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Un blog creato da lupopezzato il 13/11/2008

think different

lupopezzato

 
 

 

Michel Fugain

Post n°584 pubblicato il 18 Ottobre 2013 da lupopezzato

 

 

E

quando hai finito le parole, succedono sere in cui hai solo voglia di ascoltare.

 

 
 
 

Venere

Post n°582 pubblicato il 17 Ottobre 2013 da lupopezzato
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D

al balcone di casa mia, in una serata di un ottobre che ti rinnova sapori amari, quando il cielo è diventato terso e limpido, dopo che ha piovuto molto e sembra che dica "era tanto che non venivo così bene", si vede Venere. Sotto di lei un palazzo di sei piani. Lei sta più o meno al dodicesimo piano. Sembra una stella enorme e luminosissima. Direzione sud-ovest. Più sud che ovest. E' femmina. Non sta mai ferma. Verso le 23 sta quasi a perpendicolo su di me. Potrei vederle il culo ma adesso è molto più lontana. Posso solo immaginarlo.

 
 
 

Magritte

Post n°581 pubblicato il 15 Ottobre 2013 da lupopezzato
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L

a sua era solo omonimia ed anche il vaso era solo una casualità. Quel vaso che, per lei, aveva un enorme valore affettivo perchè era come la nostra canzone ovvero quella canzone che diventa l'avatar di un amore. Anche per lui si trattava solo di omonimia ed il fatto che fosse un uomo molto dolce era solo un'affinità casuale. Pandora e Pandoro, convivevano in modo occasionale ma molto frequente. Lui aveva un laboratorio nel quale riparava le cose più diverse e stravaganti, ed entrarci ti faceva star bene. Quegli oggetti avevano un loro respiro ed erano pieni dell'amore reciproco che poi è quello bello proprio perché non riesci, fortunatamente, a stabilire se è più quello che ti da o più quello che ti prende. L'amore reciproco non fa bilanci perché non riesce a farli. Nell'amore reciproco non ci sono scuse e non ci sono perdoni.
Pandora amava l'autunno. Diceva che era la primavera dell'inverno ed avrebbe continuato ad amarlo anche se fu proprio d'autunno che il suo vaso si ruppe. Pianse. Pandoro ne raccolse i frammenti.
"Guarda", le disse con orgoglio giorni dopo mostrandole il vaso. Lei lo guardò. Nemmeno il più piccolo segno. Lo sfiorò piano, in ogni parte, cercando di sentire sotto le dita anche la più piccola cicatrice. Nulla. Era tornato come prima. Lo prese e lo rimise al suo posto. Guardò Pandoro che abbassò gli occhi. Spostò il vaso. Gli cambiò posto. Guardò Pandoro che abbassò ancora gli occhi. Spostò di nuovo il vaso, cambiandogli ancora posto. Come un estraneo entrato in casa tua. Come tuo e tua quando non hanno più lo stesso significato.

 
 
 

Footing.

Post n°580 pubblicato il 14 Ottobre 2013 da lupopezzato
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U

na strada dritta e malevola perchè porta alla perdizione del lavoro ed un sole che, alle volte, è come la tentazione di una tuta grigio chiara con striature grigio scure di sudore.
Rallento, tiro giù il finestrino: "Sicura che non vuoi un passaggio?"
"??", con lo sguardo di chi non ha capito.
"Io dico che non ce la fai più".
Ha un pò di affanno. Fatica a rispondere. Forse il respiro corto le incasina la logica. Il sudore sul top un pò aderente ed un pò largo, disegna con approssimazione un seno che meriterebbe più rispetto, ma non tutti sono bravi pittori. Una mano poggiata sul finestrino, l'altra la poggia al petto e tira fuori la lingua che sembra la premessa per un: "spetta che riprendo fiato e ti mando a fanculo".
Infatti.
E a certe strade, dritte e malevoli, non è detto che non venga voglia di una svolta.

 
 
 

Cornetto e caffé

Post n°579 pubblicato il 12 Ottobre 2013 da lupopezzato
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U

n altro luogo. Un altro bar. Due piani, davanti al mare. A piano terra lo guardi negli occhi. Al piano superiore, lo guardi coricato davanti a te. Il resto della scenografia è un tavolino quadrato in midollino di rattan vinaccia con il piano in vetro. Un piattino bianco. Un tovagliolo giallo ed un cornetto caldo con marmellata d'albicocca. Un caffè, un giornale ed io.
Poche parole. Un ritaglio. Più che dare una notizia, è nasconderla: "Giovedì 17 scatta il fallimento tecnico degli Usa. Senza un'intesa nelle prossime ore, il 17 ottobre gli Stati Uniti raggiungeranno il limite imposto per legge e non saranno più in grado di rispettare i propri impegni finanziari". Come un'esplosione nucleare sotterranea. Alzo gli occhi dal giornale. All'orizzonte, il cielo ed il mare si confondono. Lo stesso, identico grigio. Come l'onda che spinta sulla battigia ritorna verso il mare, così mi torna un ricordo. Era giugno del 2007, nasceva una nuova stella che parlava a vanvera della fine degli ismi riferendosi a fascismo e comunismo. Quanta ignoranza. Peccato per chi finge di ignorarlo che anche il capitalismo sia un ismo. Peccato, per chi non lo comprende, che il fascismo altro non è, a sua volta, che il soggetto politico del capitalismo. Quella stella, prima di implodere su se stessa, ambiva ad una sinistra moderna e innovativa. Come se le idee avessero una data e non fossero, invece, proprio i mezzi per attuarla a doversi rimodernare ed innovare. Come se il trasporto, per fare un esempio d'idea, non fosse un concetto vecchio come il mondo, e quello che cambia non è l'idea ma il mezzo. Quanta ignoranza, confondere le ideologie con i dittatori che le hanno usate ed abusate, e violentandole hanno trasformato potenziali democrazie in regimi. E' da quando esiste il mondo che è la classe politica e non il popolo-gregge a trasformare una potenziale democrazia in dittatura ed a trasformare il diritto in privilegio ovvero ad usare ed abusare del proprio potere per scopi personali, laddove per personale s'intende la fitta rete degli interessi forti. Intanto il capitalismo, proprio come il nucleare, continua ad annegare nella stessa merda che crea ed il suo paese-simbolo annaspa ormai in un debito che non può più onorare. Un debito fatto soprattutto di armamenti, aggressioni militari e viaggi spaziali inutili ed affascinanti solo per chi non ha il rispetto per il danaro di chi si fa il mazzo.
Penso, forse parlo, ma lei, il mare, se ne fotte. Mi guarda con l'indifferenza di chi ti direbbe "questi sò cazzi tua", e guardandolo, come in un flash, vedo barconi capovolgersi. Gente annegare. Giovedì 17, ce ne saranno altri. Tutti noi. Sempre più globalizzati. Sempre più usati. Sfruttati. Sempre più in fuga. Sempre più clandestini di noi stessi.

