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Creato da lupopezzato il 13/11/2008
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la mer e il vento

Post n°65 pubblicato il 21 Novembre 2008 da lupopezzato
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H

anno ragione loro, i francesi.
la mer.
genere femminile.
perchè lei, il mare, è femmina.
generosa o possessiva
docile o aggressiva
tenera o tenace
fredda o passionale.
comunque e sempre, femmina.
e lei, il mare, senza di lui
è malinconica e dormiente come una laguna
con l'onda che, scocciata e senza voglia,
a stento sulla riva si strofina.
ma quando s'alza il vento,
lui.
e lei, il mare, a lui si lascia andare
e lui
le mani addosso
dapprima l'accarezza e poi l'abbraccia
poi le alza l'onda
e la solleva
e poi
poi la distende
e poi
e poi la prende
e vanno, vanno.
assieme.
in tutti i sensi
con tutti i sensi.
per noi, una tempesta.
per loro, soltanto amore.
e vanno, vanno.
assieme.
il mare e il vento.
fanno l'amore sotto lenzuola
fatte di nubi chiare e scure.
il mare e il vento.
assieme.
e poi
e poi, con la sua mano, brezza
lui
doce doce l'accarezza.

 

 
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30 ott 2006

Post n°64 pubblicato il 21 Novembre 2008 da lupopezzato
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C

iao Bruno, ho letto la tua lettera e ne riporto un pezzo.

... no, vecchio caprone, non le sarà facile, né con me né con gli altri, la Resistenza è cominciata. Perché, vede, io e i miei fratelli e sorelle malati abbiamo tante cose da fare, una vita da portare avanti meglio di così! D’ora in avanti prometto che starò più attento ai consigli dei miei dottori, e che mi impegnerò maggiormente nell’aiutarli nella raccolta dei fondi necessari per la ricerca. Anzi sul tema della solidarietà mi ci gioco una mano, la mano che, pitturata e serigrafata fa da piedistallo ad una poesia contro di lei, colonnello dei miei stivali, funzionando da incentivo a dare...

Dicevi che la Resistenza è cominciata ed io ci credo. Con quella lettera facevi appello alla solidarietà. Quella sulla quale ti ci saresti giocato una mano ed io ci credo. Caro Bruno,  mi spiace essere arrivato tardi. Avrei voluto chiederti cosa pensi di uno Stato che si gratifica di un poeta come te non solo in termini morali che di immagine ma anche, è brutto dirlo ma è così, in termini di entrate IVA. Uno Stato che, comunque,  non ha il buon gusto di delegare alla ricerca medica una quantità di fondi maggiori rispetto a quelli destinati a tale scopo. Uno Stato che, di destra o di sinistra, legifera per stanziare fondi da destinare a ponti del cazzo o a missioni del cazzo e non trova i fondi necessari a finanziare le missioni per la vita che in gran parte sono delegate alla cosiddetta solidarietà ed al volontariato. Ecco, caro Bruno, quello che avrei voluto chiederti. Io non lo so se, in uno Stato più equo e più attento verso le vere priorità, sarei arrivato in tempo per dirti queste cose, di sicuro però, quello Stato avrebbe la coscienza più pulita.
Ciao Bruno, ti abbraccio forte.

Piccolo uomo non mandarmi via
Io piccola donna morirei
E' l'ultima occasione per vivere
Vedrai che non la perderò - e no!
E' l'ultima occasione per vivere
Avrò sbagliato si lo sò
Ma insieme a te ci riuscirò e si!
Perciò ti dico
Piccolo uomo non mandarmi via
Io piccola donna morirei

 

 
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27

Post n°63 pubblicato il 21 Novembre 2008 da lupopezzato
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S

e sarebbe vero fosse una cosa bellissima, pensai.
“E’ vero?” le ho chiesto aspettando una risposta nel suo italiano approssimativo. Approssimativo se si sarebbe avventurata in una risposta più lunga e motivata. Non lo fece e mi lasciò un “no” senza spiegazioni. Ci sono momenti in cui, considerato che non fumi più, ti senti inutile come un posacenere. Il resto era un tavolino con un çai ed un caffè nei fondi del quale, se ne sarei stato capace, avessi potuto leggermi quel futuro che conoscevo già.
Mi aveva spostato nel suo passato e non avrebbe servito a nulla continuare a farmi male da solo con i verbi.

