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Post n°638 pubblicato il 19 Novembre 2009 da mancuso0
Le debolezze delle sinistre Siamo cadute e caduti più volte nel tranello della contrapposizione automatica in nome di una promozione della laicità vissuta non come reale pratica del rispetto della tribuna pubblica di ogni sapere, filosofia, credenza religiosa, aspirazione di riscatto, ma come insufficiente difesa di un’idea fideistica. Con questo tipo di atteggiamento e di pigrizia elaborativa non si va da nessuna parte, si alimentano polemiche dannose, si presta il fianco a sapienti e insistenti campagne mediatiche da parte delle destre reazionarie e fintamente bigotte. Ecco perché le menti più illuminate, messe nell’arena dello scontro mediatico non raccolgono alcun consenso e fanno esplodere applausi più o meno pilotati a ogni scemenza o bruttura pronunciate dai sedicenti cattolici reazionari, che non hanno fede. La pancia profonda di questo Paese è stata alimentata in questi anni dal più velenoso fiele dell’odio, accompagnato dalla possibilità di rifugiarsi nel rassicurante mondo dorato del reality show. Il consenso è una cosa seria, se si perde, o come sta ora accadendo, precipita completamente nel campo della destra più barbara, allora è bene porsi domande concrete rispetto al ruolo e all’azione del progressismo italiano, compreso l’orientamento sub culturale propinato dai grandi giornali e trasmissioni in mano al campo del centro sinistra. La sconfitta del referendum sulla Fecondazione Medicalmente Assistita non ha insegnato che i tempi sono cambiati e che la battaglia condotta era minoritaria e sbagliata. Come ebbe allora da dire giustamente Barbara Pollastrini, “preferisco perdere che perdermi”, ma bisognerebbe farsi un buon esame di coscienza e dirsi con franchezza che le sinistre sono state incoerenti rispetto a questo dettame. La laicità propinata dal campo variamente progressista è una minestra indigesta, composta di ingredienti stridenti fra loro. La laicità non è un anestetico Affermare che la fede è un fatto privato, senza alcuna dignità pubblica, può consolare qualche frangia della popolazione, qualche circolo intellettuale, ma è una sciocchezza anti democratica e incoerente con la promozione della laicità. Come ci ricordano le statistiche dei gruppi laici, l’influenza della religione è sempre più in declino, ma sempre saldamente popolare. Non importa se meno persone vanno regolarmente in chiesa, o si sposano più in comune, la realtà con cui dobbiamo fare i conti è quella rivelata nell’inutile polemica sui crocefissi appesi nelle scuole, tribunali, uffici pubblici. Lasciamo da parte la decisione della Corte Europea per i diritti umani, dal punto di vista formale irreprensibile; non si può però cadere nel tranello di alimentare una guerra tra guelfi e ghibellini su un simbolo che è onnipresente in ogni angolo del belpaese. Come non si può sfuggire con l’affermazione pilatesca: “è un simbolo tradizionale”. La laicità non è una sottrazione di emozioni, non è l’anestetico istituzionale che neutralizza credenze, superstizioni, filosofie. E’ uno strumento che regola la pacifica convivenza, che esalta le differenze e non le occulta. Stabilisce cosa è lecito e non è consentito in una democrazia matura: per esempio non è lecita la poligamia, il burqa o simili abbigliamenti di completamento annullamento del corpo delle donne, l’infibulazione, la segregazione forzata delle donne, il mantenere analfabete migliaia di persone, organizzare e diffondere tesi discriminatorie, razziste, omotransfobiche, di violenza fisica e morale. Sono lecite le processioni, le espressioni pubbliche di fede, i simboli di appartenenza a un partito come a un credo religioso, le manifestazioni non violente. Insomma le istituzioni hanno il dovere di far applicare il sistema di norme fondamentali, ben presenti nella nostra Costituzione, cui purtroppo ci si attiene a seconda se siano gradite o meno a questo o quel partito, a questa o quella confessione religiosa. Il tema più profondo è come si riesca oggi, nell’Italia in cui viviamo, raggiungere l’obiettivo di una laicità piena, consapevole. Altro che crocefissi, parliamo del Vaticano Tornando al crocefisso, dopo decenni di violazione dei dettami costituzionali e delle loro successive modificazioni, è compatibile per uno stato laico consapevole decidere dall’oggi al domani di rimuoverli? Ritengo che si tratti di una buona intenzione, che non cambia l’oggettiva incongruenza dei rapporti tra lo Stato del Vaticano e lo Stato Italiano, di una storia politica e sociale che non ha voluto tener conto delle evoluzioni, che è tutta ancora giocata sull’utilizzo del sentimento religioso per propri fini di potere. Ecco il tema vero, quando, come e se cambierà questo rapporto, sancito dentro la Costituzione, con i Patti Lateranensi, interpretato per consuetudini, tra cui i crocefissi, le benedizioni, i pranzi ufficiali. Lo scivolamento a favore del fronte clericale (non cattolico) è evidente e raggiunge il suo apogeo con il meccanismo truffaldino dell’8 per mille, che è servito a un’organizzazione gerarchica di riprendersi dai suoi guai finanziari, derivati anche da loschi traffici, così ben raccontati in diversi