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Stralcio da "L'ombra della ginestra"

Post n°101 pubblicato il 18 Dicembre 2009 da Nezumina
 

Ilpomeriggio di quel 26 agosto vide il campo ancora bagnato dalla pioggia delgiorno prima, simile ad un pantano di erba e fango, ma i due eserciti sischierarono ugualmente, a dispetto di tutte le regole di guerra, ed attendevanosolo un cenno per scagliarsi uno contro l’altro. Solo i cani ed i preti siaggiravano in mezzo a loro, indifferenti all’imminente scontro, gli uniuggiolando, gli altri benedicendo con una insopportabile litania che pareva giàun lamento funebre, mentre tutto intorno il frinire delle cicale riempival’aria torrida.

Lotharse ne stava sulla sua cavalcatura, protetto dall’usbergo, con la barbuta sottoil braccio e la testa coperta dal camaglio, gli occhi luminosi rivolti verso ilnemico e verso il proprio destino, pronto alla battaglia ed insofferenteall’attesa. Dietro di lui i suoi uomini, un pugno di disciplinati e ferocisoldati tedeschi che si sarebbero sacrificati, se necessario, per il lorocomandante. Al suo fianco c’era il Principe Nero, come lui pieno di vita, disogni di gloria e scalpitante come il suo destriero. Il loro contingente, perprecauzione e dietro ordine del re, si trovava tra le divisioni del conte diWarwick, del conte di Oxford, di sirRaynold Cobhan, del conte di Northampton e del conte di Arundel.

 Quella mattina erano stati tutti a messa, stretti intornoad Edoardo III ed al suo giovane figlio; avevano pregato Dio di donar loro lavittoria per il bene e la grandezza dell’Inghilterra ed ognuno aveva fatto la comunionee ricevuto l’estrema unzione. C’era la certezza assoluta che Dio fosse dallaloro parte, perché sapevano di essere nel giusto e perché l’arcivescovo di Yorkl’aveva ribadito più volte durante l’omelia. E se Dio era con loro, chi potevavincerli?

 Lothar si girò a sbirciare il suo giovane amico,rivestito con l’armatura nera che l’avrebbe reso famoso in tutto il mondopresente e futuro, la cotta d’arme con i colori rosso e blu del principe diGalles e scambiò con lui un tenue sorriso che racchiudeva l’inesperienza,l’esaltazione e la paura.

 Vicino a loro, i contingenti di Captal de Buch, di JohnDespenser e Robert Willanghby, pronti ad immolarsi per l’erede al trono.

 In quel momento si udirono le fanfare: il re, montato ilsuo destriero, con un’asta bianca in mano e con due ufficiali, tra i quali ilsuo ciambellano, si apprestava a passare in rassegna le truppe. L’interoesercito si irrigidì e gonfiò il petto davanti al proprio re, rimanendo muto eserrando le armi. Il suono della sua voce, che incitava all’onore di ognuno diloro, risuonò calda e dolce, e penetrò nell’animo di ogni singolo soldato, tantoche il morale degli uomini si rinsaldò più di quanto già non fosse e Lothar sisentì pervadere da un’ondata di eccitazione e di calore.

 Quando Edoardo III passò davanti alla divisione delfiglio, si arrestò un attimo, consapevole che quella poteva essere l’ultimavolta che lo vedeva vivo. Entrambi si fissarono, entrambi fieri ed alteri nellapropria rilucente armatura, entrambi consapevoli di ricoprire un ruolo dominante,entrambi certi di stare per scrivere una pagina di storia e con un semplicegesto della mano, il re cedette il comando delle operazioni al figlio neofita.Quindi, il cipiglio di Edoardo III si posò a lungo su Lothar, come a volergliintimare di vegliare su di lui, per poi passare oltre ed il sassone si girò aguardare il Principe Nero. Questi sorrise appena ma non proferì parola, limitandosia tener calmo il proprio destriero.

 Terminata la rassegna, al loro fianco si portarono ledivisioni del conte di Northampton e del conte di Arundel, pronti a difenderefino alla morte l’erede al trono. A quel punto, il Principe Nero alzò unbraccio ed i micidiali e famosi arcieri britannici, che facevano uso delpotente e letale arco gallese, si schierarono davanti a loro a formare la puntadi una freccia, così da racchiudere all’interno la cavalleria e, dietro diquesta, i soldati.