 
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26

Post n°62 pubblicato il 21 Novembre 2008 da lupopezzato
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“Un Racconto Comico”, rido.
Ho sempre una fottutissima paura di volare e anche se è intima e non la dimostro comunque c’è. Obbligato ad una lunga attesa per l’imbarco, leggevo un post. Spesso, i commenti mi piacciono più dei post perché è tagliare la carne. Guardare dentro. Capire quello che hanno capito gli altri oppure sbucciare il post e guardare sotto la buccia cosa c’era. Confrontarlo con quello che avevo capito o immaginato e sorridere per aver indovinato oppure sorridere due volte scoprendo di non aver capito un cazzo. Sono tante le differenze fra la carta stampata e la bloggheria e, fra esse, una è la necessità di scrivere che non è solo legata all’esigenza di mettere il piatto a tavola; un’altra è la possibilità, negata dal libro, di dialogare con quelle parole scritte. Quando leggo la carta stampata, la cosa di cui sento la mancanza è l’autore. Mi manca proprio quello che vorrei: la discussione, lo scambio, il chiarimento, il confronto. Sono fatto così, detesto la solitudine definitiva di quei perché che resteranno senza una risposta e, tante volte, mi accontenterei anche di una bugia pur di azzerare qualcuno di quei perché.
Come quel film, “Il mercante di Venezia”. Bello, tratto da un’opera di Uilliam Scecspir ed interpretato da Al Pacino. Ebbene, quando uscii dal cinema, se avessi avuto il cellulare di Scecspir, lo avrei chiamato. Avrei voluto chiedergli perché alla fine Porzia perdona Bassanio lasciando più spazio all’amore che all’orgoglio. Un perché destinato a restare come le mie mollette che si chiedono cosa ci fanno da tanto tempo appese ad uno stenditoio vuoto.
“Un Racconto Comico”.
Sorridendo ho abbassato un poco lo schienale coricandomi sulle nuvole ed ho chiuso gli occhi. Ho pensato che avrebbe sorriso anche Einstein per quel commento e la mia paura di volare che, in realtà, è soltanto paura di cadere, si è diluita piano piano in quella frase. Fino a dormire.
Ho un rapporto stupendo con il sonno. Quell’intesa e quella complicità che calamitano gli abbracci. Lui, il mio sonno, conosce le mie ansie e le mie paure ed è l’unico capace di drogarle. La sola collaborazione che mi chiede è quella di chiudere gli occhi, al resto ci pensa lui con le sue dita leggere. Arriva piano. A qualunque ora del giorno. Lui sa già quando ne ho veramente bisogno.
Se un giorno dovesse succedere a me di amare così come mi ama lui,
“Virgola, e poi?”
“Virgola e nuvole”

 
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Furore.

Post n°61 pubblicato il 21 Novembre 2008 da lupopezzato
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H

o messo le mie parole ad asciugare al sole. Mi son seduto a terra accanto a loro stando attento al vento e sei passata tu. Un’occhiata un po’ svogliata. Gli occhi nascosti dalle lenti grigie ed appena trasparenti e, quando ormai stavi per andare via, sei tornata sui tuoi passi. Hai letto un’altra volta, stavolta piano. Con più attenzione. Hai letto con il cuore. Io guardavo i tuoi capelli d’oro.
"Son tue queste parole?"
"Sì, son mie."
"Le vendi?"
"No, le ho messe ad asciugare al sole ma se vuoi te le regalo."
"Davvero?"
Le hai raccolte tutte, ad una ad una. Nemmeno grazie e sei scappata.
Io son rimasto là.
Senza parole.

 
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Rosa

Post n°60 pubblicato il 21 Novembre 2008 da lupopezzato
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D

ei suoi otto figli, a Rosa era rimasto solo lui. Gli altri avevano preso tutti la loro strada. Lui cercava sempre di rimandare la sua partenza. Era attaccato a lei o, forse, era attaccato alla casa. Alle sue cose. Rosa gli parlava spesso. Gli ripeteva che doveva andare, cercando di fargli capire che non era la voglia di mandarlo via ma era necessario. Per lui. Passavano i giorni e Rosa sapeva che era un parlare al vento. Poi, una sera. Era novembre. Rosa, alla luce della luna, ricamava.
“Mamma, io vado”
Viene sempre un momento nella vita in cui devi tirare una riga e prendere la tua direzione.
Si abbassò sulla mamma e la baciò.
“Buona fortuna, Scirocco.”

