Creato da mala_spina il 13/09/2011

LABIRINTO

L' Eros,l 'Avventura, il Fantasy del Fauno e della Strega

 

*Madiel e il fatto compiuto ** per adulti

Post n°252 pubblicato il 19 Febbraio 2015 da mala_spina
 

madiel, fatto compiuto

 

Alle sei  Madiel scese da un taxi davanti all'Elyseum. L'oscurità era fitta in quella ventosa sera di Novembre ma lei si sentiva bene. Nulla avrebbe potuto metterla di cattivo umore, quella sera.
Né il buio né il freddo.
Non vista, passò fra le locandine con il suo viso e il suo nome- era sempre la miglior Viola della Dodicesima notte che il Teatro avesse mai avuto, pensò sorridendo- e attraversò la sala vuota raggiungendo il suo camerino.
Lì, a far fuori nervosamente un pacchetto di sigarette, trovò  Clive, il suo regista e il suo grande amore...
...Che l’aveva già sostituita nella parte di Viola con la nuova amante ventenne, giovane attricetta  da serial televisivo di successo,  caparbiamente intenzionata a diventare una grande attrice di Teatro.
Il letto di Clive era il miglior trampolino di lancio,  Madiel lo sapeva con assoluta certezza.
Del resto lei era finita in Ospedale  proprio la mattina a seguito di quell’increscioso incidente di macchina..
Già, i freni  non avevano funzionato, qualcuno li aveva manomessi; lei  lo sapeva, la polizia no, del resto  il tasso alcolico del suo sangue  bastava a giustificare l’accaduto.

Rimase per un momento in posa sulla soglia, dandogli il tempo di riprendersi dalla sorpresa.
Lui impallidì vedendola e lei gli sorrise.
Certo, le era difficile muovere le labbra per l'inconsueta rigidità dei muscoli facciali, ma si ritenne soddisfatta dell'effetto ottenuto. 
Clive non sapeva che cosa dire o fare.  Madiel non stava affatto bene, su questo non c'era alcun dubbio.
Sicuramente aveva lasciato l'ospedale per  partecipare  alla prova in costume della serata.
Non portava trucco e i suoi capelli avevano bisogno di una lavata. 
-Che cosa fai qui?- le chiese mentre lei richiudeva la porta.
-Un lavoro lasciato a metà, da finire, è importante-
-Ascolta...  tu hai avuto un incidente grave, stavi in rianimazione, così abbiamo trovato una che ti sostituisce-
Lei lo fissò senza  espressione. Lui riprese a parlare precipitosamente, incespicando nelle proprie parole:
-Pensavamo che tu fossi fuori combattimento, capisci? Non in maniera definitiva, s'intende, ma almeno per la Prima-
-Non ti preoccupare-
L’uomo rimase a bocca aperta.
-Non ti preoccupare?-
-Sì... la cosa non mi riguarda più-
-Ma allora ...perché sei qui? E quale lavoro hai lasciato a metà?-
Poi restò senza fiato: Madiel  si stava sbottonando il vestito. Non fa sul serio, si disse, non può fare sul serio.
Sesso? Ora?
-Non ti ricordi, l’altro giorno, proprio in questa stanza , che cosa ti stavo facendo, quando  Franz ci ha interrotto bussando alla porta?-

Altroché se se lo ricordava, il miglior lavoro di bocca di cui fosse mai stato omaggiato: Madiel era ineguagliabile.
-Ho riflettuto molto in queste ultime ore-  continuò lei mentre si dimenava con grazia per farsi passare il vestito stropicciato oltre le anche per poi lasciarlo cadere e uscirne con un leggero passo. Portava un reggiseno bianco che cercò di sganciare senza successo.
-E ho concluso che non mi importa più nulla del teatro. Mi aiuti?-
Gli voltò la schiena.
Lui le slacciò il reggiseno meccanicamente, senza in verità analizzare se volesse davvero andare avanti.
Sembrava un “fait accompli”,un fatto compiuto.

