Creato da mala_spina il 13/09/2011

LABIRINTO

L' Eros,l 'Avventura, il Fantasy del Fauno e della Strega

 

*Omaggio a Dorotea ** per adulti

Post n°243 pubblicato il 22 Ottobre 2014 da mala_spina
 

klimt

 

Un pomeriggio, in casa di amici,conobbe Dorotea, la bella donna di cui tutti parlavano, dai capelli lunghi e neri come la pece e gli occhi verdi dal taglio obliquo.
E subito  scoprì, con raccapriccio misto a eccitazione, di  aver incontrato il  suo assassino, quello che prima o poi tutti ci troviamo di fronte.
Iniziò a desiderarla subito, con un’ansia spasmodica che gli avvelenava i sensi e la vita impedendogli di respirare se solo pensava a lei.
Tentò in tutti i modi di conquistarla, la inondò di fiori, gioielli, e quant’altro potesse desiderare una donna: nulla servì a  fargli raggiungere lo scopo.

Era la prima volta che una  femmina gli resisteva  con tanta ostinazione.

Alta e maestosa, avvolta in lunghe vesti di stoffe preziose, si rifiutava anche di riceverlo, lasciandolo  fuori, nella strada come un mendicante ad aspettare un gesto di  invito che ne era sicuro non sarebbe mai arrivato.
Più lei insisteva a rifiutarlo, più lui si accaniva a desiderarla.
Ridendo calpestava la sua dignità, riduceva in briciole il suo orgoglio di maschio;  intuiva che se non fosse riuscito ad averla la sua virilità sarebbe finita in cenere.

Così, ridotto alla disperazione, andò da  Gudrun la strega, una maga potente che operava infallibili incantesimi.
Gudrun viveva nella palude dentro una palafitta; ricoperta di vesti stracciate, aveva  strani occhi viola da pazza, simboli incomprensibili disegnati sul corpo con l’henné e intorno alle braccia teneva attorcigliati due serpenti di fiume.
Le chiese di operare una magia, la più potente che conoscesse, per far sì che la bella orgogliosa cedesse finalmente alle sue voglie.
-Ricordati- mormorò la strega - a volte gli Dei ci puniscono concedendoci quello che desideriamo di più al mondo-
-Io voglio lei, Dorotea, e sono disposto a tutto, pur di averla-
-Allora, se il tuo desiderio è veramente così forte, ti darò la giarrettiera bianca; piacerà molto alla tua Dea, con questo fiocco di seta candido come la neve, come la sua pelle. Quando la indosserà io opererò  la mia magia -

Detto questo lo congedò e l’uomo non si accorse che i serpenti, accarezzando con la lingua fredda e sottile le mani della Maga, ridevano  alle sue spalle.
Ritornò con il dono alla porta di Dorotea; stranamente questa volta fu ricevuto e fatto accomodare nello stesso salotto dove aveva visto passare tanti  ospiti durante i suoi appostamenti.
Lei arrivò altera e sdegnosa come sempre; lui, tremando, estrasse dalla tasca la giarrettiera bianca e gliela porse in silenzio.
La donna lo guardò con aria interrogativa, poi:
-Volete forse che la indossi di fronte a voi? Siete audace signore, davvero, bene eccovi accontentato-

Alzò una gamba appoggiando la punta del piede ad una bassa seggiola e lui intuì la perfezione, sotto il candore delle calze.
La sua erezione fu immediata e dolorosa tanto era tesa la pelle sul sesso  eccitato.
Poi Dorotea prese dal tavolo la giarrettiera e la fece scivolare lentamente lungo la gamba fin sopra il ginocchio.
L’uomo non seppe resistere e si gettò su quella gamba e sul fiore di seta mormorando parole senza senso.
Allora la donna lo respinse con malagrazia e sfilato il candido eccitante ornamento glielo gettò addosso prima di scomparire per la stessa porta dalla quale era entrata.

