Creato da mala_spina il 13/09/2011

LABIRINTO

L' Eros,l 'Avventura, il Fantasy del Fauno e della Strega

 

*La stanza dello scirocco**Per adulti

Post n°238 pubblicato il 12 Settembre 2014 da mala_spina
 

stanza dello scirocco

Alex Alemany:realtà scomposte

Caldo torrido, afoso, snervante, bagnato.
Caldo d'Africa, che sta di fronte alla mia isola, caldo di scirocco, vento misterioso, che porta con sé la sabbia rossa del deserto Libico.
Rumore di acqua che scorre nella grande vasca rivestita di ceramica azzurra sistemata sotto ad uno dei finestroni difesi da robuste sbarre di ferro seicentesche.
Guardo in alto: le antiche volti a botte costruite dagli architetti arabi tanti secoli prima esigono il silenzio; si dice che una tonalità di voce troppo alta potrebbe farle crollare.
Da quanto tempo sono chiusa in questa stanza, la più antica del nostro palazzo ormai in rovina?
Non lo so, nella mia mente c'è un buio ovattato, un muro di silenzio, raramente affiorano brandelli confusi di ricordi.

Allora rivedo la lama di un coltello e il rosso del sangue che mi ricopre, mentre urla spaventose che solo io riesco a udire percuotono i miei timpani; perdo conoscenza e quando ritorno in me mi ritrovo sdraiata sul pavimento di mattoni di questa stanza, la stanza dello scirocco.
I miei antenati , i principi di Falconara, la chiamavano così, perché qui si radunava tutta la famiglia nei giorni di caldo africano, i giorni dello scirocco appunto; si bagnavano nella grande vasca araba , poi sdraiati su divani e poltrone aspettavano, immobili, che dalle enormi tende di pizzo appese bagnate davanti ai finestroni arrivasse loro un soffio di vento fresco.
Ma lo scirocco non è mai fresco, anzi, con l'umidità delle tende, che non riuscivano ad asciugare, diventava ancor più caldo e insopportabile.

Così mi raccontava la principessa mia madre, ma quando? Non lo so, non la vedo da molto tempo, dal giorno in cui mi hanno chiusa qui sotto.
Sepolta viva.
Per me non ci sono comodità, niente morbidi letti o graziosi arredi, solo qualche sedia di vimini a pezzi, un tavolo e un lettuccio: sono in prigione, ma non so il perché, non lo ricordo.
A volte sento attutiti i rumori del palazzo in rovina, la voce alterata della signora madre che rimprovera uno dei pochi servitori rimasti.
Il mio unico ricordo chiaro è una data: 4 agosto 1858; forse in quel giorno sono scesa qui, per non tornare mai più nel mondo dei vivi.

E' notte, dal giardino incolto che circonda questo lato della casa, isolato dal resto della proprietà da alti muri, mi arriva un odore greve, untuoso e carnale, le zagare sono in piena fioritura, mentre alcune piante di rose, abbandonate a se stesse, stordite dai nostri lugli apocalittici, emanano intensi profumi che sanno vagamente di morte.
Mi sono appena bagnata nella vasca, ora sono qui, abbandonata su una grande sedia malconcia, il corpo nudo macerato dal caldo.
-I piemontesi forse sbarcheranno a Sciacca- di chi è questa voce di uomo, che mi fa balzare repentinamente verso la finestra?
Silenzio, le voci si sono spostate in un'altra stanza.
Mi avvicino a un vecchio specchio scrostato, che chiamo lo specchio magico, perché ha il potere di riportare alla mia mente sprazzi di ricordi.

Non riconosco mai la giovane donna riflessa.

I capelli lunghissimi e neri pesano sulle spalle, li sposto, per rinfrescarmi il collo.
Brillano nella scarsa luce gli occhi scuri, brillanti, dalle palpebre pesanti, spesso socchiuse.
-Occhi del diavolo- urla una vecchia voce sgraziata nella mia mente.
Mi chiudo le orecchie con le mani per non sentire.

I seni sono grandi, pesanti, lucidi di sudore; li accarezzo e una sensazione di piacere intenso mi assale, porto una mano al sesso e sospiro.
-Peccato- urla la stessa voce -Peccato mortale- sussulto, togliendo la mano di scatto e vedo una suora, brutta e vecchia, la bocca aperta nel grido, il dito grinzoso volto al cielo in segno di minaccia. Poi odo il fruscio di ampie gonne di seta sul pavimento,voci di uomini  e sento mani, che non sono le mie, a percorrermi il corpo:chiudo gli occhi, come è bello questo sogno, pare vero.
All'improvviso una lama di pugnale mi acceca con il suo splendore: urlo e abbandono lo specchio, terrorizzata.
Torno sulla sedia, mi lascio andare al caldo e alla notte siciliana, piena di odori e di profumi che mi fanno smaniare.
Ma stanotte una fame improvvisa mi assale, non di cibo, ma di un altro corpo che mi tocchi, che mi prema, che mi faccia cose che neppure so - ora i muri della mia mente si chiudono-

