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mala_spina
   
 
Creato da mala_spina il 13/09/2011

LABIRINTO

L' Eros,l 'Avventura, il Fantasy del Fauno e della Strega

 

*Westminster** Per adulti

Post n°234 pubblicato il 27 Luglio 2014 da mala_spina
 

westminster

 

ll nostro rapporto è arrivato alla frutta, non ci resta che separarci. Dopo un anno trascorso insieme ora -nello stesso letto in cui abbiamo fatto l'amore fino a sfinirci- sembriamo due sculture su un sarcofago.
Il re e la regina.
Morti.
Marmo freddo da cattedrale.
Westminster.
Finalmente ti decidi:
-Io vado a dormire nello studio, è meglio-
Mi volto dandoti la schiena, alzo le ginocchia fino ad abbracciarle strette al petto e mi accorgo che le labbra mi tremano, sto per piangere. Dove è finito il nostro amore delle tempeste, quella passione che ci portava a toccarci appena possibile, a far l'amore fino allo sfinimento, a divorarci a vicenda come cannibali?
Eccoci qui a dormire separati sotto lo stesso tetto, incapaci di comunicare, di confortarci a vicenda.
Più soli che se non ci fossimo mai incontrati, perché non c'è desolazione che possa eguagliare quella di una passione morta per sempre e che credevamo se non eterna almeno un pochino più longeva.
Meglio essere in una caverna a vivere come un eremita oppure girare di pub in pub cercando un uomo da rimorchiare che starti vicino adesso.
Ora il letto condiviso diventa una zattera malsicura in un mare infestato da squali, un pianeta morto privo di atmosfera su cui siamo erroneamente atterrati.
Non c'è più spazio intorno a noi per sopravvivere, l'anima affonda come un sasso.

Io mi sono fatta confondere dal solito venditore di collanine e specchietti colorati, tu hai smesso di parlare, dopo l'ultima litigata feroce.

Eppure in questa solitudine gelata, di pietra, la carne si risveglia...quasi a dimostrare che la resa non è completa, che forse il fuoco si può riaccendere.
Così mi alzo, intuendo confusamente che sto commettendo un inutile errore; camminando in punta di piedi lungo il corridoio mi avvio al tuo studio.
Ho indossato la camicia da notte bianca ottocentesca, quella che abbiamo comprato a Londra, in Camden Hight, piena di pizzi, che ti eccitava tanto.
Apro lentamente la porta:  nella luce della lampada da tavolo sei bellissimo e le tue mani , intente ad accendere una  sigaretta,  mi stordiscono in un lampo di desiderio.
Ti volti e mi guardi, con aria interrogativa, curiosa.
La camicia sbottonata fino alla vita mostra i senti di donna fatta che paiono appesi per sbaglio sul torace magro.
Mi  avvicino all’ampia scrivania, mi siedo sul bordo, poi rapidamente mi volto e salgo in piedi, dietro al portatile acceso.
Silenzio assoluto, tu fumi e mi fissi negli occhi. Dall’alto le tue pupille sono ancor più chiare, color del ghiaccio.
Allargo le gambe e lentamente sollevo  la lunga  camicia, fino a mostrarti il sesso accuratamente depilato e resto lì, di fronte a te, in attesa.
Potremmo essere due estranei che si sono appena conosciuti in un bar o in una assordante discoteca, per l'assenza palpabile di intimità che c'è tra noi...  eppure l’odore di sesso si  avverte, insostenibile.
-Che cosa stai facendo?-
-Lo vedi, ti sto eccitando -
-Pensavo volessi castrarmi, o almeno così mi pareva d'aver capito nell'ultima lite-
-Lo voglio ancora-

Il tono della mia voce ti fa indurire di colpo, lo so.
La solita vecchia storia.
Io ammansita, ti cerco, tu sadico, con la solita crudeltà vera o falsa che sia, mi aspetti al varco della mia debolezza: il sesso.
E questa situazione è per noi un potente afrodisiaco.
Eppure il tuo sguardo rimane assente,  solo un piccolo sorriso ti muove le labbra.
Scendo e  mi sistemo sul tuo grembo, strusciandomi su di te, sulla tua rigidità, la tua voglia.
Ti abbraccio stretto.
-Guarda, è inutile, lascia perdere...- ma la voce ti si fa roca, anche perché, aperti i pantaloni, con studiata lentezza ti prendo dentro di me.
Affondi il viso tra i miei seni  artigliandomi i fianchi e iniziamo la folle cavalcata, quella che ci fa urlare di piacere e di dolore: ti mordo un labbro a sangue.
 
