Creato da: lontano.lontano il 22/01/2008
la poesia, la musica ed il loro contrario.

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C'era una volta il west




 

 
 

 

Eravamo nel 1968 ed io
dodicenne mi guardavo intorno
per capire cosa stessi cercando,
cosa volessi ma soprattutto,
chi fossi.
Un adolescente che vedeva
intorno a sè un mondo
cambiare, forse in maniera
troppo rapida per capire, forse
in maniera troppo lenta per i
sogni che si hanno in mente a
quell'età.
Un mondo nuovo arrivato
addosso, che portava
con sè nuove parole, nuove
mode, nuova musica.
Ascoltavo come tutti in quegli
anni la prima radio "libera",
quella Radio Montecarlo che
si faceva preferire ai canali
Rai a cui per forza di cose
eravamo legati.
Ricordo tutte le canzonette
dell'epoca e non mi vergogno
nel dire che molte non mi
dispiacciono neppure ora.
Arrivavano i primi complessi
stranieri di una certa
importanza e i compagni
di scuola si buttavano a
comprare i loro dischi.
Io continuavo ad ascoltare
tutto ciò ma li ascoltavo solo,
non li sentivo, non mi
riconoscevo, nulla era ciò
che stavo cercando, ero solo
sballottato da sonorità che
non mi prendevano e poco
mi appassionavano.
Un giorno mi capita di
ascoltare questo tema, per
caso arrivato fino a me, una
musica che mi ha attirato a sè
o per meglio dire mi ha
attirato a me, una musica che
è stata lo specchio della mia
anima, una musica che è
diventata mia proprio come
io diventavo suo.
Non sapevo da dove venisse,
non immaginavo neppure fosse
una colonna sonora, non
sapevo dove andarla a ritrovare.
L'ho cercata, l'ho scovata ed è
con me da quarant'anni, non
potrei fare a meno di lei perchè
perderei la parte migliore di me,
sarebbe come specchiarsi e non
vedersi, sarebbe come mangiare
e non nutrirsi, sarebbe come
vivere senza pensare.
Io per mia natura non sono
geloso, perchè penso che la
gelosia, in fondo, non sia che
la nostra insicurezza che ci
fà credere di non esser
all'altezza di sostenere una
comparazione con qualcuno
che, diamo già per scontato,
esser meglio di noi.
Lo sono però verso questa
musica che sento mia e solo
mia e non mi fà molto piacere
se altri mi dicono di
riconoscersi in lei, sarebbe come
vedere all'improvviso spuntare
un nostro replicante mentre fino
ad oggi credevamo di essere unici.
La capisco e lei mi capisce, mi
prende per mano e mi porta in
posti tranquilli, mi asciuga
gli occhi dalle lacrime
dopo averli bagnati,
così senza neppure un perchè,
mi stringe forte la gola
togliendomi quasi il respiro,
facendomi male ma
riportandomi in vita.
Chi mi vede quando sto con lei
mi dice che cambio espressione,
che mi perdo in un mondo
lontano, che trattengo,
senza riuscirci, un'emozione che
raramente mi capita di avere.
E' vero, e non chiedetemi perchè,
non saprei rispondere,
non si motivano le sensazioni,
non si riescono a spiegare
i tumulti del cuore,
non si sà nulla degli
sconvolgimenti dell'anima,
non si razionalizza l'amore.
Una dolcezza infinita che
mi prende la mente e
se la porta con sè e non sono
più io, proprio quando sono
più io che mai,
mentre io divento lei e
lei diventa me, uniti in un sogno
che finirà solo quando
non avrò più la forza per sognare.

 

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La catena.

Post n°211 pubblicato il 19 Febbraio 2012 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Mi trovo spesso a parlare della vita, e mi chiedo il perché, in fondo, che c’è da dire di un qualcosa che ci scorre

addosso in maniera quasi automatica ed involontaria?

Anche il cuore è un muscolo involontario, che parliamo a fare del cuore?
La sua struttura può interessare un amante della cardiologia o, al limite, possiamo farlo quando il discorso è strettamente collegato ad un fatto specifico, altrimenti che ne parliamo a fare?

