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mala_spina
   
 
Creato da mala_spina il 13/09/2011

LABIRINTO

L' Eros,l 'Avventura, il Fantasy del Fauno e della Strega

 

*Malaspina* Epilogo-Per adulti

cesare borgia

 

Sciolgo i capelli che lucidi brillano nello specchio e dentro gli occhi  si accendono scintille viola di desiderio.
Un desiderio che non è solo lussuria, è anche avidità di potere, da raggiungere in qualunque modo,
con coraggio, menzogna, astuzia.
Tu, mio Principe, mi assomigli talmente: i nostri identici insaziabili appetiti  fanno di me la tua
incestuosa sorella, più di quanto lo possa essere mai Lucrezia.
Abbiamo danzato insieme per ore, nel tuo palazzo in Trastevere, sfinendoci in occhiate che ci hanno
denudato, anima e corpo, ai nostri occhi , a quelli di mio marito e del Santo Padre, tuo padre, Cesare.
E  tu mi hai sussurrato:
-Verrò da te, troverò il modo, aspettami-
-Ti aspetterò-
La tua era la voce della lussuria, la mia della strega che ti voleva, anima e corpo.

-Sì, arriverà, tra poco, entra nel bagno, preparati per Lui...-
mormora lo specchio.
Lentamente mi immergo nella vasca lasciando che l’acqua profumata e lattiginosa mi copra fino ai
seni: mi appoggio all’indietro e cerco accanto a me il sapone alla lavanda che uso di solito.
Ma non  lo trovo.
Allora due mani forti e scure si posano sulle mie spalle, mentre una  bocca  mi bacia nell’incavo
del collo:
-Mia signora , sono qui-
-Cesare-mormoro-Cesare...-
E il suo odore, lo stesso di quella notte a Roma , mescolato con quello di sudore, cavallo, cuoio
di stivali, mi toglie il respiro.
Cerco di alzar le braccia, per stringerlo a me.
Ma  non posso, una forza misteriosa mi tiene ferma , mentre lui con una mano inizia a passarmi il
sapone sul collo, sui seni e sul ventre.

E mentre le sue labbra cercano le mie, con dolcezza, come se ci fossimo appena lasciati, le sue mani si muovono su di me, carezze di vento le dita a tracciare cerchi sui seni,  a stringere i capezzoli che vorrei si chinasse a succhiare, quasi rientrato figlio nel mio ventre che lo aspetta, ad accarezzarmi le labbra del sesso, per penetrarmi con dita agili e  movimenti ipnotici:  il mio piacere sale, ora sono stesa al sole su una collina , sto per volare, ecco...
-Fammi uscire di qui, prendimi- è quasi un grido il mio, mentre lui, una mano dentro di me, con un
braccio mi tiene stretta, la mia guancia contro la sua, rivestita di un barba leggera.
Mi inarco come un capriolo nel salto, sotto  l’onda d’urto del piacere: voglio stringerti, amore
mio, voglio...

Sono in piedi, nuda di fronte a Cesare, mentre l’acqua scende a rivoli dal mio corpo.
Lo guardo fisso negli occhi e lo vedo smarrirsi.
Ora è mio, solo mio.
E’ un poco più alto di me, la sua pelle è bruna, lo sguardo d’ossidiana ne ha anche lo splendore.
Vestito di nero, senza gioielli, pare ancora più giovane dei suoi 27 anni.
E’ bellissimo, i capelli ricciuti gli adornano il viso, facendolo assomigliare a un angelo
d’inferno.
Prende un enorme telo e inizia ad asciugarmi, con dolcezza, ma sento scorrere in lui lo stesso
fuoco che brucia il mio sangue.
-Lupa, da mesi aspetto questo momento-
Quel nome sulle sue labbra assume un significato quasi  osceno, proibito, eccitante.
All’improvviso si inginocchia di fronte a me e immerge il viso tra le mie cosce, 
giocando con la lingua fin nei più riposti anfratti del mio sesso, per poi staccarsi e mormorare, guardandomi negli  occhi:
-Mio sacramento-
-Mio sacrilego sposo- rispondo io, premendo il suo viso contro il ventre affamato.
Abbiamo spinto tutti e due lo sguardo nell’abisso e l’abisso ha riflesso i nostri occhi.