E l'orgasmo arriva tumultuoso.
Grido: allora tu cominci a muoverti in cerca del tuo piacere, come se questo fosse nascosto dentro di me in profondità e dovessi pescarlo, tirarlo su dal fondo come faresti con un pesce che ti sfugge agitandosi.
Io osservo lo spettacolo da molto lontano, quasi assistessi a un film ad alta tensione erotica in cui io stessa sono la protagonista.
E che quindi conosco a memoria.
Ecco, ce l'hai fatta, tutto finito.
Non ti muovi più resti immobile.
Senza parole.
 
Pesce e pescatore ansimanti sulla riva del mare.
Ma che tipo di uomo è uno che non fa il minimo rumore quando viene?
Un uomo morto?
Forse siamo morti tutti e due.
 
All'improvviso mi sento sporca, vagamente necrofila.
Senza parlare  mi alzo e ti lascio lì, con la tua sigaretta che si consuma nel portacenere
E mentre ritorno in camera da letto penso
 -Come abbiamo fatto a stare insieme per un anno e all'improvviso diventare così estranei l'uno all'altro? Sembriamo due vagoni merci che hanno percorso un tratto di binari incatenati l'uno all'altro prima di venir staccati e spediti ai poli opposti della terra.
Però  avresti anche  potuto dirmi qualche parolina dolce di circostanza.
Lo dovresti sapere che le parole mi riscaldano sempre-
Ma noi non conosciamo più parole d'amore, anzi neppure parole.
Le parole sono l'unico linguaggio che non riusciamo più a parlare.


 

 

 
 
 

*Calore** Per adulti

Post n°233 pubblicato il 21 Luglio 2014 da mala_spina
 

calore

 

Il rogo devasta e inghiotte l'edificio dall'interno,provocando il crollo di tutto ciò che tocca. Scendo dalla macchina e mi avvicino fin dove me lo consentono i vigili del fuoco, abbastanza da sentire l'enorme calore vibrare nell'aria; rapita, osservo la deliziosa opera di distruzione, l'edificio che viene stuprato dalle fiamme, desiderando di essere consumata anche io così, di venire ridotta a un mucchietto di cenere e pietrisco.
Consumata dal fuoco.

Da un uomo.

Da un desiderio tanto forte da sventrarmi, bruciarmi, divorarmi.
"Calore" sussurro, e quello che pronuncio è al tempo stesso una preghiera e una supplica.
L'altro giorno, a cena con un'amica, inizio a parlarle del calore, delle emozioni che mi fa provare, dell'uomo che me l'ha messo addosso; ma lei, scuotendo la testa mi dice :- Non so di che parli, non ho mai provato quel genere di sensazioni, sei sicura di sentirti bene?-
Le sue parole mi hanno ammutolito, è come se mi avesse confidato di essere daltonica, di non poter vedere le ricche sfumature del cremisi, del viola o dell'indaco, o i colori dell'ambra e della giada, ma solo una monotona serie di sfumature del grigio.

Il calore: come è possibile vivere senza provare questa incredibile sensazione di entrare in contatto con qualche cosa di vivo e di elettrizzante, o di essersi incautamente iniettati una droga in parte allucinogena, in parte velenosa? La mente divaga, il corpo langue, ma non cade sostenuto dalla lussuria che comincia a scorrere nelle vene e a dare tono ai muscoli,scatenando le sinapsi in una frenesia simile a una raffica di orgasmi, mentre il fuoco si espande dal ventre e scende verso l'inguine.

E' molto tempo che il mio corpo non brucia più, sento che il mio cuore sta iniziando a congelarsi, mi sto rinsecchendo, sono arida e fredda, piena di dolori; inutile guardare gli uomini che mi passano accanto: sono dozzine, centinaia, di ogni forma e stazza, più o meno belli, ma so già che il loro sesso non saprebbe risvegliare in me altro che frustrazione e sofferenza. Il mio desiderio è per ciò che ho provato in passato, quel calore impetuoso che distrugge, consuma l'anima e scioglie il cuore fino a renderlo liquido e farlo scorrere in onde scarlatte e bollenti verso il basso, a concentrarsi nel ventre.