Era tornata a finire quello che avevano cominciato quando erano stati interrotti, molto semplice.
E a dispetto degli strani suoni che produceva dal fondo della gola e dall'espressione  assente dei suoi occhi, era pur sempre una donna molto attraente.
Madiel si girò di nuovo e  Clive poté contemplare la pienezza dei suoi seni, più pallidi di come li ricordava ma sempre bellissimi.
La sua erezione divenne ingombrante, mentre  lei, rotendo i fianchi come una volgare spogliarellista di Soho, si passava  le mani fra le gambe. 
-Ormai ho deciso, so quello che voglio veramente...Te. Non posso avere contemporaneamente il sesso e il palcoscenico... Viene il momento nella vita di ciascuno in cui si devono prendere delle decisioni-
-Ma che cazzo stai dicendo?- mormorò Clive, eccitato e confuso
-L'incidente mi ha fatto pensare, mi ha fatto meditare su ciò che mi sta veramente a cuore. E francamente...- gli slacciò la cintura - non mi frega niente...- gli aprì la cerniera dei pantaloni-né di questa né di qualunque altra commedia -
I calzoni  scesero a terra intorno alle caviglie del regista.
-Ora ti faccio vedere che cosa mi  interessa davvero-
Gli infilo una mano nei boxer e lo afferrò. Le dita gelide resero stranamente il contatto più eccitante. Clive rise chiudendo gli occhi mentre lei si inginocchiava.
 
Lo prese con l'esperienza di sempre, la gola aperta come un pozzo. La sua bocca era un poco più arida del solito e la sua lingua ruvida, ma le sensazioni che gli dava lo facevano impazzire.
Era così eccitato che non si accorse della facilità con cui lo divorava, lo stava mandando in cielo dando prova di una abilità che gli era sconosciuta.
Alternava il ritmo con sapienza: prima lento, poi piu velce, fino a farlo quasi venire, per poi rallentare di nuovo e aspettare che si spegnesse in lui l’urgenza dell’orgasmo.
Clive era completamente alla sua mercé.
Aprì gli occhi per guardarla muoversi.  Madiel era come infilzata su di lui, con un'espressione rapita sul viso. 
-Madiel- mormorò roco -che bello... oh sì, oh sì...-
Lei non mostrò alcuna reazione alle sue parole, continuando a lavorarselo in silenzio. Non mandava i suoi soliti versetti, i mugolii di soddisfazione, il sibilo contratto della respirazione attraverso il naso. Lo divorava nel silenzio più assoluto.

L’uomo trattenne il fiato per un momento, mentre sentiva nascergli dentro, dal punto più oscuro della mente, un’idea. Davanti a lui la testa continuava ad agitarsi ritmicamente, con gli occhi chiusi, le labbra serrate sul suo membro, un'espressione di concentrazione totale. Trascorse mezzo minuto, un minuto, un minuto e mezzo...
.... La donna non respirava. Gli stava praticando una fellatio così straordinaria perché non si fermava mai, nemmeno per un istante, per inspirare o espirare.
Clive si sentì irrigidire all'improvviso, mentre la sua erezione si smorzava nella bocca di lei.
Madiel non ebbe alcuna esitazione e continuò imperterrita a  succhiarlo mentre  un pensiero pazzesco prese a vorticare nella mente stravolta dell’uomo:
-E’ morta. Mi ha preso in bocca, in quella sua bocca gelida ed è morta. Sì, per questo è tornata, per questo si è alzata dal suo capezzale ed è tornata. Vuole finire  quello che aveva cominciato, ora che non le importa più della commedia, e neppure di me, il suo assassino.... L'unico atto a cui da valore Maudiel  adesso è questo e  ha scelto di interpretarlo per l'eternità-

Davanti a quella terribile verità,  Clive non poté far altro che restare a guardare come un imbecille quel cadavere che lo succhiava.
Poi lei percepì il suo terrore. Aprì gli occhi e li alzò verso di lui.
Erano vuoti, opachi, spenti.
Dolcemente, si sfilò dalle labbra la sua flaccida virilità.
-Che cosa c'è?- gli domandò, senza rinunciare a recitare la vita con la voce flautata.
-Tu... tu non... stai respirando...-
-Oh, caro- mormorò Maudiel  rinunciando finalmente a fingersi viva -in definitiva non  sono poi molto brava a recitare la parte, non ti pare?-

