiamo a noi stessi possono considerarsi tali. Non era poi tanto oziosa la domanda e ci pensò e ripensò finché, accettando un compromesso, non ne venne a capo trovando la risposta: "quelle che raccontiamo a noi stessi diventano bugie nel momento stesso in cui ci crediamo". Forse fu un caso ritrovare la matita assieme alla risposta ma nulla avviene mai per caso.

 
 
 

il pupo e il lupo

Post n°95 pubblicato il 19 Novembre 2014 da lupopezzato

 

I

l dolore è sempre un argomento ostico da trattare e, fermo restando che, a torto o ragione, è sempre legato a situazioni di malessere, non dovrebbe mai essere autocelebrativo. Considerato che è quasi impossibile che esistano due problemi uguali, è anche impossibile che esistano due dolori uguali ed è proprio questa disparità la scala valori che dovrebbe servire ai sofferenti e non, per guardarsi dentro e intorno ed arrivare a quella consapevolezza che eviterebbe di prendersi troppo sul serio e piangersi addosso.
Un poco come il pupo e il lupo che stavano seduti in una sala d'aspetto alla stazione.
"Me racconti quarcosa, pure 'na barzelletta, che riesca a famme ride un po'?", chiese il pupo al lupo.
"Ne avrei due. Una che fa piagne e una che fa ride. Quale te racconto prima?", disse il lupo.
"Contame prima quella che fa piagne, così dopo ridemo assieme", rispose il pupo.
"Allora avemo già finito - disse er lupo - perché 'na barzelletta che fa piagne è già 'na cosa che fa ride".
Si alzò, lasciò il pupo a meditarci sopra e, più annoiato de prima, se n'annò.

 
 
 

moleskine

Post n°94 pubblicato il 18 Novembre 2014 da lupopezzato

 

A

vendo l'approssimazione installata per default nel loro dna, sembra che i napoletani siano lo stereotipo della mancanza di puntualità mentre è solo un fatto grammaticale perché a Napoli la preposizione articolata "alle" si traduce "verso le". Il campione, invece, in tema di disordine nel rispetto degli orari rimane lui: il sonno.

Quella sera, in attesa che arrivasse, sfogliava oziosamente la moleskine nella quale, di tanto in tanto, annotava le parole che, per lui, non avevano alcun senso. La chiamava "il dizionario delle parole inutili". Scriveva la parola, due punti, ed il significato che gli dava. Un dizionario così breve che avrebbe finito di rileggerlo sicuramente prima che gli arrivasse il sonno.

Utopia: termine inventato dall'uomo per giustificare la sua incapacità o mancanza di palle per provare a realizzare quei sogni che non aveva nessuna voglia di realizzare. Un po' come le scuse che t'inventi pur di non smettere di fumare. In fondo se l'utopia esistesse davvero non si concilierebbe con i Gandhi ed i Luther King.
Talento (naturale): termine inventato dall'uomo per giustificare, senza passare per coglione, perché un altro e non lui è il numero uno in un qualunque contesto. Il talento (naturale) si trasforma così da merito per chi si è fatto più mazzo di te in una banalissima botta di culo.
Fantasia: considerato che nessun individuo può esprimere un solo pensiero che, per quanto estremo o astratto, sia fuori dalla conoscenza umana, il termine fantasia è solo una cazzata. La fantasia, generalmente, non è altro che ricerca coraggiosa ed indipendente.

Il ritardatario, intanto, non si faceva ancora vivo e lui ne approfittò. Prese la matita ed aggiunse un'altra parola.

Disumano: termine inventato dall'uomo per definire, prendendone ipocritamente le distanze, un gesto comunque compiuto dall'uomo. Purtroppo per lui, il lato cosiddetto disumano gli appartiene per intero e la frequenza del comportamento, rilevabile dalle prime pagine dei quotidiani e dai libri di storia, dimostra quanto sia preponderante nell'indole umana. In effetti anche il termine bestiale l'uomo lo usa ipocritamente per distinguersi e raschiarsi la coscienza rispetto a comportamenti dai quali solo le bestie, visto che non rientrano nella loro natura, avrebbero il diritto di prendere veramente le distanzzzzzzzzzz

Di colpo, come accade spesso, era arrivato il ritardatario ma, come ogni volta che s'incontravano, non fecero a tempo a salutarsi. "Sempre insieme, eternamente divisi", come diceva Philippe Gaston, perché quando uno dorme l'altro sta sveglio.