 
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23

Post n°59 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
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C'

erano una volta
un gatto ed un lupo, entrambi pezzati
«ma tu non sei un cane, vero?»
«no, sono un lupo»
«i lupi non mangiano i gatti, vero?»
«no»
e per farlo sentire più tranquillo
«e i gatti, li mangiano i lupi?»
«no, no»
«meno male»
un gatto ed un lupo e quei quattro colori
diversi dai miei
un gatto ed un lupo che ruotano il naso
inseguendo la roba che gira rigira si ferma
scarica l’acqua poi la ricarica e riprende a girarla
un gatto ed un lupo e quei quattro colori
il nero
il grigio
una macchia di rosa
qualcosa di giallo
il lupo a russare ed il gatto a dormire.

 
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Apnea.

Post n°58 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
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N

on è mai blu l’alba.
In qualunque parte del mondo l’alba ha colori ad acqua.
Tenui.
Senza contrasti e senza mezzi toni.
È ricca di domande l’alba.
Ha un futuro.
Ti sveglia con dolcezza.
Cammina sulle punte.
Come lei.
Il tramonto, invece, ha colori ad olio.
Contrasti.
Ombre allungate e tinte che vanno a stringersi nel blu.
Ha tante cose da raccontare il tramonto.
Un suo passato e lo racconta bene.
Come lei.
Alba e tramonto.
Donne.
Diverse come diverso è il giorno dalla notte.
Ed io ho voglia d’iniziare.
Ho voglia di finire.
Ho voglia d’alba e voglia di tramonto.
Ma.
Tra l’alba ed il tramonto, tu.
Il presente.
Ho voglia d’esserci.
Nei tuoi occhi.
Carpe diem.
Chissà se un giorno la smetterò d’innamorarmi soltanto e imparerò ad amare.
C'è differenza fra innamorarsi ed amare?
Scopare non sempre significa amare
così come ridere non sempre significa essere felici
così come respirare non sempre significa vivere.
Apparenze.
Mi si è incagliata l’ancora.
Metto la maschera, le pinne e vado giù.
Seguo la fune, quel filo d’Arianna ed io Teseo.
Acqua, l’unico posto dove mi accorgo che anch’io posso volare.
In quel mondo fatto di silenzi e giochi di luce.
Senza parole.
Solo rumori.
Senz’aria, vivo lo stesso.
Solo per poco, però.
Apnea.
Pochi metri, pochi secondi.
Disincaglio l’ancora e resto un poco giù a fare capriole.
Brucio quel poco d’aria che mi è rimasta.
Muovo le pinne, appena appena e volo.
I miei pensieri li ho lasciati a galla.
Senz’aria, vivo lo stesso.
Solo per poco, però.
Apnea.
Senza di te, vivo lo stesso.
Solo per poco, però.

 
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21

Post n°57 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
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U

na mail in posta: "non dormo, sono nervosa".
C’est la nuit.
Anche se hanno meno audience, io preferisco le albe ai tramonti. Il giorno ammortizza tutto. Il giorno non è illusione ma realtà. La notte, no. La notte amplifica tutto. Le paure soprattutto. Le gonfia, le ingrassa, le moltiplica. Amplifica le emozioni. Amplifica la solitudine. Moltiplica i pensieri. Amplifica le ansie. Chissà, forse la notte non è solo un fatto di terra che gira su se stessa. Ovvero un fatto esterno. Forse la notte e il giorno fanno parte del nostro orologio biologico e fisiologico.
Però un rimedio c'è.
La notte, per non farsi trovare impreparati, bisogna essere almeno in due.

 
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Itaca.

Post n°56 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
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Q

uando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi penetranti
d'ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare. 