La sua voce era la voce di uno spettro, sottile, desolata.  La sua pelle, il cui pallore poco prima aveva trovato eccitante, era a ben guardare del colore della cera. 
-Sei morta?- le chiese.
-Temo proprio di sì. Due ore fa. Ma ho dovuto venire, Clive, con tutto quel che era rimasto in sospeso tra noi.  La tua puttanella, i freni della macchina...Ho fatto la mia scelta. Dovresti esserne lusingato perché sei stato il mio ultimo ossessivo pensiero.
Ne sei lusingato,vero?-
Si rialzo e cercò nella borsetta che aveva lasciato accanto allo specchio.
Lui guardò la porta, tentando di muoversi, ma le gambe non gli ubbidirono . E poi aveva i calzoni intorno alle caviglie. Due passi e sarebbe finito per terra.
Madiel si volto nuovamente verso di lui, con qualcosa di aguzzo e argenteo nella mano. Per quanto si sforzasse, Clive non riuscì a mettere l'oggetto a fuoco.
Ma qualunque cosa fosse, era per lui.

 
 
 

*Il cambio**Per adulti

Post n°251 pubblicato il 27 Gennaio 2015 da mala_spina
 

spose belle

 

Abbiamo litigato ferocemenente.
Ci siamo preparati per la cena già programmata e impossibile da disdire tra insulti e accuse, le più senza fondamento.
Scendiamo le scale, uno avanti all'altro, in un silenzio glaciale.
Prima di salire in macchina tu dici:
-Basta, sono stanco, finiamola qui- e io, di rimando:
-Mi pare la cosa più giusta; non saprai mai quanto sei riuscito a stancarmi...-

 Partenza; la macchina esce dal garage alla velocità della luce; e nello stesso modo abborda la strada asfaltata.
-Vai piano, non intendo morire troppo giovane-
Sibilo io.
Ma tu non mi dai ascolto, tagli le curve, guidi con rabbia, le mani contratte sul volante, lo sguardo fisso di fronte a te.
E io guardo quelle mani grandi, dalle dita lunghe, le articolazioni sporgenti... e non posso fare a meno di sentirle su di me , insieme alle tue labbra, ora così serrate, mani e bocca lungo tutto il corpo ad accarezzare,sfiorare, penetrare.
Meglio pensare ad altro, non è possibole, non può il sesso far dimenticare certe cose, mi ha offesa, va bé, l'ho fatto anche io, ma mi ha dato della stronza e io dell'idiota, della stronza e della puttana e io allora? gli ho detto quello che ad un uomo fà più male:
-Con te anche il piacere è un optional, fingo, fingo quasi sempre- quando anche un sasso si accorgerebbe che non è vero.

Non è vero, perché io con te vado in Paradiso e oltre.
Ecco la verità.
Ora cambi marcia, anzi lo fai troppo di frequente, non usi i freni e il tuo braccio sulla leva del cambio, con il pugno chiuso, mima l'amplesso, avanti, indietro, sei violento, non usi la solita delicatezza.
E non posso fare a meno di pensarti eccitato , il tuo sesso si sostituisce al cambio e comincia a entrare dentro di me, a uscirne, più veloce, sempre più veloce, per poi rallentare il ritmo e ...
Mi agito sul sedile di pelle, inutile negarlo, ti voglio, la micia batte come un cuore.

Cerco di ricordarmi le parole violente e offensive che ci siamo scambiati mentre guardo di sottecchi il tuo profilo severo, da santo bizantino.
Non devo cedere per prima, ma se continui a guidare a questa velocità rischio di non avere più un'altra occasione per averti.

Non posso resistere oltre, faccio salire lentamente la gonna, le mie gambe lunghe e snelle comprese di scarpa rossa con tacco 10 ti hanno sempre eccitato.
Niente, sei sempre muto e apparentemente ti comporti come se io non ci fossi.
Mi agito vistosamente, sospiro e poi decido di entrare in azione .
C'é una cosa che mi fa impazzire, prenderti in bocca quando guidi, ma ora è rischioso, non te l'aspetti , qui ci giochiamo la pelle.
Ma senza rischio la vita non è vita.
Così mi abbasso all'improvviso su di te, il viso tra le tue gambe, le dita frenetiche nei pantaloni.
-Ma che fai, sei diventata matta? Fede, no, non puoi ridurre sempre tutto a questo, non puoi-
Ma la tua voce si incrina, perché le mie labbra hanno scoperto il tesoro.
Di nuovo un debole no, che finisce in un gemito, perché...

