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mala_spina
   
 
Creato da mala_spina il 13/09/2011

LABIRINTO

L' Eros,l 'Avventura, il Fantasy del Fauno e della Strega

 

*Calore** Per adulti

Post n°233 pubblicato il 21 Luglio 2014 da mala_spina
 

calore

 

Il rogo devasta e inghiotte l'edificio dall'interno,provocando il crollo di tutto ciò che tocca. Scendo dalla macchina e mi avvicino fin dove me lo consentono i vigili del fuoco, abbastanza da sentire l'enorme calore vibrare nell'aria; rapita, osservo la deliziosa opera di distruzione, l'edificio che viene stuprato dalle fiamme, desiderando di essere consumata anche io così, di venire ridotta a un mucchietto di cenere e pietrisco.
Consumata dal fuoco.

Da un uomo.

Da un desiderio tanto forte da sventrarmi, bruciarmi, divorarmi.
"Calore" sussurro, e quello che pronuncio è al tempo stesso una preghiera e una supplica.
L'altro giorno, a cena con un'amica, inizio a parlarle del calore, delle emozioni che mi fa provare, dell'uomo che me l'ha messo addosso; ma lei, scuotendo la testa mi dice :- Non so di che parli, non ho mai provato quel genere di sensazioni, sei sicura di sentirti bene?-
Le sue parole mi hanno ammutolito, è come se mi avesse confidato di essere daltonica, di non poter vedere le ricche sfumature del cremisi, del viola o dell'indaco, o i colori dell'ambra e della giada, ma solo una monotona serie di sfumature del grigio.

Il calore: come è possibile vivere senza provare questa incredibile sensazione di entrare in contatto con qualche cosa di vivo e di elettrizzante, o di essersi incautamente iniettati una droga in parte allucinogena, in parte velenosa? La mente divaga, il corpo langue, ma non cade sostenuto dalla lussuria che comincia a scorrere nelle vene e a dare tono ai muscoli,scatenando le sinapsi in una frenesia simile a una raffica di orgasmi, mentre il fuoco si espande dal ventre e scende verso l'inguine.

E' molto tempo che il mio corpo non brucia più, sento che il mio cuore sta iniziando a congelarsi, mi sto rinsecchendo, sono arida e fredda, piena di dolori; inutile guardare gli uomini che mi passano accanto: sono dozzine, centinaia, di ogni forma e stazza, più o meno belli, ma so già che il loro sesso non saprebbe risvegliare in me altro che frustrazione e sofferenza. Il mio desiderio è per ciò che ho provato in passato, quel calore impetuoso che distrugge, consuma l'anima e scioglie il cuore fino a renderlo liquido e farlo scorrere in onde scarlatte e bollenti verso il basso, a concentrarsi nel ventre.

Ultimamente sogno il fuoco che prende le sembianze di un uomo; si cala su di me fiammeggiante e impetuso, ruggendo e serrandomi tra le braccia per baciarmi: poi mi sveglio e mi ritrovo sola nel mio letto.
Sento, nella stanza vicina, il rumore delle tue dita che battono incessanti sulla tastiera; l'austero e celebre artista sta scrivendo, sta creando il suo ultimo capolavoro.

Come siamo arrivati a questo punto?
Come siamo potuti diventare così freddi, noi che ardevamo? Il calore io l'ho scoperto con te, fummo presi da un furioso desiderio appena ci vedemmo, tanto da restare inceneriti dall'improvvisa vampata che ci fece abbandonare il lavoro e gli amici, per ritirarci dal mondo esterno e chiuderci in un universo di nostra creazione. Fu allora che tu ti allontanasti da me, dicendo che lo scrivere era incompatibile con questa passione che ti toglieva lucidità, che il sesso estremo che io volevo da te ci trasportava in zone d'ombra di pericolo fisico e psichico, che era un nemico della tua arte.

Così  cominciai a desiderare le carezze delle fiamme.

