Creato da mala_spina il 13/09/2011

LABIRINTO

L' Eros,l 'Avventura, il Fantasy del Fauno e della Strega

 

*La sete di sangue della bellezza** Epilogo-PER ADULTI

Post n°256 pubblicato il 03 Aprile 2015 da mala_spina
 

matisse

 

Henry Matisse-Oriente

Francesco rimase senza fiato, tanto quelle parole gli parevano impossibili sulle labbra di una ragazza così giovane e di tal rango.
Lei continuò, guardandolo con una leggera aria di scherno:
- Possiamo farlo, senza che nessuno si accorga di niente. Venite stanotte nelle mie stanze, manderò una schiava a prendervi. Vi avviso: ci sarà una condizione che dovrete rispettare, ma state tranquillo, non avrete da lamentarvi, vedrete-
Si allontanò poi silenziosa e così in fretta che il mercante stropicciò gli occhi per convincersi di non aver sognato.
Lo stato d’eccitazione in cui si ritrovava denunciava però la realtà di quanto accaduto.
Seguendo il servo, miracolosamente ricomparso al suo fianco, si avviò verso le stanze che gli erano state assegnate.

Durante il primo incontro con i sapienti dello Scià, non fu molto attento: il suo pensiero correva in continuazione all’appuntamento amoroso con la bella Sole e al mistero che l’accompagnava.
Finalmente, preceduto da una schiava per i meandri del palazzo reale, arrivò alle stanze di lei.
Sole lo chiamò e Francesco, guidato da voce suadente, si ritrovò nella camera da letto, in una confusione tumultuosa di trasparenti tende multicolori e arazzi scintillanti che rivestivano le pareti.
Il pavimento – all’infuori di dov’erano poste meravigliose lampade la cui luce danzava sulle pareti in magici riflessi - era sommerso di cuscini, anche questi dei colori dell’arcobaleno.
Lei stava in piedi, priva di chador, gli occhi verdi, brillanti, fissavano i suoi.
-Benvenuto nelle mie stanze Mizra Francesco. – mormorò - Eccovi quello che tanto desiderate –
Così dicendo sciolse l’unico  che sosteneva le vesti impalpabili. Scivolarono a terra, lasciandola nuda di fronte all’uomo, nella luce calda delle lampade, vestita solo della propria bellezza, un sorriso provocante e un unico ornamento: un mazzolino di tre ciliegie vivide e rosse nei capelli.

Sullo sfondo chiaro della parete il candore del suo corpo era ravvivato dal verde degli occhi, dal rubino delle ciliegie, dal nero-blu dei capelli e del triangolo ricciuto tra le cosce. I capezzoli impertinenti che s’ergevano su dei seni di marmo erano brillanti chicchi di melograno.
Lui ansimava, quasi avesse attraversato di corsa l’intera Bagdad per arrivare fino a lei, in quella stanza incantata.
Allungò le braccia per afferrarla, ma Sole si scostò, veloce come un gatto.
- Aspettate, mio signore, vi avevo parlato di una condizione-
- Sì - mormorò lui con voce roca di desiderio: in quel momento avrebbe dato la vita pur di averla.
-Prima di tutto io sono vergine e devo rimanere tale. Se la mia membrana della verginità venisse lacerata, nessun Principe di sangue reale mi vorrebbe più, sarei fortunata se non mi decapitassero per essermi concessa così impudentemente-

Sorrise nel vedere l’espressione costernata dell’uomo e continuò:
-Noi faremo l’amore e non lo faremo, ascoltate: ho una sorella, che amo molto, bellissima e sfortunata.

Tempo fa fu rapita dal capo di alcune tribù nostre nemiche, che la desiderava da tempo. Come la ebbe in suo potere la violentò; poi la diede in regalo ai suoi ufficiali che ne fecero la loro puttana. Non ne sapemmo più nulla fino a poco tempo fa, quando ritornò, immaginate in quali condizioni. Era riuscita a fuggire e ci raccontò delle violenze subite; mio padre avrebbe dovuto farla decapitare per riscattare la famiglia reale dalla vergogna di cui anche il popolo era venuto a conoscenza ma non ebbe il coraggio di dare un tale ordine; così la costrinse a restare chiusa per sempre nelle sue stanze, ricoperta di drappi pesanti; le erano concessi solo due buchi per gli occhi. Nessuno avrebbe più dovuto nominarla.

In pratica ha seppellito viva la mia povera sorella. Luna, questo è il suo nome, da quel giorno molto spesso rimpiange di non essere morta, sia perché si vergogna moltissimo di essere stata disonorata a quel modo sia perché la prigione eterna è condanna troppo dura da sopportare. Più di tutto la principessa soffre di una fame inconsueta e insaziabile: infatti, dopo aver conosciuto l’uomo, anche se in situazione così infausta, è rimasta preda di un desiderio vivissimo per quella parte che voi maschi avete tanto cara.
Io ho trovato il modo di aiutare la poveretta. Ascoltate: voi vi sdraierete supino e io mi metterò a cavalcioni sul vostro corpo, in modo che mi abbiate sempre di fronte. Mentre noi due godremo delle nostre mani e bocche e quant’altro ci verrà in mente, mia sorella dietro di me scivolerà su di voi, facendo in modo che non la vediate, che troppa è la sua vergogna, come già ho detto. Nel frattempo, Mizra Francesco, vedrete e toccherete solo me. Ci ecciteremo fino al delirio, per cui quando la “mirhab” di Luna vi circonderà voi spargerete il seme dentro di lei e non vi accorgerete davvero della differenza, ma guai se parlerete con qualcuno di tutto questo.