Rimase lì, con  l’impalpabile oggetto in mano, finchè non ricordò le parole di Gudrun la strega:
-Opererò la mia magia attraverso il fiore di seta-
Così, spinto da un impulso incontrollabile, passò più volte la giarrettiera attorno al sesso  perché vi restasse il suo odore.
Poi si ricompose  e, preso un  foglio di carta dallo scrittoio, vergò queste parole, sicuro che le sue sofferenze d’amore  fossero finite:
-Ho avvolto la giarrettiera sul mio sesso  che spasima per voi;
 Non potrete fare a meno di indossare il mio dono e quando lo farete io lo saprò  dalla mia eccitazione: smanierete per me  anche se sarò lontano chilometri.Ora sono  certo che sarete mia, nè io nè voi potremmo più evitarlo, neppure se volessimo-
Sul foglio, che appoggiò in bella vista sul tavolo, lasciò il bianco fiore di seta.
Infatti, dopo circa due ore, sentì una violenta fitta di piacere all’inguine e seppe che Dorotea in quel  preciso momento si era infilata la giarrettiera.
Allora corse da lei; la donna venne ad aprirgli, smaniosa ed eccitata, e fecero l’amore come a nessuno dei due era mai capitato prima.
Dorotea si perse in un mare di piacere che la lingua, la bocca e il  sesso instancabile dell’uomo sapevano procurarle.
Lui era finalmente arrivato al suo Paradiso, quello che aveva tanto sognato, perché lei era veramente il massimo che un uomo potesse  desiderare.

Ma giorno dopo giorno Dorotea continuò ad indossare la giarrettiera magica, non ne aveva mai abbastanza dell’uomo che l'amava con tanto vigore.
Così in breve tempo lui si ammalò di consunzione e morì .
Le ultime parole che sentì, prima di sparire nel Grande Buio, furono quelle di  Gudrun la Strega:
-Attento, a volte gli Dei ci puniscono concedendoci quello che  desideriamo di più al mondo-

 
 
 

*Rosso d’antiche sere**Per adulti

Post n°241 pubblicato il 05 Ottobre 2014 da mala_spina
 

antiche sere

 

E’ un  rituale sacro per me accompagnarti a visitare quella  che io chiamo la Villa dei Misteri:  si tratta di una grande casa, un palazzo seicentesco, un tempo splendido di pitture, marmi e stucchi ora quasi un cumulo di rovine  distante pochi chilometri dall’abitazione avita della mia gotica famiglia.
Resta miracolosamente ancora intatta la facciata con la splendida loggia caratteristica delle ville di quel secolo abbellita da colonne candide in marmo di  Carrara. Per il resto è  devastazione ad opera del tempo e dell’incuria umana; franati all’interno gli splendidi sofitti affrescati, il tetto si apre in squarci sempre più ampi.
Ma sono rimaste stranamente  integre le scale interne che portano alla loggia.
La villa è recintata, inaccessibile sia perché pericolante sia per  una annosa faida di eredità. 
Io però conosco il modo per  entrarci, il passaggio segreto attraverso una piccola porta nascosta dall’edera e dagli spini che  si apre direttamente nella cappella .
E lì inizia la magia della visita, quando ci si trova tra marmi divelti, un altare scrostato e  un insolito ancora brillante azzuro che affresca il soffitto a botte. La sconsacrazione è palpabile, almeno per me e oltre a quella  una strana corrente infilandosi nelle crepe dei muri pare un lamento, forse quello della marchesa Isabella Cattaneo, la fedifraga, che proprio qui fu  uccisa dal marito geloso a pugnalate mentre era assorta in preghiera.
Sacro e profano  tra queste mura respirano ancora insieme ad  un sentore di sensualità stagnante che da sempre mi allerta i sensi.
Ecco  perché chiamo il palazzo “Villa dei Misteri”.

