Creato da cinereporter il 07/04/2008

Mondi di celluloide

Un piccolo blog per il grande schermo

 

 

REVOLUTIONARY ROAD

Post n°30 pubblicato il 01 Febbraio 2009 da cinereporter

-Titolo: Revolutionary road 

-Anno: Usa 2008

-Genere: Drammatico

-Durata:  119 minuti

-Rating: * *

-Migliore frase: "La nostra intera esistenza è basata sulla premessa che noi siamo speciali e superiori a tutto il resto: ma non lo siamo, siamo tali e quali a tutti!"

-Sito internet: Usa:http://www.revolutionaryroadmovie.com/


Diretto dal regista di American beauty, Revolutionary road è la versione per il grande schermo del romanzo di Richard Yates del 1961 edito in Italia da Minimum Fax. Sono "scene da un matrimonio", quelle che ci mostra Sam Mendes. Scene di ordinaria angoscia di una coppia al capolinea. Il film è ambientato in Connecticut, metà degli anni '50. April e Frank Wheeler sono trentenni e hanno due pupi. Lei voleva fare l'attrice e invece è finita a far la casalinga. Lui è diventato identico al padre a cui sperava di non assomigliare mai. Entrambi hanno messo da parte i propri sogni per vivere una vita borghese. Il loro matrimonio è una prigione di routine, ricettacolo delle proprie ambizioni frustrate. Di Caprio e Winslet danno entrambi ottima prova di sè in questa reunion cinematografica. Ma la Winslet domina senz'altro la scena, non a caso la critica ha pensato di rendergliene omaggio con un Golden Globe e la candidatura all'Oscar (che si merita tutta, è eccelsa).

Il suo personaggio, April, è una donna che soffre. A farla patire è il suo sogno irrealizzato nel mondo dello spettacolo. Ma non solo. Il "quieto vivere" che tanti sognano è per lei una schiavitù. E' imprigionata nella normalità da cui tenta di fuggire. Si sente mediocre, è inghiottita nel baratro della propria inadeguatezza, un pozzo senza fondo di depressione che la trascina sempre più giù. Per cercare di ridurre la distanza tra ciò che è e ciò che sogna di essere progetta di andare a Parigi. 

Questo film di Mendes resterà noto per aver mostrato meglio di molti altri il lato oscuro del matrimonio. Gli aspetti più avvilenti dello stare insieme. Ci vuole coraggio per spiattellare apertamente quanto un anello al dito possa rivelarsi una amara condanna all'infelicità. Uno spettacolo da sconsigliare certamente agli allergici al grande passo (per evidenti motivi). Notevole Michael Shannon nella parte di John Givins, il figlio psicopatico della vicina di casa Kathy Bates. Una sorta di grillo parlante di Pinocchio, l'unico in grado di dire l'indicibile. Pensieri condivisi da tutti ma che l'educazione impone di tenere nascosti sotto uno spesso strato di ipocrisia. Per il resto, nient'altro da dire. Tutto il primo tempo scorre lento e monotono, sembra non progredire mai. Solo nella seconda parte della pellicola la storia ha uno sviluppo, anche prevedibile. Il grande merito di Sam Mendes, tuttavia è di riuscire a mettere a nudo i meandri più nascosti dell'animo umano, le sue miserie, le fragilità. Unico buon motivo assieme con l'interpretazione del duo di Titanic per andar a vedere questo film tristissimo.

 
 
 

TOH, GUARDA CHI SI RIVEDE!

Post n°29 pubblicato il 31 Gennaio 2009 da cinereporter

Un saluto a tutti gli amici di Libero, e a tutti i visitatori di Mondi di celluloide.

Qualcuno si chiederà che fine ho fatto. Vi spiego: i miei impegni in questo periodo mi stanno travolgendo. Letteralmente quasi faccio fatica a trovare il tempo per mangiare e dormire!

Ma questo blog per me è un piacere, perciò continuerò ad esserci. Anche se "part time" e non a tempo pieno come facevo prima sono ancora dei vostri. Ancora qui su Libero a commentare le ultime cine-novità, a stroncare i sold out al botteghino, e a diffondere il verbo di noi cinebloggers!

Lo faccio perché il cinema che è una delle mie passioni, certo, ma anche per chi viene a trovarmi e mi legge. Magari non siete moltissimi, ma io sono fiera che ci siate e torno sempre qui apposta per voi. A proposito: un abbraccio affettuoso a tutti!