 
 
 

Cacciucco e talco

Post n°578 pubblicato il 10 Ottobre 2013 da lupopezzato
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S

tamattina in doccia, insaponandomi l'uccello e misurandolo mi dicevo che la felicità è anche sapersi accontentare e la qualità è più importante della quantità. Insaponando il resto ho ripensato al sogno di stanotte. Ancora Stoccolma. Avevo vinto il Nobel per la letteratura. C'erano con me, I. Penz ed Imenhe Hopen. Ovviamente avevo rinunciato al premio: otto milioni di corone svedesi, quasi un milione di dollari. Ho sempre detto che la letteratura non è un concorso a premi. Le parole non sono una gara e non dovrebbero avere un prezzo. A volte costa dirle o ascoltarle ma questo è altro, non letteratura. A cena, Imenhe e Penz si sono congratulati con me per la mia coerenza e questo, per me, valeva più di qualunque cifra. Degustando il cacciucco alla svedese fatto con fettine di betulla giovane affogate in uno spezzatino di testicoli d'alce, uova di merluzzo e trancetti di foca, Imenhe mi ha chiesto se potevo regalarle un ritocchino al seno, e quando le ho risposto che il suo era già splendido, ha detto:
"Sì, lo so, ma vorrei i due capezzoli allineati".
"Ma Imenhe, tutti i seni hanno un capezzolo più basso", le ha fatto notare Penz.
"Lo soooo ma è solo un vezzo. Questo seno, per quanto bello, non lo sento mio. L'ha disegnato lui e può ridisegnarmelo", ha detto con una tenerezza da far alzare in volo stormi d'uccelli.
"Ok Imenhe, posso rinunciare ad un assegno ma non a te. Tu dammela ed io lo farò".
"Eheh, promesso?"
"Promesso."
Ovviamente era solo un sogno perchè per un milione di dollari, avrei rinunciato ad essere comunista, avrei amato gli americani, avrei votato a destra ovvero per chiunque siede oggi in Parlamento e sarei diventato perfino orgoglioso del mio paese. Un perfetto paraculo, insomma. Un italiano. Mentre col piumino d'oca impolveravo di talco l'inguine, nel rispetto di una tradizione iniziata da mia mamma quando ero ancora in fasce, mi arriva un messaggio sul cellulare: "Stanotte la mia promessa l'ho mantenuta, tu non dimenticare il ritocchino".

 
 
 

Nobel.

Post n°577 pubblicato il 09 Ottobre 2013 da lupopezzato
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U

na settimana dopo, leggendo la notizia, sorrisi. Scrivendo il Gioco dell'Oca nemmeno sapevo chi fossero quei tre e che stavano lavorando sulla stessa ipotesi sulla quale stava lavorando Imenhe Hopen. La colla che condusse anche lei al Nobel fu proprio il completamento del lavoro che aveva portato, due anni prima, Scheckman, Sudhof e Rothman al Nobel per la medicina per aver svelato il meccanismo del trasporto cellulare nelle cellule e fra cellule ed avevano spiegato come i neuroni comunicano fra loro. Si erano avvicinati ai percorsi dei nostri pensieri, emozioni e sentimenti. Quei tre avevano iniziato a spogliare il corpo di una donna, e fu Imenhe Hopen a toglierle l'ultimo indumento. Un corpo svelato da ogni velo che, nella sua nudità, resta comunque un mistero tutto da scoprire. Imenhe aveva in tasca un assegno di 8 milioni di corone svedesi. Passeggiando nel freddo opaco di quella notte si affacciò sulla baia di Riddarfjärden. Le tornò alla mente quella frase "Arriverai a Dio e là ti dovrai fermare". Non si era fermata. Aveva gli occhi lucidi. L'acqua davanti a lei era ferma. Là il mare si snaturava. Si conteneva. Niente eccessi. Omologato ed urbanizzato. Appiattito ed addomesticato. Non era lui.

 
 
 

EOF

Post n°576 pubblicato il 09 Ottobre 2013 da lupopezzato
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I

l do ut des non è una regola ma solo una spiegazione sulla ricerca costante di un equilibrio che non è possibile oggettivizzare. Il comportamento è maledettamente soggettivo. Ciascuno da e ciascuno prende ma, devi accettare che lo scambio non è mai uguale perchè quello che per uno è tanto, per l'altro potrebbe essere poco o viceversa e, se succede, come a volte accade, che l'altro si prende qualcosa altrove, dove l'altrove non sei tu, non è detto che lo faccia perchè tu gliel'hai fatto mancare. Spesso succede solo perchè l'ha voluto oppure se l'è cercato oppure non ha saputo e voluto rifiutarlo. Sono i comportamenti che rientrano in quella che ciascun individuo considera la propria intima libertà. L'errore mentale è pensare di poter intervenire sulla libertà altrui. Quella libertà che non puoi delimitare o, peggio, ancora più stupido, pensare di delimitare col filo spinato della gelosia. La libertà altrui, come la tua, è una scelta consapevole e ognuno può solo prenderne atto. Si può discuterla ma è perder tempo perchè discutere sull'intimo di ognuno è discutere sulle viscere della Terra. Saranno inutili giri di parole che condurranno inevitabilmente ad una sola conclusione: ognuno ha diritto alla sua scelta. Strette di mano, con sapori molto soggettivi. Scelte databili nell'evento scatenante il cui motivo resterà affogato nelle viscere della Terra.

 
 
 

Verborum e babà

Post n°575 pubblicato il 05 Ottobre 2013 da lupopezzato
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E

applaudivano, s’inginocchiavano, sventolavano le bandierine. Tranne una che colse l’unico attimo di silenzio per chiedere: “E se cominciassimo pagando l’IMU e rinunciando all’8 per mille?”
Il gregge si voltò verso di lei e la distinse subito: la solita pecora nera. Avanzarono tutte in gruppo di qualche passo lasciandola emarginata in fondo alla fila e continuarono a farsi pascolare belando beatamente per saecula saeculorum.