Allora Cesare si rialza e  senza più riguardi mi spinge contro il muro: da un arazzo sporgono trepioli, disposti a V e capisco a che cosa servono: quello in basso per appoggiarvi sopra la gamba, a sostener la piega del ginocchio, come fanno le prostitute  di strada, gli altri due  sono per le mani, affinchè possa agrapparmi.
Ora sono aperta, di fronte a lui, occhi negli occhi:
-Staremo sempre insieme, mio Principe- e la mia voce, pur ansante , ha una sua traquilla sicurezza.
-Per sempre, in questo mondo e nell’altro, Fosca, sei tu la strega, spettano a te i patti con Lui-
E poi mi si butta addosso, ora è il soldato che si prende il suo piacere senza riguardi: le mani
così eleganti e nobili artigliano i seni, la sua bocca divora la mia, il suo sesso affonda sempre di più in me, mentre io prego le lune della fertilità.
Nello spasimo del piacere gli mordo un labbro: si ritrae stupito, mentre il sangue scorre copioso.
Poi riprende a pugnalarmi il ventre, con  violenza crescente mentre struscia la bocca sanguinante
contro il mio viso, il collo, i seni marchiandomi del suo sangue e, con un grido, del suo seme.
Ora il rumore del vento che soffia forte  sibilando tra gli alberi è all’improvvisosovrastato dall’ululare agghiacciante dei lupi che da sempre abitano  questi boschi selvaggi.

Rumori di passi, di armi, ma ormai tutto è compiuto, e io non vorrei che il mio amante mi lasciasse, il dolore del distacco è insopportabile, ma per me, per come ero quando ancora stavo ai bordi del sogno, prima di precipitarvi dentro.
Fosca  invece è sicura che rivedrà il suo Principe, sono stati votati uno all’altra, perché
altrimenti Lui li avrebbe fatti uscire dal nulla?
E le ultime parole del Valentino:
-Di qui o di là, sempre insieme, Lupa-
sono una promessa per lei, di futuri terreni piaceri, al cui pensiero  una gioia selvaggia la
invade.

E mi ritrovo sola, nell’atmosfera lattiginosa e profumata della stanza.

Passi affannati, grida, mi immergo rapidamente nell’acqua, Alberto e Manfredi entrano sbattendo la porta, gridano qualche cosa, il Valentino, l’hanno visto salir fino al castello, possibile...
La Lupa non si cura di loro, canta, a bassa voce, il ringraziamento al suo oscuro Signore.
Ora è sicura di essere intoccabile.

Se ne vanno e io resto lì, con gli occhi chiusi fino a che mi accorgo che l’acqua è diventata fredda.
E tutto sfuma, lentamente; protendo le mani verso quegli antichi muri, vorrei restare...ma mi
sveglio e mi ritrovo nel mio letto: eppure la mia pelle odora di lui, del suo sudore, di cuoio, di cavallo, di Borgia...
Tra le gambe  l’umidità di un piacere appena goduto.

E nella mente le sue parole:
-O qui o all’inferno, Lupa, staremo sempre insieme-

Fosca Malaspina, mia antenata, morì nel 1507, tre mesi dopo la fine disperata del Valentino  sugli altopiani di Navarra, avvenuta il  12 marzo dello stesso anno.
Presso le rovine del castello dei Guidi c’è un precipizio, un orrido, detto il salto di Fosca.
Una notte la marchesa scomparve, insieme al figliolietto, Rodrigo, di quattro anni .
La leggenda racconta che si gettò nel vuoto con un grido, il bimbo stretto al collo.
Il suo corpo non fu mai ritrovato.

fodca malaspina

 
 
 

*Malaspina**Prima parte-Per adulti

malaspina

 

La stanza è rotonda, con il  soffitto di legno a cupola quadrangolare.
 Una minuscola finestra si apre nelle massicce mura di una delle torri del castello dove
incorporea, sospesa nel sogno tra passato e presente, vivo attimi di realtà onirica che mi angosciano.
Lo chiamano il castello dell’Aquila, perché, simile al nido di  questo rapace, sta  massiccio e
torvo a vegliare nella solitudine dell’appennino emiliano.
E’ la mia casa, lo so, o almeno quella di mio marito, il conte Adalberto Guidi.
Mi guardo intorno, nel vapore leggero e profumato  che satura la piccola stanza proveniente da  un
semicupio di rame  splendente sui mattoni  sconnessi e polversi del pavimento.
Dall’acqua calda e lattiginosa emanano effluvi di lavanda e verbena e un altro odore, penetrante,
speziato, a me sconosciuto.
Tutto intorno, lungo le pareti, sono disposti splendidi arazzi di antica lavorazione normanna, a
giudicare dalla tessitura e dalla tonalità dei verdi e dei rossi.
In sequenza raffigurano  uomini armati che cacciano una coppia di lupi dal pelo scuro e lucido, con
gli  occhi di fuoco. Nell’ultima scena i guerrieri, trionfanti, alzano verso il cielo le teste mozze dei due animali.
Repulsione, dolore, paura di conoscere cose che sarebbe meglio restassero nel buio del passato:
vorrei fuggire da questo incubo, ma non posso.
Sono condannata a riviverlo, lo so.