Ma non mi aspetto quello che succede ora; una brusca frenata ti fa uscire dalla mia bocca.
Mi spingi sul sedile vicino che abbassi, mi alzi la gonna e sfili gli slip con movimenti rapidissimi.
Non mi rendo conto di quello che sta succedendo fino a che non ti ho addosso, in una posizione da contorsionisti.
Il kama-sutra a noi ci fa un baffo.

Con una mano  mi afferri la nuca e mi penetri con violenza tanto fa farmi male.
Mi fai l'amore come se fossi un nemico da distruggere, mentre mormori al mio orecchio, sui miei seni, un capezzolo in bocca:
-Allora, davvero non godi con me? davvero?-
non posso rispondere, perché sto per andare in paradiso, un tacco contro il volante, l'altro compresso sulla la tua schiena.
E grido:
-Ti amo, davvero, dimentichiamo tutto, io...-

 Il respiro è un rantolo, mentre continui a trafiggermi fino a immergere il viso con un singulto tra i miei capelli.
Ora mi rendo conto che siamo sul ciglio della strada, fortunatamente è notte, altrimenti saremmo stati uno spettacolo niente male.
Tu ridi e mi baci, questa volta con tenerezza, poi :
-Forse prima ci sbraniamo per gustare meglio, dopo, i nostri corpi fatti a pezzi dalle parole: è un gioco pericoloso-
Io non rispondo, penso solo che è stato bellissimo e che in fondo la vita va azzannata e divorata, così, giorno per giorno.
Non avrebbe senso passarle accanto tra mazzi di fiori e bigliettini amorosi, no davvero...

 
 
 

*Malaspina* Epilogo-Per adulti

Post n°250 pubblicato il 14 Gennaio 2015 da mala_spina
 

cesare borgia

 

Sciolgo i capelli che lucidi brillano nello specchio e dentro gli occhi  si accendono scintille viola di desiderio.
Un desiderio che non è solo lussuria, è anche avidità di potere, da raggiungere in qualunque modo, con coraggio, menzogna, astuzia.
Tu, mio Principe, mi assomigli talmente: i nostri identici insaziabili appetiti  fanno di me la tua incestuosa sorella, più di quanto lo possa essere mai Lucrezia.
Abbiamo danzato insieme per ore, nel tuo palazzo in Trastevere, sfinendoci in occhiate che ci hanno denudato, anima e corpo, ai nostri occhi , a quelli di mio marito e del Santo Padre, tuo padre, Cesare.
E  tu mi hai sussurrato:
-Verrò da te, troverò il modo, aspettami-
-Ti aspetterò-
La tua era la voce della lussuria, la mia della strega che ti voleva, anima e corpo.

-Sì, arriverà, tra poco, entra nel bagno, preparati per Lui...-
mormora lo specchio.
Lentamente mi immergo nella vasca lasciando che l’acqua profumata e lattiginosa mi copra fino ai seni: mi appoggio all’indietro e cerco accanto a me il sapone alla lavanda che uso di solito.
Ma non  lo trovo.
Allora due mani forti e scure si posano sulle mie spalle, mentre una  bocca  mi bacia nell’incavo del collo:
-Mia signora , sono qui-
-Cesare-mormoro-Cesare...-
E il suo odore, lo stesso di quella notte a Roma , mescolato con quello di sudore, cavallo, cuoio di stivali, mi toglie il respiro.
Cerco di alzar le braccia, per stringerlo a me.
Ma  non posso, una forza misteriosa mi tiene ferma , mentre lui con una mano inizia a passarmi il sapone sul collo, sui seni e sul ventre...
E mentre le sue labbra cercano le mie, con dolcezza, come se ci fossimo appena lasciati, le sue mani si muovono su di me, carezze di vento le dita a tracciare cerchi sui seni,  a stringere i capezzoli che vorrei si chinasse a succhiare, quasi rientrato figlio nel mio ventre che lo aspetta, ad accarezzarmi le labbra del sesso, per penetrarmi con dita agili e  movimenti ipnotici:  il mio piacere sale, ora sono stesa al sole su una collina , sto per volare, ecco...
-Fammi uscire di qui, prendimi- è quasi un grido il mio, mentre lui, una mano dentro di me, con un braccio mi tiene stretta, la mia guancia contro la sua, rivestita di un barba leggera.
Mi inarco come un capriolo nel salto, sotto  l’onda d’urto del piacere: voglio stringerti, amore mio, voglio...