 
 
 

Il gioco dell'Oca - 3/3

Post n°574 pubblicato il 01 Ottobre 2013 da lupopezzato
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N

on m'interessava essere inopportuno ed anche cafone ma la curiosità era grande.
"La conosci da molto?"
"Un paio d'anni".
"Hai anche scopato con lei?"
"Uhm, certo che sei un tipo strano, tu. Comunque sì."
"Non te ne sei innamorato?"
"Dipende da cosa intendi per amore."
"Perché ci sono più versioni di uno stesso fenomeno?"
"No, ce n'è una soltanto. La mia, per me. La tua, per te. La sua, per lei. E così via. Io, comunque, l'amo. Come amo anche altre donne."
"E' vero amore quando si amano allo stesso modo più persone?"
"E' sempre amore, e non ho detto allo stesso modo. Sarebbero fotocopie, quindi repliche di un solo originale e l'amore non è riproducibile."
"Io non riuscirei ad amare una donna sapendo che lei ama anche altri."
"Hai appena detto una sciocchezza."
"Cosa ne sai del mio modo di essere o di pensare?"
"Non ti funziona il GPS. Non hai localizzato dov'è la sciocchezza. Puoi dire che lascerai la donna che ama anche altri, ma non puoi dire che smetterai di amarla. Lasciarla è un comportamento, è un'azione, è una decisione. Per fortuna, invece, amare o smettere di amare non è una decisione. Sarebbe snaturare l'amore, ucciderlo fino ad estinguerlo dal pianeta. Sarebbe in ogni caso una decisione che ti priverebbe della parte migliore dell'amore."
"Cioè?"
"L'amore senza possesso."
"Uhm, un concetto già sentito", dissi mentre Imenhe, tornava al tavolo.
"Di cosa parlavate?"
"Si parlava d'amore", disse lui.
"Ti ha fatto qualche avances?", gli chiese indicando me.
"Ci ha provato"
"Eheh, dai dimmi in quale caso la malattia si bloccherà".
"Immagino che accadrà nel caso in cui la cellula che si spegne non ha cerchi intorno. Una cellula che muore nell'indifferenza delle altre. Il mondo nemmeno se ne accorge o guarda altrove. Ogni giorno, migliaia d'individui annegano in quell'indifferenza che, per ipocrisia e convenienza, chiamiamo in modi diversi, facendola perfino diventare fonte di solidarietà. Preferiamo dire che muoiono per fame, ad esempio ma è indifferenza. Hai letto l'intervista a Papa Francesco?"
"Cos'ha detto?"
"Ha detto: 'lei sa cos’è l’agape? È l’amore per gli altri, come il nostro Signore l’ha predicato. Non è proselitismo, è amore. Amore per il prossimo, lievito che serve al bene comune', e poi ha detto anche 'personalmente penso che il cosiddetto liberismo selvaggio non faccia che rendere i forti più forti, i deboli più deboli e gli esclusi più esclusi. Ci vuole grande libertà, nessuna discriminazione, non demagogia e molto amore', un vero rivoluzionario. Cosa ne pensi?"
"Penso che tu non conosca profondamente cosa s'intende per 'rivoluzione' e penso che quando si confonde l'amore col rispetto, non è rivoluzione ma speculazione. L'amore, amico mio, è un fatto privato. Nel pubblico invece quello che è importante è il rispetto. Non è l'amore ma è il rispetto quello che in una società civile conduce al diritto. Dare amore a chi vive nella fame è un gesto immenso ma privato, dare rispetto ovvero riconoscergli il diritto alla vita, alla salute, al lavoro ed all'uguaglianza è un passaggio obbligato per una società che voglia definirsi civile. Vera rivoluzione sarà quando smetteremo di confondere 'solidarietà' con 'rispetto' e quindi con 'diritto'. Ma non ci sarà rivoluzione vera finchè gli affamati saranno essi stessi alimento per i cosiddetti benefattori. C'è tanto amore nella carità, ma nessuna dignità."
Rimasi senza parole. Mi vergognavo. Mi accorsi che avevo sempre guardato il mondo attraverso il buco della serratura. Imenhe mi aveva spalancato la porta.
"Tornando alla tua ipotesi, mi spiace essere cinica. Il tuo ragionamento sarebbe corretto se lo sviluppo della malattia fosse lineare. In questo caso, come hai ipotizzato, una sola cellula potrebbe interrompere il processo. Qui è diverso, la SPC non ha uno sviluppo lineare ma a macchia di leopardo e se nel suo percorso trova una cellula senza cerchi, il male proseguirà altrove. Alcune cellule, quelle indifferenti, sopravviveranno. Non saranno singolarmente coinvolte. Alla fine però, moriranno isolate."
Abbassai lo sguardo e rimasi in silenzio.
"E' tutto ok?", mi chiese Imenhe dopo qualche secondo.
"Mi accoltelli e mi chiedi se è tutto ok?"
Restò in un silenzio.
"Una domanda, Imenhe"
"Dimmi"
"Pensi di far passare ancora molto tempo prima di chiedermelo?"
Abbassò gli occhi per un momento. Respirò e rispose "no".
"Hai paura della mia risposta?"
"La temo."
"Vorresti provarci con la droga, vero?"
Di nuovo silenzio. L'amico discretamente si alzò e disse: "Io vado". Lo salutai. Si scambiarono un bacio rapido sulle labbra. E restammo lei ed io, nello stesso cerchio.
"Tu chiamala droga, io la chiamo chimica. Tutta la farmacologia è chimica."
"Chiamala come vuoi, la droga è solo e sempre un benessere fittizio e quindi, come tale, sostanzialmente si riduce a malessere."
"Anche la morfina è un benessere fittizio?"
"E' solo un antidolorifico."
"Ma allevia il dolore e quindi fa star meglio anche mentalmente."
"No, abbassa solo l'asticella del dolore ma non azzera quello dell'anima". Ero lucido come mai.
"Hai detto che certe mie espressioni, certi miei sorrisi, te lo fanno venire duro."
Ero talmente lucido che potevo prendere la mia fragilità fra pollice ed indice e misurarne lo spessore.
"Non è chimica quella di cui stai parlando"
"Il corpo che reagisce all'anima. Come le lacrime. Anima e corpo, come si saldano fra loro?"
"Non è chimica"
"E cos'è?"
"Non lo so, sei tu l'esperta."
"E allora fidati di me."
"Voglio pensarci."
"Hai alternative?"
"Se accetterò dovrai sapere che ho accettato perché mi fido di te e non perché non ho alternative."
"Non potevi dire cosa più bella", mi strinse la mano e disse "arriverò a quella colla".
"Arriverai a Dio e là ti dovrai fermare".
"Se lo pensavo, non sarei nemmeno partita. La troverò, dammene il tempo".
Mi tornò in mente la folla oceanica che aspettava di sapere da me quale fosse la cosa più importante della vita. E' il tempo. Avere tempo. Quel tempo che si accorciava come una maglia lavata male.

