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E il mondo non fu più lo stesso...

Post n°100 pubblicato il 22 Novembre 2009 da Nezumina

Tutto ebbe inizio con la fine delle guerre in Europa, nel 1870.

 La cosa buffa, a pensarcibene, è che questo lungo periodo di pace, in cui alleanze e prosperità economicaavrebbero dovuto dare stabilità, era in realtà un focolaio intestino di ciò chesarebbe accaduto in seguito, a partire dai francesi che, in Place de laConcorde, avevano drappeggiato di nero la statua di Strasburgo, ceduta l’11maggio 1871 alla Germania assieme all’Alsazia ed alla Lorena. Se, da un lato,il cancelliere di ferro, il prussiano Bismarck, era stato ben felice di apporrela firma sul documento che gli permetteva di incamerare le due provinciefrancesi, dall’altra il popolo gallico avrebbe rimuginato e borbottato e covatosogni di rivincita fino al secolo successivo. Ma, se i francesi fremevano senzadarlo a vedere, una parte dell’Europa, quella balcanica, scalpitava come seavesse avuto la febbre.

 Ma andiamo con ordine.

 Sullo scorcio deldiciannovesimo secolo lo scacchiere politico europeo era composto per lamaggior parte da grandi imperi: quello inglese, quello austro-ungarico e quellorusso, i cui regnanti erano tutti imparentati tra loro, eccezione fatta perl’impero ottomano e quello nipponico.

 Prendiamo lo zar diRussia, Nicola II. Quest’uomo mite, incapace di grandi decisioni, amante dellaquiete, aveva sposato Alessandra d’Assia, nipote della regina Vittoria, laquale, preso atto delle debolezze del marito, aveva impugnato le redini dellacasa imperiale ed aveva cercato di barcamenare il consorte nel difficile compitoche gli competeva. Era di origini tedesche, in quanto il padre era il granducad’Assia, mentre sua madre una delle figlie della regina Vittoria e fino allafine avrebbe sempre supportato il marito nelle questioni di stato. La zarinaAlessandra era, a ragion veduta, cugina del re inglese, Giorgio V, e del kaisertedesco, Guglielmo II. Pertanto, Inghilterra, Germania e Russia intrattenevanorapporti amichevoli, almeno a livello personale, ed i rispettivi coronati eranocerti che non si sarebbero mai fatti guerra, a dispetto del carattere bellicosodi Guglielmo II, poco amato dalla zarina. Questi, infatti, si sentiva molto piùlegato all’Austria di Francesco Giuseppe I che non al panslavismo russo, edintratteneva cordiali rapporti di amicizia con l’erede al tronoaustro-ungarico, Francesco Ferdinando d’Asburgo d’Este. Lo spirito degli avi,guerrieri teutonici, lo animava e lo spingeva a superare in ogni modo lamenomazione fisica che lo affliggeva, ossia l’atrofia al braccio sinistro,rendendolo scontroso, duro ed inflessibile.

 Francesco Giuseppe I, alcontrario del kaiser e dello zar, non era più giovane, avendo compiutoottantaquattro anni e, come lui stesso disse, nulla gli era stato risparmiatodalla vita, dall’assassinio dell’amata moglie, l’imperatrice Sissi, al suicidiodel primogenito Rodolfo a Mayerling e guardava con occhi più critici e cinicilo scacchiere politico. Il fardello di esperienze che gravava sulle sue spallelo rendeva molto cauto, più simile al morigerato Giorgio V d’Inghilterra chenon al bellicoso Guglielmo II; eppure aveva preferito come alleata la Germania,molto più simile come lingua, usi e costumi.

 Il fatto che la GranBretagna possedesse un impero vasto come il Commonwealth, che possedesse unaflotta da fare invidia, aveva spinto il kaiser ad intensificare gli sforzibellici per poter gareggiare con il cugino Giorgio V. Questi, al contrario,lasciava correre, da perfetto gentleman inglese, pago del suo status e sigodeva la tranquilla eredità della nonna, la regina Vittoria.

