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Creato da lupopezzato il 13/11/2008
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Niente smalto.

Post n°105 pubblicato il 04 Dicembre 2008 da lupopezzato
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U

scendo dal bagno, scalzo ed in accappatoio, mi sono chiesto ad alta voce “se tuu?”  ed ho sorriso pensando che anche lui, scalzo, se lo chiedeva al venerdì sera dopo aver lanciato in aria un po’ di coriandoli di carta che credevano di essere petali bianchi. In fondo le domande che mi faccio io, a Zelig se le facevano prima di me e prima di me trovavano anche le risposte. Raccogliendo i miei collant, un po’ per farmi compagnia ed un po’ per tenere in vita quel precario rapporto d’amicizia con me stesso, mi sono chiesto:
“Gigi cos’è il disordine?”
“E' trovare una cosa nel preciso, identico posto dove l’hai lasciata la sera prima”
“E l’ordine?”
“E' trovare una cosa in un posto diverso da dove l’avevi lasciata”
“E chi l’avrebbe spostata?”
“Lei”
“Ma tu vivi da solo”
“Proprio per questo trovo sempre le mie cose”
Pensando che oggi la praticità mi sarebbe servita più dell’eleganza ho lasciato perdere i collant ed ho messo i gambaletti scuri con fantasie in grigio. Rossetto e niente smalto.

 
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68

Post n°104 pubblicato il 04 Dicembre 2008 da lupopezzato
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S

eguendo l’arancione ho scoperto che quando nelle foglie la clorofilla prevale sul carotene, la foglia è verde. In autunno però la molecola della clorofilla si decompone ed ecco che la molecola di carotene prende il sopravvento e la foglia esibisce il suo bel giallo. La stessa cosa, immagino, succeda nei semafori quando il verde diventa giallo.

 
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Amen.

Post n°103 pubblicato il 03 Dicembre 2008 da lupopezzato
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D

iede un’occhiata ai titoli: ”E' di nuovo tensione tra Vaticano e Onu. Dopo il no della Santa Sede alla proposta di depenalizzare l'omosessualità, oggi tocca ai disabili. Il Vaticano, infatti, come aveva annunciato, non ha firmato la convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità perchè manca un esplicito divieto all'aborto.”
“Ma vaffanculo!” esclamò lei sbattendo il croissant sul piattino. Si alzò dal tavolino e si recò alla cassa. Pagò ed uscì. Mancavano dieci giorni esatti. Non molti ma nemmeno pochi. Accese una sigaretta. Aveva bisogno di riflettere. Non le piaceva prendere decisioni affrettate su cose delicate. Decise che la cosa su cui doveva riflettere non valesse più di dieci secondi del suo tempo. Spense la sigaretta e prese il cellulare. Lo chiamò.
“Ciao, dimmi”
“Ciao, puoi parlare?”
“Sì”
“Ho cambiato idea, non voglio sposarmi più in chiesa.”
“Ossignur? Così all’improvviso? Dai parliamone al mio rientro.”
“Equivarrebbe a sprecare tre giorni dai dieci che mancano. Se mi dici ok provvedo io a tutto.”
“Conosci la mia posizione. Fai come meglio credi. Mi fido di te e in più ti amo, ciao.”
Si specchiò nella vetrina del bar. Si scelse un sorriso. Rientrò e chiese un caffè. Sarebbe stato il secondo. Aveva un sacco di cose da fare adesso. Disdire la chiesa, il fioraio, il fotografo, la macchina, l’estetista, il parrucchiere. Andare sul sito ed informare gli invitati.
Aprì la borsa, prese un foglio e la penna e abbozzò qualcosa sorseggiando il caffè.
“Caro don Francesco, l’ennesima crociata della chiesa contro l’omosessualità e contro l’aborto mi ha dato modo di pensare che le rivendicazioni della donna occidentale sulla parità dei diritti continueranno a trascinarsi dietro la palla al piede dell’interferenza cristiana. Penso che se le donne fossero laiche sarebbero cazzi acidi per la Chiesa ma anche per la società maschilista. No all’aborto? Grazie, non m’interessa, tanto non mi sposo più in Chiesa e nemmeno battezzerò i miei figli. Lo faranno assieme al papà o da soli quando e se ne sentiranno la necessità facendo così contente le loro voglie e non le mie. Ovviamente non intendo dire che la donna dovrebbe rinunciare al suo credo per rivendicare un ruolo che le compete. Ritengo invece che abbia bisogno di prendere consapevolezza del fatto che chi gestisce ed utilizza il suo credo mortifica invece il suo diritto a rivendicare la propria parità ed il diritto delle proprie scelte. Non si può sempre stare con due piedi in una scarpa mentre si può benissimo fare a meno della chiesa senza rinunciare a Dio. Io l’ho fatto, oggi stesso. Cancelli il mio matrimonio. Amen.”