Costantino Kavafis

Ciao Kavafis, mesi fa lessi per la prima volta questa poesia. Poi l’ho riletta. Più di una volta e, penso, che la rileggerò ancora e spesso. Dopo averla letta venni a cercarti. Volevo parlarne con te ma chi mi aprì mi disse che era tardi. Istintivamente guardai l’orologio. In effetti erano le tre passate. Quasi le quattro. «No, non tardi per l’ora» mi disse quella persona con un sorriso sbrigativo e  forse scortese ma, considerata l’ora, ne avrebbe avuto ragione. «Ah, capisco... buonanotte» e, andando via, pensai «ma che differenza fa? Quando è tardi è tardi». L’ora oppure il giorno oppure l’anno diventano solo una misura del tardi ma il tardi resta. Non cambia. Resta tardi. Peccato però, perchè ti avrei voluto dire.
«Cosa?»
«Ti avrei voluto dire che leggendo Itaca mi è venuta in mente “Lentamente muore” da molti attribuita a Neruda, poi ho scoperto che l'ha scritta Martha Medeiros. Ecco, volevo dirti che sono due modi completamente diversi di viaggiare. Due modi diversi di correre incontro alla vita piuttosto che aspettarla. Tu l’hai fatto lasciando intendere che puoi anche sbagliarti. Lei l’ha fatto salendo in cattedra e facendo di tutta l’erba un fascio. Le tue parole toccano. Le sue sono un elenco delle cose da fare e non fare. Come se fossero gli ingredienti  per la torta della felicità. Chissà se Martha sa che lentamente muore anche chi si buca ma non muore quando si buca, muore quando non si buca ed allora si buca per non morire. Mi piace di più la tua, Kavafis. Tu lasci che ognuno abbia la sua Itaca. Prospettive, angolazioni»
«Non mi piacciono i paragoni»
«Neanche a me. Non è un paragone»
«Hai altro da dirmi?»
«Ho sempre qualcosa da dire ma alle volte mi dedico ai miei silenzi. Anche loro hanno diritto di vivere e mi tocca di ascoltarli»
«Quindi abbiamo finito?»
«Sì»

 
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Amo

Post n°55 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
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“Ragazze forza preparatevi, fra poco dovrete uscire”
“Ma tu come fai a saperlo?”
“E’ fra i miei compiti. La vita è strana e la parola, anziché semplificarla, l’ha complicata perché non tutte le parole che si pensano poi si dicono. Quelle che si dicono faranno rumore, conosceranno la notte e il giorno, vedranno la nebbia ed il mare, prenderanno acqua, pioggia e vento. Quelle che si pensano no. Resteranno dentro, taciute. Io sono la bocca e, fra i miei tanti compiti, credimi, questo è il peggiore. Non decido un cazzo, eseguo. Apro e chiudo.”
“Ho capito”
“Dai muovetevi che fra poco dovete uscire. Dunque ti e amo, preparatevi”
“Anch’io?” chiese amo sorpresa ed incredula.
“Sì, a quanto pare è finalmente arrivato il tuo momento. Eddai, togliti quelle ali, mettiti un po’ di lucido su quelle labbra, datti una ravvivata ai capelli. Non ti succederà tanto spesso nella vita di uscire. Non sei una parola comune come mamma o fanculo. Dai.”
Amo impiegò un attimo a farsi bella e non ebbe bisogno di lucido per le labbra e nemmeno di ravvivarsi i capelli. Tolse le ali e mise soltanto una cosa in quelle tre lettere che sono tre posti diversi ma così uguali. Mise il sorriso negli occhi, nelle labbra e nel cuore.

“Ti devo dire una cosa..”
Lei lo guardò.
“Dai ragazze, pronte? E’ il momento – e inaspettatamente e di colpo urlò - mio dio, no! Cambio di programma: amo tu resta dentro, voglio e bene uscite con ti... dio che casini che mi combina questo stronzo qua.”
“... ti voglio bene”
“Lo so” disse lei sorridendo “sei il mio migliore amico lo sai, e ti voglio bene anch’io”. 

La bocca già gliel’aveva detto altre volte quel “vedrai, verrà il tuo momento” e capì che stavolta non era il caso. Amo, in quell’angolo buio, appoggiata alle tonsille, si spogliò dei suoi sorrisi, si rimise le ali e pianse. Col cuore, con gli occhi e con le labbra.
E ritornò farfalla.

 
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Tilde

Post n°54 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
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T

ilde, non so perché ma t’immagino come una che è arrivata di corsa alla stazione. In fretta, prima che partisse il treno. Troppo tardi, comunque. Il treno è già partito. Come le cose che ormai son state dette. Non si torna indietro. Ti avvicini alla panchina. È mezza vuota.
"È un nome il tuo? Il diminutivo di Matilde?"
"No, è un segnetto. La tilde. Con la ti minuscola. Per cambiare il rumore di una lettera. Nient’altro."