Sono in piedi, nuda di fronte a Cesare, mentre l’acqua scende a rivoli dal mio corpo.
Lo guardo fisso negli occhi e lo vedo smarrirsi.
Ora è mio, solo mio.
E’ un poco più alto di me, la sua pelle è bruna, lo sguardo d’ossidiana ne ha anche lo splendore.
Vestito di nero, senza gioielli, pare ancora più giovane dei suoi 27 anni.
E’ bellissimo, i capelli ricciuti gli adornano il viso, facendolo assomigliare a un angelo d’inferno.
Prende un enorme telo e inizia ad asciugarmi, con dolcezza, ma sento scorrere in lui lo stesso fuoco che brucia il mio sangue.
-Lupa, da mesi aspetto questo momento-
Quel nome sulle sue labbra assume un significato quasi  osceno, proibito, eccitante.
All’improvviso si inginocchia di fronte a me e immerge il viso tra le mie cosce, baciando con ingordigia quelle labbra vermiglie, giocando con la lingua fin nei più riposti anfratti del mio sesso, fino a staccarsi e mormorare, guardandomi negli  occhi:
-Mio sacramento-
-Mio sacrilego sposo- rispondo io, premendo il suo viso contro il ventre affamato.
Abbiamo spinto tutti e due lo sguardo nell’abisso e l’abisso ha riflesso i nostri occhi.

Allora Cesare si rialza e  senza più riguardi mi spinge contro il muro: da un arazzo sporgono tre pioli, disposti a V e capisco a che cosa servono: quello in basso per appoggiarvi sopra la gamba, a sostener la piega del ginocchio, come fanno le prostitute  di strada, gli altri due  sono per le mani, affinchè possa agrapparmi.
Ora sono aperta, di fronte a lui, occhi negli occhi:
-Staremo sempre insieme, mio Principe- e la mia voce, pur ansante , ha una sua traquilla sicurezza.
-Per sempre, in questo mondo e nell’altro, Fosca, sei tu la strega, spettano a te i patti con Lui-
E poi mi si butta addosso, ora è il soldato che si prende il suo piacere con la prostituta preferita: le mani così eleganti e nobili artigliano i seni, la sua bocca divora la mia, il suo sesso affonda sempre di più in me, mentre io prego le lune della fertilità.
Nello spasimo del piacere gli mordo un labbro: si ritrae stupito, mentre il sangue scorre copioso.
Poi riprende a pugnalarmi il ventre, con  violenza crescente mentre struscia la bocca sanguinante contro il mio viso, il collo, i seni marchiandomi del suo sangue e, con un grido, del suo seme.
Ora il rumore del vento che soffia forte  sibilando tra gli alberi è all’improvviso
sovrastato dall’ululare agghiacciante dei lupi che da sempre abitano  questi boschi selvaggi.

Rumori di passi, di armi, ma ormai tutto è compiuto, e io non vorrei che il mio amante mi lasciasse, il dolore del distacco è insopportabile, ma per me, per come ero quando ancora stavo ai bordi del sogno, prima di precipitarvi dentro.
Fosca  invece è sicura che rivedrà il suo Principe, sono stati votati uno all’altra, perché altrimenti Lui li avrebbe fatti uscire dal nulla?
E le ultime parole del Valentino:
-Di qui o di là, sempre insieme, Lupa-
sono una promessa per lei, di futuri terreni piaceri, al cui pensiero  una gioia selvaggia la invade.

E mi ritrovo sola, nell’atmosfera lattiginosa e profumata della stanza.

