Creato da mala_spina il 13/09/2011

LABIRINTO

L' Eros,l 'Avventura, il Fantasy del Fauno e della Strega

 

*Anche il Presidente ha bisogno di passione** Per adulti

Post n°245 pubblicato il 15 Novembre 2014 da mala_spina
 

passione

 

Eric K.Wallis:  Il colore del silenzio


Venezia e Verona sono due città legate strettamente alle mie storie amorose fin da quando ero ragazzina.
Venezia con il suo splendore bizantino che  ritrovo sempre anche nella nebbia e nello sporco, ne segna l'inizio -un viaggio inaugurale a Venezia è d'obbligo con un nuovo amante- mentre a Verona, l'altezzosa scaligera, torno per consumare la tristezza e il rimpianto della fine, che per altro ho quasi sempre provocato io, più o meno di proposito.
Così in questo inizio Ottobre ancora caldo mi ritrovo a passeggiare senza meta per il centro storico della città abbracciata dall'Adige, inappetente di corpo e di spirito, in una specie di lacrimoso ramadan personale.
Alcuni amici mi hanno passato un invito per la presentazione dell'ultimo libro di un autore che non è certo tra i miei preferiti e che si terrà al Castello di S. Giorgio.
Sarò sola, loro non verranno.
Mi annoierò di sicuro ma anche la noia fa parte del complicato cerimoniale di autopunizione con espiazione.
Decido di andare a piedi, camminare lungo il fiume mi piace, soprattutto di sera.

Mi vesto meccanicamente e i tacchi alti che penso di indossare per l'occasione non mi fanno tornare sulla mia decisione di rinunciare alla macchina.
Esco e le occhiate interessate dei maschi per strada mi lasciano indifferente.
Brutto segno, chiaro sintomo della crisi che è ancora in atto.
Arrivo alla sala del castello predisposta per la cerimonia e occupo la prima sedia che trovo libera.
L'autore sta già parlando; distrattamente guardo il mio vicino.
E' un uomo oltre i quaranta, alto e robusto, molto elegante, come è elegante il resto del pubblico.
Io con il mio leggero vestito "marinaro" e la pelle cotta dal sole sono decisamente fuori posto.
Decido che ha un buon odore, il mio vicino.
Profuma di signorile eleganza e costosa colonia: un ottimo esemplare di maschio della Verona bene.
Poi è lui a voltarsi verso di me, incuriosito.
Finché decidiamo di smettere quel balletto di sguardi, ci salutiamo e ci presentiamo:
-Fede-
-Francesco-
Scopriamo di essere senza compagni tutti e due, decidiamo che decisamente quell'autore è pomposo e noioso, ma restiamo fino alla fine. Beviamo anche qualche cosa insieme, nel rinfresco che segue, chiaccherando piacevolmente del più e del meno.

Lui è conosciuto, saluta parecchia gente ma non si ferma con nessuno.
Fino a quando decido che è l'ora di andarmene.
E' passata mezzanotte da un pezzo e devo tornare a casa a piedi.
Non mi preoccupo di eventuali aggressori notturni, ma delle mie povere estremità che cominciano ad essere doloranti.
Comunico la decisione a Francesco, che pensa di venir via con me.
Arrivati sulla strada allungo la mano per salutarlo e lui:
-Ma non ha la macchina? non vorrà andare a piedi a questa ora di notte. Io abito qui vicino, venga con me, così l'accompagno con la mia- Questo detto con assoluta naturalezza infatti mi guarda come se fossi trasparente, neppure per una volta ha dato un'occhiata alle mie tette oppure alle gambe che pur sono in mostra.
Ed io, d'altro canto, sono priva di ogni impulso sessuale, verso chiunque, come una neonata.
Ribatto che intendo farmela a piedi, ho bisogno di pensare, i tacchi non sono un problema per me, eventualmente toglierò i sandali e camminerò a piedi nudi, non sarebbe la prima volta.
Mi chiede se può farmi compagnia, è così bella Verona di notte e in questa notte poi, ancora calda, pare che quest'anno l'estate non voglia proprio finire...

Capisco che desidera parlare con me, ha bisogno di qualcuno che l'ascolti, so che sta divorziando con dolore, e in questi casi a volte una persona che non si conosce sa ascoltare molto meglio dell'amico più caro.