libri usciti sull’affaire Ior e successive evoluzioni. Se la politica, tutta, anche quella che fintamente propugna una chiara difesa della laicità, nei momenti decisivi, come il finanziamento delle scuole cattoliche, dei grandi eventi religiosi che si trasformano in enormi pagani affaroni, si prostra, come può esser credibile? Le tradizioni politiche italiane si comportano come le gerarchie cattoliche: cambiano opinione a seconda di dove spira il vento, sostengono tesi e antitesi. Le voci autorevoli del dissenso cattoliche sono tutte state silenziate, oppure preferiscono tacere. E questo ha avuto una concreta ricaduta nel cosiddetto cattolicesimo democratico, ormai poco incidente, snobbato dalle gerarchie e dall’elettorato, è incapace di proporre una diversa ipotesi politica che abbia un qualsiasi valore popolare e di consenso diffuso. No dentro questa chiesa cattolica non c’è salvezza, ne possibilità di aprire un serio confronto sui temi della laicità. La buona laicità propugnata da Ruini e Fisichella è solamente un pastone indigesto di cui si nutrono schiere d’intellettuali, politici, conduttori televisivi, cantanti, attori, psichiatri e quant’altro, che corrono adoranti a baciare anelli, a trovare sicuro millenario conforto dentro le ampie porporate vesti. E’ da quei crocefissi dorati incrostati da pietre preziose che dipendono palinsesti, programmi, campagne stampa, di cui i figuranti scelti per apparire in video sono semplici e sostituibili pedine. Anche l’imprenditoria, la classe economica e finanziaria, viste per decenni con sospetto dalle gerarchie, troppo legate alla Massoneria, ai circoli liberali, si sono ampiamente adeguate, fanno affari grazie alle proprietà, beni, operazioni finanziarie degli eunuchi per il Regno dei Cieli. L’anomalia italiana dei rapporti con lo Stato vaticano va affrontata con praticità e responsabilità: ai cattolici bisogna dire che devono assumersi il coraggio della vera coerenza, uno stato temporale è un non senso, una bestemmia che continua a rendere ambigua e contestabile la figura papale. Ai politici di ogni estrazione ideale e fede bisogna chiedere una ridiscussione seria del Concordato, fino a una sua graduale e inesorabile estinzione, percorrendo la strada della tutela internazionale dell’autonomia del capo della cattolicità. Tutto il resto sono parole al vento. L’avversaria della laicità: la fede pagana Per ora i partiti forniscono lo spettacolo più degradante. Non si può solamente citare la Lega che ai suoi albori si scagliava contro la chiesa ladrona di Roma, mentre oggi fa la spola nei Sacri Palazzi per accreditarsi, perché gli stessi stucchevoli siparietti li hanno forniti tanti altri esponenti delle sinistre di tutti i tipi, fino ai contorcimenti dell’anima sbandierati sui mass media, apparecchiando improvvisi matrimoni cattolici o proponendo riflessioni mistiche sull’aldilà. E’ questa la fede pagana, furbesca e truffaldina delle classi dirigenti che hanno costruito mattone su mattone una cultura pseudo religiosa che non riesce a staccarsi dalla credulità superstiziosa. Di quei ring mediatici sul crocefisso sì e crocefisso no, si nutrono i volponi porporati, che gongolano nel registrare, che un Magistero spogliato da qualsiasi autorevolezza teologica ed esegetica, sia tenuto in piedi dai soliti allocchi parvenu. E il furore sessuofobico che si è scagliato negli ultimi mesi, conferma l’intreccio tra le messe in latino cantate a Montecitorio e gli scandali più o meno succulenti messi in pasto all’opinione pubblica, dalla sinistra come dalla destra, dove alla fine, le vittime sacrificali sono nell’ordine, il maschio utilizzato come capro espiatorio, cui seguono escort, trans, compiacenti o meno, la dignità complessiva delle donne, delle persone lgbt. Alla fine una via d’uscita si trova sempre, spostando l’attenzione su qualche altra fatua emergenza, sul teatrino tra maggioranza e opposizione, l’annuncio di nuovo beato o una visita pastorale. Sesso, religione, affari sono i pilastri su cui si è mantenuto saldo per secoli il potere papalino, che ora come sempre, si serve di schiere di miscredenti (d’altronde sulla fede di decine di papi si hanno fondati dubbi) per mantenere un potere che ha dovuto fare i conti con l’illuminismo, il riscatto delle masse popolari, la democrazia, la liberazione delle donne, che muta nei secoli e trasforma il suo volto, non la sua sostanza. I politici italiani di oggi sono i più fieri avversari della laicità consapevole, perché ne va del loro mediocre procedere sulla scala di un palazzo che non sarà mai il loro. Senza Stato, alcuna laicità Lo Stato non ha mai unito ciò che per naturale appartenenza territoriale si chiama Italia, nel suo procedere nei secoli non ha assunto i veri conflitti e ci consegna oggi un Paese diviso. A quali “santi” si rivolgono le popolazioni da Roma in giù, nonostante i grandi passi avanti fatti nella lotta contro le mafie? Alle chiese e/o alle organizzazioni criminali. Il nostro Sud è impregnato di una religiosità mafiosa cui sono immerse schiere di gruppi dirigenti dei grandi come dei piccoli partiti, di cui per contro splendide figure morali hanno perso la vita per immolarsi a sostegno di un riscatto per ora non raggiunto. Cosa volete