Torno di fronte allo specchio, questa volta non scapperò, urlate quanto volete,voci della mia mente.
Ma non sono io l'immagine sorridente riflessa, è quella di un giovane uomo nudo, alto, biondo,
di quel biondo normanno che risplende come oro antico: lo conosco, ne sono sicura; mi avvicino per stringermi a lui  ma bacio le mie stesse labbra , perché l'uomo è scomparso.
Sono sconvolta, il caldo opprime il respiro, guardo oltre le fitte sbarre della finestra: la luna è piena, ma sembra galleggiare in un mare di latte.

Sui monti lontani, oltre il muro, brillano fuochi sparsi: ma chi sono questi "piemontesi "?
I pensieri si affollano nella mia mente, il sangue scorre bollente sotto la pelle.
Sdraiata sulla sedia, mi asciugo il sudore tra i seni e poi lo sento: uno sguardo alle mie spalle che mi penetra  come una spada.
Ma chi può essere, solo la signora madre ha la chiave di questa stanza.
Volto all'indietro il capo sopra la spalliera, lasciando i capelli liberi, nel vuoto.
Appoggiato al muro, dietro di me c'è Giovanni, il marito di Isabella, mio cognato,il mio amore: lo riconosco, ma perché è qui? Se ne era andato, dove e per quale motivo? Non lo so , ma ora ricordo una fuga notturna e di nuovo tutto quel rosso sparso intorno a un corpo di donna scomposto come un fantoccio sul selciato.
Isabella che gridando vola dalla grande finestra come un angelo.
Poi la Signora Madre che urla:
-Puttana, tu hai assassinato tuo marito e tua sorella, tu, morirai sepolta viva-

- Giovanni...  sei tornato- mormoro, ma ora non è più Giovanni, scuro come me, è quell'altro, mio marito, biondo e ricciuto:
-Vieni- e gli apro le braccia.
L'uomo si avvicina, mi prende i capelli, avvolgendoli in una massa pesante e vi immerge il viso, mentre mormora- Consuela, sono tornato per l'odore dei tuoi capelli, non posso vivere senza di te-
Gli afferro le braccia e costringo le sue mani a scendere sui miei seni.
Li afferra con forza, gemendo.
Ora so che cosa devo fare, la mia fame si placherà, finalmente.

Lo scirocco sconvolge i sensi.
Lui percorre il mio corpo con sguardo avido, riconosco nei suoi occhi quella luce opaca eppure intensa.
Balzo in piedi e mi stringo a lui,  la bocca nella sua.
Me lo trascino addosso sul lettuccio e allora ricordo tutto, ricordo Ranieri, il mio giovane sposo, così biondo e luminoso, tanto quanto io  e  mio cognato siamo scuri, anime di tenebra.
E quando  tentai  di scacciarti dal mio letto per sempre, Giovanni, perché non volevo più vivere nel peccato, allora tu...
Il mio orgasmo è improvviso, lacerante, un'ultima spinta e scivoliamo nel vuoto del piacere, con un grido soffocato.

Ora devo pensare in fretta, ora ho  Ranieri addosso, è il 4 agosto 1858,  Ranieri che grida perché un pugnale gli ha perforato un polmone, grida perché non vuole morire, bagnandomi con il suo sangue.
Io sono pietrificata, mentre guardo Giovanni infierire su di lui e chiudo gli occhi, pregando:
 -No, no, no-
L'ultimo ricordo che ho è il suo  volto deformato dall'odio insieme alla certezza di volere morire
anch'io.
Ecco perché tiro fuori da sotto il cuscino il coltello da cucina che ho nascosto lì, non so più quando , e con forza lo pianto nel torace del mio  unico  amore, se ho fortuna gli spacco il cuore.
Ho fortuna: trafiggo cuore e polmone insieme, lo capisco dal gorgoglio del sangue che mi inonda il collo e parte del viso.

Ma questa volta i miei occhi sono aperti, così posso vedere lo sguardo di Giovanni:sorpresa e  dolore.
Mormora qualche cosa come -Perché? - e mi ricade addosso.
Lo scosto, mi alzo e vado all'antica vasca per ripulirmi di tutto quel liquido vischioso: l'acqua diventa color porpora.
Così se ne va anche il mio peccato, ora sono pulita.
Guardo verso il lettino: chi è quell'uomo nudo sdraiato sul mio materasso che si sta rapidamente tingendo di rosso?
Devo chiamare, dovrò gridare e se cadono i soffitti?
Ci penserò, mi risiedo sulla vecchia sedia, davanti alla tenda che lo scirocco gonfia, e ricomincio ad asciugarmi il sudore...

