Creato da mala_spina il 13/09/2011

LABIRINTO

L' Eros,l 'Avventura, il Fantasy del Fauno e della Strega

 

*Codice Gigas: il diavolo allo specchio** ultima parte-Per adulti

Post n°254 pubblicato il 10 Marzo 2015 da mala_spina
 

codice gigas, diavolo

 

Passò una settimana, in cui don Paolo si trovò stranamente ad aspettare le otto di mattina quando almeno per una volta poteva intravvedere quello sguardo.
Poi faceva in modo di uscire o rintanarsi nello studio: la ragazza stava entrando nei suoi sogni che ora erano diventato francamente osceni.
Su di loro la sua volontà nulla poteva.
Lo lasciavano al risveglio debole, come battuto da mille verghe, con delle fitte all'inguine da ridurlo curvo e mugolante a mezza strada tra il letto e il bagno.
Quindi arrivò quel sabato pomeriggio che cambiò la sua vita.

Era una splendida giornata: il giovane prete pensò di arrivare a piedi fino al piccolo lago che scintillava nel verde degli abeti tra i monti sovrastanti il paese. Ci si arrivava anche in fuoristrada; ma lui conosceva dei sentieri poco battuti che gli avrebbero fatto risparmiar tempo sul percorso della mulattiera e poi camminare nei boschi in solitudine forse lo avrebbe aiutato a veder più chiaro in quella confusione mentale che l'avvolgeva come un sudario.
Mise nello zaino qualche cosa da mangiare e da bere e partì, cercando di capire che cosa gli stava succedendo, mantenendosi il più distaccato possibile, esaminando se stesso come se si trattasse di altra persona. A un certo punto, quando pensava di essere quasi arrivato, dal folto dei cespugli che nascondevano il sentiero gli arrivarono delle voci giovani, risate e un rumore di corsa.
Si bloccò e si fece strada tra il fitto degli alberi seguendo quelle voci, quasi fosse un topo dietro al pifferaio magico.Cercò di muoversi silenziosamente, mentre il cuore prese a battergli forte nel petto e una strana angoscia gli spezzava il respiro...perché man mano che si avvicinava riconosceva sempre più nitidamente una delle voci, quella femminile: era di Magdala.
Lo aveva avvisato il venerdì che il sabato non sarebbe andata da lui perché doveva stare con la zia che non si riprendeva.
Avanzò ancora tra la sterpaglia e dopo pochi passi si rese conto che la barriera verde finiva bruscamente: al di là c'era una radura, un piccolo anfiteatro con rocce candide che spuntavano come denti dall'erba morbida, circondato da alberi e rovi; i ragazzi arrivarono correndo dal lago, il cui odore ora distingueva nettamente, doveva essere vicinissimo. Erano nudi, stillanti ancora acqua: la donna era Magdala, i due maschi, Francesco e Paolo facevano parte della sua squadra di calcio.
Restò immobile, poi si inginocchiò nella sterpaglia bucandosi con i rovi, per farsi più piccolo e guardare attraverso uno spiraglio quasi al livello del terreno.
Avrebbe voluto fuggire con tutte le sue forze, si sentiva in equilibrio precario sull'orlo di un pozzo da cui, lo sapeva, non sarebbe più risalito. Ma restò lì a guardare, era come incollato al terreno.
Magdala aveva i capelli neri sciolti, i seni abbondanti per quel corpo così esile che sotto il fagotto dei vestiti indossati abitualmente non si sarebbe mai potuto immaginare, i fianchi snelli da ragazzo, le gambe lunghe che terminavano in un sedere morbido, tondo; erano vicino a lui , in piedi su una vecchia copertastesa sull'erba.
La ragazza abbracciò Francesco e lo baciò con forza, mentre con una mano accarezzava Paolo dietro di lei: strusciava il ventre contro quello del giovane e le mani dei due ragazzi erano ovunque sopra il suo corpo.
All'improvviso si staccò da loro, spinse Francesco sulla coperta, ridendo e si inginochiò  passò la lingua sul ventre, quasi ad asciugarne l'acqua, poi sugli inguini  mentre il ragazzo gemeva sempre più forte.
Paolo si mise dietro di lei e la penetrò con violenza; Magdala ebbe uno scarto per alzare il viso al sole con gli occhi sbarrati mentre un grido di piacere le usciva dalle labbra bagnate.

Il prete, rattrappito nel suo nascondiglio, sentiva che la vita gli stava sfuggendo per raccogliersi tutta lì , nel fallo eretto, rigido, potente: era diventato quello, era solo quello ormai...
E poi fu tutto un turbinio di corpi impazziti, di gemiti, la donna roteava i capelli come fossero fruste, fino a che raggiunse il piacere, serrando in una morsa i ragazzi che si svuotarono in lei quasi contemporaneamente.
Fu allora che don Paolo schizzò in cielo, in un lampo di piacere che mai aveva provato in vita sua: venne con una intensità tale da stordirlo, così come era, piegato su se stesso, quasi a trattenere il seme e proteggere l'urlo che faticava a tenere ingola.
Restò immobile non seppe per quanto tempo: quando riaprì gli occhi i tre ragazzi erano sdraiati sulla coperta, Magdala tra di loro;  improvvisamente alzò il viso verso il suo nascondiglio: sapeva che era lì, ne fu sicuro.
All'improvviso don Paolo ricordò: quegli occhi gialli e striati li aveva già visti, erano quelli del demone disegnato nel Codex Gigas, il famoso enorme libro maledetto scritto nel 1100 in una sola notte da un monaco benedettino che si racconta avesse venduto la sua anima al diavolo dopo essersi macchiato di un orrendo peccato.