Passi affannati, grida, mi immergo rapidamente nell’acqua, Alberto e Manfredi entrano sbattendo la porta, gridano qualche cosa, il Valentino, l’hanno visto salir fino al castello, possibile...
Non li sento perché  la Lupa canta, a bassa voce, il ringraziamento al suo oscuro Signore.
Ora è sicura di essere intoccabile.

Se ne vanno e io resto lì, con gli occhi chiusi fino a che mi accorgo che l’acqua è diventata fredda.
E tutto sfuma, lentamente; protendo le mani verso quegli antichi muri, vorrei restare...ma mi sveglio e mi ritrovo nel mio letto: eppure la mia pelle odora di Lui, del suo sudore, di cuoio, di cavallo, di Borgia...
Tra le gambe  l’umidità di un piacere appena goduto.

E nella mente le sue parole:
-O qui o all’inferno, Lupa, staremo sempre insieme-

Fosca Malaspina, mia antenata, morì nel 1507, tre mesi dopo la fine disperata del Valentino  sugli altopiani di Navarra, avvenuta il  12 marzo dello stesso anno.
Presso le rovine del castello dei Guidi c’è un precipizio, un orrido, detto il salto di Fosca.
Una notte la marchesa scomparve, insieme al figliolietto, Rodrigo, di quattro anni .
La leggenda racconta che si gettò nel vuoto con un grido, il bimbo stretto al collo.
Il suo corpo non fu mai ritrovato.

FINE

 
 
 

*Malaspina**Prima parte-Per adulti

Post n°249 pubblicato il 12 Gennaio 2015 da mala_spina
 

malaspna

 

La stanza è rotonda, con il  soffitto di legno a cupola quadrangolare.
 Una minuscola finestra si apre nelle massicce mura di una delle torri del castello dove incorporea, sospesa nel sogno tra passato e presente, vivo attimi di realtà onirica che mi angosciano.
Lo chiamano il castello dell’Aquila, perché, simile al nido di  questo rapace, sta  massiccio e torvo a vegliare nella solitudine dell’appennino emiliano.
E’ la mia casa, lo so, o almeno quella di mio marito, il conte Adalberto Guidi.
Mi guardo intorno, nel vapore leggero e profumato  che satura la piccola stanza proveniente da  un semicupio di rame  splendente sui mattoni  sconnessi e polversi del pavimento.
Dall’acqua calda e lattiginosa emanano effluvi di lavanda e verbena e un altro odore, penetrante, speziato, a me sconosciuto.
Tutto intorno, lungo le pareti, sono disposti splendidi arazzi di antica lavorazione normanna, a giudicare dalla tessitura e dalla tonalità dei verdi e dei rossi.
In sequenza raffigurano  uomini armati che cacciano una coppia di lupi dal pelo scuro e lucido, con gli  occhi di fuoco. Nell’ultima scena i guerrieri, trionfanti, alzano verso il cielo le teste mozze dei due animali.
Repulsione, dolore, paura di conoscere cose che sarebbe meglio restassero nel buio del passato: vorrei fuggire da questo incubo, ma non posso.
Sono condannata a riviverlo, lo so.

-Guardami, sono qui-
Una strana voce, metallica e bassa mi chiama.
Proviene da uno specchio enorme, disposto a interrompere la serie degli arazzi.
-Spogliati-
All’improvviso mi accorgo di avere un corpo, con vene e arterie in cui veloce scorre il sangue, un paio di gambe che docili ubbidiscono all’ordine, mentre l’angoscia dell’incubo svanisce per lasciar posto a una gioia animalesca, quella di  essere reale e viva, che mi procura un’emozione  così violenta da parermi quasi insostenibile.
Dentro di me ribolle un mare di lava.
Mi guardo allo specchio: il viso riflesso è il mio, solo un poco più allungato,mia è la pelle olivastra,  come pure gli occhi...che hanno però una luce strana; se sono lo specchio dell’anima, ora dentro di me c’è un nero che risplende, cupo.
Accarezzo la veste di damasco e seta che indosso come un drappeggio; sciolgo la cintura e resto nuda, la stoffa di un bianco accecante avvolta intorno alle caviglie sottili.
Nel chiarore rossastro delle lucerne il mio corpo -e la mia mente- sono quelli della marchesa Fosca Malaspina. E come Fosca, rivivo e ricordo.