 
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Isabel

Post n°53 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
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«Sono stata via due giorni, sono tornata e la casa è un disordine totale, dove capperina sei?....ti ricordi quando sono partita cosa ti ho detto?.....spero tu ci abbia pensato... anzi conoscendo la tua anima ne sono certa.... a presto»

Anch’io sono stato via. Da me. E sono stufo di mettere ordine in casa. Priorità. Devo fare ordine in me stesso. Sono disorientato. Fortuna che abbiamo vinto le elezioni. Qualcosa che mi rallegra. Capisci? Per sorridere devo aspettare le elezioni. Che cazzo mi succede Isabel? Tu che dici di conoscere la mia anima, rispondimi. Spiegami. Aiutami. Dimmelo tu dove capperina sono! E tu? sì, tu. Dove capperina sei tu? Sei stata via due giorni? Solo due giorni? Contali davvero questi giorni. Staccalo dal muro quel calendario. Mettilo sulla tavola. Prendi carta e penna e siediti. Per una volta Isabel, per una volta soltanto, siediti e contali. Contali Isabel e ti accorgerai che non sono due. Tu non ci sei mai. Non ci sei mai per me, mai. Oggi parlavo con un’amica. Mi ha raccontato del suo primo bacio. Mi ha detto «sai Gigi, sono passati 17 anni e me lo ricordo ancora quel bacio. Perfino il sapore». Io invece del mio ultimo bacio ricordo il sapore di cioccolata e nocciole. Ricordo anche quello che c’era scritto sul bigliettino «amami quando lo merito meno, perché sarà quando ne ho più bisogno». Isabel, io non me lo ricordo quand’è che ci siamo baciati l’ultima volta e tu? Te lo ricordi tu? Che ti succede? Rileggi quello che mi hai detto. Rileggi le ultime due parole.
Isabel, «a presto» non si dice quando si arriva ma si dice quando si parte. Stai già andandotene di nuovo? Fanculo, hai la residenza nella mia vita ma il domicilio altrove. Dove abiti, Isabel? Me lo dici? Dove corri mentre io aspetto che ti fermi. La mia vita con te è come stare seduto in treno con gli occhi incollati al finestrino a guardare quel paesaggio sempre in movimento. Un’immagine sfocata, mossa. Non riesco a capire nemmeno il colore del tuo rossetto. So soltanto che sotto quel rossetto ci sei tu.
Un flash. Stazione di polizia. Ci sono cinque donne in fila. Il poliziotto mi chiede «quale delle cinque è Isabel?»
«Le faccia girare di spalle»
«Perché?»
«Perché Isabel la vedo solo partire. La riconosco solo di spalle ormai».
Il treno si ferma ad una delle tante stazioni della mia vita. Il paesaggio è fermo. Scendo ad abbracciarti.
«Sbrigati Gi, il treno deve ripartire. Torna su»
«E tu?»
«Io devo andare».
Obbediente come un cane, torno su. Mi risiedo al mio finestrino. Il treno si rimette in movimento. Tu hai già girato le spalle e ti stai allontanando incartata in un tailleur rosso scuro. Giacca leggermente avvitata e gonna al ginocchio. Inutile dire che è la prima volta che vedo quel tailleur. Scarpe a punta con tacco altissimo. Borsa rigida. Capelli lun... nooo! Corti! Cazzo li hai tagliati! Perché? Quando una donna taglia i capelli senza parlarne col suo uomo, vuol dire che il suo uomo è già retrocesso ad ex. Il prossimo passo è sentirsi dire «però restiamo amici se vuoi».
«Prego» e una mano mi allunga un fazzolettino di carta. Asciugo gli occhi. Tolgo lo sguardo dal finestrino. La ragazza del fazzolettino siede di fronte a me e mi osserva. Una frangetta di capelli neri sotto la quale intravedo uno sguardo dolce e caldo appena appoggiato su un sorriso tenero. A fianco a lei è seduto un uomo sui quarant’anni che legge il giornale. Indossa un bel maglione color panna ed ha gli occhiali appesi ad un filo di colore azzurro. Di fianco a me una donna che si guarda attentamente il palmo della mano. Ha i capelli rossi. Lunghi. Un paio di occhiali con montatura rosa e con i brillantini ai due lati alti delle lenti. Si accorge che la sto osservando ma finge di nulla e continua a guardarsi attentamente nel palmo della mano.
«Qualcosa che non va?» le chiedo.
«No no, tutto bene. Sto leggendo».
Annuisco leggermente con la testa.
«Dovrebbe conoscerla a memoria quella mano ormai».
«Ti sbagli ragazzo. Le cose cambiano. Attimo dopo attimo. E’ così la vita»
«E' vero, cià ragione» le dico.
Mi alzo. Saluto la chiromante, la ragazza del fazzolettino, l’uomo col maglione color panna e mi avvio nel corridoio. Scendo alla prossima fermata.