 
 
 

*Salon Kitty**Epilogo-PER ADULTI

Post n°237 pubblicato il 04 Settembre 2014 da mala_spina
 

salon kitty

 

La mia specialità, al Kitty Salon, è soprattutto la Love Dance, la Lap è solo preparatoria ad altri piaceri riservati a clienti danarosi e particolari, sia maschi che femmine.
Costo cara, molto cara, ma nessuno è mai rimasto insoddisfatto, dopo una Love.
L’idea è stata mia, l’ho presa da un filmetto di serie C: l’ho esposta ad Alberto, gli è piaciuta, facciamo a metà dei guadagni; per questo sto diventando una fanciulla  decisamente ben messa a danaro.

Funziona così: il cliente paga prima direttamente a Marco la somma pattuita e viene fatto accomodare in una piccola stanza, attigua alla mia, dove  c'è solamente  una sedia  e un piccolo tavolino.
Si  siede e viene  ammanettato al fondo della spalliera: niente mani su di me, solo gli occhi possono saziarsi  e qualche volta la bocca.
Mi avvicino, nuda, e  mi metto a cavalcioni su di lui poi  al solito ritmo ossessivo della Lap mi agito, in una perfetta simulazione dell’amplesso, accarezzandogli  con il sesso il grembo, più e più volte, facendogli balenare davanti agli occhi i seni pieni, stretti tra le mani; a volte gli permetto di succhiare per un secondo i capezzoli, mentre lo guardo fisso negli occhi.
E’ questo il mio piacere: in quegli occhi riesco a leggere più cose che se il cliente parlasse e quando arriva al piacere, oh, che sensazione di potere infinito e anche di tenerezza; per un attimo, poco prima dell’orgasmo, nelle sue pupille  scorgo un baratro, un vuoto assoluto, un annullamento totale, che mi affascina.

Per te Simone  la Love Dance sarà gratis, il mio regalo per i sogni che sai regalare a Margherita.
Sento dei rumori, Marco ti ha portato da me, la porta si richiude, con un rumore secco.
Eccoci qui, uno di fronte all’altro.
-Chi sei? e Margherita, che fine ha fatto?-
-Non saprei, non stava bene, ti scriverà, vedrai, io sono solo una ballerina di un certo genere, voglio molto bene a quella ragazza; per questo desidero farti un regalo, come si dice, gli amici dei miei amici sono i miei amici-
Mi guardi imbambolato, poi :
-Non ci posso credere, tu sei bellissima, e senza tacchi quasi abbordabile; vista  da vicino sembri  parecchio più giovane-
-Vieni Simone, ti chiami così vero? non aver paura, ti piacerà, siediti qui-

Ti tocco una mano e mi accorgo di desiderarti disperatamente, deve essere una faccenda biochimica di ormoni impazziti; comunque sia, Fede e Margherita stanno convivendo con difficoltà.
Mi guardi preoccupato, quando ti ammanetto, poi sorridi, il sorriso più bello del mondo.
Allora inizio la danza sul tuo grembo, rallentando i movimenti  fino a sfiorati lentamente con le labbra del sesso nudo: sei eccitato, non parli, ma mi supplichi con lo sguardo.
Ti porgo i  seni, fanne quello che vuoi, brividi di eccitazione mi percorrono, fino al ventre.
Tu sollevi il bacino, come a cercarmi, poi mormorando:
- Ma chi sei?- vieni con un gemito.
No, non finisce così, al diavolo le regole della “casa”, guardare e non toccare, nessun rapporto fisico con i clienti, ora non esistono più.

All’improvviso mi rendo conto di  desiderare che tu  mi abbracci e mi baci, ora sono Margherita, tutti gli uomini che ho avuto non sono mai esistiti.
Così ti tolgo le manette,ti faccio alzare e:
 –Spogliati-
Non te lo fai ripetere, ti porto verso il divano nell’altra stanza e mi sei sopra, entri dentro di me  lentamente, come  Margherita ha sempre sognato, mi abbracci, mi baci e continui a  chiamarmi con il suo nome, come una litania: in questo momento forse  hai capito tutto.
Quando   ti svuoti in me con un gemito non provo il solito violento orgasmo,  ma piuttosto un piacere lungo, che mi annulla, arriva fino alle parti più lontane del mio corpo, facendomi navigare in un mare di beatitudine infinita.
Intanto il telefono interno  continua a suonare, è di sicuro la voce del padrone, so anche  il perché chiama: ho trascorso  troppo tempo con un cliente, e poi, a pensarci bene è  davvero strano quel ragazzo con la T-schirt felina..
-Alzati, Simone , vattene, passa da questa porta, ti troverai direttamente fuori-
-Dimmi che sei Lei, ti prego, non lasciarmi così-

