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Nowhere Fast

La mia unica ambizione è quella di non essere nessuno, mi sembra la soluzione più sensata. Charles Bukowski

 

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IO TI DARO' DI PIU' IL BOOKTRAILER

 

RIEN NE VA PLUS A SAT2000

 

NEROMARCHE AL TG3


 

ABOUT RIEN NE VA PLUS

RIEN NE VA PLUS
A cura di Enrico Piscitelli
Collana I Jackpot
Pagine203
Prezzo12 €
Isbn:978-88-95744-08-7

Che ci fanno tutti insieme: un fotografo di moda immerso nei colori di Pechino, un uomo sovrappeso sperso in alto mare a bordo di un pattìno, tre spietati ladri bambini, una spia internazionale e un sogno che è diventato umano?
Semplice: sono alcuni dei protagonisti dei quattrodici racconti di quest'antologia, che mette insieme i migliori talenti pescati da Enrico Piscitelli - dopo una spietata selezione - nel mare magnum di Internet.
È Rien ne va plus, gente! Dove si muore per amore, si ama da morire e si lotta per venire al mondo, mentre l'Arno straripa allagando Firenze e il diavolo scopre di essere diventato una blogstar.

Racconti di Giacomo Buratti, Paolo Cacciolati, Cristian Confalonieri, Concetta De Vincenzo, Raffaello Ferrante, Matteo Gallo, Ilaria Giannini, Francesco Lonetti, Davide Ottaviano, Matteo Pascoletti, Guido Penzo, Gianluca Pezzella, Salvatore Piombino, Alessandro Raveggi.

 

ABOUT NEROMARCHE

NEROMARCHE

Ennepilibri
Collana: Le regioni del male
Anno 2008, €13,80
Pagine 148, Lingua Italiano, EAN 9788879082136

Curatore: Giuseppe D'Emilio, Chiara Bertazzoni

Alle Marche, l'unica regione "al plurale" d'Italia, è dedicato il primo volume della collana Le regioni del male. La collana nasce dalla voglia di dare spazio a nuove voci della narrativa italiana, grande ricchezza nascosta del nostro Paese, dalle mille facce, forse poco conosciute, ma proprio per questo tutte da scoprire, che muove i suoi passi attraverso le innumerevoli e cangianti declinazioni del nero.

Racconti di Paolo Agaraff, Alberto Cola, Lucio Angelini, Manuela Maggi, Raffaello Ferrante, Enrico Santori, Piero Calibano, Biancaastella Lodi, Alessandro Cartoni, Carlo Cannella, Roberto Fogliardi, Elena Coppari, David Miliozzi, Marica Petrolati, Pelagio D'Afro.

PRESENTAZIONI, NOTIZIE, RASSEGNA WEB, RASSEGNA STAMPA

 

LA RECENSIONE DI PROGETTO BABELE

Il lavoro logora chi ce l'ha
di Raffaello Ferrante
Anno 2007 - Editore Cento Autori
Prezzo € 3 - 48 pp.
(collana Leggere veloce)
ISBN 9788895241197

Già esserci è l'ottanta per cento del lavoro. Woody Allen. Il peggio mestiere è quello di non averne alcuno. Cesare Cantù

Sei tu. Sono io. Siamo noi. Magari non a Bari, ma il mondo è paese in fondo. Il prode disoccupato in cerca di lavoro che qui s'imbatte in posti vacanti presso Bingo di prossima apertura, sulle macerie del fu cinema "Omero". Il giorno fatidico è giunto. Trentaduenne cum laurea e completo di madre dal pedigree meridionale: repertorio di plumcake, zuppa di latte, caffé ristretto e succhi di frutta, prima del colloquio. Ansia materna per prestazioni filiali in cui non manca, come da credo italico, la preghiera, perché, in fondo, le cose vanno aiutate. E così il prode di cui sopra, giunge con anticipo storico sul luogo deputato ed inizia, con saggia e meditata ironia, la sua Odissea da colloquio selettivo. Dove più del curriculum vitae conta soprattutto la mano di provenienza, la benedizione elargita, la spinta devoluta dal cognome importante. Un bingo bicromatico, votato al rosso e verde, che pullula di volontari e via al casting per le disparate posizioni, entri capo sala esci venditore. Stile carneficina d'anime pie, indecise e spaventate, con l'obbligo di captare i desideri del selezionatore di turno (che razza di lavoro il selezionatore, una specie di Caronte...). Per noi parlare dei titoli di studio! Eccola la domanda da diecimila dollari: "Perché sei laureato e vuoi lavorare al bingo?" Specchio d'Italia. Cronache di un cittadino in cerca d'impiego. Un racconto breve che ha in sé la cruda realtà d'oggi. Ironico, sarcastico e sospeso, come a dire che non è altro che un passaggio, un tassello inevitabile ad alta frequenza di ripetizione. Istantanea da reportage civico, quasi.
La realtà è che quel che conta e giocarsi sé stessi, il curriculum conta per far numero spesso e non per leggerci quel che sei, forse. E tocca, allora, improvvisare: un po' Reality, un po' Cabaret, un po' animatore da villaggio estivo. Questo tempo indeterminato... mai cosa fu tanto agognata.
(Licia Ambu) 

