Creato da mala_spina il 13/09/2011

LABIRINTO

L' Eros,l 'Avventura, il Fantasy del Fauno e della Strega

 

*Blade killer-Epilogo**Per adulti

Post n°247 pubblicato il 16 Dicembre 2014 da mala_spina
 

blade killer

 

Infine ho scovato l' uomo a Mexico city quando i miei committenti avevano cominciato ad essere impazienti.
Ma ora avrei portato a termine l'incarico, a mio modo,l'importante era il risultato finale.
Vado a incontrarlo a “El pendulo” il locale dove ogni pomeriggio si rintana a bere tequila e Corona e mangiare chili di manzo con tortillas.
Ma oggi, per questa battuta di caccia in cui dovrei  essere preda e predatore insieme, non  voglio travestirmi; per una volta tanto  sarò me stessa,  un’esca che so essere appetibile, se ben confezionata.
E lui ci cascherà, ne sono sicura.
E abbasserà la guardia...dopo; conosco tecniche amorose di rara efficacia.
Certo è rischioso, ma ormai tutta la faccenda lo è diventata.
E il rischio fa parte del mio lavoro.
Inoltre, in quanti mi hanno mai vista come sono realmente? in pochissimi.
-Nessun errore, non ti è permesso sbagliare, neppure una volta!-
Urla la solita vocina nella mia mente.

Ma non l’ascolto, la allontano infastidita  mentre cerco sicurezza nel contatto della mia fedele Beretta 92 che ora  viaggia con me, nella sacca di tela  dai colori vivaci -comprata a una bancarella della Zona Rosa- appesa con nocuranza alla spalla.
Si apre a strappo in un attimo anche dal fondo, e questo mi permette di estrarre facilmentel’arma, a ogni minimo sospetto.
E così eccomi qui, con i capelli neri ricciuti e gonfi intorno al  viso abilmente truccato, una canotta bianca   scollata  e aderente  che a stento contiene i seni e pantaloni scivolati sui fianchi stretti da ragazzo. Sono una provocante giovane turista, un'esca perfetta.

 Arrivo alla porta della taverna, scendo tre gradini ed entro.
Rimango  ferma, per un attimo, il sole alle spalle, l’ombra di fronte.
Di nuovo la sensazione di gelo che ho già provato a Lima nel mio appostamento, insieme a  un’altra, angosciante, quella di aver lasciato la mia vita dietro alle spalle, per entrare in una  zona paludosa sconosciuta.
Tocco con il gomito l’automatica nella sacca: lei è lì, pronta a proteggermi.
Mi guardo intorno e lo vedo, seduto a un tavolo in fondo alla stanza, le spalle al muro.
Trattengo un attimo il respiro, poi mi muovo.
Indossa la solita giacca di pelle, occhiali neri, nonostante la penombra del locale, una Corona davanti e un piatto di  enchiladas di verdura che trangugia lentamente.
Avanzo -seguita dagli sguardi  degli uomini che mi bruciano la schiena- in una atmosfera fumosa, carica di odori speziati e mi siedo a un tavolo di fronte al suo, appendendo la sacca alla parte destra della sedia.
Lui alza il viso dal piatto, mi guarda e sorride, un sorriso strano, ironico,freddo: ho la sensazione che qualcuno cammini sulla mia tomba, come dicono gli inglesi.

