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BENVENUTO CELLINI

Post n°112 pubblicato il 10 Febbraio 2010 da Nezumina
 

(Firenze, 3 novembre 1500 - Firenze, 13 febbraio 1571)

 

 Credo nonci sia nulla di più piacevole che andarsene in vacanza dopo un intero annolavorativo, dimenticando le arrabbiature, le delusioni, le battaglie verbalicon l'eccentrico, con il perfettino, con l'ignorante, con il saccente e con ilprototipo del cafone romano. Sì, perché noi romani, quando ci mettiamo,sappiamo essere ignoranti e sgradevoli come pochi altri al mondo. Inutileilluderci. Allora, dopo un intero anno a combattere con gente simile, lavacanza sembra una vera manna dal cielo, un modo per ritemprarsi e farerifornimento di buonumore per poter sopravvivere ad un altro anno di durolavoro.

 E' meraviglioso starsene su una barchetta a remi acrogiolarsi sotto il sole, sopra un lago piatto ed invitante, la mente vuota edil cinguettio melodioso degli uccellini che corrobora lo spirito abbrutito dalcaos cittadino. E poi, se decidi di fare un bagno rinfrescante, hai lapossibilità di godere della fauna marina che pullula, vive e prolifica sotto labarchetta. E non solo la fauna: anche un uomo ormai in là negli anni, che se nesta lì, sul fondale, accovacciato su uno scoglio sommerso, le bracciaincrociate e l'aria bellicosa.

-Era ora.- esordisce acido. -E'da un bel po' che ti aspetto e tutta questa umidità non fa certo bene alle miepovere giunture.-

 Sgranogli occhi incredula e porto la mano alla maschera ed al boccaglio che indosso,prima di dire:

-Benvenuto Cellini?- e mi domandocome diavolo faccio a comunicare con lui sotto la superficie del lago.

-Io, sì, in persona.- ribatte contono burbero e cipiglio fiero.

-Ma… cosa ci fai qui?- domandosorpresa ed in quell'istante mi accorgo che è il mio pensiero a parlare, nonio.

 Losento borbottare qualcosa di inintelligibile, circondato da un branco dibellissimi pesciolini gialli e rossi, prima di bofonchiare:

-Aspettavo te. Chi altri?-

-Be', tutto ciò è alquantolusinghiero e sono onorata di trovarmi al tuo cospetto…-

-Dacci un taglio, figliola evieni al sodo: cosa vuoi sapere?-

 Santocielo! Ma allora è proprio vero che Cellini era scontroso, irascibile, attaccabrighee violento, al pari del suo genio. Sì, perché nel Rinascimento italiano un solonome si ergeva al di sopra di tutti gli altri in fatto di arte orafa: BenvenutoCellini. E non solo orafo alla corte papale e coniatore della zecca, ma anchescultore, visto e considerato che ci ha lasciato in eredità un Perseo dimirabile bellezza.

-So che sei nato a Firenze, lacittà dei Medici, da un suonatore di flauto.- inizio, ignorando volutamente lasua maleducazione.

 Fauna smorfia e con la mano scansa i pesci in malo modo, prima di controbattere:

-Discendo da un capitano diGiulio Cesare.-

 Sorvolosu quell'affermazione inventata di sana pianta e continuo:

-Sei stato amico di Michelangelo,che tu hai sempre considerato un idolo ed un modello da seguire.-

 Gonfiail petto come un attempato pavone e subito dopo dal naso gli escono migliaia dibollicine d'aria che provocano la mia ilarità.

-Quale amicizia, eh? Puoi vantarelo stesso?-

-No, purtroppo no.- rispondo alzandole spalle.

-A quel tempo, nella Signoria, siincontravano persone fuori del comune.-

-Non stento a crederlo. Ma tu aFirenze non ci sei rimasto a lungo.- faccio presente.

