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Odette292
   
 
Creato da Odette292 il 21/07/2008

monologo in rosso

Solitarie dicotomie in ordine sparso

 

RITORNO A CASA

Post n°178 pubblicato il 04 Febbraio 2010 da Odette292

Erano stati solo dieci stupidi giorni ma mi sembrava che fossero stati mesi. Alzai la tendina per guardare. Da alcuni anni, evitavo di sedere accanto al finestrino. Ero sempre tesa dal giorno di quel decollo terribile durante il quale mi preparai ad incontrare Caronte e Lucifero in persona.
La donna che avevo affianco continuava a parlarmi con la sua cadenza lenta e le vocali aperte. Detestavo quell'accento snob che suonava come una noiosa, ripetitiva cantilena. Mi raccontava che non andava, che non girava per il verso giusto da molti anni.
Sospirai. Nemmeno per me andava. Da troppi anni. Ma non raccontai nulla quella volta. Mi strinsi  avvolta da un senso di sconfitta nel silenzio, volgendo lo sguardo dall'altro lato.
Fuori dal finestrino, un cielo sereno ed una distesa grigio-azzurra che sembrava infinita. Solo leggere increspature rigavano la superficie. La luce del tramonto inondava di rosa e violetto le rocce delle montagne che si stagliavano sul mare, quasi volessero proteggere quella terra da chissà quale insidia quando il marcio veniva proprio dalle sue stesse viscere.
Ripensai a quando ero bambina e venivo in vacanza. All'emozione che mi toglieva il respiro e mi faceva arrossire ogni volta che atterravo. All'improvviso, il volto di mio nonno si ridisegnò sulla distesa azzurra e risentìi il sapore degli agrumi che profumavano le caramelle frizzanti che mi portava ogni volta. Dall'alto, mi sembrò di scorgere la sua Fiat500 rossa che non mandava mai sopra i 20 km orari, nonostante le mie proteste che era sempre tardi.
Un nodo mi strinse forte la gola.

Profumo di Zagare e mare. Non l’ ho mai sentito in nessun altra parte del mondo. Era unico e magico, mi inebriava i pensieri. Entrai in aeroporto, stranamente stupita dalla velocità con cui scaricarono i bagagli. Forse un miracolo, visti gli usuali tempi biblici a cui eravamo tristemente abituati. La gente si accalcò intorno al nastro selvaggiamente. La mia valigia passò tre volte prima che riuscissi ad afferrarla. Fu così che decisi di spogliarmi della mia “aria del continente” e per riprendermi quella della gente di mare. Ovvero di poche parole e tremendamente assertiva.

Nonostante rifatto, l'aeroporto lasciava notevolmente a desiderare. Mi chiesi come mai le strutture pubbliche di questa terra fossero così anti-estetiche e restassero sempre “incompiute”. Ma la risposta ce l'avevo già, era solo una domanda retorica la mia che continuavo a pormi, nella speranza che mi arrivasse un po' di rassegnazione. L'unico elemento degno di nota e di lode era il bancone del bar, stracolmo di dolci di ricotta ed arancini che mettevi peso solo a guardarli.
Decisi di trasgredire e mi riempii la bocca di fritti e dolcezza. Poco più in là, mia madre e mio padre mi guardarono strabiliati: io non mangiavo mai fuori orario.

