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Creato da mario.giagnori il 21/04/2011
Le cose svelate

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Aefula, sulle tracce di una cittą scomparsa

Post n°25 pubblicato il 01 Febbraio 2012 da mario.giagnori

 Questa storia inizia con il ritrovamento di un’epigrafe latina, dove si parla di un monte e della Dea Bona, e finisce con la scoperta del Monte Aefulano che, seppure tutti lo avevano sotto gli occhi, da secoli nessuno sapeva più indicare dov’era; ma per finire in bellezza c’è poi la sparizione della statuina della Dea di cui parlava l’iscrizione...  Continua

 

Aefula

 

Sulle tracce di una città scomparsa

 

di

Mario Giagnori

 

 
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Critica della societą del mercato.

Post n°22 pubblicato il 14 Novembre 2011 da mario.giagnori

 

 

Questo tempo che chiamiamo “epoca moderna” altro non è che l’ultima fase della “pre-storia” della specie umana.

 

Introduzione.

Per il nesso della società umana quello che gli individui fanno è di primaria importanza, mentre ciò che pensano è di secondaria importanza. Il rapporto delle azioni che si susseguono può essere o non essere cosciente, ma deve esistere affinché non vengano meno le dipendenze reciproche tra gli individui della specie. Questo rapporto definisce la “sintesi sociale” di ogni data epoca. È ovvio che se mutano le azioni che nel loro rapporto reciproco sostengono la connessione esistenziale umana, nella sintesi sociale avvengono delle trasformazioni.

 

Che la sintesi sociale della nostra società sia in crisi irreversibile è del tutto evidente. Il suo fallimento dal punto di vista sociale, politico, economico ed ecologico è sotto gli occhi di tutti. Va da sé che non si può prevedere se la crisi si risolverà e che non porterà invece la specie umana nella voragine di guerre e distruzione dell’ambiente. Né si possono prevedere i tempi e i modi nel caso si risolvesse. Dalla caduta dell’Impero Romano al Rinascimento, per esempio, passarono circa 1000 anni.

 

In ogni caso noi dobbiamo essere, in un certo modo e solo in parte, come quei monaci medievali che spiegavano ai barbari quali era stata la connessione esistenziale umana che operava nella passata società. Noi dobbiamo fornire alle generazioni future gli strumenti per capire come si sia formata e quale sia stata la sintesi sociale della pre-storia umana.

 

Cominciamo dall’inizio.

 

 

Gli albori della specie umana.

La storia della natura continuò nella forma della pre-storia umana quando cominciò il lavoro. Quando il prodotto umano del lavoro oltrepassò il semplice bisogno e divenne “valore”, mutarono i rapporti tra gli individui. Oltre questa soglia cominciarono lo scambio delle merci e lo sfruttamento. Ovvero, la reificazione degli individui, la scissione tra mente e mano, tra lavoro materiale e lavoro intellettuale.

 

È ciò che i testi religiosi chiamarono il “peccato originale”. Fu l’inizio dell’astrazione del pensiero e dell’astrazione dello scambio.

 

 

Nascita delle astrazioni e del denaro.

L’astrazione del pensiero servì alla specie umana per formulare le teorie della conoscenza della natura. L’astrazione dello scambio servì per astrarre dallo scambio il valore d’uso delle merci, dove per “uso” s’intendeva l’uso di produzione e di consumo, ossia il ricambio organico della specie umana con la natura

 

Lo scambio delle merci era astratto perché non solo era diverso dal loro uso, ma ne era anche separato temporalmente. La forma in cui l’astrazione dello scambio si manifestò in maniera sensibile avvenne quando si scelse una merce tra tutte quale portatrice della loro astrattezza e riferendosi a essa in quanto denominatore comune del loro valore: il denaro. E in questa peculiarità diventò anch’esso cosa astratta.

 

L’individuo, in quanto possessore di ricchezza, divenne individuo astratto e la sua individualità si trasformò nell’essere astratto del proprietario privato. In definitiva, quando lo scambio delle merci andò a costituire la connessione esistenziale la società umana divenne astratta.

