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Creato da magooxxx il 05/04/2007

AUTOMARKETTE

il blog autocelebrativo di raffaello ferrante

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RIEN NE VA PLUS A SAT2000

 

NEROMARCHE AL TG3


 

ABOUT RIEN NE VA PLUS

RIEN NE VA PLUS
A cura di Enrico Piscitelli
Collana I Jackpot
Pagine203
Prezzo12 €
Isbn:978-88-95744-08-7

Che ci fanno tutti insieme: un fotografo di moda immerso nei colori di Pechino, un uomo sovrappeso sperso in alto mare a bordo di un pattìno, tre spietati ladri bambini, una spia internazionale e un sogno che è diventato umano?
Semplice: sono alcuni dei protagonisti dei quattrodici racconti di quest'antologia, che mette insieme i migliori talenti pescati da Enrico Piscitelli - dopo una spietata selezione - nel mare magnum di Internet.
È Rien ne va plus, gente! Dove si muore per amore, si ama da morire e si lotta per venire al mondo, mentre l'Arno straripa allagando Firenze e il diavolo scopre di essere diventato una blogstar.

Racconti di Giacomo Buratti, Paolo Cacciolati, Cristian Confalonieri, Concetta De Vincenzo, Raffaello Ferrante, Matteo Gallo, Ilaria Giannini, Francesco Lonetti, Davide Ottaviano, Matteo Pascoletti, Guido Penzo, Gianluca Pezzella, Salvatore Piombino, Alessandro Raveggi.

NOTIZIE, PRESENTAZIONI, RASSEGNA STAMPA, RECENSIONI, RASSEGNA WEB

 

LA RECENSIONE DI PROGETTO BABELE

Il lavoro logora chi ce l'ha
di Raffaello Ferrante
Anno 2007 - Editore Cento Autori
Prezzo € 3 - 48 pp.
(collana Leggere veloce)
ISBN 9788895241197

Già esserci è l'ottanta per cento del lavoro. Woody Allen. Il peggio mestiere è quello di non averne alcuno. Cesare Cantù

Sei tu. Sono io. Siamo noi. Magari non a Bari, ma il mondo è paese in fondo. Il prode disoccupato in cerca di lavoro che qui s'imbatte in posti vacanti presso Bingo di prossima apertura, sulle macerie del fu cinema "Omero". Il giorno fatidico è giunto. Trentaduenne cum laurea e completo di madre dal pedigree meridionale: repertorio di plumcake, zuppa di latte, caffé ristretto e succhi di frutta, prima del colloquio. Ansia materna per prestazioni filiali in cui non manca, come da credo italico, la preghiera, perché, in fondo, le cose vanno aiutate. E così il prode di cui sopra, giunge con anticipo storico sul luogo deputato ed inizia, con saggia e meditata ironia, la sua Odissea da colloquio selettivo. Dove più del curriculum vitae conta soprattutto la mano di provenienza, la benedizione elargita, la spinta devoluta dal cognome importante. Un bingo bicromatico, votato al rosso e verde, che pullula di volontari e via al casting per le disparate posizioni, entri capo sala esci venditore. Stile carneficina d'anime pie, indecise e spaventate, con l'obbligo di captare i desideri del selezionatore di turno (che razza di lavoro il selezionatore, una specie di Caronte...). Per noi parlare dei titoli di studio! Eccola la domanda da diecimila dollari: "Perché sei laureato e vuoi lavorare al bingo?" Specchio d'Italia. Cronache di un cittadino in cerca d'impiego. Un racconto breve che ha in sé la cruda realtà d'oggi. Ironico, sarcastico e sospeso, come a dire che non è altro che un passaggio, un tassello inevitabile ad alta frequenza di ripetizione. Istantanea da reportage civico, quasi.
La realtà è che quel che conta e giocarsi sé stessi, il curriculum conta per far numero spesso e non per leggerci quel che sei, forse. E tocca, allora, improvvisare: un po' Reality, un po' Cabaret, un po' animatore da villaggio estivo. Questo tempo indeterminato... mai cosa fu tanto agognata.

(Licia Ambu)
 

 

LA RECENSIONE DI MANGIALIBRI

IL LAVORO LOGORA CHI CE L'HA
di Raffaello Ferrante
Cento Autori
48 pagine
3 euro

Per le vie di Bari, sulle ceneri del vecchio cinema Omero, i segni di una modernità che avanza ineluttabile si impongono. Ed ecco che il complesso cinematografico è presto trasformato in sala bingo: clienti, cartelle, numeri, estrazioni e - soprattutto - personale di sala. Indossato l'abito grigio (riciclato tessile di matrimoni, cresime, battesimi e feste), fatti i debiti scongiuri e segni di croce e ricevuti i dovuti "in-bocca-al-lupo" materni, Roberto Ferrari - coi sui trentadue anni di precarietà, steli di curriculum sottobraccio e un'inutile laurea - è pronto per l'ennesima volta a tentar fortuna. Passata la selezione di ingresso alla quale presenziavano ben cinquecento candidati, superati i successivi vagli, setacci e tramogge, il posto come caposala sembra ormai vicino...Peccato che lo spettacolo di raccomandazioni, amici politici, notti di sesso e referenze a colpi di pompini, si presenti in tutto il suo splendore...
Breve ed incisivo - un romanzo breve che non va oltre la quarantina di pagine - Il lavoro logora chi ce l'ha è certamente una buona prova di scrittura che evidenzia le potenzialità dell'autore (finalista con questo testo al concorso letterario Il racconto nel cassetto). Con uno stile semplice e diretto Raffaello Ferrante non ha la pretesa di svelarci niente di nuovo, si accontenta di descrivere una quotidianità schiacciante dalla quale non si sfugge, se non con la sapiente arma dell'ironia verso se stessi e gli altri, e il potere - presunto o tale - della scrittura come forma di condivisione e rivincita.

Boris Borgato

 

LA RECENSIONE DE IL RE-CENSORE

IL LAVORO LOGORA CHI CE L'HA
di Raffaello Ferrante
Cento Autori
48 pagine
3 euro

Le avventure di un precario nell'"eldorado dei poveri"
Una moderna odissea alla ricerca del posto fisso