-Vero. Mi sono spostato a Romanon ancora ventenne, presso papa Leone X Medici, il quale mi ha preso aservizio come incisore della zecca e suonatore di flauto. Ma questo secondomestiere lo facevo solo a ricordo di mio padre.- ammette con una certariluttanza.

-Un bel lavoro.-

-Sì.- conviene consuperficialità, osservandosi le punte delle dita. -Ero un genio: tutto ciò chetoccavo trasformavo in oro. Un dono che nessun altro, nel corso dei secoli, èriuscito ad avere.-

-La modestia non è il tuo forte,vero?- replico con evidente sarcasmo.

Vedo le suenarici dilatarsi dall'ira e con stizza ribadisce:

-Checché tu ne dica, il mio eraun dono che tu, sicuramente, non hai e mai avrai.-

-Un dono, sì, ma lo usavi male.-gli rammento, per nulla intimorita dalla sua arroganza. -Non facevi che giocared'azzardo ed andare a donne, ignorando tua moglie, ed ogni volta avevi problemicon la giustizia.-

 Lovedo sbuffare con irritazione e portare una mano al fianco, in posa prosaica,l'aria meditabonda ed infine china appena la testa ed ammette:

-Era l'unico inconveniente che micostringeva a cambiare repentinamente città. Ma a Roma sono sempre tornato. Ilfascino dell'Urbe è irresistibile.- ammette annuendo.

-Ed a Roma stavi, durante ilsacco del 1527.-

 Lovedo sogghignare strafottente e mi sistemo meglio la maschera sul naso perosservarlo più nitidamente. Quest'uomo, un genio nel far uscire dalla suafucina monete, monili, medaglie, intarsi e via dicendo, era, tutto sommato, unmezzo delinquente, un furbacchione, un ladruncolo che si spacciava per eruditoe che riusciva a farsi perdonare ogni marachella, ogni omicidio, ogni rissagrazie al tocco magico delle sue mani. Un novello re Mida.

-Sì, ero a Roma quando giunsero ilanzichenecchi di Georg von Frundsberg. Mi sono offerto di divenire artiglieredel papa, Clemente VII Medici, ed è stato un mio proiettile, sai, ad uccidereil Conestabile di Borbone ed a ferire il principe Filiberto d'Orange.-

-Tu?- esclamo inarcando lesopracciglia.

-Io, sì!- ringhia furente,convinto che non gli credessi.

-Ottimo.- rispondo malleabile,per calmarlo. -Potevi ammazzarne altri, visto che c'eri.-

-L'ho fatto. Ho anche provato adaccoppare quel vecchio volpone del Frundsberg, ma non ci sono riuscito. VedereRoma devastata da quell'orda barbarica… Ah, quale atroce spettacolo!- esclamacon un gesto della mano.

-Comunque, papa Clemente tinominò mazziere in seguito al tuo servigio e sei rimasto a Roma fino…-

-Fino a quando,- conclude per me,-il papa si è accorto che facevo la cresta sull'oro destinato alla zecca esostituivo i metalli buoni con quelli vili e falsificavo le monete e viadicendo.-

 Sgranogli occhi dinanzi alla sua ammissione e chiedo:

-E' vero?-

-Certo.- risponde fiero. -Perquesto, dopo che il papa mi aveva condannato a morte, ingiustamente secondo me,sono fuggito a Napoli, presso una delle mie amanti. Ma poi, al cambio di papa,sono rientrato nell'Urbe, per poi fuggire di nuovo a gambe levate, riparando inFrancia presso re Francesco.-

-Il munifico Francesco I?- ripetoincredula.

-Lui, proprio lui, quel gigantein persona.- borbotta, in qualche modo contrariato dal ricordo.

-Era davvero così alto?-m'informo curiosa.

-Altissimo. Suppongo arrivasse adue metri; non ho mai più visto un uomo simile in vita mia.- rispondepensieroso, grattandosi il mento barbuto.