-Non sono Margherita, te l’ho già detto, io scrivo a malapena il mio nome, figurati, la ragazza invece è davvero brava, per quanto posso capire.
Spesso mi fa leggere quello che scrive, siamo molto amiche anche se può sembrarti strano; ti darà sue notizie, vedrai-
E lo spingo fuori in fretta mentre mi ricompongo.
Ora Alberto vuole entrare, gli apro, mi guarda sospettoso, mentre mi avvio al bagno; vuole sapere perché mi sono trattenuta tanto con te, gli rispondo che non ti riusciva di venire, e questo non va bene, il cliente deve uscir di qui soddisfatto; e poi Marco non gli ha dato i soldi? Anzi metà sono i miei (almeno in parte mi ritornano).
Poi:
-Non sto bene- dico-forse ho un po’ di febbre; stop clienti, per questa sera-

Devo andare a casa a scriverti una mail di scusa per il mancato  appuntamento; così ti chiederò se,  nonostante la mia assenza, ti sei trovato bene al Salon Kitty.

FINE

 

 
 
 

*Salon Kitty**Prima parte- PER ADULTI

Post n°236 pubblicato il 02 Settembre 2014 da mala_spina
 

salon kitty

 

-Fede, è arrivato. Ha cercato Margherita. Mi pare un timidone.Gli ho dato il tavolo proprio sotto la pedana, come volevi tu-
-Grazie Marco sono quasi pronta; per favore avvisa Alberto, che scenda a fare la parte dello zio, magari gli riesce anche bene-

Alberto è il proprietario del Salon Kitty, Marco è il suo factotum.
I miei rapporti d'affari con il boss sono molto stretti, del resto il Salon Kitty è per me un investimento assai vantaggioso.
 
Coperta solo da un  minuscolo tanga, una catenella d'oro intorno ai fianchi e due  ali nere tatuate sulle scapole esco nel piccolo corridoio che mi porta alla piattaforma di acciaio con un palo al centro: la mia arena per l'abituale Lap Dance.

Contemporaneamente attacca la solita musica ritmica e ossessiva, ma il tono è basso, da club raffinato, non da discoteca.
I tavoli più ambiti dai clienti del Kitty sono quelli sotto la pedana: il motivo è ovvio.
Non guardo in basso, so che tu sei lì, tra quei visi dall'espressione famelica rivolti verso di me.
Allungo le braccia all'indietro, afferro il palo e contemporaneamente mi curvo in avanti , aprendo le gambe: facendo roteare i capelli guardo sotto di me: eccoti, nel tavolo che ti ho fatto assegnare, la fotografia non mentiva.
Mi accorgo che non sei un ragazzo, ma un uomo, con i capelli castani, scompigliati e uno strano sguardo, lievemente strabico, che ti rende irresistibile.
Sei alto, scivoli in avanti sulla sedia mentre mi guardi, sbalordito.
Non eri preparato a questo, lo so.
Tu sei venuto qui per incontrare una gentile ragazza, Margherita, conosciuta in rete, che scrive  poesie e racconti di terre magiche odorose di spezie, studentessa universitaria iscritta alla facoltà di lettere.
Margherita, per racimolare qualche soldo, in alcuni giorni della settimana dà una mano come cameriera  allo zio che possiede un club privato lussuoso, questo, il Salon Kitty.

Ti chiami Simone e sei un poeta. Vi siete incontrati per caso , internauti vaganti, lei si è innamorata delle tue parole anche quelle banali delle mails che avete cominciato a scambiarvi, nelle quali il sesso è del tutto escluso; tu parli di quanto ti piace il mare e lei sente le tue mani accarezzarla.
L'uso sapiente e forse involontario che sai fare della scrittura ha conquistato la ragazza e tu ti sei sentito attratto e lusingato dall'ammirazione di quella giovane e romantica donna.
Così, quando ti ha proposto di conoscerti, hai accettato, anzi l'idea del Salon Kitty ti ha intrigato, non credo tu fossi mai entrato prima in un locale del genere.

Però, vedi Simone, poeta evocatore di sogni amorosi, Margherita non esiste, è una creatura virtuale, Margherita sono io, una ballerina di dubbia moralità che si esibisce tre sere alla settimana in questo locale nella Lap Dance, che stai vedendo, e a richiesta e su congruo compenso anche nella Love Dance, che vedrai tra poco te lo prometto.
Probabilmente, in questo momento, non stai pensando alla romantica studentessa, vero?
Forse non ti chiedi neppure quando arriverà, infatti ci ha pensato Marco a dirti che ha avuto un contrattempo e che sarà qui tra poco.
La musica incalza, diventa più veloce e i miei contorcimenti si fanno più espliciti per arrivare al momento clou della danza, quando aprendo al massimo le cosce, aderisco tutta al palo,un amante davvero gelido, te l'assicuro.
Ma è proprio il freddo del metallo insieme al desiderio palpabile del pubblico a eccitarmi; mi stacco, per poi ritornare nella stessa posizione: guardami ora Francesco, un palo e una pedana ci separano, ma mi meraviglio che tu non senta il mio odore di femmina lì dove stai seduto.
Ora Alberto ti sta parlando, anche lui recita la commedia che ho scritto io: sua nipote si scusa, arriverà più tardi, etc, etc.