 

LA RECENSIONE DI MANGIALIBRI

IL LAVORO LOGORA CHI CE L'HA
di Raffaello Ferrante
Cento Autori
48 pagine
3 euro

Per le vie di Bari, sulle ceneri del vecchio cinema Omero, i segni di una modernità che avanza ineluttabile si impongono. Ed ecco che il complesso cinematografico è presto trasformato in sala bingo: clienti, cartelle, numeri, estrazioni e - soprattutto - personale di sala. Indossato l'abito grigio (riciclato tessile di matrimoni, cresime, battesimi e feste), fatti i debiti scongiuri e segni di croce e ricevuti i dovuti "in-bocca-al-lupo" materni, Roberto Ferrari - coi sui trentadue anni di precarietà, steli di curriculum sottobraccio e un'inutile laurea - è pronto per l'ennesima volta a tentar fortuna. Passata la selezione di ingresso alla quale presenziavano ben cinquecento candidati, superati i successivi vagli, setacci e tramogge, il posto come caposala sembra ormai vicino...Peccato che lo spettacolo di raccomandazioni, amici politici, notti di sesso e referenze a colpi di pompini, si presenti in tutto il suo splendore...
Breve ed incisivo - un romanzo breve che non va oltre la quarantina di pagine - Il lavoro logora chi ce l'ha è certamente una buona prova di scrittura che evidenzia le potenzialità dell'autore (finalista con questo testo al concorso letterario Il racconto nel cassetto). Con uno stile semplice e diretto Raffaello Ferrante non ha la pretesa di svelarci niente di nuovo, si accontenta di descrivere una quotidianità schiacciante dalla quale non si sfugge, se non con la sapiente arma dell'ironia verso se stessi e gli altri, e il potere - presunto o tale - della scrittura come forma di condivisione e rivincita.

Boris Borgato

 

LA RECENSIONE DE IL RE-CENSORE

IL LAVORO LOGORA CHI CE L'HA
di Raffaello Ferrante
Cento Autori
48 pagine
3 euro

Le avventure di un precario nell'"eldorado dei poveri"
Una moderna odissea alla ricerca del posto fisso

Il lavoro può essere tante cose. A seconda delle situazioni può essere una necessità, una risorsa, un problema, un sogno, un incubo. Può nobilitare l'uomo, ma anche debilitarlo. Può dare soddisfazioni o gettare nella disperazione. La prima preoccupazione dovrebbe essere quella di averlo, un lavoro, perché oggi senza non si può stare: da lì si dovrebbe partire per risolvere un po' di problemi. Non sempre, però, è così, e Il lavoro logora chi ce l'ha è lì a dimostrarlo.
Il bingo Omero è fin dall'inizio una specie di cattedrale, l'"eldorado dei poveri", il sogno di chi insegue un sogno, di chi affida a numeri e fortuna la propria felicità. Ma è anche il sogno di chi cerca un lavoro, un'opportunità ghiotta e succulenta in una realtà complicata come quella di Bari, e del Sud Italia in generale, precaria e sonnolenta, in cui tutto sembra immobile. Il bingo ancora deve aprire e già vi si svolgono storie di ordinaria precarietà, in cui i neoassunti, passate varie selezioni, si scannano per la definizione delle qualifiche: è qui che Ferrari, il protagonista, poco più che trentenne, laureato, figura simbolo di tutti i giovani confusi d'Italia, si trova a combattere una guerra fra poveri, a cercare il modo di farsi rispettare, di emergere, di dare un segno di sé per non essere inghiottito da un meccanismo che, già all'inizio, sembra letale, fatto di prevaricazioni, dialoghi surreali e personaggi-macchietta.
Il lavoro logora chi ce l'ha è un racconto di quarantotto pagine, esce per una collana chiamata Leggere Veloce, e fa abbastanza bene il suo mestiere. Intrattiene, fa pensare, scivola via veloce, come una giocata al bingo. Ferrante scrive con mano sicura, anche se poco personale, e tratta con ironia e partecipazione un tema attualissimo, da cui nessuno si può ritenere escluso. Si sorride con amarezza, pensando a quanto sia complicato e tortuoso farsi largo in un mondo, quello del lavoro, che elargisce i suoi doni in maniera spesso incomprensibile. E che, anche una volta raggiunto, non rappresenta la soluzione di niente.