-Guardami, sono qui-
Una strana voce, metallica e bassa mi chiama.
Proviene da uno specchio enorme, disposto a interrompere la serie degli arazzi.
-Spogliati-
All’improvviso mi accorgo di avere un corpo, con vene e arterie in cui veloce scorre il sangue, un
paio di gambe che docili ubbidiscono all’ordine, mentre l’angoscia dell’incubo svanisce per lasciar posto a una gioia animalesca, quella di  essere reale e viva, che mi procura un’emozione  così violenta da parermi quasi insostenibile.
Dentro di me ribolle un mare di lava.
Mi guardo allo specchio: il viso riflesso è il mio, solo un poco più allungato, mia è la pelle
olivastra,  come pure gli occhi...che hanno però una luce strana; se sono lo specchio dell’anima, ora dentro di me c’è un nero che risplende, cupo.
Accarezzo la veste di damasco e seta che indosso come un drappeggio; sciolgo la cintura e resto
nuda, la stoffa di un bianco accecante avvolta intorno alle caviglie sottili.
Nel chiarore rossastro delle lucerne il mio corpo -e la mia mente- sono quelli della marchesa Fosca
Malaspina. E come Fosca, rivivo e ricordo.

Venni data in sposa giovanissima al conte Adalberto Guidi, più vecchio di me di trent’anni, che  notte dopo notte striscia sul mio corpo come bavosa lumaca.
Fortunatamente il figlio avuto dalla prima moglie, Manfredi, giovane e bello, ha rallegrato, fin da
subito, la mia solitudine.
E poi altri, molti altri, garzoni, servi, soldati, capitani dei nostri mercenari, tanto che di me
si dice , come di Caterina Sforza, che pago con le cosce i loro servizi.
Spesso ho fatto uccidere od ho soppresso io stessa alcuni dei miei amanti: mi piace l’odore e il
sapore del sangue.
Indosso la mia crudeltà come fosse una corona regale.
Vengo da un’antica e nobile famiglia, in cui gli assassinii, gli incesti e le prevaricazioni sono la normalità.
Nelle mie vene scorre un sangue vecchio di secoli, denso, carico di lussuria e magia, che odora di
corruzione.
Mia madre, dalla quale ho ricevuto il dono “oscuro”, si è salvata dall’esser arsa sul rogo come
strega solo per il  nome che portava.
Ho potere di vita e di morte sulla gente delle vallate intorno al castello.
Si prostrano terrorizzati al mio passaggio, ma so  come mi chiamano, nel segreto dei loro tuguri:
“la Lupa”; mi odiano e  si fanno il segno della croce al solo nominarmi; del resto tutti, compresi i nobili nostri alleati, si chiedono come mai il mio viso rimanga giorno dopo giorno quello di un’adolescente e il ventre non si apra alle lune della fecondità.
Adoro un unico Dio, il Signore delle nove porte, Re dello spazio infinito, Motore della vita e
della morte, Guardiano dell’Abisso e dei segreti Labirinti, Chiave e Guardiano del passaggio tra i mondi.
Colui che è tutto ciò che è e che invoco ogni giorno nel chiuso della mia stanza.

Del resto questi sono i miei tempi: oggi è il 2 Luglio del 1502.
E’ l’epoca dei Borgia e del terrore Borgiano.
Sono i  giorni in cui il Tevere, da sempre  liquida fossa mortuaria,  restituisce giorno per giorno
principi, uomini di chiesa, capitani,soldati.
Perfino il Duca di Gandia, figlio dello stesso Papa  Alessandro VI, è emerso dal fiume carico di
ferite fratricide e di fango.
I tempi dei veleni e dei pugnali.
Il tempo del Valentino.
Cesare, mio Principe nero, Cesare...