 

L’essenza di questa astrazione stava nel fatto che essa non era prodotta dal pensiero e non aveva origine nel pensiero degli individui, non erano le persone a produrre questa astrazione, ma in maniera esclusiva il loro agire. Esse lo facevano, ma non lo sapevano. Mentre i concetti della conoscenza della natura erano un’astrazione del pensiero, il concetto economico di valore diventò un’astrazione reale.

 

 

Il mercato.

Lo scambio delle merci era astratto per tutto il tempo in cui avveniva, astratto nel senso che da esse erano detratti tutti i segni del possibile uso della merce. Durante lo scambio, le merci non potevano essere usate né dai venditori né dai clienti. Al mercato, nei negozi, nelle vetrine, le merci erano silenziose, come se perfino la natura trattenesse il respiro. Restavano pronte per un solo tipo di azione: il loro scambio. La prassi dell’uso era bandita dal mercato. Nel mercato, il possibile uso delle merci era una mera rappresentazione; per questo lo scambio era astratto, perché è astratto tutto ciò che non è empirico.

 

La connessione esistenziale umana, essendo ridotta allo scambio delle merci, creava quindi un vuoto in tutta l’attività fisica e intellettuale degli individui. Diventava, appunto, un’astrazione reale.

 

L’astrazione reale era un processo temporale che avveniva alle spalle delle persone, perché il tempo e lo spazio erano occupati dal non-avvenimento dell’uso. L’azione di scambio postulava il mercato come un vuoto nel processo di ricambio organico della specie umana con la natura.

 

Nella loro coscienza, i possessori di merci erano completamente immersi nello scambio, smaniosi di non perdere nulla. Ma da dove prendevano i concetti che erano nelle norme dello scambio?

 

Da soli non avrebbero saputo come comportarsi, erano le merci a doverglielo dire.

 

Gli individui diventavano essere razionali, padroni del proprio agire, solo se avevano questo linguaggio nella coscienza. Senza tale linguaggio si sarebbero smarriti nella società come nella selva incantata.

 

Questa trasposizione della coscienza umana nelle merci e la presenza nel cervello umano di tali concetti, questi rapporti umani tra cose e rapporti materiali tra gli individui è ciò che fu definito reificazione. In altre parole, l’individuo, ogni individuo della specie, divenne cosa tra cose.

 

Non erano i prodotti che ubbidivano ai produttori, ma al contrario erano i produttori che seguivano gli ordini dei prodotti non appena questi diventavano merce da scambiare. La merce diventava un’astrazione reale che aveva la sua sede e la sua origine solo nello scambio, da cui si estendeva poi al lavoro e al pensiero.

 

Fu in tal modo che il mondo dello scambio delle merci, il mondo del mercato, prese il sopravvento sul mondo della specie umana.

 

Fine Capitolo 1

 

 
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S O S save our souls

Post n°15 pubblicato il 12 Settembre 2011 da mario.giagnori

 

 
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Cervara di Roma

Post n°5 pubblicato il 25 Maggio 2011 da mario.giagnori

 

 

http://www.dazebaonews.it/cultura/arti-visive/item/3455-cervara-di-roma-la-città-degli-artisti-scolpita-nella-pietra

Cervara di Roma si allunga su un fianco della montagna, tra case e gradini di pietra. Migliaia di gradini di pietra. Cervara è un paese fatto a scale. Dista circa 65 km dalla Capitale.

 

All’uscita Vicovaro-Mandela dell’autostrada Roma-L’Aquila mi dirigo verso Subiaco. Al bivio per Arsoli la strada comincia a salire, mentre il sole appare da dietro la nuvolaglia come in un miraggio. Un bar alla svolta per Cervara di Roma, un caffè ci sta bene. Quando scendo dall’auto, la voce di un altoparlante. È arrivato l’arrotino, donne, e anche l’ombrellaio, accorrete donne! La stessa voce che si sente dovunque. Non capisco se sia lo stesso arrotino che viaggia per tutta l’Italia, o se chiunque decida di intraprendere questo mestiere riesca a procurarsi la stessa cassetta preregistrata.