- Tutto ciò è grottesco. - ribatté Francesco, frastornato.
- Puoi rifiutare, se vuoi. - mormorò Sole sfiorandolo con i seni e passando disinvolta al tu, mentre un sorrisetto malizioso le animava la bocca.
Per tutta risposta Francesco si spogliò sdraiandosi sul letto dai cuscini multicolori, mentre la principessa andava in giro a spegnere le luci, ma lasciando accese soltanto quelle vicino a loro.
Quindi drappeggiò il proprio corpo intorno alla vita del giovane e iniziò ad accarezzarlo, con dita di farfalla, soffermandosi lieve sugli occhi, sulla bocca, lungo i contorni del viso, fino ai capezzoli.
Poi gli infilò due dita in bocca perché lui le leccasse.
Con quelle, bagnate della sua saliva, cominciò a titillarsi i capezzoli, mentre i lunghi capelli le ondeggiavano intorno come un mantello di seta scura.
Il giovane la guardava ipnotizzato. Sole tese una mano dietro per accarezzare quella parte di lui eccitata allo spasimo. Ciò procurò a Francesco un’insopprimibile urgenza di piacere, tanto che, se la ragazza non fosse stata accorta nel somministrare le sue carezze, avrebbe di certo eiaculato in aria.

Lui le toccava il sesso, morbido e caldo, passando le dita tra quelle labbra rosee, giocando con i neri riccioli, stando ben attento a non penetrarla, fino a che la principessa, le pupille dilatate e le labbra umide e aperte sui denti bianchissimi non gli si mise a cavalcioni sul torace, il pube contro il viso, mormorando: - La lingua non può lacerare la membrana della verginità. Usala come vuoi, ma dammi piacere.-
S’accorse che quel fiore di femmina sapeva di felci, umide di rugiada.
Provò per la prima volta una strana sensazione: gli parve che là sotto, un’altra lingua incontrasse la sua, avvolgendola in uno strano eccitante bacio in grado di procurare alla donna un parossismo di piacere incessante, diminuito a volte d’intensità come il lamento che l’accompagnava, un canto senza parole.
Quando Francesco eiaculò, pensò davvero di averlo fatto dentro di lei.Solo quando ricominciò a connettere s’accorse che un’altra femmina cavalcava la metà inferiore del suo corpo: la sorella reclusa Luna.
S’accorse anche di uno strano profumo: rose e carne corrotta, come un insolito, sottile, odoroso marciume; in verità questo aroma lo eccitò ancor più, pensò addirittura a una qualche essenza afrodisiaca.
Dal peso leggero che sentiva su di sé ne dedusse che la seconda donna era piccola e fragile.
Stava per parlarne alla principessa ma lei di nuovo lo incalzava, con baci e carezze, finché lui ricominciò a fare del suo meglio per mandarla sempre più lontano e più in alto, fino al tetto del piacere.
Più volte si unì a lei in questa sublime esultanza e di conseguenza varie volte eiaculò nella “mihrab” estranea, senza curarsi in realtà di sapere a chi appartenesse.

Questo gioco amoroso durò per parecchie notti. Di giorno Francesco deliziava la mente incontrando medici e astronomi di corte e mai il suo cervello fu tanto recettivo.
Intanto, fatalmente, fantasticava sulla principessa Luna, immaginando che non fosse vera la storia raccontata da Sole: in verità lei era una fanciulla bellissima che aveva avuto un solo grande amore, forse un principe nemico, e che per punizione e per invidia delle altre donne, Sole compresa, fosse tenuta prigioniera.
Così, quando di notte labbra che non conosceva gli baciavano il fallo, ingoiandolo ed eccitandolo con perizia, immaginava una bocca di melograno con perle al posto dei denti.

Un giorno le delizie della carne dovettero terminare: la carovana ebbe a ripartire. Arrivarono, infatti, notizie di una probabile invasione nemica con il consiglio di rimettersi in cammino.
La decisione fu improvvisa, tanto che Francesco non ebbe tempo d’aspettare la notte per salutare la principessa, dovette recarsi subito dallo Scià a prender congedo e ringraziare per l’ospitalità e la disponibilità sua e dei suoi Sapienti.
Il sovrano si mostrò dispiaciuto per l’improvvisa partenza dello straniero che aveva imparato a stimare molto, aggiungendo con fare malizioso che forse anche sua figlia, la principessa Sole, lo sarebbe stata.
Allora Francesco, senza pensarci, disse:
- Infatti, mio signore, vorrei pregarvi di porgere i miei saluti più sinceri, con tutta la mia ammirazione, alla principessa Sole e anche alla sorella che ha il nome del bianco astro notturno…-
Non finì la frase, l’espressione impietrita del sovrano lo bloccò.
Capì che stava rischiando la testa. Che cosa gli aveva raccomandato Sole? La sorella era da considerarsi morta per la famiglia, il disonore ne aveva fatto una sepolta viva.
Di colpo però il viso dello Scià si distese e sorrise, con tristezza: - Allora avete saputo, Mizra Francesco, della sventura capitata all’altra mia povera figliola. La lebbra è una malattia che non perdona, non solo fu disonorata ma anche infettata da quell’orrendo morbo. Per questo la poveretta è confinata nelle sue stanze, da dove non uscirà mai più viva...-

Ora fu il giovane a restare impietrito, mentre il gelo della paura saliva su, dalle gambe al petto, attanagliandogli il cuore.
Da dietro una spessa tenda si udì un risolino beffardo, come un gorgoglio di fontana.
Ricordò immediatamente le parole della vecchia, giù al fiume:
- Guardati dalla sete di sangue della bellezza-

FINE

 
 
 