Venni data in sposa giovanissima al conte Adalberto Guidi, più vecchio di me di trent’anni, che  notte dopo notte striscia sul mio corpo come bavosa lumaca.
Fortunatamente il figlio avuto dalla prima moglie, Manfredi, giovane e bello, ha rallegrato, fin da subito, la mia solitudine.
E poi altri, molti altri, garzoni, servi, soldati, capitani dei nostri mercenari, tanto che di me si dice , come di Caterina Sforza, che pago con le cosce i loro servizi.
Spesso ho fatto uccidere od ho soppresso io stessa alcuni dei miei amanti : mi piace l’odore e il sapore del sangue.
Indosso la mia crudeltà come fosse una corona regale.

Vengo da un’antica e nobile famiglia, in cui gli assassinii, gli incesti e le prevaricazioni sono la normalità.
Nelle mie vene scorre un sangue vecchio di secoli, denso, carico di lussuria e magia, che odora di corruzione.
Mia madre, dalla quale ho ricevuto il dono “oscuro”, si è salvata dall’esser arsa sul rogo come strega solo per il  nome che portava.
Ho potere di vita e di morte sulla gente delle vallate intorno al castello.
Si prostrano terrorizzati al mio passaggio, ma so  come mi chiamano, nel segreto dei loro tuguri :“la Lupa”; mi odiano e  si fanno il segno della croce al solo nominarmi; del resto tutti, compresi i nobili nostri alleati, si chiedono come mai il mio viso rimanga giorno dopo giorno quello di un’adolescente e il ventre non si apra alle lune della fecondità.
Adoro un unico Dio, il Signore delle nove porte, Re dello spazio infinito, Motore della vita e della morte, Guardiano dell’Abisso e dei segreti Labirinti, Chiave e Guardiano del passaggio tra i mondi.
Colui che è tutto ciò che è e che invoco ogni giorno nel chiuso della mia stanza.

Del resto questi sono i miei tempi: oggi è il 2 Luglio del 1502.
E’ l’epoca dei Borgia e del terrore Borgiano.
Sono i  giorni in cui il Tevere, da sempre  liquida fossa mortuaria,  restituisce giorno per giorno principi, uomini di chiesa, capitani,soldati.
Perfino il Duca di Gandia, figlio dello stesso Papa  Alessandro VI, è emerso dal fiume carico di ferite fratricide e di fango.
I tempi dei veleni e dei pugnali.
Il tempo del Valentino.
Cesare, mio Principe nero, Cesare...

Ora so chi sto aspettando e il ventre si contrae, i capezzoli si inturgidiscono, il respiro si blocca: verrai da me, come non so, ma arriverai e ti avrò, e mi darai un figlio.
Perché quando sarai qui, al richiamo di quelle Tenebre che mi ubbidiscono, ti scorderai di ogni altra donna, compresa la tua adorata Lucrezia.
Sarai mio per sempre.

E nostro figlio, partorito da una Lupa ingravidata dal Principe del terrore dominerà il mondo.

CONTINUA

 
 
 

*LUKUM** Per adulti

Post n°248 pubblicato il 01 Gennaio 2015 da mala_spina
 

lukum

Kostantin Kacev-Sensuality

La tua bellezza ieri sera mi ha lasciato senza fiato.
Appena arrivata ti ho vista in piedi, le spalle alla grande finestra aperta sul Porticciolo, circondata da un gruppo di amici. Diffondevi una luce che sulle prime mi ha abbagliato, eclissando quella della stanza, pur ricca di lampade e lampadari.
Portavi un abito di seta, cortissimo, verde, che metteva in mostra le gambe lunghe e abbronzate dal sole della Riviera.
-Il verde brillante di una coppa di gelato alla menta guarnito con l'oro di biscotti appena sfornati-
Nella notte afosa mi apparisti come un quadro dai colori così freschi,vivi, estivi, ghiotti, da farmi ricordare, mentre ti ammiravo, un'antica canzone andalusa che lì per lì ho trasformato per te in un personale cantico dei cantici:

 -Io sono tutta la poesia della frutta
e della verdura
 regina del coriandolo
e dea del cardamomo
ho la freschezza e il colore della lattuga
il piccante del pepe.
La mia pelle ha la dolcezza e l'aroma dell'uva fragola
la mia saliva è un miele
di cui son gelose le api,
il mio ventre è una spiaggia di sabbia
fine
e il mio sesso un lukum succulento
che piange lacrime di zucchero-

Ti sei voltata verso Giovanni e ho notato la profonda scollatura posteriore dell'abito, che metteva in risalto la magnifica schiena.
Sorridevi alle parole che ti sussurrava con aria complice mentre un uomo che non conosco cercava di attirare la tua attenzione.
Notai come i capelli fulvi raccolti sulla nuca mettessero in risalto la purezza minerale del viso.
Mettevi quasi a disagio, con il muro della tua perfezione che ti isolava dal resto di noi comuni mortali...
Forse avevo frainteso, non eri interessata a me, non in quel modo almeno, e ora temevo di sembrarti sciocca con la mia infatuazione, perché percepivo in te un'abitudine alla lussuria, un'intelligenza del desiderio che mi imbarazzavano.
Improvvisamente ti sei chinata per riallacciare il cinturino di uno dei sandali: l'elasticità del tuo equilibrio mi ha trasmesso la vertiginosa certezza che tra quella gente vacanziera c'eri solo tu di interessante.
Ti venivo incontro con una lentezza da sonnambula, come chi è ipnotizzato da un oggetto prezioso di cui non potrà mai apprezzare per intero il valore.

Mi hai vista, sei scesa dallo sgabello e abbracciandomi con un sorriso di giovane civetta che incoraggia un pretendente timido mi hai detto, baciandomi sulla guancia:
-Ben arrivata, ti stavo aspettando,abbiamo un appuntamento...
Andiamo nello studio, vieni-
Ti sei fatta strada tra gli invitati con deliziosa insolenza, sicura di te e io ho ammirato quel tuo mostrarti semi-nuda soltanto per rifiutare i desideri troppo spinti.
Crudele, perché inguainata in quell'abito corto eri più indecente che se non avessi avuto niente addosso.
Mi affascinava il colore del tuo vestito: non era un verde congestionato, da volgare gelateria o pasticceria, ma un colore squisito, elegante quanto un drappeggio: un verde da scatola di cioccolatini costosissimi e sontuosamente farciti.
Salimmo le scale e ci ritrovammo in un lungo corridoio dove le tende, bianche, sottili, parevano gonne di ballerine di flamenco gonfiate dal libeccio.
A un certo punto sei scivolata, davvero o per finta, non lo saprò mai, e ti sei aggrappata a me.
Così mi son trovata sotto le labbra la pelle profumata e serica della tua spalla nuda.
Ti ho abbracciata, baciando quel tessuto elastico, lappando il tuo odore, piano piano su fino al lobo dell'orecchio.
Il tuo seno piccolo e sodo si adattava perfettamente alla mia mano, mentre un ciuffo ribelle dei capelli mi sfiorava la guancia.
Intanto strofinavi con dolcezza il ventre contro il mio sorridendo con una sensualità torbida.
Era tutto grazia, delizia, sorpresa quello che scoprivo di te.
Persino il sudore che ti imperlava la nuca era profumato.
Con la fluidità dell'acqua ti lasciasti andare tra le mie braccia.
E mentre con una mano ti sfioravo una scapola e con l'altra ti premevo la vita sottile e flessibile tu mi spingevi verso una porta, quella della tua camera.
Dal piano di sotto arrivavano schiamazzi, risate, musica.
Ma io udivo solamente  il canto del nostro affrettato respiro...


 
 
 
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raggelata, scritto impeccabile, ma terribile!
Inviato da: magdala806
il 22/02/2015 alle 11:23
 
madiel...la vendetta va ben oltre la morte;sei sempre UNICA!
Inviato da: diegosandoval2
il 21/02/2015 alle 16:08
 
questa sì che si chiama vendetta!
Inviato da: guidoeffe5
il 21/02/2015 alle 11:58
 
al pensiero mi sento male, più che eros è horror questo...
Inviato da: fabiodiscrivi
il 21/02/2015 alle 11:57
 
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