 
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66

Post n°102 pubblicato il 01 Dicembre 2008 da lupopezzato
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H

andy aveva paura dei cani e sapeva che era solo il suo terrore ad impedire che li avvicinasse perchè in realtà Handy avrebbe voluto accarezzarli ed invidiava quei bambini che riuscivano a farlo. Non solo il divano ma anche il suo letto erano troppo grandi. Handy aveva un metodo per calcolare ogni cosa. Ad esempio sottraendo l’area del suo corpo dall’area del suo letto ricavava, in centimetriquadrati, la misura delle sue paure e della sua solitudine. L’armadio di Handy era di legno d’acero ed aveva quattro ante. Dietro le due ante di sinistra c’erano le sue gonne e le sue camicette e dietro le due ante di destra c’erano i suoi pantaloni e le sue camicie. Perché Handy era tutto ed il contrario di tutto.

 
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SixtyFive

Post n°101 pubblicato il 01 Dicembre 2008 da lupopezzato
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C

i sono donne a cui penso cominciando dai capelli. Altre, dagli occhi. Dall’espressione. Altre, dalla bocca o dal sorriso. Quando penso a te invece comincio dal basso. No, non dai piedi. Più su. Non accorciare quel sorriso. Non ti ho detto una cattiveria e nemmeno che sei puttana. Quello è il tuo centro. Il punto dove coincidi. C’è chi ce l’ha nello sguardo. Chi nel sorriso. Chi nelle mani. Qualcuna solo nelle parole. Tu ce l’hai fra le gambe il punto in cui sei femmina e donna.
Scostarle senza togliertele. Aver fretta di te. Necessità di te.
Il mare all’alba è un corpo che aspetta il sole per svegliarsi. E’ tutto così fermo. Rallentato. Anche il vento che a stento lo increspa. Ti tiri il lenzuolo per coprirti con dune di cotone. Un cornetto a marmellata, uno alla  crema. La sabbia è fredda. L’onda svogliata. Il gabbiano è diffidente ma anche pigro. Si fa più in là senza volare. Mi fermo. Tu ti fermi due passi avanti ai miei. Le tue spalle sono il mio orizzonte. Guardi il mare.
Forse ti amo.

 
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Post n°100 pubblicato il 01 Dicembre 2008 da lupopezzato
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L

a parola è mondo. Contiene così tanto che nel momento in cui la esplodi entri in un labirinto di significati. Magia. Mistero. Passione. Ricerca. Collage. Gioco. Ossessione. Incanto. Sorriso e pianto. Una frase mi colpisce.

non c'è differenza fra ciò che voglio e ciò che sono

Play. Come cercare la domanda avendo in mano la risposta. Cercare la parola. Trovarla. A bassa voce penso che quando non c'è differenza fra ciò che voglio e ciò che sono, io coincido. Sorrido. Poi smetto. Cancello. Coincidenza deriva da coincidere ed allora non va bene perché coincidenza sembra casualità, culo e in quella frase non c’è culo. C’è fatica. C’è ricerca degli altri senza prescindere da se stessi. C’è ricerca di se stessi prescindendo dagli altri. Decisioni barra scelte. Vita, in tutte le sue forme. Vegetale, animale, minerale. Perché la vita, la mia, è vegetale, animale e minerale. Dipende dall’interesse. Dalla curiosità. Dal meteo. Dalla voglia. Restart. Replay. Ancora un rimbalzare di parole. Confronti, scarti. If-then-else. A bassa voce penso che quando non c'è differenza fra ciò che voglio e ciò che sono, io combacio. Sorrido. Idiota ma sorrido. Trovata. La parola che condensa quella frase. Il piede di Cenerentola. Combacia. Quando non c’è differenza fra quello che vuoi e quello che sei, combaci con te stesso. Una sensazione di benessere. Un punto d'equilibrio. Combaciare.