 
 
 

supermarket

Post n°93 pubblicato il 17 Novembre 2014 da lupopezzato

 

È

indubbio che l'uomo abbia un complesso d'inferiorità verso tutto ciò che scalfisce la certezza con la quale si è posto sempre al centro del pianeta quale unica specie intelligente e, non contento, si è anche insediato al centro dell'universo come interlocutore unico e diretto del dio di turno. Un'arroganza che trova la sua consacrazione quando, fra fenomeni naturali che nemmeno se lo cagano, anziché preoccuparsi di salvare il proprio culo, si ingegna a salvare il pianeta e fra le tante banalità che blableggia, c'è anche quella che recita "se uccidiamo il pianeta uccidiamo noi". Uno slogan nel quale appare evidente l'uguaglianza dio = noi perché l'uno esisterà sempre e solo in funzione dell'altro. Non a caso, nel momento stesso in cui l'umanoide dovesse estinguersi, si estinguerebbe anche dio ma tutto l'ambaradan continuerebbe a girare a prescindere da loro due. Chi ci rimetterebbe non sarebbe il pianeta ma soltanto l' aldilà. Archiviando quindi l'intelligenza come nessun valore aggiunto rispetto alle altre specie, la vera ed unica differenza sta nel marketing perché se l'umanoide non vendesse qualcosa, si sarebbe già estinto e la merce che più commercializza, sotto le più svariate forme, è sempre se stesso. I blog ed i social network sono fra i mercati più frequentati, dove ciascuno è titolare del proprio banchetto. La moneta di scambio in questi luoghi è quella primitiva di quel baratto con il quale ci si scambia, con la regola del do ut des, le visite, i commenti e le figurine per l'album delle amicizie. Immancabile, in ogni mercatino, il privée per l'inciucio e l'intimo. Curiosando fra i banchetti, la mercanzia più esposta è sicuramente l'anima in tutte le sue sfumature e, fra esse, la più diffusa e ricercata, a seconda di come te la suoni o te la canti, è quella tormentata e tenebrosa. Parafrasando Pirandello, sei personaggio in cerca d'attenzione.

 
 
 

Imenhe Hopen

Post n°92 pubblicato il 12 Novembre 2014 da lupopezzato

 

