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Nowhere Fast

La mia unica ambizione è quella di non essere nessuno, mi sembra la soluzione più sensata. Charles Bukowski

 

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IO TI DARO' DI PIU' IL BOOKTRAILER

 

RIEN NE VA PLUS A SAT2000

 

NEROMARCHE AL TG3


 

ABOUT RIEN NE VA PLUS

RIEN NE VA PLUS
A cura di Enrico Piscitelli
Collana I Jackpot
Pagine203
Prezzo12 €
Isbn:978-88-95744-08-7

Che ci fanno tutti insieme: un fotografo di moda immerso nei colori di Pechino, un uomo sovrappeso sperso in alto mare a bordo di un pattìno, tre spietati ladri bambini, una spia internazionale e un sogno che è diventato umano?
Semplice: sono alcuni dei protagonisti dei quattrodici racconti di quest'antologia, che mette insieme i migliori talenti pescati da Enrico Piscitelli - dopo una spietata selezione - nel mare magnum di Internet.
È Rien ne va plus, gente! Dove si muore per amore, si ama da morire e si lotta per venire al mondo, mentre l'Arno straripa allagando Firenze e il diavolo scopre di essere diventato una blogstar.

Racconti di Giacomo Buratti, Paolo Cacciolati, Cristian Confalonieri, Concetta De Vincenzo, Raffaello Ferrante, Matteo Gallo, Ilaria Giannini, Francesco Lonetti, Davide Ottaviano, Matteo Pascoletti, Guido Penzo, Gianluca Pezzella, Salvatore Piombino, Alessandro Raveggi.

 

ABOUT NEROMARCHE

NEROMARCHE

Ennepilibri
Collana: Le regioni del male
Anno 2008, €13,80
Pagine 148, Lingua Italiano, EAN 9788879082136

Curatore: Giuseppe D'Emilio, Chiara Bertazzoni

Alle Marche, l'unica regione "al plurale" d'Italia, è dedicato il primo volume della collana Le regioni del male. La collana nasce dalla voglia di dare spazio a nuove voci della narrativa italiana, grande ricchezza nascosta del nostro Paese, dalle mille facce, forse poco conosciute, ma proprio per questo tutte da scoprire, che muove i suoi passi attraverso le innumerevoli e cangianti declinazioni del nero.

Racconti di Paolo Agaraff, Alberto Cola, Lucio Angelini, Manuela Maggi, Raffaello Ferrante, Enrico Santori, Piero Calibano, Biancaastella Lodi, Alessandro Cartoni, Carlo Cannella, Roberto Fogliardi, Elena Coppari, David Miliozzi, Marica Petrolati, Pelagio D'Afro.

PRESENTAZIONI, NOTIZIE, RASSEGNA WEB, RASSEGNA STAMPA

 

LA RECENSIONE DI PROGETTO BABELE

Il lavoro logora chi ce l'ha
di Raffaello Ferrante
Anno 2007 - Editore Cento Autori
Prezzo € 3 - 48 pp.
(collana Leggere veloce)
ISBN 9788895241197

Già esserci è l'ottanta per cento del lavoro. Woody Allen. Il peggio mestiere è quello di non averne alcuno. Cesare Cantù

Sei tu. Sono io. Siamo noi. Magari non a Bari, ma il mondo è paese in fondo. Il prode disoccupato in cerca di lavoro che qui s'imbatte in posti vacanti presso Bingo di prossima apertura, sulle macerie del fu cinema "Omero". Il giorno fatidico è giunto. Trentaduenne cum laurea e completo di madre dal pedigree meridionale: repertorio di plumcake, zuppa di latte, caffé ristretto e succhi di frutta, prima del colloquio. Ansia materna per prestazioni filiali in cui non manca, come da credo italico, la preghiera, perché, in fondo, le cose vanno aiutate. E così il prode di cui sopra, giunge con anticipo storico sul luogo deputato ed inizia, con saggia e meditata ironia, la sua Odissea da colloquio selettivo. Dove più del curriculum vitae conta soprattutto la mano di provenienza, la benedizione elargita, la spinta devoluta dal cognome importante. Un bingo bicromatico, votato al rosso e verde, che pullula di volontari e via al casting per le disparate posizioni, entri capo sala esci venditore. Stile carneficina d'anime pie, indecise e spaventate, con l'obbligo di captare i desideri del selezionatore di turno (che razza di lavoro il selezionatore, una specie di Caronte...). Per noi parlare dei titoli di studio! Eccola la domanda da diecimila dollari: "Perché sei laureato e vuoi lavorare al bingo?" Specchio d'Italia. Cronache di un cittadino in cerca d'impiego. Un racconto breve che ha in sé la cruda realtà d'oggi. Ironico, sarcastico e sospeso, come a dire che non è altro che un passaggio, un tassello inevitabile ad alta frequenza di ripetizione. Istantanea da reportage civico, quasi.
La realtà è che quel che conta e giocarsi sé stessi, il curriculum conta per far numero spesso e non per leggerci quel che sei, forse. E tocca, allora, improvvisare: un po' Reality, un po' Cabaret, un po' animatore da villaggio estivo. Questo tempo indeterminato... mai cosa fu tanto agognata.
(Licia Ambu) 