 
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Post n°99 pubblicato il 01 Dicembre 2008 da lupopezzato
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L

e mani sul volante di una vita che sembrava un’automobile di notte. I fari che illuminavano un futuro fatto solo di minuti. Quarti d’ora, esagerando. Qualche colpo d'abbaglianti per guardare un po’ più avanti di domani. Nello specchietto non c’era più nemmeno il suo passato. Non gli piacque. Accostò chiedendosi dove cazzo stava andando. In cielo, della luna, si vedeva solo un’unghia.

 
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un lunedì.

Post n°98 pubblicato il 01 Dicembre 2008 da lupopezzato
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E

ra un lunedì quando gli sembrò che un coltello, dividendo a metà il mese di aprile, gli entrasse nella carne. Il suono della sirena modulò la corsa che lo portò in quel posto al confine con la vita dove medici ed infermieri sanno che dopo di loro lo spettacolo è finito. Ischemia fu la diagnosi di quell’ostruzione che gli aveva fermato l’inchiostro dei pensieri. Il punto preciso dove si accumulavano quelle parole che non gli riusciva più di scrivere. La notte stava dando il cambio alla sera quando il dolore esplose più forte. Il cuore dettava ed il cardiolino scriveva. L’aria gli sembrò dolciastra e fresca come quella delle dolomiti. Era ossigeno. Di colpo la vita fu solo una percentuale e lui cominciò a cadere finchè non sentì quella mano prendere la sua e tenerlo stretto. Si girò e si ritrovò in quegli occhi chiari. Chiuse i suoi e si sentì più sicuro. Quando li riaprì, lei gli stava diluendo l’alba con una fiala di morfina. Sorrise.
"Se esco di qua, ti voglio. Solo una notte", disse o forse lo pensò soltanto e dormì.

Lei piegò ed aprì di più la gamba, chiuse gli occhi e strinse il lenzuolo sentendo la sua testa fra le cosce e la sua lingua accarezzarle l’inguine. Tentò di proteggerla con le dita ma la voglia le spinse via il pudore e se la sentì baciare dentro e intorno. Furono labbra, lingua e respiro fino a quel "dio" soffiato in un affanno. Un nome estremo per un momento estremo. Strinse le gambe per un istante poi le aprì di nuovo e venne fino a non averne più. Si girò a pancia sotto e con la mano cercò il bagnato sulle lenzuola. Nemmeno una goccia. Affondò il viso nel cuscino e sorrise.
Stavolta fu lui a stringerle la mano in quella notte appena cominciata.

 
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Matrimoni.

Post n°97 pubblicato il 01 Dicembre 2008 da lupopezzato
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C