Si alzò sconvolto e cominciò a correre verso il paese, aveva rotto una promessa sacra, un giuramento, non era stato capace di far fronte al demone della lussuria e cosa anche peggiore ogni fibra del suo corpo , ogni cellula voleva Magdala con una intensità mai provata prima. Aveva fame di lei, una fame che aumentava man mano che si allontanava da quel prato maledetto vicino al lago.
Intuì che il demone aveva già vinto: in cambio di una notte con Magdala gli avrebbe dato l'anima.
Si accorse con orrore di questo pensiero come se non fosse suo, partorito dalla sua stessa mente. Arrivato in canonica come prima cosa telefonò a Maricel e con una scusa le disse di non aver più bisogno di sua nipote.
Poi, ansante, affannato, sconvolto andò in chiesa per pregare, per ritrovare quella serenità che aveva sempre avuto, per ritrovarsi. Ma non servì a nulla: intorno a lui c'erano solo oscurità e freddo, gli ori, i quadri, l'altare, tutto gli era distante, gelido e lui era solo in mezzo a un deserto.
Quella notte fu insonne, la prima di tante; quando si addorrmentava per qualche ora finiva in in fondo a un pozzo , nell'oblio più completo e misericordioso.

Ma una notte...
Aveva udito da poco il campanile suonare la mezzanotte ed era caduto in un febbrile dormiveglia, quando sentì un passo leggero su per le scale e una mano furtiva aprire la porta della sua camera.
Allora seppe che lei era arrivata...certo, usando la chiave di Maricel, che teneva per ogni evenienza.
Dalle persiane filtrava il chiarore della luna piena.
Sdraiato su un fianco il prete continuò a fingere di dormire, ma quando udì distinto un respiro affrettato non potè fare a meno di aprire gli occhi: nello specchio, che gli stava di fronte, a lato del letto, non vide riflesso nulla, solo un'ombra informe...o almeno così gli parve.

Poi udì il fruscio del vestito e il profumo d'erba tagliata di Magdala quando lei , con la levità d'una farfalla, entrò nel suo letto e si mise dietro di lui accogliendolo sulle ginocchia, premendogli il seno sulla schiena. Prese a carezzargli il volto, le palpebre chiuse, il naso perfetto, le labbra poi scese sul petto, sul ventre per insinuarsi nei pantaloni del pigiama e prendergli in mano il sesso, già eretto, pronto.

L'uomo sospirò, come vinto, arreso...
Si mise supino, allungò la mano, scrutò nel buio.
Magdala stava sfilandogli i pantaloni.
- Eccomi sono venuta, mi aspettavi vero? da quel giorno al lago non hai più avuto pace, lo so.
E neppure io... prega il tuo dio ora, pregalo, se ne hai il coraggio-
-Zitta, stai zitta- disse lui con voce sibilante e poi le fu addosso: le entrò dentro con furia , mordendole i capezzoli, soffocando nei suoi capelli, fino a che non venne con un grido di liberazione.
Ma era solo l'inizio.
Non poteva smettere di toccarla, baciarla, le sue dita, la sua lingua erano un vento senza pace. Per il resto della notte si divorarono a vicenda.
Poi lui piombò in un sonno di pietra, ancora sopra di lei.

 Fu lo squillo del campanello, alle otto del mattino, a svegliarlo: per un attimo non capì nulla, poi si rese

conto di essere solo, la ragazza era scomparsa, non solo, neppure un segno della donna era rimasto...ma come era possibile...il letto  intatto , le lenzuola ordinate senza macchie...e lui aveva indosso i pantaloni del pigiama, asciutti anche quelli.
Ma allora il seme che aveva sparso in lei per tutta la notte, se era stato un sogno...dove era finito?
-Dentro Magdala- sussurrò una voce nella sua mente.
-Don Paolo, ma che succede , mi apra-
Era la voce di Maricel, come un automa finalmente si mosse e andò ad aprire.
Quando aprì la porta la donna esclamò con voce spaventata:
-Dio mio, ma lei sta male, che faccia che ha, si è preso l'influenza, venga subito a letto, chiamo il medico.
Fortunatamente sono passata, anche se sto in piedi per miracolo, venivo a dirle che mia nipote ha deciso all'improvviso di ritornare in Colombia: è partita ieri pomeriggio per Milano ospite di conoscenti. Da lì prenderà l'aereo.
Mi ha lasciato un ricordo per lei: questo portachiavi , l'aveva portato dal suo paese. Non è carino?-
Don Paolo allungò la mano e sul palmo si ritrovò, intagliato nel legno e perfettamente riprodotto, il demone del Codice Gigas che lo guardava sogghignando con i suoi occhi gialli striati di verde, da fiera...