 
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La coperta

Post n°52 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

Q

uest’anno ho ricevuto, come ogni anno, i soliti regali. Alcuni uguali, altri carini ed uno, invece, molto strano. Una coperta. Cosa c’è di strano in una coperta?
Vigilia di Natale, bussano alla porta. Guardo l’ora, mezzanotte e venticinque. Chi sarà? Vado alla porta e chiedo «chi è?». Mi risponde una voce un po’ scocciata «un pacco per lei!» apro e vedo un commesso con un pacco enorme che, in modo sbrigativo, mi fa firmare una ricevuta e se ne va. Neanche il tempo di una mancia oppure di dire «auguri». Mah, contento lui. Trascino il pacco in casa, chiudo la porta, e comincio ad aprirlo chiedendomi «cosa mai sarà?» Dopo averlo scartocciato scopro che è una coperta. Molto bella. Azzurra e blù come il mare e come il cielo. Un bel colore. Morbida morbida, piacevole da accarezzare e calda. Un bel calore. Però molto grande ma tanto, tanto grande. Grandissima, enorme. Non avevo mai visto una coperta così grande ed io non avevo un letto così grande da poterci mettere su una coperta di quelle dimensioni. «Ci penserò domani» mi son detto e sono andato in camera trascinandomi la grandissima coperta dietro. Non volendola lasciare a terra ho deciso di appoggiarla comunque sul mio letto, al limite l’avrei ripiegata due o tre volte per farcela stare. E qui è lo strano. Stendendola sul letto mi sono accorto che, come per magìa, ci andava perfettamente. Come fatta su misura. Non ci capivo nulla ed ho rinunciato a pensarci. Avevo sonno ormai. Mi sono infilato sotto la coperta ed ho spento il lumetto.
Cazzo, ci sono cose che sono proprio grandi a prescindere dalla misura.

 
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Post n°51 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

A

driano nacque in campagna. Poche case. Nemmeno un paese. Correva in mezzo ai campi. Era sempre impolverato. Crescendo arrivò in città e, come se gliel’avesse disegnato il destino, continuò quel percorso finchè non incrociò lei, Giulia. Bella e decisa. Un giorno lei gli tagliò la strada senza dire nemmeno un “oops”. Adriano si chiese se fosse quello l’incontro della vita e, invece, fu per lui qualcosa oltre cui non riuscì ad andare. Anche Giulia era nata in campagna ma s’incontrarono in città in un giorno di pioggia. Quei giorni dove non c’è nessuno per strada e, se incontri qualcuno, ha troppa fretta per fermarsi. Giulia invece si fermò. Restarono assieme quel giorno. Pure il giorno dopo ed anche l’altro. Restarono assieme finchè piovve. Il quarto giorno venne fuori il sole. La gente, come i gatti dai cassonetti, uscì di nuovo in strada. Gli operai tornarono al lavoro e Giulia continuò il suo percorso per andare al mare - «ciao, grazie» - e Adriano non ebbe il coraggio di chiederle di restare e nemmeno di dirle che lui, il mare, non l’aveva mai visto.
«Scusi, mi sa indicare via Giulia?»
«E' facile, questo è viale Adriano. Lo faccia fino alla fine. Arrivato in fondo, il viale finisce e sarà obbligato a girare per via Giulia. A destra va verso la campagna. A sinistra va verso il mare»

 
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Post n°50 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

P

rima l’immagine o le parole? Quasi tutti i miei post nascono prima con le parole e solo dopo scelgo l’immagine. Difficile che faccia il contrario. Partire da un’immagine è come svolgere un tema dalla traccia assegnata. Tipo «lo sport fa bene al fisico?» e mettere giù un mucchio di parole per dire che lo sport fa bene. L'immagine però è sempre più immediata. O no?