Ora so chi sto aspettando e il ventre si contrae, i capezzoli si inturgidiscono, il respiro si blocca: verrai da me, come non so, ma arriverai e ti avrò, e mi darai un figlio.
Perché quando sarai qui, al richiamo di quelle Tenebre che mi ubbidiscono, ti scorderai di ogni
altra donna, compresa la tua adorata Lucrezia.
Sarai mio per sempre.
E nostro figlio, partorito da una Lupa ingravidata dal Principe del terrore dominerà il mondo.


Continua

 

 
 
 

*Lukum** Per adulti

sensualità

Kostantin Kacev-Sensuality

La tua bellezza ieri sera mi ha lasciato senza fiato.
Appena arrivata ti ho vista in piedi, le spalle alla grande finestra aperta sul Porticciolo, circondata da un gruppo di amici. Diffondevi una luce che sulle prime mi ha abbagliato, eclissando quella della stanza, pur ricca di lampade e lampadari.
Portavi un abito di seta, cortissimo, verde, che metteva in mostra le gambe lunghe e abbronzate dal sole della Riviera.
-Il verde brillante di una coppa di gelato alla menta guarnito con l'oro di biscotti appena sfornati-
Nella notte afosa mi apparisti come un quadro dai colori così freschi,vivi, estivi, ghiotti, da farmi ricordare, mentre ti ammiravo, un'antica canzone andalusa che lì per lì ho trasformato per te in un personale cantico dei cantici:

 -Io sono tutta la poesia della frutta
e della verdura
 regina del coriandolo
e dea del cardamomo
ho la freschezza e il colore della lattuga
il piccante del pepe.
La mia pelle ha la dolcezza e l'aroma dell'uva fragola
la mia saliva è un miele
di cui son gelose le api,
il mio ventre è una spiaggia di sabbia
fine
e il mio sesso un lukum succulento
che piange lacrime di zucchero-

Ti sei voltata verso Giovanni e ho notato la profonda scollatura posteriore dell'abito, che metteva in risalto la magnifica schiena.
Sorridevi alle parole che ti sussurrava con aria complice mentre un uomo che non conosco cercava di attirare la tua attenzione.
Notai come i capelli fulvi raccolti sulla nuca mettessero in risalto la purezza minerale del viso.
Mettevi quasi a disagio, con il muro della tua perfezione che ti isolava dal resto di noi comuni mortali...
Forse avevo frainteso, non eri interessata a me, non in quel modo almeno, e ora temevo di sembrarti sciocca con la mia infatuazione, perché percepivo in te un'abitudine alla lussuria, un'intelligenza del desiderio che mi imbarazzavano.
Improvvisamente ti sei chinata per riallacciare il cinturino di uno dei sandali: l'elasticità del tuo equilibrio mi ha trasmesso la vertiginosa certezza che tra quella gente vacanziera c'eri solo tu di interessante.
Ti venivo incontro con una lentezza da sonnambula, come chi è ipnotizzato da un oggetto prezioso di cui non potrà mai apprezzare per intero il valore.

Mi hai vista, sei scesa dallo sgabello e abbracciandomi con un sorriso di giovane civetta che incoraggia un pretendente timido mi hai detto, baciandomi sulla guancia:
-Ben arrivata, ti stavo aspettando,abbiamo un appuntamento...
Andiamo nello studio, vieni-
Ti sei fatta strada tra gli invitati con deliziosa insolenza, sicura di te e io ho ammirato quel tuo mostrarti semi-nuda soltanto per rifiutare i desideri troppo spinti.
Crudele, perché inguainata in quell'abito corto eri più indecente che se non avessi avuto niente addosso.
Mi affascinava il colore del tuo vestito: non era un verde congestionato, da volgare gelateria o pasticceria, ma un colore squisito, elegante quanto un drappeggio: un verde da scatola di cioccolatini costosissimi e sontuosamente farciti.
Salimmo le scale e ci ritrovammo in un lungo corridoio dove le tende, bianche, sottili, parevano gonne di ballerine di flamenco gonfiate dal libeccio.
A un certo punto sei scivolata, davvero o per finta, non lo saprò mai, e ti sei aggrappata a me.
Così mi son trovata sotto le labbra la pelle profumata e serica della tua spalla nuda.
Ti ho abbracciata, baciando quel tessuto elastico, lappando il tuo odore, piano piano su fino al lobo dell'orecchio.
Il tuo seno piccolo e sodo si adattava perfettamente alla mia mano, mentre un ciuffo ribelle dei capelli mi sfiorava la guancia.
Intanto strofinavi con dolcezza il ventre contro il mio sorridendo con una sensualità torbida.
Era tutto grazia, delizia, sorpresa quello che scoprivo di te.
Persino il sudore che ti imperlava la nuca era profumato.
Con la fluidità dell'acqua ti lasciasti andare tra le mie braccia.
E mentre con una mano ti sfioravo una scapola e con l'altra ti premevo la vita sottile e flessibile tu mi spingevi verso una porta, quella della tua camera.
Dal piano di sotto arrivavano schiamazzi, risate, musica.
Ma io udivo solamente  il canto del nostro affrettato respiro...

