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Storia - 6 -

Post n°98 pubblicato il 06 Marzo 2011 da maniamicheass.vol
 
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Leggi elettorali del Regno d'Italia
La
legge elettorale del Regno di Sardegna emanata da Carlo Alberto il 17 marzo 1848, era stata elaborata anteriormente all'apertura del Parlamento subalpino da una commissione presieduta da Cesare Balbo. L'elettorato poteva essere esercitato solamente dai maschi in possesso di una serie di requisiti: età non inferiore ai 25 anni, saper leggere e scrivere, pagamento di un censo di 40 lire. Al voto erano ammessi, anche non pagando l'imposta stabilita, i cittadini che rientravano in determinate categorie: magistrati, professori, ufficiali. I deputati, in numero di 204, erano eletti in altrettanti collegi uninominali a doppio turno. Questa normativa elettorale, parzialmente modificata dalla legge del 20 novembre 1859, n. 3778, emanata durante la seconda guerra di indipendenza dal governo Rattazzi in virtù dei pieni poteri, rimase sostanzialmente inalterata dal 1848 al 1882, per le sette legislature del Regno di Sardegna dal 1848 al 1861 e per sette successive legislature del Regno d'Italia dal 1861 al 1882.

La legge del 22 gennaio 1882, n. 999, nacque da un progetto presentato da Benedetto Cairoli, presidente del consiglio dal 26 marzo 1878 ed esponente della sinistra storica. Essa ammise all'elettorato tutti i cittadini maggiorenni che avessero superato l'esame del corso elementare obbligatorio oppure pagassero un contributo annuo di lire 19,80; in tal modo si realizzò un cospicuo allargamento del corpo elettorale che passò da circa 628.000 ad oltre 2.000.000 di elettori, cioè dal 2% al 7% della popolazione totale che contava 28.452.000 abitanti. Furono anche modificate le circoscrizioni con riferimento alle province e si costituirono collegi con due e fino a cinque rappresentanti, adottando lo scrutinio di lista. Venne così abolito lo scrutinio uninominale, ma l'esperimento non diede risultati soddisfacenti e con la legge 5 maggio 1891, n. 210, si tornò al precedente sistema uninominale a doppio turno. Questa normativa elettorale restò in vigore per nove legislature dal 1882 al 1913.

Su pressione delle organizzazioni popolari di massa, in particolare quelle socialiste, ma anche quelle cattoliche, il suffragio universale maschile fu introdotto dal governo Giolitti con la legge del 30 giugno 1912, n. 666. L'elettorato attivo fu esteso a tutti i cittadini maschi di età superiore ai 30 anni senza alcun requisito di censo né di istruzione, restando ferme per i maggiorenni di età inferiore ai 30 anni le condizioni di censo o di prestazione del servizio militare o il possesso di titoli di studio già richiesti in precedenza. Il corpo elettorale passò da 3.300.000 a 8.443.205, di cui 2.500.000 analfabeti, pari al 23,2% della popolazione. Non si attuò invece la revisione dei collegi elettorali in base ai censimenti. La Camera respinse a grande maggioranza con votazione per appello nominale la concessione del voto alle donne. Nel clima culturale del primo Novecento, in cui la fiducia nel progresso tecnico e scientifico attribuiva agli inventori il compito di risolvere ogni problema, anche la Commissione parlamentare che esaminò il disegno di legge sull'allargamento del suffragio dedicò attenzione a decine di inventori di "votometri" e "votografi", precursori del voto elettronico. Questa normativa fu impiegata nelle sole elezioni politiche italiane del 1913.

Al termine del primo conflitto mondiale la legge 16 dicembre 1918, n. 1985, ampliò il suffragio estendendolo a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto il 21º anno di età e, prescindendo dai limiti di età, a tutti coloro che avessero prestato servizio nell'esercito mobilitato. Inoltre, l'idea di una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale, promossa dalle forze politiche d'ispirazione socialista e cattolica, si impose nel dopoguerra. Il 9 agosto 1918 la Camera votò a scrutinio segreto la nuova legge elettorale con 224 voti a favore e 63 contrari. Con la legge 15 agosto 1919, n. 1401, fu introdotto il sistema proporzionale. Base dei collegi divennero le province, ma con riguardo anche alla popolazione in modo tale che ad ogni collegio corrispondessero almeno 10 eletti. Questa normativa, presentata dal governo Orlando, fu impiegata nelle elezioni politiche italiane del 1919 e nelle elezioni politiche italiane del 1921.

Giunto al potere alla fine del 1922, Benito Mussolini manifestò subito la volontà di modificare il sistema elettorale per costituirsi una Camera favorevole e di indire nuove elezioni. La legge elettorale del 18 novembre 1923, n. 2444, meglio nota come legge Acerbo (dal nome del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo, che ne fu l'estensore materiale), rispose a questa esigenza introducendo un sistema che prevedeva l'introduzione nel territorio dello Stato del Collegio Unico nazionale attribuendo due terzi dei seggi alla lista che avesse riportato la maggioranza relativa (purché superiore al 25%), mentre l'altro terzo sarebbe stato ripartito proporzionalmente tra le altre liste di minoranza su base regionale e con criterio proporzionale. Questa normativa fu impiegata nelle elezioni politiche italiane del 1924.

Nel 1928, il disegno di legge sulla riforma della rappresentanza politica presentato dal ministro della giustizia Alfredo Rocco introdusse un nuovo sistema elettorale che, negando la sovranità popolare e liquidando l'esperienza parlamentare, contribuiva alla realizzazione di un regime autoritario basato sulla figura del Capo del Governo. Il provvedimento approvato senza discussione riduceva le elezioni all'approvazione di una lista unica nazionale di 400 candidati, prevedendo la presentazione di liste concorrenti solo quando la lista unica non fosse stata approvata dal corpo elettorale. La compilazione della lista era compito del Gran Consiglio del Fascismo, dopo aver raccolto le designazioni dei candidati da parte delle confederazioni nazionali di sindacati legalmente riconosciute ed altri enti ed associazioni nazionali. (Testo unico 2 settembre 1928, n. 1993). Questa normativa fu impiegata nel plebiscito del 1929 e nel plebiscito del 1934.

Il sistema elettivo fu poi abbandonato nel 1939; la Camera dei deputati venne soppressa ed al suo posto venne istituita la Camera dei Fasci e delle Corporazioni di cui facevano parte coloro che rivestivano determinate cariche politico-amministrative in alcuni organi collegiali del regime e per la durata della stesse.

 
 
 

Storia -5-

Post n°97 pubblicato il 06 Marzo 2011 da maniamicheass.vol
 
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Il Regno durante la seconda guerra mondiale
                               (II parte)

 