 

LA RECENSIONE DI MANGIALIBRI

IL LAVORO LOGORA CHI CE L'HA
di Raffaello Ferrante
Cento Autori
48 pagine
3 euro

Per le vie di Bari, sulle ceneri del vecchio cinema Omero, i segni di una modernità che avanza ineluttabile si impongono. Ed ecco che il complesso cinematografico è presto trasformato in sala bingo: clienti, cartelle, numeri, estrazioni e - soprattutto - personale di sala. Indossato l'abito grigio (riciclato tessile di matrimoni, cresime, battesimi e feste), fatti i debiti scongiuri e segni di croce e ricevuti i dovuti "in-bocca-al-lupo" materni, Roberto Ferrari - coi sui trentadue anni di precarietà, steli di curriculum sottobraccio e un'inutile laurea - è pronto per l'ennesima volta a tentar fortuna. Passata la selezione di ingresso alla quale presenziavano ben cinquecento candidati, superati i successivi vagli, setacci e tramogge, il posto come caposala sembra ormai vicino...Peccato che lo spettacolo di raccomandazioni, amici politici, notti di sesso e referenze a colpi di pompini, si presenti in tutto il suo splendore...
Breve ed incisivo - un romanzo breve che non va oltre la quarantina di pagine - Il lavoro logora chi ce l'ha è certamente una buona prova di scrittura che evidenzia le potenzialità dell'autore (finalista con questo testo al concorso letterario Il racconto nel cassetto). Con uno stile semplice e diretto Raffaello Ferrante non ha la pretesa di svelarci niente di nuovo, si accontenta di descrivere una quotidianità schiacciante dalla quale non si sfugge, se non con la sapiente arma dell'ironia verso se stessi e gli altri, e il potere - presunto o tale - della scrittura come forma di condivisione e rivincita.

Boris Borgato

 

LA RECENSIONE DE IL RE-CENSORE

IL LAVORO LOGORA CHI CE L'HA
di Raffaello Ferrante
Cento Autori
48 pagine
3 euro

Le avventure di un precario nell'"eldorado dei poveri"
Una moderna odissea alla ricerca del posto fisso

Il lavoro può essere tante cose. A seconda delle situazioni può essere una necessità, una risorsa, un problema, un sogno, un incubo. Può nobilitare l'uomo, ma anche debilitarlo. Può dare soddisfazioni o gettare nella disperazione. La prima preoccupazione dovrebbe essere quella di averlo, un lavoro, perché oggi senza non si può stare: da lì si dovrebbe partire per risolvere un po' di problemi. Non sempre, però, è così, e Il lavoro logora chi ce l'ha è lì a dimostrarlo.
Il bingo Omero è fin dall'inizio una specie di cattedrale, l'"eldorado dei poveri", il sogno di chi insegue un sogno, di chi affida a numeri e fortuna la propria felicità. Ma è anche il sogno di chi cerca un lavoro, un'opportunità ghiotta e succulenta in una realtà complicata come quella di Bari, e del Sud Italia in generale, precaria e sonnolenta, in cui tutto sembra immobile. Il bingo ancora deve aprire e già vi si svolgono storie di ordinaria precarietà, in cui i neoassunti, passate varie selezioni, si scannano per la definizione delle qualifiche: è qui che Ferrari, il protagonista, poco più che trentenne, laureato, figura simbolo di tutti i giovani confusi d'Italia, si trova a combattere una guerra fra poveri, a cercare il modo di farsi rispettare, di emergere, di dare un segno di sé per non essere inghiottito da un meccanismo che, già all'inizio, sembra letale, fatto di prevaricazioni, dialoghi surreali e personaggi-macchietta.
Il lavoro logora chi ce l'ha è un racconto di quarantotto pagine, esce per una collana chiamata Leggere Veloce, e fa abbastanza bene il suo mestiere. Intrattiene, fa pensare, scivola via veloce, come una giocata al bingo. Ferrante scrive con mano sicura, anche se poco personale, e tratta con ironia e partecipazione un tema attualissimo, da cui nessuno si può ritenere escluso. Si sorride con amarezza, pensando a quanto sia complicato e tortuoso farsi largo in un mondo, quello del lavoro, che elargisce i suoi doni in maniera spesso incomprensibile. E che, anche una volta raggiunto, non rappresenta la soluzione di niente.