Stanotte ti vengo a trovare nella stanza-studio, sei sempre lì, davanti al tuo Apple, anche se è notte tarda.
-Oggi è successa una cosa stranissima- racconto, guardandoti negli occhi - ho rimorchiato un uomo in un bar,siamo andati in un motel, abbiamo scopato,e non riuscivo neanche a ricordarmi il suo nome...-
Tu mi guardi, assente e poi:- Se pensi di eccitarmi in questo modo ti sbagli-
Mi appoggio allo stipite e sollevo lentamente la gonna del vestito di seta: ti accorgi che non ho gli slip, il tuo sguardo si fa cupo, lo so che vorresti allungare una mano, ne sono sicura; invece chini di nuovo il viso sulla tastiera e mormori con voce sibilante:
- Basta me ne vado, è finita davvero, esci da questa stanza-
Io mi avvicino rapida alla scrivania ti vengo accanto e poso una mano avida sul tuo sesso eccitato: ne sento il calore attraverso i pantaloni, e quel calore si trasmette a me, mentre onde rosse di desiderio mi passano davanti agli occhi.

Ma tu scosti la mano, con impazienza, e ripeti:- Vattene-
-D'accordo, me ne vado, ma mi desiderererai tanto da non riuscire più a scrivere, questa notte. M'immaginerai tra le braccia di quello sconosciuto e mi vorrai a tal punto da volermi uccidere- Rimango stupita da quello che ho detto, ho pronunciato un incantesimo, una fattura, a cui tu non dai ascolto e continui:
- Domani, me ne andrò domani, dopo aver dormito qualche ora-

Una volta il nostro amore bruciava con feroce intensità, come fai ora ad essere così freddo, glaciale, intollerabile?

Verso la mattina, mentre tu russi- hai bevuto per avere il coraggio di lasciarmi- ritorno nella tua stanza, cospargo di benzina i manoscritti, i libri e i giornali che giacciono sparpagliati in giro, poi indietreggio di un passo,accendo un fiammifero e lo getto a terra.
Subito le fiamme si ergono maestose dal pavimento, tu ti svegli, balzi in piedi urlando e mi vedi per un istante, prima che io ti chiuda la porta in faccia. Avverto i tuoi colpi e il calore che mi sta investendo, le tue grida, forse il mio
nome; allora mi ritraggo e spalanco la porta: all'interno della fornace c'è un uomo fatto di fiamme turbinanti, una trottola incendiata e impazzita.
Osservo il terribile spettacolo, il ballo agonizzante e mi rendo conto che dentro di me sento ancora il ghiaccio.
Capisco che in questo mondo nulla potrà più scaldarmi.

Tranne le fiamme.
Non riesco a sopportare il freddo un istante di più.
Mi lancio oltre la soglia della stanza e mi getto tra le braccia dell'uomo fatto di fuoco.
Lo voglio sentire dentro di me. Ora.

 
 
 

*Quel tuo caimano sorriso**

Post n°232 pubblicato il 11 Luglio 2014 da mala_spina
 

sorriso caimano

 

L’ombra della barba sulle guance scarne è la bellezza di una terra di nessuno, nella sua immediata seduzione.
Zigomi tesi come se stessi aspirando uno spino confezionato male, occhi tutta pupilla, bocca arrabbiata, leggermente storta, sorriso caimano: hai un fascino sghembo, sotto i capelli liquidi di pioggia.
Per te potrei reinventarmi come fuggiasca-una zingara rom di Praga- per l’intrigante cupa disperazione  che sonnecchia nel tuo sguardo dietro il velo ipnotico degli occhi.
Mi piace quell’odore di giovinezza sfiorita in cui ti avvolgi  come fosse un regale mantello, un marchio d’orgoglio, una vittoria.

Lascia che abbassi la maschera che ti porti in giro, in un eterno carnevale veneziano, sotto un cielo cupo, grande e nero.
Lascia che ti accarezzi il petto e scenda giù, sotto la cintura, senza pudore, senza inquietudini.
Sono una donna da molto tempo, non guardarmi come se  avessi sempre quattordici anni, smetti di dirmi:
-Sei magra, mangia di più- perché, sì sono magra, ma i miei seni sono grandi, da un'eternità.

...E la sensualità delle vite azzannate come la tua mi travolge, complice quel caimano sorriso, pericoloso, sottilmente lascivo, crudele.
Ora, in questo momento, farei qualunque cosa per te, che mi sei bandiera, colori di guerra, coraggio e disperazione.
Ucciderei, se tu me lo chiedessi, senza esitare.
E probabilmente mi piacerebbe.
Non voglio la solita inflazionata epidermica avventura, un sacrilegio il solo pensarlo, ma di più, molto di più.