 

 

 All’inizio del ventesimosecolo molti erano gli appetiti di vari stati, da quelli che sognavano unproprio impero, a quelli che, in piccolo, aspiravano ad un’autodeterminazione.Chi, più di tutti, soffriva tumulti intestini, era il vasto imperoaustro-ungarico di Francesco Giuseppe I. Le troppe minoranze etniche che loformavano erano sempre sul piede della rivolta, tra cui la parte del nordItalia, mentre ruteni, polacchi ed ucraini guardavano alla Russia come loro protettrice.A suo tempo l’impero ottomano aveva concesso l’autonomia all’Albania, sotto lapoderosa pressione dell’Austria che sperava di poter incamerare la Serbia. Maquesta, bellicosa e facinorosa, convinta che il predominio austro-ungario sullaBosnia valesse ad impedirle uno sbocco al mare, per nulla intimorita dal vastoimpero, aveva pensato bene di invadere l’Albania, libera dalla sfera ottomana,per poter godere di quello sbocco sul mare.

 Il vecchio imperatore siera visto costretto a mandare un ultimatum alla Serbia, intimandole il ritirodelle truppe entro otto giorni o le parole avrebbero lasciato spazio alle armi.Il kaiser aveva plaudito l’ultimatum, sussurrando a denti stretti che la Serbiaandava in qualche modo rimessa in riga. Ora, visto il panslavismo russo, eralogico supporre che lo zar Nicola II, essendo paladino della regione balcanica,avrebbe risposto a tono all’ultimatun austriaco. Invece rimase in silenzio e laSerbia si vide costretta a chinare la testa ed a ritirarsi di mala voglia,rinunciando allo sbocco sul mare. Tutto questo accadeva nel 1913, nello stessomomento in cui la Bulgaria si conquistava uno sbocco sul Mar Egeo e l’accessoal Mediterraneo, ed un anno dopo che l’Italia si era annessa la Libia, e laGrecia si era annessa la Tracia, a spese dell’impero della Mezzaluna.

E’ facile supporre come le diplomazie fossero impegnate areggere le sorti di ogni paese nel migliore dei modi e come si industriasseroper abbracciare la volontà dei regnanti e sostenere l’opinione pubblica. Perchéin tutto questo contesto di affanno diplomatico, di annessioni e focolai diribellioni, aveva iniziato a soffiare un vento di libertà che i popolianelavano e che non facevano dormire sogni sereni ai governanti. La vecchiaaristocrazia aveva un bel da fare nel mostrarsi ai ricevimenti con lustrini edottoni lucidati a dovere: fuori dei palazzi signorili si ingrossava sempre piùla tempesta della rivolta.

 Cosa assai strana, questaondata di libertà che tanto faceva impensierire, sarebbe stata alimentata dallaGermania per costringere la Russia ad una pace separata nel 1917. Chifinanziava e sosteneva Lenin, altri non era che la Germania di Guglielmo II perchiudere uno dei due fronti di guerra che la dilaniavano. Che poi tuttiavversassero Lenin era un mero cavillo: al momento serviva per porre terminealla guerra e tutti chiudevano un occhio.

 Ma questo è ciò cheaccadde in seguito.

 

 

 Agli inizi del secolo,dunque, si auspicava una guerra allo stesso modo in cui la si paventava,sebbene al momento l’ultimatum alla Serbia fosse finito con un nulla di fatto.

 Le alleanze reggevano equesto era ciò che contava. Eppure il semplice gesto della Serbia avevamostrato chiaramente come fossero fragili e posate su basi d’argilla.

 Sin dal 1882 la Germania,l’Austria e l’Italia si erano unite in una Triplice Alleanza e, di conseguenza,visto che la Germania gettava con troppa insistenza l’occhio verso est percercare di annettersi la Polonia, la Lituania e la costa Baltica, la GranBretagna, la Francia e la Russia si erano a loro volta unite nella TripliceIntesa per contrastare qualsiasi azione perpetrata dai paesi alleati centrali.Era un’evoluzione della Cordiale Intesa stipulata a suo tempo tra Gran Bretagnae Francia per comporre dispute su Egitto e Marocco. Inoltre, nel 1907 la GranBretagna aveva siglato un patto con la Russia per dirimere le dispute in Persiaed Afghanistan, cosa questa che non era piaciuta alla Germania, la quale avevarelazioni con la Turchia. Dal canto suo, però, la Germania fin dal 1899 avevainiziato la costruzione di una ferrovia che andava da Berlino fino a Baghdad equesto aveva fatto storcere il naso agli inglesi. Insomma, ci si divertiva atirare un po’ troppo la corda da tutte le parti, confidando che la corda fossein realtà un elastico che difficilmente si sarebbe strappato.