Tu annuisci, senza staccarmi gli occhi di dosso, ormai tutti devono essersi accorti che ballo solo per te, che  sto realizzando la mia fantasia, Simone, quella di farti l'amore, ora, in questo momento, qui…
L'orgasmo mi colpisce all'improvviso, facendomi scivolare lungo il palo; silenzio assoluto in sala, il mio pubblico sente che non fingo, che ogni sera divido il mio piacere con lui in un rito di comunione pagana.

Poi riprendo a respirare normalmente all'unisono con gli spettatori e termino il mio numero.
Alberto è tornato nel buio, al suo solito tavolo in fondo alla piccola sala, da dove controlla tutto.
Lui pensa che tu, il mio poeta, sarai il prossimo cliente per la Love Dance.
Sai, gli ho raccontato qualche bugia, per esempio che sei molto ricco e non sa proprio come ti ho conosciuto, in Rete sì, ma non certo attraverso un sito di scrittura creativa.
Vedo un cliente fare un cenno di intesa a Marco, che mi guarda, mentre mi sto allontanando; con un movimento della mano convenuto gli dico di prendere tempo e di condurti da me.


Fine prima parte

 
 
 

*La preghiera della strega**Per adulti

Post n°235 pubblicato il 08 Agosto 2014 da mala_spina
 

strega, preghiera

 

-Dichiaro, che tra le molte donne che io condussi al rogo per presunta stregoneria, non ve ne era una sola della quale avrei potuto dire con sicurezza che fosse una strega. Trattate i superiori ecclesiastici, i giudici e me stesso, come quelle povere infelici, sottoponeteci agli stessi martiri e scoprirete in noi tutti dei maghi- (F. von Spee, confessore delle streghe condannate al rogo in Wurzburg 1631)


Orta, 16 novembre 1342.
Il piccolo centro sul lago, chiuso nelle mura fortificate, pareva rabbrividire dal freddo: i monti che calavano a picco sull'acqua scura erano già innevati, i camini fumavano, ormai era scesa la notte.
In quel giorno il Vescovo di Novara Giovanni de Plotis, con l'aiuto di Francesco di Bartolo, giureconsulto illustre, aveva condannato al rogo come strega una giovanissima donna, Chiara del Lago, così soprannominata perché era stata trovata in una cesta di vimini in riva all'acqua, tra i salici, da tal Marianna, erbaiola e guaritrice.
Chiara, in un sommario processo, fu accusata di aver calpestato la croce, di adorare ildemonio, di aver fatto morire bambini con il solo tocco delle mani, di guarire usando erbe malefiche.
La sua unica colpa era in verità quella di essere troppo bella e sapiente nell'arte medica, la qual cosa stupiva e impauriva anche la sua madre adottiva, e soprattutto di rappresentare l'oggetto del desiderio di tutti i maschi della comunità.
E lei si concedeva con facilità, perché in quei tempi oscuri di feroce repressione della donna in quanto femmina Chiara faceva all'amore con entusiasmo e autentica gioia.
La luce del piacere riusciva a illuminare quell'oscuro disagio che si portava dentro da sempre.
Un giorno incontrò Francesco, il giureconsulto, il cui parere nella sua condanna definitiva al rogo fu così importante.
L'uomo se ne innamorò o meglio fu preso dai suoi seni perfetti, dal ventre liscio, da quel sesso caldo e accogliente, lui che nel letto si ritrovava una moglie fredda, secca, più anziana di lui, ma molto ricca.

E la ragazza lo corrispose, affascinata dal sapere e dall'importanza dell'amante, che tra le sue mani diventava esigente come un bambino e ugualmente indifeso.
Ma quando la consorte venne a conoscenza di quello che in paese si mormorava su Francesco e Chiara costrinse il marito a denunciarla al Vescovo come strega.
L'alternativa era lo scandalo e la perdita di tutti i suoi beni.
Lui lo fece, anche se a malincuore, perché la ragazza era la la femmina più femmina che avesse mai incontrato, ma in fondo era solo una donna, povera e figlia di nessuno.
Se poi la sua amante avesse raccontato della loro storia... chi le avrebbe mai creduto, una vagabonda, e in odore di stregoneria, per di più. Ovviamente sarebbe stato il demonio a ispirarle le eventuali parole di accusa.
Così, quando Chiara venne arrestata fu allestito uno dei primi processi di stregoneria di cui si ha notizia; poi inizierà anche in Italia la carneficina di donne innocenti, uno dei più vergognosi massacri che la storia ricordi.