 
 
 

*Blade killer** Epilogo-Per adulti

blade killer

 

Infine ho scovato l' uomo a Mexico city quando i miei committenti avevano cominciato ad essere impazienti.
Ma ora avrei portato a termine l'incarico, a mio modo,l'importante era il risultato finale.
Vado a incontrarlo a “El pendulo” il locale dove ogni pomeriggio si rintana a bere tequila e Corona e mangiare chili di manzo con tortillas.
Ma oggi, per questa battuta di caccia in cui dovrei  essere preda e predatore insieme, non  voglio travestirmi; per una volta tanto  sarò me stessa,  un’esca che so essere appetibile, se ben confezionata.
E lui ci cascherà, ne sono sicura.
E abbasserà la guardia...dopo; conosco tecniche amorose di rara efficacia.
Certo è rischioso, ma ormai tutta la faccenda lo è diventata.
E il rischio fa parte del mio lavoro.
Inoltre, in quanti mi hanno mai vista come sono realmente? in pochissimi.
-Nessun errore, non ti è permesso sbagliare, neppure una volta!-
Urla la solita vocina nella mia mente.

Ma non l’ascolto, la allontano infastidita  mentre cerco sicurezza nel contatto della mia fedele Beretta 92 che ora  viaggia con me, nella sacca di tela  dai colori vivaci -comprata a una bancarella della Zona Rosa- appesa con nocuranza alla spalla.
Si apre a strappo in un attimo anche dal fondo, e questo mi permette di estrarre facilmentel’arma, a ogni minimo sospetto.
E così eccomi qui, con i capelli neri ricciuti e gonfi intorno al  viso abilmente truccato, una canotta bianca   scollata  e aderente  che a stento contiene i seni e pantaloni scivolati sui fianchi stretti da ragazzo. Sono una provocante giovane turista, un'esca perfetta.

 Arrivo alla porta della taverna, scendo tre gradini ed entro.
Rimango  ferma, per un attimo, il sole alle spalle, l’ombra di fronte.
Di nuovo la sensazione di gelo che ho già provato a Lima nel mio appostamento, insieme a  un’altra, angosciante, quella di aver lasciato la mia vita dietro alle spalle, per entrare in una  zona paludosa sconosciuta.
Tocco con il gomito l’automatica nella sacca: lei è lì, pronta a proteggermi.
Mi guardo intorno e lo vedo, seduto a un tavolo in fondo alla stanza, le spalle al muro.
Trattengo un attimo il respiro, poi mi muovo.
Indossa la solita giacca di pelle, occhiali neri, nonostante la penombra del locale, una Corona
davanti e un piatto di  enchiladas di verdura che trangugia lentamente.
Avanzo -seguita dagli sguardi  degli uomini che mi bruciano la schiena- in una atmosfera fumosa, carica di odori speziati e mi siedo a un tavolo di fronte al suo, appendendo la sacca alla parte destra della sedia.
Lui alza il viso dal piatto, mi guarda e sorride, un sorriso strano, ironico,freddo: ho la sensazione che qualcuno cammini sulla mia tomba, come dicono gli inglesi.