FINE

 
 
 

*Codice Gigas: il diavolo allo specchio**Prima parte-Per adulti

Post n°253 pubblicato il 09 Marzo 2015 da mala_spina
 

codice gigas, diavolo

 

Il giovane prete , sotto la doccia, cantava con una discreta voce da tenore "Toreador" dalla Carmen di Bizet, una delle sue Opere preferite.
Poi uscì dal box e si avvolse nell'accappatoio: quel giorno l'allenamento dei ragazzi della squadra locale di calcio era stato particolarmente pesante; non vedeva l'ora di mettersi in poltrona a rileggersi l'adorato Kant e la sua "Critica della ragion pura" prima di celebrare la messa serale del sabato.
Era giunto da poco in quel grosso paese dell'entroterra Ligure, che gli abitanti si ostinavano a chiamare cittadina.
Vi era stato mandato dal Vescovo per punizione: meglio allontanar subito dalla città e dalle tentazioni un religioso troppo bello per esser prete, pericolosamente di sinistra e con strane frequentazioni.
Erano arrivate all'orecchio della Curia chiacchere su una certa bella fanciulla che assiduamente visitava la chiesa di S. Domenico dove don Paolo prestava la sua opera e anche di una strana amicizia che quest'ultimo intratteneva con il conte Francesco Risoli sospettato fortemente dalla Chiesa per certe pratiche "magiche" di cui tutta la città parlava.

In realtà il religioso, per quanto tentato dalla fanciulla, non aveva ceduto al richiamo della carne: mentre a ricordo delle frequentazioni con Francesco Risoli gli erano rimaste in testa troppe domande senza una risposta insieme a una oscura inquietudine.
Nessuno sapeva molto della sua vita passata: solo che si era consacrato a Dio dopo aver conseguito una laurea, forse in legge, nonostante la fiera opposizione della famiglia e dell'allora fidanzata prossima sposa. Ma erano solo chiacchere.

Appenna arrivato a Cerviano fu accolto con diffidenza: era troppo bello per essere prete, così alto, bruno e maschio, non portava mai la tonaca ma jeans e magliette o maglioni, girava in moto, insomma era poco credibile.
In breve le cose cambiarono: le donne cominciarono ad affollare la Chiesa, alcune con l'evidente scopo di sedurlo, altre se ne innamorarono perdutamente sussurrandone in gran segreto tra di loro mentre i giovani lo seguirono immediatamente per formare una squadra di calcio e con l'allenamenteo di don Paolo presto furono in grado di iscriversi a piccoli tornei che radunavano gente anche dai paesi vicini.
Era gentile e premuroso, si adoperava per chiunque avesse bisogno, insomma ben presto divenne quasi un santo per la popolazione.
Fu soprattutto l'assenza di pettegolezzi su suoi eventuali cedimenti al richiamo della carne a conferirgli tale aureola.
E quando Annamaria che era considerata la ragazza più appariscente e anche (ufficiosamente) la mignotta del paese cominciò a corteggiarlo sfacciatamente andando a confessarsi un giorno sì e l'altro pure  ammise di non aver concluso nulla, tra i maschi ci fu qualcuno che decretò:
"L'è un preve sensa belin" (n.d.a. belin in genovese= sesso, fallo).

 Ma non era così: semplicemente don Paolo aveva imparato a dominare la carne; la sua decisione di rinuciare a certe gioie terrene era stata meditata a lungo e riteneva che tradire un patto stipulato tra lui e quel Dio che amava , o almeno credeva di amare con tutte le sue forze, era impensabile.
Così fino ad allora era riuscito a allontanare da sé ogni desiderio di donna, tanto che le esperienze sessuali avute prima del sacerdozio erano state relegate in fondo alla mente: solo nei sogni a volte facevano capolino, ma raramente.
Le sue giornate erano piene, intense, ricche di mille iniziative in cui era seguito dalla popolazione.
Aveva mantenuto contatti con l'amico Francesco Risoli, sapendo di contrariare il Vescovo se fosse venuto a saperlo. Così i due si incontravano di notte, approfittando del fatto che la canonica , con la chiesa, l'oratorio vecchio e il cimitero annesso, erano fuori del paese. Ora stavano portando avanti una interessantissima discussione sul genio di Raimondo Di Sangro Principe di Sansevero .