che incida nella non democrazia sostanziale in cui è costretta una parte consistente della popolazione, la frivola caciara sul crocefisso? Tra i tanti esponenti politici che affollano le ricorrenze dei martiri della libertà contro la mafia e i milioni di giovani meridionali che direttamente e indirettamente sono destinati a bruciare la loro possibilità di futuro, io sto con questi ultimi. Con le loro spalle gocciolanti di sudore, mentre trasportano per ore la statua di Sant’Agata, oppure quando si flagellano nelle processioni penitenziali, o sostano inermi davanti ai bar in attesa di una qualsiasi occupazione, che nella maggioranza dei casi gli è affidata dai clan. O invece dall’altra occupano i beni confiscati dalla mafia, urlano il loro dolore nei funerali, resistono nelle loro profumate terre di zagara e origano. Cos’è oggi il Sud? Interrogativo che non c’entra nulla con la laicità? Ah se c’entra, perché mafie, inesistenza dello Stato, complicità e infiltrazioni nei partiti, nell’imprenditoria, nella chiesa cattolica, hanno prodotto una devastazione culturale e sociale evidente. La laicità se è termine assunto asetticamente come regolatore della società dei fortunati e degli appartenenti alla media e alta classe è atteggiamento aristocratico, che non fa vedere che solo la religiosità, se pur superstiziosa e in tanti casi criminali è stato il collante di questo pezzo importante del nostro Paese. Quella croce, portata coraggiosamente in processione da tanti preti di frontiera, non ha forse più diritto di svettare nelle aree pubbliche piuttosto dei vessilli di uno Stato assente? Mentre parrocchie, centri protestanti, comunità religiose sono l’unico avamposto della legalità, nelle sale consiliari di interi Comuni, Province e Regioni, la gattopardesca sceneggiata delle cerimonie insulta la dignità delle persone per bene. Troppi magistrati, agenti delle forze di polizia, preti, insegnanti, imprenditori, persone impegnate nella società delle civiltà, sono stati abbandonati perché si adoperavano a sostegno della laicità consapevole. Invece troppo presente dei giovani, delle ragazze, degli anziani, dei disoccupati, dei precari di tanto Sud è volutamente lenito da: santuari, ampolle sanguinose, malocchi, magarie, santi, telefonini, enalotto, calcio, droga, scommesse. Al futuro meglio non pensare. Così mentre il Nord si dimena in una crisi profonda di senso, il Sud sprofonda grazie ai suoi antichi e nuovi drammi. A questo si aggiunga che la religione dell’odio, così incautamente foraggiata da tanti cardinali della Curia, spinge la nostra società a rafforzare sempre più una vasta sub cultura della fattiva esclusione, che pericolosamente sollecita estremismi i più diversi. La storia non si ripete mai uguale, osservando però bene tutto quello che sta accadendo il rischio che dopo le grandi delusioni politiche degli anni passati, cui si è accompagnata una sempre più ampia disaffezione elettorale, soprattutto nel campo delle sinistre, si ripropongano episodi di infantile politica violenta è tutt’altro che scongiurato. Speriamo che qualcuno se ne accorga in tempo. La laicità in questo caso non può esser scollegata alla legalità e alla giustizia sociale. Due temi indigesti per le sinistre Non tutto è nero, non tutto è bianco nel quadro generale finora descritto, si tratta di una ricostruzione volutamente parziale, tesa a evidenziare come la laicità sia una questione fortemente legata all’insufficienza di democrazia. E’ arduo in questa sede andare molto nel profondo, ma almeno su due questioni vale la pena soffermarsi. Questione immigrazione Il salto di qualità avvenuto recentemente rispetto alla presenza nel nostro paese di milioni di persone immigrate è evidente: dal tema sulla sicurezza, che lega orribilmente l’immigrazione alla delinquenza, si è ora passati alla contestazione tout court delle origini religiose mussulmane della gran parte delle persone non nate in Italia. La Lega e la destra reazionaria continuano senza alcuna vergogna una campagna d’odio in grande stile che è anche favorita da alcuni minoritari irresponsabili settori della chiesa cattolica. Ogni occasione è buona per recitare il solito ritornello: gli italiani (che per ragionamento conseguente sono tutti cattolici) sono superiori, sono democratici, rispettano le leggi, non delinquono quanto gli extracomunitari, sono padroni in casa loro, difendono la laicità dello Stato dall’estremismo islamico. A tutto questo armamentario come rispondono le sinistre? No all’esclusione sociale, gli immigrati ci servono, bisogna farli vivere con dignità, devono votare perlomeno alle amministrative, l’unica strada è il multiculturalismo, non dobbiamo imporre i nostri modelli culturali, ma conoscere anche le loro tradizioni. Tutti concetti di buon senso e assolutamente condivisibili, ma c’è una questione di fondo che manca. La risposta assente è come le persone immigrate si debbano relazionare rispetto alla laicità prevista nel nostro ordinamento statale. Se la Santanché urla come un’ossessa rispetto alle violenze contro le donne islamiche e all’imposizione del velo e della prigionia casalinga, è sufficiente rispondere che non si può generalizzare e che non tutte le comunità immigrate si comportano