L'indomani della liberazione di Roma (4 giugno 1944) da parte delle truppe alleate, Vittorio Emanuele III nominò il figlio Umberto II (il futuro “Re di Maggio”) luogotenente del Regno (5 giugno 1944), nel vano tentativo di ritardare il più possibile il momento dell'abdicazione.
Nell'agosto 1944 i partigiani liberarono Firenze, mentre nel novembre dello stesso anno il fronte si stabilizzò lungo la Linea Gotica, ai piedi dell'Appennino tosco-emiliano.
Da giugno fino a novembre si svilupparono le lotte partigiane in tutto il nord Italia: l'attività politica e militare della Resistenza venne riconosciuta con l'istituzione del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) e il CVL (Corpo Volontari della Libertà). Il 24 agosto il capo del Governo Bonomi conferì al CLNAI alcuni poteri in Alta Italia. Tra luglio e agosto 1944 i partigiani formarono la Repubblica di Montefiorino; tra l'agosto e il settembre 1944 si proclamò indipendente la Repubblica libera della Carnia; il 10 settembre 1944 si formò la Repubblica dell'Ossola, che terminerà il 10 ottobre 1944 (i “40 giorni di libertà”); ad Alba i partigiani presero il potere fra l'ottobre e il novembre del 1944.
Nell'aprile 1945 le truppe alleate sfondarono la linea gotica e liberarono il nord Italia, aiutate anche dalle numerose insurrezioni nelle principali città (Bologna, Genova, Milano e Torino).
Il 27 aprile Mussolini cercò la fuga in Svizzera con Claretta Petacci, ma venne riconosciuto dai partigiani a Dongo e giustiziato il giorno dopo a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como.
Il 1º maggio, truppe partigiane jugoslave occupavano Trieste, anticipando le truppe inglesi, che giunsero il 3 maggio. Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto il 9 maggio 1946, per ritirarsi in esilio ad Alessandria d'Egitto, dove morì il 28 dicembre 1947

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Luogotenenza e regno di Umberto II (1944-1946)
Umberto II, ultimo re d'Italia
La seconda guerra mondiale lasciò l'Italia con un'economia notevolmente compromessa ed una popolazione politicamente divisa. Il malcontento in parte era dovuto all'imbarazzo di una nazione occupata prima dai tedeschi e poi dagli Alleati.
Umberto II, passato alla storia come Re di Maggio, ottenne la corona il 9 maggio 1946, quando il padre abdicò in suo favore, ma di fatto aveva cominciato a governare nel giugno 1944, quando il padre, nominandolo luogotenente del Regno, gli affidava la totalità del potere. Come luogotenente Umberto II si distinse per la sua politica molto diversa da quella del padre.
Il suo regno ebbe diversi governi capeggiati da Bomomi, e De Gasperi che, a seguito delle "tregua istituzionale" videro la partecipazione di tutte le forze politiche democratiche. Il 2 giugno 1946 si tenne il referendum per scegliere fra monarchia e repubblica, referendum voluto dai partiti politici e decretato dallo stesso Umberto II. La monarchia ottenne oltre 10 milioni di voti, la repubblica poco meno di due milioni di più. Molte furono le irregolarità e le accuse di brogli. Vennero presentati moltissimi ricorsi alla Corte di Cassazione che caddero nel nulla.
Poco prima che la Cassazione si pronunciasse circa i ricorsi e decretasse la validità o meno del referendum (cosa che mai avvenne in forma ufficiale), il 13 giugno il Governo De Gasperi dichiarò decaduto Umberto II e lo stesso Primo Ministro assunse le veci di capo di Stato provvisorio. Umberto lasciò l'Italia senza abdicare e lanciando un proclama agli italiani, in cui denunciava "l'atto rivoluzionario" del Governo, per rifugiarsi a Cascais, in Portogallo, assumendo il titolo di conte di Sarre. Morì in esilio per un male incurabile nel 1983.

 

 

 

 

 
 
 

Storia - 4 -

Post n°96 pubblicato il 06 Marzo 2011 da maniamicheass.vol
 
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Il Regno durante la seconda guerra mondiale  (I parte)
A causa delle sanzioni economiche, l'Italia si ritrovò in una situazione sfavorevole, alla quale Mussolini fece fronte con un regime autarchico. Il regime di autosufficienza economica rappresentò una soluzione parziale, dato che all'economia era necessario il commercio: l'unica nazione disposta a commerciare con l'Italia fu la Germania di Hitler, con la quale l'Italia firmò il Patto d'Acciaio (22 maggio 1939, firmato da i due Ministri degli Esteri: Joachim von Ribbentrop e Galeazzo Ciano), un accordo che sanciva aiuto reciproco in caso di un conflitto e si definì così l'Asse Roma-Berlino. Nel 1940, Vittorio Emanuele III, anche se personalmente contrario all'entrata in guerra al fianco della Germania nazista, non si oppose alla scelta di Mussolini.
Nel 1943 la guerra volse al peggio per l'Asse, dunque il Re, pressato dalle gerarchie militari, destituì Mussolini, sostituendolo con il maresciallo Pietro Badoglio, in seguito al pronunciamento del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Nel luglio-agosto 1943 il generale Dwight D. Eisenhower guidò lo sbarco in Sicilia: il 10 luglio alcune armate anglo-americane sbarcano in Sicilia; il 17 agosto la Sicilia era liberata.
Mussolini venne arrestato il 26 luglio dello stesso anno, sfiduciato dal Partito Nazionale Fascista, imprigionato a Ponza, poi a La Maddalena ed infine, il 27 agosto, a Campo Imperatore, dove venne liberato dai tedeschi il 12 settembre e il 23 settembre costituì la Repubblica Sociale Italiana (RSI), o Repubblica di Salò (sul lago di Garda).
Intanto il nuovo capo del governo, il cui mandato iniziò ufficialmente il 26 luglio 1943 condusse trattative segrete che culminarono con la firma dell'armistizio a Cassibile (Siracusa) il 3 settembre, annunciato alla popolazione del Regno solo l'8 settembre. La notte stessa della firma dell'armistizio il Re e il governo fuggirono a Brindisi, che divenne sede provvisoria del governo, mentre alcune armate alleate giunsero a Taranto e a Salerno.
In settembre i tedeschi attuarono l'operazione Alarico: 700.000 soldati italiani furono deportati in Germania, mentre Hitler annetteva dall'Italia il Trentino-Alto Adige, la Carnia, l'Istria e la Dalmazia. Nelle città principali, nelle valli settentrionali e nel centro Italia si formarono i primi gruppi partigiani, e la Marina Militare, in osservanza dell'armistizio, si concentrò su Malta.
Fra l'ottobre 1943 e il maggio del 1944 la “Linea Gustav” bloccava l'avanzata alleata, che però riprese il suo corso dopo che le truppe tedesche abbandonarono il caposaldo di Cassino.
Tra il 28 settembre e il 1º ottobre 1943 a Napoli i partigiani combatterono le quattro giornate di Napoli.
Il 13 ottobre Badoglio dichiarò guerra alla Germania. Nel gennaio del 1944 la sede provvisoria del governo fu trasferita a Salerno; fu in questa città che nell'aprile 1944 si formò il primo governo di unità nazionale.
Il 22 gennaio le truppe americane sbarcano ad Anzio ed il 15 febbraio 1944 dei bombardamenti danneggiarono gravemente l'abbazia di Montecassino.
 

 

 

 
 
 

Storia -3-

Post n°94 pubblicato il 06 Marzo 2011 da maniamicheass.vol
 
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Regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946)
L'anteguerra
Vittorio Emanuele III nacque a Napoli l'11 novembre 1869, figlio di Umberto I e di Margherita di Savoia. Nel 1896 sposò Elena di Montenegro e salì al trono nel 1900, quando il padre venne assassinato. Promotore di una politica riformatrice, sostenne l'azione politica di Giuseppe Zanardelli e Giovanni Giolitti. Si mostrò favorevole, nel 1911, all'invasione della Libia, preceduta da una grande campagna propagandistica.

Il periodo compreso tra il 1901 e il 1913 fu dominato dalla figura dello statista Giovanni Giolitti: la modernizzazione dello stato liberale, insieme con le prime riforme di carattere sociale, nate in un clima di positivo rapporto tra governo e settori moderati del socialismo, ne fu il tratto caratterizzante. Importanti furono le posizioni riformistiche prevalse tra le file del partito socialista, che posero in minoranza l’ala massimalista, fautrice di uno scontro sociale e politico senza mediazioni. La svolta nel partito socialista trovò giustificazione nella linea politica tenuta da Giolitti, che si caratterizzò per un nuovo atteggiamento di neutralità governativa nei conflitti di lavoro, lasciando che fossero risolti dalle parti in causa: industriali e operai. Ai governi presieduti da Giolitti risalgono le prime leggi speciali per lo sviluppo del Mezzogiorno, imperniate sul principio del credito agevolato alle imprese e riguardanti la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna e Napoli: in quest’ultimo caso fu possibile ultimare rapidamente il centro siderurgico di Bagnoli.