Mi offrìì come autista, avevo voglia di guidare. Mia madre sedette al mio fianco e, come al solito, iniziò a parlare. In fondo, mi vedeva bene. Ma solo “in fondo”...
Mio padre mi informò che erano arrivati dei conti da pagare. Anche questa, non era una novità.
C'era traffico, nonostante fosse Domenica. Mi vennero in mente le parole che la nonna disse a Marianna Ucrìa:"Lo sai che cos’è l’ inferno? E’ una Palermo senza pasticcerie"…
Mi sovvennero le immagini orribili di questa città meravigliosa dilaniata dagli spari, dalle esplosioni, dal fuoco.
Notti squarciate dalle sirene.
Strade assediate che non sapevi se guidare o se tremare perchè stavi per morire ammazzato da una scarica di mitragliatrice.  
Fu così che arrivai al monumento in memoria di Giovanni Falcone. Sotto le ruote, il viadotto era di nuovo al suo posto.  Come se nulla fosse mai accaduto.
Ripensai al sorriso amaro di Paolo Borsellino che attendeva con gli occhi velati di tristezza e rassegnazione la sua ora, come un condannato a morte che aspettava l'esecuzione. All'improvviso, rividii centinaia di fiori sull'asfalto, intrisi del sangue dei martiri della mia Terra. Brividi  di sdegno scossero il mio corpo.
Ormai, eravamo di nuovo in ginocchio. Piegati, spezzati, senza più sogni, né speranze per un futuro migliore. Violati, violentati e muti.

Tra una frase e l'altra, mia madre m'informò che mio fratello era stato licenziato insieme a tutti coloro che erano stati assunti con lui. Non si erano messi d'accordo ed avevano trovato il modo di far decadere i termini delle assunzioni. Questioni di “cordate”, dicevano...
Li avrebbero ripresi?
Non si sapeva. E non potevamo far nulla se non attendere inermi e continuare ad andare a votare.
Ci restavano il mare, il tramonto, gli arancini, la cassata, i cannoli, S. Rosalia, S.Agata, i Santapaola, i “collaboratori di giustizia” che si pentono.
Dio, quanto si pentono.

Venti anni fa, a quel punto dell'autostrada, mi sarei accesa una sigaretta.
E forse era il caso di riprendere.
Era stato tutto inutile.







                                             “Bisogna che tutto cambi se vogliamo che tutto resti com'è”...

 
 
 

ALARM CLOCK

Post n°177 pubblicato il 28 Gennaio 2010 da Odette292

Bastano pochi istanti per cancellare un sogno. Il tempo di aprire gli occhi, guardarsi intorno e capire con chi si ha a che fare.

 
 
 

(S)LEGAMI

Post n°176 pubblicato il 25 Gennaio 2010 da Odette292

A volte, mi sentivo soffocare. Stretta da rigide corde che mi serravano i polsi e le gambe. L'unica arma che mi restava era la voce. Ma anche quella, a furia di urlare, si assottigliava sempre più, divenendo un rauco sospiro senza forza.

Il desiderio di reagire non passava, anzi. Sembrava direttamente proporzionale all'ingabbiamento del mio volere. Il concetto di resa non mi apparteneva. Piuttosto la fuga.

 


Non ho mai sopportato le imposizioni.


 

 
 
 

CONCLUDENDO...

Post n°175 pubblicato il 22 Gennaio 2010 da Odette292

Allla fine, decisi che, se proprio non si poteva fare a meno di morire, sarei morta ballando. Oppure tra le braccia dell'uomo che amo.

 

 
 
 

FRAMMENTO

Post n°174 pubblicato il 18 Gennaio 2010 da Odette292

Avrei dovuto sbrigare le cose tutte di seguito, in modo da lasciare un po' di tempo al riposo. Invece spezzettavo il mio da fare con l'inquitudine della dispersione, torturando la mia mente col pensiero dell'irrisolto.
Spesso, il lunedì ero già stanca prima di cominciare. E anelavo alle prossime vacanze dopo appena una settimana dalla fine delle precedenti.
In fondo, nonostante le accuse di egocentrica singolarità, non ero poi così diversa dal resto del mondo.
Forse.

 
 
 

PAG. 13, ANNO 2010

Post n°173 pubblicato il 13 Gennaio 2010 da Odette292

La notte era stata breve. Il risveglio, senza voglie. Consideravo l'assenza di desideri e bisogni un dato estremamente negativo; l'apatia, così come l'indolenza e l'indifferenza, era un tratto caratteriale che non mi apparteneva.

