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Un blog creato da Odette292 il 21/07/2008

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RITORNO A CASA

Post n°178 pubblicato il 04 Febbraio 2010 da Odette292

Erano stati solo dieci stupidi giorni ma mi sembrava che fossero stati mesi. Alzai la tendina per guardare. Da alcuni anni, evitavo di sedere accanto al finestrino. Ero sempre tesa dal giorno di quel decollo terribile durante il quale mi preparai ad incontrare Caronte e Lucifero in persona.
La donna che avevo affianco continuava a parlarmi con la sua cadenza lenta e le vocali aperte. Detestavo quell'accento snob che suonava come una noiosa, ripetitiva cantilena. Mi raccontava che non andava, che non girava per il verso giusto da molti anni.
Sospirai. Nemmeno per me andava. Da troppi anni. Ma non raccontai nulla quella volta. Mi strinsi  avvolta da un senso di sconfitta nel silenzio, volgendo lo sguardo dall'altro lato.
Fuori dal finestrino, un cielo sereno ed una distesa grigio-azzurra che sembrava infinita. Solo leggere increspature rigavano la superficie. La luce del tramonto inondava di rosa e violetto le rocce delle montagne che si stagliavano sul mare, quasi volessero proteggere quella terra da chissà quale insidia quando il marcio veniva proprio dalle sue stesse viscere.
Ripensai a quando ero bambina e venivo in vacanza. All'emozione che mi toglieva il respiro e mi faceva arrossire ogni volta che atterravo. All'improvviso, il volto di mio nonno si ridisegnò sulla distesa azzurra e risentìi il sapore degli agrumi delle caramelle frizzanti che mi portava ogni volta. Dall'alto, mi sembrò di scorgere la sua Fiat500 rossa che non mandava mai sopra i 20 km orari, nonostante le mie proteste che era sempre tardi.
Un nodo mi strinse forte la gola.

Profumo di Zagare e mare. Non l’ ho mai sentito in nessun altra parte del mondo. Era unico e magico, mi inebriava i pensieri. Entrai in aeroporto, stranamente stupita dalla velocità con cui scaricarono i bagagli. Forse un miracolo, visti gli usuali tempi biblici a cui eravamo tristemente abituati. La gente si accalcò intorno al nastro selvaggiamente. La mia valigia passò tre volte prima che riuscissi ad afferrarla. Fu così che decisi di spogliarmi della mia “aria del continente” e per riprendermi quella della gente di mare. Ovvero di poche parole e tremendamente assertiva.

Nonostante ristrutturato, l'aeroporto lasciava notevolmente a desiderare. Mi chiesi come mai le strutture pubbliche di questa terra fossero così anti-estetiche e restassero sempre “incompiute”. Ma la risposta ce l'avevo già, era solo una domanda retorica la mia che continuavo a pormi, nella speranza che mi arrivasse un po' di rassegnazione. L'unico elemento degno di nota e di lode era il bancone del bar, stracolmo di dolci di ricotta ed arancini che mettevi peso solo a guardarli.
Decisi di trasgredire e mi riempii la bocca di fritti e dolcezza. Poco più in là, mia madre e mio padre mi guardavano strabiliati: io non mangiavo mai fuori orario.

Mi offrìì come autista, avevo voglia di guidare. Mia madre sedette al mio fianco e, come al solito, iniziò a parlare. In fondo, mi voleva bene. Ma solo “in fondo”...
Mio padre mi informò che erano arrivati dei conti da pagare. Anche questa, non era una novità.
C'era traffico, nonostante fosse Domenica. Mi vennero in mente le parole che la nonna disse a Marianna Ucrìa:"Lo sai che cos’è l’ inferno? E’ una Palermo senza pasticcerie"…
Mi sovvennero le immagini orribili di questa città meravigliosa dilaniata dagli spari, dalle esplosioni, dal fuoco.
Notti squarciate dalle sirene.
Strade assediate che non sapevi se guidare o se tremare perchè stavi per morire ammazzato da una scarica di mitragliatrice.  
Fu così che arrivai al monumento in memoria di Giovanni Falcone. Sotto le ruote, il viadotto era di nuovo al suo posto.  Come se nulla fosse mai accaduto.
Ripensai al sorriso amaro di Paolo Borsellino che attendeva con gli occhi velati di tristezza e rassegnazione la sua ora, come un condannato a morte che aspettava l'esecuzione. All'improvviso, rividii centinaia di fiori sull'asfalto, intrisi del sangue dei martiri della mia Terra. Brividi  di sdegno scossero il mio corpo.
Ormai, eravamo di nuovo in ginocchio. Piegati, spezzati, senza più sogni, né speranze per un futuro migliore. Violati, violentati e muti.

Tra una frase e l'altra, mia madre m'informò che mio fratello era stato licenziato insieme a tutti coloro che erano stati assunti con lui. Non si erano messi d'accordo ed avevano trovato il modo di far decadere i termini delle assunzioni. Questioni di “cordate”, dicevano...
Li avrebbero ripresi?
Non si sapeva. E non potevamo far nulla se non attendere inermi e continuare ad andare a votare.
Ci restavano il mare, il tramonto, gli arancini, la cassata, i cannoli, S. Rosalia, S.Agata, i Santapaola, i “collaboratori di giustizia” che si pentono.
Dio, quanto si pentono.

Venti anni fa, a quel punto dell'autostrada, mi sarei accesa una sigaretta.
E forse era il caso di riprendere.
Era stato tutto inutile.







                                             “Bisogna che tutto cambi se vogliamo che tutto resti com'è”...

 
 
 
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