Non riesco a scorgere i suoi occhi dietro le lenti nere;  ricambio il sorriso, saluto e fingo di leggere una carta bisunta che è il menù.
Sento addosso il suo sguardo, percepisco che si è tolto gli occhiali e mi sta fissando.
-Ci siamo- penso tra me, la partita è cominciata.
Alzo lentamente il viso e anche io lo guardo, diritto negli occhi, che sono bellissimi, luccicano come lame, nel viso dagli zigomi larghi e dalla pelle scura.
Quelle lame scendono sul mio seno, con ostentazione  e sapienza: mi sta eccitando con gli occhi, tramettendomi il suo desiderio, che mi brucia lì in mezzo alle cosce.
Poi ritorna a fissarmi negli occhi mentre la solita voce mi sibila all’orecchio:
-Non si separa mai dalla pistola, dove la terrà?-
Me lo domando mentre lui  mi rivolge la parola chiedendomi se sono di Mexico City oppure una turista.
Il mio spagnolo è fluente, rispondo che sono madrilena, in vacanza studio e in cerca d'avventura.
Ma so che lui sa, ne ho la certezza da come mi guarda e dalla strana ironica piega delle belle labbra.
Sono ancora in tempo ad andarmene, e invece resto lì, l'adrenalina alle stelle, per nulla al mondo abbandonerei la partita, in attesa di quella parola che non tarda ad arrivare:
-vamos?-
Mi alzo, dopo aver appena assaggiato i miei tacos, e in silenzio lo seguo.Stringo la sacca con forza, voglio quell'uomo,in fondo è la prima volta che lascio il campo libero a una emozione...
“Dopo”, ma solo “dopo”,  in qualche modo ne uscirò, mi ripeto,  non è certo una novità anche se devo ammettere che uno come lui,che mi faccia questo effetto, non l’ho mai incontrato.
Ma c’è sempre una prima volta.
L’uomo si volta e mi prende per mano: è poco più alto di me, sul metro e ottanta direi e sui 75 kg di peso.
Distrattamente annoto questi dati, deformazione professionale, potrebbero servirmi.
Per caso abbasso lo sguardo e vedo che indossa stivali neri di pelle simili a quelli che portava quel giorno a Lima.
La solita voce mi farfuglia qualche cosa, ma i miei sensi sono ottenebrati dal desiderio.
Qualche cosa di nuovo si è scatenato dentro di me, una donna che non conosco ha preso il posto di Blade.

Non mi rendo conto di essere sempre più preda e meno cacciatore.
La sua mano calda e  morbida mi trasmette scosse elettriche per tutto il braccio, azzerandomi la salivazione.
Intanto mi spiega che abita poco lontano, ecco siamo arrivati.
Anche questo è un albergo, simile a quello di Lima, forse appena più decente; passiamo di fronte a una portiera  grassa che dorme su una sedia sgangherata e in silenzio arriviamo alla porta della sua stanza.
Mi fa entrare, chiude a chiave e restiamo così, immobili, uno di fronte all’altro, a guardarci negli occhi: tutti e due sappiamo.
Sì è così: la tensione è palpabile, siamo due avversari che si studiano prima dello scontro.
Un maschio e una femmina della stessa specie che cercano di sbranarsi l’un l’altro, in tutti i sensi.
Con garbo, sorridendo, mi sfila la sacca e la lancia sul letto, poi si toglie  la giacca, che getta vicino alla mia sacca.
-L’automatica, se non è nella giacca, dov’è -chiede la mia solita voce- controlla addosso, controlla-
Ma è tutto inutile, perché lui non mi porta sul letto,che pure è a due passi,  con una mossa improvvisa mi spinge contro il muro e mi bacia con violenza, schiacciandomi con il suo peso.
La sua lingua non è nella mia bocca, diventa la mia bocca e mentre con una mano mi tiene fermo un polso contro il muro, con l’altra mi fruga il seno.
Poi si abbassa, mi prende  tra le mani i seni e avvicinati i capezzoli li succhia avidamente, mentre io gli infilo le dita nei capelli e lo stringo a me.

-Querida- mormora e si inginocchia  baciandomi l’ombelico.
Ora potrei colpirlo con un colpo a taglio sulla nuca, in un lampo la mia mente capisce che è l’ultima  occasione, non me ne saranno offerte altre.
E forse è proprio lui ad offrirmela l’ultima possibilità.
Perché non sul letto, perché...la voce nella mia mente  si tace perché conosce la risposta.
Ma è solo un momento di lucidità, un lampo, poi tutto si confonde di nuovo nel rosso scarlatto del desiderio.

Con delicatezza mi sfila i pantaloni, fa scendere gli slip, e sempre inginocchiato, mi apre le gambe per accarezzarmi a lungo col respiro prima che con la lingua mentre ripeto come una litania:
-Ti voglio, ti voglio, ti voglio-
Ed esplodo in mille stelle di piacere, contro quel muro sporco.
Un attimo dopo è in piedi, mi  afferra una coscia, e io gli uncino con la gamba un fianco mentre mi prende con violenza inchiodandomi al muro.