Un altro importante progetto portò alla statalizzazione delle ferrovie approvata dal Parlamento nel 1905, che metteva l’Italia al passo con gli altri paesi europei in un settore essenziale allo sviluppo. Nel 1912 una legge per finanziare le pensioni di invalidità e di vecchiaia per i lavoratori inaugurava la moderna legislazione sociale in Italia. L’età giolittiana fu contrassegnata da una forte crescita economica che fece registrare notevoli tassi di sviluppo nel settore industriale, con conseguente aumento del reddito di molti italiani. Tuttavia, gli indici altrettanto elevati dell’emigrazione all’estero (circa 8 milioni di italiani lasciarono il paese in dieci anni) confermavano i radicati squilibri tra nord e sud e tra città e campagna. L'Italia, alleata con la Germania, le cui ambizioni coloniali erano osteggiate da Gran Bretagna e Francia, trovò il pretesto per agire al di fuori dei vincoli della Triplice Alleanza (Germania, Italia, Austria-Ungheria). Favorevoli alla campagna furono i grandi gruppi finanziari, come il Banco di Roma e la Banca Commerciale, ed esponenti della corrente nazionalista. Contrari erano i socialisti e alcuni rappresentanti del movimento democratico. Per la dichiarazione di guerra alla Turchia, avanzata il 29 settembre 1911, il Primo Ministro Giovanni Giolitti e il Ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano violarono l'articolo 5 dello Statuto Albertino, che prevedeva che le dichiarazioni di guerra dovessero venir approvate dal parlamento.

I 100 000 uomini del generale Carlo Caneva occuparono Cirenaica e Tripolitania in ottobre, dichiarandole territorio italiano il 5 novembre. Nel maggio 1912 truppe italiane agli ordini del generale Giovanni Ameglio occuparono Rodi e il Dodecaneso. La Turchia, incapace di rispondere efficacemente alle manovre italiane, accettò i termini stabiliti nella pace di Losanna ( 18 ottobre 1912), in cui si stabiliva che l'Italia doveva ritirare le truppe dalle isole egee, mentre la Turchia cedeva la Libia al Governo italiano. Dato che la Turchia si rifiutava di cedere la Libia, l'Italia non ritirò il contingente dal Dodecaneso, dove rimase invece per tutta la durata della prima guerra mondiale. Nel 1923 il Trattato di Losanna assegnava ufficialmente il Dodecaneso e Rodi all'Italia, e sarebbero rimaste sua colonia fino al 1945.

Nel 1915, Vittorio Emanuele III si dimostrò ancora una volta favorevole all'entrata in guerra a fianco di Gran Bretagna, Francia e Russia. Allo scoppio della prima guerra mondiale, si recò personalmente al quartier generale in Veneto, anche se il comando era tenuto da Luigi Cadorna, lasciando la luogotenenza del Regno allo zio Tommaso, duca di Genova. Fino al 1917 la situazione del fronte era stabile, con pochissime conquiste e decine di migliaia di vittime da entrambi i lati. Ma nell'ottobre del 1917 una forte scossa alla guerra sul fronte italiano: la disfatta di Caporetto. Per l'organizzazione politica e militare italiana fu una rivoluzione: il Comando dell'esercito venne affidato ad Armando Diaz (il “Duca della Vittoria”) e il Governo presieduto da Paolo Boselli fu costretto alle dimissioni. Verrà subito sostituito da Vittorio Emanuele Orlando, che poi parteciperà alla Conferenza di Pace di Parigi, grazie al quale l'Italia ottenne il Trentino-Alto Adige, Trieste, Gorizia, l'Istria, Zara e le isole del Carnaro, di Lagosta, di Cazza e di Pelagosa.

                   Il regno tra le due guerre mondiali
In Italia il ritorno alla pace mise allo scoperto le fragilità del sistema economico, chiamato alla riconversione dalla produzione bellica a quella civile: debito pubblico alle stelle, inflazione e disoccupazione erano le eredità del conflitto. Nell’opinione pubblica si insinuò il mito della “vittoria mutilata” allorché alla conferenza di pace fu negata all’Italia la cessione della Dalmazia e di Fiume, in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli. A nulla servì il gesto di rottura compiuto dai ministri plenipotenziari, Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, i quali nell’aprile del 1919 abbandonarono per protesta la Conferenza di Parigi, salvo farvi ritorno poco dopo per la firma dei trattati conclusivi, nei quali venivano riconosciuti all’Italia Trento, Trieste e l’Istria. In un clima di delusione ebbero buon gioco i nazionalisti a fare sentire la loro protesta e ad applaudire l’occupazione di Fiume effettuata nel settembre del 1919 dai volontari guidati dal poeta Gabriele d’Annunzio e fiancheggiati da truppe sediziose dell’esercito.

 

A partire dal 1919 gli operai nelle fabbriche e i braccianti nelle campagne scesero in sciopero per rivendicare aumenti salariali e migliori condizioni di vita; ma agiva in loro anche il richiamo alla rivoluzione socialista, sull’esempio di quella in atto nella Russia di Lenin. Il movimento popolare, indirizzato dai sindacati e dal Partito socialista, mancò di una chiara linea di conduzione perché venne disorientato dalle divisioni all’interno della sinistra, in particolare dallo scontro tra massimalisti e riformisti. Raggiunse l’acme con l’occupazione delle fabbriche del Nord (1920), per poi declinare rapidamente. Intanto in quegli anni si affacciarono nuove formazioni politiche, espressione di ideologie moderne. Nel 1919 fu fondato dal sacerdote Luigi Sturzo il Partito popolare italiano, sotto gli auspici della Chiesa. Lo stesso anno vide venire alla luce il movimento fascista, nato per iniziativa di Benito Mussolini come forza extraparlamentare col nome di Fasci italiani di combattimento, in difesa degli ideali nazionalistici e con un radicalismo antisocialista; esso si rivolgeva soprattutto agli ex combattenti e ai ceti medi, facendo leva sulla paura di una rivoluzione comunista. Nel 1921 da una scissione in seno al partito socialista nacque il Partito comunista d’Italia: Antonio Gramsci ne era il leader teorico.

Nelle istituzioni si riflettevano le tensioni presenti nella società. Nel giugno del 1920 fece ritorno alla presidenza del consiglio Giolitti, che per esperienza e prestigio si pensava potesse comporre i contrasti politici. Egli risolse la questione di Fiume, firmando con la Iugoslavia il trattato di Rapallo (12 novembre 1920), che riconosceva all’Italia Zara e le isole di Cherso, Lussino, Zara, Lagosta e Cazza, e faceva di Fiume una città libera: tale sarebbe rimasta fino al 1924, anno in cui, con il trattato di Roma, passò sotto la sovranità italiana. Le difficoltà per Giolitti vennero dalla situazione interna, perché cresceva nei ceti medi e nei possidenti, allarmati dalle vittorie socialiste alle elezioni amministrative, l’attesa di una risposta autoritaria, mentre l’opinione moderata era turbata dal disordine e dalle violenze generate ai margini del movimento operaio da quanti speravano di innescare una situazione rivoluzionaria, a somiglianza di quanto era da poco accaduto in Russia.