 
 
 

Il gioco dell'Oca - 2/3

Post n°573 pubblicato il 01 Ottobre 2013 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

Q

ualche giorno dopo passai la notte con lei, in ospedale. Era ottobre. Ritornammo ai cerchi.
"Nel caso della SPC succede una cosa particolare. Una cellula muore e quelle che le stanno intorno, come in un rito del dolore decidono di lasciarsi morire trasformando il rito in catena del dolore. Di cerchio in cerchio. Una catena che man mano si allontana da quella che ha innescato tutto, e si lascerà morire perché prova dolore per altri e non per te. Un meccanismo strano. Qualcosa che potrebbe sembrare amore ma anche egoismo. Forse quella stasi che è proprio fifty-fifty fra amore ed egoismo. Quell'annullarsi a vicenda e che ti fa morire dentro. Un buco nero che si estranseca completamente dalla realtà. Un meccanismo perverso. Autonomo. Fino alla fine." "Stai animando le cellule, Imenhe."
"Non proprio, ma ci sei andato vicino. Lascia stare le cellule, focalizzati sul dolore. Quando lo provi e mi riferisco a quando vivi una perdita, qual'è il punto del tuo corpo che reagisce."
"Mi si stringe il cuore."
"Sì, ma è solo un modo di dire, perché quello che si stringe davvero non è il cuore ma lo stomaco. In più del 90 per cento dei casi si stringe la bocca dello stomaco. Diciamo che ci è passato l'appetito ma in realtà lo rifiutiamo."
"Stai associando l'anima al corpo."
"Io ti amo!"
"???"
"Eheh, tranquillo, era per dire che hai centrato in pieno quello che penso accada nella SPC."
"Peccato."
"Cosa?"
"Che fosse solo un modo di dire."
Aprì un sorriso talmente bello che pensai "se un sorriso così, mie fottutissime cellule, non vi risveglia l'interesse nella vita allora siete proprio rincoglionite".
Ricucito il sorriso, continuò.
"In effetti, per motivi soprattutto religiosi, abbiamo sempre dissociato l'anima dal corpo e, questo, è diventato un default che è un freno che non abbiamo mai più provato a togliere. Ora, io non voglio minimamente discutere l'aspetto filosofico della questione. Me ne frego. Voglio verificare l'aspetto chimico della cosa. Voglio capire. Indagare. Ricercare e, quindi, tentare. Qual'è il legame chimico tra l'anima, così eterea e volatile, ed il corpo, concreto e solido? Sì può pensare di risolvere una malattia definita mentale senza sapere, non tanto dove finisce il corpo e dove inizia l'anima, quanto piuttosto riuscire a capire l'opposto ovvero dove e soprattutto come, il corpo e l'anima s'incontrano e si saldano?"
"Stai dicendo che solo sapendo come si saldano fra loro, sarà possibile ricucire i punti dissaldati. Sei alla ricerca della colla."

Un paio di settimane dopo, tornammo sull'argomento. Eravamo seduti alla terrazza di un bar. Una serata mite. Il cielo terso. Poche stelle, nemmeno un miliardo. Una luna svogliata e sciatta. Il mare era una lavagna sfregiata da una cicatrice d'argento. Mi presentò ad un suo caro amico e tornò sull'aspetto chimico della cosa. Su quel suo voler capire, ricercare, indagare e quindi, tentare.
"Se mi fermassi all'aspetto filosofico dell'anima ci sarebbe una sola possibilità di cura per te. L'unica possibilità di cura sarebbe quella di prendere le tue cellule, una per volta o un gruppo per volta, sederle in cerchio e lasciare che si parlino. A ruota libera. Oppure, una per volta accarezzarle, coccolarle. Parlarci. Far sì che si raccontino. Chiaro?"
"Certo, stai parlando di terapia di gruppo o singola", risposi.
"Appunto, ma è impossibile", aggiunse l'amico.
"Infatti", disse Imenhe.
"Infatti un corno", risposi io, "sarà impossibile accarezzarle ad una ad una, ma potresti provare a prendere un mucchietto delle mie cellule, metterle in una cultura con del prozac o del lexotan o con quello che cazzo vuoi e verificare se gli passa la depressione."
"Te l'ho già detto che ti amo?"
"Sì, ma se me lo rammenti, aiuta", le risposi.
"L'ho fatto, non con le tue ma l'ho fatto. E non funziona."
"Cellule del cazzo!", esclamai.
"No, erano di altre zone", rispose lei ridendo.
"Fanculati".
"Ahahah, siete fantastici", intervenne lui.
"Quindi, prendere in braccio il neonato che piange, accarezzarlo, cullarlo, coccolarlo e farlo riaddormentare è la colla di cui parlavi?"
"Ci sei vicino. Ma i neonati piangono per problemi fisici. Troppo presto per parlare di fatti esistenziali o di saldature che si rompono, anche perché le saldature nemmeno si sono cominciate a formare", disse Imenhe.
"Già... comunque penso che la SPC non sia irreversibile. Può fermarsi. Non ci riesce la medicina ma può fermarsi da sola e questo può avvenire solo in un caso", dissi.
"Wow, vuoi sorprendermi? Facciamo prima un break, però. Mi scappa", ed andò.

 
 
 

Il gioco dell'Oca - 1/3

Post n°572 pubblicato il 01 Ottobre 2013 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