Possiamo parlare di cose di cuore, dei tumulti del cuore ma, come potete notare, son discorsi che prescindono l’organo meccanico, così è per la vita, possiamo trattare dei fatti che accadono nella vita, delle situazioni che essa determinano, ma della vita in senso filosofico, forse, diventa pure inutile parlarne.

Invece a me piace perché trovo molto più da dire quando c’è poco da dire che quando c’è troppo da dire e parlare della vita di tutti i giorni diventa banale mentre diventa interessante parlare di una vita che potrebbe essere tutta un’altra vita.

Essì perché, la vita che stiamo vivendo, avrebbe potuto essere una vita completamente diversa se soltanto avessimo cambiata anche una sola scelta fatta in  un dato momento.

Immaginate che la vita sia una catena fatta di anelli di misura diversa.

Gli anelli più grandi sono i momenti delle scelte importanti che potremmo chiamare “Scelte base”, quelli più piccoli sono i periodi di tempo comuni, quelli vissuti in maniera, diciamo, normale o automatica.

Devo precisare che il mio ragionamento è valido per le persone che hanno raggiunta un’esperienza di vita importante o un periodo di vissuto che abbia imposta almeno una Scelta base, altrimenti è inutile proseguire.

Ebbene, io sostengo che, cambiando un anello “Scelta base” della nostra catena, cambierebbe tutta la catena da quel momento in poi.

Per essere ancora più chiaro, chiamerò:
A il periodo di catena prima della Scelta Base.

B l’anello Scelta Base

C il periodo dopo l’anello B

Ne deriva che la nostra esistenza vista oggi sia la catena AC ovvero una sequenza che riteniamo logica e naturale, lo svolgimento della nostra vita.

Proviamo invece ad immaginare di sostituire l’anello B con l’anello X ovvero una scelta totalmente diversa da quella fatta realmente.

Non è difficile osservare che la catena A rimane inalterata ma cambia la parte da B a C che diventerebbe XY.

Quindi la catena originata sarebbe AY

E’ ovvio che questo giochetto si possa fare a solo a posteriori, solo ora possiamo analizzare la nostra vita, solo dopo che si sia compiuto possiamo dare un giudizio sul nostro destino.

Ma dopo tante formulette che non facilitano la lettura proviamo a fare un ragionamento molto più pratico ed un esempio che meglio ancora chiarirà il mio pensiero.

Io nel periodo del militare ho girato un po’ in Campania poi son stato destinato a Torino, qui lavoravo presso il comando militare in qualità di telescriventista, mi piaceva e quel tipo di vita non era per nulla malvagia.

Un tenente del distretto di Genova, anch’esso della Regione Nord Ovest, un giorno salì a Torino per cercare personale per destinare li, non so come venni fuori io.

Mi parlò ed io accettai con entusiasmo, a Torino stavo bene ma, Genova è a 30 min. di treno da casa, ero a casa, sarei stato ogni giorno a casa.

Il giorno dopo salutai i commilitoni del Centro perché in pomeriggio sarei partito assieme a lui, avevo quasi gli zaini pronti quando, non ho mai capito bene il perché, il Tenente, scusandosi con me mi annunciava che sarei dovuto rimanere.

Per mia natura prendo le avversità con rassegnazione ma l’amarezza figlia dell’illusione è sempre grande, lo fu per me e per i miei genitori che si erano già illusi molto più di me.

L’anello rimase quello B e non diventò X neppure quando, poche settimane prima del congedo, i superiori in grado mi chiesero se pensassi di prolungare la ferma militare.

Ecco, quella fu una delle decisioni che avrebbero cambiata la mia vita, oggi chissà dove sarei e che farei se avessi messo il mio autografo sui fogli matricolari.