C

i sono persone che il proprio destino ce l'hanno scritto nel nome. Così lei, Imenhe Hopen, vicepresidente dell'Accademia della Crusca e della Soia Associate. Le acca si dice siano mute, infatti, nel suo nome, erano solo un fatto architettonico. In chimica nessun elemento che non esista già può essere creato ma si può produrre un nuovo materiale da una diversa combinazione di essi. Così la personalità di ciascun individuo, non è solo la somma ma anche la risultante di tanti elementi come l'educazione, l'istruzione, l'ambiente, i condizionamenti esterni ed interni. Quelli interni possono essere la sessualità, la povertà, un handicap, una separazione o un'adozione trattata con superficialità e che si rifletteranno negativamente sullo sviluppo di un bambino. Le combinazioni sono infinite e tanti elementi non è nemmeno certo che si combinino. Alcuni non legheranno e saranno in conflitto perenne con noi stessi. La fetta di spazio che avranno nella nostra vita, nell'incidere sulle nostre azioni, sarà la misura del nostro eventuale malessere. Siamo il piatto di uno chef. A volte pessimo ma a volte prelibato come Imenhe Hopen. Una combinazione d'ingredienti scelti uno ad uno con una cultura ricercata, fine ed attenta al particolare che deve fare poi l'insieme. Il piatto estremo di un grande chef. Senza sbavature. Difficilissimo da discutere. Eppure gli ingredienti sono gli stessi di un piatto disgustoso: acqua, fuoco, sale, olio, spezie e carne o pesce o altro. Di differente, nel grande chef, c'è la tecnica oltre a quella che viene stupidamente chiamata fantasia. La fantasia è solo la parte più avanzata della tecnica. Quella che la rinnova e la evolve. Inutile chiamarla fantasia, il nome ce l'ha già ed è ricerca. Prima utopia e poi fantasia erano due termini inutili che Imenhe Hopen aveva cancellato dal suo personalissimo dizionario e li aveva inseriti in quello delle parole inutili. Grazie alla tecnica, nei suoi piatti, c'era l'equilibrio: dosi, tempi e temperature. Con l'ironica malizia di quel suo sorriso, parafrasando, diceva spesso che "un'ottima polenta con gli osei prescinde dalla dimensione degli osei". Imenhe Hopen era un'opera d'arte ed era bellissima a prescindere dal suo essere veramente bella. Più sottile sarà il pennello, più eloquente sarà il dettaglio e più vibrante e caldo sarà il respiro dell'insieme. La sua personalità era il suo fascino. Un fascino matematico. Aveva la bellezza delle espressioni. Risolverle era scoprirla e gioirne ma non era ancora la soluzione. Quel suo modo di aprire e chiudere le gambe faceva pensare a Sharon Stone ma, il mio, era un accostamento forzato perchè lei non aveva modelli. Era lei il modello. Aveva una cultura inarrivabile e l'avrei ascoltata per ore ed ore e non a caso ho detto avrei. Infatti non ci riuscivo mai. Adoravo quella sua capacità di linkare le cose che diceva. Vedevo in lei, quando parlava, l'immagine di chi da un libro ne apre un altro per confrontare un riferimento o per collegare storicamente un fatto, e poi, legandosi i capelli, ne apre un altro e poi ancora fino a capovolgermi le certezze. Lo spazio e il tempo, in quel suo bibliotecare un discorso, acquisivano contorni sempre più piccoli. Mi perdevo su quel tavolo affollato di argomenti aperti e non sapevo più da dove fosse iniziato tutto. Allora sollevavo gli occhi da quei libri e guardandola, come per rassicurare quello smarrimento, mi dicevo "è da lei che è cominciato tutto". Perdermi per ritrovarmi. Era solo illudermi. Le onde del mare non cominciano e non finiscono. Prima e dopo ogni onda, ce n'è sempre un'altra. Avrei voluto, ma non riuscivo ad ascoltarla per ore ed ore. Con lei mi succedeva sempre quello che a volte ti succede con un libro che ti fa pensare a qualcosa a cui non avevi mai pensato. Fra te e te, dici "però!" e intanto chiudi il libro lasciandoci dentro il dito per non perdere il segno. Niente segnalibro, solo il dito perchè col segnalibro chiudi per riprendere successivamente, col dito invece ti prendi solo una pausa per riflettere. Interrompere ma non chiudere, e partendo da quel "però!", approfondisci mentalmente. Questo mi succedeva con lei. Le appoggiavo il dito sulle labbra. Era tacerla. Solo una pausa per soddisfare il bisogno di lei. Un bisogno che, mentre parlava, diventava prima necessità, e poi fretta. Adoravo le sue reazioni. Quelle volte che schiudeva le labbra e lasciava scivolarsi il dito in bocca oppure quella volta in cui stava stranamente zitta. "Perchè stai zitta?", le chiesi. "Considerato l'effetto che ti fa... ", e stringendo le labbra, strinse le spalle. Scoppiai a ridere. Lei pure rise. Le infilai le dita nei capelli e le baciai mille volte quel sorriso. "Allora mi ami proprio", disse. "Cioè?". "Mi desideri. Mi vuoi. Non solo quando parlo, ma anche quando sto zitta. E' bellissimo...", scostò la tenda e guardando oltre il vetro aggiunse "ma mi spaventa". Non so se oltre il vetro ci fosse il dentro di me o di lei ma so cosa avrei voluto che ci fosse. Il dentro di noi, quello che non eravamo ancora e che non saremmo mai stati. Eravamo due elementi: lei ed io. Noi, invece, è un singolare coniugato al plurale. Noi è un numero generalmente plurale e va da due all'infinito. Quando deve rappresentare l'amicizia o l'amore o la squadra, noi è singolare. Noi è uno. "E quelli che ci stanno dentro, aritmeticamente come li concili con quell'uno?". E' banale, ognuno sarà uno zero virgola qualcosa. Il totale farà sempre uno. "Quindi anche uno è un numero plurale?". Alle volte sì. E' singolare nell'egoismo o nella solitudine. Ma anche in casi più belli. Belli come lei. Quando ognuno è uno. Unicità. Sai, qualcosa di simile mi accadeva quando ascoltavo Whitney Houston. Mi dicevo sempre "se fosse la mia donna, non riuscirebbe a finire una canzone". Ma questo era solo un trasfert merito di una voce unica. Forse, qualcosa di più somigliante, mi accade quando guardo quadri come l'Annunciata di Antonello da Messina o le donne di Modigliani. Mi dico che devi per forza amarle, anche solo per il tempo di raccontarle dipingendole. "Allora il tuo giudizio su Imenhe Hopen è inquinato dal tuo amore. Non è un giudizio asettico". No, non è così. Ci sono quadri che, guardandoli, scopri che hanno cose da dirti ed allora prendi una sedia e ti ci siedi davanti. La differenza fra sentire ed ascoltare sta in quella sedia. Ascoltare è averne voglia ed averne il tempo. Quel tempo che non si comprime e nemmeno si dilata ma si distribuisce diversamente. Lei mi cambiava le priorità. E' questo che differenzia un quadro dall'altro. Un individuo dall'altro. Perfino un biglietto del treno dall'altro. "Cosa?". L'anima. "Ci giri attorno ma non mi dici perchè il tuo giudizio su di lei è asettico". Perchè direi le stesse cose anche se non l'amassi. "L'ameresti se lei non fosse quello che dici che è?". No, sicuramente no. L'amore è chimica complessa e, come evento, non è mai una causa ma un effetto. "Ci si può ammazzare per amore, però". Certo, ma in questo caso, e in tutti gli altri, l'evento non è l'amore, e io ho detto, invece, che l'evento amore, non è causa ma effetto. "Fammi vedere se indovino: ti alzerai da quella sedia solo quando il custode ti dirà che è ora di chiusura?". Sbagli, la cosa non cambierebbe nulla. Potrei tornarci ogni volta che ne sentissi la necessità. No, la cosa cambia da individuo ad individuo. E' sempre chimica. Io considero il destino non un evento fatalistico e casuale ma conseguenza logica di altri eventi, e prima di quel "mi spaventa", caso vuole, lei mi parlò dell'apòcope. "L'a cosa?". L'apòcope. Provo a spiegarti quello che mi ha spiegato lei. L'apòcope è un troncamento della parola a cui si può ricorrere sia in modo diacronico che per un'esigenza eufonica. Nel primo caso, l'apòcope, richiede il ricorso all'accento, nel secondo caso, a differenza dell'elisione, non richiede, sempre, l'uso dell'apostrofo. "Ok, grazie della spiegazione, però non mi hai detto cosa ti fece alzare da quella sedia". Come l'apòcope. Decisi di troncare e poco importava se il motivo fosse diacronico, eufonico o sentimentale. "Fine della storia allora". No, questo è solo l'inizio della storia.