così? No. E’ gravemente ipocrita, anche da parte di molte donne delle sinistre che parlano e straparlano contro la mercificazione dei corpi, il patriarcato e non hanno la forza intellettuale di denunciare a chiare lettere che il neo machismo occidentale, soprattutto italiano, si rafforza nell’incontro con i modelli dell’esclusione di cittadinanza e di libertà delle tradizioni che fanno riferimento all’Islam. Per paura di apparire razzisti e razziste le donne e gli uomini delle sinistre italiane compiono gravi atti di auto censura del pensiero. Non convincono nemmeno l’elettorato di riferimento e non aiutano ad abbattere il muro della paura sapientemente innalzato dalle destre. Si deve esser solidali con le migliaia di persone immigrate, mettere in campo politiche di inclusione, di conoscenza, ma allo stesso tempo si deve esser coerenti: le leggi dello Stato non si possono furbescamente aggirare e non possono esistere zone grigie di clandestinità dei diritti civili e umani. Esseri laici significa inoltre affrontare con queste comunità a viso aperto e senza comode riluttanze il tema della parità dei diritti tra uomo e donna, del riconoscimento pieno da parte delle persone provenienti da altre culture dei valori costituzionali, delle conquiste civili, dei Trattati e delle Direttive europee. Esser di sinistra, oggi, significa quindi propugnare una laicità compiuta, cui tutte e tutti devono riconoscere il valore regolatore per una pacifica convivenza. Diritti civili e temi eticamente sensibili Però, forse, non si riesce chiari con le altre culture perché non si sono fatti i conti con la propria. In questo campo le sinistre italiane sono riuscite fino a oggi a dare il peggio di se. Se sulla laicità in generale l’immagine migliore è l’altalena, qui siamo su una giostra impazzita. Ogni giorno si possono ascoltare su fecondazione assistita, aborto, convivenze, diritti delle persone lgbt, testamento biologico, genitorialità, fiumi d’inutili parole. Ognuno va per se, nessuna sintesi, alcun confronto vero è stato tentato negli ultimi 15 anni. Ciò che conta sono i confronti tra élites scelte, tra dirigenti politici e gerarchia cattolica. Gli uni da troppo tempo non conoscono la quotidianità delle persone, gli altri ben più accorti, cercano semplicemente di fermare con tutte le loro forze ogni possibile emancipazione del nostro Paese. La colpa grave delle sinistre italiane sta tutta qui: aver arretrato finendo in un cul de sac rispetto a tutti i temi che attengono alla libertà, alla vita, alla morte. Il confronto come detto si gioca sulla pelle di milioni di persone che inascoltate subiscono i continui contorcimenti dialettali del segretario di turno del PD, piuttosto che di altre formazioni, tutti incapaci di allinearsi a soluzioni e norme condivise non solo dall’area progressista occidentale, ma anche da importanti porzioni dei partiti liberali e conservatori. Se il Vaticano e la Cei sono consapevolmente responsabili di paralizzare ogni possibilità di riforma civile in Italia, chi gli ha fornito gli strumenti morali, economici, sociali è stata la politica italiana, primo fra tutti il campo progressista, che non ha alcuna autonomia rispetto alle gerarchie cattoliche. Il centro destra, naturalmente legato da un patto di ferro con i cardinali che contano, può spadroneggiare su ogni tema, anche etico, senza subire alcun aut aut, mentre le tremolanti sinistre appena tentano di alzar la testa, immediatamente sono bastonate, e silenziosamente tornato all’ovile. E deprimente dover ancora sottolineare come su omofobia e transfobia, recentemente si è riusciti a combinare devastanti pasticci parlamentari ben raccontati da Paola Concia anche su questo giornale, come su il testamento biologico nessun elettore di centro sinistra abbia ancora capito cosa si intenda fare, per non parlare del silenzio tombale calato sul riconoscimento di pari diritti e pari doveri alle coppie omosessuali. Davanti a questo panorama, vogliamo ancora parlare di crocefisso negli spazi pubblici? Magari Gesù sulla croce, come quello della saga di Don Camillo e Peppone, potesse dalle aule dei tribunali, delle scuole e degli uffici pubblici pronunciare parole di conforto ai milioni di italiani che subiscono le ingiustizie. Invece quella croce è muta, cupo amuleto usato per ricordare che senza il papa non si va da nessuna parte, per sempre, nonostante la Pasqua di Resurrezione. Al neo clericalismo le sinistre culturali e politiche rispondono in questo modo: una piccola parte condivide, un’altra ancor più piccola parte contrasta, il resto ammicca. Mancano conoscenza e coraggio politico, perché tutto questo non c’entra nulla con la fede. Eh si proprio nulla, nonostante che i gerarchi minaccino, esortino, blandiscano gli ignoranti politici italiani, la fede è vittima, stuprata da troppi finti cristiani. Chi vive con responsabilità il proprio esser credente non può che provare disgusto, riconoscendo a prima vista queste schiere di affaristi del Tempio che per un voto o una carica ecclesiastica prestigiosa misconoscerebbero senza colpo ferire il Vangelo! Una cosa è certa, per chi vive in silenzio il proprio percorso di fede, è facile intuire che il sorriso di Dio si volge sulle donne