Il 18 settembre 1920, grazie ad un accordo italo-albanese (accordo di Tirana del 2 agosto 1920, in cambio delle pretese italiane su Valona) e ad un accordo con la Grecia, l'isola di Saseno entrò a far parte dell'Italia, la quale la voleva per la sua posizione strategica all'imbocco del Mare Adriatico.

Esauritosi il cosiddetto Biennio rosso (1919-1920) delle lotte operaie e contadine, la reazione dei ceti medi, degli agrari e degli industriali si indirizzò verso il movimento fascista, le cui violenze vennero ottusamente assolte come premessa a un auspicato “ritorno all’ordine”. Mussolini riuscì così a catalizzare sia le frustrazioni della piccola borghesia, disposta persino all’uso della violenza, sia lo spirito di rivalsa diffuso tra i grandi detentori di ricchezze, gli agrari in primo luogo. Iniziarono allora le violenze delle squadre di volontari fascisti, le camicie nere, contro le sedi e gli uomini del movimento operaio e socialista. Nelle elezioni politiche del 1921 il Partito nazionale fascista, fondato in quell’anno, ottenne 35 deputati, un numero ancora inferiore a quello dei socialisti ma sufficiente a segnare la sconfitta dei partiti democratici, tra loro profondamente divisi.

Nell’ottobre del 1922 Mussolini chiamò a raccolta i suoi uomini e li organizzò in formazioni di carattere militare, a capo delle quali mise un quadrumvirato composto da Italo Balbo, Cesare De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi. Il 27 ottobre del 1922 le camicie nere si raccolsero in diverse parti d’Italia per dirigersi su Roma (marcia su Roma del 28 ottobre) e chiedere le dimissioni del governo presieduto da Luigi Facta. Questi si rivolse al re perché proclamasse lo stato d’assedio e sciogliesse la manifestazione. Ma Vittorio Emanuele III si oppose e affidò a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo. In questo modo, Mussolini andò al governo a capo di una coalizione di liberali e popolari,che ottenne la maggioranza nel voto parlamentare.

Alla vigilia dell'inizio del Ventennio, Vittorio Emanuele III assunse una posizione incerta al profilarsi dell'era fascista. Nel 1922, in occasione della marcia su Roma, si rifiutò di firmare lo stato d'assedio, e conferì a Benito Mussolini l'incarico di formare un nuovo Governo. Con l'avvento del Ventennio Mussolini dominò fino al 1943 la scena politica italiana, prendendo ogni decisione da solo senza alcuna opposizione. Nel 1936 Vittorio Emanuele III, oltre a quello di Re d'Italia e Principe di Napoli, assunse il titolo di Imperatore d'Etiopia, con la campagna del generale Rodolfo Graziani che conquistò l'Abissinia con la totale noncuranza delle sanzioni economiche, e nel 1939 quello di Re d'Albania.

 
 
 

Storia -2-

Post n°93 pubblicato il 06 Marzo 2011 da maniamicheass.vol
 
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Regno di Umberto I (1878-1900)

I governi della "Sinistra storica"
Depretis formò un governo che, oltre all'appoggio della Sinistra, schieramento di cui faceva parte, si reggeva anche sull'appoggio di una parte della Destra, quella che aveva contribuito alla caduta del governo Minghetti. Nella sua azione di governo, Depretis cercò sempre ampie convergenze su singoli temi con settori dell'opposizione, dando vita al fenomeno del trasformismo.

Nel 1876, la Sinistra si presentò alle elezioni con un programma protezionista. Si faceva portavoce delle rivendicazioni contro la Destra storica. Con la crisi economica in Europa (1873) crebbe la miseria dei braccianti; questo provocò i primi scioperi agricoli. Il protezionismo si tradusse nell'intervento dello stato, aggiunto ai dazi doganali, che limitavano le importazioni e favorivano il commercio interno. L'interesse del governo si rivolse al rafforzamento dell'industria: grazie agli incentivi statali e al protezionismo nacquero le Acciaierie di Terni e le Officine Meccaniche Breda nel 1884; si svilupparono le infrastrutture; la produzione industriale aumentò. L'ossessione del governo italiano era di portare il paese su una posizione adeguata a livello internazionale; per questo motivo venne acquistata nel 1882 la Baia di Assab dalla Compagnia Rubattino, da cui partì in seguito l'avventura coloniale nell'Africa orientale.

La Sinistra storica cercò di migliorare le condizioni di vita della popolazione: con la legge Coppino del 1877 fu ribadita l'istruzione obbligatoria e con la riforma della legge elettorale del 1882 il diritto di voto fu esteso a chi avesse frequentato i primi due anni di scuola o pagasse almeno 20 lire di tasse annue.

Depretis avviò anche una serie di inchieste sulle condizioni di vita dei contadini nella penisola, la più famosa delle quali fu l'inchiesta Jacini. Tali iniziative rivelarono una grande miseria e pessime condizioni igieniche; l'infanzia era spesso vittima della difterite mentre gli adulti soffrivano di pellagra per malnutrizione. Tuttavia le finanze dello Stato venivano dissipate dalla politica coloniale e dai finanziamenti industriali: non furono realizzate nuove strutture scolastiche né bonifiche o migliorie agricole.

Negli ultimi anni dell’Ottocento il Regno fu afflitto da un’emigrazione di massa, nel corso della quale milioni di contadini si trasferirono nelle Americhe e in altri stati europei. In quel periodo, però, l’Italia fece anche un decisivo passo in avanti, avvicinandosi ai paesi più moderni. Ebbe inizio un ciclo di rapida industrializzazione; si affermò il movimento operaio; l’economia progredì, favorita dall’adozione di misure protezionistiche e dai finanziamenti concessi dallo stato e da alcune importanti banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano). L’industrializzazione ebbe i suoi punti di forza nella siderurgia (gli operai del settore tra il 1902 e il 1914 aumentarono da 15.000 a 50.000) e nella nuova industria idroelettrica. Quest’ultima sembrava risolvere una delle debolezze dell’Italia, paese privo di materie prime essenziali come il carbone e il ferro. Utilizzando l’acqua dei laghi alpini e dei fiumi fu possibile ottenere energia senza dipendere dall’estero per l’acquisto del carbone: la produzione di energia idroelettrica, tra il 1900 e il 1914, salì da 100 a 4.000 milioni di kWh. L’industria tessile mantenne una posizione di rilievo con prodotti venduti sia sul mercato interno sia su quello internazionale. Anche l’industria meccanica cominciò ad affermarsi nel settore dei trasporti (auto, treni) e delle macchine utensili. Ciononostante l’economia conservava forti squilibri tra il Nord del paese, industrializzato e moderno, e il Sud, arretrato e prevalentemente agricolo.

La modernizzazione si manifestò anche nelle forme della vita politica e del conflitto sociale. Nel 1892 fu fondato a Genova da Filippo Turati il Partito socialista italiano, principale referente del movimento operaio fino all’avvento del fascismo. Una grande esplosione di protesta popolare si registrò in Sicilia dopo il 1890 e vide migliaia di contadini, spinti dalla crisi che impoveriva l’economia dell’isola, battersi per una riforma agraria. Il governo, presieduto da Francesco Crispi, decretò l’occupazione militare della Sicilia e la condanna dei capi sindacali.