 Tutto sommato, la pacepersisteva ed i regnanti godevano di quel periodo prospero, illudendosi che sarebbedurato a lungo. Gli attempati regimi erano duri a morire, eppure l’ottuagenarioimperatore aveva subodorato qualcosa di grave quando si era reso conto che ilsuo erede, l’arciduca Francesco Ferdinando, patteggiava per quei paesi slavi chelui sognava di assoggettare da una vita. Già il semplice fatto che l’erede altrono avesse deciso di convolare a nozze morganatiche la diceva lunga, mal’idea che aveva di far divenire l’Austria-Ungheria un impero a tre, concedendodiritti anche agli stati slavi, faceva preoccupare non poco Francesco GiuseppeI. Suo nipote era un coacervo di sangue reale, così come l’impero che avrebbeereditato. Nelle sue vene scorreva il sangue di Federico II di Svevia, diCarlomagno, di Carlo V, di Maria Teresa d’Austria, di Filippo di Spagna, diLuigi XII di Francia, di Eleonora d’Aquitania, di Maria Stuarda ed altri,compresi gli Este di cui portava il nome e questo macigno di responsabilità glipesava. Era l’uomo nuovo che con le sue idee progressiste avrebbe potuto farela differenza e fu a causa di ciò che lo zio imperatore gli aveva fattosolennemente giurare che i figli avuti da quel matrimonio non avrebbero maicampato diritti al trono. E lui aveva giurato, preferendo di gran lunga sposarela donna amata anziché una imposta per ragioni di stato.

 Il guaio è che GavriloPrincip ed i suoi complici non lo sapevano e quel 28 giugno del 1914innescarono una bomba ad orologeria che sarebbe sfociata nella Prima GuerraMondiale.

 

 

 Il 28 giugno 1914Guglielmo II era a Kiel per l’annuale kermesse di giochi, gare erappresentazioni e stava lui medesimo gareggiando con il suo yacht, quando gliconsegnarono un messaggio urgente: Francesco Ferdinando era stato assassinato aSarajevo insieme alla moglie, dal diciannovenne Gavrilo Princip, un reazionarioanarchico.

 Il kaiser abbandonò laregata e rientrò immediatamente a Berlino e da quel giorno l’Europa diplomaticarimase con il fiato sospeso in attesa della reazione inevitabile dell’Austria.Era logico supporre che l’imperatore avrebbe dichiarato guerra alla Serbia perpunire quell’atto inconsulto, e alleati di una e dell’altra parte rimasero conle orecchie dritte per capire come sarebbero evolute le cose.

 Ma Francesco Giuseppe I, adispetto dell’assassinio, che riteneva una giusta raddrizzata al timonedell’impero da parte di Dio, non pensò a dichiarare guerra come il kaiser siaspettava. Il vecchio imperatore, in realtà, temeva, al pari del primo ministroungherese, conte Tisza, che una guerra contro la Serbia avrebbe messo in motoun meccanismo più grande di loro, perché la Russia non sarebbe rimasta aguardare. E la Russia era alleata di Francia ed Inghilterra ed il solopotenziale di uomini che aveva era spaventosamente alto.

 Gugielmo II, invece, avevainveito contro i serbi, giungendo a dire che occorreva sistemarli una volta pertutte e soffriva come sui carboni ardenti l’indecisione di Francesco GiuseppeI. Era incline a pensarla come il ministro degli esteri austriaco, conteBerchtold ed il capo di stato maggiore austriaco barone Conrad von Hötzendorf,i quali vedevano nell’assassinio l’occasione che attendevano da anni perannettersi la Serbia. Pur tuttavia l’imperatore nicchiava, l’opinione pubblicamanifestava violentemente contro lo stato balcanico e le diplomazie avevano ilfiato corto a forza di correre per portare notizie lungo tutta l’Europa.

 A distanza di unasettimana dall’assassinio, il kaiser, convinto che l’Austria dovesse dichiarareguerra prima che la Russia si fortificasse, se ne andò in crociera nelle acquenorvegesi, certo, in realtà, che non ci sarebbe stato nessun conflitto.