Alla Villa dei Misteri ho voluto portare anche te,  già intrigato dalla sua storia che ti avevo appena raccontato:  mi hai seguito  per la porticina segreta in silenzio ma quando ti ho preso la mano per condurti fino alla  loggia  mi hai guardato inquieto:
-Ma  come ci arriviamo lassù? pare che stia per cascare tutto-
Ho riso e ti ho guidato attraverso la cappella, poi da qui per saloni verdi d’arbusti e detriti,  mostrandoti i resti degli splendidi affreschi,  per arrivare,  salendo in fretta lo sconnesso salone, fino alla loggia seicentesca.
Mi appoggio  alla balconata che è alta e mi perdo nella contemplazione del paesaggio, come ogni volta, mentre tu mi abbracci baciandomi sul collo.
Comincia a spirare quello strano vento, denso di sensualità, che io ho sempre respirato qui: come di gemiti di piacere risvegliatisi da un un lungo sonno, di attese nel  rosso d’antiche sere estive,odoroso di carezze estenuanti; mani invisibili sollevano un poco la gonna leggera per inoltrarsi sfacciate tra le cosce.
Mi sporgo e saluto Martina una anziana donna che abita nelle vicinanze, proprio sotto la Villa,  con il terrore che i ruderi le cadano in testa: da parecchio tempo non mi vede, è abituata a quelle mie proibite incursioni; ogni volta non può fare a meno di raccomandarmi prudenza  e soprattutto di uscire presto da lì.
Ma tu, amore mio, dove sei finito? Peché Martina non ti vede?

La risposta mi arriva da una mano agile e sapiente che lenta si insinua sotto le gonne poi accompagnata dall’altra che si muove sull’identico percorso e capisco: mi sei alle spalle, invisibile dal basso.
Il cuore mi batte a mille, la endorfine galoppano, il ventre s’accende.
E mentre chiedo alla donna notizie della sua numerosa famiglia poggiando i gomiti sull’alta balaustra, il viso sui palmi congiunti, tu mi sfili gli  slip  poi delicatamente mi sposti all’indietro, contro il tuo ventre, per iniziare ad accarezzarmi.
Ti sento mormorare:
-Mi vuoi vero? sei calda, morbida e umida come  burro fuso -
Così dicendo mi premi contro il sesso rigido, non ti ho mai sentito così, le tue mani sui miei fianchi sono lame che  artigliano la stoffa leggera del vestito.
Poi entri in me, lentamente, ed io ti sento dentro  così  a fondo, così mio, che mi par di svenire mente il vento mi porta  i tuoi gemiti soffocati insieme all’odore dolciatro del sesso, della passione  di cui la casa è impregnata, di cui ora sta rivivendo, ne sono sicura.
Non resisterò a lungo  e  mentre continuo a parlare  all’anziana donna con voce sempre più debole sento un sole aprirsi nel ventre, un sole dal calore insostenibile e poi  mi dissolvo nel piacere mentre tu  micostringi contro il muro quasi a voler penetrare  fin dove nessuno era mai arrivato.
Il tuo gemito di piacere  è quasi di stupore, di gioia e di sorpresa  come se ci fosse mescolato anche un attimo di dolore.
-Fede ti senti bene? ma che hai, sei ammutolita...-chiede Martina
E io, con voce malferma:
-No solo un forte mal di testa, nulla, ora passa-

Poi ti affacci anche tu alla balaustra, saluti la donna e:
-Andiamo via, c’è uno strano vento qui, tutta questa bellezza in rovina  mi fa pensare alla morte. Come è la storia della Marchesa uccisa nella Cappella? Dai, raccontamela di nuovo-
E mentre scendiamo lo scalone pericolante mormori:
-E’ stato come farti l’amore ai confini di un sogno Fede, come annegarti dentro-
Sorrido e ti prendo la mano.

 
 
 

*Prada** Epilogo -Per adulti

Post n°240 pubblicato il 25 Settembre 2014 da mala_spina
 

prada

Annick Bouvattier- Féminitudes


La settimana scorsa decisi di farmi un super regalo, un paio di sandali color turchese di Prada; ho una vera passione per i sandali allacciati alla caviglia, con il tacco alto e sottile, possibilmente di marca prestigiosa e di conseguenza costosissimi.
Concluso l’acquisto, li volli indossare subito, ma andavo di fretta tanto per cambiare, e il mio equilibrio su quei trampoli era alquanto instabile.
Arrivata nel portone di casa quasi di corsa scivolai sul pavimento lucido; mi ritrovai a terra, con un gran dolore al ginocchio sinistro e il palmo delle mani rovinato e sanguinante.
Mi sentii sollevare come fossi una ragazzina gracile da due braccia robuste e mi trovai di fronte il viso preoccupato di Paolo , che arrivato nell’ atrio per uscire mi aveva trovata gemente stesa a pelle di leone.
-Ma come hai fatto a cadere, sono questi tacchi, magari correvi, andiamo, ti accompagno a casa-