 
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Nickname.

Post n°49 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

S

tamattina gli ho detto di alzarsi e di venire con me. Non avendolo mai fatto prima, ne è rimasto sorpreso e mi ha fatto tre volte la stessa domanda. 
«Dici davvero Gì?»
«Certo, sbrigati»
«Guarda che io mi alzo»
«Ti ho detto di sì»
«Mi giuri che non mi stai prendendo in giro?»
«Ma si può sapere che ti prende?»
«Niente, solo che la felicità è merce così rara che sprecarla sarebbe peccato».
Mi sono preparato in fretta. Più in fretta del solito. Ho impiegato pochissimo. Quando evitiamo di guardarci allo specchio è sempre così. Risparmiamo un sacco di tempo. Mentre mi vestivo lo sentivo cantare.
«Gììì?»
«Che c’è?»
«Che mi metto?»
«Una cosa qualsiasi e sbrigati»
Ho aperto l’armadio, mi sono abbassato ed ho tirato fuori la scatola di legno. Movimenti meccanici. Come in trance. Ho preso quella cosa e l’ho infilata nel pantalone, dietro la schiena. Mentre rimettevo la scatola nell’armadio, lui ha aperto la porta e mi ha chiesto «come sto?»
«Stai bene. Dai andiamo»
Siamo usciti. Ho chiuso la porta. Sei scalini. Poi una rampa di scale. Il corridoio. Ho aperto la porta del box «dai sali» ho messo la cintura e siamo partiti.
«Metto anch’io la cintura?»
«No, a te non c’è bisogno»
«Dove andiamo?»
«Al mare»
Arrivati al porticciolo ho parcheggiato.
«Vieni»
Camminava di fianco a me e si guardava intorno.
«Gì, come si chiama qua?»
«Acquamorta»
«Allora qua è dove tieni la barca?»
«Sì»
«Qual è la tua?»
«E’ quella»
«Com’è bella, Gì. Mi piacerebbe salirci»
Non era mai venuto in barca con me. Era la prima volta. E sarebbe stata l’ultima. C’era l’onda lunga stamattina. Quella che un po’ ti porta in cielo e un pò ti fa toccare il fondo. Volevo girare attorno all’isolotto di San Martino. Mi ha chiesto «non possiamo passare sotto?» Anche lui era curioso di passare sotto al ponticello che unisce l’isolotto a Monte di Procida. Onda lunga. Dovevo starci attento. Siamo passati e lui sorrideva.
«La sai una cosa, Gì?»
«Che cosa?»
«Il mare è quasi uguale»
«A cosa?»
«A come lo racconti tu»
Abbiamo superato la spiaggia dei gabbiani. Ci puoi arrivare solo dal mare. Io la chiamo così perché loro al tramonto ci vanno a dormire. La riempiono. A destra si vedeva la banchina di Torregaveta e più avanti la spiaggia del Fusaro.
«Gì, stamattina cos’hai nascosto dietro la schiena?»
Come una fitta al cuore. Aveva capito tutto. Ho messo la mano dietro la schiena ed ho tirato fuori il mouse.
«Vuoi uccidermi vero, Gì? Ti sei stancato di lupopezzato. In fondo sono solo un nickname, no? Adesso schiaccerai quel pulsante e lupopezzato non esisterà più. No dai,  niente lacrime. Non essere stupido. Prima o poi sarebbe successo. E’ nel destino di tutti i nickname. Voi pensate che siamo felici perchè ritenete che la nostra vita sia più facile della vostra ma non è così perché noi viviamo nell’incubo che da un momento all’altro possiate decidere di cancellarci. No, non piangere Gì.. non essere stupido.. in fondo, questa parvenza di vita la devo proprio a te»
«Sei stato la mia anima»
«No Gì, sono stato la tua marionetta. Non mi hai mai dato la possibilità di esprimermi senza che fossi tu a tirare i miei fili»
«Mi dispiace»
«Non importa. Prima di uccidermi, mi faresti guidare un poco la tua barca?»
Mi sono alzato lasciandogli il timone. Lupopezzato era contento e sorrideva come un bambino mentre si sedeva al posto mio. Gli ho dato le spalle. Solo un attimo ed ho sentito qualcosa di freddo premermi sul collo.
«Mi dispiace Gì, non avrei mai pensato di farlo ma non ho altra scelta, l'hai voluto tu.. mors tua vita mea.. eheheh.. hai notato la differenza? Tu mi avresti ucciso piangendo. Io lo farò ridendo. Tu sei un'ipocrita, io soltanto un nick.. non ce l'ho una coscienza e nemmeno un'anima.. e poi sono stufo di vedere gente senza cuore che chiude i blog sopprimendo i suoi nick. Li ha creati, li ha fatti vivere e quando se ne è rotto li distrugge. Ecchecazzo, nemmeno con le Barbie si fa così.. fanculo, per una volta sarà un nick a liberarsi del suo padrone.. eheheh lupopezzato finalmente avrà un blog tutto suo, solo suo.. eheheh.. bye bye Gì»
Mi si è gelato il sangue. Ho stretto forte gli occhi ed ho pensato «figlio di putt..» Bang!
C’era l’onda lunga stamattina. Quella che un po’ ti porta in cielo e un pò ti fa toccare il fondo.