Affianco al bar c’è un bancomat, nel caso qualcuno avesse dimenticato il contante. Riprendo per Cervara, che ogni tanto appare e scompare sul picco. Non incontro altre auto, sembra di salire verso un posto remoto. Cervara di Roma è il Comune più alto del Lazio, sta a circa 1100 metri s. l. m.. Ho scritto “Comune” e non “paese”. Il paese più alto del Lazio è Guadagnolo, che sta sopra ai 1200 metri, ma non è un Comune. Al bivio seguo le indicazioni per il parcheggio, che si trova dabbasso al paese.  

Davanti a me un panorama di case accatastate le une sulle altre come merce da un rigattiere o cassette di frutta al mercato alla fine della giornata. Un intrigo di scale che si partono verso tutte le direzioni. Sembra un disegno di Escher combinato con un quadro cubista di Picasso. Nella prima e unica piazzetta - in realtà una strada poco più larga delle altre - un bar, dove entro più che altro per curiosità. Il barista e un avventore seduto al tavolo a leggere il giornale mi guardano con diffidenza. Chiedo informazioni su dove trovare un posto per mangiare.


“Prendete a destra, sotto la volta” dice il barista facendo un gesto impreciso con il braccio. “Poi salite e salite finché non arrivate alla chiesa madre. Lì, chiedete ancora, ma siete quasi arrivato. C’è una trattoria proprio su in cima.”


Uscendo vedo una donna che stende biancheria alla finestra un’altra che spazza davanti alla porta di casa, con forza, quasi con rabbia, e un vecchio seduto sull’uscio, una mano appoggiata sulle ginocchia e nell’altra la pipa che ogni tanto aspira. Sta lì in attesa, come in purgatorio, la mente persa in un’altra dimensione. Un silenzio immoto. Mi viene da pensare che una volta questi paesi erano abitati da popoli, oggi sono soltanto un campionario di solitudini. I giovani se ne vanno - se non per sempre almeno dal mattino alla sera. Posti come questo, di lavoro ne offrono poco. Qualche impiegato al Comune, qualche muratore, manovale, posti in abbondanza ce ne sono solo al camposanto.


Sotto l’arco della volta di cui aveva parlato il barista vi è dipinto un affresco. Sul muro dirimpetto una poesia di Raphael Alberti.

Cervara di Roma
vive sola, scolpita in cima
a una montagna di pietra.
È una scultura nel cielo,
che al cielo volerebbe
se l’aria la sostenesse.

Ci sono versi di poeti che riguardano Cervara dipinti un po’ dovunque. Ne vedo di Ungaretti, di Pasolini e di altri che non conosco. Anche la toponomastica ha una sua caratteristica. Tutte le indicazioni sono firmate da artisti: Mastroianni, Piscopo e altri ancora.


Quando i muri delle case lasciano il posto su in alto alla pietra viva, ci sono invece dei bassorilievi scolpiti da artisti acrobati. Figure mitologiche, animali e tutto un campionario di cui non faccio l’elenco. L’anima antica di Cervara, forse. Continuando a salire per scale e vicoletti, riesco a perdermi. Di qualcuno a cui chiedere neanche a parlarne. Molte le case chiuse, di quelle che si ravvivano soltanto d’estate. Le classiche bottiglie di plastica davanti alle porte. Gira voce che riescano a distogliere cani e gatti dal fare i bisogni sugli usci. Pare che gli animali si spaventino vedendosi riflessi. Non mi è mai capitato di assistere alla faccenda per verificare se la cosa sia vera o leggenda paesana. Fatto sta che in tutto il sud si vedono queste bottiglie davanti alle porte. Giro e rigiro, salgo e ridiscendo, vicoli e intrighi di scale che svaniscono qua e là come in un sogno.