Con Francesco Crispi, appunto, che assunse la carica di Primo Ministro dopo la scomparsa di Depretis nel 1887, la Sinistra prese una svolta autoritaria, nel tentativo di consolidare i possedimenti coloniali e di estenderli all'intera Etiopia; di sviluppare il mercato interno favorendo l'esportazione verso nuovi mercati. La realtà era ben diversa, però, dal progetto di Crispi. Soprattutto una forte collusione tra potere economico e potere politico (si ricordi anche lo Scandalo della Banca Romana) paralizzava lo sviluppo del Paese e soprattutto del Mezzogiorno. Alcuni economisti ritengono che l'economia sia stata in questo periodo "un processo artificioso" prodotto dallo statalismo economico e non dalla libera iniziativa privata.

Il governo della Sinistra storica si concluse nel 1896, con le dimissioni di Crispi, pochi mesi dopo la schiacciante sconfitta italiana ad Adua, dove si contarono circa cinquemila morti. Si racconta che l'Imperatrice madre cinese, alla proposta del governo italiano di intraprendere trattative commerciali, abbia esclamato: «Ma se il Re italiano si è fatto battere persino da un Re negro!». L'iniziativa coloniale italiana non aveva cambiato la posizione del paese sullo scacchiere internazionale.

La politica estera e l'alleanza con gli Imperi Centrali
Nel 1878 l'equilibrio europeo concordato a Vienna rischiò di essere sconvolto dagli esiti della guerra russo-turca e dai successivi accordi di pace che fecero crescere ll sfera di influenza russa nella penisola balcanica. Il cancelliere Bismarck, preoccupato di questo, convocò d'urgenza una conferenza a Berlino alla quale partecipò come rappresentante del Regno d'Italia, il Ministro degli Esteri Luigi Corti. Da questo congresso, l' Impero russo vide praticamente annullati i vantaggi ottenuti con il trattato, e all'Austria-Ungheria fu assegnata la Bosnia-Erzegovina, all'Inghilterra l'isola di Cipro e alla Francia fu assicurato l'appoggio per l'occupazione della Tunisia. L'Italia non ottenne nessun vantaggio di nessun genere, e la delusione che ne susseguì fu grande; ma ancora più gravi furono le conseguenze che ne derivarono, prima di tutte la conquista della Tunisia nel 1881 da parte della Francia.

 

« Era stata bruscamente troncata un'altra speranza italiana, quella della Tunisia, che è di fronte alla Sicilia, che i suoi figli avevano quasi colonizzata, e che pareva spettarle come campo di attività in Africa e per la sua stessa sicurezza nel Mediterraneo...[...] eppure l'Italia non poté se non sdegnarsi e gridare, non essendo nemmen da pensare [...] una guerra contro la Francia»

 

 

Ora la vicinanza alla Sicilia della Repubblica transalpina rappresentava la più grave minaccia per il territorio italiano e principale avversario per gli interessi del Regno.

Nei confronti della Francia si venne a creare un sentimento di timore che fece passare in secondo piano il vecchio rancore verso Vienna nonostante questa occupasse ancora terre italiane.Così il Regno andò a cercare un suo posto tra le potenze europee dalle quali sarebbe risultato più forte, tanto più forti sarebbero stati i suoi alleati; guardò così alla Germania, alleata all'Austria-Ungheria. Il 20 maggio 1882 si concluse il primo trattato della Triplice Alleanza, un accordo di natura difensiva di valore quinquennale che fu rinnovato una prima volta il 20 febbraio 1887, anche se furono siglati due distinti accordi bilaterali Italia-Austria e Italia-Germania che stabilivano l'impegno dei firmatari a mantenere lo "Status quo" nei Balcani. L'ultimo rinnovo del trattato avvenne il 5 dicembre 1912, a seguito di altri due rinnovi precedenti.

Crisi di fine secolo
Negli ultimi anni del secolo a una nuova ondata di scioperi il governo rispose con una dura repressione, il cui culmine si ebbe nel maggio del 1898 a Milano, dove il generale Bava Beccaris fece aprire il fuoco sulla folla che reclamava pane e lavoro. Si contarono alcune centinaia di morti. Subito dopo il massacro, la polizia arrestò i dirigenti socialisti, chiuse i giornali di opposizione e le sedi dei partiti operai.

La situazione italiana si trovò allora a un passaggio difficile. C’era il rischio che prevalesse un governo reazionario. L’attentato in cui morì il re Umberto I, compiuto a Monza nel 1900 dall' anarchico Gaetano Bresci, rese più tesa la situazione. D’altra parte diversi uomini della borghesia industriale e i partiti di sinistra (socialisti, repubblicani e radicali) puntavano invece a una svolta democratica. Questa si presentò nel 1901, quando il nuovo re Vittorio Emanuele III affidò la carica di primo ministro a Giuseppe Zanardelli, un liberale che si era pronunciato contro la repressione.

Economia italiana del XIX secolo
L'economia italiana del XIX secolo risentiva dell'unità nazionale conquistata da troppo poco tempo, delle contraddizioni politico-economiche delle diverse regioni unificate, delle forti disparità socioeconomiche fra il settentrione e il meridione del paese, esemplificate poi nella cosiddetta questione meridionale, oltre che del mutato assetto geopolitico dell'Europa dopo il 1870.

 

 
 
 

Storia -1-

Post n°92 pubblicato il 06 Marzo 2011 da maniamicheass.vol
 
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                                Storia
                    Fragilità del nuovo Stato

Istituzionalmente e giuridicamente, il Regno d'Italia venne configurandosi come un ingrandimento del Regno di Sardegna, esso fu infatti una monarchia costituzionale, secondo la lettera dello statuto albertino concesso a Torino nel 1848; il Re nominava il governo, che era responsabile di fronte al sovrano e non al parlamento; il re manteneva inoltre prerogative in politica estera e, per consuetudine, sceglieva i ministri militari (Guerra e Marina). Nei vent'anni antecedenti allo scoppio della I guerra mondiale, il Regno d'Italia aveva visto un graduale ma costante cambiamento verso la forma parlamentare, ovvero, i governi di quegli anni chiedevano la fiducia alla Camera dei deputati, e non più al Senato del Regno, infatti si può dire che il Senato avesse perso quasi ogni sua funzione, dall'approvazione delle leggi fino alla fiducia al governo. Si può dire che in quegli anni l'Italia si trasformò quasi completamente in una monarchia parlamentare come il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Il diritto di voto era attribuito, secondo la legge elettorale piemontese del 1848, in base al censo; in questo modo gli aventi diritto al voto costituivano appena il 2% della popolazione. Le basi del nuovo regime erano quindi estremamente ristrette, conferendogli una grande fragilità. Nel 1861 il Regno d’Italia si configurava come una delle maggiori nazioni d’Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie (22 milioni su una superficie di 259.320 km2), ma non poteva considerarsi una grande potenza, a causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno stato unitario. Accanto ad aree tradizionalmente industrializzate coinvolte in processi di rapida modernizzazione (soprattutto le grandi città e le ex capitali), esistevano situazioni statiche ed arcaiche riguardanti soprattutto l'estesissimo mondo agricolo e rurale italiano. L'estraneità delle masse popolari al nuovo Stato si palesò in una serie di sommosse, rivolte, fino a un'estesa guerriglia popolare contro il governo unitario, il cosiddetto brigantaggio, che interessò principalmente le province meridionali (1861-1865), impegnando gran parte del neonato esercito in una repressione spietata, tanto da venire considerata da molti una vera e propria guerra civile. Quest'ultimo avvenimento in particolare fu uno dei primi e più tragici aspetti della cosiddetta questione meridionale, problema dalla conseguenze gravissime che ancora oggi attanaglia il Mezzogiorno d'Italia.

Ulteriore elemento di fragilità era costituito dall'ostilità della Chiesa cattolica e del clero nei confronti del nuovo Stato, ostilità che si sarebbe rafforzata dopo il 1870 e la presa di Roma (questione romana).