Lo abbraccio stretto mentre le mie mani inconsciamente scendono alla cintura: niente armi.
L’uomo si svuota in me con un grido e io mi stringo a lui, per trattenerlo ancora nel mio  corpo, perché questa  sensazione bellissima e nuova  non finisca.
Ma lui con mossa fulminea si stacca, si abbassa e un attimo dopo sento il freddo del metallo sotto il seno sinistro.
-Nello stivale, ecco dov’era la pistola -il pensiero mi esplode nella mente-già, era così difficile capirlo?Non dirmi che non te lo aspettavi, è una Beretta PX4 Storm perfetta  per...-
-Querida... sorry -mormora lui fissandomi negli occhi; poi  tutto finisce con il rosso di un dolore acuto che immediatamente si dissolve.

Blade è morta, domani troveranno il suo corpo abbandonato in questa squallida  stanza.
Lui  sarà catturato e ammazzato tre anni dopo da un soldato ubriaco al soldo degli USA.
Questione di tempo; ancora non lo sa, ma la sua fine non sarà piacevole come la mia.
-Querido, my amor, que làstima! che peccato... –


Fine

 
 
 

*Blade killer**prima parte-Per adulti

blade killer

 

Il quartiere Condesa di Mexico City è la zona preferita dagli artisti, dagli intellettuali e dagli alternativi.
 Lì il turista può trovare di tutto, dalle band di mariachi che imperversano giorno e notte, ai ristoranti alla moda, ai più noti locali notturni fino alle taverne, che ora  fanno tanto trend, dove  tra qualche ubriaco e molto fumo si possono assaggiare delle ottime enchiladas di verdura, o il chili di manzo con tortillas, accompagnati dalla classica Corona o per i più coraggiosi dalla robusta tequila.
E sui mille odori di cucina, di fiori, di umanità affollata, in questa città immensa si insinua sottile il fascino eterno della mexicanidad.
Io cerco appunto un locale, genere taverna, dove si beve e si mangia a buon mercato: El Péndulo.
Lì l’uomo che ho inseguito per tre mesi attraverso tutta l’america latina  si presenta puntuale ogni pomeriggio alle 18 in punto.
La mia caccia è finita, l’ho trovato.
E ora ho due ore di tempo per portare a termine il mio lavoro.
Agisco in piena autonomia, ho carta bianca per ogni decisione sulle tattiche e sui mezzi da adottare; importa solo il risultato: quell’uomo deve morire  entro le 20 di questa sera.
Il suo tempo sta per finire.

Femmina, nome in codice Blade, professione: killer o meglio eliminatrice di umani scomodi, preferisco questa definizione; la prima è troppo inflazionata.
Considero il mio un lavoro  speciale che è sì ben pagato ma che richiede  anche una grandissima professionalità,  insieme a udito, odorato e tatto molto sviluppati, una mira infallibile, conoscenza perfetta di ogni tipo d’arma, leggera e pesante e infine un corpo agile, scattante, con  tutti i muscoli pronti ad agire in ogni momento all’unisono.
Parlo correntemente 5 lingue, ho una mente asettica, non conosco né il rimorso né il rimpianto.
Non ho amici  né parenti: che mi ricordi non ne ho mai avuti in trenta anni di vita; ma  forse ho semplicemente rimosso ogni traccia  di  loro, ripulito la mente da inutili ingombri.
Posso trasformare il mio aspetto alla velocità della luce.
Sono molto, molto ricca.

Il mio  incarico questa volta è difficile, altri prima di me hanno fallito;  ora la faccenda va sistemata, il tempo è scaduto.
L’indesiderato è un  pericoloso guerrigliero che lotta da anni contro  l'influenza USA nel Sud America,fomentando ovunque la ribellione ai regimi dittatoriali servi degli americani.
Piegati almeno temporaneamente i focolai di insurrezione le due agenzie, Cia ed Fbi  hanno provato a eliminarlo prima che possa diventare un eroe assai scomodo.
Io non so per chi lavoro- non conosco mai i committenti- ma se voglio incassare l’altra metà della cifra pattuita devo  portare a termine il lavoro che a loro non è riuscito.