Non riesco a scorgere i suoi occhi dietro le lenti nere;  ricambio il sorriso, saluto e fingo di leggere una carta bisunta che è il menù.
Sento addosso il suo sguardo, percepisco che si è tolto gli occhiali e mi sta fissando.
-Ci siamo- penso tra me, la partita è cominciata.
Alzo lentamente il viso e anche io lo guardo, diritto negli occhi, che sono bellissimi, luccicano come lame, nel viso dagli zigomi larghi e dalla pelle scura.
Quelle lame scendono sul mio seno, con ostentazione  e sapienza: mi sta eccitando con gli occhi, tramettendomi il suo desiderio .
Poi ritorna a fissarmi negli occhi mentre la solita voce mi sibila all’orecchio:
-Non si separa mai dalla pistola, dove la terrà?-
Me lo domando mentre lui  mi rivolge la parola chiedendomi se sono di Mexico City oppure una turista.
Il mio spagnolo è fluente, rispondo che sono madrilena, in vacanza studio e in cerca d'avventura.
Ma so che lui sa, ne ho la certezza da come mi guarda e dalla strana ironica piega delle belle labbra.
Sono ancora in tempo ad andarmene, e invece resto lì, l'adrenalina alle stelle, per nulla al mondo abbandonerei la partita, in attesa di quella parola che non tarda ad arrivare:
-vamos?-
Mi alzo, dopo aver appena assaggiato i miei tacos, e in silenzio lo seguo.Stringo la sacca con forza, voglio quell'uomo,in fondo è la prima volta che lascio il campo libero a una emozione...
“Dopo”, ma solo “dopo”,  in qualche modo ne uscirò, mi ripeto,  non è certo una novità anche se devo ammettere che uno come lui,che mi faccia questo effetto, non l’ho mai incontrato.
Ma c’è sempre una prima volta.
L’uomo si volta e mi prende per mano: è poco più alto di me, sul metro e ottanta direi e sui 75 kg di peso.
Distrattamente annoto questi dati, deformazione professionale, potrebbero servirmi.
Per caso abbasso lo sguardo e vedo che indossa stivali neri di pelle simili a quelli che portava quel giorno a Lima.
La solita voce mi farfuglia qualche cosa, ma i miei sensi sono ottenebrati dal desiderio.
Qualche cosa di nuovo si è scatenato dentro di me, una donna che non conosco ha preso il posto di Blade.

Non mi rendo conto di essere sempre più preda e meno cacciatore.
La sua mano calda e  morbida mi trasmette scosse elettriche per tutto il braccio, azzerandomi la salivazione.
Intanto mi spiega che abita poco lontano, ecco siamo arrivati.
Anche questo è un albergo, simile a quello di Lima, forse appena più decente; passiamo di fronte a una portiera  grassa che dorme su una sedia sgangherata e in silenzio arriviamo alla porta della sua stanza.
Mi fa entrare, chiude a chiave e restiamo così, immobili, uno di fronte all’altro, a guardarci negli occhi: tutti e due sappiamo.
Sì è così: la tensione è palpabile, siamo due avversari che si studiano prima dello scontro.
Un maschio e una femmina della stessa specie che cercano di sbranarsi l’un l’altro, in tutti i sensi.
Con garbo, sorridendo, mi sfila la sacca e la lancia sul letto, poi si toglie  la giacca, che getta vicino alla mia sacca.
-L’automatica, se non è nella giacca, dov’è -chiede la mia solita voce- controlla addosso, controlla-
Ma è tutto inutile, perché lui non mi porta sul letto,che pure è a due passi,  con una mossa improvvisa mi spinge contro il muro e mi bacia con violenza, schiacciandomi con il suo peso.
La sua lingua non è nella mia bocca, diventa la mia bocca e mentre con una mano mi tiene fermo un polso contro il muro, con l’altra mi fruga il seno.
Poi si abbassa, mi prende  tra le mani i seni , mentre io gli infilo le dita nei capelli e lo stringo a me.

-Querida- mormora e si inginocchia  baciandomi l’ombelico.
Ora potrei colpirlo con un colpo a taglio sulla nuca, in un lampo la mia mente capisce che è l’ultima  occasione, non me ne saranno offerte altre.
E forse è proprio lui ad offrirmela l’ultima possibilità.
Perché non sul letto, perché...la voce nella mia mente  si tace perché conosce la risposta.
Ma è solo un momento di lucidità, un lampo, poi tutto si confonde di nuovo nel rosso scarlatto del desiderio.

Con delicatezza mi sfila i pantaloni, fa scendere gli slip,  mentre ripeto come una litania:
-Ti voglio, ti voglio, ti voglio-

Ora è in piedi, mi  afferra una coscia, e io gli uncino con la gamba un fianco mentre mi prende con violenza inchiodandomi al muro.

Lo abbraccio stretto mentre le mie mani inconsciamente scendono alla cintura: niente armi.
L’uomo si svuota in me con un grido e io mi stringo a lui, per trattenerlo ancora nel mio  corpo, perché questa  sensazione bellissima e nuova  non finisca.
Ma lui con mossa fulminea si stacca, si abbassa e un attimo dopo sento il freddo del metallo sotto il seno sinistro.
-Nello stivale, ecco dov’era la pistola -il pensiero mi esplode nella mente-già, era così difficile capirlo?Non dirmi che non te lo aspettavi, è una Beretta PX4 Storm perfetta  per...-
-Querida... sorry -mormora lui fissandomi negli occhi; poi  tutto finisce con il rosso di un dolore acuto che immediatamente si dissolve.