Chiusi gli occhi. La mia vita era un pot-pourri di sapori e profumi che spesso mal si sposavano tra loro, lasciando in bocca un retrogusto amaro e una leggera nausea. Le giornate avevano colori che stridevano e cozzavano. In assenza di qualcosa di meglio a cui pensare, mi chiusi in bagno per espletare il solito rituale mattutino. Ma le unghie sfatte, i capelli in disordine e gli occhi arrossati dal vento del giorno precedente mi irritarono ancor di più.

Chinai il capo, sconfitta. Da tempo ormai, il mio lavoro aveva scatenato dentro me una crisi ideologica senza precedenti. Quello sconforto vuoto ed abulico non era solo conseguenza della nuova povertà acquista in nome del Prodotto Interno Lordo perennemente in crescita, secondo quanto diffuso da telegiornali e junk programs martellanti. Era che di fatto, tutto di un colpo, ero passata alla categoria dei lavoratori “socialmente inutili”. Un esercito di marionette, senza nessuna voce in capitolo. Solo un silenzio di urla soffocate. Di cose che non di dovevavno dire. Che non si potevano dire.

Seduta al bagno di casa mia, poche volte mi ero sentita così sola e così piena di paure per il futuro.

L'unica mia speranza: il 2012.

 

 
 
 

LA SIGNORA S.

Post n°172 pubblicato il 07 Gennaio 2010 da Odette292

Un silenzio sordo come una coperta pesante che attutiva ed ovattava. Non c'era anima viva, troppo tardi persino per i vagabondi.La gente dormiva. Rintocchi di campane come un'eco lontana.C'era una piccola chiesa antica ed una borgata arrocata sulla scogliera impervia.
Ascoltavo il battere battere lento dei miei tacchi sulle basole oblique.Guardai curiosamente l'incastro della pavimentazione, schioccando le dita ad ogni tocco e segnando  la cadenza coi passi.Mi strinsi nel cappotto, faceva freddo. Il vento gelido si insinuava tra i fili delle calze a trama larga.Sentivo il fruscio dell' organza nera sulle gambe.L'aria e lo strusciare della stoffa erano lievi, crudeli carezze.

Le campane cessarono di segnare l'ora.
Non avrei dovruto essere là.
Non a quell'ora.
Avrebbe potuto essere pericoloso ma non mi inquietava, anzi...L'aria fredda e quel luogo ameno inebriavano di tranquillità i miei sensi. Finalmente, dopo tanto tormento.

Guardai di sotto.Il mare era un drappo di seta nera orlato di luci come perle argentee e gocce di oro rosso.Sentìi che amavo questa terra che non era mia.Ci somigliavamo troppo lei ed io.
Il tempo ci aveva assimilate:spezzate ma mai piegate.E a testa alta, nonostante le vergogne.
Mi sedetti su quella panchina dove lo baciai la prima volta. La prima delle mille volte che lo avevo baciato.
Ma non era a lui che pensavo.

Ad un tratto, non so perché, mi ricordai della Signora S.
La Signora S. era la moglie del Dott. S. Quella sera, la giovane donna aveva comprato dei fiori bianchi. Li dispose con cura in vasi di cristallo,poi andò a vestirsi, soffocando la voglia di far l'amore sul tappeto, davanti al fuoco. Indossò il costoso abito da sera e le sue perle ed uscì di casa, senza parlare.Solo un segno rosso sul volto che aveva la forma di una grossa mano.
Da tempo, il Dott. S. caveva preso l'abitudine di colpire la moglie quando non ubbidiva. Credo si sentisse immensamente forte quando la vedeva tremare come una foglia morente.