Fu sottoposta dapprima al dolore lancinante delle frustate che le lasciarono la schiena ridotta a una piaga sanguinolenta, poi siccome le sue labbra rimanevano ostinatamente chiuse non ammettendo nessuno dei reati di cui veniva accusata né tanto meno la commistione con il demonio, fu sottoposta alla tortura della "corda": dopo averle legato le braccia a un gancio del soffitto le venne applicato ai piedi un peso che aumentava fino alla inevitabile lussazione della spalla, tra dolori atroci.
Ma lei rimase muta, anzi neppure per una volta guardò negli occhi l'amante che in un modo così indegno si era liberato di lei.
Una strana sconosciuta forza la isolava dal suo dolore, lo percepiva, ma misteriosamentenon era il suo corpo a soffrire era la sua anima, che si andava sfacendo in miseri brandelli di carne.
In cambio finalmente sapeva che cosa era l'odio, quel sentimento che, sconosciuto fino a pochi giorni prima, ora la dominava rendendola insensibile alle torture per avvicinarla sempre più a un mondo potente e oscuro al quale sarebbe tornata e da cui nella sofferenza sapeva confusamente di provenire.
Infine fu sottoposta allo schiacciamento dei pollici.
Il fatto che non piangesse né implorasse fu per quei solerti giudici una prova in più dei suoi stretti rapporti con Satana.
Pertanto venne condannata al rogo per l'indomani.

Da tre giorni non mangiava, le era stato concesso solo qualche sorso d'acqua.
Riportata nella fredda e umida cella nel sotterraneo del palazzo del governo, fu abbandonata sulla paglia sudicia, seminuda e sanguinante con un braccio che le pendeva da un lato come quello di un fantoccio rotto.
Le acque del lago arrivavano quasi a lambire la finestrella della prigione.
Chiara alzò gli occhi dal pavimento puzzolente e improvviso le piovve addosso il terrore della morte: la forza misteriosa che fino a

poco prima l'aveva sostenuta, se n'era andata.
Ora era soltanto una ragazza instupidita dal dolore e dalla paura.
Cominciò a piangere, ma non si accorse che le sue lacrime erano perle azzurre, fino a quando non gliene cadde una su di una mano.
Allora, con quel frammento liquido di cielo sulla pelle, in un attimo capì il perchè si fosse sempre sentita diversa dagli altri, conquel lago oscuro come le acque là fuori che le dormiva dentro; aveva inconsciamente intuito di venire da un altro mondo; ora sapeva con sicurezza chi fosse quell'uomo che così spesso le appariva in sogno e quella donna, bella quanto e come lui, che le cantava nenie incomprensibili, mentre dagli occhi le scendevano lacrime simili a quelle che bagnavano le sue guancie.
Ora sapeva chi doveva pregare, Loro l'avrebbero salvata, Lui, che da sempre stava dentro la sua mente e il suo corpo.
Ma bisognava preparaGli un altare degno.
Così si trascinò al centro della stanza, intinse le dita nelle ferite e con fatica immensa disegnò per terra una grande stella a 5 punte.
Poi si stese nuda bocconi nel pentacolo, allargando gambe e braccia, anche quello contorto dalla tortura, la testa nella punta centrale della stella tracciata con il suo sangue.
Chiuse gli occhi, con le ultime lacrime si bagnò la bocca e iniziò a recitare la preghiera che da sempre conosceva perché era nata con lei, stava solo nascosta nel profondo della sua mente:

-Ascoltami
Signore delle nove porte
Re dello spazio infinito
Signore del Panico
Figlio del Caos e del Vuoto
Tu che conosci il passaggio
per ciò che non può essere nominato,
Motore della vita
e della morte, Vincitore splendente
Guardiano dell'Abisso
Dio dei segreti labirinti
Punto Omega
Spezza i sigilli che mi tengono lontana da te
maledico il mio umano Amore
nel Tuo nome, Tu che mi sei Padre Fratello, Amante
torna dentro di me
Signore dell'Assoluto
Chiave e Guardiano del passaggio tra i mondi.
TU il Tutto-in Uno ascoltami
nel segno della stella a cinque punte,
sangue e carne mia di mortale, per l'alto nome di Ea, per i sette Demoni per il giuramento cui ho mancato
perchè non sapevo
per le tenebre, il tuono, l'acqua e la terra riprendimi con Te. Lasciami guardare nel tuo cieco vuoto,
rompi lo specchio,
rivela l'Illusione,
tu, il Potente, dammi il potere che mi viene da Te,
Nord, Est, Sud, Ovest, Zenith, Nadir,
il cerchio infuocato si chiuda, sono tua, prendimi
Signore dei sette giorni
tanti quanto dura il battito di rossa clessidra
del tuo cuore
perchè io purificata di te
possa impunemente pregarti
Ascoltami
fammi ritornare nel tuo Buio
nell'Oscurità da cui provengo
nell'eternità dell'Abisso immenso-