Voglio entrare nel torrente del tuo sangue, transitare attraverso il cuore che ora sento battere più forte sotto la mia guancia, capriolando tra i lembi delle valvole  cardiache simili a petali di stelle, per arrivare ai polmoni e respirarti in bocca, sentire il sapore della tua saliva, vedere da dentro come è veramente il tuo sorriso...
Lascia che ti ami, a modo mio, abbandonati a me.
Sei così intatto, inviolato, come una tela immacolata, senza altra storia che quella che già conosco o dovrei conoscere.
Fammene scrivere un’altra, brevissima, ma talmente intensa da durare un’eternità.
Dammi la possibilità di scoprire come sarebbe stato se...

 
 
 

*Game over** Per adulti

Post n°231 pubblicato il 04 Luglio 2014 da mala_spina
 

game over

 

Non c’è più niente dopo di te, ne sono sicura.
Ora conosco la magia, so che oltre le colonne d’Ercole regna sovrano il nulla.
Sono sola e non mi resta niente da cercare, da scoprire, neppure da rivivere.
Con chi giocherò i miei giorni se non ho più il mio sole...
Qui, in questa camera vuota di te,  so che ti amo, che ti amerò sempre, anche se ho dovuto allontanarmi, se ho dovuto perderti, perdermi.
Anche se  mi toccherà sopportare il tuo disprezzo  per l’eternità.
Non avresti dovuto cercarmi con tanta intensità.
Non avrei dovuto volerti  con  tanta  ostinazione.
Tre giorni chiusi in questa stanza, 72 ore per soddisfare quella voglia di te che mi sfiniva
Ma non è andata così.
Non abbiamo rispettato le regole, non le ho rispettate. Io ho ideato il gioco e la mia creatura mi ha ucciso.

Come nel film” Stay alive”: sono game over.

Sto pagando l’errore della mia curiosità e del mio coinvolgimento, che mi ha colpito come l’arma di un cecchino abilissimo:  affondo in una disperazione fredda, senza lacrime e sussulti.
Sola in un deserto. Non ci vedremo più, anche se...perché no comincia a mormorare una strana voce dentro di me, una voce falsa, ingannevole, bugiarda.
Favole.
Solo favole.
Mi sto raccontando bugie. Non ci ritroveremo mai.
Sto male, da 15 giorni non riesco a dormire e la notte è diventata così lunga da poterci nuotare dentro.Ho imparato anche a mentire, così bene, sapessi: son ricorsa a un malessere fisico, del resto di salute malferma lo sono, non credevo fosse così facile.
Perché vedi ...il mio corpo abituato al piacere, il mio corpo affamato che mai è andato troppo per il sottile nel procurarselo, ora ha fame solo di te.
Ed è destinato a morire  di denutrizione amorosa.
Insonnia.
E tu dove sei?Che cosa stai facendo?
Il cellulare mi scuote con il cancan di Offenback, una musica che ora mi pare oscena  così fragorosa, barocca, indifferente.
Lo lascio suonare guardandolo ottusamente
Il mio universo si è capovolto.
Ma non ti cercherò, in fondo i tuoi insulti fanno ancora male, mi appendo a loro come un naufrago a una zattera malconcia. In verità  erano parole d’amore da leggere al contrario.
In questa nostra incredibile storia niente è logico, giusto, fermo: nelle sabbie mobili delle tue mani che sento sempre su di me sto annegando.

Troverò un modo per sopravvivere, posso farcela anche senza di te, dopo di te.
Ma come  potrò respirare senza le tue labbra che mi sfiorano il cuore, senza le tue braccia che mi assediano la schiena, senza il tuo odore  confuso con il mio, senza le tue mani che m’immobilizzano tuffate nei capelli, senza il tuo gemere affannoso quando ti avvicini al piacere.
senza il tuo succhiarmi l’anima fino a sfinirmi.
Avevo pensato che tre giorni insieme dovevano bastare, per non  far soffrire nessuno, per non soffrire.
Errore: ora conosco  il segreto della felicità, è solo una malattia che può diventar mortale  in alcuni soggetti; eccomi, sono game over, malata di te, preda di  questo dolore d’assenza che mi taglia più di cento bisturi affilati.