Come fummo nel mio appartamento mi fece accomodare sul divano, poi chiese dove fossero disinfettante e garze e con una delicatezza infinita cominciò a ripulirmi, prima le mani, poi il ginocchio; si accorse che a mezza coscia mi si stava formando un grosso livido e ci passò sopra la mano, come per farlo sparire.
Stava con il capo chino e io mi accorsi di quanto fossero fitti i suoi capelli, che avevano qualche striatura bianca e mi sorpresi a desiderare di infilarci dentro le dita.
Sospirai piano, quando la mano mi accarezzò la coscia; anche lui si accorse che qualche cosa era improvvisamente cambiato tra noi.
Alzò lo sguardo dritto nei miei occhi, poi mi toccò con dolcezza il viso e i capelli, e… suonò il suo cellulare.
Il momento magico era passato; si alzò:
-Ciao,Laura, si, sto arrivando; comincia tu, ho aiutato Fede che è caduta, si, anche io, a presto-
E poi:
-Fede, allora noi domani partiamo per l’Elba, torniamo tra una settimana-la voce era incerta mentre io pensavo che ero una maledetta stupida, mi ero scordata che era sposato? Non avevo mai infranto la regola numero uno, prima d’ora; poco prima avevo appena rischiato di farlo.
-Ciao, Paolo, saluta anche Laura, io me ne vado a letto presto, mi fa male il ginocchio; anzi telefono a Fabiana che venga a dormire da me-
Ci salutammo così...oh, finalmente un poco d’aria, mmmm...che sonno...

Un odore penetrante di tabacco mi fa starnutire, mi sveglio, apro gli occhi e lui è qui, appoggiato alla ringhiera, Malboro tra le dita , che mi guarda dormire.
- Che ci fai qui, Paolo?-chiedo -non dovevate tornare domenica?-
- Infatti sono solo, ho dovuto far una salto in studio, Giacomo  (il socio) non trovava dei documenti ( bugia, bugia, bugia)-
Ora lo guarda, eccome, il mio corpo nudo: non si muove, ma mi accarezza tutta con gli occhi; anche io resto immobile, trattenendo il respiro, mentre l’eccitazione mi sale dentro, in onde concentriche, sempre più ampie.
Poi spegne la sigaretta, mi prende per le spalle e mi fa alzare: rimaniamo uno di fronte all’altro per un attimo poi gli getto le braccia al collo lui mi stringe contro di sè e mentre ci baciamo con violenza, solleva con forza il mio sedere verso il suo grembo; io gli stringo i fianchi con le gambe in una mossa a tenaglia e lo sento premere, esigente.
Mi spinge contro il muro.
Sento il rosso caldo del desiderio scorrere tumultuoso nelle arterie.
Lui geme, mentre all’orecchio gli soffio quanto lo voglio.

Con un colpo mi entra dentro :
-Sapessi quant’è che mi immagino di scoparti, dalla prima volta che ti ho visto sul terrazzo, ti ricordi? Fede, ti ricordi?-
Non posso rispondere, sto per venire, lo voglio, tu non esisti più e neppure sua moglie, ora ci sono solo una donna  e un uomo unici al mondo a fare l'amore.
Grido, a lungo, mentre Paolo si spinge sempre più a fondo, per finire in me con un lungo sospiro, come di liberazione.
Sono sconvolta, scivolo sotto di lui, entro in casa e mi butto sul letto.
Resta ancora appoggiato al muro per un attimo, poi mi segue, e si spoglia, si allunga al mio fianco e mi abbraccia.
Nessuno dei due parla, a che servirebbe?