Il lavoro può essere tante cose. A seconda delle situazioni può essere una necessità, una risorsa, un problema, un sogno, un incubo. Può nobilitare l'uomo, ma anche debilitarlo. Può dare soddisfazioni o gettare nella disperazione. La prima preoccupazione dovrebbe essere quella di averlo, un lavoro, perché oggi senza non si può stare: da lì si dovrebbe partire per risolvere un po' di problemi. Non sempre, però, è così, e Il lavoro logora chi ce l'ha è lì a dimostrarlo.
Il bingo Omero è fin dall'inizio una specie di cattedrale, l'"eldorado dei poveri", il sogno di chi insegue un sogno, di chi affida a numeri e fortuna la propria felicità. Ma è anche il sogno di chi cerca un lavoro, un'opportunità ghiotta e succulenta in una realtà complicata come quella di Bari, e del Sud Italia in generale, precaria e sonnolenta, in cui tutto sembra immobile. Il bingo ancora deve aprire e già vi si svolgono storie di ordinaria precarietà, in cui i neoassunti, passate varie selezioni, si scannano per la definizione delle qualifiche: è qui che Ferrari, il protagonista, poco più che trentenne, laureato, figura simbolo di tutti i giovani confusi d'Italia, si trova a combattere una guerra fra poveri, a cercare il modo di farsi rispettare, di emergere, di dare un segno di sé per non essere inghiottito da un meccanismo che, già all'inizio, sembra letale, fatto di prevaricazioni, dialoghi surreali e personaggi-macchietta.
Il lavoro logora chi ce l'ha è un racconto di quarantotto pagine, esce per una collana chiamata Leggere Veloce, e fa abbastanza bene il suo mestiere. Intrattiene, fa pensare, scivola via veloce, come una giocata al bingo. Ferrante scrive con mano sicura, anche se poco personale, e tratta con ironia e partecipazione un tema attualissimo, da cui nessuno si può ritenere escluso. Si sorride con amarezza, pensando a quanto sia complicato e tortuoso farsi largo in un mondo, quello del lavoro, che elargisce i suoi doni in maniera spesso incomprensibile. E che, anche una volta raggiunto, non rappresenta la soluzione di niente.

Gianvittorio Randaccio

 

LA RECENSIONE DI BOOKSBLOG

di Raffaello Ferrante

pubblicato: lunedì 11 febbraio 2008 da Manila B. in: libri recensioni narrativa italiana

Il libretto è più che tascabile, è proprio bonsai, ma la storia è grande come l’attualità.
Sto parlando di “Il lavoro logora chi ce l’ha”, 46 pagine di ironia edito da Cento Autori, di Raffaello Ferrante.
Classe 69, nato a Bari ma residente a Fermo, l’autore, già su carta in Racconti sotto l’ombrellone (Giulio Perrone editore), e vincitore del Premio letterario Interrete shorts, mette su carta la sua abilità di narratore “veloce” con un racconto che vale più di un romanzo.La storia contemporanea dell’apertura delle prime Sale Bingo in Italia, compresa la prima, grande, favolosa, sognata, e soprattutto misteriosa sala Bingo Omero a Bari sud.
Il protagonista dopo aver superato diverse selezioni, si trova davanti all’ultimo ostacolo prima di diventare, finalmente, capo sala della struttura. Con lui altri poveri candidati, che devono contendersi il posto a suon di prove pratiche nell’ultima settimana prima dell’apertura.
Una storia sulla ricerca eterna di lavoro, in un contesto in cui aver preso una laurea non è certo un vantaggio ma quasi un disagio. Con un linguaggio scorrevole ed un stile moderno, Raffaello Ferrante butta giù una storia da leggere d’un fiato, e da cui uscirne con un sorriso, amaro e reale, sull’Italia di oggi, in cui ogni colloqui di lavoro è un logorio interno e le selezioni sono pressioni psicologiche al limite dell’accettabile. Ed allora, non è forse meglio la condizione del disoccupato? Ed allora, non è forse vero che “il lavoro logora chi ce l’ha”? Promozione e bacio accademico per questo autore e la sua piccola storia.

 

LA RECENSIONE DI APHORISM

IL LAVORO LOGORA CHI CE L'HA

di Raffaello Ferrante

Cento Autori

€3, PAG.48

Un racconto di quarantasei pagine nel quale è condensata un'esperienza di vita, un mondo fatto in un certo modo, le nostre reazioni di fronte a situazioni disparate. La penna fluida e onesta di Ferrante ci porta in una calda estate pugliese, dove un ragazzo affronta un colloquio non proprio semplice per un posto di lavoro in una sala Bingo. In queste poche pagine vengono sviscerati diversi atteggiamenti delle persone dalle varie parti della barricata: chi seleziona e chi è lì teso perché vuole quel lavoro, perché ne ha bisogno. Una storia attualissima, forse cadenzata da ascendenze autobiografiche o forse no; uno spaccato di vita vissuta ridisegnato da Raffaello Ferrante con il suo solito sguardo vispo e indagatore sui vari comportamenti dell'uomo. Non manca un certo brio nello scrivere e un'ironia opportuna nell'osservare e nel descrivere.
Il titolo va parafrasando un celebre aforisma di Giulio Andreotti: "Il potere logora chi non ce l'ha". Leggete tutto di un soffio questo romanzo breve e intuite voi le concordanze tra i due enunciati. Chi ha più ragione: Giulio Andreotti o Raffaello Ferrante? Ai lettori l'ardua sentenza...

[Paolo Coiro]

 
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Recensione e intervista a Francesco Savio per BooksBrothers

Post n°232 pubblicato il 02 Febbraio 2010 da magooxxx

 MIO PADRE ERA BELLISSIMO

Siamo a metà anni ottanta. Nicola ha nove anni. Ha una famiglia unita attorno a sé, eppure trascorre la maggior parte del tempo da solo. Fantastica Nicola, sogna, gioca con il suo mondo d'infanzia. Papà Guerrino, mamma Leonilde e la sorella Camilla sono accanto a proteggerlo, tutti insieme nella bella e dignitosa casa del popoloso quartiere Carmine, a Brescia. La felicità per Nicola è lì a portata di mano, nei cinque metri di corridoio di casa dove instancabile disegna con la sua palla di spugna le stesse parabole che vede dipingere a Le Roi Platini la domenica in tv. Oppure è in sella alla sua Bmx rossa, sfrecciando sul pavé del Carmine, sognando un giorno di tagliare il traguardo con la mitica maglia rosa indosso. Eppure qualcosa in quella casa lo costringe a fare i conti con se stesso troppo presto. La strana epatite che ha colpito suo papà e che obbliga ormai l'uomo a vivere pressoché recluso nella sua stanza da letto perennemente in penombra, non lasciano molto spazio all'immaginazione. Anzi. L'evolvere negativo della malattia incancrenisce l'aria attorno a quella stanza sempre più buia e sempre più in ombra, fino a che nel corridoio antistante nemmeno Nicola può più fingere di non sapere. I calci al pallone, le punizioni, i palleggi devono cedere il posto a parenti e conoscenti accorsi in casa per consolare lui, la mamma Leonilde e sua sorella Camilla, in un fastidioso crescendo di pacche consolatorie sulle spalle, di sguardi compassionevoli di odiosa misericordia e nauseanti frasi commemorative di Guerrino, oramai tutte rigorosamente coniugate al passato. Che ne sarà dunque adesso della sua sfavillante carriera alla Juve? Come potrà mai allenare gambe, braccia e cervello se dovrà fare i conti d'ora in poi con l'azienda di materassi di famiglia? Che ne sarà dei suoi sogni ciclistici iridati? E quel maledetto ricordo di quando Guerrino l'aveva sgridato e lui per lo spavento aveva sperato che il padre morisse, come farà ora a non tormentargli per sempre la coscienza?
Francesco Savio, qui alla prova d'esordio con un romanzo firmato Italicpequod (in precedenza due partecipazioni alle antologie Dylan revisited per Manni e Frammenti di cose volgari, targata BooksBrothers), affronta un tema - il rapporto padre-figlio osservato per altro nel momento drammatico della perdita -, in teoria ad alto rischio retorica, sopratutto per un esordiente. Invece Savio costruisce un'opera carezzevole, delicata ma al contempo solida, e assolutamente priva di scivoloni stilistici melodrammatici. La narrazione affrontata con gli occhi infantili del protagonista è fluida e diretta, a volte quasi sussurrata ed è capace di raccontarci in maniera coinvolgente quell'intima, timida e pudica soggezione che solo il rapporto figlio-padre a volte sa regalare. I personaggi sono ben tratteggiati e delineati - molto bella la figura della madre, vero collante e fortezza di amorosa dignità familiare -, mai sopra le righe. Insomma una prova davvero convincente, quest'opera prima di Savio, capace, nonostante il doloroso tema della lacerazione famigliare, alla fine di lasciare al lettore in eredità una commovente e delicata serenità d'animo.