Gianvittorio Randaccio

 

LA RECENSIONE DI BOOKSBLOG

di Raffaello Ferrante

pubblicato: lunedì 11 febbraio 2008 da Manila B. in: libri recensioni narrativa italiana

Il libretto è più che tascabile, è proprio bonsai, ma la storia è grande come l’attualità.
Sto parlando di “Il lavoro logora chi ce l’ha”, 46 pagine di ironia edito da Cento Autori, di Raffaello Ferrante.
Classe 69, nato a Bari ma residente a Fermo, l’autore, già su carta in Racconti sotto l’ombrellone (Giulio Perrone editore), e vincitore del Premio letterario Interrete shorts, mette su carta la sua abilità di narratore “veloce” con un racconto che vale più di un romanzo.La storia contemporanea dell’apertura delle prime Sale Bingo in Italia, compresa la prima, grande, favolosa, sognata, e soprattutto misteriosa sala Bingo Omero a Bari sud.
Il protagonista dopo aver superato diverse selezioni, si trova davanti all’ultimo ostacolo prima di diventare, finalmente, capo sala della struttura. Con lui altri poveri candidati, che devono contendersi il posto a suon di prove pratiche nell’ultima settimana prima dell’apertura.
Una storia sulla ricerca eterna di lavoro, in un contesto in cui aver preso una laurea non è certo un vantaggio ma quasi un disagio. Con un linguaggio scorrevole ed un stile moderno, Raffaello Ferrante butta giù una storia da leggere d’un fiato, e da cui uscirne con un sorriso, amaro e reale, sull’Italia di oggi, in cui ogni colloqui di lavoro è un logorio interno e le selezioni sono pressioni psicologiche al limite dell’accettabile. Ed allora, non è forse meglio la condizione del disoccupato? Ed allora, non è forse vero che “il lavoro logora chi ce l’ha”? Promozione e bacio accademico per questo autore e la sua piccola storia.

 

LA RECENSIONE DI APHORISM

IL LAVORO LOGORA CHI CE L'HA

di Raffaello Ferrante

Cento Autori

€3, PAG.48

Un racconto di quarantasei pagine nel quale è condensata un'esperienza di vita, un mondo fatto in un certo modo, le nostre reazioni di fronte a situazioni disparate. La penna fluida e onesta di Ferrante ci porta in una calda estate pugliese, dove un ragazzo affronta un colloquio non proprio semplice per un posto di lavoro in una sala Bingo. In queste poche pagine vengono sviscerati diversi atteggiamenti delle persone dalle varie parti della barricata: chi seleziona e chi è lì teso perché vuole quel lavoro, perché ne ha bisogno. Una storia attualissima, forse cadenzata da ascendenze autobiografiche o forse no; uno spaccato di vita vissuta ridisegnato da Raffaello Ferrante con il suo solito sguardo vispo e indagatore sui vari comportamenti dell'uomo. Non manca un certo brio nello scrivere e un'ironia opportuna nell'osservare e nel descrivere.
Il titolo va parafrasando un celebre aforisma di Giulio Andreotti: "Il potere logora chi non ce l'ha". Leggete tutto di un soffio questo romanzo breve e intuite voi le concordanze tra i due enunciati. Chi ha più ragione: Giulio Andreotti o Raffaello Ferrante? Ai lettori l'ardua sentenza...