 La vita della Signora S. era una gabbia dorata che funzionava come un penitenziario. E il suo amore una schiavitù. Una pena da scontare a vita.
La Signora S. era perennemente da punire, inutilmente caparbia ed ostinata.Come "investimento fruttuario" non stava rendendo secondo quanto preventivato
Un giorno, un'uscita di casa pomeridiana come tante altre ma senza nessun ritorno.E la promessa solenne che non sarebbe più stata la Signora di nessuno per il resto della sua vita.
Mai più la prostituzione della dignità.

Rabbrividìi.
Le campane suonarono ancora, dissolvendo il ricordo della giovane Signora S. e del suo "facoltoso" marito. Degli avvocati di grido che la infamavano di accuse immonde, persino di follia.
Mi resi conto che era tardi e che era meglio tornare a casa. Ripresi a camminare, cadenzando i passi al ritmo dei rintocchi e schioccando le dita.
Dopo qualche istante,della Signora S. non c'era più traccia.
Restavo solo io.E la mia ombra scura nella luce giallastra dei lampioni.
Sorrisi.
La Signora S. aveva un letto tutto suo oggi. Ed una casa con una finestra sul mare.

 

****************

Arrivismo.
Egoismo.
Supponenza.
Violenza.
Essere ed apparire.
Delirio di onnipotenza.
Menzogna.
Opportunismo.
Tradimento.
Vendetta.
Cattiveria.
Odio.
Storie ordinarie di gente comune.



 
 
 

QUINTO PIANO

Post n°171 pubblicato il 04 Gennaio 2010 da Odette292

La porta era sempre aperta. Era difficile non udire. Da queste parti, la lingua italiana apparteneva alle “minoranze linguistiche”, mentre il dialetto straripava imperioso dalle bocche dei residenti che sembravano declamare in ogni dove.
Sorrisi, sbucciando un'arancia succosa. La trovai incredibilmente buona oltre che di bell'aspetto: la buccia era profumatissima e di un bel colore dorato, adatta ad essere candita e poi immersa nel cioccolato fuso.
Il vino rosso era ancora sulla tavola non ancora sparecchiata. Lui ne aveva bevuto in gran quantità ed ora sonnecchiava accasciato sul divano, col respiro e le gambe scomposti.
Risi. Quando beveva era uno spettacolo. Avrebbe dovuto farlo più spesso.
Lui era uno straniero qui e parlava un italiano perfetto. Amava le parole. Io invece amavo lui che era entrato nel mio assurdo mondo in un giorno in cui non c'era nulla da fare e vi era rimasto, pur senza capirlo e senza chiedere nulla in cambio.
Piansi. Questo faceva l'amore.
Mi affrettai a lavare i piatti. Nonostante non avessi mai ceduto le mie vocali all'idioma della mia Terra, da un po' di tempo avevo un contenzioso con il congiuntivo che aveva raggiunto i vertici dell'inaccettabilità dopo circa trent'anni di sforzi dedicati a parlare la lingua degli altri.

(Ma tanto a me, non mi capiva nessuno...)

 
 
 

.

Post n°170 pubblicato il 20 Dicembre 2009 da Odette292

Le feste non sarebbero mai dovute arrivare per me. Quello che veramente mi mandava in bestia era che si ostinava a rimanere un mediocre, sebbene non lo fosse. La sua posizione era evidente in tutte le cose che faceva. Naturalmente, aveva sempre degli alibi con cui giustificava i suoi comportamenti. Ogni tanto, quando non ne potevo più di restare inerme a guardare, iniziavo a discutere della questione. E, puntualmente, finivamo per litigare violentemente. Ero sempre io che non capivo nulla. Di quello che mi accadeva intorno.
Si. Che mi prendesse pure a calci nel sedere. Chi gli mancava di rispetto non ero certamente io. Era lui il peggiore nemico di sé stesso. Il mio torto era quello di desiderare il meglio e di lottare fino in fondo. Ma forse lui non aveva voglia di andare fin laggiù. Forse gli bastava leggere qualche libro di filosofia orientale per convincersi di essere nel giusto e di essere il migliore. Forse gli bastava sedersi su quella pietra e guardare la vita passare.