hissà perché quando piove vengono idee strane pensò Anna.
“Quanti anni sono che ci conosciamo e ci frequentiamo?” chiese a Manuela.
“Eravamo bambine. Saranno quasi trent’anni.”
“Ti andrebbe di sposarci?” sparò Anna.
Manuela cercò di capire il senso. Si conoscevano da troppi anni perchè potesse avere dubbi sui toni e sugli sguardi ed  Anna non stava scherzando. Erano entrambe single ed etero. Nessuna traccia di omosessualità. Un’amicizia forte e consolidata.
“Fammi capire”, fu tutto quello che mise assieme.
“La nostra è un’amicizia radicata e molto forte. Condividiamo parecchie idee e comportamenti. Prendiamoci un appartamento assieme e sposiamoci in modo da diventare anche dal punto di vista amministrativo l’una riferimento dell’altra e poi continuiamo a fare la vita che facciamo così come meglio ci pare.”
“Ma a che scopo sposarci?”
“Intanto mi diverte creare il caso e poi sposandoci c'è tutta una serie di diritti che il coniuge assume. Ferie matrimoniali, una serie di diritti sul patrimonio o su aspetti legali. Il nostro sarebbe un matrimonio per convenienza e per interesse. Come tanti altri e nessuna legge lo impedisce.”
“E se poi una di noi cambiasse idea?”
“C’è il divorzio.”
“Ma noi non siamo gay”, disse abbassando la voce Manuela.
“Questo è l’aspetto divertente ed ipocrita delle leggi che vogliono dimostrarsi avanzate e democratiche ed invece non hanno nessun senso. Sotto l’aspetto puramente legale, riconoscere il matrimonio alle coppie gay equivale a riconoscerlo ad ogni coppia.”
“Ma tu sei favorevole o contraria al matrimonio fra gay?”
“Certo che sono favorevole come ritengo giusto il matrimonio fra due novantenni o fra un ergastolano recluso in Sardegna ed una ergastolana reclusa in Irlanda. Questi sono tutti esempi legalmente ammessi che dimostrano che il matrimonio ed il sesso non hanno nessun vincolo. Il matrimonio è soltanto un diritto amministrativo che andrebbe riconosciuto a qualunque coppia lo richieda. I valori e le formule sono solo un cerimoniale voluto da chi ci vuole speculare sopra."
“La chiesa, ad esempio.”
“Appunto.”
Quando piove, le idee che vengono non sono poi così strane pensò Anna.

 
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Post n°96 pubblicato il 30 Novembre 2008 da lupopezzato
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N

ella sua vita aveva conosciuto ogni tipo di malvivente. Poteva dire ad alta voce e senza pericolo di sbagliarsi che aveva conosciuto la feccia degli individui. Assassini, psicopatici, rapinatori, stupratori. Il peggio del peggio. Però non aveva mai odiato. Mai. Stavolta, invece, gli bastarono un p.s. ed un p.p.s. per provare un odio irrefrenabile per T. Non sapeva nemmeno chi cazzo fosse ma l’odiava. Era fatto così Callaghan.

 
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Una storia a due mani (11 di 11)

Post n°95 pubblicato il 30 Novembre 2008 da lupopezzato
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P

roprio così, asettico non era una parola ma una distanza. Di quelle che sterilizzano le cose. Quei dialoghi fitti fitti, quella voglia di sentirsi spesso. Per necessità, curiosità, bisogno, amore. "Mi pensi? Davvero mi pensi? E quanto mi pensi?" Perché cominciarono a diradarsi e perché le diceva che in fondo erano ridicoli? Che l’amore poi matura. Che l’amore diventa adulto. E perché il suo, di lei, cresceva senza diventare adulto? Restava ridicolo così come lo definiva lui. E lei zittiva intimidita e confusa. Perché per lei un amore deve essere ridicolo. E’ nella sua essenza essere ridicolo altrimenti Charlot, Peynet e Prevert non ci avrebbero spiegato nulla.
Erano passate le nove e lei stava seduta al tavolino di quella sala da tè. Sam la raggiunse.
"Sei da sola?"
"Sì"
"Ordini tu o faccio io?"
"Fai tu"
Le prese la mano e le chiese "Va tutto bene?"
"Non lo so" rispose con l’eccitazione che però tendeva a scalare il pentagramma. Lui lasciò la mano e andò al banco. Si conoscevano da qualche anno. C’era un discreto piano bar in quel locale e lei lo frequentava ogni tanto con Sandra e Alfredo oppure con Marianna. Sam era poi una persona gentile ed educata ed i suoi drinks erano ottimi. Una volta le disse "prima o poi succederà". "Cosa?". "Io e te faremo l’amore e lo faremo una volta sola. Almeno due ore ma una volta sola. Con amore". La cosa finì là con due sorrisi senza imbarazzo.
Tornò con il bicchiere ed il piattino con i biscotti amari. Lei chiese "cosa c’è qua dentro?" e con l’indice fece segno al bicchiere.
"C’è una pozione magica che ti farà venire voglia di me"
"Quella ce l’ho già"
La mattina dopo guardando da poppa la scia che il traghetto si lasciava alle spalle ripensò alla sua notte. Ne aveva indovinate due su tre. Una volta sola e almeno due ore. Non con amore però e, anche se con tenerezza, fu solo sesso. Chissà quante donne avrà avute Sam eppure non era mai venuto fuori un nome. Capelli neri e ricci. Originario di quella Sicilia che le incrociava sempre la vita. Ora, sistemati gli ormoni, aveva due giorni nei quali, senza voglie insoddisfatte fra i piedi, poteva muoversi liberamente fra permessi e licenze comunali, lavori di ristrutturazione, preventivi, piastrelle e murature. Ancora un paio d’ore di navigazione. Si allungò sul sedile. Lasciò andare dietro la testa. Chiuse gli occhi e respirò il mare.