Ultimamente sogno il fuoco che prende le sembianze di un uomo; si cala su di me fiammeggiante e impetuso, ruggendo e serrandomi tra le braccia per baciarmi: poi mi sveglio e mi ritrovo sola nel mio letto.
Sento, nella stanza vicina, il rumore delle tue dita che battono incessanti sulla tastiera; l'austero e celebre artista sta scrivendo, sta creando il suo ultimo capolavoro.

Come siamo arrivati a questo punto?
Come siamo potuti diventare così freddi, noi che ardevamo? Il calore io l'ho scoperto con te, fummo presi da un furioso desiderio appena ci vedemmo, tanto da restare inceneriti dall'improvvisa vampata che ci fece abbandonare il lavoro e gli amici, per ritirarci dal mondo esterno e chiuderci in un universo di nostra creazione. Fu allora che tu ti allontanasti da me, dicendo che lo scrivere era incompatibile con questa passione che ti toglieva lucidità, che il sesso estremo che io volevo da te ci trasportava in zone d'ombra di pericolo fisico e psichico, che era un nemico della tua arte.

Così  cominciai a desiderare le carezze delle fiamme.

Stanotte ti vengo a trovare nella stanza-studio, sei sempre lì, davanti al tuo Apple, anche se è notte tarda.
-Oggi è successa una cosa stranissima- racconto, guardandoti negli occhi - ho rimorchiato un uomo in un bar,siamo andati in un motel, abbiamo scopato,e non riuscivo neanche a ricordarmi il suo nome...-
Tu mi guardi, assente e poi:- Se pensi di eccitarmi in questo modo ti sbagli-
Mi appoggio allo stipite e sollevo lentamente la gonna del vestito di seta: ti accorgi che non ho gli slip, il tuo sguardo si fa cupo, lo so che vorresti allungare una mano, ne sono sicura; invece chini di nuovo il viso sulla tastiera e mormori con voce sibilante:
- Basta me ne vado, è finita davvero, esci da questa stanza-
Io mi avvicino rapida alla scrivania ti vengo accanto e poso una mano avida sul tuo sesso eccitato: ne sento il calore attraverso i pantaloni, e quel calore si trasmette a me, mentre onde rosse di desiderio mi passano davanti agli occhi.

Ma tu scosti la mano, con impazienza, e ripeti:- Vattene-
-D'accordo, me ne vado, ma mi desiderererai tanto da non riuscire più a scrivere, questa notte. M'immaginerai tra le braccia di quello sconosciuto e mi vorrai a tal punto da volermi uccidere- Rimango stupita da quello che ho detto, ho pronunciato un incantesimo, una fattura, a cui tu non dai ascolto e continui:
- Domani, me ne andrò domani, dopo aver dormito qualche ora-

Una volta il nostro amore bruciava con feroce intensità, come fai ora ad essere così freddo, glaciale, intollerabile?

Verso la mattina, mentre tu russi- hai bevuto per avere il coraggio di lasciarmi- ritorno nella tua stanza, cospargo di benzina i manoscritti, i libri e i giornali che giacciono sparpagliati in giro, poi indietreggio di un passo,accendo un fiammifero e lo getto a terra.
Subito le fiamme si ergono maestose dal pavimento, tu ti svegli, balzi in piedi urlando e mi vedi per un istante, prima che io ti chiuda la porta in faccia. Avverto i tuoi colpi e il calore che mi sta investendo, le tue grida, forse il mio
nome; allora mi ritraggo e spalanco la porta: all'interno della fornace c'è un uomo fatto di fiamme turbinanti, una trottola incendiata e impazzita.
Osservo il terribile spettacolo, il ballo agonizzante e mi rendo conto che dentro di me sento ancora il ghiaccio.
Capisco che in questo mondo nulla potrà più scaldarmi.

Tranne le fiamme.
Non riesco a sopportare il freddo un istante di più.
Mi lancio oltre la soglia della stanza e mi getto tra le braccia dell'uomo fatto di fuoco.
Lo voglio sentire dentro di me. Ora.