Penserò  a te, amore mio, in ogni attimo libero, addomesticherò il pensiero per non dimenticarti.
Passerà una vita  e poi un’altra ancora, ma ti ritroverò, dovessi indossare gli stivali delle sette leghe.
Dovessi ridurre il mondo a un microcosmo  come quello di Alice.
Sarò tua per sempre e questo mi basterà, ti basterà.
Qualcuno che non sei tu si è già preso il mio cuore sano  e non sa che ora è mutilato, ferito, stanco
ma  a te basterà aprire il palmo della mano per ritrovartelo lì, caldo, pulsante,  vivo del mio sangue.
Presenza silenziosa, sarò con te in ogni passo che farai, ti aiuterò a rialzarti se ti capiterà di cadere, ad ogni scontro mi armerò per difenderti.
Mi stenderò  al tuo fianco notte dopo notte per vederti addormentare.
Cercherò di non avere paura del buio, quando il buio sarà la tua ombra.
Ora lo so, l’amore non è una carezza:
catene strette  alle caviglie
bende sottili  attorno al cuore
-ma il sangue scorre  dentro di me, nessuna benda lo può arginare-

Non ho rispettato le regole. Due giorni in più. Ho rubato al destino due giorni, .
E mi sono ammalata di te senza speranza.
Game over.

 
 
 

*Egyptian delicatessen** Per adulti

Post n°230 pubblicato il 20 Giugno 2014 da mala_spina
 

egyptian delicatessen,sensualità, eros, esotismo, egitto,

Konstantin Kacev-Il fluido reale


Sono da qualche parte nell’Alto Egitto, in un bianco villaggio nei pressi di Tell El Amarna; ci sono arrivata in fuoristrada, lungo una pista  tracciata nel deserto.
Si realizza finalmente il mio sogno di visitare da sola un Egitto fuori dalle mete turistiche, che conosco bene,
alla ricerca di antichi villaggi dove sia ancora possibile trovare pregevoli oggetti di artigianato, gioielli  lavorati in modo grezzo ma di grande effetto, e scattare fotografie in terre al di fuori del tempo sospese tra la lussureggiante vegetazione che accompagna le sponde del Nilo e il deserto.
 Ho con me una guida, si chiama  Ahmed, studente di  Scienze politiche  all’università del Cairo; nel tempo
libero accompagna gli stranieri che vogliono esplorare un Egitto diverso, parla correntemente quattro lingue.
E’bello, molto giovane, occhi neri  e liquidi, una pelle leggermente olivastra, tanto  setosa da parere quella
di una ragazza; alto per essere un arabo ed elegante, in  camicia di lino bianco e candidi jeans di tela leggera.
 
Quando me lo sono trovato di fronte  all’aereoporto ho immediatamente realizzato che l’avventura mi stava
aspettando, quella con la A maiuscola intendo.
Ho notato il suo sguardo  sorpreso perlustrarmi il  corpo, mentre in perfetto italiano,sorridendo, diceva:
-Deve esserci stato un errore,mi aspettavo una signora di una certa età, questa è una piacevole sorpresa-
-Anche lei lo è per me- ho ribattuto-anzi, sarà meglio darci del tu, io mi chiamo Fede, il tuo nome già lo so.
Hai procurato la macchina?-
-Si, è qui fuori, una  Range Rover-
 Allora mi sono persa a guardare le sue mani strette attorno alle valigie, e mi pareva di averle già conosciute,
tanto tempo prima, ma quando?
Un lampo di inquietudine il déjà vu...
Ci  dirigiamo subito  alla macchina, il caldo egiziano che sa di deserto mi  lascia per un attimo senza respiro;
sono partita da Roma sotto una fredda pioggia, con un clima pre-invernale.
Non voglio fermarmi al Cairo: proseguiremo verso Tell El Amarna, l’antica capitale di un Faraone  che volle
imporre al suo popolo il culto di un solo grande dio,Aton,il Sole.
Qui fu  ritrovato il busto della splendida Nefertiti, la sua prima consorte.
 
I villaggi che cerco sono sparsi nelle oasi, al confine con il deserto arabico.
Dal momento che dovremo fare all’incirca 300 km, Ahmed  ha trovato da sistemarci per la notte in una specie di 
pensioncina gestita da un suo conoscente  nel primo dei villaggi che  voglio visitare.
In questo modo potrò prendere subito contatto con la gente del posto, cercare notizie sui manufatti che mi
interessano, iniziare a scattare foto.
Inoltre pare che suo nonno abiti proprio in quel villaggio e allora mi chiede  perché non vado con lui a
trovarlo, così avrò modo di vedere una vera casa di campagna egiziana, affollata di tutti i suoi parenti.
Nella macchina fa molto caldo,l'aria condizionata non funziona,   teniamo i finestrini chiusi per non restare
soffocati dalla polvere e io mi accorgo che la t-shirt bagnata mi si sta incollando addosso.
Anche  i pantaloni di tela, per quanto leggeri, sono diventati una seconda pelle: cerco di asciugarmi con dei
fazzolettini di carta.
 Ora mi piomba addosso la stanchezza del volo, il cambio di temperatura, la sete, e mi appoggio indietro sullo
schienale, spossata, gli occhi chiusi.
 