Francesco Savio, classe '74, bresciano di nascita e milanese di adozione, oltre all'indubbio merito di essere uno degli autori della booksbrothersiana antologia Frammenti di cose volgari (con lo splendido racconto Il cornicione), è sopratutto uno juventino doc! Proprio da qui vorrei partire nello scambiare quattro chiacchiere con lui.

1- Nel tuo romanzo "Mio padre era bellissimo" lo sport - e il calcio in particolare - hanno un peso rilevante nelle fantasie del piccolo protagonista Nicola. Qual è la forza dirompente di questo sport secondo te?
Pur essendo nato in una terra di cacciatori, ho sempre pensato che l'uomo italiano non nasca cacciatore, ma calciatore. Nel bene e spesso nel male, il calcio è una parte importante dei pensieri del maschio italico. Ricordo Pasolini restare affascinato dalla partita domenicale allo stadio, a suo avviso l'ultimo rito pagano collettivo capace di attirare migliaia di persone in un determinato luogo, per assistere alla cerimonia dei novanta minuti. Personalmente amo il calcio fin da piccolo. Mi emoziona certamente di più quando gioca la mia squadra, ma in generale sono in grado di seguire come ipnotizzato qualsiasi incontro. Certi gesti tecnici, alcune variazioni tattiche riescono a tenermi incollato allo schermo (perché allo stadio vado molto raramente). Se guardare le partite fosse un lavoro (ed è vergognoso che non lo sia!) diciamo che avrei probabilmente il posto fisso. La forza del calcio per me sta nel fatto che è uno sport popolare, che tutti possono provare a praticare indipendentemente dalla loro costituzione fisica ad esempio. Non costa nulla giocare a pallone, puoi giocare in un prato o per strada, ti basta un palla e sei a posto.

2- Quanto c'è della tua infanzia nella rappresentazione narrativa?
C'è molto, ma non tutto. L'idea era di romanzare la mia infanzia. Per confondere però anche il lettore più attento ho cambiato il nome del piccolo protagonista, che infatti non si chiama come me. In generale volevo parlare dell'infanzia. Mi sono chiesto: cosa rende un'infanzia interessante e un'altra no? Il modo in cui viene raccontata, mi sono risposto. Parlo spesso da solo. Per questo poi mi sono domandato: quando finisce l'infanzia? Nel caso di Nicola in un certo senso quando muore il padre. Ma per un altro bambino può essere, che so, quando i genitori si separano. Ho cercato di sprofondare nell'infanzia, ho immaginato che Nicola decidesse di investigare sulla "scomparsa" del padre. Alla fine mi è venuto in mente che, forse, una persona prima o poi sceglie di vivere nel posto dove stanno i ricordi della sua infanzia.

3- In genere il rapporto figlio-madre rappresenta il basamento dell'intera attività formativa di un individuo. Perché invece ti è venuta voglia di raccontare il rapporto figlio-padre?
Figlio-madre e figlia-padre sono in effetti gli schemi più consueti, nel mio caso il desiderio di raccontare il rapporto figlio-padre nasce dal lutto. L'improvvisa assenza del padre spinge il figlio a cercarlo. Dove diavolo è andato a finire? Personalmente però credo che in "Mio padre era bellissimo" sia molto presente anche la rappresentazione del legame tra la madre e il figlio. Se Nicola non crolla è per via delle donne che lo circondano e proteggono. E non è un caso che il libro sia dedicato a tre donne.

4- La storia è ambientata negli anni ottanta, come mai questa scelta?
Perché sono gli anni della mia infanzia, ma anche perché sono stati anni cruciali per l'Italia che in quella decade ha vissuto l'inizio di un grande cambiamento sociale. Gli anni ottanta suonano in sottofondo come un brano musicale, però non ritengo determinante la collocazione temporale dei fatti (credo che il tema trattato non sia soggetto a particolari variazioni se immerso negli anni sessanta, oppure nei novanta). Semplicemente mi piaceva tornare negli anni ottanta, senza esprimere giudizi più o meno soggettivi sul periodo, ma solo per il piacere di tornarci, come con una macchina del tempo, che nel mio caso era formata da una sedia e da una scrivania.

5- Che bambino sarebbe Nicola se l'ambientazione fosse stata invece ai giorni nostri?
Beh, tecnicamente sarebbe ancora molto forte. Il più bravo della sua età sul campetto dell'oratorio, e il secondo a livello assoluto, nelle giornate in cui Fabio Ferrari (di un anno più vecchio) era in grande spolvero. Difetterebbe come allora per cattiveria agonistica e grinta, ma il pallone canterebbe tra i suoi piedi. A casa avrebbe la Playstation 3 comperata da Leonilde con tanti sacrifici, e non l'Msx della Philips. Ci sarebbe rimasto molto male per Calciopoli, perché la Juventus in quel periodo era la più forte e basta. Sarebbe rimasto stupito davanti a un processo sportivo durato venti giorni e con le sentenze scritte sulla Gazzetta dello Sport giorni prima della lettura in aula. Sarebbe tornato comunque sereno nel rendersi conto del privilegio di non avere come Presidente un petroliere sventolatore di ipocriti "Scudetti dell'Onestà". E mi fermo qua, povero bambino.

6- Qual è la genesi di questo libro? Come è maturato dentro te?
Ricordo di essere rimasto colpito da una frase di Ray Bradbury:
"Quindi ho creato un personaggio che volesse qualcosa con tutto il cuore..."
Ma cosa? Quale il sogno del mio personaggio? Cosa desiderava con tutto il cuore?
Cosa si eredita da un padre che non si è conosciuto? L'eredità di avere dei sogni?
Ho iniziato dalla necessità di recuperare l'infanzia, volevo scrivere una storia drammatica con ironia, una storia che facesse magari piangere, ma anche ridere (o quantomeno sorridere). Nascendo poeta, o per essere precisi pessimo poeta, era inevitabile che il mio libro fosse breve, come certe opere di Penna o Magrelli, poeti che adoro quasi di più quando scrivono in prosa. E' stato proprio Sandro Penna a mettermi in guardia, qualche anno fa:
"Almeno fa delle cose brevi, più adatte a questo tempo che, è tutto fatto di velocità".