lupopezzato

 
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Una storia a due mani (10 di 11)

Post n°94 pubblicato il 30 Novembre 2008 da lupopezzato
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T

re giorni per organizzare e per programmare con la lucidità che aveva fatto di lei quello che era. In mezzo al solito traffico delle sei, nel chiuso asettico dell’abitacolo della sua macchina, si chiedeva perché le era venuto in mente quell’aggettivo, asettico, cazzo! Era la sua macchina, eppure oggi per lei era asettico. E si sentì asettica. Aveva lasciato che il tempo sterilizzasse i suoi sentimenti per non provare più dolore, il guaio era che aveva sterilizzato qualsiasi tipo di emozione, asettica, appunto. Da quanto non viveva un’emozione come quella che aveva provato sull’isola? Nell’isolamento del ronzio del condizionatore e del motore al minimo cercava di capire perché quel lavoro che era stato passione era diventato senza nemmeno accorgersi fastidio, anzi peggio malessere. In effetti era stato come per l’amore finito. Era finito l’amore, finito quel cazzo di sogno per cui aveva vissuto e dormito e mangiato e camminato e tutto e poi ancora tutto, e in contemporanea era caduto anche il fascino del lavoro. Davvero, era stato come per l’amore, piccoli gesti e piccoli passi, quei regalini cercati a lungo per trovare proprio quello che avrebbe fatto brillare il sorriso negli occhi, parole tante, e l’ attenzione tesa a percepire i bisogni dell’altro, la carezza e lo sguardo, e le anime così vicine che non sapeva dire quale era lei e quale era lui. E per il lavoro era un interesse ed un impegno quotidiano nel voler crescere. Fino a quando? Fino a quando erano arrivate le grandi cose, i grandi gesti, i regali importanti che bastava avere una carta credito e poco tempo da dedicare, le fusioni, il più grosso gruppo bancario d’Europa, i ricatti del potere, le s-fusioni, il disgusto e la repulsione, il rancore, la noia, l’abitudine, il grigio uniforme e piatto. Il silenzio. Fino a quando se n’era andato. Fino all’isola. Sorrise e si guardò intorno, senza rendersi conto era quasi arrivata a casa, ma non voleva andare a casa, voleva andare nel negozio dove comperava gli attrezzi e i colori per i suoi fiori di terracotta per ordinare un forno più grande del fornetto da dilettante che aveva. E poi le venne in mente che il progettino che aveva buttato giù in fretta doveva rivederlo, chè nel laboratorio o da qualche parte doveva farci entrare un frigo, un fornellino e un acquaio, mica poteva vivere solo di mare, terracotte e fantasia. Oh no, non avrebbe avuto nostalgia della fretta, pensò mettendo la freccia a destra e svoltando a sinistra.

liberante

 

 
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Una storia a due mani (9 di 11)

Post n°93 pubblicato il 30 Novembre 2008 da lupopezzato
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S