Mentre terminava di asciugarsi con l'accappattoio, canticchiando ancora Toreador, udì gli sternuti ripetuti di Maricel, che chiamare perpetua sarebbe stato ridicolo. La donna, di mezza età , colombiana di Soledad, in Italia da qualche anno con regolare permesso di soggiorno, prestava i suoi servizi a ore in diverse famiglie: don Paolo l'aveva ereditata dal suo predecessore.
Veniva tutti i giorni a prepargli il pranzo, ad accudir lui e la canonica e spesso aiutava anche Pietro il Sacrestano a sistemar la Chiesa. Donna di pochissime parole, si mormorava che non per fame dal suo paese fosse migrata in Italia. Abitava da sola e non dava confidenza a nessuno.
Ora gli sternuti si trasformarono in tosse violenta e la donna, con gli occhi lacrimosi e febbricitanti arrivò ciabattando dalla cucina, restando come al solito stupita nel vedersi di fronte in accappatoio quel prete che le ricordava tanto Sean Connery da giovane. Poi:

-Don Paolo, sto malissimo, ho la febbre.
Domani se a lei sta bene, mando mia nipote, Magdala, è arrivata dalla Colombia da 10 giorni, non vuole uscir di casa, dice che la gente qui le fa paura. Ma è molto religiosa e da lei verrà, è così devota alla Vergine Maria; vedrà, che si troverà bene, in casa sa far di tutto, anche meglio di me, è così giovane.-
-Va bene- rispose il sacerdote già con la testa altrove - ma riguardati, capito, Maricel?-

Il giorno dopo alle 8 del mattino, suonò il campanello della canonica e don Paolo andò ad aprire: si trovò di fronte una ragazza di media statura infagottata in una gonna e camicetta scure, informi; i capelli legati sulla nuca, gli occhi bassi la ragazza mormorò:
-Buon giorno Padre sono Magdala-
la voce era melodiosa, ricca di sfumature, in contrasto con quella donna dimessa che gli stava di fronte.
-Prego, entra, Maricel mi ha detto che l'avresti sostituita...-
Allora lei alzo gli occhi sul viso del parroco: le palpebre pesanti coprivano in parte le iridi gialloverdastre striate come quelle dei gatti, rendendoli stranamente oblunghi, da idolo atzeco: quello sguardo era carico di significati oscuri, sorrideva inquietante in contrasto con la bocca dalle labbra immobili.
Lui sentì uno strano brivido lungo la spina dorsale, un brivido di gelo; restò immobile per un attimo, come stregato, poi si fece da parte e lei entrò. Pareva che Magdala conoscesse già le stanze della canonica, tanto si muoveva sicura, dopo che il prete le ebbe fornito ben poche indicazioni.
Dalla studio dove stava preparando la predica per le prossime festività del Corpus Domini attraverso la porta aperta ogni tanto osservava la ragazza trafficare in cucina: lei non si voltò neppure quando gli chiese che cosa preferiva cucinasse per il mezzogiorno e la sera.
Solo... quella voce ...incantava.
Voleva rivedere i suoi occhi...ma che gli stava succedendo... si alzò di scatto e chiuse la porta della stanza, pregando Magdala di andarsene quando avesse finito, senza disturbarlo. E così fu.
Alla sera Maricel gli telefonò per sapere se tutto era andato bene con la nipote avvertendolo che la sua influenza era diventata polmonite, quindi ne avrebbe avuto per parecchio tempo.
Lui rispose di non preoccuparsi, che Magdala gli pareva davvero una degna sostituta.


Fine prima parte

 

 
 
 

*Madiel e il fatto compiuto ** per adulti

Post n°252 pubblicato il 19 Febbraio 2015 da mala_spina
 

madiel, fatto compiuto

 

Alle sei  Madiel scese da un taxi davanti all'Elyseum. L'oscurità era fitta in quella ventosa sera di Novembre ma lei si sentiva bene. Nulla avrebbe potuto metterla di cattivo umore, quella sera.
Né il buio né il freddo.
Non vista, passò fra le locandine con il suo viso e il suo nome- era sempre la miglior Viola della Dodicesima notte che il Teatro avesse mai avuto, pensò sorridendo- e attraversò la sala vuota raggiungendo il suo camerino.
Lì, a far fuori nervosamente un pacchetto di sigarette, trovò  Clive, il suo regista e il suo grande amore...
...Che l’aveva già sostituita nella parte di Viola con la nuova amante ventenne, giovane attricetta  da serial televisivo di successo,  caparbiamente intenzionata a diventare una grande attrice di Teatro.
Il letto di Clive era il miglior trampolino di lancio,  Madiel lo sapeva con assoluta certezza.
Del resto lei era finita in Ospedale  proprio la mattina a seguito di quell’increscioso incidente di macchina..
Già, i freni  non avevano funzionato, qualcuno li aveva manomessi; lei  lo sapeva, la polizia no, del resto  il tasso alcolico del suo sangue  bastava a giustificare l’accaduto.