 Le punte del pentacolo cominciarono a brillare come se cinque candele azzurre illuminassero all'improvviso la stanza.
E mani leggere iniziarono a sfiorarle la pelle martoriata della schiena.
Lei si voltò appena, le pupille nere senza più iride, per ritrovarsi con il padre suo.
-Chiara- la chiamò una voce di donna cui si sovrapponeva in contralto quella di un uomo.
Perchè era giusto fosse così, L'Assoluto oscuro principio di tutto era donna e uomo nello stesso tempo.

Si chinarono su di lei insieme, una splendida Regina venuta dall'antico Egitto, vestita di una tunica di lino trasparente, adorna di pesanti gioielli rossi, in testa una parrucca blu, come blu erano le labbra e il contorno turchese degli occhi e il suo doppio, un giovane uomo biondo, gli occhi verdi, le mani lunghe dalle dita sottili.
La beatitudine sopraffece la ragazza, che si voltò supina e allargò quanto più possibile gambe e braccia per prenderli in sè, e ritornare così al padre che aveva risposto alla sua preghiera.
Una fiamma di desiderio mai provato prima le avvolse il ventre, mentre le mani dell'uomo e della donna  allontanavano da lei il dolore: si pascevano della sua carne umida e tutto era  come fare all'amore  con un amante e cento altri insieme.
Si trovò ad annegare in un piacere che nulla aveva di umano, sbalzata  in un'altra dimensione dove tutto era calore, luce, conoscenza: ora sapeva...
Nell'attimo in cui Chiara,  nell'ultimo orgasmo, si irrigidiva sul busto, gli occhi già aperti nell'oscurità, Lui le incise con l'unghia una minuscola croce rovesciata sulla spalla destra.
La ragazza ricadde all'indietro e seppe che stava lasciando finalmente questa vita mortale.

La trovarono il giorno dopo morta, sdraiata sul pavimento puzzolente, quando già grossi topi banchettavano con la sua carne.
Nessuno notò la croce incisa, scomparsa sotto il sudiciume di cui era ricoperta la pelle di Chiara.
La regola imponeva che fosse bruciata lo stesso, anche cadavere.
Così venne fatto.
Ma quando il rogo si levò più alto, nell'aria gelida e cupa del lago a Francesco, che impassibile assisteva all'esecuzione, parve di veder il braccio lussato della ragazza alzarsi e le dita puntare verso di lui.
Si segnò, terrorizzato, poi pensò che il fumo gli avesse giocato uno strano scherzo.
Dopo qualche tempo le sue notti cominciarono a essere popolati di fantasmi: l'amante morta gli appariva in sogno e gli faceva l'amore più e più volte con una perizia che lui non conosceva, fino a lasciarlo spossato e tremante al risveglio.
E sulle lenzuola non c'erano macchie di seme.
Poi un mattino si ritrovò inciso sul palmo della mano destra una croce rovesciata: capì di essere stato marchiato e anche da chi proveniva quel "segno".
Tutto all'improvviso gli fu chiaro.
 Disperato cominciò a vagare per le campagne pronunciando frasi senza senso per finire affogato dentro il lago.

A Orta, nel Novembre del 1342, si tenne veramente uno dei primi processi per stregoneria.
Mentre si conosce il nome del Vescovo che lo condusse è ignoto quello dell'inquisita.
La preghiera è tratta in parte dal Necronomicon in parte dai Libri dei Morti dell'antico Egitto.


 
 
 

*Westminster** Per adulti

Post n°234 pubblicato il 27 Luglio 2014 da mala_spina
 

westminster

 

ll nostro rapporto è arrivato alla frutta, non ci resta che separarci. Dopo un anno trascorso insieme ora -nello stesso letto in cui abbiamo fatto l'amore fino a sfinirci- sembriamo due sculture su un sarcofago.
Il re e la regina.
Morti.
Marmo freddo da cattedrale.
Westminster.
Finalmente ti decidi:
-Io vado a dormire nello studio, è meglio-
Mi volto dandoti la schiena, alzo le ginocchia fino ad abbracciarle strette al petto e mi accorgo che le labbra mi tremano, sto per piangere. Dove è finito il nostro amore delle tempeste, quella passione che ci portava a toccarci appena possibile, a far l'amore fino allo sfinimento, a divorarci a vicenda come cannibali?
Eccoci qui a dormire separati sotto lo stesso tetto, incapaci di comunicare, di confortarci a vicenda.
Più soli che se non ci fossimo mai incontrati, perché non c'è desolazione che possa eguagliare quella di una passione morta per sempre e che credevamo se non eterna almeno un pochino più longeva.
Meglio essere in una caverna a vivere come un eremita oppure girare di pub in pub cercando un uomo da rimorchiare che starti vicino adesso.
Ora il letto condiviso diventa una zattera malsicura in un mare infestato da squali, un pianeta morto privo di atmosfera su cui siamo erroneamente atterrati.
Non c'è più spazio intorno a noi per sopravvivere, l'anima affonda come un sasso.