 E mentre lui si godeva ilriposo, a Vienna si lavorava alacremente per decidere il da farsi. Lamaggioranza dei ministri era favorevole a dare una dimostrazione di forza allaSerbia, mentre il conte Tisza scongiurava l’imperatore di pensarci bene primadi prendere qualsiasi decisione, ventilando l’ipotesi che, di fianco allaRussia, sarebbe scesa in campo anche la Romania. Francesco Giuseppe Inicchiava, consapevole del pericolo e deciso ad evitarlo senza perdere lafaccia.

 Allo stesso modo delgoverno austriaco, anche il resto del mondo era diviso in due, tra coloro chefossero convinti non ci sarebbe stata una guerra e coloro che la chiedevano agran voce. Gli stessi diplomatici, a distanza di tempo dall’assassinio,iniziavano ad aver dubbi sull’intenzione dell’Austria di muovere guerra. Ineffetti, c’erano da tener presenti diversi fattori: la stretta parentela traregnanti, le economie, le alleanze, la sensazione che nessuno nelle alte sfereavesse intenzioni ostili e, non per ultima, la dichiarazione serba in cui sidiceva, prima ancora che tutto accadesse, che la visita dell’arciduca aSarajevo era poco opportuna visti i tumulti. E soprattutto questadichiarazione, che Francesco Giuseppe I conosceva, lo lasciava propenso a nonprendere nessuna iniziativa, come se si sentisse in colpa per aver concesso alnipote di fare comunque la visita a Sarajevo.

 

 

 Per circa una ventina digiorni l’Europa visse in una sorta di limbo e la gente comune, dopo i primiattimi in cui i cuori avevano palpitato furiosamente, ricominciò a vivere senzapiù timore dello spettro di una guerra dalle fatali conseguenze.

 Venti giorni che parverorispecchiare in piccolo la fatua pace che vigeva dal lontano 1870; venti giorniin cui tutti credevano a tutto ed a nulla; venti giorni di febbrile ed intensolavoro diplomatico, con i regnanti che continuavano a scambiarsi lettere affettuoserassicurandosi reciprocamente; venti giorni in cui i militari saggiavano le proprieforze e quelle contrarie, mostrando i muscoli come palestrati.

Venti giorni che fecero la differenza tra il vecchio edil nuovo mondo.

 

 

 Il 19 luglio 1914 il governodi Vienna stilò l’ultimatum, tutti i ministri certi che la Serbia avrebberespinto le aspre condizioni poste in atto. Ormai aveva vinto la fazionebellicosa ed il velo della diplomazia stava per cadere.

 Il 21 luglio FrancescoGiuseppe I, dopo aver letto l’ultimatum, lo autorizzò e due giorni dopol’intero mondo prendeva atto “del documento più duro che uno stato abbiaindirizzato ad un altro stato”, come si espresse sir Edward Gray, ministrodegli esteri inglese. La Serbia aveva solo ventiquattro ore per rispondere.

 Per precauzione, Il 24luglio la Russia decise di mobilitare tredici corpi d’armata in gran segreto,solo una parte dell’esercito, mentre il giorno seguente la prima corazzatatedesca salpava dal canale di Kiel verso il Mare del Nord. Anche l’Austriaaveva iniziato a mobilitare, ma il suo farraginoso meccanismo le avrebbeconsentito di giungere ad una mobilitazione completa non prima di venti giorni.In parole povere, con la lettura al mondo dell’ultimatum, i paesi si sentironoin dovere di armare, seppure in silenzio, sicuri che l’ultimatum sarebbe stato totalmenterespinto e nessuno voleva trovarsi impreparato.

 Il 25 luglio, vista l’ariache tirava, la Serbia mobilitò. Eppure, a grande sorpresa, accettò partedell’ultimatum, consapevole di mostrarsi, in questo modo, sotto una luceconciliante e rimetteva la disputa sulla clausola più dura di tutte, quella cheprevedeva la partecipazione dell’Austria all’inchiesta giudiziaria contro icolpevoli dell’assassinio, al Tribunale Internazionale dell’Aia.

 L’accettazione remissivadella Serbia lasciò il mondo in sospeso, laddove tutti avevano pensato che soloun miracolo avrebbe potuto bloccare il lento meccanismo messosi in moto. Ed ilmiracolo era giunto: l’ultimatum veniva in gran parte accettato e tutti, ora,erano convinti che mostrare le piume come pavoni era solo una prova di forzadestinata a rimanere tale. Lo stesso zar, che colse al volo l’occasione perdirimere la cosa in modo pacifico, chiese all’Austria di aprire negoziati con laSerbia, che furono prontamente respinti dal governo.