Rimase per un momento in posa sulla soglia, dandogli il tempo di riprendersi dalla sorpresa.
Lui impallidì vedendola e lei gli sorrise.
Certo, le era difficile muovere le labbra per l'inconsueta rigidità dei muscoli facciali, ma si ritenne soddisfatta dell'effetto ottenuto. 
Clive non sapeva che cosa dire o fare.  Madiel non stava affatto bene, su questo non c'era alcun dubbio.
Sicuramente aveva lasciato l'ospedale per  partecipare  alla prova in costume della serata.
Non portava trucco e i suoi capelli avevano bisogno di una lavata. 
-Che cosa fai qui?- le chiese mentre lei richiudeva la porta.
-Un lavoro lasciato a metà, da finire, è importante-
-Ascolta...  tu hai avuto un incidente grave, stavi in rianimazione, così abbiamo trovato una che ti sostituisce-
Lei lo fissò senza  espressione. Lui riprese a parlare precipitosamente, incespicando nelle proprie parole:
-Pensavamo che tu fossi fuori combattimento, capisci? Non in maniera definitiva, s'intende, ma almeno per la Prima-
-Non ti preoccupare-
L’uomo rimase a bocca aperta.
-Non ti preoccupare?-
-Sì... la cosa non mi riguarda più-
-Ma allora ...perché sei qui? E quale lavoro hai lasciato a metà?-
Poi restò senza fiato: Madiel  si stava sbottonando il vestito. Non fa sul serio, si disse, non può fare sul serio.
Sesso? Ora?
-Non ti ricordi, l’altro giorno, proprio in questa stanza , che cosa ti stavo facendo, quando  Franz ci ha interrotto bussando alla porta?-

Altroché se se lo ricordava, il miglior lavoro di bocca di cui fosse mai stato omaggiato: Madiel era ineguagliabile.
-Ho riflettuto molto in queste ultime ore-  continuò lei mentre si dimenava con grazia per farsi passare il vestito stropicciato oltre le anche per poi lasciarlo cadere e uscirne con un leggero passo. Portava un reggiseno bianco che cercò di sganciare senza successo.
-E ho concluso che non mi importa più nulla del teatro. Mi aiuti?-
Gli voltò la schiena.
Lui le slacciò il reggiseno meccanicamente, senza in verità analizzare se volesse davvero andare avanti.
Sembrava un “fait accompli”,un fatto compiuto.

Era tornata a finire quello che avevano cominciato quando erano stati interrotti, molto semplice.
E a dispetto degli strani suoni che produceva dal fondo della gola e dall'espressione  assente dei suoi occhi, era pur sempre una donna molto attraente.
Madiel si girò di nuovo e  Clive poté contemplare la pienezza dei suoi seni, più pallidi di come li ricordava ma sempre bellissimi.
La sua erezione divenne ingombrante, mentre  lei, rotendo i fianchi come una volgare spogliarellista di Soho, si passava  le mani fra le gambe. 
-Ormai ho deciso, so quello che voglio veramente...Te. Non posso avere contemporaneamente il sesso e il palcoscenico... Viene il momento nella vita di ciascuno in cui si devono prendere delle decisioni-
-Ma che cazzo stai dicendo?- mormorò Clive, eccitato e confuso
-L'incidente mi ha fatto pensare, mi ha fatto meditare su ciò che mi sta veramente a cuore. E francamente...- gli slacciò la cintura - non mi frega niente...- gli aprì la cerniera dei pantaloni-né di questa né di qualunque altra commedia -
I calzoni  scesero a terra intorno alle caviglie del regista.
-Ora ti faccio vedere che cosa mi  interessa davvero-
Gli infilo una mano nei boxer e lo afferrò. Le dita gelide resero stranamente il contatto più eccitante. Clive rise chiudendo gli occhi mentre lei si inginocchiava.
 
Lo prese con l'esperienza di sempre, la gola aperta come un pozzo. La sua bocca era un poco più arida del solito e la sua lingua ruvida, ma le sensazioni che gli dava lo facevano impazzire.
Era così eccitato che non si accorse della facilità con cui lo divorava, lo stava mandando in cielo dando prova di una abilità che gli era sconosciuta.
Alternava il ritmo con sapienza: prima lento, poi piu velce, fino a farlo quasi venire, per poi rallentare di nuovo e aspettare che si spegnesse in lui l’urgenza dell’orgasmo.
Clive era completamente alla sua mercé.
Aprì gli occhi per guardarla muoversi.  Madiel era come infilzata su di lui, con un'espressione rapita sul viso. 
-Madiel- mormorò roco -che bello... oh sì, oh sì...-
Lei non mostrò alcuna reazione alle sue parole, continuando a lavorarselo in silenzio. Non mandava i suoi soliti versetti, i mugolii di soddisfazione, il sibilo contratto della respirazione attraverso il naso. Lo divorava nel silenzio più assoluto.