I

l percorso che avrebbe portato Imenhe Hopen al Nobel per la medicina nel 2015 iniziò con la scoperta delle cause della SPC, una malattia rarissima che causava la morte di circa 120 persone l'anno in tutto il mondo. In termini puramente numerici era una scoperta a dir poco inutile perché centoventi individui su oltre sei miliardi equivalevano a zero virgola tanti zeri. La scoperta, inoltre, aveva anche sancito che per quella malattia non c'era alcuna possibilità obiettiva di cura.
Imenhe Hopen era testarda come la sua bellezza che era la somma di più etnie e, come in ogni campo, la bellezza si amplifica quando non è ripetitiva e quando non è una standard genetico. Il camice bianco metteva in risalto il colore ambrato della sua pelle. Scannerizzai le sue parti nude. I capelli tirati e raccolti. La fronte alta. Gli occhi brillanti ed espressivi. Le labbra non eccessivamente carnose. Gli zigomi appena sporgenti. Il collo lungo. Un incisivo disordinato. L'eleganza delle dita. Tutto era bello in lei, ma non bastò a rendere meno agghiacciante la sua diagnosi:
"SPC e, purtroppo, non esistono rimedi."
"Che culo", fu tutto quello che riuscii a dire. Mi spiegò che non c'era necessità che restassi in quell'ospedale perché non c'erano terapie a cui potessi sottopormi. Mi disse che però avrebbe voluto, finché ne avessi avuto voglia o interesse, che andassi ogni tanto da lei. Anche solo per prendere un caffè e parlarne. Qualche giorno dopo cominciai a farlo. Mi parlò della malattia. Della sua causa che sembrava così assurdamente stupida e che invece non si rivelò tale, anzi, aprì la scienza ad una visione ed a scenari che avrebbero rivoluzionato i meccanismi della vita conducendola al Nobel. Mi spiegò che SPC era l'acronimo di Suicidio Progressivo delle Cellule.
"Un suicidio di massa?"
"No, perché proprio al contrario di quel processo, non c'è una coscienza collettiva. Sai, le nostre cellule muoiono ogni giorno, ma il nostro corpo nemmeno se ne accorge perché le rigenera continuamente. Nella SPC invece, accade qualcosa di strano. Immagina uno stagno. Se ci fai cadere un sasso, succede che si formeranno anelli d'acqua. Onde che si allargano da quel punto formando tanti cerchi concentrici. Mi segui?"
"Pendo dalle tue labbra."
"Eheh, sei adorabile."
"Continua."
"A dirti che sei adorabile?"
"No, a spiegarmi."
"Immagina un individuo al centro di quei cerchi. Intorno a lui, il primo cerchio: i parenti più stretti. Moglie, figli, genitori. Nel secondo cerchio, altri parenti e poi i suoi amici, e poi i suoi colleghi, e poi i suoi vicini, e poi i suoi conoscenti. Fai lo stesso con te. Prendi tutto il tuo mondo e mettilo nei tuoi cerchi. Ora pensa che ognuno di quelli che sta nei tuoi cerchi, ha evidentemente anche lui i suoi cerchi. I suoi amori, i suoi affetti, amici, colleghi, vicini e conoscenti. Ok?"
"Stai disegnando l'universo umano."
"Bravo."
"Però se vuoi arrivare alla conclusione che siamo tutti fratelli, perdi tempo. Qualcuno l'ha detto prima di te."
"Naaaa", rispose facendo con la mano il gesto del no.
Una sera riflettevo sul tempo che mi restava da vivere. Lo facevo lucidamente. Ormai l'avevo accettato, anche perché, non avendo alternative, che cazzo potevo fare? Ripensai ad una frase letta da qualche parte "Ci sono così poche cose, al netto di tutto, per cui vale davvero la pena di vivere. Ma non è che serva poi molto altro per essere felici". Non è così. Nell'universo, a parte le sue leggi, non c'è nulla di assoluto. Tutto è relativo ed il bello e il brutto della vita non sono un aforisma ma dipendono dalla "tua" vita. Certe cose siamo convinti di pensarle e dirle in piena libertà e invece le diciamo sotto dettatura. Sono gli stati dell'anima che dettano e noi scriviamo. Ora che stavo preparando la mia lettera di dimissioni da questa terra, pensavo, al contrario di quello che avevo letto, che sono tantissime, invece, le cose per le quali vale la pena vivere. E ne vale la pena a prescindere dalla quantità di felicità che possono darti. Su questo concordavo, non serve molto per essere felici. A me, ancora meno perché non l'ho mai cercata o rincorsa. Mi sono sempre accontentato di qualcosa di meno effimero, di meno casuale, di più affidabile. Soprattutto di più costante e concreto: il benessere. Non inteso nel benessere economico ma in quello star bene prima con se stessi e poi con gli altri. Il benessere è un percorso. E' cultura, mentalità, educazione, rispetto, equilibrio, equità, e tante altre piccole cose. Mi venne voglia di elencare le cose della vita per le quali vale davvero la pena viverla. Per cominciare uscii. Andai al mio pub preferito non tanto per il panino wurstel e tanti crauti ma per una Guinnes Stout. Anche i crauti, però. E sorseggiandola, chiusi gli occhi, immaginandomi disteso sul St.Stephen’s Green. La quarta cosa che aggiunsi all'elenco fu la barca. Quella possibilità che ti dà, ogni volta che ne hai voglia, di diventare isola. Non solitudine. Isola, perchè se dovessi disegnarla, disegnerei un girotondo di persone. Un'altra cosa per cui vale la pena vivere è Wikipedia: una fonte inesauribile per la mia voglia di capire. Diversa dalla sete di lettura. Quel voler comprendere i meccanismi delle cose. Come mi piaceva sciogliere i nodi, più che farli. E ancora, mangiare una pasta alla genovese come la fa mia madre. E provarci e riprovarci e sbagliare sempre qualcosa, e convincermi alla fine che mia mamma mi ha sicuramente nascosto qualcosa. Oppure camminare scalzo. Era un elenco che non aveva fine. Tornato a casa mi tolsi le scarpe e mi buttai sul divano. Abbandonai quell'elenco infinito e pensai invece alle priorità dell'esistenza. Così improvvisai mentalmente un altro elenco. Sempre alla rinfusa: l'amore, i figli, il lavoro, i soldi, il divertimento, la salute, la cultura, la lettura, i viaggi. Avrei voluto avere davanti a me tutta la popolazione del pianeta per fare un sondaggio universale. Non ero Zuckenberg, però. Lui sì che poteva farlo ma, a differenza di me, non avrebbe potuto zittire il mondo e dirgli: "Vi dico io qual'è la priorità nella vita". E provare quella sensazione di onnipotenza. Non nel senso d'importanza, ma di credibilità. Il mondo intero che ti ascolta, e questo è poco importante. Invece, il mondo intero che si fida di te, che pende dalle tue labbra, e questo è bellissimo. Gli avrei detto io qual'è la cosa più importante fra tutte, e gli avrei spiegato perchè. Ma mi addormentai.

I giorni trascorrevano cainamente sempre più veloci. Una sera venne lei da me. Voleva vedere com'era il mio mondo, i miei cerchi. Avevo sempre più domande e lei aveva tutte le risposte, e quando non le aveva le trovava con i suoi percorsi di razionalità. Come il gioco dell'Oca. Trovata la risposta si tornava indietro alla casella della domanda e si metteva alla prova la credibilità della risposta. Si cercavano i suoi punti di forza ed i suoi punti deboli. I buchi. Quella sera le mostrai i miei cerchi. Le mie pareti. Le mie cose. Guardò nei posti più impensati. Nel mio armadio. In bagno. Le piante in balcone. Odorò le mie camicie. Assaggiò il mio polipo all'insalata e gamberi scottati. Bevve il mio Fiano freddissimo ma non ghiacciato. Quella sera niente domande, niente risposte. Niente gioco dell'Oca e niente buchi. Tranne uno.

 
 
 

Sintesi.