Ps: colgo l'occasione per ribadire quanto piacere mi ha fatto il Premio Brillante weblog che ho ricevuto da Cristina (alias Ferrarazzo) non me l'aspettavo proprio e mi rende felice...

Vostra, Cinereporter

 
 
 

YES MAN

Post n°28 pubblicato il 11 Gennaio 2009 da cinereporter
 


-Titolo: Yes man
-Anno: Usa 2008
-Genere: Commedia
-Durata: 98 minuti
-Rating: * *
-Migliore frase"Credevo che se avessi detto di si
e mi fossi impegnato avrebbero capito tutti che non valevo niente, non credevo di avere qualcosa da dare."
-Sito internet

Carl Allen è un impiegato di banca depresso per la fine della storia con la sua ex. Non riesce a rielaborare l'abbandono, così si chiude in casa respingendo tutti gli inviti e le proposte che gli arrivano dall'esterno fino ad azzerare del tutto la sua vita sociale. Un bel giorno capisce di dover reagire, e spinto dal buon proposito di scrollarsi di dosso le abitudini da "larva umana"  e ricominciare a vivere attivamente partecipa ad un seminario. Qui incontra un imbonitore carismatico e un po' cialtrone che gli suggerirà una nuova, rivoluzionaria filosofia di vita: dire sempre di sì a tutto. Carl è determinato a dare una svolta alla sua esistenza e prende alla lettera il consiglio con tutte le conseguenze del caso, buone opportunità e rovesci della fortuna. Si renderà presto conto che aprirsi alle opportunità della vita non vuol dire accettare ciecamente gli eventi annullando del tutto le proprie capacità di valutazione critica della realtà. 
Una commedia che punta tutto sull'eccelso Jim Carrey,versatile e istrionico come ha sempre dimostrato di essere, ma che non convince lo stesso.
La performance dell'attore canadese è come sempre all'altezza della situazione ed è motivo di richiamo per un film che altrimenti avrebbe poco o scarso appeal. E' Jim Carrey che da solo vale tutto il prezzo del biglietto, nonostante anche il resto del cast meriti un plauso (tra cui Zooey Deschanel), però lui, al pari dei più grandi interpreti è capace di focalizzare tutte le energie su di sé, facendo di molti dei suoi film una sorta di one-man show. Anche l'idea alla base del soggetto è piuttosto originale. Tuttavia ciò che penalizza la pellicola è la sua messa in scena, puerile e priva di sfumature. La mancanza di creatività mortifica una commedia che viceversa sarebbe risultata assai più godibile. Da vedere se programmato sulla pay tv, per chi ce l'ha.

 
 
 

LA DUCHESSA

Post n°27 pubblicato il 04 Gennaio 2009 da cinereporter
 


-Titolo: La duchessa (The duchess)
-Anno: Gran Bretagna 2008
-Genere: Biopic
-Durata: 110  minuti
-Rating: * *
-Migliore frase: /
-Sito internet:

La vita di Georgiana Spencer, duchessa britannica settecentesca molto amata dal popolo nonchè prozia di Lady D raccontata in un biopic un po' noioso da Saul Dibb. La pellicola è tratta dall'omonima biografia scritta da Amanda Foreman. Il ruolo della protagonista, sposa a 17 anni del duca del Devonshire che la renderà madre di quattro figli e moglie infelice, è affidato a Keira Knightley, il cui destino sembra essere ormai quello di girare sempre film in costume (vedi Orgoglio e Pregiudizio e Espiazione). Tuttavia ne "La duchessa" l'atmosfera è tuttaltra rispetto al capolavoro di Jane Austen. Qui si racconta l'altra faccia della medaglia. Laddove Elisabeth Bennet era una fanciulla schietta e sincera alle prese con un matrimonio romantico, per Georgiana le ragioni del cuore soccombono di fronte alle imposizioni sociali. Vittima dei continui tradimenti del marito, anche con la sua migliore 
amica disposta a fornire i suoi favori al duca in cambio di un'amicizia influente, Gi (com'è chiamata nel film) è costretta a sopportare mille angherie. Schiava degli obblighi matrimoniali, la duchessa subisce continue umiliazioni imposte dal marito gretto e prepotente. Alla fine arriva a tollerare persino un menàge a trois con Bess ormai insediatasi nella residenza ducale come amante del nobiluomo e respinge il suo unico amore, un politico dello stesso schieramento del marito, per anteporre "la comune decenza dinanzi alla personale gratificazione" come leinsegna la madre. Al di là delle interpretazioni degli attori, tutte civilmente accettabili (grande Ralph Fiennes), e degli strepitosi costumi settecenteschi indossati dalla Knightey per il resto la sceneggiatura è piuttosto prevedibile e priva di colpi di scena. La pellicola resta tuttavia un'opera interessante, utile a comprendere la condizione della donna nella società fortemente maschilista dell'epoca, in cui la giovane duchessa combatte la propria personale lotta contro i pregiudizi e i privilegi maschili come un Don Chisciotte contro i mulini a vento, fallendo miseramente. Sotto i riflettori ci sono i retroscena e i malcostumi della nobiltà inglese del Settecento. Storie di ipocrisia, salotti buoni, pettegolezzi e corna, figli illegittimi e promiscuità indecenti. Una storia che presenta molte similitudini con una vicenda altrettanto triste e molto più recente con protagonisti Diana, Carlo, Camilla, la bulimia e il Protocollo, nella stessa Inghilterra ma a "soli" 200 anni di distanza. Un'idea carina per una serata dvd. 