Non so per quanto tempo restiamo così, in silenzio, i nostri corpi lucidi di sudore emanano l’odore dolceaspro del sesso goduto appieno.
-Paolo, facciamo una doccia-dico io
-Si, credo proprio sia necessaria, sono a tappeto, non ho più l’età per queste acrobazie,
colpa tua , erano anni che una donna non m’intrigava così-
Entriamo sotto la doccia, insieme: che meraviglia, l’acqua fresca sulla pelle infuocata, Paolo mi lava i seni, con lenti movimenti circolari; lo guardo negli occhi e lui:
-No, fai la brava, no, Fede-

Ma io non gli dò retta e intanto penso che mi sono sforzata davvero di esserti fedele, lo sono stata per un mese intero... poi...sì, Paolo è sposato , ho infranto la mia regola numero uno, non succederà mai più, è stata una eccezione.
Ma in fondo le regole sono fatte solo per essere infrante

FINE

 
 
 

*Prada** Prima parte-Per adulti

Post n°239 pubblicato il 24 Settembre 2014 da mala_spina
 

Prada

 

Sono gli ultimi giorni di un Luglio apocalittico, il primo che passo lontano dal mare: quanto mi manca.
L’unica consolazione è questa terrazza, vero gioiello del mio appartamentino all’ultimo piano di un vecchio palazzotto situato nel centro storico.
Per tutto l’inverno, la nebbia ha nascosto il sole facendomi rischiare congelamenti vari, ora , invece, mi pare di soffocare avvolta da un lenzuolo di perenne umida calura.
Il sottile vestito che indosso è bagnato di sudore: lo tolgo e rimango nuda, tanto so che i miei vicini, che occupano la terrazza confinante con la mia, sono fuori per una vacanza.
I miei vicini, Paolo e Laura; Paolo…
Mi alzo, per andarmi a bagnare alla piccola fontana che uso per innaffiare i fiori.
Mentre tengo sospesa la gomma sopra la testa guardo il panorama  oltre l’antica ringhiera di ferro: la cupola del Battistero e l’imponente sagoma del Duomo, accerchiate dai tetti rossastri delle case offrono una magica scenografia alla luce dei lampioni rossastri; più lontane spuntano le sagome delle antiche mura, e oltre, luccica il fiume, ormai ridotto a un quasi-rigagnolo.

Si, è una gran bella vista, ma non si muove un filo d’aria...

Quando anche i capelli sono fradici torno alla sdraio e mi abbandono, perdendomi nella contemplazione della boungavillea rosso- lacca che sono riuscita a trasportare qui e che mi ha invaso il terrazzo, sovrastando con il suo acceso colore gli altri fiori: pare di stare in mezzo a una fiamma che per fortuna non riscalda.
Chiudo gli occhi e mi prende improvvisa e violenta la voglia di fare l’amore.

Ma ti ho fatto una promessa, prima che partissi: ti sarei stata fedele, a qualunque costo, per tutto il periodo della tua assenza.
Solo che improvvisamente l’appartamento vicino al mio, sfitto da secoli, è stato occupato; da una coppia, Paolo e Laura appunto.
Tu eri appena partito quando li ho conosciuti e comunque con Paolo non c’è stato ancora niente, per ora.

Ripenso a questo ultimo torrido mese, a quello che è successo su questa terrazza.
Mi accarezzo con dolcezza il ginocchio sinistro ancora malandato e il livido bluastro sulla coscia mentre  i pensieri vanno e vengono, forse tra poco mi addormenterò, intanto mi perdo nel ricordo.