7- Anche nel racconto presente su "Frammenti di cose volgari" affronti il tema della morte. E' un caso o ti piace scandagliare l'animo umano alle prese con un evento tanto traumatico?
Per scatenare l'entusiasmo dei lettori di BooksBrothers potrei rivelare un mio pensiero ricorrente, specie quando una giornata non è andata troppo bene. Dentro di me penso: ma sì, tanto tempo cinquant'anni e siamo tutti in una cassa di legno. Allegria, direbbe Mike, con o senza Funerali di Stato. Però è così. Oppure penso a una frase dell'amico e scrittore Livio Romano il quale una volta, parafrasando Shakespeare, mi disse:
"Ma sì, tanto anche questa giornata è passata come tutte le altre."
Credo che l'aver subito un'ingiustizia da piccoli paradossalmente possa spingere ad affrontare con ironia ogni avvenimento della vita. Per un bambino perdere un genitore è TUTTO. Dopo questo tutto, ogni cosa è relativa. La morte è un tema fondamentale, e non posso aggiungere altro perché risulterei banale. Cinematograficamente può essere affrontata con l'occhio di Bergman o con quello di Woody Allen, amo entrambi, ma mi sento più vicino al secondo, con le dovute proporzioni, lui infatti è un genio. Anche Bergman ovviamente. Ma ho risposto alla domanda?

8- Quali sono i tuoi capisaldi letterari di riferimento?
Oddio, sintetizzando, in ordine alfabetico: Berto, Bianciardi, Bioy Casares, Bukowski, Busi, Camus, Cappelli, Carver, Cheever, Cortazar, De Luca, A. Di Benedetto, Fante, Fitzgerald, Flaiano, Hornby, Huxley, Kafka, Kerouac, La Capria, Landolfi, Malamud, Manganelli, Magrelli, Mari, Mastronardi, Merton, Penna, Parise, Pessoa, Proust, P. Roth, Sabato, Salinger, Saramago, Svevo, Thoureau, Tondelli, Vila-Matas, Vonnegut, Walser, R. Yates, Platini, Boniek. Ho dimenticato certamente qualcuno, e non ho messo certi registi cinematografici che sono stati per me importanti come gli scrittori che ho citato sopra.

9- Hai già in cantiere il prossimo romanzo?
Direi di sì. Si è sviluppato dal racconto "Il cornicione" apparso su BooksBrothers e credo di essere al 70% circa. Mi manca la parte finale, e un po' di tempo per farmela venire in mente. Pensavo di chiedere al mio datore di lavoro due mesi estivi stipendiati da trascorrere in Alto Adige per terminarlo, ma temo non sarà d'accordo.

10- E per finire, premio Strega o trentesimo scudetto alla Juve?
Incredibilmente è più probabile che io vinca lo Strega che la Juve vinca il suo trentesimo scudetto. L'Inter è la squadra con i giocatori più forti, ha un bravo allenatore, anche se troppo pallone gonfiato per i miei gusti, e tendenzialmente poco corretto nei confronti degli avversari. Ma nella nostra epoca la sportività viene vista come sintomo di debolezza, e allora personaggi come Mourinho fanno il tutto esaurito a teatro. Il Milan gioca il calcio migliore dopo il Bari, è la squadra meno italiana del nostro campionato per tipologia di gioco, anche l'atteggiamento sul campo dei suoi giocatori è preferibile a quello maggiormente isterico dei nerazzurri, ma alla fine sarà l'Inter a vincere il suo quarto scudetto consecutivo. Milan secondo, Roma terza, Napoli quarto, Juve quinta, Fiorentina sesta. Quanto allo Strega, Savio se lo scorda.

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°231 pubblicato il 01 Febbraio 2010 da magooxxx


L'infiltrato
Tommaso Capolicchio
Romanzo Noir
Kowalski
2009
Articolo di: Raffaello Ferrante

Quando Fabio Giammona riapre gli occhi in un letto d'ospedale non ha la più pallida idea di dove sia né di chi sia. Ha nella testa soltanto visioni oniriche di uomini con la testa da animale e la strana sensazione di essere lì da troppo tempo. E' tutto bianco intorno a lui, e solo un ticchettio in lontananza fa da sottofondo a quella asettica visuale. Pochi istanti dopo i passi di una donna in avvicinamento svelano il misterioso ticchettio e davanti a lui si palesa una ragazza. Lo guarda con benevolenza, quasi lo stesse aspettando a lungo e lo interroga con lo sguardo. All'uomo tutto ciò che esce dalla cavità orale è un ecumenico "Grazie". Lei gli chiede se sa dov'è stato e gli rivela che il suo nome è Fabio, prima di spiegargli che lei si chiama Mary, che è il suo capo, che lavorano entrambi per la Wwi - un'agenzia investigativa non riconosciuta perché operante in missioni che nessun governo potrebbe mai autorizzare - e che durante la sua ultima missione per un incidente di percorso la sua vita ha subito quell'imperdonabile imprevisto. Ora, a distanza di due anni dall'inizio del coma, finalmente sono di nuovo pronti per poter tornare a contare su di lui, ma il tempo che ci vorrà nessuno può ancora stabilirlo. E così, qualche giorno dopo, smaltita la convalescenza, Fabio si sveglia in un appartamento e comincia a combattere con i primi demoni del suo nuovo presente. La vita attorno scorre incurante di lui e il suo cervello è incapace di restituirgli alcun riferimento con il suo passato. Così Fabio implora Mary di riaffidargli al più presto una nuova missione prima di impazzire. Qualche giorno dopo viene convocato in gran segreto in un appartamento e gli viene presentato il signor Cerquetti, un produttore di film hardcore in Ungheria. Lì da qualche tempo avvengo inspiegabili omicidi e la produzione ha chiesto l'intervento dell'agenzia. Sembra l'occasione giusta quindi per far tornare a risplendere la stella dell'agente Giammona, numero uno incontrastato della Wwi. Ma il destino ha già di nuovo in serbo per lui innumerevoli sorprese e nuovi conti da spartire con un passato tutto da riscoprire...
Tommaso Capolicchio - figlio d'arte dell'indimenticato attore, regista e sceneggiatore Lino - già sceneggiatore televisivo (Crimini, I Cesaroni, Un medico in famiglia) e cinematografico (vincitore del premio Solinas nel 2006), abbandona il set per tornare al romanzo, dopo il suo esordio con Il club delle piccole morti. Questa volta orchestra un thriller incalzante e mozzafiato, montato tutto in presa diretta, capace di sprizzare adrenalina a ritmo di amplessi e action movie. Tra la Budapest capitale del porno e un passato che ostinatamente bussa alla sua memoria, il protagonista Fabio sarà costretto a fare i conti oltre che con una misteriosa Dama, sopratutto con i ricordi di un precedente se stesso. Una prova convincente, seppur non memorabile, creata attraverso una struttura collaudata capace di alternare il presente a sempre più incalzanti flashback passati, che inchiodano letteralmente il lettore al romanzo fino ai ringraziamenti finali dell'autore.