Un mese fa, a Lima, avevo scovato  l’uomo in un albergaccio del centro, nei dintorni di Plaza de Armas, grazie a un mio particolare informatore, al mio infallibile fiuto e a una gran botta di fortuna.
Così mi sono appostata dietro l’abbaino della casa di fronte alla sua finestra e per ore, sotto una pioggia calda e insistente, ho aspettato che rientrasse.
Di lui avevo visto solo foto sfuocate, con baffi, senza baffi, passamontagna, basco, inseparabili occhiali scuri e alcune riprese video, piratate dall’archivio della Cia.
Ma tutte immagini poco  chiare che non mi avevano particolarmente colpito.
Notizie della sua vita privata pressoché nulle; mille identità diverse portano all’azzeramento di ogni informazione, lo so ben io.
Quell’uomo  sapeva di essere  braccato e si muoveva con l’astuzia di un cobra, pronto a colpire in ogni momento prima di essere attaccato.

Improvvisamente la finestra di fronte a me, dall’altra  parte  della strada stretta e soffocante, si illuminò.
E un’ombra si mosse dietro ai vetri.
Impugnai il mio Dragunov silenziato e  guardai  nella crociera di mira: lo vidi, accanto a un tavolino sgangherato, finalmente tutto per me.
Si tolse gli occhiali scuri e si passò una mano sugli occhi, volgendosi contemporaneamente verso la finestra.
Non poteva vedermi protetta com’ero dall’abbaino, grigia nel grigio della pioggia.
Eppure sobbalzai e mi ritrassi.

Aveva capelli neri, lunghi sul collo e intorno al viso magro, occhi chiari che contrastavano con la pelle scurita dal sole: pareva più vecchio dei suoi 32 anni.
Si accese un sigaro  chiudendo gli occhi nell’assaporarne l’aroma.
Indossava sdruciti jeans e una giacca nera di pelle sopra una T-shirt a girocollo bianca, ai piedi stivali morbidi   fino a metà polpaccio.
Un fisico  scattante, sinuoso.
Mi stupii di quanto fosse bello,così sciupato, gli guardai la bocca, morbida, poco maschile.
Allora mi chiesi che cosa avesse potuto spingere questo giovane uomo  nato da una ottima  famiglia a vagare  per il mondo in posti sudici come quello, rischiando  continuamente la vita.
Un’Idea poteva avere questa forza?

Non erano da me questi pensieri,infatti:
-Spara- mi dissi- ora -
Ma in quel mentre  lui si appoggiò al tavolino traballante e con una penna si mise a tracciar segni su una carta geografica stesa sopra.
Lo sguardo mi si bloccò sulle sue mani: erano le più belle che avessi mai visto.
Dalle dita lunghe, snelle,giovani, forti, i palmi grandi, la pelle quasi delicata.

Quelle mani mi stavano ipnotizzando...non riuscivo a staccar gli occhi da loro.
Ma cosa mi stava succedendo?
All’improvviso mi parve di sentirle non su di me, ma vicino a me, al mio seno...
I  palmi  delicati lo avviluppavano e ne sposavano ogni curva, appena un quarto di millimetro più avanti e mi avrebbero toccato.
Sentivo il loro calore, come se il cavo di quei palmi funzionassero da contatore Geiger.
Poi scendevano, sempre  vicinissimi, senza toccarmi , lungo il ventre, fino a intrufolarsi nei pantaloni, dove le dita  agili si fermavano per accarezzare, premere, toccare quel mio cuore di donna che non avevo mai sentito battere così in fretta.
Assurdo, semplicemente assurdo.
Per la prima volta nella mia vita ebbi paura, di me stessa.
Mi resi conto di essere vulnerabile, di provare un’emozione che,lo sapevo, poteva essermi fatale, io che di emozioni dovevo essere digiuna.
Sobbalzai e mi rintanai dietro l’abbaino, stringendo al petto il fucile.

Improvvisamente avvertii  una sensazione acuta di gelo sotto la pioggia che continuava a cadere.
-Pericolo, lui ha vinto il primo round, ma sei ancora in tempo, dai, spara, non ti capiterà un’altra occasione- mi  avvertì la solita voce nell’orecchio. Riposi rapidamente il fucile nella custodia e abbandonai la mia postazione.
-Domani- pensai- stanotte studio un piano per domani-
Ma non ci fu  un domani, perché l’uccellino prese il volo.
Un altro mese di inseguimento, ma ormai le sue mani mi  erano entrate nel sangue e le avrei ritrovate, e con loro lui, il mio lavoro di eliminazione.
Del resto non era la prima volta che facevo all’amore con  la vittima, anzi in passato mi  ero già servita del sesso per raggiungere il mio scopo.
In fondo  eros e thanatos son sempre andati molto d’accordo.

-Errore, errore, questa volta è diverso- la voce insistente dentro di me era più acuta del solito.

(Continua)

 
 
 
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