[Paolo Coiro]

 

 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Io, Ibra
Zlatan Ibrahimović, David Lagercrantz
Traduzione: Carmen Giorgetti Cima
Saggio Sport
Rizzoli
2011
Articolo di: Raffaello Ferrante

A Rosengård, un sobborgo di Malmö pieno zeppo di slavi, turchi, polacchi e somali, nei tardi anni ‘80 c'è un bambino bassino, con un gran nasone, che trascorre le sue giornate diviso tra la voglia di stupire i più grandi compiendo piccoli furtarelli e bravate in sella a BMX quasi sempre rubate, e la sua passione vera, quella di correre dietro ad un pallone. Si chiama Zlatan Ibrahimović. Quando i suoi genitori si separano, lui non ha ancora due anni. Dopo varie peripezie giudiziarie, il tribunale decide per l'affidamento separato dei fratellini. Lui finirà con papà Šefik. Non è un'infanzia facile la sua, costretto com’è sin da subito a barcamenarsi per sopravvivere alla povertà e alle assenze del padre. In quel sobborgo vige la legge del più forte e devi imparare presto a farti rispettare, anche con le cattive. Sono tanti i momenti bui, sopratutto quando trova il padre ubriaco e irascibile e il frigo vuoto. Eppure Zlatan, tra risse, furti, bullismo e tanta solitudine, riesce a trovare il tempo e la voglia per coltivare la sua più grande passione. Il calcio. È nelle giovanili del MBI che inizia le sue prime sgambettate dietro ad un pallone. Ha solo sei anni. Ma l'ambiente troppo fighetto che pervade quella squadra, presto lo irrita. Lui che già è capace d'incantare con i suoi numeri da circo facendo imbestialire allenatori e genitori dei piccoli colleghi a cui non passa mai la palla, e contro i quali, neanche a dirlo, risponde immancabilmente per le rime. E così, dopo aver cambiato un po' di squadre, approda all'FBF Balkan, dove finalmente trova un ambiente familiare. “All'MBI i paparini svedesi gridavano: «Su avanti, ragazzi, datevi una mossa. Ben fatto!». Al Balkan si sentiva piuttosto: «In culo a tua madre!». C'erano slavi pazzi che fumavano come ciminiere e lanciavano scarpe. Pensavo: 'Magnifico, proprio come a casa! Qui sì che mi ci ritrovo!'”. È in quella polveriera che si forgia e prende vita la leggenda del cobra, Zlatan Ibrahimović...
Spaccone, bullo, presuntuoso, irriverente, scontroso. Eppure emozionante e geniale come un'opera di Picasso. Zlatan Ibrahimović in questa autobiografia si racconta e racconta il calcio - ma non solo - con la stessa nonchalance con la quale sa piazzare nel sette – magari di tacco - un pallone che uno già minimamente forte a malapena riesce solo a stoppare. Dall'infanzia povera ma vissuta con l'ombra mastodontica e fiera del padre accanto - uomo di pochissime parole, troppo incline alla bottiglia per riuscire a seguire l'irrequieto adolescente Zlatan - alle prime esperienze calcistiche in squadrette di periferia dove già incantava, lui gigante di uno e novanta, con movenze ballerine da brasileiro manco fosse sulla sabbia di Rio, per cercare riscatto con fanciulle fin troppo interessate a macchinoni e verdoni scintillanti. Fino ai contratti milionari con le prime squadre professionistiche e miliardari con Juve, Inter, Barcellona e Milan. Ne viene fuori un racconto e un ritratto spassoso di un personaggio eccentrico e sicuramente sopra le righe, ma con una volontà d'acciaio e una capacità altissima di reggere il confronto con prove impossibili, spostando l'asticella delle sue ambizioni quasi sempre oltre il limite della sfida. Ma non c'è solo il calciatore. Ibra da subito capisce che le sue giocate possono non solo incantare e finalmente conquistare signorine ora pronte a far la fila per montare sulle sue Ferrari da collezione, ma anche regalargli soldi a palate. I suoi piedi magici sono infatti S.p.A che riempiono conti in banca a nove zeri con la facilità di un dribbling. Ecco perché affida le sue preziose gambe al fuoriclasse del mercato mondiale, il procuratore di origini italiane Mino Raiola. Fisico da pizzaiolo ma cervello finissimo, Raiola è capace come nessun altro di trasformare i presidenti dei più titolati club di mezza Europa in slot machine, pronte a riversare gettoni d'oro nelle tasche – sue – e dei suoi assistiti. Scritta a quattro mani con il giornalista David Lagercrantz questa biografia farà le gioie dei fan più sfegatati di Ibrahimović, ma anche di coloro che semplicemente masticano calcio e si vogliono divertire a spiarne le quinte, gustandosi le numerosissime bordate che il gigante di  Malmö per una volta riserva non soltanto ai portieri avversari, ma anche a colleghi, allenatori e dirigenti.