[25.6.2013]

 
 
 

wikipedia

Post n°91 pubblicato il 06 Novembre 2014 da lupopezzato

 

Q

uello che amo di Wikipedia è quella possibilità, partendo da una ricerca banale, di trasformarsi in un viaggio senza fine quando, per approfondire, inizi a saltare da un link all'altro. Entratoci solo per capire se è più giusto dire "recettore" o "ricettore" mi sono ritrovato a riflettere sul momento preciso in cui i sensi si trasformano in sentimenti. La nostra pelle, in superficie o appena appena sotto, è una prateria disseminata dei ricettori di quei cinque sensi senza dei quali, non provando sensazioni, ci saremmo estinti pochi giorni dopo essere nati perché senza di essi non avremmo la possibilità di reagire alle stimolazioni. Allo stesso tempo, in assenza di sensazioni non ci sarebbero emozioni e, senza di esse, non ci sarebbero sentimenti. Il passo successivo è breve. Quando una sensazione diventa emozione significa che ha coinvolto pelle e cuore ed è questo il momento preciso in cui una sensazione si trasforma in sentimento.

 
 
 

rutti

Post n°90 pubblicato il 02 Novembre 2014 da lupopezzato

 

A

nche se a volte ne sentirei il bisogno non mi sbronzo più da una vita. Le ricordo però le mie sbronze, quelle nelle quali affogavo indifferentemente ansie e dispiaceri. Alle volte funzionavano. Altre volte no. Mi servivano a non farmi pensare o, meglio, a mettermi talmente in confusione da non permettermi di formulare un solo pensiero che avesse un senso compiuto. Le sbronze aiutano a tenere la coscienza a distanza di sicurezza. Incoscienza. Infatti se avessi voluto scrivere quello che mi passava per la testa in quei momenti, il meglio che ne sarebbe venuto fuori sarebbero stati geroglifici perché l'unica cosa sensata che può venir fuori da una sbronza è solo un rutto. Quelli però mi vengono bene anche senza sbronzarmi.

 
 
 

pirandello

Post n°89 pubblicato il 31 Ottobre 2014 da lupopezzato

 

S

tringi stringi, il comportamento di ognuno, scremato da poche azioni imprevedibili, si riduce sempre ad uno schema abbastanza ripetitivo dettato da un modus operandi che di volta in volta, condizionato dal dirimpettaio di turno, elabora l'azione finalizzata a cosa concedere per avere. L'osservazione attenta diventa conoscenza e la conoscenza, intesa come conseguenza di una consolidata frequentazione, anche come sola osservazione, porta alla prevedibilità. Del resto, in termini di conoscenza, se la sorpresa è proprio l'inaspettato, cos'è l'atteso se non il tuono che segue il fulmine.

"...guarda e capisce tutto punto per punto, ogni mossa, ogni gesto, facendoti prevedere con lo sguardo l'atto che or ora farai così che tu, sapendolo, non provi più nessun gusto a farlo."

Alla fine, nei rapporti interpersonali, saremo veramente sorprendenti solo quando sorprenderemo prima noi stessi e solo dopo gli altri. Diversamente, la vera sorpresa sarà scoprire quanto fossimo prevedibili.

 
 
 
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