 
 
 

PENSIERO STUPENDO....

Post n°169 pubblicato il 17 Dicembre 2009 da Odette292

 

(Senza parole...)

 
 
 

MERRY CHRISTMAS(???)

Post n°168 pubblicato il 15 Dicembre 2009 da Odette292

Tra la pioggia che veniva giù a secchi e la gente che entrava ed usciva dai negozi in modo quasi ossessivo, la città era pressochè invivibile. Bloccata in una fila che sembrava infinita, assistetti ad una immane quantità di diatribe tra guidatori isterici che si contendevano un misero parcheggio tirandosi insulti, gesticolando agitatamente e suonando i clacson all'impazzata. Tra coloro che mi irritavano di più, vi erano i furbi che si infilavanosuperando a destra e a manca per fermarsi proprio in mezzo al quadrivio e che alzavano la mano in segno di scusa, quasi fosse stata la conseguenza di un innocente slancio quell' accelerare all'improvviso, congestionando un traffico già insensato di suo.
“Coglione”, mormoravo tra me e me, perfettamente cosciente che nulla avrebbe potuto impedire il reiterarsi delle azioni della folla. Realizzai che, quasi sempre, la folla rendeva egoisti, fomentava persino certe manie di protagonismo che, in alcuni casi, erano davvero esasperanti, come quando qualcuno iniziava a parlare a voce decisamente alta per farsi notare. 
Abbassai la radio, anche se la musica era delle mie preferite.
Del resto, nemmeno a casa migliorava la situazione. Pensai con angoscia che mia madre, da brava commerciante, era intrattabile nel mese di Dicembre e che la serenità della nostra cena della Vigilia, da sempre, era direttamente proporzionale all'incasso realizzato. Mi ero sempre chiesta quale fosse il motivo di una tale ansia. Se fossimo stati morti di fame e senzatetto, avrei certamente compreso, ma per fortuna non eravamo in un tale stato di aberrazione. Almeno, non ancora.
Un'altra delle preoccupazioni che affligevano l'universo natalizio era il cibo e cosa indossare la notte di Capodanno. Ci si preoccupava talmente tanto che si finiva per mangiare per una settimana gli avanzi per smaltire i resti luculliani di cibi che dopo un paio di ore erano già risultati nauseabondi solo a sentirne l'odore. Quanto alla prima notte dell'anno,  dopo infinite prove, ci si ritrovava per essere tutte vestite di nero o di rosso, talvolta persino con lo stesso abito nei casi più sfortunati.
Nonostante l'abbondanza delle mie meditazioni, la fila sulla strada che portava a casa era ancora lunga. Mi venne in mente che mi sarebbe piaciuto passare le feste mangiando pasta con olio di frantoio con parmigiano grattugiato di fresco ed una notte di Capodanno senza veglione, senza folla, senza vestiti.
A letto, nuda, col mio uomo.  

 
 
 