I governi della Destra storica (1861-1876)
A far fronte a queste difficoltà si trovò la Destra storica, raggruppamento erede di Cavour, espressione della borghesia liberal-moderata. I suoi esponenti erano soprattutto grandi proprietari terrieri e industriali, nonché militari (Ricasoli, Sella, Minghetti, Spaventa, Lanza, La Marmora, Visconti Venosta).

Gli uomini della Destra affrontarono i problemi del Paese con energica durezza: estesero a tutta la Penisola gli ordinamenti legislativi piemontesi (processo chiamato "Piemontesizzazione"); adottarono un sistema fortemente accentrato, accantonando i progetti di autonomie locali (Minghetti), se non di federalismo; applicarono un'onerosa tassazione sui beni di consumo, come la tassa sul macinato, che gravava soprattutto sui ceti meno abbienti, per colmare l'ingentissimo disavanzo del bilancio.

Con la loro concezione elitaria e pedagogica dello Stato, contribuirono ad allargare il fossato tra il Paese legale e il Paese reale; si disinteressarono delle condizioni delle classi popolari e del Sud, che rimase in condizioni di povertà e arretratezza.

In politica estera, gli uomini della Destra storica vennero assorbiti dai problemi del completamento dell'Unità; il Veneto venne annesso al Regno d'Italia in seguito alla terza guerra di indipendenza. Per quanto riguarda Roma, la Destra cercò di risolvere la questione con il metodo diplomatico, ma si dovette scontrare con l'opposizione del Papa, di Napoleone III e della Sinistra, che tentò di percorrere la via insurrezionale (tentativi di Garibaldi, 1862 e 1867). Nel 1864 venne stipulata con la Francia la Convenzione di settembre, che imponeva all'Italia il trasferimento della capitale da Torino ad un'altra città; la scelta cadde su Firenze, suscitando l'opposizione dei Torinesi. Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, Roma venne conquistata da un gruppo di bersaglieri e divenne capitale d'Italia l'anno seguente. Il Papa, ritenendosi aggredito, si proclamò prigioniero e lanciò virulenti attacchi allo Stato italiano, istigando per reazione un'altrettanto virulenta campagna laicista e anticlericale da parte della Sinistra. Il governo regolò unilateralmente i rapporti Stato-Chiesa con la legge delle guarentigie; il Papa respinse la legge e, disconoscendo la situazione di fatto, proibì ai cattolici di partecipare alla vita politica del Regno, secondo la formula «né eletti, né elettori»

Dopo aver ottenuto una maggioranza schiacciante nelle elezioni del 1861, la Destra vide ridursi progressivamente i suoi consensi, pur mantenendo la maggioranza. Nel 1876 venne conseguito il pareggio del bilancio dello stato, ma gravi problemi rimanevano sul tappeto: il divario fra popolazione ed istituzioni, l'arretratezza economica e sociale, gli squilibri territoriali. Un voto parlamentare portò alla caduta del governo di Marco Minghetti, e al conferimento della carica di primo ministro ad Agostino Depretis, guida della Sinistra storica. Finiva un'epoca: solo pochi mesi dopo, Vittorio Emanuele II morì, e sul trono gli successe Umberto I.

 
 
 

Regno d'Italia (1861-1946)

Post n°91 pubblicato il 05 Marzo 2011 da maniamicheass.vol
 
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                  Regno d'Italia (1861-1946)
Regno d'Italia fu il nome assunto dallo
Stato sardo il 17 marzo 1861 quando, in seguito all'annessione da parte di quest'ultimo del grosso dei territori degli stati preunitari, si ebbe l'unificazione politica della penisola italiana. Non vi fu, quindi, la costituzione di una nuova entità statuale, ma un semplice cambio di denominazione del precedente Stato sardo [2]. Il regno cessò di esistere nel 1946, quando la forma di stato fu mutata in repubblica, in seguito ad un referendum istituzionale.

                           Territorio 
Tramontato nel 1849 il progetto di confederazione tra gli stati della penisola (come volevano moltissime personalità di spicco della politica italiana dell'epoca, dal piemontese Massimo D'Azeglio al toscano Bettino Ricasoli e al federalista lombardo Carlo Cattaneo), il Regno d'Italia nacque nel risorgimento, precisamente nel 1861, dal Regno di Sardegna, privato (nel 1860) della Contea di Nizza e del Ducato di Savoia (ceduti alla Francia), e fu retto dalla sua nascita alla sua caduta, nel 1946, dalla dinastia reale dei Savoia.

Istituzionalmente e giuridicamente, il Regno d'Italia venne configurandosi come un ingrandimento del Regno di Sardegna. Ciò, ed anche l'aver a modello la struttura della Francia, comportò quella che viene chiamata la piemontesizzazione del Paese ed un assetto fortemente accentrato, tanto che lo stesso presidente Giorgio Napolitano ha dichiarato che oggi occorre "superare il vizio di origine del centralismo statale di impronta piemontese"[3].

Da ricerche molto recenti, è emerso che Cavour, nei suoi progetti originali, prevedeva tre stati distinti per la penisola: un Regno D'Italia comprendente tutto il nord, dal Piemonte alla Dalmazia, fino al centro sotto il dominio Sabaudo; un Regno del Centro composto dal Lazio e parte di Umbria e Toscana, sotto il dominio di un Bonaparte e infine un Regno dell'Italia Meridionale, sotto la corona borbonica, comprendente il territorio del regno duosiciliano ampliato tuttavia delle Marche e di parte del Lazio meridionale. Tali progetti, previsti negli originali segreti degli accordi di Plomberies con l'Imperatore Napoleone III, sarebbero tuttavia naufragati sia a causa dell'opposizione dei Savoia stessi, sia da quella di Garibaldi e dei mazziniani e persino dal Re Francesco II delle Due Sicilie, che non voleva acquisire territori appartenenti allo Stato Pontificio[4].

Il periodo del regno di Vittorio Emanuele II di Savoia che va dal 1859 al 1861 viene anche indicato come Vittorio Emanuele II Re Eletto. Infatti, nel 1860 il Ducato di Parma, il Ducato di Modena ed il Granducato di Toscana votano dei plebisciti per l'unione con il Regno. Nello stesso anno vengono conquistati "manu militari" dai piemontesi il Regno delle Due Sicilie, tramite la Spedizione dei Mille, e la Romagna, le Marche, l'Umbria, Benevento e Pontecorvo, tolti allo Stato della Chiesa. Tutti questi territori vengono annessi ufficialmente al regno tramite plebisciti.

Nel gennaio 1861 si tennero le elezioni per il primo parlamento unitario. Su quasi 26 milioni di abitanti, il diritto a votare fu concesso dai nuovi governanti solo a 419.938 persone (circa l'1,8%), sebbene soltanto 239.583 si recassero a votare; alla fine i voti validi si ridussero a 170.567, dei quali oltre 70.000 erano di impiegati statali. Vengono eletti 85 fra principi, duchi e marchesi, 28 ufficiali, 72 fra avvocati, medici ed ingegneri.

Con la prima convocazione del Parlamento italiano del 18 febbraio 1861 e la successiva proclamazione del 17 marzo, Vittorio Emanuele II è il primo re d'Italia nel periodo 1861-1878. Nel 1866, a seguito della terza guerra di indipendenza, vengono annessi al regno il Veneto (che allora comprendeva anche la Provincia del Friuli) e Mantova sottratti all'Impero Austro-Ungarico. Nel 1870, con la presa di Roma, al regno viene annesso il Lazio, sottraendolo definitivamente allo Stato della Chiesa. Roma diventa ufficialmente capitale d'Italia (prima lo erano state in ordine Torino e Firenze).