Tu eri appena partito e il caldo già imperversava, quando mi dissero che l’appartamento vicino al mio, sfitto da anni, era stato affittato a una coppia, che però l’avrebbe occupato non prima di settembre.
Ne fui felice, pensando che avrei potuto godermi il mio ampio balcone per tutta l’estate, senza il timore di essere spiata: infatti le ringhiere unite delle due terrazze formano un grande angolo ottuso, mandando a farsi benedire la libertà cui tengo tanto.
Appena arrivata nel nuovo appartamento ho collocato sul basso muretto che divide i due spazi contigui degli enormi vasi di fiori, in modo da avere un po’ di privacy, anche se minima ed evitare al mio adorato gattone troppi giri sui tetti vicini.
Così quella sera dei primi del mese, già afosissima, me ne stavo sdraiata come ora, nuda e bagnata d’acqua e di sudore ad aspettare un alito di vento che mi rinfrescasse; l’ultima cosa che ricordo, prima di addormentarmi, fu la coda del micione che spariva tra i due grossi vasi di ortensie.
Il miagolio del felino mi svegliò: aprii gli occhi e vidi il viso sorridente di un uomo spuntare tra i vasi. Stringendo tra le braccia la belva, con assoluta noncuranza per le mie nudità chiedeva:
-E’ suo questo?-
Balzai in piedi e afferrai un asciugamano, ma il viso del mio nuovo vicino - perché era lui- rimase inperturbabile: neppure un’occhiata alle tette o alle gambe, continuava a guardarmi in viso, porgendomi il gattone miagolante.
-Ma lei chi è?- chiesi, domanda pleonastica.
-Il suo nuovo vicino, tra poco arriva anche mia moglie, abbiamo deciso di anticipare i tempi, domani facciamo trasloco…-
-Bene, quando è così, venga- dico io, porgendogli una sedia- mi metto un vestito e facciamo conoscenza, visto che le nostre terrazze sono confinanti-

Chiaccherammo un po’ così mi accorsi che era meno giovane di quanto mi era sembrato tra le ortensie, sulla quarantina, molto alto e robusto, aveva un aspetto solido; nel viso segnato da qualche ruga spiccavano gli occhi, azzurri e mobilissimi; parlava pacatamente, con gesti misurati, disse anche, mentre io mi stavo liquefacendo, che quella era la sua città, e che tutte le estati erano così, lui non sentiva poi tutto questo caldo.
Mentre parlava accarezzava il gattone che beatamente dormiva sul suo grembo.
Nulla di sessuale scattò tra di noi, nessun mistero biochimico attirò i nostri corpi; di lì a poco conobbi anche la moglie, una ragazza sui trentacinque, piccola - faceva un certo effetto vicino a lui così alto- mora e carina, gentilissima.
Comunque, anche se un certo interesse l’avessi provato, l’avrei soffocato a tutti i costi, fedele al principio: “Gli uomini sposati sono off limits, mai essere sleali verso un’altra donna, costi quel che costi”.
Ma questo era un mese fa, il digiuno sessuale era appena iniziato, e poi…
I nostri rapporti divennero più stretti, spesso ci trasferivamo sulle rispettive terrazze per chiaccherare fino a tarda notte, cenavamo insieme, ci scambiavamo gli amici.
Naturalmente dovetti imparare a girare per la terrazza vestita, perché alcuni dei loro ospiti erano visibilmente intenzionati ad alleviare la mia solitudine - sapevano che ero temporaneamente libera e forse intuivano anche affamata- mentre lui non pareva affatto accorgersi del mio corpo.

Galeotto fu Prada, parafrasando il Poeta.

(Continua)

 
 
 

*La stanza dello scirocco**Per adulti

Post n°238 pubblicato il 12 Settembre 2014 da mala_spina
 

stanza dello scirocco

Alex Alemany:realtà scomposte

Caldo torrido, afoso, snervante, bagnato.
Caldo d'Africa, che sta di fronte alla mia isola, caldo di scirocco, vento misterioso, che porta con sé la sabbia rossa del deserto Libico.
Rumore di acqua che scorre nella grande vasca rivestita di ceramica azzurra sistemata sotto ad uno dei finestroni difesi da robuste sbarre di ferro seicentesche.
Guardo in alto: le antiche volti a botte costruite dagli architetti arabi tanti secoli prima esigono il silenzio; si dice che una tonalità di voce troppo alta potrebbe farle crollare.
Da quanto tempo sono chiusa in questa stanza, la più antica del nostro palazzo ormai in rovina?
Non lo so, nella mia mente c'è un buio ovattato, un muro di silenzio, raramente affiorano brandelli confusi di ricordi.