PAGINA 1

Post n°167 pubblicato il 13 Dicembre 2009 da Odette292

15  Agosto 1997

Il piu' delle volte non ci accorgiamo degli attimi di felicità perchè nell'istante in cui li viviamo siamo troppo impegnati a fare o pensare altre cose. E la vita ti passa pensando che non ti accada mai nulla...
E in tutto questo, nella perenne, logorroica, angosciante preoccupazione di essere sempre estremamente accorta, non ti rendi conto che continui inesorabilmente a commettere tanti piccoli errori,apparentemente banali,"accidentali"...Ignorando deliberatamente che non sono altro che concretizzazioni diversificate di un solo unico, grande errore: la tua onnipresente paura di sbagliare,sentirti "errata", stare male ancora. E la conseguente, logica ma inconsapevole scelta di essere "oggetto" e non "soggetto". Ma sempre soggetta a ricordi di angosce pungenti come spilli nella carne, che ogni tanto qualcuno spinge e ti lacera proprio là, dove la pelle è piu' sottile, riaprendo ferite ormai sì, cicatrizzate, ma sempre pronte a sanguinare.
E i ricordi di trecce sciolte da corse sfrenate, di risate squillanti, di ginocchia sbucciate, di denti rotti e sculacciate...di bambole, alberi di Natale e fiocchi di neve...lontani, quasi estranei ormai...come le foto di tua nonna incappellata e tua madre bambina col vestito di Carnevale che stenti a riconoscere...i colori ingialliti, sbiaditi dalla vita che ti passa accanto e ti sfiora appena, come un debole alito di vento...e "nulla impedisce la felicità come il ricordo della felicità"...
Ma se non fossi sempre così paradossalmente distratta ed assorta nella tua paralisi interiore, forse ti accorgeresti che nulla è così fugace ed astratto da lasciarti totalmente indifferente: una foglia che cade con vibranti tremolii agonizzanti nell'aria frizzante di fine Settembre...le gocce di pioggia che ravvivano la gelida, silenziosa tristezza di un pomeriggio d'inverno, tintinnando allegramente sul vetro della finestra appannato.L'odore di terra bagnata misto al profumo delle caldarroste.Il rumore scrosciante e cadenzato delle onde spumeggianti che s'infrangono su scogli appuntiti.Il blu.Il grigio di un cielo a tratti infuocato dal rosso di un tramonto con tante nuvole come lo zucchero filato.La luce del faro nel buio della notte.Uno sguardo.Un brivido sottile sulla pelle.Una lacrima calda...poi, di nuovo,un sorriso.E capire all'improvviso che, nonostante tutto, sei ancora fragilmente, intensamente "viva".

 
 
 

A PROPOSITO DI...

Post n°166 pubblicato il 08 Dicembre 2009 da Odette292

La stanza era troppo affollata. Mancava l'aria ma nessuno usciva. Tutti sembravano conversare amabilmente. Qualcuno aveva bevuto troppo. Ciascuno dei presenti aveva la sua verità. E preferiva barricarvisi dentro fino a soffocare e perdere il senso della realtà.
In fondo, così era più facile la vita. L'importante era continuare a tenere gli occhi e le orecchie ben chiusi.

 
 
 

ASPETTANDO LA PIOGGIA

Post n°165 pubblicato il 05 Dicembre 2009 da Odette292

Ricordo che era uno di quei giorni in cui non c'era nulla da fare. Una di quelle giornate di uggia, di indolenza, di gesti lenti, quasi sempre inutili. E di parole scomposte.
Fu così che, spostando oggetti da un posto all'altro e rovistando in cassetti affollati in cerca di nulla, ritrovai quella vecchia foto di quel giorno felice. Guardai il tuo volto, poi il mio. Non sapevo decidermi su quale dei due apparisse più raggiante di gioia. In fondo, non era importante: entrambi mi erano estranei ormai.
Rimisi a posto la foto e richiusi il cassetto. Ma non abbastanza in fretta. Una lacrima calda e pesante mi aveva già rigato la guancia ed altre erano pronte a riempirmi gli occhi ricolmi di assenza. Non feci in tempo a raccoglierla. Come sempre, non avevo il fazzoletto a portata di mano. Così come non ero mai stata capace di scandire i pensieri e le parole.

 
 
 

EPIFANIE

Post n°164 pubblicato il 02 Dicembre 2009 da Odette292

Pensieri distratti scorrevano fluidi nella silenziosa serenità del tardo pomeriggio di fine inverno: c'erano cose che non avevano una spiegazione. Accadevano e basta. A volte, bastava girare la curva per ritrovarsi davanti il mare. Sorrisi a me stessa, dopo una tale manifestazione di insolito ottimismo.
Mentre sceglievo l'abito per la sera, inciampai in un pensiero solido come un macigno.
Ero irrefrenabilmente attratta dal torbido, dal complicato, da tutto quello che una donna saggia e dotata di un minimo di buon senso non avrebbe dovuto fare.
Nessun senso di colpa, anzi...straripavo di orgoglio.