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°230 pubblicato il 26 Gennaio 2010 da magooxxx

Il disordine
Carlo Mazzoni
Romanzo
Salani
2009
Articolo di: Raffaello Ferrante
voto

Il 6 settembre 2004 nella sede centrale della Lemar - l'impero finanziario in mano ad Antonio Di Pula, primo azionista e grande burattinaio della finanza non solo milanese ma anche italiana e internazionale, giusto ieri colpito da infarto - è stata convocata una riunione d'urgenza. La Biolem pare voglia acquistare il 4% delle azioni del colosso milanese. Margherita, nipote e unica erede del vecchio Di Pula, alla sua prima vitale riunione, si trova dunque a dover prendere da sola la decisione più cruciale per il futuro dell'intera storia della multinazionale. Il 4% in realtà non rappresenterebbe nulla di rilevante se non si sospettasse che dietro la società svizzera interessata all'acquisto si celi in realtà la longa manus del ministro Pietro Dreveri, secondo azionista della Lemar e nemico giurato e dichiarato di famiglia. Ma forse Margherita ha un asso nella manica. Da neanche ventiquattr'ore infatti è la nuova fiamma di Matteo Dreveri, figlio primogenito del potente ministro. Matteo - "sensuale senza ritegno, [...] capace di manipolare chi lo ama, nessun Dio gli ha mai detto di no" - ha due capisaldi nella sua vita di eccessi. I due fidati amici Luca e Gio. Ma ha anche una vita sentimentale che dire avventurosa sarebbe un eufemismo. Mentre infatti la nuova fiamma Margherita è in macchina a riflettere sul macigno che le è piombato addosso e i due amici sono a fare footing e conversazione ai Giardini di via Palestro, lui è intento in un magnifico amplesso con la bella Ornella, giornalista acqua e sapone, tutta valori e sani principi, alla quale il destino, come un gioco di specchi, ha appena consegnato la notizia di un'intervista da registrare proprio alla nuova regina della Lemar, Margherita. Ornella infatti in un vecchio articolo aveva pesantemente criticato Frans Vreinstein, amica intima di Margherita - e cugina un po' troppo morbosa peraltro proprio di Matteo - a cui ora la sua rivista, cavalcando l'onda della polemica, ha deciso di dedicare la copertina. Ma all'appuntamento per l'intervista Ornella si ritrova accanto a Margherita proprio l'odiata Vreinstein, che come un segugio in cerca della preda, percepisce immediatamente mischiato all'eau de toilette della giornalista anche l'inconfondibile odore di Matteo...
Carlo Mazzoni dopo il successo de I postromantici torna a occuparsi dell'Italia del malaffare e degli intrighi di palazzo. In questa opera edita da Salani, Mazzoni mette in scena il peggio della società civile e politica contemporanea del nostro paese. In una Milano capitale del lusso, dei salotti, della finanza, un gruppo di rampolli trentenni vortica tra intrighi, tradimenti, veleni, avidità e affari loschi, in una spirale di luccicante vuoto cosmico, dove l'unico Dio da inseguire è l'arrivismo più sfrenato e dirompente. Eppure le ottime intenzioni di Mazzoni alla fine tradiscono le tante aspettative. Il prodotto finale risulta infatti confezionato in stile troppo da fiction che toglie credibilità e veridicità ai personaggi e agli intrecci da essi generati. La carne al fuoco è tanta, forse troppa, e i colpi di scena sono troppo "telefonati". Per cui alla fine nonostante un ritmo serrato che mai annoia la lettura la storia non va mai né troppo al di là del puro intrattenimento, né troppo in profondità per essere credibile critica politica e sociale. Una ruota sempre troppo attaccata al suolo per riuscire definitivamente a decollare, insomma.

 

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°229 pubblicato il 19 Gennaio 2010 da magooxxx

I berlinesi
Sven Regener
Traduzione: Riccardo Cravero
Romanzo
Elliot
2009
Articolo di: Raffaello Ferrante
voto

Frank Lehmann e l'amico fidato e leggermente logorroico Wolli sono in viaggio nella vecchia Kadett di Lehmann direzione Berlino. Siamo negli anni '80, e Frank è appena stato congedato dal servizio militare per un finto tentativo di suicidio. E' Wolli a fargli da navigatore essendo tra i due l'esperto della città in quegli anni ancora per poco al di là del muro. Frank gli sta dando uno strappo ma le loro strade una volta giunti a destinazione saranno destinate a dividersi. Wolli ha i suoi giri da seguire mentre l'amico ha una missione ben precisa da compiere. E' lì infatti per incontrare suo fratello Manfred e con lui magari ricominciare una nuova vita. Perciò i saluti fra lui e Wolli una volta giunti finalmente a destinazione nel quartiere berlinese di Kreuzberg, sono carichi di rosee aspettative. Ma una volta trovatosi solo ed essersi affacciato nell'abitazione dove risiede suo fratello, Frank scopre immediatamente una realtà un po' differente da quella immaginata. L'appartamento degli amici di Manfred infatti è popolato da un numero indefinito di personaggi rocamboleschi e squinternati, capeggiati da Erwin, l'unico inquilino che può definirsi tale. Attorno a lui ruotano artisti di strada, musicisti, punk, bohemienne senza molta arte ne parte capaci di vivere alla giornata con mille espedienti e molti pochi perché. Soggetti perfettamente assorbiti dall'atmosfera berlinese dell'epoca, in pieno fermento alcolico-sintetico-creativo prima che il crollo del muro la ridisegni omologandola al resto dell'occidente. Ma sopratutto del fratellone di Frank - dagli amici per altro conosciuto con l'improbabile nome di Freddie - non v'è traccia alcuna. Né qualcuno sa dove poterlo eventualmente rintracciare. Così a Frank non resta che farsi sempre più contagiare da quel carosello esistenziale fatto di bevute, albe insonni, concertoni punk e unirsi a quel pittoresco carrozzone variopinto di zingari berlinesi, in attesa di veder balzar fuori da un momento all'altro suo fratello e capire cosa si celi dietro la sua improvvisa scomparsa...
Sven Regener - oltre che scrittore di successo, già frontman e bassista della band Element of Crime - sforna per i tipi della Elliot il terzo episodio della saga dell'irresistibile signor Frank Lehmann, questa volta alle prese con la Berlino tutta colori, bevute e creatività dell'allora Germania Ovest. Ne esce un romanzo alcolicamente imbevuto di atmosfere sorprendentementi amarcord ma per nulla retoriche. Un ritratto di una generazione e di un popolo capaci di vivere la propria esistenza - in quel momento di svolta epocale - in bilico sulla storia, senza mai scendere a compromessi o rinunciare alla propria individualità e vitalità. Un romanzo agile, veloce e tagliente come l'assolo rock di una vecchia Charvel, dove i vari personaggi e i luoghi che ruotano attorno al protagonista sono la perfetta fotografia in movimento di un momento storico nel bene e nel male, unico e assolutamente irripetibile. Perché come recita l'aletta dell'accattivante copertina (cover design by Maurizio Ceccato): "[...] non importa da dove vieni e chi sei stato, in nessun posto come a Berlino puoi cercare veramente di essere te stesso. O no?"