 
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Reginella.

Post n°48 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato


e jà nun fa 'o scemo
che cazzo 'e core sì
si faje accussì?

 
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Luz.

Post n°47 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

L

a notte di san Lorenzo è solo una notte più affollata. Le stelle cadenti ci sono sempre. Anche di giorno. Perché se di qua è notte, di là, invece, è giorno. Di qua e di là. Sono solo due posti. Di qua, generalmente, è dove sto io mentre di là, invece è altrove. Altrove è anche quel posto dove, pur di non stare dove stiamo, vorremmo stare certe volte. Altrove, tante volte, più che un luogo è una situazione, un momento. La logistica della nervatura diremmo a Napoli. Ora, dopo questa chiara e profonda spiegazione psicogeografica del di qua e del di là  torno alle mie amate stelle cadenti. Amate perché mi hanno fatto compagnia in tante di quelle notti trascorse coricato sul mare e con gli occhi nel cielo o col cielo negli occhi. Ne ho viste  tante di stelle cadenti. Che poi non è vero che sono cadenti. Ce ne stanno di quelle che schizzano via dal basso in alto. Altre vanno in orizzontale. Nello spazio, in realtà, non esiste il sopra e il sotto.  Lo spazio è un kamasutra. Tutte le posizioni sono buone.

Le stelle cadenti.
Sono graffi lucenti.
Momenti.
Fatti d’oro o d’argento.
di luce, un graffio.
'nu scippo lucente e po’ cchiù niente.

Quella luce che mi ha solo sfiorato. Accontentarsi. Mi sdraio sul mare, chiudo gli occhi. Addormentarsi.

 
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Robot

Post n°46 pubblicato il 20 Novembre 2008 da lupopezzato
Foto di lupopezzato


«Gigi, sulla terra nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma»
«Anche noi ci trasformiamo, papà?»
«Anche noi, Gi»
«Come i robot?»
«Più o meno»
«Polvere eri e polvere diventerai», disse mia mamma.
«No Rosa, intendevo dire proprio un’altra cosa» rispose mio padre.
Eheh, mi faceva troppo ridere papà quando diceva che mamma non aveva capito un cazzo. A tavola stavamo seduti, mio padre a capo tavola, mio fratello e mia sorella da un lato e mia mamma e io su un altro lato. Mamma e papà erano una bella coppia. Litigavano poche volte e, quando succedeva, non si tenevano mai il muso. Mia mamma dice che io sono uguale a lui. Papà la adorava però non lo dimostrava. Una volta, per strada, non ho mai saputo perché, prese a uno per il petto e lo sedette sul cofano di una macchina.
«Papà e noi in che cosa ci trasformiamo?»
«In ricordi»
Come se si fosse fermato il mondo. Uno, due secondi. Poi mia mamma si alzò ed andò a prendere la frutta in cucina. Si alzò anche mia sorella.
Raccolse i piatti vuoti ed andò anche lei in cucina.
Rimasi solo io, con i miei ricordi.

 
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