La mia guida continua a parlare, con una voce dolce, cantilenante, mi racconta dei suoi studi, dei viaggi che
vorrebbe fare, mi chiede dell’Italia.
-Quanti anni hai?- gli domando –Venticinque- risponde-e tu?-
- Qualcuno più di te. Ce l’hai la ragazza?-
-Si,  ci conosciamo da bambini-
-Sei fedele?- gli chiedo d’impulso, e lo guardo, meravigliandomi del fatto che non sudi, pare fresco come una
rosa.
-Si, sono fedele- risponde- ma come dice il profeta, spesso  anche l’uomo più forte si fa debole di fronte ad un
avversario troppo agguerrito… e tu,  signora scura,sei bella in modo assai pericoloso-
-Più che altro mi sa che odoro non proprio di buono, visto quanto sudo, ci vorrebbe una doccia-
-Te la farai quando arriviamo dal nonno, ma la tua  pelle  profuma, te lo assicuro-
Io non rispondo a questi approcci diretti, forse dovrei, ma sento addosso una strana languorosa eccitazione che
mi fa desiderare carezze lente, estenuanti, sapienti.

Finalmente vedo un villaggio bianco, che  brilla contro la distesa di sabbia. Siamo arrivati alla prima tappa,la casa del nonno, che si rivela essere un agglomerato di  piccole costruzioni.
Superata una recinzione in muratura, pitturata all’interno di  blu e di bianco, vedo diverse case; una colorata
moltitudine esce per salutarci e per osservarmi  con grande curiosità: zii, sorelle, nipoti, cugini, bambini, una confusione terribile.
E io mi trovo improvvisamente al di fuori del tempo, in uno spazio dove tutto si muove lentamente, sotto un sole

ancora accecante, nonostante il pomeriggio inoltrato.
-Benvenuta nella nostra casa, Fede, sei la prima straniera che ci mette piede-  dice Ahmed.
Poi parla ad una ragazza  in arabo e lei sorridendo  mi accompagna fuori, in un  giardino chiuso da alti muri,
dove in un angolo c’è una grande tinozza, già colma d’acqua.
Vi sparge una polvere profumata, sistema la mia sacca su un vicino sgabello dove sta pronto un grande telo, e
con un  sorriso mi lascia.
Mi spoglio rapidamente ed entro nell’acqua: il piacere è indescrivibile, anche perché il sole sta calando e con
lui il caldo torrido.

Quando rientro in casa  Ahmed mi viene incontro sorridendo:
-Ti sei riposata?-
-Meglio che andiamo a cena e poi mi porti in albergo, non credi?- rispondo io, ma so già che non sarà così, lo
dico solo per salvare la faccia.
 
Ora la casa è buia, tutti i parenti scomparsi, arriviamo in una stanza illuminata solamente da candele, alcune
quasi consumate; al centro è preparata una tavola con due sedie, una vicina all’altra; in un angolo, sopra un tappeto, stanno sparsi grandi coloratissimi cuscini.
Nell’aria aleggia un sottile aroma di incenso, di cibo e di spezie, insieme ad un altro, morbido e  pungente
allo stesso tempo: hascisc? mi chiedo, ma non indago.
Ahmed mi fa accomodare e passa a descrivermi le vivande, mentre  mi serve pesce del Nilo, formaggio di capra,
olive nere, fichi maturi, uova, melanzane fritte, crema di ceci e yogurt.
Seduto vicinissimo a me, tanto da sfiorarmi il viso con il suo, mi guarda mangiare, parlando con quella sua voce
morbida e strascicata
Io non rispondo, ma le ginocchia mi tremano, mentre   il ben noto crampo di eccitazione al basso ventre inizia a
farsi sentire.
La cena è squisita e il tè, tiepido e molto zuccherato, con un retrogusto di gelsomino, rinfrescante.

Mi sento spossata, i sensi esaltati.
A bassa voce, quasi recitando una cantilena, Ahmed loda la mia pelle, i miei seni, i miei capelli e sempre nello
stesso tono mormora al mio orecchio quello che succederà tra poco, perché questo era scritto per noi.