 

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°228 pubblicato il 15 Gennaio 2010 da magooxxx

Un'altra estate
Beppe Marchetti
Romanzo Teen
Las Vegas
2009
Articolo di: Raffaello Ferrante
voto

E' estate piena. Siamo ai primi di agosto. Alfio dal finestrino del treno vede i palazzoni grigi della periferia di Milano finalmente volgergli le spalle. Viaggia in direzione sud, lungo l'Adriatico, destinazione Cermenatico, meta funambolica di orde di vacanzieri festosamente imbizzarriti e pronti a tutto pur di divertirsi. Sulle spalle l'immancabile zainetto, al fianco un'improbabile valigiona, un rudere monolitico zeppo all'inverosimile - sopratutto libri - consigliato dal padre per l'inossidabile robustezza, e davanti oltre alla spensieratezza dei suoi diciotto/vent'anni, un'intera mesata di vacanza ludica e rigenerante. Dopo varie accaldate peripezie, Alfio e il suo bagaglio giungono nonostante tutto finalmente a destinazione. L'Hotel Miranda dopo l'infernale e disidratante viaggio di andata, a dispetto delle tre stelle, gli si presenta dinnanzi stile miraggio nel Sahara. La stanza, una mansardina con pericolosissimo tetto spiovente in corrispondenza di tazza e bidè ed entusiasmante vista asfalto, ha tuttavia in dotazione quanto di più vitale e desiderabile per Alfio in quel momento: una doccia e un letto. Ma soprattutto il Miranda è dotato di un cortile con tanto di dondolo. E' qui infatti che Alfio la prima sera, all'incirca verso il tramonto, durante una pigra e sonnolenta siesta, ha la visione. Una valigia enorme spinta non senza affanno dalla mano esile di una magnifica creatura si staglia infatti al di là del suo onirico orizzonte visivo, segnando irrimediabilmente la sua estate. E' Estelle, una ventenne ragazza di Varese, già ospite del Miranda l'anno precedente, apprenderà durante la cena Alfio, per bocca di suo cugino. A tavola il cameriere sta servendo il tiramisù, la bocca del cugino continua a produrre suoni senza senso, nel salone del Miranda i villeggianti proseguono incuranti la loro cena, ma nella testa di Alfio rimbalza solo quel carezzevole, indimenticabile nome francese. Estelle. La sua vacanza può ora cominciare...
Beppe Marchetti, libraio torinese che con Las Vegas edizioni è al suo esordio narrativo, dipinge una storia con delicate tinte pastello. La vicenda ricalca il più classico dei cliquet narrativi. La cotta estiva di un'adolescente alla scoperta del mondo e di se stesso. Eppure Marchetti, che adolescente non lo è più da un pezzo, usa la penna con buona padronanza stilistica, evitando i trabocchetti più abusati e sfruttati, farcendo anzi la narrazione con pacata ironia e uno stile delicato e personale, molto gradevole alla lettura. Ci si affeziona presto insomma al testardo e innamorato Alfio, finendo irrimediabilmente per fare il tifo per lui. "Una storia frizzante, quanto una birra appena stappata", recita la IV di copertina del romanzo. E' proprio così. Un libro da sorseggiare al tramonto, davanti al mare, con immancabile sigaretta tra le labbra e il vento della giovinezza ad accarezzare i ricordi della nostra estate che fu.

 

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°227 pubblicato il 13 Gennaio 2010 da magooxxx

Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi)
Nicola Lagioia
Romanzo
Minimum Fax
2009
Articolo di: Raffaello Ferrante

Il "lui" non-protagonista del romanzo ha più di un cruccio esistenziale. Il primo è Giulia, la donna che si rifà viva con una telefonata dopo cinque anni - o tre settimane? - per chiedergli di rincontrarsi e chissà, magari di ricominciare. Il secondo è Tolstoj, sì, proprio lui, il grande maestro russo, ora solo più vecchio e brontolone ma in fondo sempre prodigo di utili consigli durante le innumerevoli partite a dama e scopa partorite proprio con il ragazzo nel suo monolocale sulla Nomentana, tra scorpacciate di Coca-cola e gelato neanche fossimo al luna-park. I due universi - il letterario e l'amoroso - convivono, si sovrappongono, si sfiorano, s'inseguono, a volte quasi coincidono. Fino a quando la telefonata con la donna non pone la più classica e disarmante delle scelte, portando i due mondi allo scontro finale. Sarà cosa buona e giusta raggiungere Giulia all'appuntamento? Potrà e vorrà mai davvero ricominciare? E soprattutto al maestro Tolstoj - nel frattempo inaspettatamente presentatosi a casa sua con tanto di scacchiera sotto il braccio per la classicissima partita settimanale - chi potrà mai confessare la vile e retorica fuga da innamorato che il giovane sta per compiere, visto che è a un passo dal varcar la soglia per raggiungere la sua donna all'appuntamento fatale? "Ci sono vari modi per terminare una partita a dama: 1) Vincere. 2) Perdere. 3) Rovesciare la scacchiera. 4) Eliminare se stessi e l'avversario. [...] Questa è la storia di come rovesciai una scacchiera"...
Minimum Fax dopo otto anni riedita l'esordio narrativo del talentuoso scrittore pugliese Nicola Lagioia. Un libro breve ma incredibilmente sorprendente, sopratutto se si considera che si trattava all'epoca, per l'appunto, di un esordio letterario. La ricerca dell'originalità in ogni campo è generalmente un lusso per pochi e Lagioia centra in pieno in questo suo non-romanzo tutti i crismi dello sperimentalismo letterario con disarmante - apparente - semplicità, riuscendo a confrontarsi niente meno che con il grande romanzo dell'Ottocento-Novecento. Tolstoj, Joyce, Proust, Kafka, tutti miti e vecchi tromboni di cui doversi sbarazzare per poterli finalmente superare, o padri immacolati da continuare sacralmente ad adorare e imitare? I grandi Maestri della storia letteraria e i loro immensi capolavori sono macigni a cui aggrapparsi per provare a costruire e battere nuovi sentieri o fardelli inossidabili da cui sarà sempre impossibile affrancarsi? Lagioia prova - con adorabile stile goliardico - a spiegarci tutto ciò in questo suo manualetto di sopravvivenza (o se volete di indispensabilità). Perché alla fine non è affatto mica così certo che si riesca a salvar se stessi pur sbarazzandosi di Tolstoj. La partita a dama col grande Maestro è ben lungi dal terminare.