pense la sigaretta, tirò fuori dal frigo la busta del latte, ne versò un bicchiere che lasciò sul tavolo ed andò sotto la doccia. Si lasciò ricoprire dall’acqua e poi insaponò i capelli corti e biondi. Il collo. Le braccia. Il seno. Le spalle. La schiena. I fianchi. Il ventre. Prese ancora un po’ di bagno schiuma. Insaponò il culo e poi le gambe. Aprì di nuovo l’acqua e insaponò il pube dove trattenne un po’ le dita a controllare la lunghezza dei peli e insaponò l’inguine. Come uno stimolo. Chiuse gli occhi e fece pipì mentre l’acqua scorreva. Come piaceva a lei. Si sentiva viva e pulita. Dentro e fuori. Indossò l’accappatoio e si asciugò. Andò in cucina, prese il bicchiere di latte e lo sorseggiò dando un’occhiata fuori dalla finestra. Giornata splendida. Guardò l’orologio. Aveva fretta adesso. Fretta di vestirsi. Di prendere la macchina. D’infilarsi in quel traffico noioso. Di trovare parcheggio. Di sorbirsi 8 appuntamenti di lavoro. Nell’intervallo ancora fretta. Passare in lavanderia. Poi in salumeria. Comperare il pane, il latte ed il formaggio. Entrare nel bar di Ferruccio. Ingozzare un toast e rientrare in banca. Nel traffico, trainata o spinta dalla fila, pensava "chissà se avrò nostalgia della fretta".
Appoggiò la borsa sulla scrivania ed accese il pc. Fece due volte clic sulla cartella documenti. Scorse l’elenco e fece clic su dim.doc. Aggiunse la data, sorrise e lo stampò. Non lo rilesse nemmeno. Prese la borsa, prese quel foglio ed entrò senza bussare dal suo capo.
"Ciao"
Lui alzò la testa dal giornale "Ciao, stavo leggendo quanto è costata la gita del pastore ad Assisi"
"Ma cosa critichi? Il mondo intero continua a svoltare a destra e tu che ipocritamente stai facendo lo stesso con i tuoi compari di governo vorresti mantenere intatto il tuo diritto di criticare quel clero al quale state baciando  mani e culo? Ma valà!" e gli appoggiò la lettera davanti.
"Cos’è – e lesse quelle quattro righe di dimissioni – ma è uno scherzo?"
"No, vado via"
"Maddai, non l’hai nemmeno firmata"
"Parlane con i tuoi padroni e fammi una proposta che mi stimoli a firmarla. Ora ho bisogno di tre giorni di ferie. Ho un po’ di cose da fare"
"D’accordo. Ci vediamo giovedì. Hai bisogno di soldi?"
"Quelli servono sempre. Ora più che mai. Impegnati."
"Farò del mio meglio. Mi dici perché?"
"Ho voglia di fantasia."
Si girò ed andò via senza chiudere la porta.

lupopezzato

 
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Una storia a due mani (8 di 11)

Post n°92 pubblicato il 29 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

N

on rannicchiata sul lato sinistro e le braccia a fare da scudo ai demoni che la notte le mordevano gli occhi, ma a pancia all’aria, con le braccia allargate ai lati della testa, come nel sonno limpido dei bambini. Si addormentò con il pollice alzato e quel scritto a caratteri cubitali nella mente. E quella sensazione di onnipotenza, di sapere quello che c’era da fare, senza ma, forse, se, vedremo, senza incertezze, senza inganni né disinganni. Quella notte dormì silenziosamente, credendo di non fare sogni, ma in realtà sognò molto intensamente. Erano tutte le tappe che avrebbe fatto per approdare nell’isola con quelle cose indispensabili per inventarsi la sua nuova vita. Quella notte elaborò un budget completo della sua nuova attività. Lo fece dormendo.

Al mattino aprì gli occhi, un attimo prima che suonasse la sveglia e restò immobile a guardare il soffitto. Filtrava il sole dalle persiane socchiuse e in quel pulviscolo d’oro perse un battito il suo cuore. Si alzò di scatto e pensò con una morsa di puro terrore che aveva sognato tutto, l’isola, le due camere con angolo bagno, la stretta stradina su cui si sarebbe affacciato la sua bottega di pitture e fiori di terracotta, il denaro che avrebbe dovuto investirci, l’addio a quel lavoro ossessivo, la ricerca di sé in un posto dove la luce del mare avrebbe vestito i suoi giorni. Con mani tremanti si mise a frugare nella borsa, mentre si accendeva la prima sigaretta della giornata che la fece tossire, e lo trovò. Lo strinse forte in mano, e rise, rise di sollievo, rise allegra, felice, finalmente felice. Lo guardò con amore, lo appoggiò sul tavolo, spianandone le grinze e si sentì bene. Il compromesso per l’acquisto delle due stanze ed un angolo bagno. Il suo nuovo regno.

