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Stralcio da "Il condottiero"

Post n°111 pubblicato il 07 Febbraio 2010 da Nezumina
 

Bracciano,novembre 1496

 Non erariuscito a credere nei dispacci che i corrieri portavano a Roma, dove Juanveniva elogiato per le sue eminenti doti militari e, scortato da Ramiro e daMichelotto, era giunto nei pressi del campo di battaglia, per rendersi conto dipersona come stavano realmente le cose.

Se, dal 27ottobre, giorno della partenza delle truppe pontificie, le cose erano andateper il meglio, era stato grazie all'abilità di Guidobaldo di Montefeltro, ducadi Urbino, che aveva espugnato i primi castelli, facendo gioire Alessandro VI,il quale non aveva fatto altro che elogiare la competenza del figlio, ignorandovolutamente l’abilità del Montefeltro. Solo Cesare aveva subodorato qualcosa dimarcio e, infine, si era deciso a partire per vedere e giudicare con i propriocchi.

 Ilcastello, una mole enorme ed inespugnabile, sorgeva come un titano sul paese esul lago sottostante, svettando con le sue mura massicce e talmente alte chesarebbe stato impossibile anche solo scalfirlo. Per questo motivo, Guidobaldodi Montefeltro lo aveva posto sotto assedio, nella speranza che, con il tempo econ le epidemie, Bartolomea Orsini, moglie di Bartolomeo d’Alviano, siarrendesse. Ma la donna pareva essere la degna compagna del condottiero umbro econ scherno aveva fatto alzare bandiere francesi sugli spalti.

-Ecco svelato l’arcano.- commentò Cesare con un sorrisodi soddisfazione dipinto sul volto mascherato. -Non è lui a dirigere leoperazioni, ma Guidobaldo. Ramiro.- chiamò.

 Ilragazzo si avvicinò, anch’egli con la maschera sul volto e Cesare ordinò:

-Va’ a vedere dove si trova il duca di Gandìa.-

 Ramirospronò il cavallo in direzione del campo degli assedianti e Michelotto siavvicinò a Cesare, silenzioso come sempre, ombra nera tra le tenebre.

-Avevo ragione. Le doti militari vanno al duca diUrbino, eminente cavaliere che stimo e che onoro come un fratello.- mormorò ilValentino.

 Michelottoosservò il proprio alito che si condensava al freddo della campagna laziale erestrinse gli occhi per scrutare meglio le tende alzate nel campo. Anche lui,come il suo signore, non capiva come il pontefice fosse così cieco da nonnotare che non poteva essere Juan il condottiero dei Borgia, bensì il modestocardinale che aveva al fianco; ma non poteva permettersi di fare similiosservazioni. Conosceva fin troppo bene la forza fisica del suo signore, avendolovisto gareggiare con i più robusti braccianti dell’Umbria e del Lazio, tanto daaverne il maggior rispetto possibile e conosceva altrettanto bene la suarisolutezza e la mente tattica che possedeva. Chiunque lo avvicinasse rimanevavittima del suo fascino, dei suoi modi cavallereschi e del timbro della suavoce, che sapeva usare alla perfezione in qualsiasi situazione. Era lui il condottierodi casa Borgia, non il suo inetto fratello.

 Distolselo sguardo dal campo e lo posò su Cesare, vestito con gli abiti da caccia, lachierica celata da un cappello a larghe tese ed il volto nascosto dallamaschera nera. Com'era possibile non amarlo? Com'era possibile non amare la suaforsennata voglia di vivere, la sua pacatezza, la sua bellezza, la sua ariamalinconica che affiorava dietro ogni sorriso, i suoi modi da gran signore e lasua naturale superiorità?

 Avvertendoil suo sguardo, il Valentino si girò a guardarlo e rimase a fissarlo attraversola maschera nera.

 Ramirostava tornando, con un sorriso stupendo sulle labbra e le gote arrossate dalfreddo pungente ed arrestò bruscamente il cavallo davanti al suo signore.

-Rinchiuso nella tenda, a tremare come un coniglio.-annunciò.

 Aquelle parole, Cesare si illuminò e scambiò un’occhiata di silente intesa con Michelotto.

 

 

Roma, gennaio1497

 Cesarestaccò un acino e lo portò alle labbra, baciandolo dolcemente prima di porlo aLucrezia. Lei lo mangiò con una sensualità innata, lasciandolo stupefatto edammaliato. Non c’era nulla di meglio per dimenticare gli elogi proferiti aJuan, il meno degno di riceverli. Era più bravo Jofre, di questo era sicuro. Seavesse dovuto mettere la propria vita nelle mani di uno dei suoi fratelli,avrebbe senz’altro scelto il più piccolo.

-Sei stupenda.- sussurrò all’orecchio di Lucrezia.

 Leisocchiuse gli occhi e Cesare lasciò scorrere la mano sul suo corpo liscio e benfatto, facendola fremere. Era meraviglioso guardarla mentre si lasciavacoccolare, così calda e sensuale da far perdere la testa. Si chinò a baciarla enel frattempo pensò a chi potesse prendere il posto di Giovanni Sforza. Lascelta andava ponderata bene, perché da quella futura unione dipendeva ilvolgere della politica e la situazione, lo sentiva, stava per prendere unapiega imprevedibile.

-Ancora un po’ di uva, mio dolce amore?- domandò.

-No.- rispose buttandogli le braccia al collo. -Ho giàtutto ciò che desidero.-

-Dimmelo, allora.- la invitò insinuante.

 Lucreziachiuse gli occhi ma non aprì bocca. Non voleva fargli capire fino a che puntol'amasse, non voleva dargli quella soddisfazione.

 Cesaresorrise sardonico e la strinse a sé.

 

 
 
 
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