Blade è morta, domani troveranno il suo corpo abbandonato in questa squallida  stanza.
Lui  sarà catturato e ammazzato tre anni dopo da un soldato ubriaco al soldo degli USA.
Questione di tempo; ancora non lo sa, ma la sua fine non sarà piacevole come la mia.
-Querido, my amor, que làstima! che peccato... –


Fine

 
 
 

*Blade killer**prima parte-Per adulti

Post n°246 pubblicato il 15 Dicembre 2014 da mala_spina
 

blade killer

 

Il quartiere Condesa di Mexico City è la zona preferita dagli artisti, dagli intellettuali e dagli alternativi.
 Lì il turista può trovare di tutto, dalle band di mariachi che imperversano giorno e notte, ai ristoranti alla moda, ai più noti locali notturni fino alle taverne, che ora  fanno tanto trend, dove  tra qualche ubriaco e molto fumo si possono assaggiare delle ottime enchiladas di verdura, o il chili di manzo con tortillas, accompagnati dalla classica Corona o per i più coraggiosi dalla robusta tequila.
E sui mille odori di cucina, di fiori, di umanità affollata, in questa città immensa si insinua sottile il fascino eterno della mexicanidad.
Io cerco appunto un locale, genere taverna, dove si beve e si mangia a buon mercato: El Péndulo.
Lì l’uomo che ho inseguito per tre mesi attraverso tutta l’america latina  si presenta puntuale ogni pomeriggio alle 18 in punto.
La mia caccia è finita, l’ho trovato.
E ora ho due ore di tempo per portare a termine il mio lavoro.
Agisco in piena autonomia, ho carta bianca per ogni decisione sulle tattiche e sui mezzi da adottare; importa solo il risultato: quell’uomo deve morire  entro le 20 di questa sera.
Il suo tempo sta per finire.

Femmina, nome in codice Blade, professione: killer o meglio eliminatrice di umani scomodi, preferisco questa definizione; la prima è troppo inflazionata.
Considero il mio un lavoro  speciale che è sì ben pagato ma che richiede  anche una grandissima professionalità,  insieme a udito, odorato e tatto molto sviluppati, una mira infallibile, conoscenza perfetta di ogni tipo d’arma, leggera e pesante e infine un corpo agile, scattante, con  tutti i muscoli pronti ad agire in ogni momento all’unisono.
Parlo correntemente 5 lingue, ho una mente asettica, non conosco né il rimorso né il rimpianto.
Non ho amici  né parenti: che mi ricordi non ne ho mai avuti in trenta anni di vita; ma  forse ho semplicemente rimosso ogni

traccia  di  loro, ripulito la mente da inutili ingombri.
Posso trasformare il mio aspetto alla velocità della luce.
Sono molto, molto ricca.

Il mio  incarico questa volta è difficile, altri prima di me hanno fallito;  ora la faccenda va sistemata, il tempo è scaduto.
L’indesiderato è un  pericoloso guerrigliero che lotta da anni contro  l'influenza USA nel Sud America,fomentando ovunque la ribellione ai regimi dittatoriali servi degli americani.
Piegati almeno temporaneamente i focolai di insurrezione le due agenzie, Cia ed Fbi  hanno provato a eliminarlo prima che possa diventare un eroe assai scomodo.
Io non so per chi lavoro- non conosco mai i committenti- ma se voglio incassare l’altra metà della cifra pattuita devo  portare a termine il lavoro che a loro non è riuscito.

Un mese fa, a Lima, avevo scovato  l’uomo in un albergaccio del centro, nei dintorni di Plaza de Armas, grazie a un mio particolare informatore, al mio infallibile fiuto e a una gran botta di fortuna.
Così mi sono appostata dietro l’abbaino della casa di fronte alla sua finestra e per ore, sotto una pioggia calda e insistente, ho aspettato che rientrasse.
Di lui avevo visto solo foto sfuocate, con baffi, senza baffi, passamontagna, basco, inseparabili occhiali scuri e alcune riprese video, piratate dall’archivio della Cia.
Ma tutte immagini poco  chiare che non mi avevano particolarmente colpito.
Notizie della sua vita privata pressoché nulle; mille identità diverse portano all’azzeramento di ogni informazione, lo so ben io.
Quell’uomo  sapeva di essere  braccato e si muoveva con l’astuzia di un cobra, pronto a colpire in ogni momento prima di essere attaccato.