Post n°571 pubblicato il 25 Settembre 2013 da lupopezzato
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T

ornai e pensai che ogni volta che mi trovo davanti ad un Kandisky, qualunque esso sia, mi vengono in mente queste parole: "La logica di Port-Royal si caratterizza, contro ogni nominalismo, per un orientamento funzionalista: tema principale infatti non sono i nomi o i segni, ma le modalità con cui la mente opera i collegamenti fra i vari nomi". Ed ogni volta, estasiato, dico dentro di me: "non ciò capito un cazzo", e vale sia per Kandisky che per quelle parole. Ma non c'è cruccio in me, tant'è che accarezzo la mia ignoranza e per rassicurarla, le dico "dai, mica puoi sapere tutto". E forse sbaglio, perchè lei, travisando quel "mica puoi sapere tutto", trasforma un limite in presunzione. Devo accettarlo, in fondo, è ignorante. Quanto me. L'importante è averla tranquillizzata. Tante volte una carezza e poche parole sono quella sintesi che può arrivare ovunque. La sintesi, una delle più belle cose che esistano. In tutte le sue forme. Quando non è eiaculazione precoce.

 
 
 

Nidi.

Post n°570 pubblicato il 22 Luglio 2013 da lupopezzato
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L

a formula inizia con "Consapevole della responsabilità morale e giuridica...". Una contraddizione che prima distingue e poi riunisce etica e diritto.
Gli alberi in questo periodo sono pieni di foglie e nascondono quei nidi che d'inverno, nel nudismo delle foglie smarrite, sembrano palle di rametti intrecciati. Forse ha ragione lei, nella vita contano più i chilometri che gli anni. Sono quelli che danno spessore e profondità alle prime rughe e percorsi neuronali meno impegnativi al lavoro successivo delle sinapsi. No, non sto togliendo romanticismo alla vita o allontanando il cuore dall'anima. Non lo farei mai. Nemmeno dico che le rughe siano un limite all'amore. Sono solo dune che ti evitano di trasformarlo in sogno. Non t'impediscono di viverlo, ti trattengono però dal farne un recinto nel quale chiuderti dentro per uscirne coglione e con le ossa rotte. E' l'amore consapevole.
D'inverno puoi contarli i nidi sugli alberi. Sono come nodi scuri. Animali. La loro evoluzione non prevede lo stato sociale. Prevede il territorio, prevede la famiglia. Poche regole. Nessuna complicazione. Sono anime semplici non prive d'intelligenza. Al contrario, loro hanno fatto quel salto evolutivo che noi non riusciremo mai a fare, perchè la più grande manifestazione d'intelligenza è l'assenza di stupidità. Una cultura è tale quando è priva di sovrastrutture tanto inutili quanto dannose. Nessuna religione, nessuna superstizione, una sola ideologia, un solo ismo ed una sola morale. Una sola ideologia perchè solo la stupidità ne prevede più d'una fagocitando il termine pluralismo per confondere il mezzo con lo scopo. Un solo ismo ovvero nessun dualismo e quindi nessuna doppia morale ma una sola perchè uno Stato che si da un ordinamento sociale non può avere, in termini pubblici e quindi sociali, una morale che sia diversa da quella contemplata nei suoi Codici. Per questo quella formula andrebbe riscritta togliendo quel richiamo alla "morale" che, al di fuori dai Codici, è solo astrattismo giuridico.
Finiti i nidi d'uccelli, iniziano i nidi d'uomo. Incasellati uno di fianco all'altro. Appoggiati, uno sull'altro. Geometrie di case. Svolto a destra. Quasi le nove e fa già caldo. Un azzurro sbiadito in chilometri di cielo senza traccia di nuvole. Se dicessi che alle quattro farà il temporale nessuno mi crederebbe. Eppure tre volte su cinque è così. Ci sono posti strani. Posti umorali. Quasi umani.

 
 
 

Imenhe Hopen

Post n°569 pubblicato il 25 Giugno 2013 da lupopezzato
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C