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°317 pubblicato il 24 Gennaio 2012 da magooxxx

Il più grande calciatore di tutti i tempi
Germano Zullo
Traduzione: Maria Teresa Carbone
Ragazzi
La Nuovafrontiera
2011

Articolo di: Raffaello Ferrante
  
Crescere non è mai facile. Il ragazzo da bambino non solo sognava ma era indiscutibilmente convinto che sarebbe diventato il più forte calciatore di tutti i tempi. Già, proprio come Pelè o Maradona. Adesso è nell'Under 17 ma da un pezzo ha abbandonato quei sogni di gloria. Oltretutto dal Saint-Rovère è arrivato un nuovo portiere a sostituire Pascal. Uno con una faccia con la quale non si potrà mai andare d'accordo. Pascal invece sì che era uno bravo, sia come amico che come atleta. Uno già pronto a fare il salto in prima squadra. Ma aveva avuto il torto di non volersi mai fare la doccia in gruppo a fine gara, così una volta è stato preso di peso e denudato, mostrando a tutti le sue infantili vergogne. Da quel giorno ha abbandonato il calcio per sempre. Peccato. Ma non è solo il calcio a deludere ultimamente. A casa del ragazzo da quando non c'è più sua madre l'aria s'è fatta fredda e rarefatta. Con lei si incontrano una volta al mese in un ristorante. Ma la mamma da quando non si parla più col padre non è più la stessa. Lei s'è rifatta una vita e ora sta con uno più interessante, colto, ambizioso e persino più bello dell'ex marito. Peccato che con lui è diventata fredda e ripetitiva. Almeno durante quegli inutili e interminabili pranzi. Meno male che ultimamente a casa loro c'è un ospite, un tale Wamai. Wamai ha raccontato una storia incredibile. È un rifugiato politico scappato dal suo paese dopo aver visto torturare e trucidare prima la moglie poi i figli piccoli. Lui è scappato solo grazie all'aiuto di una suora. Quella sera cenano tutti e tre insieme, poi i due uomini vanno in salotto a chiacchierare. E il padre davanti ad una grappa comincia a tessere le lodi sia calcistiche che scolastiche del figlio ma non sa che il ragazzo oltre a non volerne più sapere di lottare per giocare a certi livelli, comincia ad accumulare anche insufficienze gravi a scuola...
Lo svizzero Germano Zullo, quarantenne autore di numerosi libri per bambini pubblicati con successo e seguito in tutta Europa, affronta anche qui le tematiche adolescenziali con il solito stile lieve, poetico e coinvolgente. Il protagonista di questa storia dopo aver cullato infantili sogni di gloria, si trova ora, a cavallo tra la fanciullezza e l'età adulta, a dover fare i conti con la nuova mutata realtà. La separazione dei suoi genitori, - con il padre incapace di accorgersi che il campioncino sia calcistico che scolastico sta lasciando il posto ad un uomo con nuove incertezze e ansie, e la madre oramai fotocopia sbiadita di quello che era sempre stata, la prima terrificante cotta amorosa, la perdita del posto da titolare in squadra con conseguente crollo di fiducia nei propri mezzi e il trambusto dei clamorosi cambiamenti che porta con sé l'adolescenza, rischiano di farlo naufragare per sempre. L'incontro casuale con Wamai, rifugiato politico ospite a casa loro, gli consentirà però di riscoprire per tempo sia la bellezza della vita che la potenza della volontà nei propri mezzi.

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°316 pubblicato il 20 Dicembre 2011 da magooxxx
 

Io non sono esterno
Giuseppe Merico
Romanzo
Castelvecchi
2011
Articolo di: Raffaello Ferrante