liberante

 
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Una storia a due mani (7 di 11)

Post n°91 pubblicato il 29 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

Q

uel “sì” lo disse a voce alta ed una volta sola. Lei che era cresciuta con i “poi vediamo” di suo padre. Quei “poi vediamo” che erano la vigliaccheria del “no” e la bugia del “sì”, le avevano insegnato che con i “se”, i “ma”, i “però” e i “poi vediamo” si costruiscono solo incertezze. Perciò per lei la vita era un “sì” oppure un “no”.
Cenò con due yogurt al malto e fumò l’ennesima sigaretta. Era troppo stanca quella sera per qualunque altra cosa. Andò in bagno. Tolse il reggiseno. Lavò i denti, fece il bidè. Infilò un paio di mutandine pulite e la canotta. Salì sulla bilancia, alzò il pollice soddisfatta ed andò a dormire.
Prima di addormentarsi le tornò in mente una frase di quel libro “Una donna è inevitabilmente la storia del suo ventre e del momento, irripetibile, in cui si trasforma in una dea”. Pensò che l’uomo non avrà mai il privilegio naturale di trasformarsi in dio. In cambio però, tante volte, con i suoi comportamenti riesce a trasformarsi in stronzo. Si addormentò sorridendo e col pollice alzato.

lupopezzato

 
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Una storia a due mani (6 di 11)

Post n°90 pubblicato il 29 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

E

d io? Pensò e già si dava della stupida per essersi portata quel libro della Serrano, che non sono fatti certo per non pensare. Chiuse gli occhi e ci provò a far piazza pulita di tutti i bisbigli che le salivano da chissà dove. Avevano voci diverse, da quelli stupiti e ridanciani dei colleghi, a quelli pieni di apprensione delle poche amiche, e poi la sonora e rancorosa voce di suo padre, e quella flebile ed insistente della sua razionalità. No, quella non doveva proprio ascoltarla, ma nemmeno le altre, doveva sentire solo la gioia pura che aveva provato nel vedere la realizzazione del suo sogno. Si mise più comoda e un sorriso involontario le accarezzò le labbra. L’aveva sempre avuto dentro questo sogno di fuga, senza nemmeno sapere di averlo, costruito dagli inganni e disinganni, dalla repressione di se stessa per essere accettata dalle banali aspettative del mondo intorno a lei e nella vibrazione del traghetto sentiva il suo vibrare profondo di libertà. Il bagaglio sarà leggero che di tutto quello che aveva poteva fare a meno, avrebbe portato le sue rughe ed i suoi anni, tutte le minime e minuscole parti di sé che aveva trascurato e l’eccitazione della scoperta di una parte di lei sconosciuta. Ed io? Pensò di nuovo. Sarebbe stata capace di andare fino in fondo a quella scelta? Aprì gli occhi, vide il porto e la città ormai vicine e l’isola sparita dall’orizzonte, mise via il libro e disse a voce alta, Sì.

liberante

 
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Una storia a due mani (5 di 11)

Post n°89 pubblicato il 27 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

U

na donna è la storia delle sue azioni e dei suoi pensieri, di cellule e neuroni, di ferite e di entusiasmi, di amori e disamori. Una donna è inevitabilmente la storia del suo ventre, dei semi che vi si fecondarono, o che non furono fecondati, o che smisero di esserlo, e del momento, irripetibile, in cui si trasforma in una dea. Una donna è la storia di piccolezze, banalità, incombenze quotidiane, è la somma del non detto. Una donna è sempre la storia di molti uomini. Una donna è la storia del suo paese, della sua gente. Ed è la storia delle sue radici e della sua origine, di tutte le donne che furono nutrite da altre che le precedettero affinché lei potesse nascere: una donna è la storia del suo sangue. Ma è anche la storia di una coscienza e delle sue lotte interiori. Una donna è la storia di un’utopia.