Così gli chiedo se posso prenderlo sottobraccio e lui mi risponde che in questo caso dovremmo darci del tu.
Iniziamo a camminare lentamente sul lungadige, mentre le luci della città lasciano intravvedere solo poche stelle oltre la mole di Castelvecchio in lontananza e i tetti dei palazzi intorno.
-Come si chiama tua moglie?-
Allora comincia a raccontarmi di lei, del matrimonio naufragato, con voce pacata, mentre l'accento veneto così morbido e cantilenante conferisce alla sua storia una sfumatura di favola.
E mentre lui parla me la vedo di fronte questa bella donna con la quale l'amore è finito senza un perché, per noia, abitudine, chissà, lasciando un dolore acuto che è come una ferita non ancora cicatrizzata.
Forse è difficile uscire indenni dal naufragio di un rapporto durato dieci anni.
Vorrei aiutarlo perchè mi commuove, questo è un Uomo non un ragazzo come i soliti compagni delle mie storie tempestose, che scelgo inspiegabilmente con estrema cura.
Ora sta parlando di un figlio voluto e mai avuto, quando...
-Porc.... ahia, che male...-
Questa sono io che impreca perché, rapita dal racconto del suo compagno, è appena inciampata in un'aiuola torcendosi la caviglia destra. Siamo ormai arrivati al ponte Scaligero, di fronte c'é un giardino pubblico con alcune panchine.
Finalmente mi accorgo che Verona è deserta a quest'ora.

Francesco mi sorregge premuroso, ma ride alle mie esclamazioni e mi suggerisce un temporaneo riposo per controllare gli eventuali danni. Attraversiamo lo stradone e la prima panchina tra gli alberi è la nostra.
Ci chiniamo insieme sulla caviglia disastrata che poi tanto disastrata non è e le nostre mani si sfiorano.
Succede qualche cosa, un contatto improvviso come un temporale d'estate, forse è colpa di tutta questa insolita tenerezza che provo per lui oppure Francesco si è accorto di quanto è liscia la mia pelle, non lo saprò mai.
Ci rialziamo e rimaniamo a guardarci per un attimo, poi i nostri visi si avvicinano lentamente e le labbra si sfiorano appena, come volessimo assaggiarci.
Per finire a baciarci fondi toccandoci dappertutto; le sue braccia sono forti, hanno una violenza stordente, deliberata e controllata a cui soccombo con gratitudine.
Come dice quella vecchia canzone di Rod Stewart?

-Nei bar e nei caffè...passione
Per le strade e per i viali...passione
Bisogna fingere...passione
Quello che tutti cercano...passione
Non si può vivere senza passione
Anche il Presidente ne ha bisogno
Tutti lo so inseguono una passione
Qualcuno muore e uccide per passione-

 Passione che ora per noi, naufraghi su un'isola deserta, è una specie di amoroso calore, da regalarci a vicenda, come un dono prezioso. Così Francesco insinua una mano sotto la gonna e lentamente risale tra le cosce che deve forzare per farsi strada, quasi che inconsciamente il mio corpo stia ancora rifiutando il piacere.
Arriva titubante agli slip e poi al sesso umido, dove le labbra che mi piace immaginare color cremisi nell'eccitazione si aprono finalmente riconoscenti ad accogliere quelle dita così esperte.
Mi fruga, accarezza, penetra con dolcezza, delicato e senza fretta, mentre al contrario continuiamo a baciarci come se volessimo divorarci. E mentre lui mi porta in vetta a quel piacere che è musica per il movimento dei miei fianchi io resto appesa alla sua bocca, stordita da un appagamento che non è solo carnale ma anche amoroso, perché provo una gran gioia nel dargli sollievo pur se momentaneo con quel corpo che lui ha risvegliato alla gioia di vivere.