 
 
 

*Quel tuo caimano sorriso**

Post n°232 pubblicato il 11 Luglio 2014 da mala_spina
 

sorriso caimano

 

L’ombra della barba sulle guance scarne è la bellezza di una terra di nessuno, nella sua immediata seduzione.
Zigomi tesi come se stessi aspirando uno spino confezionato male, occhi tutta pupilla, bocca arrabbiata, leggermente storta, sorriso caimano: hai un fascino sghembo, sotto i capelli liquidi di pioggia.
Per te potrei reinventarmi come fuggiasca-una zingara rom di Praga- per l’intrigante cupa disperazione  che sonnecchia nel tuo sguardo dietro il velo ipnotico degli occhi.
Mi piace quell’odore di giovinezza sfiorita in cui ti avvolgi  come fosse un regale mantello, un marchio d’orgoglio, una vittoria.

Lascia che abbassi la maschera che ti porti in giro, in un eterno carnevale veneziano, sotto un cielo cupo, grande e nero.
Lascia che ti accarezzi il petto e scenda giù, sotto la cintura, senza pudore, senza inquietudini.
Sono una donna da molto tempo, non guardarmi come se  avessi sempre quattordici anni, smetti di dirmi:
-Sei magra, mangia di più- perché, sì sono magra, ma i miei seni sono grandi, da un'eternità.

...E la sensualità delle vite azzannate come la tua mi travolge, complice quel caimano sorriso, pericoloso, sottilmente lascivo, crudele.
Ora, in questo momento, farei qualunque cosa per te, che mi sei bandiera, colori di guerra, coraggio e disperazione.
Ucciderei, se tu me lo chiedessi, senza esitare.
E probabilmente mi piacerebbe.
Non voglio la solita inflazionata epidermica avventura, un sacrilegio il solo pensarlo, ma di più, molto di più.

Voglio entrare nel torrente del tuo sangue, transitare attraverso il cuore che ora sento battere più forte sotto la mia guancia, capriolando tra i lembi delle valvole  cardiache simili a petali di stelle, per arrivare ai polmoni e respirarti in bocca, sentire il sapore della tua saliva, vedere da dentro come è veramente il tuo sorriso...
Lascia che ti ami, a modo mio, abbandonati a me.
Sei così intatto, inviolato, come una tela immacolata, senza altra storia che quella che già conosco o dovrei conoscere.
Fammene scrivere un’altra, brevissima, ma talmente intensa da durare un’eternità.
Dammi la possibilità di scoprire come sarebbe stato se...

 
 
 

*Game over** Per adulti

Post n°231 pubblicato il 04 Luglio 2014 da mala_spina
 

game over

 

Non c’è più niente dopo di te, ne sono sicura.
Ora conosco la magia, so che oltre le colonne d’Ercole regna sovrano il nulla.
Sono sola e non mi resta niente da cercare, da scoprire, neppure da rivivere.
Con chi giocherò i miei giorni se non ho più il mio sole...
Qui, in questa camera vuota di te,  so che ti amo, che ti amerò sempre, anche se ho dovuto allontanarmi, se ho dovuto perderti, perdermi.
Anche se  mi toccherà sopportare il tuo disprezzo  per l’eternità.
Non avresti dovuto cercarmi con tanta intensità.
Non avrei dovuto volerti  con  tanta  ostinazione.
Tre giorni chiusi in questa stanza, 72 ore per soddisfare quella voglia di te che mi sfiniva
Ma non è andata così.
Non abbiamo rispettato le regole, non le ho rispettate. Io ho ideato il gioco e la mia creatura mi ha ucciso.

Come nel film” Stay alive”: sono game over.

Sto pagando l’errore della mia curiosità e del mio coinvolgimento, che mi ha colpito come l’arma di un cecchino abilissimo:  affondo in una disperazione fredda, senza lacrime e sussulti.
Sola in un deserto. Non ci vedremo più, anche se...perché no comincia a mormorare una strana voce dentro di me, una voce falsa, ingannevole, bugiarda.
Favole.
Solo favole.
Mi sto raccontando bugie. Non ci ritroveremo mai.
Sto male, da 15 giorni non riesco a dormire e la notte è diventata così lunga da poterci nuotare dentro.Ho imparato anche a mentire, così bene, sapessi: son ricorsa a un malessere fisico, del resto di salute malferma lo sono, non credevo fosse così facile.
Perché vedi ...il mio corpo abituato al piacere, il mio corpo affamato che mai è andato troppo per il sottile nel procurarselo, ora ha fame solo di te.
Ed è destinato a morire  di denutrizione amorosa.
Insonnia.
E tu dove sei?Che cosa stai facendo?
Il cellulare mi scuote con il cancan di Offenback, una musica che ora mi pare oscena  così fragorosa, barocca, indifferente.
Lo lascio suonare guardandolo ottusamente
Il mio universo si è capovolto.
Ma non ti cercherò, in fondo i tuoi insulti fanno ancora male, mi appendo a loro come un naufrago a una zattera malconcia. In verità  erano parole d’amore da leggere al contrario.
In questa nostra incredibile storia niente è logico, giusto, fermo: nelle sabbie mobili delle tue mani che sento sempre su di me sto annegando.