*La sete di sangue della bellezza**prima parte

Post n°255 pubblicato il 02 Aprile 2015 da mala_spina
 

henry matisse

Henry Matisse-Oriente

Questa è la storia di un giovane mercante di nome Francesco che visse molti secoli fa.
L’uomo girava il mondo per comprare e vendere pietre preziose, ma soprattutto per placare la sua insaziabile sete di conoscenza.
Affascinato dalla medicina e dall’astronomia,  era interessato anche agli usi e costumi dei popoli che incontrava sul suo cammino: amava studiarne la cucina, la religione e le pratiche amorose. Prendeva appunti di viaggio, con l’intento di riordinarli poi, una volta tornato a casa a Napoli: sarebbero andati ad arricchire la sua vasta biblioteca.
Era assolutamente travolto dalla Bellezza e dalle donne che, per lui, ne erano l’essenza stessa, manifestazione della divinità su questa terra.
Lo stregavano a ogni latitudine, sotto qualsiasi cielo.

Avvenne nel suo viaggiare che arrivasse a Bagdad, la città di cui tanto aveva sentito parlare.
Giunse con una carovana, di mercanti come lui, che percorreva la via della seta.
La mitica città dove alla corte del Califfo Harun Al Rashi erano state ambientate le Mille e una Notte di cui tanto Francesco aveva sentito parlare, termine occidentale della via della seta e settentrionale delle rotte marittime dalle Indie, era quanto mai animata e vitale: s’incrociavano per le strette vie della capitale orientale lingue di ogni parte del mondo conosciuto.

Rimase conquistato dai suoi giardini profumati di rose di tutte le varietà e colori - sapeva che i persiani avevano una passione per questo fiore - ricchi di ruscelli e di uccelli dai vistosi piumaggi che li rendevano simili a paradisi terrestri.
Vide il ponte di barche che attraversava il fiume Dijlah, il Tigri, e lo percorse con il suo cavallo per immergersi nel brulicar di uomini e animali che affollavano il lungofiume di Bagdad.
Sapeva che il Signore della città, chiamato Scià, aveva raccolto intorno a sé i migliori astronomi allora viventi.
In quel momento erano proprio le rotte celesti a interessare di più Francesco; decise quindi di chiedere udienza al sovrano per poter conferire con i sapienti persiani.

Mentre si dirigeva verso il quartiere “karhk”, precluso a tutti al di fuori della corte, fu attratto da una strana donna avvolta in un chador rosso che mal si confaceva alla sua età avanzata, che intuì per le mani grinzose e le dita deformate dall’artrosi.
Leggeva la fortuna ai passanti tracciando strani segni sul terreno.
Incuriosito le si avvicinò: la donna alzò gli occhi neri e lucidi e senza parlare mosse la sabbia ai suoi piedi, tracciando con una bacchetta magici segni; poi mormorò:
-Guardati dalla sete di sangue della bellezza-

Francesco rimase un attimo a fissarla negli occhi, scrollò il capo, le diede una moneta, risalì a cavallo e si allontanò.
Arrivò davanti alla “Porta d’oro” che immetteva nell’enorme cortile di fronte al palazzo dello Scià, parlòcon le guardie, mostrando loro un salvacondotto e chiedendo di conferire con il Sovrano, spiegandone i motivi. Sapeva che era un uomo di scienza, molto curioso per tutto ciò che riguardava l’Occidente e il suo sapere.
Di lì a poco fu accolto a palazzo con ogni riguardo e condotto al cospetto del re.
Si trovò in una sala tappezzata di splendidi arazzi che ricoprivano anche il pavimento.
In mezzo a un mucchio di cuscini stava sdraiato lo Scià.
Francesco si stupì, ben sapendo che il paese era mussulmano, di vedere accanto a lui distesa una bella e formosa donna e un’altra, un poco in disparte, che teneva il viso abbassato. Dunque, anche le donne erano ammesse alle cure del regno.
Capì di trovarsi di fronte alla prima consorte e forse alla principessa figlia, fanciulla in giovanissima età.

Ebbe modo di constatare che i persiani non soffocavano le loro femmine al modo dei musulmani: i loro occhi erano visibili al di sopra di un chador che mostrava in trasparenza il naso, la bocca e il mento.
Indossavano poi una blusa e un corpetto, mentre le gambe erano avvolte dal pi-jamah.
Tuttavia questi indumenti non erano pesanti e molteplici come quelli delle donne arabe ma leggeri e traslucidi, per cui le forme dei loro corpi potevano essere apprezzate facilmente.
Francesco venne presentato ai saggi astronomi di corte, e dopo lo scambio dei saluti di rito, fu invitato a ritirarsi nei suoi appartamenti fino all’ora di cena, quando tutti insieme avrebbero ripreso la conversazione.
Il mercante si inchinò doverosamente e quando rialzò lo sguardo incontrò due meravigliosi occhi verdi che lo fissavano.
Erano quelli della principessa Sole, la figlia prediletta dello Scià.

La ragazza s’era avvicinata in silenzio, curiosa di vedere un occidentale da vicino: il padre, ridendo, disse che era la prima volta per lei.
Giovanissima, alta e di carnagione chiara, dalle sopracciglia scure e dagli occhi color del mare in tempesta aveva un corpo  che risplendeva sotto i veli leggeri.
Francesco sentì la morsa improvvisa del desiderio - era forzatamente casto da tempo - e quella era la donna più eccitante che avesse mai incontrato.
Lo sguardo di lei era carico di promesse, pareva trasmettergli un messaggio, che non poteva aspettare.
Il mercante uscì fuori, confuso ed eccitato.
Accompagnato da un servo percorse un lungo corridoio e alla fine di questo si trovò di fronte uno spettacolo straordinario: una grande aiuola circolare, divisa in dodici spicchi, ognuno dei quali conteneva fiori diversi. Tutti nello stadio della fioritura, ma in dieci spicchi i petali erano chiusi, mentre nei due rimanenti si stavano aprendo mostrando carnosi petali bianchi e rosa che riempivano l’aria del loro profumo.