Seppur casualmente arrivo alla chiesa madre. L’interno non è granché, ma lo slargo sul davanti, un dispiegarsi di scale in discesa, tetti e terrazzi, è molto pittoresco (n.d.A.: confesso che era da parecchio che mi frullava per la testa questo aggettivo per descrivere Cervara; adesso m’è scappato).


Sopra la chiesa, molto più in alto, una colata di cemento, un muraglione imponente, sgradevole, inguardabile. È dovuto a un genio del Genio Civile, che negli anni intorno al 1950 pensò bene di risolvere così il problema del consolidamento del pianoro dove un tempo c’era la rocca. Forse si poteva far meglio, forse no. Adesso rimarrà lì, intangibile. O almeno per i centocinquant’anni che la durata del cemento garantisce. Ma vale la pena di arrivare fin lassù, anche se della rocca non ne rimane neanche una pietra. Una vista su tutte le valli all’intorno, fino alle creste degli Appennini. Un panorama di quelli belli a vedersi, ma che la fotografia non riesce quasi mai a restituire nel loro fascino integrale.


Dopo la visita ai resti immaginari della rocca, altri vicoli, altre scale. Finalmente incontro una persona, alla quale chiedo subito informazioni per arrivare alla trattoria. Mi indica un vicolo angusto con scale ripide, dicendomi poi di girare a destra, a sinistra, ancora a destra, e quindi seguire un piccolo tratto in piano. Quando arrivo alla trattoria, ho i polmoni notevolmente più ingrossati. Nella sala all’ingresso un grande camino acceso, uno di quelli di una volta, fatti più per starci dentro che per sedersi intorno. Su un tavolo di legno che ne deve aver viste diverse bistecche sanguinanti alte due dita. C’è un’aria quasi religiosa, come quella che si respira nella sagrestia di una chiesa. La domenica ci sarà senz’altro un’atmosfera diversa, con le orde dei forzati del week-end, gli sciami dei gitanti che vagano di sagra paesana in sagra paesana alla ricerca del fantomatico santo graal del prodotto tipico locale, tra le file estenuanti in autostrada e alle casse per ottenere in cambio di un po’ di spiccioli un vassoio con pasta spesso scotta e carne a volte troppo cruda. Prodotti tipici locali che sono in genere ormai uguali dappertutto.

 Un paio di altre sale, nella prima tre uomini seduti a tavola alle prese con fettuccine, e nell’altra una coppia, quarant’anni lei, qualcuno di più lui. E quindi un terrazzino, dove mi dirigo senza indugio. Le nuvole sono sparite e il sole è al centro del cielo come un uovo al tegamino. Sotto di me, il panorama dei tetti del paese, e la valle dell’Aniene che si allunga tra cime contrapposte dei monti. Due falchi volteggiano nell’aria per qualche minuto, prima di buttarsi in picchiata e sparire un attimo dopo sul fianco del paese. Il terrazzino è tanto domestico che vi sono dei panni stesi al sole. Tra lenzuola, federe, tovaglie, asciugamani e altra biancheria, un completino intimo da donna di seta color fuoco. Chiedo all’oste vino rosso, fettuccine, carne alla brace e insalata di contorno. Dopo il pranzo, rimango lì a gustarmi il panorama fino a quando il pomeriggio non precipita in un celeste chiarissimo, quasi trasparente.

 
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Anticoli Corrado

Post n°4 pubblicato il 17 Maggio 2011 da mario.giagnori

http://www.dazebaonews.it/cultura/arti-visive/item/3329-anticoli-corrado-il-paese-delle-modelle

 

Anticoli Corrado è un paesino non distante da Roma. Ci si arriva per la via Sublacense (S.S. 411), inerpicandosi poi per tre o quattro km su una strada tutta tornanti, ma fasciata ogni tanto da vecchi casolari.