Troverò un modo per sopravvivere, posso farcela anche senza di te, dopo di te.
Ma come  potrò respirare senza le tue labbra che mi sfiorano il cuore, senza le tue braccia che mi assediano la schiena, senza il tuo odore  confuso con il mio, senza le tue mani che m’immobilizzano tuffate nei capelli, senza il tuo gemere affannoso quando ti avvicini al piacere.
senza il tuo succhiarmi l’anima fino a sfinirmi.
Avevo pensato che tre giorni insieme dovevano bastare, per non  far soffrire nessuno, per non soffrire.
Errore: ora conosco  il segreto della felicità, è solo una malattia che può diventar mortale  in alcuni soggetti; eccomi, sono game over, malata di te, preda di  questo dolore d’assenza che mi taglia più di cento bisturi affilati.

Penserò  a te, amore mio, in ogni attimo libero, addomesticherò il pensiero per non dimenticarti.
Passerà una vita  e poi un’altra ancora, ma ti ritroverò, dovessi indossare gli stivali delle sette leghe.
Dovessi ridurre il mondo a un microcosmo  come quello di Alice.
Sarò tua per sempre e questo mi basterà, ti basterà.
Qualcuno che non sei tu si è già preso il mio cuore sano  e non sa che ora è mutilato, ferito, stanco
ma  a te basterà aprire il palmo della mano per ritrovartelo lì, caldo, pulsante,  vivo del mio sangue.
Presenza silenziosa, sarò con te in ogni passo che farai, ti aiuterò a rialzarti se ti capiterà di cadere, ad ogni scontro mi armerò per difenderti.
Mi stenderò  al tuo fianco notte dopo notte per vederti addormentare.
Cercherò di non avere paura del buio, quando il buio sarà la tua ombra.
Ora lo so, l’amore non è una carezza:
catene strette  alle caviglie
bende sottili  attorno al cuore
-ma il sangue scorre  dentro di me, nessuna benda lo può arginare-

Non ho rispettato le regole. Due giorni in più. Ho rubato al destino due giorni, .
E mi sono ammalata di te senza speranza.
Game over.

 
 
 

*Egyptian delicatessen** Per adulti

Post n°230 pubblicato il 20 Giugno 2014 da mala_spina
 

egyptian delicatessen,sensualità, eros, esotismo, egitto,

Konstantin Kacev-Il fluido reale


Sono da qualche parte nell’Alto Egitto, in un bianco villaggio nei pressi di Tell El Amarna; ci sono arrivata in fuoristrada, lungo una pista  tracciata nel deserto.
Si realizza finalmente il mio sogno di visitare da sola un Egitto fuori dalle mete turistiche, che conosco bene,
alla ricerca di antichi villaggi dove sia ancora possibile trovare pregevoli oggetti di artigianato, gioielli  lavorati in modo grezzo ma di grande effetto, e scattare fotografie in terre al di fuori del tempo sospese tra la lussureggiante vegetazione che accompagna le sponde del Nilo e il deserto.
 Ho con me una guida, si chiama  Ahmed, studente di  Scienze politiche  all’università del Cairo; nel tempo
libero accompagna gli stranieri che vogliono esplorare un Egitto diverso, parla correntemente quattro lingue.
E’bello, molto giovane, occhi neri  e liquidi, una pelle leggermente olivastra, tanto  setosa da parere quella
di una ragazza; alto per essere un arabo ed elegante, in  camicia di lino bianco e candidi jeans di tela leggera.
 