Per un attimo ho la netta sensazione di averlo già incontrato, Francesco, chissà, forse in un'altra esistenza...
E tutto nella notte è bianco e nero, di un bianco di luna e di un nero di carboncino, tutto è tenero, vellutato e misterioso.
Ascolto il grosso acero stormire sopra di me e in sottofondo l'Adige scorrere, mentre apro i pantaloni dell'uomo e lo tengo in mano, sentendo le sue vene gonfiarsi contro il palmo e palpitare più forte.
Mi ritrovo per un attimo a pensare ancora una volta che meraviglia sia il sesso maschile, capace di tante metamorfosi.
E mentre anche noi diventiamo figure in bianco e nero, fatti di quella luce speciale che si insinua sulle forme come i gatti sui tetti di notte, mi inginocchio di fronte a lui, perchè diventi nella mia bocca parte di me.

Il mio ramadan è finito, credo proprio che per Capodanno sarò di nuovo a Venezia...

 

 
 
 

*Sul pianerottolo**Per adulti

Post n°244 pubblicato il 31 Ottobre 2014 da mala_spina
 

pianerottolo,

 

Quando ti vedo di fronte a me, le braccia occupate da borse di carta di diverse dimensioni e colori, a guardarmi come fossi Nefertiti, la bella tra le belle, mi chiedo, per l'ennesima volta, come tu abbia potuto innamorarti  di me, con tante donne affascinanti- e sicuramente meno complicate della sottoscritta- che ti giravano attorno.

Devo avere una tale espressione di sollievo che tu, normalmente distratto , dopo aver depositato in silenzio i pacchi sul pianerottolo, mi abbracci, stringendomi fin quasi a soffocarmi.
Non ti meravigli quando inizio a baciarti lentamente, cominciando dall'angolo della bocca, e contemporaneamente premo il mio ventre contro il tuo, in una muta richiesta .
Mentre il nostro bacio diventa violento ti sento rigido contro il mio grembo.
Allora allargo un pochino le gambe, come ad accoglierti e intanto mi struscio lentamente contro la stoffa tesa dei pantaloni; ti libero, senza guardarti, leccandoti il collo, per risalire fino al lobo dell'orecchio: so quanto ti piace.

 Siamo in piedi, sul pianerottolo, davanti alla mia porta, qualcuno potrebbe salire fin qui e vederci, ma tu sembri infischiartene, come me; ora insinuo una mano tra la camicia e la pelle della schiena, mentre l'altra si fa carezza pressante sulla tua rigidità.
E ti stringo a me, mormorando il tuo nome, come una preghiera.
Hai il respiro affrettato, so che cosa stai pensando, che basterebbero due passi per ritrovarci nella nostra camera azzurra con la finestra spalancata sul lago, invece di stare qui, a barcollarci addosso come due lottatori stanchi.

Ma sai che ho ragione io, non abbiamo il tempo di fare quei pochi passi, sai che la mano implorante sulla tua schiena e quella esigente sul tuo sesso possiedono tutta la follia del mondo.
Così , mentre mi baci come se fosse la prima volta,allarghi la vestaglia bianca e con ansia mi accarezzi; poi, appoggiandomi al muro più vicino, entri in me con violenza, mentre ti martello i fianchi, incitandoti con le parole che sono solo nostre, tenere e oscene insieme.
E il piacere arriva, improvviso, spingendomi con forza contro di te, mentre tu, lo capisco dalle spinte sempre più violente e dalle mani contratte a pugno contro il muro, ti stai trattenendo sull'orlo in faticoso equilibrio, prima di precipitare in me.
Allora la mia voce, che sento come estranea, bassa, roca, superba, ti ordina :
-Vieni-
con un tono tale da fartelo fare immediatamente, mentre mi mordo il labbro per smorzare il grido di gioia che mi esce dalla gola.

Non saprai mai come ti ho "sentito " in questo momento.
Poi rimaniamo lì, per un attimo, pietrificati, stravolti dal piacere, fino a che io, staccandomi da te, chiedo:
-Che cosa sono quei pacchi?- e tu rispondi :
-Non so, cena cinese e regali per te, amoremio…-

 
 
 

*Omaggio a Dorotea ** per adulti

Post n°243 pubblicato il 22 Ottobre 2014 da mala_spina
 

klimt

 

Un pomeriggio, in casa di amici,conobbe Dorotea, la bella donna di cui tutti parlavano, dai capelli lunghi e neri come la pece e gli occhi verdi dal taglio obliquo.
E subito  scoprì, con raccapriccio misto a eccitazione, di  aver incontrato il  suo assassino, quello che prima o poi tutti ci troviamo di fronte.
Iniziò a desiderarla subito, con un’ansia spasmodica che gli avvelenava i sensi e la vita impedendogli di respirare se solo pensava a lei.
Tentò in tutti i modi di conquistarla, la inondò di fiori, gioielli, e quant’altro potesse desiderare una donna: nulla servì a  fargli raggiungere lo scopo.