Improvvisamente la finestra di fronte a me, dall’altra  parte  della strada stretta e soffocante, si illuminò.
E un’ombra si mosse dietro ai vetri.
Impugnai il mio Dragunov silenziato e  guardai  nella crociera di mira: lo vidi, accanto a un tavolino sgangherato, finalmente tutto per me.
Si tolse gli occhiali scuri e si passò una mano sugli occhi, volgendosi contemporaneamente verso la finestra.
Non poteva vedermi protetta com’ero dall’abbaino, grigia nel grigio della pioggia.
Eppure sobbalzai e mi ritrassi.

Aveva capelli neri, lunghi sul collo e intorno al viso magro, occhi chiari che contrastavano con la pelle scurita dal sole: pareva più vecchio dei suoi 32 anni.
Si accese un sigaro  chiudendo gli occhi nell’assaporarne l’aroma.
Indossava sdruciti jeans e una giacca nera di pelle sopra una T-shirt a girocollo bianca, ai piedi stivali morbidi   fino a metà polpaccio.
Un fisico  scattante, sinuoso.
Mi stupii di quanto fosse bello,così sciupato, gli guardai la bocca, morbida, poco maschile.
Allora mi chiesi che cosa avesse potuto spingere questo giovane uomo  nato da una ottima  famiglia a vagare  per il mondo in posti sudici come quello, rischiando  continuamente la vita.
Un’Idea poteva avere questa forza?

Non erano da me questi pensieri,infatti:
-Spara- mi dissi- ora -
Ma in quel mentre  lui si appoggiò al tavolino traballante e con una penna si mise a tracciar segni su una carta geografica stesa sopra.
Lo sguardo mi si bloccò sulle sue mani: erano le più belle che avessi mai visto.
Dalle dita lunghe, snelle,giovani, forti, i palmi grandi, la pelle quasi delicata.

Quelle mani mi stavano ipnotizzando...non riuscivo a staccar gli occhi da loro.
Ma cosa mi stava succedendo?
All’improvviso mi parve di sentirle non su di me, ma vicino a me, al mio seno...
I  palmi  delicati lo avviluppavano e ne sposavano ogni curva, appena un quarto di millimetro più avanti e mi avrebbero toccato.
Sentivo il loro calore, come se il cavo di quei palmi funzionassero da contatore Geiger.
Poi scendevano, sempre  vicinissimi, senza toccarmi , lungo il ventre, fino a intrufolarsi nei pantaloni, dove le dita  agili si fermavano per accarezzare, premere, toccare quel mio cuore di donna che non avevo mai sentito battere così in fretta.
Assurdo, semplicemente assurdo.
Per la prima volta nella mia vita ebbi paura, di me stessa.
Mi resi conto di essere vulnerabile, di provare un’emozione che,lo sapevo, poteva essermi fatale, io che di emozioni dovevo essere digiuna.
Sobbalzai e mi rintanai dietro l’abbaino, stringendo al petto il fucile.

Improvvisamente avvertii  una sensazione acuta di gelo sotto la pioggia che continuava a cadere.
-Pericolo, lui ha vinto il primo round, ma sei ancora in tempo, dai, spara, non ti capiterà un’altra occasione- mi  avvertì la solita voce nell’orecchio. Riposi rapidamente il fucile nella custodia e abbandonai la mia postazione.
-Domani- pensai- stanotte studio un piano per domani-
Ma non ci fu  un domani, perché l’uccellino prese il volo.
Un altro mese di inseguimento, ma ormai le sue mani mi  erano entrate nel sangue e le avrei ritrovate, e con loro lui, il mio lavoro di eliminazione.
Del resto non era la prima volta che facevo all’amore con  la vittima, anzi in passato mi  ero già servita del sesso per raggiungere il mio scopo.
In fondo  eros e thanatos son sempre andati molto d’accordo.

-Errore, errore, questa volta è diverso- la voce insistente dentro di me era più acuta del solito.

