
Cara amica,
mi hai chiesto che cosa possa significare per te
la felicità, per te che porti nel tuo corpo un
male incurabile, dato che ti esorto
continuamente a cercare di essere felice.
Forse pensi che sottovaluti il tuo male,
che lo prenda un po’ troppo alla leggera.
Effettivamente, la circostanza che esso
non ti abbia recato dei veri dolori fisici,
che non ti abbia eccessivamente debilitato,
che non ti abbia tolto neppure un poco
di lucidità; il fatto, soprattutto, che tu sia riuscita -
per una tua libera scelta - a tenerlo nascosto
a tutti quanti, e ai medici per primi,
potrebbe indurre a questo errore
di sottovalutazione.
Ma io non lo sottovaluto: e so che, se tu e
lui vi siete adattati a convivere quasi da
buoni amici - lui evitando di tormentarti
con inutili sofferenze, tu astenendoti
dall’aggredirlo con le solite terapie massicce
ed invasive -, ciò non significa che la tua
anima non venga sottoposta a una tensione
notevolissima, tanto più nella situazione
di solitudine psicologica e affettiva nella quale
ti sei venuta a trovare.
E nemmeno ti starò a raccontare la solita
banalità che tutti dobbiamo morire e che
anch’io, che in questo momento scoppio
di salute, domani stesso, o magari fra
mezz’ora, potrei andare all’altro mondo,
finendo sotto le ruote di un camion, o in
una maniera anche meno drammatica,
ma - se possibile - perfino più stupida, per
esempio con la testa fracassata dal
proverbiale vaso di fiori caduto da
qualche terrazza.
Quelle sono tutte balle, naturalmente.
Perché è diverso sapere che si morirà presto,
oppure che si morirà - presumibilmente -
fra parecchio tempo.
Oppure no?
Forse ti avrà colpito il fatto che non ti tratto,
né ti ho mai trattato, da malata. Non ti
faccio sconti, qualche volta ti maltratto
come se tu stessi benone, come se in
questa amicizia ci fosse ancora chissà
quanto tempo.
Forse hai pensato che sono insensibile e
che sottovaluto il tuo problema; altrimenti,
dovrei rendermi conto che non è il caso di
maltrattare una persona con la quale
potrebbe non esserci il tempo di spiegarsi,
di chiarirsi, di fare la pace.
Invece, non lo sottovaluto affatto;
semplicemente, penso che un quel genere
di problemi non ci riguardi.
Tu se qui; io sono qui: questo è ciò che
importa. Tutto il resto sono storie, sono
illusioni e timori che non ci riguardano per nulla.
«Ma io sto morendo.»
«E cosa vorresti dire con ciò?»
«Che mi resta solo poco tempo.»
«Poco tempo, per fare che cosa?»
«Per vivere».
«Non è vero.»
«Come sarebbe, non è vero?»
«Il tempo per vivere non è mai poco,
se si acquisisce la consapevolezza e se
ci si risveglia.»
«Ma risvegliarsi da che cosa?»
«Da quel brutto sogno che quasi tutti
chiamano vita, mentre è solo il groviglio
arruffato di illusorie paure e illusorie speranze.»
«Ma come: proprio tu mi parli male della
vita? Tu che dici sempre che la vita è
bellissima, che dobbiamo vivere aspirando
alla felicità?»
«Appunto, aspirando alla felicità. Ma non
come a qualcosa che, per definizione, non
potremo mai raggiungere. Anch’io, in passato,
sono incorso in questo errore. Poi, mi sono
risvegliato: e ho capito.»
«Che cosa hai capito?»
«Che la felicità è la gioia di essere qui, ora,
in questo preciso istante.»
«Ma a me resta poco tempo, restano troppo
pochi istanti: capisci?»
«Sei tu che non capisci. L’istante non è tempo,
è assenza di tempo. L’istante è fuori del
tempo, è un’altra cosa. È qui e ora:
illuminazione allo stato puro, se ne
siamo consapevoli.
Le persone dormono e credono di essere
sveglie, credono di vivere. Ma non è vero.
Sono addormentate, e quindi non vivono
affatto. È come se fossero già morte.»
«Però la morte fisica, è un’altra cosa.»
«E tu come lo sai? Te lo ha detto qualcuno?
Ne hai fatto l’esperienza? Si direbbe di no,
dal momento che sei qui e mi stai parlando.
E allora, perché vuoi essere morta prima
del tempo?»
Ecco, cara amica, è proprio questo
ciò di cui ti voglio parlare oggi.
La paura di morire ci fa morire prima
del tempo.