Quando me lo sono trovato di fronte  all’aereoporto ho immediatamente realizzato che l’avventura mi stava
aspettando, quella con la A maiuscola intendo.
Ho notato il suo sguardo  sorpreso perlustrarmi il  corpo, mentre in perfetto italiano,sorridendo, diceva:
-Deve esserci stato un errore,mi aspettavo una signora di una certa età, questa è una piacevole sorpresa-
-Anche lei lo è per me- ho ribattuto-anzi, sarà meglio darci del tu, io mi chiamo Fede, il tuo nome già lo so.
Hai procurato la macchina?-
-Si, è qui fuori, una  Range Rover-
 Allora mi sono persa a guardare le sue mani strette attorno alle valigie, e mi pareva di averle già conosciute,
tanto tempo prima, ma quando?
Un lampo di inquietudine il déjà vu...
Ci  dirigiamo subito  alla macchina, il caldo egiziano che sa di deserto mi  lascia per un attimo senza respiro;
sono partita da Roma sotto una fredda pioggia, con un clima pre-invernale.
Non voglio fermarmi al Cairo: proseguiremo verso Tell El Amarna, l’antica capitale di un Faraone  che volle
imporre al suo popolo il culto di un solo grande dio,Aton,il Sole.
Qui fu  ritrovato il busto della splendida Nefertiti, la sua prima consorte.
 
I villaggi che cerco sono sparsi nelle oasi, al confine con il deserto arabico.
Dal momento che dovremo fare all’incirca 300 km, Ahmed  ha trovato da sistemarci per la notte in una specie di 
pensioncina gestita da un suo conoscente  nel primo dei villaggi che  voglio visitare.
In questo modo potrò prendere subito contatto con la gente del posto, cercare notizie sui manufatti che mi
interessano, iniziare a scattare foto.
Inoltre pare che suo nonno abiti proprio in quel villaggio e allora mi chiede  perché non vado con lui a
trovarlo, così avrò modo di vedere una vera casa di campagna egiziana, affollata di tutti i suoi parenti.
Nella macchina fa molto caldo,l'aria condizionata non funziona,   teniamo i finestrini chiusi per non restare
soffocati dalla polvere e io mi accorgo che la t-shirt bagnata mi si sta incollando addosso.
Anche  i pantaloni di tela, per quanto leggeri, sono diventati una seconda pelle: cerco di asciugarmi con dei
fazzolettini di carta.
 Ora mi piomba addosso la stanchezza del volo, il cambio di temperatura, la sete, e mi appoggio indietro sullo
schienale, spossata, gli occhi chiusi.
 
La mia guida continua a parlare, con una voce dolce, cantilenante, mi racconta dei suoi studi, dei viaggi che
vorrebbe fare, mi chiede dell’Italia.
-Quanti anni hai?- gli domando –Venticinque- risponde-e tu?-
- Qualcuno più di te. Ce l’hai la ragazza?-
-Si,  ci conosciamo da bambini-
-Sei fedele?- gli chiedo d’impulso, e lo guardo, meravigliandomi del fatto che non sudi, pare fresco come una
rosa.
-Si, sono fedele- risponde- ma come dice il profeta, spesso  anche l’uomo più forte si fa debole di fronte ad un
avversario troppo agguerrito… e tu,  signora scura,sei bella in modo assai pericoloso-
-Più che altro mi sa che odoro non proprio di buono, visto quanto sudo, ci vorrebbe una doccia-
-Te la farai quando arriviamo dal nonno, ma la tua  pelle  profuma, te lo assicuro-
Io non rispondo a questi approcci diretti, forse dovrei, ma sento addosso una strana languorosa eccitazione che
mi fa desiderare carezze lente, estenuanti, sapienti.

Finalmente vedo un villaggio bianco, che  brilla contro la distesa di sabbia. Siamo arrivati alla prima tappa,la casa del nonno, che si rivela essere un agglomerato di  piccole costruzioni.
Superata una recinzione in muratura, pitturata all’interno di  blu e di bianco, vedo diverse case; una colorata
moltitudine esce per salutarci e per osservarmi  con grande curiosità: zii, sorelle, nipoti, cugini, bambini, una confusione terribile.
E io mi trovo improvvisamente al di fuori del tempo, in uno spazio dove tutto si muove lentamente, sotto un sole

ancora accecante, nonostante il pomeriggio inoltrato.
-Benvenuta nella nostra casa, Fede, sei la prima straniera che ci mette piede-  dice Ahmed.
Poi parla ad una ragazza  in arabo e lei sorridendo  mi accompagna fuori, in un  giardino chiuso da alti muri,
dove in un angolo c’è una grande tinozza, già colma d’acqua.
Vi sparge una polvere profumata, sistema la mia sacca su un vicino sgabello dove sta pronto un grande telo, e
con un  sorriso mi lascia.
Mi spoglio rapidamente ed entro nell’acqua: il piacere è indescrivibile, anche perché il sole sta calando e con
lui il caldo torrido.