Seguono i regni di Umberto I (1878-1900), ucciso in un attentato dall'anarchico Gaetano Bresci al fine di rivendicare la strage del 1898, quando dei manifestanti pacifici a Milano vennero presi a cannonate dall'esercito sotto ordine reale, e di Vittorio Emanuele III (1900-1946). Con quest'ultimo, nel 1919 dopo la prima guerra mondiale vengono uniti al Regno il Trentino, l'Alto Adige, Gorizia ed il Friuli orientale, l'Istria, Trieste, Zara e le isole del Carnaro, Lagosta, Cazza e Pelagosa. Seguirono l'annessione dell'isola di Saseno nel 1920 e di Fiume nel 1924.

Durante la seconda guerra mondiale vengono annesse le isole Ionie (ad eccezione di Corfù, legata con statuto speciale all'Albania), la Dalmazia e il territorio di Lubiana.

Dopo la seconda guerra mondiale, l'Istria, Fiume, la Dalmazia (con le isole di Pelagosa, di Lagosta e di Cazza) vengono cedute nel 1947 alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, le isole Ionie passano alla Grecia e l'isola di Saseno all'Albania. Vengono inoltre ceduti alla Francia i territori di Tenda e di Briga, il passo del Monginevro, la Valle Stretta del monte Thabor, il Colle del Moncenisio ed una parte del territorio del Colle del Piccolo San Bernardo. Il Regno d'Italia, retto intanto da Umberto prima come luogotenente del Regno (1943-1946) e poi per poco più di un mese come re (il Re di maggio) in seguito all'abdicazione di Vittorio Emanuele III, si conclude con la proclamazione della Repubblica Italiana a seguito del referendum del 1946, che segnò l'esclusione di casa Savoia dalla storia d'Italia dopo 85 anni di regno.
                                    

 

  

 

 

 
 
 

6 FEBBRAIO 2011 - XXXIII GIORNATA PER LA VITA

Post n°90 pubblicato il 05 Febbraio 2011 da maniamicheass.vol
 
Tag: La VITA

EDUCARE ALLA PIENEZZA DELLA VITA

L'educazione è la sfida e il compito urgente a cui tutti siamo chiamati, ciascuno secondo il proprio ruolo ed impegno sociale.
Con preoccupante frequenza, la cronaca riferisce episodi di particolare ed efferata violenza. creature innocenti a cui è proibito di nascere, esistenze brutalmente spezzate, progetti finalizzati all'arricchimento di pochi e alla distruzione e deformazione dei molti, Anziani abbandonati, vittime di incidenti sulla strada, morti bianche sul lavoro, dove, ormai sono completamente assenti tutti i sistemi di sicurezza e prevenzione e, dulcis in fundo, inquinamento di ogni sorta da elementi venefici e dannosi alla salute della flora e della fauna.
Con questo non vorrei sembrare catastrofico né incutere paura sul prossimo futuro;
Anzi vorrei aprire uno spiraglio di speranza ed incitare ad una maggiore sorveglianza su tutto quello che ci circonda, diventando parte attiva e partecipe all'educazione della VITA.
Il punto di partenza deve essere L'AMORE; lamore per tutto il creato.
Alla luce di questo sentimento possiamo veramente discernere il male dal bene.
Purtroppo il male si presenta in una miriade di forme, nella maggior parte, addirittura meravigliose e con sembianze di progresso e benefici per tutti.
Oltre le mura della propria casa, dove avviene la prima forma educativa, i giovani incontrano la scuola, e nella scuola gli insegnanti che, con passione e competenza, introducono al mistero della vita, facendo della scuola un'esperienza generativa e un luogo di vera educazione. A loro vadano i nostri ringraziamenti.
Le associazioni di Volontariato: altro luogo d'incontro, dove si può donare un minimo di tempo e di azione per trasmettere con passione e costanza la preziosa eredità della vita e a non farci confondere ed attirare dalle allettanti ma effimere novità del mercato, che attraverso illusorie pubblicità, tendono a confondere, distrarre e manipolare l'uomo.
Ogni ambiente umano, animato da un'adeguata azione educativa, può divenire fecondo e far rifiorire la VITA.
E' necessario, però, che tutto avvenga col desiderio di fraternità e solidarietà, virtù già connaturali nell'uomo, che lo rendono consapevole della figliolanza e della gratitudine per un  dono così grande, dando ali al desiderio di pienezza di senso dell'esistenza umana. Donare se stessi, diventa un inno di lode e d'amore all'intero creato.

 
 
 

BUON ANNO 2011

Post n°89 pubblicato il 02 Gennaio 2011 da maniamicheass.vol
 
Foto di maniamicheass.vol

          Todos los il mondo,
To the whole world,
Dans le monde entier
Die ganze Welt,
σε ολόκληρο τον κόσμο,
                                    Hа весь мир
                         A tutt'ò munn.
                                          
L'Epifania tutte le feste porta via
 la befana resta accanto
a chi l'ama tanto tanto.

 
 
 

"RESTI"- Fontana dell'Annunziata -

Post n°88 pubblicato il 14 Dicembre 2010 da maniamicheass.vol
 

Nel 1487 Alfonso II d'Aragona, edificò una villa nella località della Maddalena. Nella stessa località, molti secoli dopo, sui ruderi vennero edificati edifici per civili abitazioni, e la località prese il nome di "Duchesca" a ricordo del Duca di Calabria "Alfonso II" . Una testimonianza della villa del Duca è rappresentata dai resti di una fontana attualmente sita nei giardini dell'Ospedale dell'Annunziata.

 
 
 

CURIOSITA' - Fontana di Spina Corona -

Post n°87 pubblicato il 14 Dicembre 2010 da maniamicheass.vol
 

 In via Guacci Nobile, nei pressi del'Università Federico II, addossata ad una parete ed attigua alla chiesa di Spina Corona, si nota una fontana rinascimentele che rappresenta la Sirena Partenope che dalle mammelle gettava acqua in una sottostane vasca. La statua è posta su un alto rilievo avente la forma del Vesuvio, significando che la Sirena spegne gli odori del vulcano con l'acqua che sgorga dalle sue mammelle. La fontana stimolò la fantasia napoletana che usava la colorita espressione.......( 'a fontana delle zizze ).

 
 
 

CURIOSITA' - Fontana della Scapigliata -

Post n°86 pubblicato il 03 Dicembre 2010 da maniamicheass.vol
 

 Questa fontana, opera di un grande scultore del rinascimento, sita in via Egiziaca difronte all'ospedale "Ascalesi" era utilizzata dal popolo per il lavaggio della biancheria. Inoltre, poichè il getto centrale dell'acqua asumeva la forma di una testa in disordine, il popolo napoletano, non privo di fantasia, attribuiva alla fontana il nomignolo di "scapigliata".

 
 
 

CURIOSITA' - La fontana del Gigante.

Post n°85 pubblicato il 03 Dicembre 2010 da maniamicheass.vol
 

 La denominazione "Gigante" attribuita alla fontana, fa riferimento ad una statua di notevole grandezza, ritrovata a Cuma e collocata presso piazza del Plebiscito nelle vicinanze di questa fontana che ne assume il nome.
Tale statua, nel 1807 fu collocata nel Museo Nazionale.L'ermo del Gigante, per circa un secolo e mezzo, divenne celebre come il Pasquino di Roma per i cartelli satirici che vi si appendevano, ed infatti le espressioni satiriche per lungo tempo venivano definite "pasquinate".