Anticoli deve il suo nome a Corradino di Svezia, che passò da queste parti quando, tredicenne, scese in Italia per reclamare il trono di Sicilia, usurpato da un figlio illegittimo di Federico II, di cui lui stesso era nipote. Ma fu sconfitto a Tagliacozzo e venne trucidato. Il paese ha un’ampia piazza, con un bar che nel tempo si è trasformato anche in ristorante, un negozio di alimentari, un negozio di frutta e una bella fontana al centro. Se togliessero i parcheggi tutt’intorno sarebbe una piazza magnifica, ma la gente non sa dove mettere l’auto. Un parcheggio ci sarebbe pure, ma è un po’ lontano e gli amministratori vogliono essere rieletti. Per il tabaccaio bisogna invece inoltrarsi per le vie interne del paese, perdersi tra i vicoli, sui vecchi lastricati, lasciarsi affascinare dai portoni e dai vecchi portali in pietra, respirare a pieni polmoni l’antico. Su un lato della piazza, prima della salitella che conduce al Municipio e al parcheggio di cui si parlava, c’è la chiesa di San Pietro, un edificio in pietra assai interessante, la cui prima fondazione risale al XII secolo, e forse addirittura al secolo precedente. Al suo interno, pavimenti cosmateschi e affreschi di gran pregio, con vedute architettoniche che richiamano Piero della Francesca. 

Il parroco si chiama don Anacleto Giagnori, ha il mio stesso cognome, è nativo del mio stesso paese, siamo cresciuti assieme, dal momento che i nostri nonani erano vicini di casa, ma non siamo parenti. Anticoli Corrado è famoso perché è, ed è sempre stato, il paese delle modelle. Fin dall’Ottocento i pittori si partivano da tutta l’Europa per venire su questi monti a ritrarle, attratti naturalmente anche dal panorama bucolico della Valle dell’Aniene, su cui si affaccia il paese. Sembra che le modelle fossero molto belle e disponibili a posare, a lasciarsi immortalare nella loro virginia ma smaliziata grazia contadina. Alcuni dipinti si possono ammirare nel locale Museo di Arte Moderna, ospitato nelle sale del Castello, che fu dei Brancaccio e oggi di proprietà comunale, edificato sui resti della vecchia Rocca medievale, intorno a cui si sviluppò l’abitato nel medioevo. Nel paese vi soggiornarono molti artisti, alcuni anche famosi. I pittori compravano le vecchie abitazioni, le stalle, gli davano una sistemata e ci facevano i loro studi. Tutto molto economico. Nel 1935 se ne contavano ancora più di cinquanta. Per un lungo periodo la materia prima fu a portata di mano e conveniente. 

Poi anche le modelle capirono che a Roma si guadagnava meglio. Diverse di quegli studi sono stati acquisiti dal Comune, che ha intenzione di rimetterli a nuovo per affittarli agli artisti che avessero intenzione di tornare qui a soggiornare. Si vogliono far rivivere i tempi antichi. Bisogna pur inventarsi qualcosa per rivitalizzare il paese. Roma dista 60 km, è per andare e tornare in auto ci vogliono 6 euro di autostrada. Il paesaggio intorno non ha perso le grinze. Lo sbraitare della capitale è lontano tra queste case incastonate nella roccia. Chi sta qui, e non va a lavorare a Roma, fa essenzialmente quello che si fa ovunque, passare il tempo, ma questa occupazione è senza aggiunte. Entro nel bar per prendere un caffé, scambio due chiacchiere col barista, gli faccio i complimenti per l’arredamento, un ragazzo gioca solitario al videopoker, è l’unico cliente. In piazza incontro il parroco, ci salutiamo. Ha avuto la vocazione tardiva, don Anacleto, ma già a dieci anni trascinava noi altri ragazzini a girare per le vie del nostro paese dietro alle madonne e alle altre icone di santi che ognuno aveva in casa. A maggio tranciavamo molti degli allori della villa comunale e allestivamo altarini del mese mariano lungo la via. Erano uno spettacolo, e sembrava che il mondo fosse solo quello.

 
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