Gianvittorio Randaccio

 

LA RECENSIONE DI BOOKSBLOG

di Raffaello Ferrante

pubblicato: lunedì 11 febbraio 2008 da Manila B. in: libri recensioni narrativa italiana

Il libretto è più che tascabile, è proprio bonsai, ma la storia è grande come l’attualità.
Sto parlando di “Il lavoro logora chi ce l’ha”, 46 pagine di ironia edito da Cento Autori, di Raffaello Ferrante.
Classe 69, nato a Bari ma residente a Fermo, l’autore, già su carta in Racconti sotto l’ombrellone (Giulio Perrone editore), e vincitore del Premio letterario Interrete shorts, mette su carta la sua abilità di narratore “veloce” con un racconto che vale più di un romanzo.La storia contemporanea dell’apertura delle prime Sale Bingo in Italia, compresa la prima, grande, favolosa, sognata, e soprattutto misteriosa sala Bingo Omero a Bari sud.
Il protagonista dopo aver superato diverse selezioni, si trova davanti all’ultimo ostacolo prima di diventare, finalmente, capo sala della struttura. Con lui altri poveri candidati, che devono contendersi il posto a suon di prove pratiche nell’ultima settimana prima dell’apertura.
Una storia sulla ricerca eterna di lavoro, in un contesto in cui aver preso una laurea non è certo un vantaggio ma quasi un disagio. Con un linguaggio scorrevole ed un stile moderno, Raffaello Ferrante butta giù una storia da leggere d’un fiato, e da cui uscirne con un sorriso, amaro e reale, sull’Italia di oggi, in cui ogni colloqui di lavoro è un logorio interno e le selezioni sono pressioni psicologiche al limite dell’accettabile. Ed allora, non è forse meglio la condizione del disoccupato? Ed allora, non è forse vero che “il lavoro logora chi ce l’ha”? Promozione e bacio accademico per questo autore e la sua piccola storia.

 

LA RECENSIONE DI APHORISM

IL LAVORO LOGORA CHI CE L'HA

di Raffaello Ferrante

Cento Autori

€3, PAG.48

Un racconto di quarantasei pagine nel quale è condensata un'esperienza di vita, un mondo fatto in un certo modo, le nostre reazioni di fronte a situazioni disparate. La penna fluida e onesta di Ferrante ci porta in una calda estate pugliese, dove un ragazzo affronta un colloquio non proprio semplice per un posto di lavoro in una sala Bingo. In queste poche pagine vengono sviscerati diversi atteggiamenti delle persone dalle varie parti della barricata: chi seleziona e chi è lì teso perché vuole quel lavoro, perché ne ha bisogno. Una storia attualissima, forse cadenzata da ascendenze autobiografiche o forse no; uno spaccato di vita vissuta ridisegnato da Raffaello Ferrante con il suo solito sguardo vispo e indagatore sui vari comportamenti dell'uomo. Non manca un certo brio nello scrivere e un'ironia opportuna nell'osservare e nel descrivere.
Il titolo va parafrasando un celebre aforisma di Giulio Andreotti: "Il potere logora chi non ce l'ha". Leggete tutto di un soffio questo romanzo breve e intuite voi le concordanze tra i due enunciati. Chi ha più ragione: Giulio Andreotti o Raffaello Ferrante? Ai lettori l'ardua sentenza...