 Di fronte a loro, l’esercito francese, benché di moltosuperiore, non era affatto schierato e non riusciva a darsi una disciplina,tanto che la loro goffaggine provocò gli scherni da parte dei nobili inglesi.Lothar si guardò intorno, fiero dei soldati tedeschi schierati rigidamente, lefacce apparentemente calme, ma in realtà tese nell’ansia dell’imminente scontroe si sentì quasi un dio sceso in terra, pronto a dare o togliere la vita. Erapartito da Klagenfurt per riportare a casa un bel gruzzolo e poter in tal modoimpalmare la dolce Gertrude, ma ora, in attesa del suo battesimo del fuoco,seppe con certezza che era lì in cerca di gloria e di un posto nella storia epoco gli importava se tornava a casa oppure no. L’adrenalina gli scorreva nellevene come un fiume in piena e le narici dilatate tradivano l’ansia delloscontro, nel quale pregustava il momento in cui avrebbe ucciso.

 Poi, di colpo, senza alcun preavviso, si udì un urlospaventoso, che squarciò la relativa calma di Crécy ed i balestrieri genovesisi gettarono in avanti, sperando di spaventare il nemico e di disperderlo. Lefila inglesi si irrigidirono, ma il Principe Nero, fiero del suo primo comandoe consapevole che il regale padre si era ritirato su un altopiano per osservarelo svolgersi della battaglia e del suo operato, non si mosse ed altrettantofecero i suoi uomini. E non si mossero al secondo urlo, mentre Lothar sentivail suo cuore partire al galoppo, senza capire se fosse paura od eccitazioneincosciente.

 Infine, i balestrieri genovesi scoccarono le loro frecceche si abbatterono sul nemico. Gli arcieri inglesi, a quel punto, ricevetterol’ordine di contrattaccare ed un nugolo di dardi si levò in cielo, ricoprendolocome una grossa nube minacciosa che si abbatté simile ad un uraganosull’esercito francese. Lothar rimase affascinato dalla momentanea eclissi disole e seguì la traiettoria con impazienza, per poi urlare tutta la tensionetrattenuta quando vide il nemico decimato. Un grido di liberazione si levò incampo inglese, quasi una ripetizione a quello di Lothar ed i soldati capironoche l’attesa angosciante era finita.

-Ci siamo. I genovesi siritirano.- notò il Principe Nero tutto soddisfatto, indossando la barbuta,pronto alla battaglia. -Stammi vicino, Lothar.-

 L’interpellato annuì ed indossò anche lui la barbuta,pronto allo scontro.

 In quell’istante si udì, dalle fila inglesi, un roboanteed infernale boato che fece rizzare i peli a tutti i soldati, simile ad un’ecodiabolica che mai orecchio umano aveva ancora udito. E quel boato si ripeté,terribile e spaventoso, come ad annunciare il giorno del giudizio. Erano i primicolpi sparati con il cannone, una nuova arma che aveva lo scopo principale diintimorire gli avversari con il forte rumore che faceva e che Edoardo III siera portato dietro in gran segreto. Ed il fronte francese vacillò, non sapendobene contro chi stesse combattendo.

 A quel punto, vista la situazione, Filippo VI ordinò allacavalleria di ignorare i boati e di travolgere i terribili arcieri nemici. Comeun tuono rombante, quasi in risposta ai cannoni britannici, i cavalierifrancesi presero la rincorsa e si andarono a scontrare contro i fanti inglesi,molti dei quali vennero falciati; ma i restanti si ricompattarono dopo il primoattimo di smarrimento e lanciarono le frecce con tale velocità e rapidità cheil fior fiore della cavalleria francese cadde sotto il tiro di quei meravigliosiarcieri. Non uno se ne salvò e quel giorno la Francia non solo perse labattaglia, ma tutti i suoi migliori cavalieri, mettendo la parola fine alperiodo di gloria dei cavalieri a cavallo.

 Fu il segnale: con un urlo, le divisioni inglesi sigettarono nella mischia, seguendo il Principe Nero che, da quel 26 agosto,rivelò le sue doti di stratega che lo avrebbero reso vittorioso in altrebattaglie, tanto da farlo divenire uno dei migliori capitani del XIV secolo. Alsuo fianco, Lothar lo seguì generosamente alla testa dei suoi soldati,indifferente alla propria incolumità, la spada in una mano e la lancianell’altra, menando fendenti e colpi precisi e potenti. In più di un’occasioneuccise per salvare la vita di Edoardo, esponendosi al pericolo di stare alfianco dell’erede ed una di quelle occasioni gli portò via la barbuta, lasciandolocon la testa protetta solo dal camaglio ed una ferita che gli apriva la frontein orizzontale. Edoardo se ne accorse e gli rimase vicino per proteggerlo a suavolta, saldando il debito in più circostanze e piantando solide radici inquella giovane amicizia.