 
 
 

IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

Post n°26 pubblicato il 28 Dicembre 2008 da cinereporter


-Titolo: Il bambino con il pigiama a righe
(The boy in the striped pajamas) 
-Anno: Gran Bretagna, Usa 2008
-Genere: drammatico
-Durata: 100 minuti
-Rating: * * * *
-Migliore frase"Potrai venire in vacanza con me
a Berlino se ti va, quando tutti andranno di nuovo d'accordo".
-Sito internet: 
  
Di certo la scelta della della Disney di distribuire questo film nel periodo di Natale va contro tutte le più ovvie regole di marketing (concordo con te Alex). Far competere un lungometraggio che parla di Shoah e di genocidio con i cinepanettoni a base di culo-tette e parolacce è decisione discutibile se l'obiettivo sono gli incassi e una certa fortuna al botteghino. Se invece si pensa ad un film come ad contenitore di valori e di idee, e al cinema come un mass media capace di scuotere le coscienze proprio nel periodo natalizio in cui sono più fertili, allora è decisione quantomai azzeccata. Tratto dal romanzo di John Boyle edito nel 2006, il film è ambientato nella Germania del II conflitto mondiale. Bruno, 8 anni, è figlio di un gerarca nazista e vive a Berlino. La situazione cambia quando il padre si trasferisce, famiglia al seguito, presso il comando di un campo di concentramento. E' qui che il protagonista (interpretato strepitosamente da Asa Butterfield) spinto dalla sua grande curiosità e dalla voglia di esplorare, si spinge fino al confine con il campo, laddove fa amicizia con Shmuel (Samuel in polacco), uno dei piccoli detenuti ebrei, che vive al di là del recinto.
Sembra un gioco di parole, ma il filo spinato che li separa è proprio il filo conduttore dell'intera vicenda narrata. E' il filo spinato che divide il bene dal male, che segna il confine tra carnefici e vittime, tra il terrore e chi lo attua con l'errata, cieca convinzione di star agendo per il bene della madrepatria. Bruno è un bambino ingenuo ma dall'intelligenza vivace. La sua intelligenza lo rende incapace di comprendere le oscure ragioni per le quali i "grandi" pensano che gli ebrei siano cattivi e parassiti, che siano il nemico. Per questo motivo non intravedendo nulla di tanto pericoloso, trova giusto e naturale fare amicizia con Shmuel. I due bambini sono identici, creature pure capaci di provare sentimenti autentici e incontaminati. Sono simbolo di candore come l' amicizia fraterna che li lega. Innocenza che gli adulti hanno perso, irretiti dalle idee che il regime totalitario gli impone. I grandi si credono forti ma sono indifesi. Lo sono nei confronti del Fuhrer per loro incapacità di pensare autonomamente, virtù che al piccolo Bruno, testardo e indisciplinato, di certo non manca. 
Ottime le interpretazioni oltre che di Asa Butterfield, il piccolo protagonista dagli occhioni dal colore del cielo, anche di Vera Farmiga, la madre. Un po' monocorde invece Rupert Friend, nel ruolo del militare nazista. Un film commovente, girato con grande semplicità e leggerezza, ma che porta con se un messaggio pesante come un macigno, opprimente come un pugno nello stomaco, che turba lo spettatore come solo i lungometraggi che parlano di Olocausto sanno fare. Un forte invito alla riflessione, e perché no, anche ai precetti cristiani della solidarietà e del perdono nel periodo della nascita di Gesù. 
Da non perdere.

 
 
 
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