 

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°226 pubblicato il 22 Dicembre 2009 da magooxxx

America oggi
Raymond Carver
Traduzione: Riccardo Duranti
Racconti
Minimum Fax
2009
Articolo di: Raffaello Ferrante

Bill e Arlene Miller sono una coppia felice ma forse troppo presa dalla ripetitività del lavoro e del quotidiano. Harriet e Jim Stone, i loro vicini, per esempio conducono senz'altro una vita più brillante e sociale della loro. Ora infatti sono appena andati via per una decina di giorni per andare a trovare certi parenti. Hanno affidato le chiavi del loro appartamento proprio ai Miller, così da poter tenere annaffiate le piante e nutrita la gatta Kitty. Sarà Bill il primo dei coniugi Miller ad entrare nella casa disabitata, scoprendola non priva di vita senza gli Stone... Earl Ober, ex agente di commercio ora in cerca di un nuovo impiego, decide una sera di passare dalla tavola calda dove la moglie Doreen ha trovato lavoro come cameriera per andarsi a bere un goccio. Ordina il suo drink e si mette a osservare la donna lavorare. Sopratutto osserva le occhiate dei clienti dirette al corpo indifeso e non più florido della donna... Ralph Wyman e Miriam hanno costruito la loro famiglia con dedizione e rispetto. I due figli Dorothea e Robert, ora di cinque e quattro anni, rappresentano proprio il frutto e il culmine dell'amore dei due coniugi e della loro armoniosa comunione d'intenti. C'è solo un trauma nel loro dorato menage matrimoniale - il tradimento presunto di Miriam con un uomo chiamato Mitchell Anderson - che chissà perché sempre più spesso ultimamente sta togliendo il sonno a Ralph... Claire guarda suo marito Stuart fare colazione. Sembra stanco e un po' tirato. Capisce che qualcosa si è messo tra loro, anche se lui non vuole ammetterlo. Quella maledetta pesca della domenica precedente con i suoi amici ha lasciato strascichi pesanti anche tra loro. Uno degli amici infatti, probabilmente Vern, ha trovato il cadavere di una donna a pelo d'acqua, impigliato nei rami secchi, vicino alla riva. Nessuno di loro, con la scusa che tanto la ragazza "mica se ne sarebbe andata", aveva però avuto niente da obiettare alla volontà di rimanere ugualmente accampati lì...
"Vicini", "Vuoi star zitta per favore", "Limonata", "Con tanto di quell'acqua a due passi da casa", questi alcuni dei titoli dei nove racconti e della poesia-capolavoro di Raymond Carver che compongono assieme a preziosissimi extra - un pezzo del regista Robert Altman sulla collaborazione con lo scrittore, la lettera della moglie di Raymond, Tess, al regista, una chiacchierata con la vedova Carver e con Altman, la prefazione di Tess Gallagher alla sceneggiatura di "America oggi" e un'ottima lezione dello scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo sul parallelismo fra arte letteraria e trasposizione cinematografica - questo "scrigno" delle meraviglie. Un volume edito da Minimum fax che è insieme un omaggio alla grandezza letteraria dello scrittore americano (deceduto a soli cinquant'anni divorato da un tumore) e alle capacità stilistiche e rappresentative del regista statunitense Altman, che nel '93 mise in scena la trasposizione cinematografica dell'America dei penultimi, disegnata con la solita dolorosa e disarmante impotenza alcuni anni prima da Carver in questi nove racconti. Una commedia amara e impietosa dell'esistenza umana, nove tranches de vie messe in scena magistralmente - prive di ogni giudizio morale - da due grandi artisti contemporanei, capaci di farle rivivere ancora oggi, più attuali e moderne che mai. Un libro insomma da non perdere, evitando magari poi di riflettere sul fatto che anche il nostro, in fondo, altro non è che l'ennesimo set ideale di quel disarmante circo esistenziale messo in scena dalla spietata penna di Carver.

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°225 pubblicato il 18 Dicembre 2009 da magooxxx

Carenze di futuro
Roberto Saporito
Romanzo
Zona
2009
Articolo di: Raffaello Ferrante

"La macchina, una Mercedes che ha visto tempi migliori, è l'unica cosa che mi è rimasta, anche perché non è intestata a me. Chiaro." Inizia così il viaggio - destinazione ignota - che il protagonista prova, grazie all'amico Bruno, uno dei pochi fedelissimi su cui ancora poter contare, ad orchestrare. Bruno gli ha infatti ricordato che nel Sud della Francia c'è un residence di sua proprietà in cerca di un custode, che potrebbe permettergli di rifiatare per un po' prima di provare a tornare a galla. L'uomo al momento, vista la sua carenza di futuro, ha infatti un'unica, sola possibilità: scappare. Dopo anni passati a divorarsi al gioco appartamenti, proprietà, ristoranti, alberghi, beni, moglie, figlia e famigliari, è ora giunto al fatidico punto di non ritorno. Unici compagni di vita, la vecchia Mercedes e una manciata di euro racimolati dalla svendita di un cassettone Luigi XVI del '700, nostalgico residuo della sua opulenta vita precedente. Così non gli resta che seguire il consiglio di Bruno e cercare per un po' di far perdere le sue tracce al temibile Pacifico e alla sua gang, che come segugi sulle orme della selvaggina, a sua insaputa son già scattati al suo inseguimento. E così parte per Nizza, mentre la Francia autunnale gli rievoca ricordi parigini di spensierata gioventù, quando tutto ancora doveva e poteva succedere, e quando sopratutto l'amore irrisolto per la bella Simone nulla faceva presagire su quello che la sua vita di li a poco sarebbe diventata. Ma Nizza, dove l'altro suo fido compare Cesare è corso prontamente ad accoglierlo, non sembra proprio essere il luogo più ospitale del mondo. Qui infatti, le burrascose vicende sentimental-sessuali dell'amico finiscono per travolgerlo oltremodo, complicandogli ulteriormente l'esistenza. Meglio riprendere la marcia verso Grau du Roi, dove il residence di Bruno dovrebbe attenderlo, finalmente ospitale e senza sorprese. Così almeno crede, perché in realtà Pacifico e la sua cricca sono molto più prossimi alle sue disgrazie di quanto egli stesso possa immaginare. Ed ecco che allora, pure quello che sembrava essere il giaciglio ideale dove finalmente poter svernare per un po' - grazie anche alla fortunosa conoscenza di Sophie, ragazza misteriosa che condivide con lui la stessa urgenza liberatoria di fuga - diverrà presto soltanto l'ennesimo luogo da dove dover ancora e soltanto fuggire...
Roberto Saporito scrittore e pittore piemontese, dopo il clamoroso successo degli anni '90 con le ventimila copie vendute della raccolta cult Harley-Davidson edita da Stampa Alternativa, torna in libreria con questo quarto romanzo firmato Zona editrice. Una bella storia di fughe dentro e fuori da se stessi, in costante ricerca di quel famoso centro di gravità permanente, impossibile per il protagonista da rintracciare. L'uomo infatti, ridotto su lastrico dal gioco, proverà a rifugiarsi in Francia per evitare di fare i conti con i creditori che lo braccano e con il suo passato che come un'ombra gli viaggia cucito addosso, ma imparerà a proprie spese che è impossibile occultarsi al proprio destino. Il tutto imbevuto nella solitudine autunnale degli splendidi scenari transalpini che accompagnano l'uomo nelle sue fughe da fermo. Lo stile dell'autore è veloce, ritmato, garbato, mai sopra le righe, ed è magnificamente accompagnato da una soundtrack davvero coinvolgente e 'visiva'. Forse l'unico neo è dato da una seconda parte - l'incontro con Sophie - un po' troppo affrettato e addensato, che nulla toglie però all'ottima prova di un Saporito ispirato e mai spaesato.