  Labattaglia proseguì sanguinosa per il resto del giorno e quando gli inglesitemettero di non farcela contro l’esubero dei francesi, Edoardo mandò uncorriere da suo padre per chiedergli rinforzi.

-Nostro figlio è morto?-

-No, sire.- rispose ilcorriere, un araldo mingherlino, trafelato e sporco di sangue, gli occhiinconsciamente sgranati per l’orrore visto sul campo.

-E’ ferito? E’ caduto dacavallo?- s’informò con una calma glaciale.

-No, sire.-

 Edoardo III, algido e sprezzante, il volto bello esereno, volse lo sguardo alla battaglia, dove la mischia era più fitta e dovesapeva trovarsi il suo erede e rispose:

-Allora non c’è motivo percui dobbiamo scendere sul campo. Finché ci sarà nostro figlio, a lui solospetteranno la gloria e gli onori per i posteri. A lui ed a coloro che gli sonovicini.-

 La battaglia proseguì ancor più cruenta, entrambi glieserciti che non volevano cedere, mentre da ambo le parti uomini e bestie crollavanoa terra con una sequenza impressionante.

 Ludovico, che combatteva come un indemoniato al fiancodel conte di Vaudémont, all’improvviso lo vide barcollare sul suo destriero edun attimo dopo si rese conto che era stato colpito a morte da una lancia chegli trafiggeva il corpo come se fosse stato uno spiedino. Urlò qualcosa versoil suo comandante, provando ad avvicinarglisi, ma la foga della battaglia nonglielo permise e dopo poco vide cadere il conte d’Aumàle ed il conte di Roucy,seguiti dal conte d’Alençon, dal conte di Blois e da tanti altri nobili.All’improvviso, con orrore, prese coscienza che l’esercito francese stavaperdendo tutti i suoi comandanti e d’istinto si voltò verso l’Orifiamma, perassicurarsi che almeno il sovrano fosse ancora vivo. Quindi, con rinnovatoardore, riprese ad uccidere più inglesi possibile, maledicendo le guerre etutti i potentati che agivano solo per puro egoismo.

 Lothar, nel frattempo, continuava a destreggiarsi sul suocavallo, menando fendenti con precisione e spietatezza, il fiato corto, ilcorpo madido di sudore e vedeva, di tanto in tanto, l’erede al trono che si battevacon ferocia, instancabile, regale sulla sua cavalcatura. Il coraggio el’indomita passione del giovane principe riuscivano ad infondere maggior vigoreai combattenti che, benché stremati, accaldati e nauseati, si rianimavano eriprendevano il combattimento con ardore alla vista del loro comandante che nonsi risparmiava. Questo contribuì a spezzare la vita del re Giovanni di Boemia,che cadde eroicamente insieme al conte di Fiandra ed al duca di Lorena,lasciando i francesi senza capi.

Lothared i suoi uomini fecero del loro meglio per proteggere il principe,rimanendogli costantemente al fianco, ed in mezzo alla mischia Lothar si preseuna freccia destinata all’erede, scoccata da un balestriere che aveva puntatoEdoardo e che gli trapassò il braccio sinistro, finendo la sua corsa altrove.Il suo gemito richiamò l’attenzione di uno dei suoi uomini, che gli si avvicinòper constatare le sue condizioni e quel gesto fece voltare Edoardo, che sgranògli occhi alla vista dell’amico che si tratteneva l’arto dolorante esanguinante, comprendendo, dalla sua posizione, che si era frapposto tra sé ela freccia. Con un fendente preciso uccise un avversario, quindi si avvicinòall’amico e s’informò:

-Stai bene?-

Lotharlo sbirciò dal basso verso l’alto, visto che era appiedato, e provò a guardarloattraverso la feritoia della barbuta sormontata da un leone.

-Sì, sto bene.-

Aquella risposta, Edoardo esitò, notando il sangue colare lungo il braccio delsassone, e riprese a combattere solo quando Lothar gli fece cenno che tuttoandava bene.

Quando,infine, la battaglia stava per volgere al termine, consacrando la vittoriainglese, Lothar incontrò Ludovico.