i sono persone che il proprio destino ce l'hanno scritto nel nome. Così lei, Imenhe Hopen, vicepresidente dell'Accademia della Crusca e della Soia Associate. Le acca si dice siano mute, infatti, nel suo nome, erano solo un fatto architettonico. In chimica nessun elemento che non esista già può essere creato ma si può produrre un nuovo materiale da una diversa combinazione di essi. Così la personalità di ciascun individuo, non è solo la somma ma anche la risultante di tanti elementi come l'educazione, l'istruzione, l'ambiente, i condizionamenti esterni ed interni. Quelli interni possono essere la sessualità, la povertà, un handicap, una separazione o un'adozione trattata con superficialità e che si rifletteranno negativamente sullo sviluppo di un bambino. Le combinazioni sono infinite e tanti elementi non è nemmeno certo che si combinino. Alcuni non legheranno e saranno in conflitto perenne con noi stessi. La fetta di spazio che avranno nella nostra vita, nell'incidere sulle nostre azioni, sarà la misura del nostro eventuale malessere. Siamo il piatto di uno chef. A volte pessimo ma a volte prelibato come Imenhe Hopen. Una combinazione d'ingredienti scelti uno ad uno con una cultura ricercata, fine ed attenta al particolare che deve fare poi l'insieme. Il piatto estremo di un grande chef. Senza sbavature. Difficilissimo da discutere. Eppure gli ingredienti sono gli stessi di un piatto disgustoso: acqua, fuoco, sale, olio, spezie e carne o pesce o altro. Di differente, nel grande chef, c'è la tecnica oltre a quella che viene stupidamente chiamata "fantasia". La fantasia è solo la parte più avanzata della tecnica. Quella che la rinnova e la evolve. Inutile chiamarla "fantasia", il nome ce l'ha già ed è "ricerca". Prima "utopia" e poi "fantasia" erano due termini inutili che Imenhe Hopen aveva cancellato dal suo personalissimo dizionario e li aveva inseriti in quello delle parole inutili. Grazie alla tecnica, nei suoi piatti, c'era l'equilibrio: dosi, tempi e temperature. Con l'ironica malizia di quel suo sorriso, parafrasando, diceva spesso che "un'ottima polenta con gli osei prescinde dalla dimensione degli osei". Imenhe Hopen era un'opera d'arte ed era bellissima a prescindere dal suo essere veramente bella. Più sottile sarà il pennello, più eloquente sarà il dettaglio e più vibrante e caldo sarà il respiro dell'insieme. La sua personalità era il suo fascino. Un fascino matematico. Aveva la bellezza delle espressioni. Risolverle era scoprirla e gioirne ma non era ancora la soluzione. Quel suo modo di aprire e chiudere le gambe faceva pensare a Sharon Stone ma, il mio, era un accostamento forzato perchè lei non aveva modelli. Era lei il modello. Aveva una cultura inarrivabile e l'avrei ascoltata per ore ed ore e non a caso ho detto avrei. Infatti non ci riuscivo mai. Adoravo quella sua capacità di linkare le cose che diceva. Vedevo in lei, quando parlava, l'immagine di chi da un libro ne apre un altro per confrontare un riferimento o per collegare storicamente un fatto, e poi, legandosi i capelli, ne apre un altro e poi ancora fino a capovolgermi le certezze. Lo spazio e il tempo, in quel suo bibliotecare un discorso, acquisivano contorni sempre più piccoli. Mi perdevo su quel tavolo affollato di argomenti aperti e non sapevo più da dove fosse iniziato tutto. Allora sollevavo gli occhi da quei libri e guardandola, come per rassicurare quello smarrimento, mi dicevo "è da lei che è cominciato tutto". Perdermi per ritrovarmi. Era solo illudermi. Le onde del mare non cominciano e non finiscono. Prima e dopo ogni onda, ce n'è sempre un'altra. Avrei voluto, ma non riuscivo ad ascoltarla per ore ed ore. Con lei mi succedeva sempre quello che a volte ti succede con un libro che ti fa pensare a qualcosa a cui non avevi mai pensato. Fra te e te, dici "però!" e intanto chiudi il libro lasciandoci dentro il dito per non perdere il segno. Niente segnalibro, solo il dito perchè col segnalibro chiudi per riprendere successivamente, col dito invece ti prendi solo una pausa per riflettere. Interrompere ma non chiudere, e partendo da quel "però!", approfondisci mentalmente. Questo mi succedeva con lei. Le appoggiavo il dito sulle labbra. Era tacerla. Solo una pausa per soddisfare il bisogno di lei. Un bisogno che, mentre parlava, diventava prima necessità, e poi fretta. Adoravo le sue reazioni. Quelle volte che schiudeva le labbra e lasciava scivolarsi il dito in bocca oppure quella volta in cui stava stranamente zitta. "Perchè stai zitta?", le chiesi. "Considerato l'effetto che ti fa... ", e stringendo le labbra, strinse le spalle. Scoppiai a ridere. Lei pure rise. Le infilai le dita nei capelli e le baciai mille volte quel sorriso. "Allora mi ami proprio", disse. "Cioè?". "Mi desideri. Mi vuoi. Non solo quando parlo, ma anche quando sto zitta. E' bellissimo...", scostò la tenda e guardando oltre il vetro aggiunse "ma mi spaventa". Non so se oltre il vetro ci fosse il dentro di me o di lei ma so cosa avrei voluto che ci fosse. Il dentro di noi, quello che non eravamo ancora e che non saremmo mai stati. Eravamo due elementi: lei ed io. Noi, invece, è un singolare coniugato al plurale. Noi è un numero generalmente plurale e va da due all'infinito. Quando deve rappresentare l'amicizia o l'amore o la squadra, noi è singolare. Noi è uno. "E quelli che ci stanno dentro, aritmeticamente come li concili con quell'uno?". E' banale, ognuno sarà uno zero virgola qualcosa. Il totale farà sempre uno. "Quindi anche uno è un numero plurale?". Alle volte sì. E' singolare nell'egoismo o nella solitudine. Ma anche in casi più belli. Belli come lei. Quando ognuno è uno. Unicità. Sai, qualcosa di simile mi accadeva quando ascoltavo Whitney Houston. Mi dicevo sempre "se fosse la mia donna, non riuscirebbe a finire una canzone". Ma questo era solo un trasfert merito di una voce unica. Forse, qualcosa di più somigliante, mi accade quando guardo quadri come l'Annunciata di Antonello da Messina o le donne di Modigliani. Mi dico che devi per forza amarle, anche solo per il tempo di raccontarle dipingendole. "Allora il tuo giudizio su Imenhe Hopen è inquinato dal tuo amore. Non è un giudizio asettico". No, non è così. Ci sono quadri che, guardandoli, scopri che hanno cose da dirti ed allora prendi una sedia e ti ci siedi davanti. La differenza fra sentire ed ascoltare sta in quella sedia. Ascoltare è averne voglia ed averne il tempo. Quel tempo che non si comprime e nemmeno si dilata ma si distribuisce diversamente. Lei mi cambiava le priorità. E' questo che differenzia un quadro dall'altro. Un individuo dall'altro. Perfino un biglietto del treno dall'altro. "Cosa?". L'anima. "Ci giri attorno ma non mi dici perchè il tuo giudizio su di lei è asettico". Perchè direi le stesse cose anche se non l'amassi. "L'ameresti se lei non fosse quello che dici che è?". No, sicuramente no. L'amore è chimica complessa e, come evento, non è mai una causa ma un effetto. "Ci si può ammazzare per amore, però". Certo, ma in questo caso, e in tutti gli altri, l'evento non è l'amore, e io ho detto, invece, che l'evento amore, non è causa ma effetto. "Fammi vedere se indovino: ti alzerai da quella sedia solo quando il custode ti dirà che è ora di chiusura?". Sbagli, la cosa non cambierebbe nulla. Potrei tornarci ogni volta che ne sentissi la necessità. No, la cosa cambia da individuo ad individuo. E' sempre chimica. Io considero il destino non un evento fatalistico e casuale ma conseguenza logica di altri eventi, e prima di quel "mi spaventa", caso vuole, lei mi parlò dell'apòcope. "L'a cosa?". L'apòcope. Provo a spiegarti quello che mi ha spiegato lei. L'apòcope è un troncamento della parola a cui si può ricorrere sia in modo diacronico che per un'esigenza eufonica. Nel primo caso, l'apòcope, richiede il ricorso all'accento, nel secondo caso, a differenza dell'elisione, non richiede, sempre, l'uso dell'apostrofo. "Ok, grazie della spiegazione, però non mi hai detto cosa ti fece alzare da quella sedia". Come l'apòcope. Decisi di troncare e poco importava se il motivo fosse diacronico, eufonico o sentimentale. "Fine della storia allora". No, questo è solo l'inizio della storia.

 
 
 

Averla piccola

Post n°568 pubblicato il 04 Giugno 2013 da lupopezzato
 
Foto di lupopezzato

A

ppartiene all'ordine delle passeriforme. E' molto comune anche se ognuna ha una propria unicità. Un proprio odore ed un proprio canto. Da regione a regione viene chiamata in vari modi. L' Averla piccola può arrivare fino a 18 cm (non male però, ndr). In natura vive fra i cespugli ed anche se la continua deforestazione, che sia radicale o elegantemente a filo, la porta sempre più allo scoperto, fortunatamente, non rischia l'estinzione. L'Averla piccola predilige stazionare sui pali e sono frequenti i casi in cui tenta d' impadronirsi degli uccelli caduti nelle trappole o di quelli che vivono in gabbia allo stato domestico. Appartengono alla stessa specie l'Averla maggiore, l'Averla cenerina e l'Averla mascherata. Non è commestibile ma pur se la tentazione è fortissima, come ammonisce l'OMS a seguito delle dichiarazioni di Michel Douglas, bisogna fare attenzione perchè può fare regalini niente male ai suoi appassionati. Alla fine, che sia piccola, cenerina, mascherata o maggiore, l'importante è che sia pulita.