Era la prima volta che una  femmina gli resisteva  con tanta ostinazione.

Alta e maestosa, avvolta in lunghe vesti di stoffe preziose, si rifiutava anche di riceverlo, lasciandolo  fuori, nella strada come un mendicante ad aspettare un gesto di  invito che ne era sicuro non sarebbe mai arrivato.
Più lei insisteva a rifiutarlo, più lui si accaniva a desiderarla.
Ridendo calpestava la sua dignità, riduceva in briciole il suo orgoglio di maschio;  intuiva che se non fosse riuscito ad averla la sua virilità sarebbe finita in cenere.

Così, ridotto alla disperazione, andò da  Gudrun la strega, una maga potente che operava infallibili incantesimi.
Gudrun viveva nella palude dentro una palafitta; ricoperta di vesti stracciate, aveva  strani occhi viola da pazza, simboli incomprensibili disegnati sul corpo con l’henné e intorno alle braccia teneva attorcigliati due serpenti di fiume.
Le chiese di operare una magia, la più potente che conoscesse, per far sì che la bella orgogliosa cedesse finalmente alle sue voglie.
-Ricordati- mormorò la strega - a volte gli Dei ci puniscono concedendoci quello che desideriamo di più al mondo-
-Io voglio lei, Dorotea, e sono disposto a tutto, pur di averla-
-Allora, se il tuo desiderio è veramente così forte, ti darò la giarrettiera bianca; piacerà molto alla tua Dea, con questo fiocco di seta candido come la neve, come la sua pelle. Quando la indosserà io opererò  la mia magia -

Detto questo lo congedò e l’uomo non si accorse che i serpenti, accarezzando con la lingua fredda e sottile le mani della Maga, ridevano  alle sue spalle.
Ritornò con il dono alla porta di Dorotea; stranamente questa volta fu ricevuto e fatto accomodare nello stesso salotto dove aveva visto passare tanti  ospiti durante i suoi appostamenti.
Lei arrivò altera e sdegnosa come sempre; lui, tremando, estrasse dalla tasca la giarrettiera bianca e gliela porse in silenzio.
La donna lo guardò con aria interrogativa, poi:
-Volete forse che la indossi di fronte a voi? Siete audace signore, davvero, bene eccovi accontentato-

Alzò una gamba appoggiando la punta del piede ad una bassa seggiola e lui intuì la perfezione, sotto il candore delle calze.
La sua erezione fu immediata e dolorosa tanto era tesa la pelle sul sesso  eccitato.
Poi Dorotea prese dal tavolo la giarrettiera e la fece scivolare lentamente lungo la gamba fin sopra il ginocchio.
L’uomo non seppe resistere e si gettò su quella gamba e sul fiore di seta mormorando parole senza senso.
Allora la donna lo respinse con malagrazia e sfilato il candido eccitante ornamento glielo gettò addosso prima di scomparire per la stessa porta dalla quale era entrata.

Rimase lì, con  l’impalpabile oggetto in mano, finchè non ricordò le parole di Gudrun la strega:
-Opererò la mia magia attraverso il fiore di seta-
Così, spinto da un impulso incontrollabile, passò più volte la giarrettiera attorno al sesso  perché vi restasse il suo odore.
Poi si ricompose  e, preso un  foglio di carta dallo scrittoio, vergò queste parole, sicuro che le sue sofferenze d’amore  fossero finite:
-Ho avvolto la giarrettiera sul mio sesso  che spasima per voi;
 Non potrete fare a meno di indossare il mio dono e quando lo farete io lo saprò  dalla mia eccitazione: smanierete per me  anche se sarò lontano chilometri.Ora sono  certo che sarete mia, nè io nè voi potremmo più evitarlo, neppure se volessimo-
Sul foglio, che appoggiò in bella vista sul tavolo, lasciò il bianco fiore di seta.
Infatti, dopo circa due ore, sentì una violenta fitta di piacere all’inguine e seppe che Dorotea in quel  preciso momento si era infilata la giarrettiera.
Allora corse da lei; la donna venne ad aprirgli, smaniosa ed eccitata, e fecero l’amore come a nessuno dei due era mai capitato prima.
Dorotea si perse in un mare di piacere che la lingua, la bocca e il  sesso instancabile dell’uomo sapevano procurarle.
Lui era finalmente arrivato al suo Paradiso, quello che aveva tanto sognato, perché lei era veramente il massimo che un uomo potesse  desiderare.