Entrambiappiedati, con le armi in pugno, si affrontarono per un ultimo combattimento.Si fissarono a lungo attraverso le tenebre che incombevano, ansanti e stremati,l’italiano che aveva ancora l’elmo in testa ma che mostrava una ferita sullacoscia, mentre il sassone grondava sangue dalla fronte e dal braccio e con unultimo sforzo le loro spade si incrociarono. Si batterono a lungo, rendendosiconto di avere davanti un avversario temibile, che non si sarebbe risparmiatononostante la sfinitezza. Lothar parava affondi e ne infliggeva, ansimando e bestemmiandoper il sangue che gli colava dalla fronte sugli occhi, cercando di asciugarlocon la mano libera per avere una visuale maggiore, ma pareva che il fiotto nonvolesse smettere di uscire. Poi, all’improvviso, Ludovico, con un gesto precisoe svelto, degno di un cavaliere, tolse la propria barbuta per essere alla paricon l’avversario ed i loro occhi si incontrarono per la prima volta, mentre gliechi della battaglia svanivano per lasciare posto ai lamenti dei moribondi edalle grida di giubilo dei vincitori. Per un attimo Ludovico, con la visualelibera dalla barbuta, esitò dinanzi a quello sguardo diabolico che parevatrafiggerlo, e transitò come un lampo nella sua mente l’impressione di battersicontro un essere inumano. Ma fu solo una frazione di secondo: il sanguevermiglio che inondava il volto ed il braccio del suo avversario lo rendeva fintroppo umano ed indubbiamente temibile.

 Ansanti, grondanti sangue proprio ed altrui, con i corpidei cadaveri e dei feriti che intralciavano i movimenti, continuarono abattersi come leoni, come se dall’esito del loro scontro fosse dipeso l’esitodell’intera battaglia, fin quando udirono una voce imperiosa ordinar loro di fermarsi.Entrambi si voltarono verso il Principe Nero, ancora sulla sua cavalcatura,l’elmo sotto il braccio, come se la battaglia lo avesse solo sfiorato, ilchiarore della luna e delle stelle che riluceva sul camaglio e lo rendevasimile ad un dio e Ludovico, riconoscendolo, si gettò in ginocchio perrendergli omaggio.

-La battaglia è finita,cavalieri. Come potete vedere, lo stesso Filippo è rimasto ferito e si èsalvato solo grazie al conte di Hainaut che lo ha portato via: l’Inghilterra hatrionfato.- annunciò loro. -Deponete le armi: è inutile spargere altro sangue,ne è stato versato fin troppo.- concluse guardandosi attorno.

 Sfinito, con il fiato corto, Lothar infilzò la spada nelterreno, si pulì per l’ennesima volta il volto insanguinato e ringraziò Dio diessere ancora vivo; quindi posò una mano sul ragazzo genuflesso, mormorando infrancese in modo da farsi capire:

-Siete mio prigioniero,cavaliere. Ma, poiché ho avuto modo di conoscere la vostra valenza, il vostrocoraggio ed il vostro onore, vi lascio la libertà senza che paghiate ilriscatto.-

 Ludovico, che era rimasto immobile, consapevole di averperso e che, come minimo, l’attendeva un lungo periodo di reclusione prima ditornare ad essere un uomo libero, se mai qualcuno avesse avuto voglia di pagareil riscatto, a quelle parole inattese sgranò gli occhi, come se non avesse bencapito; ma il sorriso compiaciuto che vide dipingersi sulle labbra del PrincipeNero lo scosse e lentamente si volse verso Lothar. Lo guardò a lungo, mentre laluna risplendeva su quella giornata indimenticabile e sulle donne di Crécy cheavanzavano in mezzo all’infinito tappeto di cadaveri e feriti per portare unaiuto a chi ne avesse avuto bisogno, mentre gallesi ed irlandesi infierivanosui cadaveri e sui moribondi, nella generale indifferenza.

 Ludovico sirialzò mestamente, pieno di sangue altrui ed anche un po’ del proprio,scansando le mosche che gli ronzavano intorno e fece un inchino ad Edoardo,prima di girarsi a fronteggiare il sassone che lo aveva graziato.

-Vi devo la vita, cavaliere.Ho perso, ma è comunque un onore aver combattuto contro di voi. Io sonoLudovico Zen, veneziano.- rispose in francese.

-Lothar von Klagenfurt,tedesco.- si presentò. -L’onore è mio.-

-Vi ricorderò nelle miepreghiere.-

 Lothar rimase in silenzio prima di annuire appena e, dopoaver ripreso la spada conficcata nella terra, si girò e tornò dal suo cavallo,recuperato per tempo dai suoi uomini.

 
 
 
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