L’uomo trattenne il fiato per un momento, mentre sentiva nascergli dentro, dal punto più oscuro della mente, un’idea. Davanti a lui la testa continuava ad agitarsi ritmicamente, con gli occhi chiusi, le labbra serrate sul suo membro, un'espressione di concentrazione totale. Trascorse mezzo minuto, un minuto, un minuto e mezzo...
.... La donna non respirava. Gli stava praticando una fellatio così straordinaria perché non si fermava mai, nemmeno per un istante, per inspirare o espirare.
Clive si sentì irrigidire all'improvviso, mentre la sua erezione si smorzava nella bocca di lei.
Madiel non ebbe alcuna esitazione e continuò imperterrita a  succhiarlo mentre  un pensiero pazzesco prese a vorticare nella mente stravolta dell’uomo:
-E’ morta. Mi ha preso in bocca, in quella sua bocca gelida ed è morta. Sì, per questo è tornata, per questo si è alzata dal suo capezzale ed è tornata. Vuole finire  quello che aveva cominciato, ora che non le importa più della commedia, e neppure di me, il suo assassino.... L'unico atto a cui da valore Maudiel  adesso è questo e  ha scelto di interpretarlo per l'eternità-

Davanti a quella terribile verità,  Clive non poté far altro che restare a guardare come un imbecille quel cadavere che lo succhiava.
Poi lei percepì il suo terrore. Aprì gli occhi e li alzò verso di lui.
Erano vuoti, opachi, spenti.
Dolcemente, si sfilò dalle labbra la sua flaccida virilità.
-Che cosa c'è?- gli domandò, senza rinunciare a recitare la vita con la voce flautata.
-Tu... tu non... stai respirando...-
-Oh, caro- mormorò Maudiel  rinunciando finalmente a fingersi viva -in definitiva non  sono poi molto brava a recitare la parte, non ti pare?-

La sua voce era la voce di uno spettro, sottile, desolata.  La sua pelle, il cui pallore poco prima aveva trovato eccitante, era a ben guardare del colore della cera. 
-Sei morta?- le chiese.
-Temo proprio di sì. Due ore fa. Ma ho dovuto venire, Clive, con tutto quel che era rimasto in sospeso tra noi.  La tua puttanella, i freni della macchina...Ho fatto la mia scelta. Dovresti esserne lusingato perché sei stato il mio ultimo ossessivo pensiero.
Ne sei lusingato,vero?-
Si rialzo e cercò nella borsetta che aveva lasciato accanto allo specchio.
Lui guardò la porta, tentando di muoversi, ma le gambe non gli ubbidirono . E poi aveva i calzoni intorno alle caviglie. Due passi e sarebbe finito per terra.
Madiel si volto nuovamente verso di lui, con qualcosa di aguzzo e argenteo nella mano. Per quanto si sforzasse, Clive non riuscì a mettere l'oggetto a fuoco.
Ma qualunque cosa fosse, era per lui.

 
 
 

*Il cambio**Per adulti

Post n°251 pubblicato il 27 Gennaio 2015 da mala_spina
 

spose belle

 

Abbiamo litigato ferocemenente.
Ci siamo preparati per la cena già programmata e impossibile da disdire tra insulti e accuse, le più senza fondamento.
Scendiamo le scale, uno avanti all'altro, in un silenzio glaciale.
Prima di salire in macchina tu dici:
-Basta, sono stanco, finiamola qui- e io, di rimando:
-Mi pare la cosa più giusta; non saprai mai quanto sei riuscito a stancarmi...-

 Partenza; la macchina esce dal garage alla velocità della luce; e nello stesso modo abborda la strada asfaltata.
-Vai piano, non intendo morire troppo giovane-
Sibilo io.
Ma tu non mi dai ascolto, tagli le curve, guidi con rabbia, le mani contratte sul volante, lo sguardo fisso di fronte a te.
E io guardo quelle mani grandi, dalle dita lunghe, le articolazioni sporgenti... e non posso fare a meno di sentirle su di me , insieme alle tue labbra, ora così serrate, mani e bocca lungo tutto il corpo ad accarezzare,sfiorare, penetrare.
Meglio pensare ad altro, non è possibole, non può il sesso far dimenticare certe cose, mi ha offesa, va bé, l'ho fatto anche io, ma mi ha dato della stronza e io dell'idiota, della stronza e della puttana e io allora? gli ho detto quello che ad un uomo fà più male:
-Con te anche il piacere è un optional, fingo, fingo quasi sempre- quando anche un sasso si accorgerebbe che non è vero.

Non è vero, perché io con te vado in Paradiso e oltre.
Ecco la verità.
Ora cambi marcia, anzi lo fai troppo di frequente, non usi i freni e il tuo braccio sulla leva del cambio, con il pugno chiuso, mima l'amplesso, avanti, indietro, sei violento, non usi la solita delicatezza.
E non posso fare a meno di pensarti eccitato , il tuo sesso si sostituisce al cambio e comincia a entrare dentro di me, a uscirne, più veloce, sempre più veloce, per poi rallentare il ritmo e ...
Mi agito sul sedile di pelle, inutile negarlo, ti voglio, la micia batte come un cuore.

Cerco di ricordarmi le parole violente e offensive che ci siamo scambiati mentre guardo di sottecchi il tuo profilo severo, da santo bizantino.
Non devo cedere per prima, ma se continui a guidare a questa velocità rischio di non avere più un'altra occasione per averti.