Posso sbizzarrirmi su ogni ipotesi plausibile, su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato e, forse, questo attiene molto all’immaginazione, la cosa certa ed ineluttabile è che di certo non vivrei la situazione che vivo, non sarebbe neppure da scartare il fatto che forse potrei anche non essere più in vita.
Certo, cambiando una scelta cambia il resto dell’esistenza, provate ad osservare la vostra fin qui vissuta, provate a sostituire un “si” con un “no” oppure a concretizzare un “se” e vi renderete conto che, forse, non sareste neppure qui a leggermi, ammesso che io oggi potessi esser qui a scrivervi.

 
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Il treno di Laura.

Post n°212 pubblicato il 29 Febbraio 2012 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Ricevo e pubblico da Laura questi suoi pensieri.

Ciao parli spesso della morte nei tuoi racconti.
il treno che tu indichi sarà il treno della vita?
La vita è come un viaggio in treno: Spesso si sale e si scende, ci sono incidenti, a qualche fermata ci sono delle sorprese piacevoli e a qualcun'altra profonda tristezza.
Quando nasciamo e saliamo sul treno, incontriamo persone, in cui crediamo, che ci accompagneranno durante buona parte del nostro viaggio: i nostri genitori.
Capita spesso che loro scendano in una stazione prima di noi lasciandoci un grande vuoto in termini di amore e affetto, senza più la loro amicizia e compagnia.
Ma altre persone salgono sul treno; e qualcuna sarà per noi molto importante, sono i nostri fratelli e sorelle, i nostri amici e tutte le persone meravigliose che amiamo, e qualcuna di queste persone che sale, considera il viaggio come una breve passeggiata.
Altri trovano, invece, una grande tristezza nel loro viaggio.
E poi ci sono altri ancora, sul treno, sempre presenti e sempre pronti ad aiutare coloro che ne hanno bisogno, qualcuno lascia, quando scende, una nostalgia perenne...
Ci sorprende che qualcuno dei passeggeri, a cui vogliamo più bene, si segga in un altro vagone e che in questo frangente ci faccia fare il viaggio da soli.
Allora facciamo in modo di trovarlo spingendoci alla sua ricerca negli altri vagoni del treno.
Purtroppo, qualche volta, non possiamo accomodarci al suo fianco, perché il posto vicino è già occupato.
Così è il viaggio: pieno di sfide, sogni, fantasie, speranze e addii...
Cerchiamo di compiere il ns. viaggio nel miglior modo possibile.
Il grande mistero del viaggio è che non sappiamo quando scenderemo definitivamente, e tantomeno quando i nostri compagni di viaggio lo faranno; neanche colei (o colui) che sta seduta (o) proprio vicino a noi.
Mettiamocela tutta per lasciare, quando scendiamo, un posto vuoto, che trasmetta nostalgia e bei ricordi in coloro che proseguono il loro viaggio.
A tutti coloro, che fanno parte del "mio treno" auguro... BUON VIAGGIO!