Il ragazzino non sa più nemmeno da quanto tempo è che Lui, suo padre, l'ha rinchiuso lì sotto. Il posto è buio, angusto, zozzo, carico di umidità, insetti e cattivi odori. Dall’esterno si sente solo lo sferragliare della ferrovia, l’ululato delle auto che sfrecciano in tangenziale e l’abbaiare di qualche cane randagio e derelitto come tutto ciò che abita quel miserabile pezzo di Puglia lontano dal mondo. Di sopra sente le giornate dei suoi genitori scorrere come quando la sua vita aveva ancora un po’ di luce e calore. Le urla del padre quando torna ubriaco e sul pavimento prende da dietro sua madre fino a farla piangere, le preghiere della donna sfinita dal dolore, le risate sguaiate di Lui che confabula col suo amico, lo sfasciacarrozze, progettando chissà quale nuova bravata. E poi le urla di piacere di sesso consumato dovunque e comunque, a esclusivo consumo di suo padre. In compagnia della sola Magnolia, una bambina immaginaria, il ragazzo prova così a sopravvivere, a trovare un senso a quell'inferno sotterraneo al quale pare persino dolcemente assuefarsi. Finché un giorno le porte di quella galera paiono spalancarsi... 
“Io non sono esterno. Non lo sono da un pezzo.” Questo il soffocato grido di dolore che dal buio lercio delle viscere della terra il protagonista di questa agghiacciante storia vomita in faccia al lettore. Seppellito vivo dal padre non si sa più quanto tempo addietro, il piccolo, già costretto per sopravvivere a dosi massicce di insulina per combattere il diabete e a tutori per reggersi su gambe e piedi malformati, scandisce le sue giornate alternando le descrizioni del mostruoso presente, ravvivato solo dalle saltuarie visite di Lui che si risolvono quasi sempre in botte da orbi, violenza carnale e siringhe di eroina – se non tutte e tre le cose contemporaneamente – ai ricordi, altrettanto violenti e anaffettivi di quando ancora abitava il mondo reale. Un mondo fatto di loschi figuri che sotto gli occhi inermi di sua madre, schiava consenziente delle mostruosità messe in atto dal marito – capace solo di farsi montare, menare o di preparare il caffè - e suoi, sfilano a casa loro, impegnati a organizzare losche azioni a delinquere per innominati e sfocati boss della Sacra Corona Unita. Un delirio senza fine costruito dal salentino Giuseppe Merico con una crudezza chirurgica dolorosa e claustrofobica che non ti permette mai di rifiatare. Ma la cosa più sconvolgente è che in questo mare promiscuo di lacrime, sangue, vomito e sperma, Merico riesce a non castrare il protagonista della potenza dell'amore paterno. La tenerezza, la passione, la dolcezza che il ragazzino oppone alla cattiveria, alla violenza e alla brutalità del suo genitore aguzzino-carceriere-violentatore è davvero qualcosa di commovente. Un libro senza dubbio doloroso, che ti imbratta di odio e sangue ma che alla fine riesce a riempirti di un amore malato, disgraziato, violento ma nonostante tutto vero e salvifico.

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°315 pubblicato il 14 Dicembre 2011 da magooxxx
 

Se fossi fuoco arderei Firenze
Vanni Santoni
Romanzo
Laterza
2011
Articolo di: Raffaello Ferrante