-E poi?- domando, conquistatadalla sua vita avventurosa ed irriverente.

-E poi… I francesi, quei bastardidi prima categoria, non mi hanno trattato affatto bene ed io ho rifatto fagottoe sono tornato a Roma.-

-Roma… Sempre Roma.-

-Eh, che vuoi…- sospiramalinconico. -La città eterna era la mia gallina dalle uova d'oro. Il guaio èche la stessa gallina si è arrabbiata e mi ha rinchiuso in Castel S. Angelo peruna… sciocchezza commessa durante il sacco del '27.-

-Una sciocchezza?- ripetochinando appena la testa per sbirciarlo di sottecchi, maledicendo l'acqua chenon mi fa vedere le giuste proporzioni.

-Mi accusarono di aver rubatonelle casse. Tst! Che taccagni!-

-Ci risiamo.-

-Erano trascorsi tanti anni,undici per l'esattezza ed io non ci pensavo più. Ovvio, non trovi? Ma, a quantopare, qualcun altro ci aveva pensato al posto mio, rimuginando ed aspettando ilmomento favorevole.- commenta acido. -Quel Pier Luigi Farnese ce l'ha sempreavuta con me, bastardo pusillanime!-

-Suppongo avrà avuto i suoivalidi motivi.- borbotto.

 Mifissa a lungo, con sguardo truce ed istintivamente deglutisco, ammonendomi dinon commettere altri errori.

-E poi dicono a me che sonoscontroso!- sibila.

 Provo,per quanto l'acqua me lo concede, a fare un gesto di scusa per non irritarlomaggiormente e continuo con noncuranza:

-Allora? Ti hanno rinchiuso.-

-Sì. E lì hobestemmiato, ho urlato, ho pregato ed alla fine ho tentato la fuga. Volevoemulare il gesto di Cesare Borgia quando è riuscito a fuggire dalla rocca dellaMota: a lui andò bene, a me no. Mi calai con le lenzuola annodate, ma caddi emi ruppi una gamba.- ricorda scuotendo la testa canuta.

-Ed è stato allora che, dopo averscontato il fio, sei tornato in Francia.-

-Sì, e stavolta accolto con tuttigli onori. Ma il mio caratteraccio mi ha ributtato in mezzo ai problemi e sonostato costretto a far di nuovo fagotto e tornare di gran carriera a Firenze. E'stato allora, presso il duca Cosimo de' Medici, che ho creato il Perseo. Oh, maa Roma ci sono tornato un'ultima volta, ammaliato dalla sua eterna bellezza.-

-Ma poi sei ritornatodefinitivamente a Firenze, quando, in un impeto di espiazione, hai preso gliordini e ricevuto la tonsura.-

 Chinala testa ed annuisce mestamente.

-Ho trascorso la vita interanella sregolatezza, nella violenza, nell'imbrogliare il prossimo e nelmaltrattare le mie mogli e le mie amanti. Avevo cinquantotto anni quando hopreso i voti e mi sono messo a scrivere la mia vita. Non mi sono pentito dellascelta fatta. Alla fine, dopo tanto vagare alla ricerca di me stesso, hotrovato la pace ed il conforto nella Fede.-

-Sei stato un rivoluzionario ante litteram.- commento.

 Alzale spalle, come se la cosa non lo interessasse minimamente ed un pesce glipassa davanti agli occhi perspicaci ed attenti.

-Addio, figliola. Auguro anche ate di riuscire a trovare te stessa. E se, per caso, in questo tuo girovagaretra le anime del passato, incontrassi il Frundsberg, porgigli i miei piùcalorosi saluti.-

 Rimangoletteralmente spiazzata e lo fisso attonita, comprendendo che il vecchio dettoha un fondo di verità: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ed è conperplessità che mi allontano nuotando, chiedendomi se, tutto sommato, il genioimmorale quanto inimitabile che risponde al nome di Cellini, non abbia ragione.

 
 
 
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