libere, sulle persone lgbt, su milioni di onesti incerti credenti o affatto credenti e non sulle cariatidi ingioiellate che frusciano intorno al soglio pietrino o nelle aule parlamentari. Sui diritti civili e le libertà individuali si giocherà il futuro stesso delle sinistre italiane, nonostante l’attuale cocciuta sottovalutazione di dirigenti non adeguati a fornire parole e atti concreti di riscatto. E il non rinnovamento delle classi dirigenti, spiega più di tante altre considerazioni perché permane un preoccupante deficit di laicità. Il pessimismo non è mai un buon atteggiamento per chi voglia cimentarsi a sostegno di una causa E’ vero, che in conclusione di questo lungo intervento gli spunti per intravedere un differente futuro non sono molti. Come sempre però c’è una speranza e risiede nelle persone, nella loro capacità di superare la sopportazione e il menefreghismo e rompere gli argini, interpellando le classi dirigenti visibilmente colpevoli dell’attuale baratro morale. Sono persone religiose, che amano addobbare dall’8 dicembre alberi di Natale e cimentarsi con nuovi e antichi presepi. Sono persone agnostiche che partecipano alla messa di Natale per tradizione e per superstizione. Sono persone atee che amano questo Paese, senza sentire il bisogno di partecipare a riti e feste. La laicità per tutte queste persone è assai preferibile del predominio di una religione sull’altra, delle arroganze di questo o quel potere culturale e sociale. Sono persone di buon senso, che per conoscenza diretta o perché coltivano il bene prezioso della memoria, sanno che la pratica quotidiana e consapevole della laicità è un buon punto di partenza per il vero cambiamento. Per questo c’è ancora una vasta prateria di speranza.
Post n°637 pubblicato il 29 Ottobre 2009 da mancuso0
Il bel film "Viola di Mare" che racconta la storia vera di due ragazze siciliane di fine '800, che si innamorano, rischia di sparire entro una settimana dalle sale italiane. Nonostante che tutti i rilevamenti segnalino un diffuso gradimento da parte del gruppo, Medusa che distribuisce la pellicola, l'ha ritirato dal 50% delle sale programmate e si rischia davvero che tra pochi giorni il film sparisca. Non voglio pensare male, ma questo film, prodotto da una piccola impresa, girato in 7 settimane, è un vero gioiellino, può essere che a qualcuno dia fastidio? Che il fatto che sia riuscito ad essere non censurato, nonostante le belle ed esplicite scene di amore tra due donne non sia garbato a qualcuno? Spero di no, comunque vi invito ad andarlo a vedere e a darmi la vostra opinione
Post n°636 pubblicato il 17 Settembre 2009 da mancuso0
Post n°635 pubblicato il 24 Agosto 2009 da mancuso0
Quello che è accaduto l'altra notte a Roma è gravissimo: due uomini si scambiano un bacio nei pressi del Gay Village e sono aggrediti e uno dei due rischia persino di morire. Tutto accade nella quasi totale indifferenza, e ora si scopre che l'aggressore ha trascorsi penali e un'appartenenza a gruppi di estrema destra. Incredibilmente non viene arrestato, ma siccome non è colto sul fatto, è denunciato a piede libero con l'accusa di tentato omicidio. Come è possibile? Questo è il Paese dove i forti sono tutelati e i soggetti che non hanno santi in paradiso, possono esser impunemente aggrediti ed insultati. La politica come al solito esprime solidarietà mielosa, poco convincente. Il sindaco di Roma Alemanno si comporta bene e chiede da due giorni perché l'aggressore non è in galera. La sua parte politica è ampiamente responsabile del clima d'odio che si è diffuso in Italia, di questo dovrebbe tener conto, speriamo che questa presa di posizione, sia indice di una nuova riflessione, in fondo ha iniziato persino Fini a ravvadersi. Altra curiosità, i giornali sono pieni di nomi e cognomi di persone migranti che compiono reati, per il pregiudicato in questione si salva la privacy, e si citano solo le iniziali. Potere dell'informazione che usa da tempo con sapienza chi è da sbattere in prima pagina e chi invece può esser tutelato, forse perché è ritenuto non troppo colpevole. In fondo, in qualche redazione giornalistica, si sarà pensato quei due gay se lo sono meritati, alle quattro del mattino di esser aggrediti mentre davano spettacolo con le loro turpi effusioni. Ora le famiglie sono preoccupate, doloranti, prese dentro la morsa del circo mediatico che vorrebbe strappare interviste, scavare sul passatto delle vittime, sui rapporti parentali, ecc. Eppure hanno bisogno di quiete, di ritrovare serenità dopo esser state, loro malgrado, coinvolte in un episodio che ha risvolti penali, ma anche politici e sociali. Perché le due vittime vogliono (e come dargli torto) scappare via da questo maledetto Paese, insensibile, che non riesce in alcun modo, perché ha una classe politica indecorosa, a dare risposte concrete sulla reale tutela della sicurezza dei cittadini, tutti. A tutto questo bisogna rispondere non con il vittimismo, perché la ferma denuncia delle aggressioni, la richiesta di precise leggi, non deve mai scivolare nel pietismo. Noi non vogliamo giocare il ruolo delle vittime, ma di persone che hanno dei diritti e dei doveri che devono essere riconosciuti, con fermezza e serenità. Da quì dobbiamo ripartire.