(Continua)

 
 
 

*Anche il Presidente ha bisogno di passione** Per adulti

Post n°245 pubblicato il 15 Novembre 2014 da mala_spina
 

passione

 

Eric K.Wallis:  Il colore del silenzio


Venezia e Verona sono due città legate strettamente alle mie storie amorose fin da quando ero ragazzina.
Venezia con il suo splendore bizantino che  ritrovo sempre anche nella nebbia e nello sporco, ne segna l'inizio -un viaggio inaugurale a Venezia è d'obbligo con un nuovo amante- mentre a Verona, l'altezzosa scaligera, torno per consumare la tristezza e il rimpianto della fine, che per altro ho quasi sempre provocato io, più o meno di proposito.
Così in questo inizio Ottobre ancora caldo mi ritrovo a passeggiare senza meta per il centro storico della città abbracciata dall'Adige, inappetente di corpo e di spirito, in una specie di lacrimoso ramadan personale.
Alcuni amici mi hanno passato un invito per la presentazione dell'ultimo libro di un autore che non è certo tra i miei preferiti e che si terrà al Castello di S. Giorgio.
Sarò sola, loro non verranno.
Mi annoierò di sicuro ma anche la noia fa parte del complicato cerimoniale di autopunizione con espiazione.
Decido di andare a piedi, camminare lungo il fiume mi piace, soprattutto di sera.

Mi vesto meccanicamente e i tacchi alti che penso di indossare per l'occasione non mi fanno tornare sulla mia decisione di rinunciare alla macchina.
Esco e le occhiate interessate dei maschi per strada mi lasciano indifferente.
Brutto segno, chiaro sintomo della crisi che è ancora in atto.
Arrivo alla sala del castello predisposta per la cerimonia e occupo la prima sedia che trovo libera.
L'autore sta già parlando; distrattamente guardo il mio vicino.
E' un uomo oltre i quaranta, alto e robusto, molto elegante, come è elegante il resto del pubblico.
Io con il mio leggero vestito "marinaro" e la pelle cotta dal sole sono decisamente fuori posto.
Decido che ha un buon odore, il mio vicino.
Profuma di signorile eleganza e costosa colonia: un ottimo esemplare di maschio della Verona bene.
Poi è lui a voltarsi verso di me, incuriosito.
Finché decidiamo di smettere quel balletto di sguardi, ci salutiamo e ci presentiamo:
-Fede-
-Francesco-
Scopriamo di essere senza compagni tutti e due, decidiamo che decisamente quell'autore è pomposo e noioso, ma restiamo fino alla fine. Beviamo anche qualche cosa insieme, nel rinfresco che segue, chiaccherando piacevolmente del più e del meno.

Lui è conosciuto, saluta parecchia gente ma non si ferma con nessuno.
Fino a quando decido che è l'ora di andarmene.
E' passata mezzanotte da un pezzo e devo tornare a casa a piedi.
Non mi preoccupo di eventuali aggressori notturni, ma delle mie povere estremità che cominciano ad essere doloranti.
Comunico la decisione a Francesco, che pensa di venir via con me.
Arrivati sulla strada allungo la mano per salutarlo e lui:
-Ma non ha la macchina? non vorrà andare a piedi a questa ora di notte. Io abito qui vicino, venga con me, così l'accompagno con la mia- Questo detto con assoluta naturalezza infatti mi guarda come se fossi trasparente, neppure per una volta ha dato un'occhiata alle mie tette oppure alle gambe che pur sono in mostra.
Ed io, d'altro canto, sono priva di ogni impulso sessuale, verso chiunque, come una neonata.
Ribatto che intendo farmela a piedi, ho bisogno di pensare, i tacchi non sono un problema per me, eventualmente toglierò i sandali e camminerò a piedi nudi, non sarebbe la prima volta.
Mi chiede se può farmi compagnia, è così bella Verona di notte e in questa notte poi, ancora calda, pare che quest'anno l'estate non voglia proprio finire...

Capisco che desidera parlare con me, ha bisogno di qualcuno che l'ascolti, so che sta divorziando con dolore, e in questi casi a volte una persona che non si conosce sa ascoltare molto meglio dell'amico più caro.