Il ragazzo non ha nemmeno vent'anni. Ha i bagagli con sé. Di sicuro viene a Firenze per restare. Uno studente probabilmente. A Firenze sarà giunto in automobile e dall'autostrada avrà imboccato certamente la fila sbagliata, quella col Telepass. Poi bestemmiando, avrà proseguito a tentoni, alla disperata ricerca di qualche indicazione che lo porti in centro. Invece percorre in tondo i Viali cercando invano di orientarsi tra il traffico congestionato, finché non arriva a piazzale Michelangelo. Allora, riconoscendo finalmente quel posto famoso che tante volte ha visto in tv, discende e si accende una sigaretta. Vede una ragazza avanzare verso di lui. Attaccano discorso. Lui le dice che se le va, si possono incontrare al Duomo verso sera, che lui è appena arrivato. E lui al Duomo alle dieci ci va per davvero ma non arriva nessuno. Il ragazzo però non si scoraggia, guarda il passeggio tutt'intorno a lui, prende altre birre, finché una ragazza gli si siede accanto. E' carina, straniera, forse americana. Bevono un po', ridono, poi ribevono e chiacchierano. Quando il ragazzo va via da casa di lei, stupito quasi di cotanta facilità di rimorchio, è già quasi l'alba, e dentro di sé conserva un'amarezza mista a delusione per quella scopata così scontata e fredda... Lindsay apre gli occhi e come al solito si scopre a stupirsi degli affreschi che la osservano dal soffitto. La ragazza americana si trascina fino al bagno, accorgendosi di avere ancora indosso il top della sera prima aggrinzito attorno al busto. Si specchia. Le gambe grosse, il colorito pallido ceramica dei fianchi larghi. Si veste velocemente ed esce imboccando Via Capponi, una stretta via da dove, le aveva spiegato la senior il giorno del suo arrivo a Firenze, la deforme Maria Maddalena dei Medici, sorella del Granduca, soleva passare per andare a raggiungere in gran segreto la Santissima Annunziata. Lindsay entra in un Internet point ma ci resta poco, giusto il tempo di vedere le solite facce da cui ha voluto scappare impresse su Facebook e di decidere di non volersi neanche connettere a Skype per paura d'incontrare sua madre. Poi si dirige verso la palestra e qui incrocia un bel tipo con una cartellina e dei libri sotto il braccio. Chissà, pensa Lindsay, magari sarà omosessuale. Qui in palestra sono tutti omosessuali...
Vanni Santoni – scrittore e fondatore (insieme a Gregorio Magini) dell'interessantissimo progetto SIC Scrittura Industriale Collettiva -, in questo terzo romanzo spiazza tutti e dopo la gioventù bruciata e sintetica de Gli interessi in comune, tavolozza e acquarello alla mano, da sfogo a tutto il suo purissimo talento e si mette a dipingere una cartolina post moderna di una Firenze come nemmeno il buon Cecco Angiolieri aveva tratteggiato. Una città prigioniera della sua stessa storia e al contempo incapace di generare quel fuoco, quelle fiamme sacre dell'arte, che tornerebbero a darle un ruolo di rilievo culturale e sociale all'altezza dei suoi avi. Santoni è un fantasma cauto, un delicato Caronte nel traghettare passo passo in questa passeggiata - con tanto di compendio storiografico della città e dei suoi anfratti -, i ventitre personaggi che ha plasmato, attraverso una Firenze ora languida e malinconica, ora cinica e testarda, ora stanca e incapace di riscoprire finalmente e nuovamente un Rinascimento ormai perduto. Una città copertina e forse tristemente solo cartolina da immortalare per turisti e visitatori della domenica, una città, come lo stesso Santoni ha avuto modo di raccontare, che è tra le più visitate al mondo, ma tra le mete tristemente con meno turismo di ritorno dell'intera Europa. Manca il fermento, la capacità di intercettare talenti e progetti, che pure da qualche parte devono pur esserci. E in questo imbarbarimento statico e compiacente, Santoni rivolge uno sguardo chiaramente ben al di la del campanile di Palazzo Vecchio, allargando lo sguardo all'intera situazione culturale italiana. Che davvero sembra oramai artisticamente alla deriva. Eppure non c'è catastrofismo nella narrazione di Santoni. Una narrazione tra l'altro sempre snella, agile ma nel contempo estremamente lirica. Sotto la cenere arde sicuramente un nuovo fuoco, fatto di giovani talenti, di idee, di voglia di fare, a cui proprio Santoni pare dare l'esempio più interessante e benaugurante.

 
 
 

RECENSITO PER MANGIALIBRI

Post n°314 pubblicato il 10 Dicembre 2011 da magooxxx
 

La sfuriata di Bet
Christian Frascella
Romanzo
Einaudi
2011
Articolo di: Raffaello Ferrante