Post n°634 pubblicato il 14 Luglio 2009 da mancuso0
scritto per www.gaynews24.com Cos’è oggi Arcigay? Come è strutturata ed organizzata? Quali politiche ha messo in campo? Bisogna rispondere a queste domande prima di addentrarsi su cosa si vorrebbe cambiare. L’Arcigay è composta attualmente da 45 comitati provinciali, 62 Circoli ricreativi, i soci che annualmente rinnovano la tessera sono circa 100 mila. il Congresso viene convocato sulla base del numero totale delle socie e dei soci in regola con il pagamento della quota sociale o con tessera scaduta da meno di 12 mesi, ovvero circa 150/160 mila soci. Il gettito annuo del tesseramento garantisce un’entrata di circa 480mila euro (65% delle entrate, fino pochi anni fa costituiva oltre il 95% delle entrate). Le crude cifre devono essere inoltre accompagnate da altri elementi. Attualmente Arcigay è una rete associativa di tipo federale, i comitati provinciali oltre ad essere i rappresentanti dell’associazione nel loro territorio o di territori attigui dove non esista un’organizzazione Arcigay, hanno uno statuto autonomo, coerente con quello nazionale, ma che gli permette rispetto alle attività locali la piena sovranità. Lo sviluppo territoriale è aumentato sensibilmente dal 2002 in poi, passando da circa 20 circoli ai 45 comitati provinciali. La rete ricreativa si è sviluppata fino al 2007, subendo invece una battuta d’arresto negli ultimi due anni, causa principale la generale crisi economica. La Segreteria Nazionale è composta da persone che hanno responsabilità di settore ben precisi e sotto il coordinamento di Riccardo Gottardi, Segretario nazionale, ha in questi due anni dispiegato un lavoro notevole di campagne, iniziative, su questi temi: omofobia, visibilità, salute, bullismo, giovani, scuola, cultura, migranti, progetti, ecc. Due ambiti hanno poi avuto un impulso particolare, grazie anche alla spinta del Consiglio Nazionale, quello della salute e benessere e il Gruppo Operativo per i progetti (nel 2008 225mila euro, circa il 25 % delle entrate, fino a pochissimi anni fa incidenza dal 2 al 5 %). Anche sul tema del matrimonio bisogna chiarire la differenza tra il prima e l’oggi: Arcigay ha sempre sostenuto l’accesso al matrimonio civile, prima del 2007 riteneva questo obiettivo inserito all’interno di una politica gradualistica, che partisse dalle Unioni Civili, Pacs per poi giungere al matrimonio o istituto equipollente. L’idea che sia necessario nell’ordinamento giuridico italiano una pluralità di istituti e norme che possano soddisfare appieno le libere scelte di unione tra due persone, rimane valido, la differenza è che oggi il matrimonio non è più una richiesta remota, ma è la principale ed immediata rivendicazione. A questo si collega la questione delle adozioni. In Arcigay si è sempre dibattuto sul tema, privilegiando una sorta di prudenza: si diceva, ci sono più famiglie eterosessuali che vogliono adottare che bambini adottabili, quindi, la questione non esiste. Ma l’irrompere sulla scena sociale della genitorialità lgbt, fenomeno fino a soli pochissimi anni fa ritenuto marginale ed inconsistente, ha cambiato tutto. Famiglie Arcobaleno è oggi una realtà fenomenale, perché concretizza ciò che solo timidamente pochi nel movimento sostenevano: essere lesbiche o gay ed essere genitori non solo è possibile, ma è un fatto. Circa 100mila bambini sono nati da genitori omosessuali, in precedenti storie eterosessuali o con tecniche di fecondazione assistita, questo supera ampiamente un dibattito vecchio su adozioni sì, adozioni no. Io stesso per molto tempo sia sull’utilizzo della parola famiglia accostata agli amori omosessuali o del matrimonio come strumento compatibile a sancire la nostra uguaglianza, ho nutrito molti dubbi. L’incontro con le famiglie omogenitoriali, con tante coppie gay e lesbiche è servito a farmi cambiare idea. Sono sempre stato ritenuto dentro Arcigay un personaggio conservatore, proveniente da quella area della sinistra più di destra; anche la mia condizione di credente attenta a coniugare fede ed omosessualità, mi hanno sempre fatto percepire come un gay militante “spurio”, contaminato da culture non molto gradite all’interno dell’ambiente degli intellettuali e dei leader del movimento. Allora perché la mia presidenza è ritenuta eccessivamente radicale, quasi estremista? Forse perché ritengo essenziale, nel pieno rispetto e mai abbastanza sottolineato ringraziamento per ciò che è stato fatto nel passato, una robusta discontinuità. Su