Così gli chiedo se posso prenderlo sottobraccio e lui mi risponde che in questo caso dovremmo darci del tu.
Iniziamo a camminare lentamente sul lungadige, mentre le luci della città lasciano intravvedere solo poche stelle oltre la mole di Castelvecchio in lontananza e i tetti dei palazzi intorno.
-Come si chiama tua moglie?-
Allora comincia a raccontarmi di lei, del matrimonio naufragato, con voce pacata, mentre l'accento veneto così morbido e cantilenante conferisce alla sua storia una sfumatura di favola.
E mentre lui parla me la vedo di fronte questa bella donna con la quale l'amore è finito senza un perché, per noia, abitudine, chissà, lasciando un dolore acuto che è come una ferita non ancora cicatrizzata.
Forse è difficile uscire indenni dal naufragio di un rapporto durato dieci anni.
Vorrei aiutarlo perchè mi commuove, questo è un Uomo non un ragazzo come i soliti compagni delle mie storie tempestose, che scelgo inspiegabilmente con estrema cura.
Ora sta parlando di un figlio voluto e mai avuto, quando...
-Porc.... ahia, che male...-
Questa sono io che impreca perché, rapita dal racconto del suo compagno, è appena inciampata in un'aiuola torcendosi la caviglia destra. Siamo ormai arrivati al ponte Scaligero, di fronte c'é un giardino pubblico con alcune panchine.
Finalmente mi accorgo che Verona è deserta a quest'ora.

Francesco mi sorregge premuroso, ma ride alle mie esclamazioni e mi suggerisce un temporaneo riposo per controllare gli eventuali danni. Attraversiamo lo stradone e la prima panchina tra gli alberi è la nostra.
Ci chiniamo insieme sulla caviglia disastrata che poi tanto disastrata non è e le nostre mani si sfiorano.
Succede qualche cosa, un contatto improvviso come un temporale d'estate, forse è colpa di tutta questa insolita tenerezza che provo per lui oppure Francesco si è accorto di quanto è liscia la mia pelle, non lo saprò mai.
Ci rialziamo e rimaniamo a guardarci per un attimo, poi i nostri visi si avvicinano lentamente e le labbra si sfiorano appena, come volessimo assaggiarci.
Per finire a baciarci fondi toccandoci dappertutto; le sue braccia sono forti, hanno una violenza stordente, deliberata e controllata a cui soccombo con gratitudine.
Come dice quella vecchia canzone di Rod Stewart?

-Nei bar e nei caffè...passione
Per le strade e per i viali...passione
Bisogna fingere...passione
Quello che tutti cercano...passione
Non si può vivere senza passione
Anche il Presidente ne ha bisogno
Tutti lo so inseguono una passione
Qualcuno muore e uccide per passione-

 Passione che ora per noi, naufraghi su un'isola deserta, è una specie di amoroso calore, da regalarci a vicenda, come un dono prezioso. Così Francesco insinua una mano sotto la gonna e lentamente risale tra le cosce che deve forzare per farsi strada, quasi che inconsciamente il mio corpo stia ancora rifiutando il piacere.
Arriva titubante agli slip e poi al sesso umido, dove le labbra che mi piace immaginare color cremisi nell'eccitazione si aprono finalmente riconoscenti ad accogliere quelle dita così esperte.
Mi fruga, accarezza, penetra con dolcezza, delicato e senza fretta, mentre al contrario continuiamo a baciarci come se volessimo divorarci. E mentre lui mi porta in vetta a quel piacere che è musica per il movimento dei miei fianchi io resto appesa alla sua bocca, stordita da un appagamento che non è solo carnale ma anche amoroso, perché provo una gran gioia nel dargli sollievo pur se momentaneo con quel corpo che lui ha risvegliato alla gioia di vivere.

Per un attimo ho la netta sensazione di averlo già incontrato, Francesco, chissà, forse in un'altra esistenza...
E tutto nella notte è bianco e nero, di un bianco di luna e di un nero di carboncino, tutto è tenero, vellutato e misterioso.
Ascolto il grosso acero stormire sopra di me e in sottofondo l'Adige scorrere, mentre apro i pantaloni dell'uomo e lo tengo in mano, sentendo le sue vene gonfiarsi contro il palmo e palpitare più forte.
Mi ritrovo per un attimo a pensare ancora una volta che meraviglia sia il sesso maschile, capace di tante metamorfosi.
E mentre anche noi diventiamo figure in bianco e nero, fatti di quella luce speciale che si insinua sulle forme come i gatti sui tetti di notte, mi inginocchio di fronte a lui, perchè diventi nella mia bocca parte di me.

Il mio ramadan è finito, credo proprio che per Capodanno sarò di nuovo a Venezia...