“Mi chiamo Bet. Elisabetta, ma meglio Bet. Lo preferisco. Non Betta. Betta mi fa schifo. Betta è da cretina. Io voglio un sacco di cose, però mai risultare cretina.” Elisabetta Corvino ha diciassette anni e frequenta, da ripetente, la terza in un liceo di Torino. Abita a Barriera di Milano, un posto che chissà perché, si chiede, sta invece a Torino. È seduta in un bar e conversa come d'abitudine con Matteo, il gestore del locale, uno dei pochi uomini capaci di guardarla con lo sguardo di chi riesce anche a starti a sentire senza necessariamente sentirsi in dovere di provarci. Poi, dopo aver sfiorato la rissa con due tipi che volevano metterla in mezzo, paga e se ne torna a casa. È dicembre inoltrato e fa freddo. Ma lei non sembra accorgersene stretta nel suo maglione con sopra un giacchino striminzito. Si accende una sigaretta e attraversa la città così, assorta nei suoi pensieri. A lei Torino di notte piace, pur non avendo girato chissà quanto. Certo, l'idea di mollare tutto e partire zaino in spalla in autostop le ha sempre solleticato l'immaginazione. Ma poi, a ben pensarci, che ci metti in uno zaino? E con i soldi come fai? Magari finisce che ti carica in macchina un maniaco. E poi le lingue. Per carità. Con l'inglese che si ritrova. Nel frattempo ha raggiunto la sua abitazione. Un anonimo e squallido condominio di periferia, oramai zeppo solo di stranieri. A lei gli stranieri non danno certo noia. Certo, la ragazza algerina totalmente succube di padre e fratello, che le abita di sopra, la fa parecchio incazzare. Che a volte le verrebbe voglia di urlarle in faccia di darsi una svegliata, di smetterla di farsi comandare a bacchetta da quei due animali. Ma è tardi e rientrando in casa tocca far posto ad altri pensieri. Sua madre l'attende sull'uscio pronta alla ramanzina di rito. Parla piano per paura di svegliare il suo fidanzato Leonardo, già a letto pronto per ricominciare l'indomani la sua bella e impeccabile giornata da impiegato bancario. Ma poi i toni inevitabilmente si alzano e anche l'uomo si sveglia. Finisce come al solito, con la madre che le urla la sua frustrazione in faccia, con Leonardo che cerca di fare da paciere e con Bet che alla fine tira fuori il suo senso di colpa verso sua sorellina morta, sentendosi però subito una nullità e maledicendosi per quelle parole che le sono sfuggite di bocca...
Terzo romanzo per lo scrittore torinese Christian Frascella una dellevoci più interessanti nel panorama italiano degli ultimi dieci anni. Caso editoriale nel 2009 con Mia sorella è una foca monaca bissato l'anno successivo dall'ancor più bello Sette piccoli sospetti, arriva alla major Einaudi con un romanzo ancora di stampo adolescenziale, seppur questa volta 'girato' ai giorni nostri. Frascella difatti dà voce ad una diciassettenne, e con lei ad una generazione intera, - unici esemplari, secondo l'autore, capaci oramai di provare a ribaltare la paludosa e disastrata situazione del presente -, in costante rivolta contro tutto e tutti. Bet, nei suoi Dr. Martens gialli retrò e con il suo perenne broncio incazzoso sulla faccia, va incontro al mondo incapace di comprendere come possa essere tutto così sottosopra e fuori posto, e sopratutto stupita dal fatto che di questo sfascio pare accorgersi solo lei. Attorno solo gente impegnata a seguire, anestetizzata, una scia invisibile di quiete e silenziosa normalità. Madre operaia licenziata, incapace di ribellarsi al suo destino lavorativo, patrigno bancario incapace di scuotersi dal suo ibernato perbenismo, padre egoista e distante, professori ottusi e ingabbiati in un precariato che gli toglie anima ed energia ma sopratutto voglia d'insegnare, politica lontana e ingessata in giacche e cravatte e discorsi tutti uguali mai capaci realmente di arrivare. A lei questo immobilismo fa ribrezzo, carica com'è di sangue che le ribolle nelle vene. Eppure Bet sembra non trovare gli strumenti e le persone giuste attorno a lei, per indirizzare in maniera costruttiva tutta questa indignazione. Rimane così una ribelle in pantofole, che quando troverà finalmente la forza espressiva per urlare la sua rabbia – anche dovuta ad un trauma familiare – scoprirà con tristezza che la sua protesta sarà soltanto strumentalizzata e vana. Frascella costruisce quindi un romanzo credibile che solo a livello di registro mi pare soffra un po', macchiato com'è da ripetuti e ridondanti cliché. Il che suona parecchio strano proprio alla luce dei suoi precedenti lavori, dove era stato maestro nel costruire caratteri – quasi sempre come in questo caso, giovani e giovanili – ma mai caratteristi. Bet invece, a volte dà l'impressione di scivolare su questi facili tranelli, di fare troppo il verso a certe serie tv non esattamente memorabili, stile “I Cesaroni” o “I liceali”, per intenderci. La causa di ciò è forse da ricercare nella contaminazione – bagno d'umiltà ammirevole compiuto dallo scrittore – voluta dallo stesso Frascella in fase di stesura, tra la sua prima versione del romanzo e le esperienze reali di due scolaresche torinesi. Probabilmente questa iniziativa, lodevole nelle intenzioni, nei fatti ha un po' snaturato lo stile sempre caustico e ironico dell'autore. O forse e più semplicemente, Frascella si trova più a suo agio con la caratterizzazione di ragazzi della sua generazione piuttosto che con gli imperscrutabili ggiovani degli anni zero.

 
 
 
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