 Il 27 luglio, al pari dellozar che auspicava negoziati, Londra tentò di convocare una conferenza dellequattro potenze, Germania, Gran Bretagna, Francia ed Italia allo scopo ditrovare una via di uscita diplomatica a quella situazione di prossimo collasso.La Germania, come l’Austria con lo zar, non accettò ed il vertice non si fece.

 Dal canto suo, il kaiserera convinto che la guerra tra Austria e Serbia sarebbe rimasta un conflittocircoscritto ai due paesi belligeranti e riteneva che la Germania non sarebbemai scesa in campo se l’Austria avesse dato una raddrizzata a quel popoloirrequieto. Ad un amico, poi, aveva confidato che non voleva neppur sentirparlare di guerra, che l’avrebbe evitata in tutti i modi. Ma la condizione erache l’Austria colpisse duramente la Serbia in modo da liquidare la faccenda unavolta per tutte nel giro di poco tempo. In questo il suo sangue teutonicotraspariva a chiare lettere.

 Di contro, se il kaiserpremeva per una spedizione punitiva, la Gran Bretagna premeva per scongiuraretale azione, soprattutto dopo aver saggiato la voglia di entrare in guerradegli austriaci. Il 28 luglio, dopo che ebbe preso visione dell’ultimatum, ilkaiser cambiò radicalmente opinione e liquidò la faccenda annotando sul foglio chel’Austria sarebbe stata pazza a muovere guerra dopo aver già moralmente vintocon un simile documento. Ma neppure un’ora dopo che Guglielmo II avevacommentato l’ultimatum, patteggiando per vie più diplomatiche, l’Austria dichiaròguerra alla Serbia, confidando nell’appoggio tedesco.

 Quel 28 luglio 1914 alleore 12, ad un mese esatto dall’assassinio di Sarajevo, il mondo conosciuto finoallora cessò di esistere, sebbene nessuno in quel momento colse la portata diquella svolta epocale.

 La conseguenza fu che lamarina inglese mobilitò per occupare posizioni strategiche nel Mare del Nord,onde trovarsi in buona posizione qualora la Germania avesse deciso di scenderein guerra al fianco dell’alleato austriaco. Si parava le spalle, per così dire,nonostante i moniti del ministro della marina inglese, sir Winston Churchill.La Germania storse il naso, ma Giorgio V aveva espressamente dichiarato alcugino tedesco che la Gran Bretagna sarebbe rimasta neutrale, anche perchénessuno in Inghilterra capiva la smania di scendere in campo per colpa dellaSerbia. E questa rassicurazione al kaiser fu sufficiente, perché credevaciecamente nella parola data da un re.

 Dalla fredda Russia,intanto, giungevano dispacci dove si veniva a sapere che lo zar avevamobilitato in parte, appena sei milioni di uomini, e li aveva mandati lungo lafrontiera con l’Austria, senza dichiarare guerra, ma solo a scopoprecauzionale. La richiesta dei ministri di mobilitazione generale era stata rifiutatada Nicola II, il quale sperava ancora di evitare il conflitto. Assieme allaFrancia, premeva sulla traballante Gran Bretagna, affinché dichiarasse che, sela Germania avesse attaccato la Francia come tutti sospettavano, sarebbe statacostretta a scendere in campo al fianco dell’alleata. Al coro si era unitaanche l’Italia, sostenendo che tale dichiarazione avrebbe evitato una guerra diproporzioni immani, ma la Gran Bretagna nicchiava, si crogiolava nella sua rinomataflemma e preferiva rimanere a guardare.

 La Germania di GuglielmoII, dal canto suo, invitava la Gran Bretagna di Giorgio V a rimanere neutrale,promettendo come contropartita che non avrebbe sottratto territori allaFrancia, se non alle colonie. E già questo, di per sé, la diceva lunga.