[Paolo Coiro]

 

 

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Recensione e intervista a Francesco Savio per BooksBrothers

Post n°232 pubblicato il 02 Febbraio 2010 da magooxxx

 MIO PADRE ERA BELLISSIMO

Siamo a metà anni ottanta. Nicola ha nove anni. Ha una famiglia unita attorno a sé, eppure trascorre la maggior parte del tempo da solo. Fantastica Nicola, sogna, gioca con il suo mondo d'infanzia. Papà Guerrino, mamma Leonilde e la sorella Camilla sono accanto a proteggerlo, tutti insieme nella bella e dignitosa casa del popoloso quartiere Carmine, a Brescia. La felicità per Nicola è lì a portata di mano, nei cinque metri di corridoio di casa dove instancabile disegna con la sua palla di spugna le stesse parabole che vede dipingere a Le Roi Platini la domenica in tv. Oppure è in sella alla sua Bmx rossa, sfrecciando sul pavé del Carmine, sognando un giorno di tagliare il traguardo con la mitica maglia rosa indosso. Eppure qualcosa in quella casa lo costringe a fare i conti con se stesso troppo presto. La strana epatite che ha colpito suo papà e che obbliga ormai l'uomo a vivere pressoché recluso nella sua stanza da letto perennemente in penombra, non lasciano molto spazio all'immaginazione. Anzi. L'evolvere negativo della malattia incancrenisce l'aria attorno a quella stanza sempre più buia e sempre più in ombra, fino a che nel corridoio antistante nemmeno Nicola può più fingere di non sapere. I calci al pallone, le punizioni, i palleggi devono cedere il posto a parenti e conoscenti accorsi in casa per consolare lui, la mamma Leonilde e sua sorella Camilla, in un fastidioso crescendo di pacche consolatorie sulle spalle, di sguardi compassionevoli di odiosa misericordia e nauseanti frasi commemorative di Guerrino, oramai tutte rigorosamente coniugate al passato. Che ne sarà dunque adesso della sua sfavillante carriera alla Juve? Come potrà mai allenare gambe, braccia e cervello se dovrà fare i conti d'ora in poi con l'azienda di materassi di famiglia? Che ne sarà dei suoi sogni ciclistici iridati? E quel maledetto ricordo di quando Guerrino l'aveva sgridato e lui per lo spavento aveva sperato che il padre morisse, come farà ora a non tormentargli per sempre la coscienza?
Francesco Savio, qui alla prova d'esordio con un romanzo firmato Italicpequod (in precedenza due partecipazioni alle antologie Dylan revisited per Manni e Frammenti di cose volgari, targata BooksBrothers), affronta un tema - il rapporto padre-figlio osservato per altro nel momento drammatico della perdita -, in teoria ad alto rischio retorica, sopratutto per un esordiente. Invece Savio costruisce un'opera carezzevole, delicata ma al contempo solida, e assolutamente priva di scivoloni stilistici melodrammatici. La narrazione affrontata con gli occhi infantili del protagonista è fluida e diretta, a volte quasi sussurrata ed è capace di raccontarci in maniera coinvolgente quell'intima, timida e pudica soggezione che solo il rapporto figlio-padre a volte sa regalare. I personaggi sono ben tratteggiati e delineati - molto bella la figura della madre, vero collante e fortezza di amorosa dignità familiare -, mai sopra le righe. Insomma una prova davvero convincente, quest'opera prima di Savio, capace, nonostante il doloroso tema della lacerazione famigliare, alla fine di lasciare al lettore in eredità una commovente e delicata serenità d'animo.


Francesco Savio, classe '74, bresciano di nascita e milanese di adozione, oltre all'indubbio merito di essere uno degli autori della booksbrothersiana antologia Frammenti di cose volgari (con lo splendido racconto Il cornicione), è sopratutto uno juventino doc! Proprio da qui vorrei partire nello scambiare quattro chiacchiere con lui.

1- Nel tuo romanzo "Mio padre era bellissimo" lo sport - e il calcio in particolare - hanno un peso rilevante nelle fantasie del piccolo protagonista Nicola. Qual è la forza dirompente di questo sport secondo te?
Pur essendo nato in una terra di cacciatori, ho sempre pensato che l'uomo italiano non nasca cacciatore, ma calciatore. Nel bene e spesso nel male, il calcio è una parte importante dei pensieri del maschio italico. Ricordo Pasolini restare affascinato dalla partita domenicale allo stadio, a suo avviso l'ultimo rito pagano collettivo capace di attirare migliaia di persone in un determinato luogo, per assistere alla cerimonia dei novanta minuti. Personalmente amo il calcio fin da piccolo. Mi emoziona certamente di più quando gioca la mia squadra, ma in generale sono in grado di seguire come ipnotizzato qualsiasi incontro. Certi gesti tecnici, alcune variazioni tattiche riescono a tenermi incollato allo schermo (perché allo stadio vado molto raramente). Se guardare le partite fosse un lavoro (ed è vergognoso che non lo sia!) diciamo che avrei probabilmente il posto fisso. La forza del calcio per me sta nel fatto che è uno sport popolare, che tutti possono provare a praticare indipendentemente dalla loro costituzione fisica ad esempio. Non costa nulla giocare a pallone, puoi giocare in un prato o per strada, ti basta un palla e sei a posto.