Quando rientro in casa  Ahmed mi viene incontro sorridendo:
-Ti sei riposata?-
-Meglio che andiamo a cena e poi mi porti in albergo, non credi?- rispondo io, ma so già che non sarà così, lo
dico solo per salvare la faccia.
 
Ora la casa è buia, tutti i parenti scomparsi, arriviamo in una stanza illuminata solamente da candele, alcune
quasi consumate; al centro è preparata una tavola con due sedie, una vicina all’altra; in un angolo, sopra un tappeto, stanno sparsi grandi coloratissimi cuscini.
Nell’aria aleggia un sottile aroma di incenso, di cibo e di spezie, insieme ad un altro, morbido e  pungente
allo stesso tempo: hascisc? mi chiedo, ma non indago.
Ahmed mi fa accomodare e passa a descrivermi le vivande, mentre  mi serve pesce del Nilo, formaggio di capra,
olive nere, fichi maturi, uova, melanzane fritte, crema di ceci e yogurt.
Seduto vicinissimo a me, tanto da sfiorarmi il viso con il suo, mi guarda mangiare, parlando con quella sua voce
morbida e strascicata
Io non rispondo, ma le ginocchia mi tremano, mentre   il ben noto crampo di eccitazione al basso ventre inizia a
farsi sentire.
La cena è squisita e il tè, tiepido e molto zuccherato, con un retrogusto di gelsomino, rinfrescante.

Mi sento spossata, i sensi esaltati.
A bassa voce, quasi recitando una cantilena, Ahmed loda la mia pelle, i miei seni, i miei capelli e sempre nello
stesso tono mormora al mio orecchio quello che succederà tra poco, perché questo era scritto per noi.

Una candela si consuma completamente in una pozza di cera sciolta.
-La cena non è ancora finita il dolce lo gustiamo sui cuscini-
 e così dicendo mi accompagna nell’angolo della stanza, mi fa sdraiare e inizia a spogliarmi, con lentezza.
Non vuole che io faccia nulla.
-Stenditi, voglio guardarti per ricordarti così, sei bellissima-
Chiudo gli occhi: sento il lieve rumore dei suoi indumenti che cadono  a terra; poi  inginocchiandosi al mio
fianco dice:
-Ecco i dolci, miele e morbida pasta di pistacchio, assaggia- e mi porge un pasticcino da mordere: è davvero
squisito, dolcissimo, si scioglie in bocca.
Mentre sto gustando il dolce ad occhi chiusi  la lingua e le mani di Amhed hanno trovato il tesoro  portandomi
in paradiso: mi inarco, cerco di trattenere il piacere, per prolungare quegli istanti di beatitudine infinita, ma non mi riesce;sprofondo nella  piccola morte mentre sento la mia voce implorare:
-Ti voglio, dammi il tuo piacere-
 
 Il ragazzo allora mi  copre con il suo corpo  asciutto ed elastico e inizia a penetrarmi dolcemente, un braccio
stretto intorno ai miei fianchi, l’altro a sollevarmi il viso verso di lui.
Le sue pupille sono immense, c’è l’universo dentro...
Poi il ritmo cambia, diventa sempre più impetuoso e con  un’ultima spinta si perde in me: provo un insolito,
intenso, dolcissimo piacere, un forte calore nel ventre, mentre per la stanza si spande uno strano odore, un misto  di terra bagnata, di rose e di gelsomino.
Il Cielo ha fecondato la Terra, mormora una voce dentro di me...
Dalla finestra vedo la luna illuminare la notte egiziana.
Accarezzo i capelli del giovane uomo abbandonato sul mio corpo, prendo  un altro pasticcino dal vassoio al mio
fianco e lo mordo golosamente.

 
 
 
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