Una candela si consuma completamente in una pozza di cera sciolta.
-La cena non è ancora finita il dolce lo gustiamo sui cuscini-
 e così dicendo mi accompagna nell’angolo della stanza, mi fa sdraiare e inizia a spogliarmi, con lentezza.
Non vuole che io faccia nulla.
-Stenditi, voglio guardarti per ricordarti così, sei bellissima-
Chiudo gli occhi: sento il lieve rumore dei suoi indumenti che cadono  a terra; poi  inginocchiandosi al mio
fianco dice:
-Ecco i dolci, miele e morbida pasta di pistacchio, assaggia- e mi porge un pasticcino da mordere: è davvero
squisito, dolcissimo, si scioglie in bocca.
Mentre sto gustando il dolce ad occhi chiusi  la lingua e le mani di Amhed hanno trovato il tesoro  portandomi
in paradiso: mi inarco, cerco di trattenere il piacere, per prolungare quegli istanti di beatitudine infinita, ma non mi riesce;sprofondo nella  piccola morte mentre sento la mia voce implorare:
-Ti voglio, dammi il tuo piacere-
 
 Il ragazzo allora mi  copre con il suo corpo  asciutto ed elastico e inizia a penetrarmi dolcemente, un braccio
stretto intorno ai miei fianchi, l’altro a sollevarmi il viso verso di lui.
Le sue pupille sono immense, c’è l’universo dentro...
Poi il ritmo cambia, diventa sempre più impetuoso e con  un’ultima spinta si perde in me: provo un insolito,
intenso, dolcissimo piacere, un forte calore nel ventre, mentre per la stanza si spande uno strano odore, un misto  di terra bagnata, di rose e di gelsomino.
Il Cielo ha fecondato la Terra, mormora una voce dentro di me...
Dalla finestra vedo la luna illuminare la notte egiziana.
Accarezzo i capelli del giovane uomo abbandonato sul mio corpo, prendo  un altro pasticcino dal vassoio al mio
fianco e lo mordo golosamente.

 
 
 

*Sicilia, una storia di treno: la vedova e il soldato**

Post n°229 pubblicato il 29 Maggio 2014 da mala_spina
 

storia di treno

Jeremy Mann: abbandono


Sicilia, Luglio, caldo apocalittico, sono le tre del pomeriggio sull’Intercity Conca d’Oro Messina-Siracusa.
L’impianto dell’aria condizionata funziona male con il risultato di alternare sudate orrende a geli artici.
Ho il portatile aperto ma non riesco a  scrivere nulla: così mi  perdo a osservare la donna che mi siede di fronte e non
capisco proprio come faccia con questo caldo a  star sepolta in tutto quel nero.
E’ vestita a lutto stretto, calze comprese,  e questo, anche per la Sicilia, mi pare fuori dal tempo.
Sui 45 anni, più o meno, è grassoccia, ha la fronte bassa e i capelli ricciuti tenuti all’indietro da un cerchietto
simil-tartaruga di quelli che si usavano una volta.
Il vestito pare una cappina, abbottonato davanti, scollatura pudica, unico gioiello un pesante crocefisso d’oro che
sobbalza ai movimenti del treno.
Insomma, una donnetta insignificante.
Se ne sta lì, a guardar fissa fuori, le mani screpolate raccolte in grembo.
Gli altri occupanti sono  un prete che legge attentamente il giornale, un donnone,  che divora  un enorme panino seduta
accanto al reverendo  e due uomini che da un bel pezzo  sono incollati alle mie gambe nude e alla mia scollatura: certo
il mio corto abituccio marinaro anticaldo da turista  contrasta visibilmente con il look funereo della vedova.
A un certo punto  arriva un militare, un ufficiale, che chiede se può  occupare l’unico posto libero vicino alla donna
in nero.
Lo chiede a me.
-Affermativo-
rispondo sorridendo.
E lui gentilmenete si sistema tra la  vedova e la cicciona.
A questo punto chiudo gli occhi e mi appoggio all’indietro, abbandonandomi a una fantasia che improvvisamente illumina
la  noia.
Far rivivere  a mio modo  e con altri personaggi la famosa “scopata senza cerniera “-ovvero l'attimo fuggente non
programmato del sesso-  dal libro “Paura di volare”  di Erika  Jong che ispirò anche un vecchio film  a episodi
protagonista Nino Manfredi  con sceneggiatura  di Enzo Siciliano.