Laura ha ragione, mi capita spesso di parlare della morte ed è obbligatorio, a parer mio, se si deve parlare della vita.
Non può esistere l’una senza l’altra, non esiste una cosa senza il suo opposto, non importa trovare il termine esatto per indicarlo, non serve studiarci, basta aggiungere un “non” davanti.
La vita, o meglio, le domande sulla vita, mi affascinano perché mi rendo conto che è da li che si deve partire per riuscire a viverla in maniera degna.
Laura usa la metafora del treno per spiegarla; la vita è un viaggio su un treno affollato che vola verso una destinazione precisa con fermate e ripartenze che porteranno ad altre fermate con le conseguenti ripartenze.
Con persone che salgono di continuo e altre che scendono per non risalire, fino a che pure noi scenderemo in una stazione sconosciuta.
Ed è così, ma non può esser solo così, non ci si può sedere annoiati al proprio posto, magari addormentandoci cullati dal dondolio del vagone, ingannando non il tempo, ma, ingannando noi stessi e la nostra essenza.
Ma ci sarà pure una spiegazione al fatto che ci troviamo qui; ma è possibile che sta benedetta vita sia solo l’anticamera della morte?
Ecco, una cosa indiscutibile l’abbiamo capita; venendo al mondo abbiamo la certezza della morte, ma neppure questo dato certo ci fa riflettere su tutto ciò che sta tra questi due punti cardine.
Domandandoci perché viviamo o per meglio dire “non” viviamo forse ci avviciniamo, con delle risposte confuse,
ad un tentativo di senso che la nostra esistenza dovrebbe avere.
Ma viviamo per chi?              Per i genitori? E chi è orfano?
Per i figli? E chi non ne ha?
Per un amore? E chi non lo trova?      Ma poi è eticamente corretto venire al mondo per qualcuno?
Ed è moralmente giusto e razionalmente sensato vivere per qualcosa?
Cosa poi?       Per il benessere economico, la fama, il potere, il successo, e tutti coloro che a queste cose non arrivano non dovrebbero vivere?
Si riflette sempre poco e si prendono delle frasi fatte, quasi sempre banali e, nella migliore delle ipotesi incomplete, per verità assolute: Dare la vita ad un figlio è letteralmente corretto ma poi traslarlo verso un “dare la propria vita per un figlio/a o per i figli” è scorretto in tutti i sensi.
Si dona una vita, una nuova vita non si dona la propria, è questo il passaggio cruciale, che valore avrebbe dare una vita in cambio di un’altra?
Immaginate se tutti, generazione dopo generazione, facessero così; nessuno mai vivrebbe una propria vita ma, una vita all’ombra di qualcun altro, i nostri genitori per noi e noi per i nostri figli che a loro volta lo faranno per i loro e via così per l’eternità.
No, noi viviamo per noi stessi, è un’occasione, forse l’unica occasione, e viene data ad ognuno di noi che siamo qui come è stata data a tutti quelli che ci hanno preceduti, un’occasione data singolarmente, soggettivamente.
Vivere per noi stessi è comprendere il valore della vita, è capire che l’unica cosa che conta è proprio questo, approfittare di questo spazio temporale che ci viene concesso, si dalla fortuna ma, ma che molto dipende dalla nostra capacità di costruircela.
Non possiamo demandare ad altri il suo svolgimento, non possiamo incolpare gli altri per non saperla vivere, è anche troppo comodo farlo ma è soprattutto è cosa che non porta a niente.
“Non vivo bene per un amore sbagliato”, “Non vivo perché il mio lavoro mi crea un malessere psicologico”, capisco che siano problemi reali e concreti ma, noi non siamo nati né per quell’amore né tantomeno, per quel lavoro.
Ma non siamo abituati a pensare così, per cui subiamo, risolviamo i problemi economici facendo sacrifici, ci arrabattiamo in mille modi per tirare avanti ma tutto ciò non è altro che quell’assopimento sul treno in attesa della nostra fermata.
Ma a cosa serve dirlo?      Possiamo fare altrimenti?
Esiste un’alternativa?
Forse potrebbe esser utile anche solo dirlo, potrebbe aiutarci sapere che questo non è il nostro destino e ciò potrebbe darci  il coraggio di cambiare la sorte se solo prendessimo atto dell’inganno della stessa.
Siamo immersi nella paura e ci accontentiamo di tutto, abbiamo il terrore di perdere ciò che abbiamo, ma in realtà, cosa abbiamo?
Una situazione familiare che sta in piedi per comodità, un lavoro che odiamo ma ci dà da mangiare e da pagare le tasse, del tempo libero per recuperare le energie per lavorare il giorno seguente, la possibilità di curarci quando non ne possiamo più e poi?
E’ tutto qui quello che abbiamo?
E' diverso il martedi dal venerdi?   E quanti martedi e venerdi e tutti gli altri giorni abbiamo sprecati nella quotidianità del niente?
Penso spesso a mio padre che se n’è andato ormai da cinque anni, devo ringraziarlo per avermi dato molto, per avermi permesso di vivere una situazione che definirei tranquilla ma mi amareggia il pensiero della sua vita.
Che vita ha vissuto per darmi una vita migliore della sua?
Quanti momenti ha dedicato a se stesso? e oltre ai sacrifici che cosa gli è rimasto?
Una vita di lavoro, ha lavorato per gli altri, anche per me, ma per lui che cosa ha fatto?
Se voglio illudermi, se voglio crearmi un alibi, se voglio credere al lieto fine della favola, posso anche pensare che in fondo fosse felice così ma, quanta crudeltà si nasconde nelle favole prima che arrivi il lieto fine.
E come lui, quante altre persone, anche noi stessi, hanno capovolto e stiamo capovolgendo le priorità, senza neppure farci caso, dando per scontato che sia normale.
Tutto viene prima della vita, provate a concentrarvi un attimo, oggi, avete pensato di più alla rata condominiale o alla bolletta del gas o ad una delle tante rotture di balle o al fatto di esser vivi in questa giornata che profuma già di primavera?
Non rispondete a me perché non ho dubbi ma, rispondete a voi stessi e a quella parte che si nasconde in voi così bene che non siete ancora riusciti a trovare.
Come dice Laura, parlo della morte, ci penso un attimo ogni giorno per non dimenticare che per ora ho la vita, la mia vita, che bella o brutta che sia è solo mia, infatti io non ne posso fare a meno, mentre tutti gli altri, anche chi mi vuole più bene, certamente si.