2- Quanto c'è della tua infanzia nella rappresentazione narrativa?
C'è molto, ma non tutto. L'idea era di romanzare la mia infanzia. Per confondere però anche il lettore più attento ho cambiato il nome del piccolo protagonista, che infatti non si chiama come me. In generale volevo parlare dell'infanzia. Mi sono chiesto: cosa rende un'infanzia interessante e un'altra no? Il modo in cui viene raccontata, mi sono risposto. Parlo spesso da solo. Per questo poi mi sono domandato: quando finisce l'infanzia? Nel caso di Nicola in un certo senso quando muore il padre. Ma per un altro bambino può essere, che so, quando i genitori si separano. Ho cercato di sprofondare nell'infanzia, ho immaginato che Nicola decidesse di investigare sulla "scomparsa" del padre. Alla fine mi è venuto in mente che, forse, una persona prima o poi sceglie di vivere nel posto dove stanno i ricordi della sua infanzia.

3- In genere il rapporto figlio-madre rappresenta il basamento dell'intera attività formativa di un individuo. Perché invece ti è venuta voglia di raccontare il rapporto figlio-padre?
Figlio-madre e figlia-padre sono in effetti gli schemi più consueti, nel mio caso il desiderio di raccontare il rapporto figlio-padre nasce dal lutto. L'improvvisa assenza del padre spinge il figlio a cercarlo. Dove diavolo è andato a finire? Personalmente però credo che in "Mio padre era bellissimo" sia molto presente anche la rappresentazione del legame tra la madre e il figlio. Se Nicola non crolla è per via delle donne che lo circondano e proteggono. E non è un caso che il libro sia dedicato a tre donne.

4- La storia è ambientata negli anni ottanta, come mai questa scelta?
Perché sono gli anni della mia infanzia, ma anche perché sono stati anni cruciali per l'Italia che in quella decade ha vissuto l'inizio di un grande cambiamento sociale. Gli anni ottanta suonano in sottofondo come un brano musicale, però non ritengo determinante la collocazione temporale dei fatti (credo che il tema trattato non sia soggetto a particolari variazioni se immerso negli anni sessanta, oppure nei novanta). Semplicemente mi piaceva tornare negli anni ottanta, senza esprimere giudizi più o meno soggettivi sul periodo, ma solo per il piacere di tornarci, come con una macchina del tempo, che nel mio caso era formata da una sedia e da una scrivania.

5- Che bambino sarebbe Nicola se l'ambientazione fosse stata invece ai giorni nostri?
Beh, tecnicamente sarebbe ancora molto forte. Il più bravo della sua età sul campetto dell'oratorio, e il secondo a livello assoluto, nelle giornate in cui Fabio Ferrari (di un anno più vecchio) era in grande spolvero. Difetterebbe come allora per cattiveria agonistica e grinta, ma il pallone canterebbe tra i suoi piedi. A casa avrebbe la Playstation 3 comperata da Leonilde con tanti sacrifici, e non l'Msx della Philips. Ci sarebbe rimasto molto male per Calciopoli, perché la Juventus in quel periodo era la più forte e basta. Sarebbe rimasto stupito davanti a un processo sportivo durato venti giorni e con le sentenze scritte sulla Gazzetta dello Sport giorni prima della lettura in aula. Sarebbe tornato comunque sereno nel rendersi conto del privilegio di non avere come Presidente un petroliere sventolatore di ipocriti "Scudetti dell'Onestà". E mi fermo qua, povero bambino.