 

 
 
 

*Sul pianerottolo**Per adulti

Post n°244 pubblicato il 31 Ottobre 2014 da mala_spina
 

pianerottolo,

 

Quando ti vedo di fronte a me, le braccia occupate da borse di carta di diverse dimensioni e colori, a guardarmi come fossi Nefertiti, la bella tra le belle, mi chiedo, per l'ennesima volta, come tu abbia potuto innamorarti  di me, con tante donne affascinanti- e sicuramente meno complicate della sottoscritta- che ti giravano attorno.

Devo avere una tale espressione di sollievo che tu, normalmente distratto , dopo aver depositato in silenzio i pacchi sul pianerottolo, mi abbracci, stringendomi fin quasi a soffocarmi.
Non ti meravigli quando inizio a baciarti lentamente, cominciando dall'angolo della bocca, e contemporaneamente premo il mio ventre contro il tuo, in una muta richiesta .
Mentre il nostro bacio diventa violento ti sento rigido contro il mio grembo.
Allora allargo un pochino le gambe, come ad accoglierti e intanto mi struscio lentamente contro la stoffa tesa dei pantaloni; ti libero, senza guardarti, leccandoti il collo, per risalire fino al lobo dell'orecchio: so quanto ti piace.

 Siamo in piedi, sul pianerottolo, davanti alla mia porta, qualcuno potrebbe salire fin qui e vederci, ma tu sembri infischiartene, come me; ora insinuo una mano tra la camicia e la pelle della schiena, mentre l'altra si fa carezza pressante sulla tua rigidità.
E ti stringo a me, mormorando il tuo nome, come una preghiera.
Hai il respiro affrettato, so che cosa stai pensando, che basterebbero due passi per ritrovarci nella nostra camera azzurra con la finestra spalancata sul lago, invece di stare qui, a barcollarci addosso come due lottatori stanchi.

Ma sai che ho ragione io, non abbiamo il tempo di fare quei pochi passi, sai che la mano implorante sulla tua schiena e quella esigente sul tuo sesso possiedono tutta la follia del mondo.
Così , mentre mi baci come se fosse la prima volta,allarghi la vestaglia bianca e con ansia mi accarezzi; poi, appoggiandomi al muro più vicino, entri in me con violenza, mentre ti martello i fianchi, incitandoti con le parole che sono solo nostre, tenere e oscene insieme.
E il piacere arriva, improvviso, spingendomi con forza contro di te, mentre tu, lo capisco dalle spinte sempre più violente e dalle mani contratte a pugno contro il muro, ti stai trattenendo sull'orlo in faticoso equilibrio, prima di precipitare in me.
Allora la mia voce, che sento come estranea, bassa, roca, superba, ti ordina :
-Vieni-
con un tono tale da fartelo fare immediatamente, mentre mi mordo il labbro per smorzare il grido di gioia che mi esce dalla gola.

Non saprai mai come ti ho "sentito " in questo momento.
Poi rimaniamo lì, per un attimo, pietrificati, stravolti dal piacere, fino a che io, staccandomi da te, chiedo:
-Che cosa sono quei pacchi?- e tu rispondi :
-Non so, cena cinese e regali per te, amoremio…-

 
 
 

*Omaggio a Dorotea ** per adulti

Post n°243 pubblicato il 22 Ottobre 2014 da mala_spina
 

klimt

 

Un pomeriggio, in casa di amici,conobbe Dorotea, la bella donna di cui tutti parlavano, dai capelli lunghi e neri come la pece e gli occhi verdi dal taglio obliquo.
E subito  scoprì, con raccapriccio misto a eccitazione, di  aver incontrato il  suo assassino, quello che prima o poi tutti ci troviamo di fronte.
Iniziò a desiderarla subito, con un’ansia spasmodica che gli avvelenava i sensi e la vita impedendogli di respirare se solo pensava a lei.
Tentò in tutti i modi di conquistarla, la inondò di fiori, gioielli, e quant’altro potesse desiderare una donna: nulla servì a  fargli raggiungere lo scopo.

Era la prima volta che una  femmina gli resisteva  con tanta ostinazione.

Alta e maestosa, avvolta in lunghe vesti di stoffe preziose, si rifiutava anche di riceverlo, lasciandolo  fuori, nella strada come un mendicante ad aspettare un gesto di  invito che ne era sicuro non sarebbe mai arrivato.
Più lei insisteva a rifiutarlo, più lui si accaniva a desiderarla.
Ridendo calpestava la sua dignità, riduceva in briciole il suo orgoglio di maschio;  intuiva che se non fosse riuscito ad averla la sua virilità sarebbe finita in cenere.