-E’ la gulsa’at, la meridiana dei fiori. - mormorò vicino a lui la voce della principessa Sole, che continuò:
- Ogni varietà di fiori si schiude spontaneamente a una certa ora del giorno o della notte e si richiude a un’altra. Silenziosamente annunciano ognuna delle dodici ore che contiamo da tramonto a tramonto-
- E’ una cosa stupenda. Stupenda come voi, Principessa - mormorò Francesco, guardandola negli occhi.
Intanto si accorse che il servo era sparito e capì che i due erano d’accordo.
La sua eccitazione crebbe ancora.
Fu lieto d’avere indosso un ampio pi-jamah, che nascondeva in qualche modo l’erezione.
Lei dovette però intuirla, perché lo prese per mano e lo portò al riparo di alcuni alberi.
Lì, bruscamente, chiese:
-Vorreste fare l’amore con me, vero?-

CONTINUA

 
 
 

*Codice Gigas: il diavolo allo specchio** ultima parte-Per adulti

Post n°254 pubblicato il 10 Marzo 2015 da mala_spina
 

codice gigas, diavolo

 

Passò una settimana, in cui don Paolo si trovò stranamente ad aspettare le otto di mattina quando almeno per una volta poteva intravvedere quello sguardo.
Poi faceva in modo di uscire o rintanarsi nello studio: la ragazza stava entrando nei suoi sogni che ora erano diventato francamente osceni.
Su di loro la sua volontà nulla poteva.
Lo lasciavano al risveglio debole, come battuto da mille verghe, con delle fitte all'inguine da ridurlo curvo e mugolante a mezza strada tra il letto e il bagno.
Quindi arrivò quel sabato pomeriggio che cambiò la sua vita.

Era una splendida giornata: il giovane prete pensò di arrivare a piedi fino al piccolo lago che scintillava nel verde degli abeti tra i monti sovrastanti il paese. Ci si arrivava anche in fuoristrada; ma lui conosceva dei sentieri poco battuti che gli avrebbero fatto risparmiar tempo sul percorso della mulattiera e poi camminare nei boschi in solitudine forse lo avrebbe aiutato a veder più chiaro in quella confusione mentale che l'avvolgeva come un sudario.
Mise nello zaino qualche cosa da mangiare e da bere e partì, cercando di capire che cosa gli stava succedendo, mantenendosi il più distaccato possibile, esaminando se stesso come se si trattasse di altra persona. A un certo punto, quando pensava di essere quasi arrivato, dal folto dei cespugli che nascondevano il sentiero gli arrivarono delle voci giovani, risate e un rumore di corsa.
Si bloccò e si fece strada tra il fitto degli alberi seguendo quelle voci, quasi fosse un topo dietro al pifferaio magico.Cercò di muoversi silenziosamente, mentre il cuore prese a battergli forte nel petto e una strana angoscia gli spezzava il respiro...perché man mano che si avvicinava riconosceva sempre più nitidamente una delle voci, quella femminile: era di Magdala.
Lo aveva avvisato il venerdì che il sabato non sarebbe andata da lui perché doveva stare con la zia che non si riprendeva.
Avanzò ancora tra la sterpaglia e dopo pochi passi si rese conto che la barriera verde finiva bruscamente: al di là c'era una radura, un piccolo anfiteatro con rocce candide che spuntavano come denti dall'erba morbida, circondato da alberi e rovi; i ragazzi arrivarono correndo dal lago, il cui odore ora distingueva nettamente, doveva essere vicinissimo. Erano nudi, stillanti ancora acqua: la donna era Magdala, i due maschi, Francesco e Paolo facevano parte della sua squadra di calcio.
Restò immobile, poi si inginocchiò nella sterpaglia bucandosi con i rovi, per farsi più piccolo e guardare attraverso uno spiraglio quasi al livello del terreno.
Avrebbe voluto fuggire con tutte le sue forze, si sentiva in equilibrio precario sull'orlo di un pozzo da cui, lo sapeva, non sarebbe più risalito. Ma restò lì a guardare, era come incollato al terreno.
Magdala aveva i capelli neri sciolti, i seni abbondanti per quel corpo così esile che sotto il fagotto dei vestiti indossati abitualmente non si sarebbe mai potuto immaginare, i fianchi snelli da ragazzo, le gambe lunghe che terminavano in un sedere morbido, tondo; erano vicino a lui , in piedi su una vecchia copertastesa sull'erba.
La ragazza abbracciò Francesco e lo baciò con forza, mentre con una mano accarezzava Paolo dietro di lei: strusciava il ventre contro quello del giovane e le mani dei due ragazzi erano ovunque sopra il suo corpo.
All'improvviso si staccò da loro, spinse Francesco sulla coperta, ridendo e si inginochiò  passò la lingua sul ventre, quasi ad asciugarne l'acqua, poi sugli inguini  mentre il ragazzo gemeva sempre più forte.
Paolo si mise dietro di lei e la penetrò con violenza; Magdala ebbe uno scarto per alzare il viso al sole con gli occhi sbarrati mentre un grido di piacere le usciva dalle labbra bagnate.