 
Siamo nella Sicilia  degli anni 70, il treno è uno squinternato accellerato che arranca per la linea Caltanissetta –Agrigento in un Luglio arroventato.
Dal finestrino aperto foglie di ulivi ogni tanto entrano nella carrozza, fuori il paesaggio è arso da far pena.
Le cicale cantano a squarciagola, i paesini bianchi e rosa disseminati quà e là  paiono mummificati nella calura.
L’ondeggiare del treno e lo sferragliare ritmico sono ipnotici.
Vicino al finestrino sta seduta la vedova, lo sguardo perso nel polveroso paesaggio.
La  mia protagonista  è  una donna ancora giovane, matura nei fianchi e nel seno rigoglioso.
Ha un viso bello, dai tratti decisi, severo, le sopracciglia folte, gli occhi di liquida ossidiana, i capelli  nerissimi
e lucida stretti in una treccia arrotolata sulla nuca.
Indossa un vestito nero che pare di seta, aderente  che tende  a scivolare  oltre le ginocchia, mostrando un paio di
gambe non lunghe, forse un poco pesanti di caviglia, ma in complesso belle.
L’abito ha una strana scollatura a trapezio, anni 50,  che copre con fatica il seno generoso.
La croce d’oro rimbalza a ogni sobbalzo del treno su quella stoffa morbida che come un guscio protegge  i due bianchi
globi di carne.

Tiene le mani in grembo, e le tormenta spesso, ruotando le dita intorno alla fede nuziale, quando non è impegnata ad aggiustarsi la gonna.
Ogni tanto con un fazzolettino bianco si asciuga le gocce di sudore che le imperlano il viso.
Ha lo sguardo fisso fuori dal finestrino, e dentro a quegli occhi c’è il vuoto assoluto.
Nessuna emozione.
Ora vediamo gli altri personaggi.
Vicino alla porta scorrevole, dalla parte della vedova, siede una cicciona anziana, sudatissima, le gambe violacee
segnate  di vene varicose, in grembo un cesto coperto da un fazzolettone blù.
A un certo punto  la stoffa si muove e dal bordo spunta la testa coloratissima e vigorosa di un bel gallo che la donna
svelta si affretta a far rientrare.
Di fronte a lei c’è un prete, un fazzoletto bianco  intorno al collo per limitare i danni del sudore, la tonaca poco
pulita un poco slacciata, rosso in viso  per il caldo, e non solo per quello.
Ogni tanto lancia occhiate furtive alla vedova per poi immergere nuovamente il naso in un consunto breviario.
Di fronte alla mia protagonista  sono seduti una mamma con un ragazzino, che si muove in continuazione, aprendo e
chiudendo la porta scorrevole dello scompartimento.
E la madre come una litania, a voce alta, ripete:
-Pippuzzu, t’agghie rittu, vieni accà e assittiti o cantu di mia, nun me lu fari ripetiri navutra vota, prima ca ti
dugnu na naticata... Parrinu (parroco) lo dovete scusare, picciriddu iè,
mi fa dispirari; per favuri ciù dissi vossia ca se fa lu malu lu Signuri lu manna a lu infiernu-
Ma il  rimprovero è inutile, il prete sospira e non parla, par che dica -con questo caldo è fatica anche parlare- e il
bimbo ricomincia da capo.
 
In questo incrociar di sguardi, di grida di madre, rumori infantili, improvvisa comparsa  del multicolore gallo che finalmente attira l’attenzione del ragazzino creando ulteriore scompiglio, la vedova è sempre immobile, pare una statua.
Ora il treno si ferma in una minuscola  stazione..
Qualcuno scende, con fagotti e altri bagagli e sale un militare, in grigioverde.
Il  giovane ha visto, da terra, sfilargli davanti il viso della vedova, la nota, ne è attratto, e una volta salito cerca
lo scompartimento.
Arriva sulla porta  e con gentilezza chiede se il posto è libero.
Alla risposta affermativa si siede tra la  donna in nero e la corpulenta padrona del gallo.
Ecco, il militare lo vedo scuro di pelle e capelli, dalla bocca larga, con splendidi denti, gli occhi nocciola,
allungati, orientaleggianti, le ciglia folte, infantili.
Non molto alto, il corpo snello bagnato di sudore, si allunga sul sedile, divaricando le gambe.
Sta stretto tra le due donne, cosicché appena il treno  riprende il ritmico movimento le sue cosce sfregano contro
quelle della cicciona e della vedova.
La prima tenta di ritirarsi ancor più contro la parete, ma potrebbe farne a meno visto che si capisce subito a chi è
rivolto  l’interesse del ragazzo.
Per qualche secondo pare ipnotizzato dalla grossa croce d’oro al collo della vedova e dal suo ballonzolare sul petto
lucido di seta:
Op.
Pausa.
Op.
Salta su un seno umido e poi sull’altro.
Il pozzo e il pendolo.