 
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C'era una volta.

Post n°213 pubblicato il 02 Aprile 2012 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

C’era una volta una comunità di persone che muoveva i primi passi verso uno stare insieme in maniera nuova.

Il racconto narra di un’epoca che non val la pena datare, un’epoca bella di rurale magia.

Le persone vivevano in casupole di legno, coltivavano il proprio pezzetto di terra e allevavano i loro animali,

la loro vita era semplice e si svolgeva coi ritmi stessi della natura.

C’era chi aveva qualche ettaro di terra in più e quindi coltivava qualcosa di più, c’era chi aveva la possibilità di avere qualche animale da cortile in più per cui aveva carne bianca e uova in abbondanza, c’era chi aveva costruito un mulino per trasformare il grano in farina e così via.

Avvenivano così degli scambi mercantili tra i componenti di quel piccolo mondo che, a piccoli passi, si avvicinava alla modernità.

Delle patate per delle uova, della carne per della farina, ciò che si possedeva per qualcosa che mancava, questo era il baratto, metodo semplice, intuitivo, democratico ma, via via sempre più scomodo.

Non era semplice, infatti, trasportare la propria merce eccedente per barattarla con quella mancante per motivi di ingombro fisico e di conservazione nel tempo.

A qualcuno allora, venne in mente di scrivere su carta un impegno morale che obbligava ad un impegno materiale.

Colui il quale, ad esempio, aveva fatto macinare il grano per cui disponeva di molta farina, poteva recarsi da chi produceva delle uova, ritirarne una parte e ricevere da questi un impegno scritto che gli garantiva il ritiro della parte rimanente in un secondo tempo.

Con questa promessa scritta però, il creditore del produttore di uova, poteva recarsi dal produttore di frutta e ottenerne una quantità in cambio del diritto che deteneva.

In questa maniera i diritti scritti si scambiavano ma, non era sempre possibile che il venditore necessitasse del bene girato in pagamento per cui, anche questo intelligente metodo di scambio, mostrava le proprie lacune.

Fu così che commerciando e scambiandosi le esperienze e le idee, venne in mente a qualcuno di attribuire un valore stabilito per ogni merce.

Così un sacco di farina poteva valere 10 come cento uova o una gallina o un otre di vino o d’olio o un sacco di patate, per cui, da quel momento gli impegni scritti dei debitori non riportavano più la specie del debito ma il suo valore, oltre il nome del debitore.

In questa maniera, chi riceveva una carta col valore 10, poteva trattenerla fino al momento in cui si sarebbe recato dal debitore per esigerne il prodotto, oppure, girarla ad un altro venditore in cambio di una merce equivalente, così fino a che il giro si fosse concluso con la riscossione del debito primario.

Nacque così quella cosa che noi chiamiamo denaro, una cosa virtuale perché non valeva nulla, serviva solo ad indicare un debitore ed un creditore.