Ma giorno dopo giorno Dorotea continuò ad indossare la giarrettiera magica, non ne aveva mai abbastanza dell’uomo che l'amava con tanto vigore.
Così in breve tempo lui si ammalò di consunzione e morì .
Le ultime parole che sentì, prima di sparire nel Grande Buio, furono quelle di  Gudrun la Strega:
-Attento, a volte gli Dei ci puniscono concedendoci quello che  desideriamo di più al mondo-

 
 
 

*Rosso d’antiche sere**Per adulti

Post n°241 pubblicato il 05 Ottobre 2014 da mala_spina
 

antiche sere

 

E’ un  rituale sacro per me accompagnarti a visitare quella  che io chiamo la Villa dei Misteri:  si tratta di una grande casa, un palazzo seicentesco, un tempo splendido di pitture, marmi e stucchi ora quasi un cumulo di rovine  distante pochi chilometri dall’abitazione avita della mia gotica famiglia.
Resta miracolosamente ancora intatta la facciata con la splendida loggia caratteristica delle ville di quel secolo abbellita da colonne candide in marmo di  Carrara. Per il resto è  devastazione ad opera del tempo e dell’incuria umana; franati all’interno gli splendidi sofitti affrescati, il tetto si apre in squarci sempre più ampi.
Ma sono rimaste stranamente  integre le scale interne che portano alla loggia.
La villa è recintata, inaccessibile sia perché pericolante sia per  una annosa faida di eredità. 
Io però conosco il modo per  entrarci, il passaggio segreto attraverso una piccola porta nascosta dall’edera e dagli spini che  si apre direttamente nella cappella .
E lì inizia la magia della visita, quando ci si trova tra marmi divelti, un altare scrostato e  un insolito ancora brillante azzuro che affresca il soffitto a botte. La sconsacrazione è palpabile, almeno per me e oltre a quella  una strana corrente infilandosi nelle crepe dei muri pare un lamento, forse quello della marchesa Isabella Cattaneo, la fedifraga, che proprio qui fu  uccisa dal marito geloso a pugnalate mentre era assorta in preghiera.
Sacro e profano  tra queste mura respirano ancora insieme ad  un sentore di sensualità stagnante che da sempre mi allerta i sensi.
Ecco  perché chiamo il palazzo “Villa dei Misteri”.

Alla Villa dei Misteri ho voluto portare anche te,  già intrigato dalla sua storia che ti avevo appena raccontato:  mi hai seguito  per la porticina segreta in silenzio ma quando ti ho preso la mano per condurti fino alla  loggia  mi hai guardato inquieto:
-Ma  come ci arriviamo lassù? pare che stia per cascare tutto-
Ho riso e ti ho guidato attraverso la cappella, poi da qui per saloni verdi d’arbusti e detriti,  mostrandoti i resti degli splendidi affreschi,  per arrivare,  salendo in fretta lo sconnesso salone, fino alla loggia seicentesca.
Mi appoggio  alla balconata che è alta e mi perdo nella contemplazione del paesaggio, come ogni volta, mentre tu mi abbracci baciandomi sul collo.
Comincia a spirare quello strano vento, denso di sensualità, che io ho sempre respirato qui: come di gemiti di piacere risvegliatisi da un un lungo sonno, di attese nel  rosso d’antiche sere estive,odoroso di carezze estenuanti; mani invisibili sollevano un poco la gonna leggera per inoltrarsi sfacciate tra le cosce.
Mi sporgo e saluto Martina una anziana donna che abita nelle vicinanze, proprio sotto la Villa,  con il terrore che i ruderi le cadano in testa: da parecchio tempo non mi vede, è abituata a quelle mie proibite incursioni; ogni volta non può fare a meno di raccomandarmi prudenza  e soprattutto di uscire presto da lì.
Ma tu, amore mio, dove sei finito? Peché Martina non ti vede?