Per un breve periodo di tempo l’uomo resta immobile, affascinato.
La donna tiene sempre lo sguardo fisso fuori del finestrino, anche quando sistema la gonna sulle ginocchia o cerca il
fazzoletto per asciugarsi il sudore.
Il ragazzino, forse intimorito dalla divisa, ha smesso di agitarsi e legge un “Topolino”.
Il prete, vinto dal caldo, si è addormentato, come la cicciona con il cesto..
La madre si è messa a consultare un  settimanale di pettegolezzi vari.
Il soldato si alza, con la scusa di aprire del tutto il finestrino, in realtà per guardare bene in viso la donna in
lutto.
Che non batte ciglio.
Nel sedersi così, come per caso, le sfiora un seno con un braccio.
Poi lentamente abbandona la mano sinistra tra la sua coscia e quella di lei e comincia a far vagare le dita  nella
stoffa morbida apprezzando la carne elastica e soda, spingendosi fino al fianco nell’esplorazione.
Lei continua a guardar fuori dal finestrino  fissando gli ulivi come se fosse Dio, li avesse appena creati e si
chiedesse annoiato come chiamarli.
Il soldato è visibilmente eccitato, accavalla le gambe, ha la mascella contratta, si capisce che febbrilmente sta
pensando a come appagare il suo desiderio.
In quel momento il ragazzino grida:
-Grotte, arrisvegliativi...-
allora è tutto un fervor di preparativi, un raccoglier roba.
Ma il soldato e la vedova restano al loro posto.
Il treno riparte, il crocefisso riprende il suo saltellare ritmico.
Allora il giovane infila di colpo la mano tra le cosce della donna, sale oltre le calze fino a raccogliere nel palmo
rovesciato il peso del suo sesso sotto l’intimo di cotone.
Lei  chiude quelle dita in una morsa di carne.
Il soldato resta un attimo indeciso ...quando arriva la galleria, chiaro simbolo dell’atto sessuale che tra poco si
consumerà.
Al buio, naturalmente, perché si sa , in quei vecchi treni la luce spesso mancava.

Ora in questa scena non ci vedo braccia e gambe che si agitano, furori erotici di vestiti strappati, ridicoli dimenar di natiche, gambe spalancate degne di ginnasti da medaglia d’oro.
Immagino un tutto buio che dura qualche secondo, il rumore del treno in sottofondo  mentre si ode distintamente  il
frusciar di stoffa ruvida  contro la seta,  di cerniere che si aprono, di carne  contro  carne, niente lamenti, sospiri, grida, solo parole incomprensibili mormorate a voce bassissima.
Si compie un rito e ciascun spettatore o lettore deve poterlo interpretare e immaginare come preferisce.


Il fischio della locomotiva annuncia il ritorno alla luce.
La vedova guarda di nuovo fuori, solo un ciuffo ribelle le danza su una gota, le mani nervosamente sistemano la gonna,
poi il fazzoletto torna ad asciugare il sudore, ora più copioso, soprattutto sul labbro superiore.
Il soldato è frastornato: i pantaloni ancora mezzi sbottonati, ha il respiro affrettato, gli occhi chiusi, le mani
abbandonate, ma in un secondo si riprende e si sistema ravviandosi i capelli e gli abiti.
Ora forse il ragazzo sta per parlare ma la donna si alza, la borsetta al braccio e senza degnarlo di uno sguardo si
avvia alla porta.
Esce nel corridoio, e la mano alzata di lui, pronto a fermarla resta lì, inutile.
Siamo arrivati ad Aragona: lei scende e si avvia per attraversare il binario parallelo (sono solo due) su un passaggio
di legno.
L’uomo la segue da dietro al finestrino con lo sguardo, quei fianchi agiscono su di lui come una calamita.
Si alza per seguirla ma in quel momento arriva un merci, che gliela nasconde alla vista.
Allora scuotendo il capo, ridendo tra sé, si stende per lungo su tre posti liberi e decide di farsi un breve sonnellino,
fino ad Agrigento.

 
 
 
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