Ma anche questo meccanismo non era perfetto, infatti il denaro appena inventato era personalizzato e circolava nelle forme più disparate, c’era il foglio che indicava un valore unico, quello si ma, era il foglio che indicava il nome del coltivatore di patate o del produttore di vino o di formaggio o di uova.

E poi, è logico che questo denaro fosse emesso da chi produceva un bene materiale subito disponibile perché il proprio creditore poteva, in qualsiasi momento esigerlo.

Si pensò allora di ovviare a questi inconvenienti, incaricando delle persone della comunità di rilasciare il denaro in cambio di un impegno scritto a fornire un prodotto o una prestazione.

Le carte in circolazione, da quel momento indicavano oltre il valore delle stesse anche tutte la stessa dicitura:

“Denaro dei cittadini della comunità”.

Nacque così la banca, che altro non era che un locale in cui delle persone, sotto il controllo della comunità, emettevano dei fogli di carta in cambio delle garanzie di cui sopra.

Fu l’inizio di scambi disomogenei, chi cedeva tutto o in parte il proprio terreno, ad esempio, chi risparmiava vendendo un prodotto di basso valore per acquistarne un altro di valore più alto in futuro, chi barattava il proprio lavoro per quella carta che gli consentiva di soddisfare i propri bisogni.

Questa nuova categoria dette origine ai salariati, lavoratori che svolgevano un lavoro alle dipendenze di altri, in cambio di quella nuova formula di pagamento, tanto diversa dal compenso originario da cui la classe stessa prese il nome, il sale.

Intanto il tempo trascorreva e quella piccola comunità di persone cresceva, le povere case si moltiplicavano dando origine ad un grande borgo abitato.

La vita si svolgeva tranquilla, nessuno soffriva la fame e le attività così diversificate davano la possibilità di reperire prodotti e merci diverse.

Quando una società non vive nella povertà e nel perenne incubo della sopravvivenza, anche il pensiero e le idee prosperano, e se le idee vengono da persone sagge ed oneste tutta la comunità ne beneficia.

Benchè l’istruzione latitasse, l’intelligenza delle persone era spiccata; dal semplice baratto arrivarono al denaro, era giunto il momento di fare un ulteriore salto di qualità.

Capivano che l’istruzione era una cosa vitale, non potevano continuare ad essere una comunità di analfabeti facente riferimento a poche persone che sapevano a fatica scrivere e far di conto.

Decisero di costruire una scuola e stipendiare una persona che potesse trasmettere la propria cultura, ma anche di costruire dei locali dove poter dare una rudimentale assistenza sanitaria.

Insomma, prendeva forma una struttura di società non più individualista ma basata sul senso di appartenenza e sulla consapevolezza che solo cooperando con altri individui si potevano avere prosperità e sicurezza.

Le idee della scuola e di quel sanatorio erano belle, così come lo erano quelle di portare l’acqua dal fiume alle case tramite un acquedotto o predisporre una fognatura.

I progetti non mancavano ma, ai componenti della comunità, non si potevano chiedere ore di lavoro extra, già tante ne trascorrevano nei loro impegni giornalieri.

Come sempre i più pratici ebbero il colpo di genio, non occorreva far lavorare chi lavorava già ma, avrebbero lavorato coloro i quali il lavoro lo stavano cercando, magari lavoratori provenienti da territori confinanti.

Certo era un’idea semplice ma, forse, lo era di meno trovare le risorse economiche per far fronte a tali spese.

Ed invece no, la cosa era molto più semplice della precedente, bastava stampare quella fatidica carta con sopra un valore che abbiamo definita denaro.

Quale problema c’era nel dare del denaro ai lavoratori, che problema c’era nel darlo a chi forniva il materiale o i servizi per portare a compimento opere tanto importanti?

Nessuno, il denaro era di proprietà della comunità, lo diceva chiaramente la scritta sul foglio e, se il denaro era dato dalla comunità alla comunità sarebbe ritornato sotto forma di acquisti.

Ci rimetteva forse il mugnaio che avrebbe venduta più farina?