Non posso resistere oltre, faccio salire lentamente la gonna, le mie gambe lunghe e snelle comprese di scarpa rossa con tacco 10 ti hanno sempre eccitato.
Niente, sei sempre muto e apparentemente ti comporti come se io non ci fossi.
Mi agito vistosamente, sospiro e poi decido di entrare in azione .
C'é una cosa che mi fa impazzire, prenderti in bocca quando guidi, ma ora è rischioso, non te l'aspetti , qui ci giochiamo la pelle.
Ma senza rischio la vita non è vita.
Così mi abbasso all'improvviso su di te, il viso tra le tue gambe, le dita frenetiche nei pantaloni.
-Ma che fai, sei diventata matta? Fede, no, non puoi ridurre sempre tutto a questo, non puoi-
Ma la tua voce si incrina, perché le mie labbra hanno scoperto il tesoro.
Di nuovo un debole no, che finisce in un gemito, perché...

Ma non mi aspetto quello che succede ora; una brusca frenata ti fa uscire dalla mia bocca.
Mi spingi sul sedile vicino che abbassi, mi alzi la gonna e sfili gli slip con movimenti rapidissimi.
Non mi rendo conto di quello che sta succedendo fino a che non ti ho addosso, in una posizione da contorsionisti.
Il kama-sutra a noi ci fa un baffo.

Con una mano  mi afferri la nuca e mi penetri con violenza tanto fa farmi male.
Mi fai l'amore come se fossi un nemico da distruggere, mentre mormori al mio orecchio, sui miei seni, un capezzolo in bocca:
-Allora, davvero non godi con me? davvero?-
non posso rispondere, perché sto per andare in paradiso, un tacco contro il volante, l'altro compresso sulla la tua schiena.
E grido:
-Ti amo, davvero, dimentichiamo tutto, io...-

 Il respiro è un rantolo, mentre continui a trafiggermi fino a immergere il viso con un singulto tra i miei capelli.
Ora mi rendo conto che siamo sul ciglio della strada, fortunatamente è notte, altrimenti saremmo stati uno spettacolo niente male.
Tu ridi e mi baci, questa volta con tenerezza, poi :
-Forse prima ci sbraniamo per gustare meglio, dopo, i nostri corpi fatti a pezzi dalle parole: è un gioco pericoloso-
Io non rispondo, penso solo che è stato bellissimo e che in fondo la vita va azzannata e divorata, così, giorno per giorno.
Non avrebbe senso passarle accanto tra mazzi di fiori e bigliettini amorosi, no davvero...

 
 
 

*Malaspina* Epilogo-Per adulti

Post n°250 pubblicato il 14 Gennaio 2015 da mala_spina
 

cesare borgia

 

Sciolgo i capelli che lucidi brillano nello specchio e dentro gli occhi  si accendono scintille viola di desiderio.
Un desiderio che non è solo lussuria, è anche avidità di potere, da raggiungere in qualunque modo, con coraggio, menzogna, astuzia.
Tu, mio Principe, mi assomigli talmente: i nostri identici insaziabili appetiti  fanno di me la tua incestuosa sorella, più di quanto lo possa essere mai Lucrezia.
Abbiamo danzato insieme per ore, nel tuo palazzo in Trastevere, sfinendoci in occhiate che ci hanno denudato, anima e corpo, ai nostri occhi , a quelli di mio marito e del Santo Padre, tuo padre, Cesare.
E  tu mi hai sussurrato:
-Verrò da te, troverò il modo, aspettami-
-Ti aspetterò-
La tua era la voce della lussuria, la mia della strega che ti voleva, anima e corpo.

-Sì, arriverà, tra poco, entra nel bagno, preparati per Lui...-
mormora lo specchio.
Lentamente mi immergo nella vasca lasciando che l’acqua profumata e lattiginosa mi copra fino ai seni: mi appoggio all’indietro e cerco accanto a me il sapone alla lavanda che uso di solito.
Ma non  lo trovo.
Allora due mani forti e scure si posano sulle mie spalle, mentre una  bocca  mi bacia nell’incavo del collo:
-Mia signora , sono qui-
-Cesare-mormoro-Cesare...-
E il suo odore, lo stesso di quella notte a Roma , mescolato con quello di sudore, cavallo, cuoio di stivali, mi toglie il respiro.
Cerco di alzar le braccia, per stringerlo a me.
Ma  non posso, una forza misteriosa mi tiene ferma , mentre lui con una mano inizia a passarmi il sapone sul collo, sui seni e sul ventre...
E mentre le sue labbra cercano le mie, con dolcezza, come se ci fossimo appena lasciati, le sue mani si muovono su di me, carezze di vento le dita a tracciare cerchi sui seni,  a stringere i capezzoli che vorrei si chinasse a succhiare, quasi rientrato figlio nel mio ventre che lo aspetta, ad accarezzarmi le labbra del sesso, per penetrarmi con dita agili e  movimenti ipnotici:  il mio piacere sale, ora sono stesa al sole su una collina , sto per volare, ecco...
-Fammi uscire di qui, prendimi- è quasi un grido il mio, mentre lui, una mano dentro di me, con un braccio mi tiene stretta, la mia guancia contro la sua, rivestita di un barba leggera.
Mi inarco come un capriolo nel salto, sotto  l’onda d’urto del piacere: voglio stringerti, amore mio, voglio...