Chiuse il libro tenendoci dentro l’indice per segno. Appoggiò la testa al finestrino, ripensò alle parole della Serrano appena lette e si chiese “ed io?”

lupopezzato

 
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Una storia a due mani (4 di 11)

Post n°88 pubblicato il 27 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

L

ei lo sapeva che il bagaglio era leggero, colori e fiori di terracotta, il resto l'avrebbe trovato sull'isola.
Sì il resto l’avrebbe trovato sull’isola, pensò mentre il traghetto si staccava dal molo. Ora aveva solo fretta di tornare a casa. Aprire il foglio sul quale aveva fatto una piantina di massima del locale e dedicarsi ad un progettino economico e veloce di ristrutturazione. Licenziarsi dalla banca cercando di trarne il massimo vantaggio economico. I soldi che per lei avevano sempre avuto un valore relativo ora ne avevano uno diverso. E doveva comperare un forno più grande per le terracotte.
“Basta pensare”, si raccomandò aprendo il libro della Serrano e si mise a leggere.

liberante

 
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Una storia a due mani (3 di 11)

Post n°87 pubblicato il 27 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

R

annicchiata sul lato sinistro ripercorrereva ogni tanto le spire iniziali di quel buco nero in cui si era infilata. Lavorava in banca, curava le gestioni patrimoniali. Consigliava come investire i soldi e, cosa che detestava, doveva essere bugiarda per mestiere. Avrebbe voluto dire “goditeli stì soldi” oppure “prendi tua moglie ed infilati in un viaggio” e invece doveva consigliare fondi d’investimento. Quando stava a casa si dedicava alla sua passione segreta: disegnare e fare fiori di terracotta. Quando, come in un transfert, vide il suo futuro combaciare col modo di vivere dei suoi clienti,  cominciò a chiedersi “anch’io diventerò così? Il mio unico interesse sarà quello sul capitale?” ed ebbe paura e capì che doveva scappare lontano.
Quell’isola così piccola e distante dalla terraferma aveva proprio i colori che lei cercava. Impiegò meno di una giornata per girarla tutta. Dentro e intorno. Ogni due ore, i traghetti cagavano turisti come patatine che escono dalle friggitrici dei Mac Donald’s. C’era un gran viavai e tutti erano obbligati a passare per quella piccola stradina assolata dove c’era, fra l’altro, anche quel locale malandato e sfitto. Due stanze ed un angolo bagno. Lo prese quel giorno stesso. Era partita per una gita ed in poche ore aveva deciso di traslocare là la propria vita. Stava in piedi, felice ed eccitata, davanti a quel locale dove avrebbe venduto i suoi fiori di terracotta: era suo. Aveva addosso una polo rosa, un pantalone bianco di cotone e il perizoma che non cicatrizzava nessuna cucitura.
Era inizio settembre e prima della prossima estate aveva quasi un anno davanti a sè.
Dietro aveva invece un culo che nemmeno a farlo di terracotta sarebbe venuto così bene.

lupopezzato

 
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Una storia a due mani (2 di 11)

Post n°86 pubblicato il 27 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

A

veva imparato a dormire rannicchiata e sul lato sinistro, nel limite estremo di quel letto che era troppo piccolo per contenere le macerie di un sogno distrutto. In quelle lunghe notti, pericolose, così sul baratro del nulla, nascondeva il viso tra le braccia e con gli occhi aperti nel buio inseguiva farfalle di piccoli sogni dalle ali rosicchiate dal disincanto. Le sembrava per un attimo di trovare una strada di luce che potesse portarla nel luogo dove i colori sconfiggono il grigio uniforme dei giorni tutti uguali, ma poi la luce era fasulla e feriva gli occhi con illusioni moleste, fate morgane subdole e cattive, che aprivano tagli nella carne e sangue denso ne colava, e stringeva a pugno le mani per non urlare dal dolore e non svegliare nessuno. Per antica abitudine anche ora dorme rannicchiata sul lato sinistro e con l’orecchio sul cuscino per sentire i battiti del cuore, anche se il grande letto resta vuoto. Quel cazzo di qualcosa ha lasciato un tale vuoto che a riempirlo non basterebbero i sogni di mille vite.
Malgrado ogni apparenza lei ancora sogna, altri sogni e sogna se stessa e vive per quei sogni.

liberante

 
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