 
 
 

Fontana di S. Lucia

Post n°84 pubblicato il 01 Dicembre 2010 da maniamicheass.vol
 

Opera d'arte di Michelangelo Naccherino. nel 1600 fu edificata presso la chiesa di S. Lucia. Nel 1844, a seguito dei lavori su via S. Lucia, la fontana fu collocata al centro della banchina detta: dell'acqua sulfurea, dalla quale, attraverso due scalinate, si scendeva sulla riva del mare ove si beveva l'acqua sulfurea. Nell'epoca del risanamento, con la costruzione del nuovo rione di S. Lucia, la fontana venne nuovamente rimossa e collocata nella villa Comunale.

 
 
 

Fontana del Gigante

Post n°83 pubblicato il 01 Dicembre 2010 da maniamicheass.vol
 

Opera d'arte del Bernini e Naccherino, essa è sita dal 1906 sul lungo mare di via Partenope.Inizialmente, intorno al 1600, fu eretta tra l'angolo di palazzo Reale   e l'attuale palazzo Salerno. Nel 1815 fu collocata nella zona portuale dell'Immacoletella. Successivamente nella villa del Popolo alla Marinella, presso il Carmine Maggiore.(E' in atto un progetto per il ripristinodell'antica villa del Popolo). Infine, per non venire meno alla tradizione delle fontane circa i continui spostamenti, nel 1906 fu collocata in via Partenope.

 
 
 

Fontana di Nettuno

Post n°82 pubblicato il 24 Novembre 2010 da maniamicheass.vol
 
Foto di maniamicheass.vol

La struttura marmorea è un copolavoro dei grandi scultori dell'epoca, dal Bernini al Naccherino, dal Fanzago al D'Auria. La prima collocazione fu effettuata nell'angolo meridionale del palazzo Reale in piazza del Plebiscito, poi collocata all'incrocio tra S. Lucia e via Partenope, successivamente, in via delle Corregge che il toponimo denominò, via Medina dal nome del Vicerè Spagnolo.
Alcuni secoli dopo, esattamente nel 1889, fu istallata in piazza della Borsa.
Attualmente, per i lavori della nuova metropolitana di Napoli, è stata ricollocata nel largo di via Medina, esattamente nel suo antico sito.


CURIOSITA
La fontana di Nettuno: Denominata dal popolo fino ad una certa epoca
"del cucchiarone"
a ricordo di un eccellente cuoco, fu depredata di alcuni puttini e perfino di gradini di marmo
 dal vicerè Pedra D'Aragona durante la sua reggenza dal 1666 al 1671.

 
 
 

Fontana del Ratto D'Europa:

Post n°81 pubblicato il 23 Novembre 2010 da maniamicheass.vol
 
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Particolare Il gruppo marmoreo rappresenta una bella fanciulla di nome Europa che cavalca Zeus con le sembianze di un toro. Attualmente è visibile nella Villa Comunale, dove è stata collocata nella prima metà del 1800, proveniente dalla ex Villa del Popolo alla Marinella presso il Carmine ove fu eretta nel 1794.

 
 
 

DILLO con i FIORI

Post n°80 pubblicato il 12 Aprile 2010 da maniamicheass.vol
 

TUTTO

 
 
 

« NO ALL ABBANDONO!!!!!

Post n°79 pubblicato il 20 Novembre 2009 da maniamicheass.vol
 

« NO ALL ABBANDONO!!!!! 
...NON SARA' CHE DIETRO LA SUINA...CI SIA UN GRANDE "PORCO"??LEGGETE BENE...
Post n°62 pubblicato il 19 Novembre 2009 da myway17
 

LEGGETE BENE!!!!!!


2000 persone contraggono l'influenza suina e ci si mette la mascherina...

25 milioni di persone con AIDS e non ci si mette il preservativo...

Che interessi economici si muovono dietro l'influenza suina?

Nel mondo, ogni anno, muoiono milioni di persone, vittime della malaria..

I notiziari di questo non parlano...


Nel mondo, ogni anno muoiono due milioni di bambini per diarrea che si
potrebbe evitare con un semplice rimedio che costa 25 centesimi..

I notiziari di questo non parlano...

Polmonite e molte altre malattie curabili con vaccini economici, provocano
la morte di 10 milioni di persone ogni anno.

I notiziari di questo non parlano...

Ma quando comparve la famosa influenza dei polli... i notiziari mondiali si
inondarono di notizie... un'epidemia e più pericolosa di tutte, una
pandemia!

Non si parlava d'altro, nonostante questa influenza abbia causato la morte
di 250 persone in 10 anni...

25 morti l'anno!!

L'influenza comune, uccide ogni anno mezzo milione di persone nel mondo.

...Mezzo milione contro 25.

E quindi perché un così grande scandalo con l'influenza dei polli?

Perché dietro questi polli c'era un "grande gallo".

La casa farmaceutica internazionale Roche con il suo famoso Tamiflu,
vendette milioni di dosi ai paesi asiatici. Nonostante il vaccino fosse di
dubbia efficacia, il governo britannico comprò 14 milioni di dosi a scopo
preventivo per la sua popolazione. Con questa influenza, Roche e Relenza,
ottennero milioni di dollari di lucro.

Prima con i polli, adesso con i suini: e così adesso è iniziata la psicosi
dell'inflluenza suina. E tutti i notiziari del mondo parlano di questo. E
allora viene da chiedersi: se dietro l'influenza dei polli c'era un grande
gallo, non sarà che dietro l'influenza suina ci sia un "grande porco?".

L'impresa nord americana Gilead Sciences ha il brevetto del Tamiflu. Il
principale azionista di questa impresa è niente meno che un personaggio
sinistro, Donald Rumsfeld, segretario della difesa di George Bush, artefice
della guerra contro l'Iraq...

Gli azionisti di Roche e Relenza si stanno fregando le mani.... felici per la
nuova vendita milionaria.

La vera pandemia è il guadagno, gli enormi guadagni di questi mercenari
della salute...

Se l'influenza suina è così terribile come dicono i mezzi di informazione,
se l'Organizzazione Mondiale della Salute (diretta dalla cinese
MargaretChan) è tanto preoccupata, perché non dichiara un problema di salute
pubblica mondiale e autorizza la produzione farmaci generici per
combatterla?

DIFFONDI QUESTO MESSAGGIO COME SE SI TRATTASSE DI UN VACCINO,
PERCHE' TUTTI CONOSCANO LA REALTA' DI QUESTA "PANDEMIA".

Dr. Carlos Alberto Morales Paita

Children's Hospital pediatra - Lima, Peru

 
 
 

PETIZIONE per la non autosufficienza

Post n°78 pubblicato il 12 Settembre 2009 da maniamicheass.vol
 

http://www.anteascampania.org/libro_pop.html

Cliccando sull'indirizzo sopra indicato si può firmare la petizione
per la non autosufficienza, a cui aderisce anche l'Associazione

        "ANTEAS Mani Amiche"

 Un grande grazie a tutti quelli che aderiranno .
                  

 
 
 
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Un blog di: maniamicheass.vol
Data di creazione: 28/09/2008
 

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MONTE ECHIA

Sommità del Monte ECHIA (Pizzofalcone)
 

2)MONTE ECHIA

2)Sommità del Monte Echia (Vista da un'altra angolazione)

 

UN PEZZO DI LUNGOMARE

Lungomare con in fondo le pendici del Vomero e Posillipo
 

BORGO MARINARO

Borgo Marinaro e Cstel dell'OVO sulla destra
 

PIAZZETTA E PALAZZINE DEL BORGO MARINARO

 

SCORCIO DEL BORGO MARINARO

 

PONTE DEL CASTEL DELL'OVO

Il ponte unisce lo scoglio di Megaride al litorale di Santa Lucia(sullo sfondo alcuni lussuosi Alberghi)