Sono in piedi, nuda di fronte a Cesare, mentre l’acqua scende a rivoli dal mio corpo.
Lo guardo fisso negli occhi e lo vedo smarrirsi.
Ora è mio, solo mio.
E’ un poco più alto di me, la sua pelle è bruna, lo sguardo d’ossidiana ne ha anche lo splendore.
Vestito di nero, senza gioielli, pare ancora più giovane dei suoi 27 anni.
E’ bellissimo, i capelli ricciuti gli adornano il viso, facendolo assomigliare a un angelo d’inferno.
Prende un enorme telo e inizia ad asciugarmi, con dolcezza, ma sento scorrere in lui lo stesso fuoco che brucia il mio sangue.
-Lupa, da mesi aspetto questo momento-
Quel nome sulle sue labbra assume un significato quasi  osceno, proibito, eccitante.
All’improvviso si inginocchia di fronte a me e immerge il viso tra le mie cosce, baciando con ingordigia quelle labbra vermiglie, giocando con la lingua fin nei più riposti anfratti del mio sesso, fino a staccarsi e mormorare, guardandomi negli  occhi:
-Mio sacramento-
-Mio sacrilego sposo- rispondo io, premendo il suo viso contro il ventre affamato.
Abbiamo spinto tutti e due lo sguardo nell’abisso e l’abisso ha riflesso i nostri occhi.

Allora Cesare si rialza e  senza più riguardi mi spinge contro il muro: da un arazzo sporgono tre pioli, disposti a V e capisco a che cosa servono: quello in basso per appoggiarvi sopra la gamba, a sostener la piega del ginocchio, come fanno le prostitute  di strada, gli altri due  sono per le mani, affinchè possa agrapparmi.
Ora sono aperta, di fronte a lui, occhi negli occhi:
-Staremo sempre insieme, mio Principe- e la mia voce, pur ansante , ha una sua traquilla sicurezza.
-Per sempre, in questo mondo e nell’altro, Fosca, sei tu la strega, spettano a te i patti con Lui-
E poi mi si butta addosso, ora è il soldato che si prende il suo piacere con la prostituta preferita: le mani così eleganti e nobili artigliano i seni, la sua bocca divora la mia, il suo sesso affonda sempre di più in me, mentre io prego le lune della fertilità.
Nello spasimo del piacere gli mordo un labbro: si ritrae stupito, mentre il sangue scorre copioso.
Poi riprende a pugnalarmi il ventre, con  violenza crescente mentre struscia la bocca sanguinante contro il mio viso, il collo, i seni marchiandomi del suo sangue e, con un grido, del suo seme.
Ora il rumore del vento che soffia forte  sibilando tra gli alberi è all’improvviso
sovrastato dall’ululare agghiacciante dei lupi che da sempre abitano  questi boschi selvaggi.

Rumori di passi, di armi, ma ormai tutto è compiuto, e io non vorrei che il mio amante mi lasciasse, il dolore del distacco è insopportabile, ma per me, per come ero quando ancora stavo ai bordi del sogno, prima di precipitarvi dentro.
Fosca  invece è sicura che rivedrà il suo Principe, sono stati votati uno all’altra, perché altrimenti Lui li avrebbe fatti uscire dal nulla?
E le ultime parole del Valentino:
-Di qui o di là, sempre insieme, Lupa-
sono una promessa per lei, di futuri terreni piaceri, al cui pensiero  una gioia selvaggia la invade.

E mi ritrovo sola, nell’atmosfera lattiginosa e profumata della stanza.

Passi affannati, grida, mi immergo rapidamente nell’acqua, Alberto e Manfredi entrano sbattendo la porta, gridano qualche cosa, il Valentino, l’hanno visto salir fino al castello, possibile...
Non li sento perché  la Lupa canta, a bassa voce, il ringraziamento al suo oscuro Signore.
Ora è sicura di essere intoccabile.

Se ne vanno e io resto lì, con gli occhi chiusi fino a che mi accorgo che l’acqua è diventata fredda.
E tutto sfuma, lentamente; protendo le mani verso quegli antichi muri, vorrei restare...ma mi sveglio e mi ritrovo nel mio letto: eppure la mia pelle odora di Lui, del suo sudore, di cuoio, di cavallo, di Borgia...
Tra le gambe  l’umidità di un piacere appena goduto.

E nella mente le sue parole:
-O qui o all’inferno, Lupa, staremo sempre insieme-

Fosca Malaspina, mia antenata, morì nel 1507, tre mesi dopo la fine disperata del Valentino  sugli altopiani di Navarra, avvenuta il  12 marzo dello stesso anno.
Presso le rovine del castello dei Guidi c’è un precipizio, un orrido, detto il salto di Fosca.
Una notte la marchesa scomparve, insieme al figliolietto, Rodrigo, di quattro anni .
La leggenda racconta che si gettò nel vuoto con un grido, il bimbo stretto al collo.
Il suo corpo non fu mai ritrovato.

FINE

 
 
 
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