La risposta mi arriva da una mano agile e sapiente che lenta si insinua sotto le gonne poi accompagnata dall’altra che si muove sull’identico percorso e capisco: mi sei alle spalle, invisibile dal basso.
Il cuore mi batte a mille, la endorfine galoppano, il ventre s’accende.
E mentre chiedo alla donna notizie della sua numerosa famiglia poggiando i gomiti sull’alta balaustra, il viso sui palmi congiunti, tu mi sfili gli  slip  poi delicatamente mi sposti all’indietro, contro il tuo ventre, per iniziare ad accarezzarmi.
Ti sento mormorare:
-Mi vuoi vero? sei calda, morbida e umida come  burro fuso -
Così dicendo mi premi contro il sesso rigido, non ti ho mai sentito così, le tue mani sui miei fianchi sono lame che  artigliano la stoffa leggera del vestito.
Poi entri in me, lentamente, ed io ti sento dentro  così  a fondo, così mio, che mi par di svenire mente il vento mi porta  i tuoi gemiti soffocati insieme all’odore dolciatro del sesso, della passione  di cui la casa è impregnata, di cui ora sta rivivendo, ne sono sicura.
Non resisterò a lungo  e  mentre continuo a parlare  all’anziana donna con voce sempre più debole sento un sole aprirsi nel ventre, un sole dal calore insostenibile e poi  mi dissolvo nel piacere mentre tu  micostringi contro il muro quasi a voler penetrare  fin dove nessuno era mai arrivato.
Il tuo gemito di piacere  è quasi di stupore, di gioia e di sorpresa  come se ci fosse mescolato anche un attimo di dolore.
-Fede ti senti bene? ma che hai, sei ammutolita...-chiede Martina
E io, con voce malferma:
-No solo un forte mal di testa, nulla, ora passa-

Poi ti affacci anche tu alla balaustra, saluti la donna e:
-Andiamo via, c’è uno strano vento qui, tutta questa bellezza in rovina  mi fa pensare alla morte. Come è la storia della Marchesa uccisa nella Cappella? Dai, raccontamela di nuovo-
E mentre scendiamo lo scalone pericolante mormori:
-E’ stato come farti l’amore ai confini di un sogno Fede, come annegarti dentro-
Sorrido e ti prendo la mano.

 
 
 

*Prada** Epilogo -Per adulti

Post n°240 pubblicato il 25 Settembre 2014 da mala_spina
 

prada

Annick Bouvattier- Féminitudes


La settimana scorsa decisi di farmi un super regalo, un paio di sandali color turchese di Prada; ho una vera passione per i sandali allacciati alla caviglia, con il tacco alto e sottile, possibilmente di marca prestigiosa e di conseguenza costosissimi.
Concluso l’acquisto, li volli indossare subito, ma andavo di fretta tanto per cambiare, e il mio equilibrio su quei trampoli era alquanto instabile.
Arrivata nel portone di casa quasi di corsa scivolai sul pavimento lucido; mi ritrovai a terra, con un gran dolore al ginocchio sinistro e il palmo delle mani rovinato e sanguinante.
Mi sentii sollevare come fossi una ragazzina gracile da due braccia robuste e mi trovai di fronte il viso preoccupato di Paolo , che arrivato nell’ atrio per uscire mi aveva trovata gemente stesa a pelle di leone.
-Ma come hai fatto a cadere, sono questi tacchi, magari correvi, andiamo, ti accompagno a casa-