Ci avrebbe rimesso il produttore di vino o di formaggio o il coltivatore di patate o chi vendeva uova?

No, di certo, avrebbero solo venduto a clienti nuovi o venduto semplicemente un po’ di più e la disoccupazione sarebbe stata solo un vocabolo di moda mille anni dopo.

In teoria tutti avevano un debito ma il debito era fonte di lavoro e di guadagno, se non avessero speso a debito il denaro, secondo voi, sarebbe stato messo in circolazione o sarebbe rimasto nel calamaio sotto forma di inchiostro?

Il borgo divenne in breve tempo città, una città vivibile, le case costruite in maniera più sicura e dotate almeno dei servizi essenziali, la scuola con molti alunni perché i soldi che giravano davano la possibilità alle famiglie di non far ricorso alle braccia di bimbi per lavorare.

Il lavoro stesso che divenne più umano perché il progresso tecnico lo rese più efficiente e meno pesante, la medicina che organizzata in ospedali metteva a frutto nuove conoscenze.

E qui finisce la storia, la favola che, come tutte le favole, deve essere a lieto fine ma, questa, poteva non essere solo una favola, avrebbe potuto esser la nostra vita.

Non lo è stata per colpa di chi, ora, sottolineerà la mia ignoranza specialmente in materia economica, forse qualcuno uscito da qualche università della casta o vicino a posizioni governative.

Tirerà in ballo l’inflazione, il debito pubblico, e tutte le altre balle nascoste in parole indecifrabili di una lingua concepita solo per farci credere di essere degli ignoranti.

Ma stavolta non attacca, ad esser sincero, con me non ha mai attaccato, ma oggi più che mai, i fatti son qui a dimostrare che la loro infinita e superba onniscienza ci ha ridotti così, mentre la mia ignoranza non ha portato al suicidio nessuno.

E poi dire a me che non so di economia?    E’ follia pura, son generazioni che quelli come me fanno economie per pagare i loro errori, personalmente lavoro per loro da una vita, potrei permettermi un’esistenza da emiro se loro non fossero esistiti ma…. io non so nulla di economia!

Semplicemente,  le cose nella storia funzionano perché la banca è del popolo e la figura del banchiere non esiste, nessuno, stampa denaro dal nulla e se ne appropria, nessuno, in quella storia pensa in termini egoistici ma del benessere comune.
Semplicemente, le cose nella storia funzionano perché la Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, la BCE, non esistono e, i trattati di Maastricht e di Lisbona non son mai stati scritti dagli illuminati, ma, purtroppo questa…….. 
E' tutta un’altra storia.

 
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L'ultima speranza.

Post n°214 pubblicato il 07 Giugno 2012 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

L’ultima speranza, quando non c’è più speranza, è l’irrazionale.

E’ irragionevole, è un controsenso sperare quando la speranza non esiste più, ma diventa logico se diamo per scontato che la speranza stessa sia irrazionale.

Sperare in quello che non c’è o, in quello che c’è ma non si vede, o in quello che si ipotizza ci sia ma senza la certezza del suo esistere, non importa la formula scelta, conta solo riuscire a sperare per continuare a vivere.

Essì perché la speranza è vita, chi la perde, e non spera più, è destinato a soccombere, solo chi è così pazzo da affidare la propria esistenza ad una visione virtuale della realtà, riesce a resistere alla crudeltà della realtà stessa.

E oggi, noi, il mondo intero, siamo costretti a sperare, a rifugiarci nell’irrazionale perché non esiste più altro da fare.

Così, nei nostri pensieri, tutto si capovolge, desideriamo che la realtà diventi irreale e l’irreale diventi realtà, magicamente perché, siamo consci ormai, che solo la magia può sostituire la nostra impotenza di fronte ad atteggiamenti umani criminali.

Sono così maledettamente pessimista proprio perché, sembra assurdo ma è così, vedo le soluzioni ai problemi del mondo a portata di mano, facili, attuabili, logiche e perfettamente razionali ma vengono accuratamente, intenzionalmente disattese.