Allora rivedo la lama di un coltello e il rosso del sangue che mi ricopre, mentre urla spaventose che solo io riesco a udire percuotono i miei timpani; perdo conoscenza e quando ritorno in me mi ritrovo sdraiata sul pavimento di mattoni di questa stanza, la stanza dello scirocco.
I miei antenati , i principi di Falconara, la chiamavano così, perché qui si radunava tutta la famiglia nei giorni di caldo africano, i giorni dello scirocco appunto; si bagnavano nella grande vasca araba , poi sdraiati su divani e poltrone aspettavano, immobili, che dalle enormi tende di pizzo appese bagnate davanti ai finestroni arrivasse loro un soffio di vento fresco.
Ma lo scirocco non è mai fresco, anzi, con l'umidità delle tende, che non riuscivano ad asciugare, diventava ancor più caldo e insopportabile.

Così mi raccontava la principessa mia madre, ma quando? Non lo so, non la vedo da molto tempo, dal giorno in cui mi hanno chiusa qui sotto.
Sepolta viva.
Per me non ci sono comodità, niente morbidi letti o graziosi arredi, solo qualche sedia di vimini a pezzi, un tavolo e un lettuccio: sono in prigione, ma non so il perché, non lo ricordo.
A volte sento attutiti i rumori del palazzo in rovina, la voce alterata della signora madre che rimprovera uno dei pochi servitori rimasti.
Il mio unico ricordo chiaro è una data: 4 agosto 1858; forse in quel giorno sono scesa qui, per non tornare mai più nel mondo dei vivi.

E' notte, dal giardino incolto che circonda questo lato della casa, isolato dal resto della proprietà da alti muri, mi arriva un odore greve, untuoso e carnale, le zagare sono in piena fioritura, mentre alcune piante di rose, abbandonate a se stesse, stordite dai nostri lugli apocalittici, emanano intensi profumi che sanno vagamente di morte.
Mi sono appena bagnata nella vasca, ora sono qui, abbandonata su una grande sedia malconcia, il corpo nudo macerato dal caldo.
-I piemontesi forse sbarcheranno a Sciacca- di chi è questa voce di uomo, che mi fa balzare repentinamente verso la finestra?
Silenzio, le voci si sono spostate in un'altra stanza.
Mi avvicino a un vecchio specchio scrostato, che chiamo lo specchio magico, perché ha il potere di riportare alla mia mente sprazzi di ricordi.

Non riconosco mai la giovane donna riflessa.

I capelli lunghissimi e neri pesano sulle spalle, li sposto, per rinfrescarmi il collo.
Brillano nella scarsa luce gli occhi scuri, brillanti, dalle palpebre pesanti, spesso socchiuse.
-Occhi del diavolo- urla una vecchia voce sgraziata nella mia mente.
Mi chiudo le orecchie con le mani per non sentire.

I seni sono grandi, pesanti, lucidi di sudore; li accarezzo e una sensazione di piacere intenso mi assale, porto una mano al sesso e sospiro.
-Peccato- urla la stessa voce -Peccato mortale- sussulto, togliendo la mano di scatto e vedo una suora, brutta e vecchia, la bocca aperta nel grido, il dito grinzoso volto al cielo in segno di minaccia. Poi odo il fruscio di ampie gonne di seta sul pavimento,voci di uomini  e sento mani, che non sono le mie, a percorrermi il corpo:chiudo gli occhi, come è bello questo sogno, pare vero.
All'improvviso una lama di pugnale mi acceca con il suo splendore: urlo e abbandono lo specchio, terrorizzata.
Torno sulla sedia, mi lascio andare al caldo e alla notte siciliana, piena di odori e di profumi che mi fanno smaniare.
Ma stanotte una fame improvvisa mi assale, non di cibo, ma di un altro corpo che mi tocchi, che mi prema, che mi faccia cose che neppure so - ora i muri della mia mente si chiudono-

Torno di fronte allo specchio, questa volta non scapperò, urlate quanto volete,voci della mia mente.
Ma non sono io l'immagine sorridente riflessa, è quella di un giovane uomo nudo, alto, biondo,
di quel biondo normanno che risplende come oro antico: lo conosco, ne sono sicura; mi avvicino per stringermi a lui  ma bacio le mie stesse labbra , perché l'uomo è scomparso.
Sono sconvolta, il caldo opprime il respiro, guardo oltre le fitte sbarre della finestra: la luna è piena, ma sembra galleggiare in un mare di latte.