alcune questioni Arcigay, spero una volta per tutte, dovrà operare delle scelte. Al di là dei recenti fremiti interni ed esterni, le questioni vere su cui ci si dovrà confrontare sono essenzialmente quattro: autonomia di Arcigay dai partiti, piattaforma rivendicativa, completamento della riforma interna, rapporti con il movimento. Rispetto all’autonomia di Arcigay credo che bisognerebbe intraprendere una strada ancora più netta: le incompatibilità di carica politica, sindacale ed elettiva previste per la Segreteria, sarebbe giusto estenderle anche alla carica di Presidente di Comitato o Regionale e di responsabile nazionale di settore, mi piacerebbe inoltre che nello statuto fosse prevista l’impossibilità di ricandidarsi alla carica di Presidente e di Segretario nazionali dopo lo svolgimento di due mandati pieni, così da rendere effettivo un continuo ricambio. Esser rappresentanti dei diritti negati e dei bisogni quotidiani dei gay e delle lesbiche necessita di avere un proprio pensiero, una autonoma organizzazione. Una delle critiche più evidenti alla riforma organizzativa di Arcigay è mossa da chi pensa che ci siamo trasformati in un quasi partito centralista. Invece il radicamento territoriale, una chiara determinazione dei livelli di responsabilità, sono elementi essenziali per la costruzione della lobby sociale. Senza l’attuale strutturazione (che va ripensata in alcuni suoi aspetti) non avremmo potuto accedere ad alcun progetto ministeriale. Dico lobby, anche se il termine fa storcere il naso a parecchi, perché non mi sembra più il caso di girarci intorno: Arcigay per essere uno strumento adeguato alla battaglia politica e culturale che dobbiamo svolgere, non può più essere un gigante dalle gambe d’argilla. Sulla piattaforma rivendicativa e i valori dentro l’associazione non ci sono differenze apprezzabili, su come attuarli sì. Ammetto che possano esserci stati in questi due anni alcune prese di posizione criticabili, di cui mi assumo pienamente la responsabilità. A mia lieve discolpa porto due argomenti: l’eccessiva esposizione mediatica era necessaria per accreditare con chiarezza la nuova leadership; in alcune vicende si è calcati la mano convinti di aver ragione, ma peccando di ingenuità e cadendo in alcuni tranelli. Solo gli sciocchi e gli arroganti pensano di aver sempre ragione, allo stesso tempo non sono così ingenuo da non comprendere che alcune vicende sono state strumentalizzate per portare attacchi che non c’entravano nulla, volte solamente ad indebolire il nocciolo della nuova linea politica: distanti e distinti dai partiti. Per quanto riguarda i rapporti con il movimento ritengo essenziale proseguire nel percorso di costruzione di una Federazione nazionale. Su questo tema c’è l’accordo di Arcilesbica, Agedo, Famiglie Arcobaleno. Queste associazioni si assumeranno il compito di proporre un confronto aperto per costruire finalmente un luogo in cui con regole minime condivise, si possano decidere insieme i Pride, campagne, ecc. L’eterna divisione tra chi vuole sempre il Pride nazionale a Roma e chi invece afferma che bisogna sempre farlo itinerante, dovrebbe esser velocemente superata. Si discuta prima su cosa sono i Pride, quali dovrebbero essere le metodologie politiche ed organizzative che li convocano, allora forse ci accorgeremmo che è urgente parlare di Sistema nazionale Pride, ovvero di una condivisine politica collettiva con l’affidamento (come avviene in quasi tutto l’Occidente) della gestione organizzativa ad una società o fondazione. Ritengo inoltre necessario che finalmente si riconosca che il movimento lgbt italiano è formato da una costellazione variegata di gruppi, associazioni, al cui interno persistono differenti, a volte alternative linee politiche. Sarebbe finalmente sufficiente prendere atto di questo, e ricercare un accordo su un minino comun denominatore, tralasciando estenuanti e ormai decennali tentativi di convincersi a vicenda o di “scomunicarsi” ad ogni piè sospinto. Quello che è accaduto dal Roma Pride del 2007 a oggi, spero abbia fatto riflettere tutte e tutti: siamo obbligati a coesistere, cerchiamo di farlo con sapienza e pazienza. Per tutte queste ragioni Arcigay, deve esser uno strumento non influenzabile dalle momentanee maggioranze e minoranze governative, né dalle vacue e anche un po’ stucchevoli promesse che ciclicamente vengono cantate dalle Sirene. Più Arcigay saprà esser pazientemente intransigente, più acquisterà consenso (tanto necessario ed urgente) dentro