Il prete, rattrappito nel suo nascondiglio, sentiva che la vita gli stava sfuggendo per raccogliersi tutta lì , nel fallo eretto, rigido, potente: era diventato quello, era solo quello ormai...
E poi fu tutto un turbinio di corpi impazziti, di gemiti, la donna roteava i capelli come fossero fruste, fino a che raggiunse il piacere, serrando in una morsa i ragazzi che si svuotarono in lei quasi contemporaneamente.
Fu allora che don Paolo schizzò in cielo, in un lampo di piacere che mai aveva provato in vita sua: venne con una intensità tale da stordirlo, così come era, piegato su se stesso, quasi a trattenere il seme e proteggere l'urlo che faticava a tenere ingola.
Restò immobile non seppe per quanto tempo: quando riaprì gli occhi i tre ragazzi erano sdraiati sulla coperta, Magdala tra di loro;  improvvisamente alzò il viso verso il suo nascondiglio: sapeva che era lì, ne fu sicuro.
All'improvviso don Paolo ricordò: quegli occhi gialli e striati li aveva già visti, erano quelli del demone disegnato nel Codex Gigas, il famoso enorme libro maledetto scritto nel 1100 in una sola notte da un monaco benedettino che si racconta avesse venduto la sua anima al diavolo dopo essersi macchiato di un orrendo peccato.

Si alzò sconvolto e cominciò a correre verso il paese, aveva rotto una promessa sacra, un giuramento, non era stato capace di far fronte al demone della lussuria e cosa anche peggiore ogni fibra del suo corpo , ogni cellula voleva Magdala con una intensità mai provata prima. Aveva fame di lei, una fame che aumentava man mano che si allontanava da quel prato maledetto vicino al lago.
Intuì che il demone aveva già vinto: in cambio di una notte con Magdala gli avrebbe dato l'anima.
Si accorse con orrore di questo pensiero come se non fosse suo, partorito dalla sua stessa mente. Arrivato in canonica come prima cosa telefonò a Maricel e con una scusa le disse di non aver più bisogno di sua nipote.
Poi, ansante, affannato, sconvolto andò in chiesa per pregare, per ritrovare quella serenità che aveva sempre avuto, per ritrovarsi. Ma non servì a nulla: intorno a lui c'erano solo oscurità e freddo, gli ori, i quadri, l'altare, tutto gli era distante, gelido e lui era solo in mezzo a un deserto.
Quella notte fu insonne, la prima di tante; quando si addorrmentava per qualche ora finiva in in fondo a un pozzo , nell'oblio più completo e misericordioso.

Ma una notte...
Aveva udito da poco il campanile suonare la mezzanotte ed era caduto in un febbrile dormiveglia, quando sentì un passo leggero su per le scale e una mano furtiva aprire la porta della sua camera.
Allora seppe che lei era arrivata...certo, usando la chiave di Maricel, che teneva per ogni evenienza.
Dalle persiane filtrava il chiarore della luna piena.
Sdraiato su un fianco il prete continuò a fingere di dormire, ma quando udì distinto un respiro affrettato non potè fare a meno di aprire gli occhi: nello specchio, che gli stava di fronte, a lato del letto, non vide riflesso nulla, solo un'ombra informe...o almeno così gli parve.

Poi udì il fruscio del vestito e il profumo d'erba tagliata di Magdala quando lei , con la levità d'una farfalla, entrò nel suo letto e si mise dietro di lui accogliendolo sulle ginocchia, premendogli il seno sulla schiena. Prese a carezzargli il volto, le palpebre chiuse, il naso perfetto, le labbra poi scese sul petto, sul ventre per insinuarsi nei pantaloni del pigiama e prendergli in mano il sesso, già eretto, pronto.

L'uomo sospirò, come vinto, arreso...
Si mise supino, allungò la mano, scrutò nel buio.
Magdala stava sfilandogli i pantaloni.
- Eccomi sono venuta, mi aspettavi vero? da quel giorno al lago non hai più avuto pace, lo so.
E neppure io... prega il tuo dio ora, pregalo, se ne hai il coraggio-
-Zitta, stai zitta- disse lui con voce sibilante e poi le fu addosso: le entrò dentro con furia , mordendole i capezzoli, soffocando nei suoi capelli, fino a che non venne con un grido di liberazione.
Ma era solo l'inizio.
Non poteva smettere di toccarla, baciarla, le sue dita, la sua lingua erano un vento senza pace. Per il resto della notte si divorarono a vicenda.
Poi lui piombò in un sonno di pietra, ancora sopra di lei.

 Fu lo squillo del campanello, alle otto del mattino, a svegliarlo: per un attimo non capì nulla, poi si rese

conto di essere solo, la ragazza era scomparsa, non solo, neppure un segno della donna era rimasto...ma come era possibile...il letto  intatto , le lenzuola ordinate senza macchie...e lui aveva indosso i pantaloni del pigiama, asciutti anche quelli.
Ma allora il seme che aveva sparso in lei per tutta la notte, se era stato un sogno...dove era finito?
-Dentro Magdala- sussurrò una voce nella sua mente.
-Don Paolo, ma che succede , mi apra-
Era la voce di Maricel, come un automa finalmente si mosse e andò ad aprire.
Quando aprì la porta la donna esclamò con voce spaventata:
-Dio mio, ma lei sta male, che faccia che ha, si è preso l'influenza, venga subito a letto, chiamo il medico.
Fortunatamente sono passata, anche se sto in piedi per miracolo, venivo a dirle che mia nipote ha deciso all'improvviso di ritornare in Colombia: è partita ieri pomeriggio per Milano ospite di conoscenti. Da lì prenderà l'aereo.
Mi ha lasciato un ricordo per lei: questo portachiavi , l'aveva portato dal suo paese. Non è carino?-
Don Paolo allungò la mano e sul palmo si ritrovò, intagliato nel legno e perfettamente riprodotto, il demone del Codice Gigas che lo guardava sogghignando con i suoi occhi gialli striati di verde, da fiera...