No, certe cose non avevano nessuna spiegazione. Accadevano e basta. Ed io ero una trasgressiva degli schemi e non incarnavo nessun cliché di vita. A volte, mi bastava girare la curva per ritrovarmi il fondo al mare. Non bastava moderare la velocità. Andavo giù a picco, senza che me ne accorgessi.   
Scelsi il vestito nero, classico e sobrio, nella speranza che nessuno si accorgesse di tutto quello che c'era sotto.
Ecco, ora ero di nuovo io.

 
 
 

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Post n°163 pubblicato il 29 Novembre 2009 da Odette292

"Verrà il freddo tutto in una volta...”
“Si è aperta un'altra bocca sul versante nord...”
Passai fugace, senza soffermarmi su quelle frasi blaterate con autentiva saggezza tra una sigaretta e l'altra. Di contro, indugiai sullo spettacolo che mi si svelava man mano che avanzavo su per l'irta scalinata: uno scorcio di mare azzurro orlato di agrumeti che si perdeva nell'orizzonte, a tratti appena increspato dalla scia di qualche barca; Dall'altro lato, il vulcano faceva tranquillamente il suo lavoro, dando prova della perfezione della natura.
Sospirai davanti alla finestra del pianerottolo intermedio. E mi venne in mente che la gente ha proprio bisogno di complicarsi le giornate persino quando un sole radioso illumina la vita. E se non c'è nessun problema in vista, se lo inventa.
In fondo, era un bene che avessi smesso di fumare.

 
 
 

VERO/FALSO

Post n°162 pubblicato il 27 Novembre 2009 da Odette292

Giusta o sbagliata, non è che io fossi disposta a cambiare più di tanto. Per essere precisi, non avrei mosso un solo capello della mia persona.

Quindi alzai il capo e rivendicai il mio sacrosanto diritto di essere non credente, assolutamente ed incofutabilmente etero, stronza e mafidata quanto basta per sopravvivere. Al diavolo filosofie orientali, buonismi da strapazzo, pseudo teorie psico-analitiche, yoga e tecniche di rilassamento varie.

L'unico principio di vita che riconoscessi valido era il mio sesto senso. Restava da discutere se io fossi più o meno superba o presuntuosa. Ma era inutile dilungarsi in discorsi inutili. L'unico ad avere la risposta era il tempo.  Intanto, si era già fatta l'ora di andare al lavoro.

 

 

 
 
 

LE TOMBEUR DE FEMMES

Post n°161 pubblicato il 24 Novembre 2009 da Odette292

Lasciai che la pioggia mi scivolasse addosso. Mi piaceva sentire il viso bagnato e freddo. Continuavo a camminare osservando i volti della gente infreddolita. Mi domandai se anch'io avessi la stessa espressione triste che leggevo negli occhi di coloro che incrociavo.

Fu così che mi ricordai di te.
Della tua ira furibonda.
Immotivata.
Esagerata.
Fuori luogo.
Del tutto inutile.
Reiterata.

Mi ricordai che mi facesti sentire di nuovo stupida.
Che ebbi paura di te e della tua rabbia.
Delle tue parole.
Delle tue bugie.
Della tua aggressività.
Che chiusi il telefono con gli occhi pieni di lacrime ed il cuore ricolmo della tua cattiveria gratuita:il tuo regalo di Natale.

Mi ricordai che non potevi permetterti nulla di tutto questo perché  tu non eri nessuno per me.
E che io non ti dovevo nessuna comprensione perché io ero il nulla per te.
Non avevi nessun diritto,nemmeno quello di giudicarmi. Ed io, nessun dovere di obbedienza ed osservanza delle tue regole di vita.