il popolo lgbt e ritenuta interlocutore rispettabile dalla politica. La forza del cambiamento è già disponibile: è costituita da quelle centinaia di migliaia di gay e di lesbiche oggi visibili, che partecipano in varie forme. E’ una forza tuttora diffidente, se non fortemente critica. Ma solo quella forza ci permetterà di cambiare la politica. L’interlocuzione con la politica non deve mai esser abbandonata, ma un conto è sentirsi latori di legittimi ed irrinunciabili diritti negati, altro è esser disposti ad abbassare l’asticella ogni qualvolta la politica, con proposte estemporanee e mediatiche, si accorge di noi. La dignità e la consapevolezza di se sono due valori che non possono esser svenduti mai, neppure quando ci si siede al tavolo del confronto. I partiti, il Parlamento, il Governo hanno il dovere di fare proposte, di approvare leggi, a noi spetta il compito di tenere ferma la nostra volontà di esser cittadini uguali e liberi. Avrei voluto affrontare tanti altri temi, non credo mancherà l’occasione, ne elenco in conclusione solo due, perché li ritengo importanti per la vita concreta delle persone omosessuali: benessere e salute, non significano “solamente” prevenzione e informazione su Aids e malattie sessualmente trasmissibili, bisogna con coraggio affrontare senza facili moralismi, il tema del diffuso abuso di sostanze che alterano la coscienza e che tra l’altro provocano un drammatico abbassamento dell’attenzione; la condizione di omosessualità vissuta nella terza età sta diventando fenomeno sociale per nulla affrontato, mentre la solitudine e l’emarginazione in questa fase della vita sono i pericoli più evidenti. (Aurelio Mancuso)
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FANTASTICAScrivimiPer scrivermi invia una email a aurelio.mancuso@libero.it Chi sono in breveAurelio Mancuso ha 45 anni è giornalista pubblicista e ricopre attualmente l'incarico di Presidente nazionale Arcigay. La sua esperienza politica e sociale si è essenzialmente formata nell'ambito dei gruppi d’aiuto rivolti ai giovani in difficoltà e tossicodipendenti. Negli anni '80, ha collaborato con alcuni noti sacerdoti impegnati in prima fila nella lotta contro il traffico illegale di stupefacenti e, a favore del recupero dei ragazzi emarginati e dell'aggregazione giovanile. Aurelio Mancuso, si è inoltre impegnato nel movimento pacifista, di cui è stato uno dei rappresentanti più in vista nella stagione della lotta contro il riarmo nucleare e dell'insediamento di nuove basi nucleari in Italia. Aurelio Mancuso da sempre è iscritto e militante del più grande partito della sinistra italiana, il PCI, poi divenuto PDS e oggi DS, in cui ha ricoperto incarichi nazionali e regionali. Nell’ultimo periodo ha avviato un percorso d’allontanamento dall’impegno politico in senso stretto, per dedicarsi esclusivamente alle battaglie di laicità e libertà rivendicate dal movimento lgbt. Nel suo percorso di fede, ha incontrato le comunità cristiane di base, di cui condivide la storia, lo sforzo ecumenico e il forte dissenso rispetto alle indebite ingerenze delle gerarchie cattoliche. Negli ultimi dieci anni ha attivamente partecipato all'ampliamento e al rafforzamento del movimento gay italiano, in particolare in Arcigay coordina la rete dei Comitati territoriali e delle Associazioni ricreative e ha contribuito all'organizzazione di tutte le grandi campagne politiche e sociali di questi ultimi anni, prima fra tutte, il sostegno al progetto di legge del PACS, ovvero il riconoscimento delle coppie conviventi etero e omosessuali. La parità dei diritti delle persone lgbt, la lotta contro l’omofobia e la transfobia, una Arcigay chiaramente autonoma dalle influenze partitiche e, quindi, vero e proprio sindacato dei gay e delle lesbiche italiane, rappresentano per Mancuso le idee per cui oggi bisogna impegnarsi fino in fondo, attraverso anche la costruzione di un patto federativo tra le associazioni lgbt italiane, più determinate a lavorare insieme per raggiungere quei risultati che finora sono mancati. Dal 13 maggio 2007 è il Presidente nazionale di Arcigay. La mia canzoneMorirò d'Amore Vento nei capelli e gli occhi al sole LE MIE E I MIEI CANTANTIMercedes Sosa Emma Shappling Enigma Fiorella Mannoia Alice Franco Battiato Giuni Russo Maria Carta Fabrizio De André Nina Hagen The Cranberries U2 Queen Toto Depeche Mode Sting Sarah Brightman Angelo Branduardi Antonella Ruggiero Francesco De Gregori |
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