FINE

 
 
 

*Codice Gigas: il diavolo allo specchio**Prima parte-Per adulti

Post n°253 pubblicato il 09 Marzo 2015 da mala_spina
 

codice gigas, diavolo

 

Il giovane prete , sotto la doccia, cantava con una discreta voce da tenore "Toreador" dalla Carmen di Bizet, una delle sue Opere preferite.
Poi uscì dal box e si avvolse nell'accappatoio: quel giorno l'allenamento dei ragazzi della squadra locale di calcio era stato particolarmente pesante; non vedeva l'ora di mettersi in poltrona a rileggersi l'adorato Kant e la sua "Critica della ragion pura" prima di celebrare la messa serale del sabato.
Era giunto da poco in quel grosso paese dell'entroterra Ligure, che gli abitanti si ostinavano a chiamare cittadina.
Vi era stato mandato dal Vescovo per punizione: meglio allontanar subito dalla città e dalle tentazioni un religioso troppo bello per esser prete, pericolosamente di sinistra e con strane frequentazioni.
Erano arrivate all'orecchio della Curia chiacchere su una certa bella fanciulla che assiduamente visitava la chiesa di S. Domenico dove don Paolo prestava la sua opera e anche di una strana amicizia che quest'ultimo intratteneva con il conte Francesco Risoli sospettato fortemente dalla Chiesa per certe pratiche "magiche" di cui tutta la città parlava.

In realtà il religioso, per quanto tentato dalla fanciulla, non aveva ceduto al richiamo della carne: mentre a ricordo delle frequentazioni con Francesco Risoli gli erano rimaste in testa troppe domande senza una risposta insieme a una oscura inquietudine.
Nessuno sapeva molto della sua vita passata: solo che si era consacrato a Dio dopo aver conseguito una laurea, forse in legge, nonostante la fiera opposizione della famiglia e dell'allora fidanzata prossima sposa. Ma erano solo chiacchere.

Appenna arrivato a Cerviano fu accolto con diffidenza: era troppo bello per essere prete, così alto, bruno e maschio, non portava mai la tonaca ma jeans e magliette o maglioni, girava in moto, insomma era poco credibile.
In breve le cose cambiarono: le donne cominciarono ad affollare la Chiesa, alcune con l'evidente scopo di sedurlo, altre se ne innamorarono perdutamente sussurrandone in gran segreto tra di loro mentre i giovani lo seguirono immediatamente per formare una squadra di calcio e con l'allenamenteo di don Paolo presto furono in grado di iscriversi a piccoli tornei che radunavano gente anche dai paesi vicini.
Era gentile e premuroso, si adoperava per chiunque avesse bisogno, insomma ben presto divenne quasi un santo per la popolazione.
Fu soprattutto l'assenza di pettegolezzi su suoi eventuali cedimenti al richiamo della carne a conferirgli tale aureola.
E quando Annamaria che era considerata la ragazza più appariscente e anche (ufficiosamente) la mignotta del paese cominciò a corteggiarlo sfacciatamente andando a confessarsi un giorno sì e l'altro pure  ammise di non aver concluso nulla, tra i maschi ci fu qualcuno che decretò:
"L'è un preve sensa belin" (n.d.a. belin in genovese= sesso, fallo).

 Ma non era così: semplicemente don Paolo aveva imparato a dominare la carne; la sua decisione di rinuciare a certe gioie terrene era stata meditata a lungo e riteneva che tradire un patto stipulato tra lui e quel Dio che amava , o almeno credeva di amare con tutte le sue forze, era impensabile.
Così fino ad allora era riuscito a allontanare da sé ogni desiderio di donna, tanto che le esperienze sessuali avute prima del sacerdozio erano state relegate in fondo alla mente: solo nei sogni a volte facevano capolino, ma raramente.
Le sue giornate erano piene, intense, ricche di mille iniziative in cui era seguito dalla popolazione.
Aveva mantenuto contatti con l'amico Francesco Risoli, sapendo di contrariare il Vescovo se fosse venuto a saperlo. Così i due si incontravano di notte, approfittando del fatto che la canonica , con la chiesa, l'oratorio vecchio e il cimitero annesso, erano fuori del paese. Ora stavano portando avanti una interessantissima discussione sul genio di Raimondo Di Sangro Principe di Sansevero .

Mentre terminava di asciugarsi con l'accappattoio, canticchiando ancora Toreador, udì gli sternuti ripetuti di Maricel, che chiamare perpetua sarebbe stato ridicolo. La donna, di mezza età , colombiana di Soledad, in Italia da qualche anno con regolare permesso di soggiorno, prestava i suoi servizi a ore in diverse famiglie: don Paolo l'aveva ereditata dal suo predecessore.
Veniva tutti i giorni a prepargli il pranzo, ad accudir lui e la canonica e spesso aiutava anche Pietro il Sacrestano a sistemar la Chiesa. Donna di pochissime parole, si mormorava che non per fame dal suo paese fosse migrata in Italia. Abitava da sola e non dava confidenza a nessuno.
Ora gli sternuti si trasformarono in tosse violenta e la donna, con gli occhi lacrimosi e febbricitanti arrivò ciabattando dalla cucina, restando come al solito stupita nel vedersi di fronte in accappatoio quel prete che le ricordava tanto Sean Connery da giovane. Poi:

-Don Paolo, sto malissimo, ho la febbre.
Domani se a lei sta bene, mando mia nipote, Magdala, è arrivata dalla Colombia da 10 giorni, non vuole uscir di casa, dice che la gente qui le fa paura. Ma è molto religiosa e da lei verrà, è così devota alla Vergine Maria; vedrà, che si troverà bene, in casa sa far di tutto, anche meglio di me, è così giovane.-
-Va bene- rispose il sacerdote già con la testa altrove - ma riguardati, capito, Maricel?-