Sui monti lontani, oltre il muro, brillano fuochi sparsi: ma chi sono questi "piemontesi "?
I pensieri si affollano nella mia mente, il sangue scorre bollente sotto la pelle.
Sdraiata sulla sedia, mi asciugo il sudore tra i seni e poi lo sento: uno sguardo alle mie spalle che mi penetra  come una spada.
Ma chi può essere, solo la signora madre ha la chiave di questa stanza.
Volto all'indietro il capo sopra la spalliera, lasciando i capelli liberi, nel vuoto.
Appoggiato al muro, dietro di me c'è Giovanni, il marito di Isabella, mio cognato,il mio amore: lo riconosco, ma perché è qui? Se ne era andato, dove e per quale motivo? Non lo so , ma ora ricordo una fuga notturna e di nuovo tutto quel rosso sparso intorno a un corpo di donna scomposto come un fantoccio sul selciato.
Isabella che gridando vola dalla grande finestra come un angelo.
Poi la Signora Madre che urla:
-Puttana, tu hai assassinato tuo marito e tua sorella, tu, morirai sepolta viva-

- Giovanni...  sei tornato- mormoro, ma ora non è più Giovanni, scuro come me, è quell'altro, mio marito, biondo e ricciuto:
-Vieni- e gli apro le braccia.
L'uomo si avvicina, mi prende i capelli, avvolgendoli in una massa pesante e vi immerge il viso, mentre mormora- Consuela, sono tornato per l'odore dei tuoi capelli, non posso vivere senza di te-
Gli afferro le braccia e costringo le sue mani a scendere sui miei seni.
Li afferra con forza, gemendo.
Ora so che cosa devo fare, la mia fame si placherà, finalmente.

Lo scirocco sconvolge i sensi.
Lui percorre il mio corpo con sguardo avido, riconosco nei suoi occhi quella luce opaca eppure intensa.
Balzo in piedi e mi stringo a lui,  la bocca nella sua.
Me lo trascino addosso sul lettuccio e allora ricordo tutto, ricordo Ranieri, il mio giovane sposo, così biondo e luminoso, tanto quanto io  e  mio cognato siamo scuri, anime di tenebra.
E quando  tentai  di scacciarti dal mio letto per sempre, Giovanni, perché non volevo più vivere nel peccato, allora tu...
Il mio orgasmo è improvviso, lacerante, un'ultima spinta e scivoliamo nel vuoto del piacere, con un grido soffocato.

Ora devo pensare in fretta, ora ho  Ranieri addosso, è il 4 agosto 1858,  Ranieri che grida perché un pugnale gli ha perforato un polmone, grida perché non vuole morire, bagnandomi con il suo sangue.
Io sono pietrificata, mentre guardo Giovanni infierire su di lui e chiudo gli occhi, pregando:
 -No, no, no-
L'ultimo ricordo che ho è il suo  volto deformato dall'odio insieme alla certezza di volere morire
anch'io.
Ecco perché tiro fuori da sotto il cuscino il coltello da cucina che ho nascosto lì, non so più quando , e con forza lo pianto nel torace del mio  unico  amore, se ho fortuna gli spacco il cuore.
Ho fortuna: trafiggo cuore e polmone insieme, lo capisco dal gorgoglio del sangue che mi inonda il collo e parte del viso.

Ma questa volta i miei occhi sono aperti, così posso vedere lo sguardo di Giovanni:sorpresa e  dolore.
Mormora qualche cosa come -Perché? - e mi ricade addosso.
Lo scosto, mi alzo e vado all'antica vasca per ripulirmi di tutto quel liquido vischioso: l'acqua diventa color porpora.
Così se ne va anche il mio peccato, ora sono pulita.
Guardo verso il lettino: chi è quell'uomo nudo sdraiato sul mio materasso che si sta rapidamente tingendo di rosso?
Devo chiamare, dovrò gridare e se cadono i soffitti?
Ci penserò, mi risiedo sulla vecchia sedia, davanti alla tenda che lo scirocco gonfia, e ricomincio ad asciugarmi il sudore...

 
 
 
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