 

 
 
 

Attimi.

Post n°567 pubblicato il 30 Maggio 2013 da lupopezzato
 
Foto di lupopezzato

I

ntanto che il boiler si riempia, mi chiedo quale sia la differenza fra la foto e la pittura. Considerato che il presente non esiste perchè non ha il tempo di solidificare ed è già passato, le uniche due cose che fissano il momento sono l'istantanea ed il ricordo, con la differenza che, il ricordo è pur sempre un'elaborazione che ha bisogno di tempo per essere fissato. Come un quadro. Un'altra stretta con la chiave da 22. Asciugo con uno straccio ed osservo. Nessuna trafilatura d'acqua. Nessuna goccia maligna che evade dal tubo gonfiandosi sul bordo della filettatura fino a staccarsene.
"Quel vivere più elevato che è la coscienza di vivere", direbbe Evodio a Sant'Agostino, e poco importa che io non condivida.
I quadri non colgono l'attimo. La Gioconda, come la Maya, non sono l'istante di un volto ma solo l'opinione di un pittore. Nella foto, invece, e la differenza è sostanziale, il sorriso e l'espressione, non saranno mai l'opinione del fotografo. Prendo un fazzolettino ed asciugo due gocce d'acqua sul pavimento. Erano evase prima di quell'ultima stretta che ha condannato l'acqua al 41bis. Carcere duro. Un'evasione breve, penso gettando il fazzolettino nel water, e invece, il rumore dello sciacquone mi impedisce di sentire il loro urlo di gioia "evvaiiii, è fattaaaaa". Tornano a casa. Il loro viaggio prevede un solo scalo. Imbarco nel cesso e scalo in fogna, dove si fermano per specchiarsi un attimo davanti ad una vetrina. Sorridono e si somigliano come due gocce d'acqua. Ultimo imbarco. Fino al mare.

 
 
 

Files

Post n°566 pubblicato il 27 Maggio 2013 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

A

mo il pc con la stessa intensità con la quale odio la gestione degli archivi. Quel salvare automaticamente files che alla fine rendono la sua memoria sempre più piena di cose inutili come una soffitta. Così ho preso carta e penna ed ho cominciato a fare l'elenco dei miei ricordi. Scorrendo l'elenco, e considerato di non averlo mai fatto, mi sono chiesto chi avesse cancellato tutti quelli che non ho più, e sono arrivato alla conclusione che alla loro cancellazione provvede autonomamente il nostro sistema operativo secondo un algoritmo molto personale. Mi chiedo quali saranno i parametri di cui tiene conto. Il primo è sicuramente la frequenza. Un ricordo che apri più frequentemente di un altro è sicuramente qualcosa che non vuoi cancellare. Un altro è la data. Più sono recenti e più sarebbe affrettato cancellarli. Bisogna dargli il tempo che sia la frequenza statistica a definirli inutili. Last but not least è la volontà, e qui il ricordo assume l'importanza di un oggetto. Il tuo sistema operativo ti conosce nel profondo. Sa che alcune cose decidi di conservarle, anche se possono apparire inutili per quei motivi che solo tu conosci. Sono cazzi tua. Le metti nei tuoi preferiti e basta. Sono le cose che gli altri definiranno "insensate, incomprensibili, irragionevoli". E tu gli darai ragione, non perchè abbiano ragione ma solo perchè

 

 
 
 

In montagna, in primavera.

Post n°565 pubblicato il 24 Maggio 2013 da lupopezzato
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N

ostradamus, è considerato uno dei più famosi scrittori di profezie della storia anche se nessuno ha mai dimostrato di poter ricavare dalle sue quartine cose attendibili. Le Centurie sono state scritte indubbiamente in modo suggestivo ma, altrettanto indubbiamente, in modo così ambiguo da poter essere interpretate a proprio piacimento da chiunque. In effetti, "Nostradamus non ha mai veramente previsto alcun evento futuro e le uniche tre volte in cui ha indicato una data precisa, si è anche sbagliato: in una prevedeva nel 1792 il culminare di una lunga e selvaggia persecuzione religiosa che non c'è mai stata, in un'altra la totale distruzione della specie umana per il 1732 e nella terza la fine del mondo per il 1999".

lupopezzato il 09/04/10: A parte il fatto che sto coso ti apre il commentario solo se ti fai riconoscere ovvero alla domanda "dimmi qual è il più bel blog del creato?" rispondi "quello di lupopezzato". Comunque, Fucsia cara, questo non è un gioco per femminucce e sai bene che abbiamo i fucili contati perciò il Fronte di Liberazione deve sapere se può fare affidamento su di te. Domenica mattina saremo in tutte le maggiori piazze d'Italia, Bari compresa. Se decidi di sì vieni sotto al gazebo e per tre euro ti diamo un fucile, un chilo di arance, un set di coltelli da cucina, un gratta e vinci, distintivo e tessera del FdL. Spero che tu venghi.

liberante il 11/04/10: Domani in piazza i 3 euri li dò e poi ce ne andiamo in montagna, ci raduniamo e quando scendiamo facciamo la rivoluzione, ci starei subito. Forse non sarei per una roba troppo violenta, magari preferirei prima trovare una soluzione più calma e razionale, ma sa anche a me che nemmeno i fucili basteranno più, mio caro GG.

lupopezzato il 11/04/10: Si, nel 2010 c’è ancora un’illusione di speranza ed è presto per mettere mano ai fucili ma continuando così ed immaginandoci nel 2014 probabilmente nemmeno i fucili basteranno più, perciò avviamoci, mia cara TTT. In montagna, in primavera, è bello.

Quartine le sue, nessuna profezia la mia perchè lo sanno tutti che in montagna, in primavera, è bello.

 

 
 
 

Luci ed ombre

Post n°564 pubblicato il 08 Maggio 2013 da lupopezzato
Foto di lupopezzato

M

i chiedo come sia stato possibile progettare, autorizzare e realizzare una torre ed una palazzina piloti completamente esposte al possibile ed involontario sbandamento di un mercantile o mostro portacontainer. Come sia possibile pensarla soltanto una simile assurdità. Guardando la foto ci si rende conto della totale assenza di protezioni frontali e laterali delle due strutture e dell'evidente effetto domino che si sarebbe verificato nel caso di un danno strutturale ad una sola di esse. La mia è solo un'opinione e se fosse sbagliata le due strutture saranno ricostruite di nuovo senza protezioni e l'indagine non sarà estesa, come ritengo, anche al progetto. E questo, non perchè la struttura doveva reggere ad un urto di tale entità ma solo perchè doveva, secondo me, stare all'interno di una banchina di protezione e non così assurdamente a filo sul mare.