 

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°224 pubblicato il 16 Dicembre 2009 da magooxxx
 

Come l'insalata sotto la neve
Luca Gallo
Romanzo
Intermezzi
2009
Articolo di: Raffaello Ferrante

Gambier non è un ragazzino come tutti i suoi coetanei. Ha tredici anni ed è costretto a passare le sue giornate rinchiuso in una baracca di lamiere e tubi, messa su da suo padre - il pazzo, come lo definisce lui - dopo che lo stesso ha definitivamente perduto il suo lavoro in conceria. L'uomo con il licenziamento infatti ha visto definitivamente crollare e tramontare la sua unica reale e plausibile ragione di vita. Ecco perché ora trascorre il suo tempo a tentare esperimenti improbabili di costruzione su quell'obbrobrio di abitazione, assistito da quell'escrescenza muta e soggiogata che è sua moglie. La mamma di Gambier vive infatti nella speranza vana di riuscire a salvare l'apparenza con i vicini e con tutti coloro che la circondano, assolutamente incapace di proferir parola o anche solo un pensiero in autonomia. Ad accrescere la solitudine del ragazzo c'è anche l'improvvisa dipartita dei suoi due idoli, il fratello Tare e la sua amata Emma, scomparsi inspiegabilmente dalla sua esistenza senza lasciare traccia alcuna. Ah, dimenticavo: Gambier comunica solo scrivendo i suoi pensieri, visto che dopo un trauma - l'ennesima violenta lite fra il padre e il fratello - ha pure perduto la voce. Ma certo tutto ha avuto un inizio, un'origine. La sua vita ha avuto persino uno svolgimento pseudonormale, allorquando il pazzo ancora sognava scalate sociali al lavoro, Tare viveva al suo fianco - e in compagnia del fido Lingua cercava in contrapposizione alle continue demolizioni del genitore, di costruirgli una strada su cui camminare con fierezza e personalità - e sopratutto Emma era ancora l'amica del cuore con la quale sognare di scalare il mondo e perché no, scoprire l'amore. Questa la genesi da cui Gambier inizia passo passo a raccontarsi e a raccontare...
Luca Gallo, torinese alla sua prima fatica letteraria, è riuscito a creare un'opera davvero sorprendente. La storia del suo Come l'insalata sotto la neve racchiuderebbe infatti in sè tutti i tranelli del romanzo giovanilistico-sentimentale, affrontato peraltro con gli occhi del protagonista sfigatello tutto sensibilità e ironia. Ebbene Gallo - dribblando a piè pari ogni sorta di stereotipo letterario - ha costruito un romanzo che riesce a far commuovere senza piangere, sorridere senza banalizzare, intenerire senza lagnare. Un'opera delicata e pulita come gli occhi ingenui e meravigliati del buffo protagonista. Il tutto sorretto da una scrittura consapevole, scorrevole, ritmata, mai banale, capace di ritrarre non luoghi e non persone come fossero assolutamente visibili e reali. Un libro da svelare piano piano, come l'insalata sotto la neve, appunto.

 

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°223 pubblicato il 11 Dicembre 2009 da magooxxx
 

Gratis
Chris Anderson
Traduzione: Ilaria Katerinov
Saggio Società
Rizzoli
2009
Articolo di: Raffaello Ferrante
voto

Quando agli inizi del '900 il quarantenne signor King Gillette, fino ad allora frustrato commerciante di tappi di bottiglia rivestiti in sughero, ebbe l'illuminante idea di creare rasoi usa e getta da vendere a costi bassissimi a soci che li avrebbero poi regalati come gadgets ai propri clienti, nessuno avrebbe potuto immaginare che in realtà Gillette stava inventando uno dei fondamentali modelli di business dell'economia futura, il Gratis. Grossissime fette di settori commerciali infatti oggi si basano proprio su questo semplicissimo principio. Regalo il cellulare e vendo l'abbonamento, offro la console a prezzo stracciato e vendo giochi costosissimi, installo gratis macchine da caffè negli uffici e vendo cialde carissime. Eppure oggi, nel ventunesimo secolo, persino il signor Gillette ignorerebbe che un'ulteriore forma di gratuità è pronta per rivoluzionare il concetto stesso di economia moderna. Dal Gratis come mezzo di marketing si sta passando di fatti oggi al Gratis come modello economico completamente nuovo, basato questa volta anziché sull'atomo, sul bit. Nell'economia dell'atomo infatti tutto ciò che dai gratuitamente deve essere compensato dal pagamento di qualcos'altro (il rasoio con la lametta, la console con il gioco, la macchina da caffè con la cialda, etc etc). In quella del bit, del mondo online, il denaro può arrivare invece a scomparire del tutto dalla transazione. I Radiohead regalano abitualmente i loro pezzi online, ben sapendo che saranno ampiamente ripagati dalla fetta di mercato che in questo modo riusciranno a coprire, e dai milioni di fans che correranno poi a intasare i loro concerti se non addirittura a comprare versioni premium dei loro cd. I videogiochi online, spesso gratuiti, sono ben ricompensati dalla quantità di pubblicità che compare sui propri portali. Prendiamo Google. E' talmente tanto in attivo come guadagni della pubblicità su un ristretto numero di prodotti chiave, che può oggi permettersi di regalare servizi praticamente in ogni settore. Pensare a crearsi un pubblico enorme prima di immaginare il modello di business, nel regno del digitale puro, non è follia ma consolidata realtà. E' proprio il principio che ha adottato come presupposto base del suo sviluppo, il colosso Google. Oggi, a soli dieci anni dalla fondazione, Google è non a caso un impero da venti milioni di dollari, capace di fare più profitti di tutte le compagnie aeree e automobilistiche americane messe insieme. E questo grazie al Gratis impostato di default. E' quella che Schmidt chiama la "strategia max", cioè "Prendi qualsiasi cosa tu stia facendo e massimizzane la distribuzione. Ovvero: poiché il costo marginale di distribuzione è zero, tanto vale che tu distribuisca i tuoi prodotti il più possibile". Per Google insomma qualsiasi cosa accada oramai online, diviene fonte complementare per il suo businness principale. La maggioranza dei suoi dipendenti oggi passa il tempo a progettare e pensare nuovi servizi da regalare. Ma gli esempi non si fermano certo al solo Google. Wikipedia, Linux, Facebook, Flickr, il web è interamente impregnato oramai sul concetto di gratuità. Questo basta però a considerare il Gratis una panacea? E' sufficiente regalare ciò che si crea per creare profitto? E' tutto così semplice e immediato? Il Gratis quindi non ha controindicazioni? E sopratutto, quanto costa il Gratis?
A questo e molto altro ancora Chris Anderson - già autore del bestseller La coda lunga e direttore della versione americana di Wired - prova a dare un'esauriente risposta attraverso questo nuovo saggio edito in Italia da Rizzoli. Un volume davvero interessante, utile e comprensibile anche a chi - come il sottoscritto - davanti ad una pagina di economia prova lo stesso stupito vuoto mentale di un bambino davanti a un testo in sanscrito. Un libro affascinante, suggestivo e pieno di spunti interessanti anche nelle applicazioni di tutti i giorni. Un saggio che apre la mente a nuovi scenari senza rinunciare alla forza della tradizione. Sarà dunque la Freeconomics il caposaldo di una nuova rivoluzione economica globale? O sono solo suggestive visioni inapplicabili? Come sempre, in questi casi, non ci resta che aspettare e verificare: tanto... che ci costa?

 

 
 
 
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