6- Qual è la genesi di questo libro? Come è maturato dentro te?
Ricordo di essere rimasto colpito da una frase di Ray Bradbury:
"Quindi ho creato un personaggio che volesse qualcosa con tutto il cuore..."
Ma cosa? Quale il sogno del mio personaggio? Cosa desiderava con tutto il cuore?
Cosa si eredita da un padre che non si è conosciuto? L'eredità di avere dei sogni?
Ho iniziato dalla necessità di recuperare l'infanzia, volevo scrivere una storia drammatica con ironia, una storia che facesse magari piangere, ma anche ridere (o quantomeno sorridere). Nascendo poeta, o per essere precisi pessimo poeta, era inevitabile che il mio libro fosse breve, come certe opere di Penna o Magrelli, poeti che adoro quasi di più quando scrivono in prosa. E' stato proprio Sandro Penna a mettermi in guardia, qualche anno fa:
"Almeno fa delle cose brevi, più adatte a questo tempo che, è tutto fatto di velocità".

7- Anche nel racconto presente su "Frammenti di cose volgari" affronti il tema della morte. E' un caso o ti piace scandagliare l'animo umano alle prese con un evento tanto traumatico?
Per scatenare l'entusiasmo dei lettori di BooksBrothers potrei rivelare un mio pensiero ricorrente, specie quando una giornata non è andata troppo bene. Dentro di me penso: ma sì, tanto tempo cinquant'anni e siamo tutti in una cassa di legno. Allegria, direbbe Mike, con o senza Funerali di Stato. Però è così. Oppure penso a una frase dell'amico e scrittore Livio Romano il quale una volta, parafrasando Shakespeare, mi disse:
"Ma sì, tanto anche questa giornata è passata come tutte le altre."
Credo che l'aver subito un'ingiustizia da piccoli paradossalmente possa spingere ad affrontare con ironia ogni avvenimento della vita. Per un bambino perdere un genitore è TUTTO. Dopo questo tutto, ogni cosa è relativa. La morte è un tema fondamentale, e non posso aggiungere altro perché risulterei banale. Cinematograficamente può essere affrontata con l'occhio di Bergman o con quello di Woody Allen, amo entrambi, ma mi sento più vicino al secondo, con le dovute proporzioni, lui infatti è un genio. Anche Bergman ovviamente. Ma ho risposto alla domanda?

8- Quali sono i tuoi capisaldi letterari di riferimento?
Oddio, sintetizzando, in ordine alfabetico: Berto, Bianciardi, Bioy Casares, Bukowski, Busi, Camus, Cappelli, Carver, Cheever, Cortazar, De Luca, A. Di Benedetto, Fante, Fitzgerald, Flaiano, Hornby, Huxley, Kafka, Kerouac, La Capria, Landolfi, Malamud, Manganelli, Magrelli, Mari, Mastronardi, Merton, Penna, Parise, Pessoa, Proust, P. Roth, Sabato, Salinger, Saramago, Svevo, Thoureau, Tondelli, Vila-Matas, Vonnegut, Walser, R. Yates, Platini, Boniek. Ho dimenticato certamente qualcuno, e non ho messo certi registi cinematografici che sono stati per me importanti come gli scrittori che ho citato sopra.

9- Hai già in cantiere il prossimo romanzo?
Direi di sì. Si è sviluppato dal racconto "Il cornicione" apparso su BooksBrothers e credo di essere al 70% circa. Mi manca la parte finale, e un po' di tempo per farmela venire in mente. Pensavo di chiedere al mio datore di lavoro due mesi estivi stipendiati da trascorrere in Alto Adige per terminarlo, ma temo non sarà d'accordo.

10- E per finire, premio Strega o trentesimo scudetto alla Juve?
Incredibilmente è più probabile che io vinca lo Strega che la Juve vinca il suo trentesimo scudetto. L'Inter è la squadra con i giocatori più forti, ha un bravo allenatore, anche se troppo pallone gonfiato per i miei gusti, e tendenzialmente poco corretto nei confronti degli avversari. Ma nella nostra epoca la sportività viene vista come sintomo di debolezza, e allora personaggi come Mourinho fanno il tutto esaurito a teatro. Il Milan gioca il calcio migliore dopo il Bari, è la squadra meno italiana del nostro campionato per tipologia di gioco, anche l'atteggiamento sul campo dei suoi giocatori è preferibile a quello maggiormente isterico dei nerazzurri, ma alla fine sarà l'Inter a vincere il suo quarto scudetto consecutivo. Milan secondo, Roma terza, Napoli quarto, Juve quinta, Fiorentina sesta. Quanto allo Strega, Savio se lo scorda.

 
 
 
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