Quella sera, guardai dentro l'immagine riflessa allo specchio mentre mi asciugavo i capelli.
Mi trovai insolitamente bella.
Sprecata.
Impiastricciai le ciglia di mascara, poi indossai un vestito ed un paio di scarpe che mi piacevano tanto.

Tu: “il passionale”.
Avrei voluto dirti che la passione è  nella testa, non tra le gambe.
Che le tue “passioni” erano mere infiltrazioni di testosterone.
Scariche ormonali senza colore.
Effetti collaterali: nessuno.
Effetti indesiderati: noia.

Ma restai in silenzio.
Caduta di stile, questione di classe.
Mi limitai ad escluderti dalla mia “misera” esistenza con quattro parole scritte.
Col biglietto di sola andata e nessuna nostalgia.
Non meritavi altro da me.

Si.Quella pioggia che mi lavava il viso mi piaceva tanto.Lasciai che l'acqua mi scivolasse addosso.
Senza di te, io stavo molto meglio.

 
 
 

TRENDY

Post n°160 pubblicato il 21 Novembre 2009 da Odette292

Quando tutto fu finito, uscìi a testa bassa. Solo qualche cenno del capo in segno di saluto a coloro che urlavano “arrivederci”, festosamente. Dire che ero nauseata sarebbe stato un eufemismo. Ero pervasa da quel senso di vuoto e freddo che la morte interiore inevitabilmente provoca. Eppure il sole splendeva come fosse stata Primavera, nonostante l'inverno fosse giusto dietro l'angolo, pronto per fare il suo ingresso trionfale.

No. Non era un reality televisivo quello a cui avevo assistito. Tanto meno una di quelle miriadi di trasmissioni che fanno tanto audience. Era l'assemblea d'isituto di una scuola superiore.

Entrai in macchina e poggiai la testa sullo sterzo. Non mi ero mai sentita così tanto fallita nel sociale, così impotente, così inutile.

Brutto mestiere il mio. Dopo vent'anni, dovevo ancora da scegliere quale strada prendere: se quella breve della resa o quella lunga e tortuosa della lotta.

Mi guardai nello specchietto retrovisore. Avevo gli occhi segnati da occhiaie scure e capelli come una che ha fatto a botte. Ero capace di tutto, ma non di indifferenza.

 

 

 
 
 

PASSAGGI

Post n°159 pubblicato il 19 Novembre 2009 da Odette292

Maledivo il giorno che ti incontrai, ogni volta che uscivo dalla tua porta. Mi mancavi ogni momento che non c'eri. Fermavo il respiro per trattenere il tuo odore fino alla volta dopo che ti incontravo. Nel tuo letto, riprendevo aria dalla tua bocca. Se avessimo continuato, uno dei due sarebbe sicuramente morto. A volte, a tarda sera passavo da casa tua, senza lasciare traccia. Continuavo a chiedermi dove tu fossi. Ma una gelosia dilaniante mi condannava alla paralisi del silenzio. Spesso mi veniva un dubbio: se fossi viva o morta. E non ricordavo più dove fosse andato a finire l'amore per me stessa.

 
 
 
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Citazioni nei Blog Amici: 72
 

ULTIMI COMMENTI

Grazie, Luce.
Inviato da: Odette292
il 08/02/2010 alle 19:22
 
Ecco, dovremo...perchè questo è un cancro nazionale.
Inviato da: Odette292
il 08/02/2010 alle 19:22
 
Vado a guardare! Grazie...
Inviato da: Odette292
il 08/02/2010 alle 19:22
 
Ciao, slippery :)
Inviato da: Odette292
il 08/02/2010 alle 19:21
 
Stupenda descrizione che mi ha accompagnata fra profumi di...
Inviato da: LuceNera0
il 08/02/2010 alle 17:24