Io mi sono fatta confondere dal solito venditore di collanine e specchietti colorati, tu hai smesso di parlare, dopo l'ultima litigata feroce.

Eppure in questa solitudine gelata, di pietra, la carne si risveglia...quasi a dimostrare che la resa non è completa, che forse il fuoco si può riaccendere.
Così mi alzo, intuendo confusamente che sto commettendo un inutile errore; camminando in punta di piedi lungo il corridoio mi avvio al tuo studio.
Ho indossato la camicia da notte bianca ottocentesca, quella che abbiamo comprato a Londra, in Camden Hight, piena di pizzi, che ti eccitava tanto.
Apro lentamente la porta:  nella luce della lampada da tavolo sei bellissimo e le tue mani , intente ad accendere una  sigaretta,  mi stordiscono in un lampo di desiderio.
Ti volti e mi guardi, con aria interrogativa, curiosa.
La camicia sbottonata fino alla vita mostra i senti di donna fatta che paiono appesi per sbaglio sul torace magro.
Mi  avvicino all’ampia scrivania, mi siedo sul bordo, poi rapidamente mi volto e salgo in piedi, dietro al portatile acceso.
Silenzio assoluto, tu fumi e mi fissi negli occhi. Dall’alto le tue pupille sono ancor più chiare, color del ghiaccio.
Allargo le gambe e lentamente sollevo  la lunga  camicia, fino a mostrarti il sesso accuratamente depilato e resto lì, di fronte a te, in attesa.
Potremmo essere due estranei che si sono appena conosciuti in un bar o in una assordante discoteca, per l'assenza palpabile di intimità che c'è tra noi...  eppure l’odore di sesso si  avverte, insostenibile.
-Che cosa stai facendo?-
-Lo vedi, ti sto eccitando -
-Pensavo volessi castrarmi, o almeno così mi pareva d'aver capito nell'ultima lite-
-Lo voglio ancora-

Il tono della mia voce ti fa indurire di colpo, lo so.
La solita vecchia storia.
Io ammansita, ti cerco, tu sadico, con la solita crudeltà vera o falsa che sia, mi aspetti al varco della mia debolezza: il sesso.
E questa situazione è per noi un potente afrodisiaco.
Eppure il tuo sguardo rimane assente,  solo un piccolo sorriso ti muove le labbra.
Scendo e  mi sistemo sul tuo grembo, strusciandomi su di te, sulla tua rigidità, la tua voglia.
Ti abbraccio stretto.
-Guarda, è inutile, lascia perdere...- ma la voce ti si fa roca, anche perché, aperti i pantaloni, con studiata lentezza ti prendo dentro di me.
Affondi il viso tra i miei seni  artigliandomi i fianchi e iniziamo la folle cavalcata, quella che ci fa urlare di piacere e di dolore: ti mordo un labbro a sangue.
 
E l'orgasmo arriva tumultuoso.
Grido: allora tu cominci a muoverti in cerca del tuo piacere, come se questo fosse nascosto dentro di me in profondità e dovessi pescarlo, tirarlo su dal fondo come faresti con un pesce che ti sfugge agitandosi.
Io osservo lo spettacolo da molto lontano, quasi assistessi a un film ad alta tensione erotica in cui io stessa sono la protagonista.
E che quindi conosco a memoria.
Ecco, ce l'hai fatta, tutto finito.
Non ti muovi più resti immobile.
Senza parole.
 
Pesce e pescatore ansimanti sulla riva del mare.
Ma che tipo di uomo è uno che non fa il minimo rumore quando viene?
Un uomo morto?
Forse siamo morti tutti e due.
 
All'improvviso mi sento sporca, vagamente necrofila.
Senza parlare  mi alzo e ti lascio lì, con la tua sigaretta che si consuma nel portacenere
E mentre ritorno in camera da letto penso
 -Come abbiamo fatto a stare insieme per un anno e all'improvviso diventare così estranei l'uno all'altro? Sembriamo due vagoni merci che hanno percorso un tratto di binari incatenati l'uno all'altro prima di venir staccati e spediti ai poli opposti della terra.
Però  avresti anche  potuto dirmi qualche parolina dolce di circostanza.
Lo dovresti sapere che le parole mi riscaldano sempre-
Ma noi non conosciamo più parole d'amore, anzi neppure parole.
Le parole sono l'unico linguaggio che non riusciamo più a parlare.


 

 

 
 
 
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