Il giorno dopo alle 8 del mattino, suonò il campanello della canonica e don Paolo andò ad aprire: si trovò di fronte una ragazza di media statura infagottata in una gonna e camicetta scure, informi; i capelli legati sulla nuca, gli occhi bassi la ragazza mormorò:
-Buon giorno Padre sono Magdala-
la voce era melodiosa, ricca di sfumature, in contrasto con quella donna dimessa che gli stava di fronte.
-Prego, entra, Maricel mi ha detto che l'avresti sostituita...-
Allora lei alzo gli occhi sul viso del parroco: le palpebre pesanti coprivano in parte le iridi gialloverdastre striate come quelle dei gatti, rendendoli stranamente oblunghi, da idolo atzeco: quello sguardo era carico di significati oscuri, sorrideva inquietante in contrasto con la bocca dalle labbra immobili.
Lui sentì uno strano brivido lungo la spina dorsale, un brivido di gelo; restò immobile per un attimo, come stregato, poi si fece da parte e lei entrò. Pareva che Magdala conoscesse già le stanze della canonica, tanto si muoveva sicura, dopo che il prete le ebbe fornito ben poche indicazioni.
Dalla studio dove stava preparando la predica per le prossime festività del Corpus Domini attraverso la porta aperta ogni tanto osservava la ragazza trafficare in cucina: lei non si voltò neppure quando gli chiese che cosa preferiva cucinasse per il mezzogiorno e la sera.
Solo... quella voce ...incantava.
Voleva rivedere i suoi occhi...ma che gli stava succedendo... si alzò di scatto e chiuse la porta della stanza, pregando Magdala di andarsene quando avesse finito, senza disturbarlo. E così fu.
Alla sera Maricel gli telefonò per sapere se tutto era andato bene con la nipote avvertendolo che la sua influenza era diventata polmonite, quindi ne avrebbe avuto per parecchio tempo.
Lui rispose di non preoccuparsi, che Magdala gli pareva davvero una degna sostituta.


Fine prima parte

 

 
 
 

*Madiel e il fatto compiuto ** per adulti

Post n°252 pubblicato il 19 Febbraio 2015 da mala_spina
 

madiel, fatto compiuto

 

Alle sei  Madiel scese da un taxi davanti all'Elyseum. L'oscurità era fitta in quella ventosa sera di Novembre ma lei si sentiva bene. Nulla avrebbe potuto metterla di cattivo umore, quella sera.
Né il buio né il freddo.
Non vista, passò fra le locandine con il suo viso e il suo nome- era sempre la miglior Viola della Dodicesima notte che il Teatro avesse mai avuto, pensò sorridendo- e attraversò la sala vuota raggiungendo il suo camerino.
Lì, a far fuori nervosamente un pacchetto di sigarette, trovò  Clive, il suo regista e il suo grande amore...
...Che l’aveva già sostituita nella parte di Viola con la nuova amante ventenne, giovane attricetta  da serial televisivo di successo,  caparbiamente intenzionata a diventare una grande attrice di Teatro.
Il letto di Clive era il miglior trampolino di lancio,  Madiel lo sapeva con assoluta certezza.
Del resto lei era finita in Ospedale  proprio la mattina a seguito di quell’increscioso incidente di macchina..
Già, i freni  non avevano funzionato, qualcuno li aveva manomessi; lei  lo sapeva, la polizia no, del resto  il tasso alcolico del suo sangue  bastava a giustificare l’accaduto.

Rimase per un momento in posa sulla soglia, dandogli il tempo di riprendersi dalla sorpresa.
Lui impallidì vedendola e lei gli sorrise.
Certo, le era difficile muovere le labbra per l'inconsueta rigidità dei muscoli facciali, ma si ritenne soddisfatta dell'effetto ottenuto. 
Clive non sapeva che cosa dire o fare.  Madiel non stava affatto bene, su questo non c'era alcun dubbio.
Sicuramente aveva lasciato l'ospedale per  partecipare  alla prova in costume della serata.
Non portava trucco e i suoi capelli avevano bisogno di una lavata. 
-Che cosa fai qui?- le chiese mentre lei richiudeva la porta.
-Un lavoro lasciato a metà, da finire, è importante-
-Ascolta...  tu hai avuto un incidente grave, stavi in rianimazione, così abbiamo trovato una che ti sostituisce-
Lei lo fissò senza  espressione. Lui riprese a parlare precipitosamente, incespicando nelle proprie parole:
-Pensavamo che tu fossi fuori combattimento, capisci? Non in maniera definitiva, s'intende, ma almeno per la Prima-
-Non ti preoccupare-
L’uomo rimase a bocca aperta.
-Non ti preoccupare?-
-Sì... la cosa non mi riguarda più-
-Ma allora ...perché sei qui? E quale lavoro hai lasciato a metà?-
Poi restò senza fiato: Madiel  si stava sbottonando il vestito. Non fa sul serio, si disse, non può fare sul serio.
Sesso? Ora?
-Non ti ricordi, l’altro giorno, proprio in questa stanza , che cosa ti stavo facendo, quando  Franz ci ha interrotto bussando alla porta?-

Altroché se se lo ricordava, il miglior lavoro di bocca di cui fosse mai stato omaggiato: Madiel era ineguagliabile.
-Ho riflettuto molto in queste ultime ore-  continuò lei mentre si dimenava con grazia per farsi passare il vestito stropicciato oltre le anche per poi lasciarlo cadere e uscirne con un leggero passo. Portava un reggiseno bianco che cercò di sganciare senza successo.
-E ho concluso che non mi importa più nulla del teatro. Mi aiuti?-
Gli voltò la schiena.
Lui le slacciò il reggiseno meccanicamente, senza in verità analizzare se volesse davvero andare avanti.
Sembrava un “fait accompli”,un fatto compiuto.