Così, ridotto alla disperazione, andò da  Gudrun la strega, una maga potente che operava infallibili incantesimi.
Gudrun viveva nella palude dentro una palafitta; ricoperta di vesti stracciate, aveva  strani occhi viola da pazza, simboli incomprensibili disegnati sul corpo con l’henné e intorno alle braccia teneva attorcigliati due serpenti di fiume.
Le chiese di operare una magia, la più potente che conoscesse, per far sì che la bella orgogliosa cedesse finalmente alle sue voglie.
-Ricordati- mormorò la strega - a volte gli Dei ci puniscono concedendoci quello che desideriamo di più al mondo-
-Io voglio lei, Dorotea, e sono disposto a tutto, pur di averla-
-Allora, se il tuo desiderio è veramente così forte, ti darò la giarrettiera bianca; piacerà molto alla tua Dea, con questo fiocco di seta candido come la neve, come la sua pelle. Quando la indosserà io opererò  la mia magia -

Detto questo lo congedò e l’uomo non si accorse che i serpenti, accarezzando con la lingua fredda e sottile le mani della Maga, ridevano  alle sue spalle.
Ritornò con il dono alla porta di Dorotea; stranamente questa volta fu ricevuto e fatto accomodare nello stesso salotto dove aveva visto passare tanti  ospiti durante i suoi appostamenti.
Lei arrivò altera e sdegnosa come sempre; lui, tremando, estrasse dalla tasca la giarrettiera bianca e gliela porse in silenzio.
La donna lo guardò con aria interrogativa, poi:
-Volete forse che la indossi di fronte a voi? Siete audace signore, davvero, bene eccovi accontentato-

Alzò una gamba appoggiando la punta del piede ad una bassa seggiola e lui intuì la perfezione, sotto il candore delle calze.
La sua erezione fu immediata e dolorosa tanto era tesa la pelle sul sesso  eccitato.
Poi Dorotea prese dal tavolo la giarrettiera e la fece scivolare lentamente lungo la gamba fin sopra il ginocchio.
L’uomo non seppe resistere e si gettò su quella gamba e sul fiore di seta mormorando parole senza senso.
Allora la donna lo respinse con malagrazia e sfilato il candido eccitante ornamento glielo gettò addosso prima di scomparire per la stessa porta dalla quale era entrata.

Rimase lì, con  l’impalpabile oggetto in mano, finchè non ricordò le parole di Gudrun la strega:
-Opererò la mia magia attraverso il fiore di seta-
Così, spinto da un impulso incontrollabile, passò più volte la giarrettiera attorno al sesso  perché vi restasse il suo odore.
Poi si ricompose  e, preso un  foglio di carta dallo scrittoio, vergò queste parole, sicuro che le sue sofferenze d’amore  fossero finite:
-Ho avvolto la giarrettiera sul mio sesso  che spasima per voi;
 Non potrete fare a meno di indossare il mio dono e quando lo farete io lo saprò  dalla mia eccitazione: smanierete per me  anche se sarò lontano chilometri.Ora sono  certo che sarete mia, nè io nè voi potremmo più evitarlo, neppure se volessimo-
Sul foglio, che appoggiò in bella vista sul tavolo, lasciò il bianco fiore di seta.
Infatti, dopo circa due ore, sentì una violenta fitta di piacere all’inguine e seppe che Dorotea in quel  preciso momento si era infilata la giarrettiera.
Allora corse da lei; la donna venne ad aprirgli, smaniosa ed eccitata, e fecero l’amore come a nessuno dei due era mai capitato prima.
Dorotea si perse in un mare di piacere che la lingua, la bocca e il  sesso instancabile dell’uomo sapevano procurarle.
Lui era finalmente arrivato al suo Paradiso, quello che aveva tanto sognato, perché lei era veramente il massimo che un uomo potesse  desiderare.

Ma giorno dopo giorno Dorotea continuò ad indossare la giarrettiera magica, non ne aveva mai abbastanza dell’uomo che l'amava con tanto vigore.
Così in breve tempo lui si ammalò di consunzione e morì .
Le ultime parole che sentì, prima di sparire nel Grande Buio, furono quelle di  Gudrun la Strega:
-Attento, a volte gli Dei ci puniscono concedendoci quello che  desideriamo di più al mondo-

 
 
 
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