Come fummo nel mio appartamento mi fece accomodare sul divano, poi chiese dove fossero disinfettante e garze e con una delicatezza infinita cominciò a ripulirmi, prima le mani, poi il ginocchio; si accorse che a mezza coscia mi si stava formando un grosso livido e ci passò sopra la mano, come per farlo sparire.
Stava con il capo chino e io mi accorsi di quanto fossero fitti i suoi capelli, che avevano qualche striatura bianca e mi sorpresi a desiderare di infilarci dentro le dita.
Sospirai piano, quando la mano mi accarezzò la coscia; anche lui si accorse che qualche cosa era improvvisamente cambiato tra noi.
Alzò lo sguardo dritto nei miei occhi, poi mi toccò con dolcezza il viso e i capelli, e… suonò il suo cellulare.
Il momento magico era passato; si alzò:
-Ciao,Laura, si, sto arrivando; comincia tu, ho aiutato Fede che è caduta, si, anche io, a presto-
E poi:
-Fede, allora noi domani partiamo per l’Elba, torniamo tra una settimana-la voce era incerta mentre io pensavo che ero una maledetta stupida, mi ero scordata che era sposato? Non avevo mai infranto la regola numero uno, prima d’ora; poco prima avevo appena rischiato di farlo.
-Ciao, Paolo, saluta anche Laura, io me ne vado a letto presto, mi fa male il ginocchio; anzi telefono a Fabiana che venga a dormire da me-
Ci salutammo così...oh, finalmente un poco d’aria, mmmm...che sonno...

Un odore penetrante di tabacco mi fa starnutire, mi sveglio, apro gli occhi e lui è qui, appoggiato alla ringhiera, Malboro tra le dita , che mi guarda dormire.
- Che ci fai qui, Paolo?-chiedo -non dovevate tornare domenica?-
- Infatti sono solo, ho dovuto far una salto in studio, Giacomo  (il socio) non trovava dei documenti ( bugia, bugia, bugia)-
Ora lo guarda, eccome, il mio corpo nudo: non si muove, ma mi accarezza tutta con gli occhi; anche io resto immobile, trattenendo il respiro, mentre l’eccitazione mi sale dentro, in onde concentriche, sempre più ampie.
Poi spegne la sigaretta, mi prende per le spalle e mi fa alzare: rimaniamo uno di fronte all’altro per un attimo poi gli getto le braccia al collo lui mi stringe contro di sè e mentre ci baciamo con violenza, solleva con forza il mio sedere verso il suo grembo; io gli stringo i fianchi con le gambe in una mossa a tenaglia e lo sento premere, esigente.
Mi spinge contro il muro.
Sento il rosso caldo del desiderio scorrere tumultuoso nelle arterie.
Lui geme, mentre all’orecchio gli soffio quanto lo voglio.

Con un colpo mi entra dentro :
-Sapessi quant’è che mi immagino di scoparti, dalla prima volta che ti ho visto sul terrazzo, ti ricordi? Fede, ti ricordi?-
Non posso rispondere, sto per venire, lo voglio, tu non esisti più e neppure sua moglie, ora ci sono solo una donna  e un uomo unici al mondo a fare l'amore.
Grido, a lungo, mentre Paolo si spinge sempre più a fondo, per finire in me con un lungo sospiro, come di liberazione.
Sono sconvolta, scivolo sotto di lui, entro in casa e mi butto sul letto.
Resta ancora appoggiato al muro per un attimo, poi mi segue, e si spoglia, si allunga al mio fianco e mi abbraccia.
Nessuno dei due parla, a che servirebbe?

Non so per quanto tempo restiamo così, in silenzio, i nostri corpi lucidi di sudore emanano l’odore dolceaspro del sesso goduto appieno.
-Paolo, facciamo una doccia-dico io
-Si, credo proprio sia necessaria, sono a tappeto, non ho più l’età per queste acrobazie,
colpa tua , erano anni che una donna non m’intrigava così-
Entriamo sotto la doccia, insieme: che meraviglia, l’acqua fresca sulla pelle infuocata, Paolo mi lava i seni, con lenti movimenti circolari; lo guardo negli occhi e lui:
-No, fai la brava, no, Fede-

Ma io non gli dò retta e intanto penso che mi sono sforzata davvero di esserti fedele, lo sono stata per un mese intero... poi...sì, Paolo è sposato , ho infranto la mia regola numero uno, non succederà mai più, è stata una eccezione.
Ma in fondo le regole sono fatte solo per essere infrante

FINE

 
 
 
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