Era tornata a finire quello che avevano cominciato quando erano stati interrotti, molto semplice.
E a dispetto degli strani suoni che produceva dal fondo della gola e dall'espressione  assente dei suoi occhi, era pur sempre una donna molto attraente.
Madiel si girò di nuovo e  Clive poté contemplare la pienezza dei suoi seni, più pallidi di come li ricordava ma sempre bellissimi.
La sua erezione divenne ingombrante, mentre  lei, rotendo i fianchi come una volgare spogliarellista di Soho, si passava  le mani fra le gambe. 
-Ormai ho deciso, so quello che voglio veramente...Te. Non posso avere contemporaneamente il sesso e il palcoscenico... Viene il momento nella vita di ciascuno in cui si devono prendere delle decisioni-
-Ma che cazzo stai dicendo?- mormorò Clive, eccitato e confuso
-L'incidente mi ha fatto pensare, mi ha fatto meditare su ciò che mi sta veramente a cuore. E francamente...- gli slacciò la cintura - non mi frega niente...- gli aprì la cerniera dei pantaloni-né di questa né di qualunque altra commedia -
I calzoni  scesero a terra intorno alle caviglie del regista.
-Ora ti faccio vedere che cosa mi  interessa davvero-
Gli infilo una mano nei boxer e lo afferrò. Le dita gelide resero stranamente il contatto più eccitante. Clive rise chiudendo gli occhi mentre lei si inginocchiava.
 
Lo prese con l'esperienza di sempre, la gola aperta come un pozzo. La sua bocca era un poco più arida del solito e la sua lingua ruvida, ma le sensazioni che gli dava lo facevano impazzire.
Era così eccitato che non si accorse della facilità con cui lo divorava, lo stava mandando in cielo dando prova di una abilità che gli era sconosciuta.
Alternava il ritmo con sapienza: prima lento, poi piu velce, fino a farlo quasi venire, per poi rallentare di nuovo e aspettare che si spegnesse in lui l’urgenza dell’orgasmo.
Clive era completamente alla sua mercé.
Aprì gli occhi per guardarla muoversi.  Madiel era come infilzata su di lui, con un'espressione rapita sul viso. 
-Madiel- mormorò roco -che bello... oh sì, oh sì...-
Lei non mostrò alcuna reazione alle sue parole, continuando a lavorarselo in silenzio. Non mandava i suoi soliti versetti, i mugolii di soddisfazione, il sibilo contratto della respirazione attraverso il naso. Lo divorava nel silenzio più assoluto.

L’uomo trattenne il fiato per un momento, mentre sentiva nascergli dentro, dal punto più oscuro della mente, un’idea. Davanti a lui la testa continuava ad agitarsi ritmicamente, con gli occhi chiusi, le labbra serrate sul suo membro, un'espressione di concentrazione totale. Trascorse mezzo minuto, un minuto, un minuto e mezzo...
.... La donna non respirava. Gli stava praticando una fellatio così straordinaria perché non si fermava mai, nemmeno per un istante, per inspirare o espirare.
Clive si sentì irrigidire all'improvviso, mentre la sua erezione si smorzava nella bocca di lei.
Madiel non ebbe alcuna esitazione e continuò imperterrita a  succhiarlo mentre  un pensiero pazzesco prese a vorticare nella mente stravolta dell’uomo:
-E’ morta. Mi ha preso in bocca, in quella sua bocca gelida ed è morta. Sì, per questo è tornata, per questo si è alzata dal suo capezzale ed è tornata. Vuole finire  quello che aveva cominciato, ora che non le importa più della commedia, e neppure di me, il suo assassino.... L'unico atto a cui da valore Maudiel  adesso è questo e  ha scelto di interpretarlo per l'eternità-

Davanti a quella terribile verità,  Clive non poté far altro che restare a guardare come un imbecille quel cadavere che lo succhiava.
Poi lei percepì il suo terrore. Aprì gli occhi e li alzò verso di lui.
Erano vuoti, opachi, spenti.
Dolcemente, si sfilò dalle labbra la sua flaccida virilità.
-Che cosa c'è?- gli domandò, senza rinunciare a recitare la vita con la voce flautata.
-Tu... tu non... stai respirando...-
-Oh, caro- mormorò Maudiel  rinunciando finalmente a fingersi viva -in definitiva non  sono poi molto brava a recitare la parte, non ti pare?-

La sua voce era la voce di uno spettro, sottile, desolata.  La sua pelle, il cui pallore poco prima aveva trovato eccitante, era a ben guardare del colore della cera. 
-Sei morta?- le chiese.
-Temo proprio di sì. Due ore fa. Ma ho dovuto venire, Clive, con tutto quel che era rimasto in sospeso tra noi.  La tua puttanella, i freni della macchina...Ho fatto la mia scelta. Dovresti esserne lusingato perché sei stato il mio ultimo ossessivo pensiero.
Ne sei lusingato,vero?-
Si rialzo e cercò nella borsetta che aveva lasciato accanto allo specchio.
Lui guardò la porta, tentando di muoversi, ma le gambe non gli ubbidirono . E poi aveva i calzoni intorno alle caviglie. Due passi e sarebbe finito per terra.
Madiel si volto nuovamente verso di lui, con qualcosa di aguzzo e argenteo nella mano. Per quanto si sforzasse, Clive non riuscì a mettere l'oggetto a fuoco.
Ma qualunque cosa fosse, era per lui.

 
 
 
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