 Nel frattempo lo zar ed ilkaiser si scambiavano telegrammi nei quali ognuno asseriva di voler a tutti icosti scongiurare una guerra che andasse oltre le due belligeranti e, nel lorointimo, erano sicuri di riuscire a non espandere il pericolo, soprattuttoNicola II. Il kaiser, allora, consapevole dell’assurdità di una guerra, si fecepromotore di un’intesa tra Austria e Russia per evitare una catastrofe mondialee lo zar intimò ai propri generali di bloccare la mobilitazione parziale.Purtroppo per lui, il meccanismo era ormai in moto in tutto il vasto impero efermarlo per tempo sarebbe stato impossibile. Al che lo zar telegrafònuovamente al kaiser, sollecitandolo ad intervenire il prima possibile pressol’Austria affinché iniziasse i negoziati. Ma l’Austria fece orecchie damercante e neppure il kaiser, per quanto si affannasse, riuscì a trattenere lamobilitazione indetta dal proprio stato maggiore per contrapporsi a quella russa.

 Appena a San Pietroburgogiunse la notizia che la Germania aveva mobilitato, i ministri convinsero lozar a firmare la tanto agognata mobilitazione generale. Era il 30 luglio 1914.Appena due giorni prima l’Austria aveva dichiarato guerra alla Serbia e già ilterzo stato, la Russia, era stata risucchiata nel vortice senza neppurerendersene conto, con la scusa di dover scendere in campo per dare appoggioalla protetta Serbia. L’Austria mobilitò contro la Russia il giorno dopo e laGermania si vide costretta a mandare un ultimatum alla Russia, ordinandole disospendere le misure belliche contro la sua alleata. San Pietroburgo respinsela richiesta.

 A quel punto, visto ilprecipitare della situazione, Berlino, per timore di un doppio fronte, chiese aParigi di rimanere neutrale, ma la Francia, alleata della Russia sin dal 1894,rispose picche e chiamò subito alle armi i propri uomini. I francesi corsero afrotte, felici di credere di scendere in campo per solidarietà tra classilavoratrici, così come il socialismo predicava da un decennio. Erano ignari, alpari di tutti i soldati di altre parti schierate, di intraprendere un viaggiosenza ritorno, un viaggio che avrebbe avuto come meta la trincea e la terra dinessuno.

 Per scongiurare ilpericolo di sempre, Alfred von Schlieffen, capo di stato maggiore tedesco finoal 1905, aveva a suo tempo elaborato un piano che prevedeva la disfatta dellaFrancia ad ovest per poter lasciare via libera alla Germania verso est. Questopiano attendeva l’invasione del Belgio per poter entrare in Francia e farcapitolare Parigi, in modo da liquidare la faccenda in pochi giorni.

 La Gran Bretagna,subodorando qualcosa, chiese a Francia e Germania di rispettare la neutralitàdel Belgio, ma all’accettazione della prima fece eco un assordante silenziodella seconda.

 Il 1 agosto 1914 laGermania dichiarò guerra alla Russia.

 Eppure, quel medesimogiorno, Giorgio V aveva telegrafato al cugino Nicola II per cercare discongiurare un massacro senza fine e lo zar era propenso ad ogni trattativa,ben sapendo che il suo popolo, checché se ne dicesse in giro, non era in gradodi sostenere uno sforzo bellico. La Russia era ampia e colma di uomini, ciònonostante del tutto impreparata ad una belligeranza. L’arrivo delladichiarazione di guerra della Germania lasciò nello sconforto e nelladisperazione il mite zar.

 Appena due giorni dopo,per coprirsi le spalle, la Germania dichiarò guerra alla Francia e subito letruppe tedesche, infischiandosene della neutralità, invasero il Belgio, comeprevedeva il piano Schlieffen.

 Quella mossa costrinse laGran Bretagna a dichiarare guerra alla Germania e, come disse l’ammiragliotedesco Tirpiz in un attimo di sconforto, “tutto è perduto”. Era il 4 agosto1914.

 

 

 L’escalation, costrettodalle alleanze, fu come una valanga, un effetto domino a cui nessuno potésfuggire. Nel giro di pochi giorni, facendosi beffe della diplomazia e deidesideri dei coronati, i parlamentari ed i ministri innescarono una reazione acatena che condusse il mondo sul baratro, spazzò via un’intera generazione divite senza risolvere nulla e senza che i posteri imparassero nulla, altrimentinon ci sarebbe stata una Seconda Guerra Mondiale a soli vent’anni di distanzadalla prima.

 

 Quel 28 giugno 1914,Gavrilo Princip non lo sapeva ma avrebbe, con un colpo di pistola, cambiato lafaccia ed i destini del mondo intero.

 

 

 
 
 
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