Io so che tu non hai paura, però credi di
avere ancora poco tempo da vivere: è la
stessa cosa. Per una persona risvegliata,
illuminata, e perciò consapevole, per una
persona viva, il tempo non è mai poco,
perché lei si trova già FUORI DEL TEMPO.
Il tempo della felicità è l’istante, e l’istante
è fuori del tempo, è assenza di tempo.
Tu sei triste pensando al passato, a tutti i
dolori e a tutte le fiere delusioni che la
vita non ti ha risparmiato. Sei triste perché
pensi di aver sofferto troppo.
Io credo che ti sbagli; e ritengo, al contrario,
che tu non abbia sofferto ABBASTANZA.
Se tu avessi sofferto a sufficienza, saresti
arrivata al punto di dire: «Basta!»; e
avresti dato una svolta alla tua vita, a
qualunque costo.
«Ma adesso è troppo tardi», mi dici. «Sono
quasi vecchia; e, per giunta, mi resta poco
da vivere. Posso solo prepararmi ad andarmene serenamente.»
Strano ragionamento. Il tuo modo di pensare
mi ricorda uno che abbia digiunato per tutta
la vita e che, arrivato ormai verso la fine, dica:
«Lasciatemi in pace tutti quanti, adesso,
perché devo prepararmi a digerire come si
deve!». Ma che cosa vuoi che digerisca, se
non ha messo niente nello stomaco da
chissà quanto tempo?
Mia cara, sei piena di rimpianti, che non
servono a nulla, e di rimorsi, che ti tormentano
con i loro fantasmi irreali.
Sì, irreali: il passato è passato, e tu ora sei
qui, che ti piaccia o non ti piaccia. Non puoi
farci niente, non dipende da te.
Da te dipende una cosa sola, e questa la
puoi fare: aprire gli occhi e risvegliarti, e
dire a te stessa: «Sono viva e voglio
essere felice».
Come si fa ad essere felici?
Scoprendo se stessi, riconoscendo se stessi.
Si trascorrono anni e decenni in compagnia
di uno straniero, di uno sconosciuto, più o
meno frustrato e amareggiato: e quello
sconosciuto siamo noi. Non ha mai avuto
fiducia in se stesso, si è sempre preoccupato eccessivamente di quello che gli altri
pensavano di lui.
E così, per far contenti gli altri e mettere a
tacere i propri sensi di colpa, lo sconosciuto
si è sacrificato.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno. Per
tutta la vita.
Ma adesso arriva un rompiscatole e ti dice:
«Basta dormire! Hai dormito abbastanza.
Ora è giunto il momento di svegliarsi, di
aprire gli occhi.»
Tu non vorresti, hai paura.
Ti sei affezionata alle tue sicurezze, alle tue
comodità di disperata. Hai vissuto in
una tranquilla disperazione - ci stavi così
bene, dopotutto: una bella nicchia calda dove autocommiserarti e piangere di nascosto,
in santa pace. E intanto, ti consolavi
pensando all’altra vita.
Ma che cosa importa l’altra vita, se non si
è capaci di vivere bene QUESTA vita?
Per vivere bene questa vita, bisogna spogliarsi
delle false sicurezze e aprirsi alla vita,
mettersi in gioco.
«E vuoi che lo faccia proprio io, che mi
trovo in queste condizioni?»
Sissignora: non hai voluto farlo prima;
puoi farlo adesso.
Non è MAI troppo tardi. L’illuminazione,
che a sua volta dona la consapevolezza,
è fuori del tempo. La si può ricevere
anche un istante prima di morire; ed
è l’esperienza di gran lunga più importante
che sia concessa ad un essere umano.
Quella che, appunto, conferisce un profondo
significato al fatto di aver vissuto.
Se si trattasse di un bene materiale, sarei
d’accordo con te: che senso può avere
mettere le mani su un tesoro, se si ha un
tumore maligno? Non ci sarebbe più il
tempo per goderselo.
Ma l’illuminazione, il risveglio, non sono
beni materiali: sono il bene spirituale per
eccellenza.
E il bene spirituale non è nel tempo, non
appartiene al tempo; non si ha bisogno
di tempo per goderlo.
Il bene spirituale è veder cadere le mura
della prigione in cui si è vissuti, e lasciarsi
inondare dalla luce.
È meraviglioso.
È questo, che io chiamo la felicità.
Vedere gli alberi, le case, il celo, la terra,
e sentire che tutto è come dev’essere,
che tutto è pervaso di luce e di amore.
Ed è meraviglioso.

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il 21/11/2009 alle 17:40
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