Ed allora, come possiamo sperare ancora che le cose cambino se da secoli, a parte qualche parentesi illuminata, l’uomo distrugge l’uomo e con esso la natura e tutto il suo mondo?

Sperando solo nell’irrazionale o nel divino, nel soprannaturale o nel sovrumano, nel mistero, nel fantastico, nell’incredibile, nel fantasioso.

Ed allora io spero che arrivino gli alieni, lo spero per disperazione, per rabbia, perché mi sento impotente di fronte a tanta barbarie, un’impotenza che non riesco ad elaborare ed alla quale non mi arrendo.

Lo spero come un bambino che crede nel lieto fine delle fiabe, come un bambino che guarda con occhi puri ciò che gli sta intorno e non comprende perché la cosa logica diventi illogica, la cosa semplice venga ad arte complicata, la menzogna prevalere sulla verità e il sopruso sulla giustizia.

Spero che arrivino presto, per metter fine ad un potere tirannico che si prende la nostra vita, perché solo quella ormai è rimasta da prendere, dopo averci derubato dei frutti di anni di sacrifici, della libertà, della gioia e del sorriso.

Solo in loro si può sperare, quando ci stiamo abituando a tutto il peggio, quando non c’è più posto in noi per l’indignazione, solo in esseri non umani si può sperare quando una schiava rassegnazione ci pervade alla notizia dei suicidi per debito o a causa della perdita del lavoro, quando solo esseri non umani possono restituirci la nostra umanità.

Se non arrivano gli extraterrestri gli “Illuminati” porteranno a termine il progetto del “Nuovo Ordine Mondiale” e tutto il mondo sarà nelle loro mani definitivamente, senza nessun intermediario, senza copertura, senza maschera, alla luce del sole, un sole che per noi ormai è già quasi spento.

E’ tutto chiaro, come si può non vedere, non capire, che tutto è predisposto, attentamente progettato e messo in opera, tutto studiato da menti folli di delirante onnipotenza e di psicotica perfidia.

Provate a riflettere, su cos’è accaduto in passato e su cosa sta accadendo anche ora, non occorre essere informati su tutto, né conoscere nei minimi particolari ogni materia, non occorre essere laureati alla Bocconi (bella roba!) basta solo un po’ di intelligente buonsenso e chiedersi il “perché” di ciò che accade.
Qualche esempio: L’emilia è devastata dal terremoto, i terremoti son sempre avvenuti sulla terra e le loro cause sono del tutto naturali, ma non possiamo negare che in qualche modo l’uomo possa agevolare qualche scossone di troppo.

Lo ripeto, non sarà la causa principale ma, non si può non notare, che nella zona terremotata siano state effettuate potenti trivellazioni e messe a punto sofisticate tecniche estrattive per l’approvvigionamento di gas.

Bene, detto questo, è inutile porci domande superficiali, chiederci se il territorio sia più o meno adatto, se le condizioni di sicurezza siano state rispettate o meno, perché nelle fuorvianti risposte, non avremo nessuna risposta.

Chiediamoci semplicemente, invece, perché usare il gas o il petrolio e la benzina, se si potrebbe tranquillamente farne a meno?
Perché i signori della terra, ci obbligano ad usare combustibili dannosi, costosissimi e destinati ad esaurirsi nei secoli, quando sono disponibili metodologie migliori ad impatto ambientale zero, a costi bassissimi e inesauribili nel tempo?

Già perché?               La risposta è semplice e perfettamente razionale, perché ne traggono un profitto economico.

E questa risposta vale per ogni domanda che ci possiamo porre, il profitto, il guadagno, l’accumulo di denaro, quel denaro che crea potenza da una parte e disperazione dall’altra.

Si fanno guerre per il petrolio, non importano i morti e le devastazioni, il petrolio fa arricchire quindi, deve esser posseduto e soprattutto non deve essere soppiantato perché diventerebbe inutile.

Ci guadagnano le compagnie petrolifere ma ci guadagna anche lo Stato Italiano visto che le accise sulla benzina non sono altro che imposizioni fiscali che creano gettito a ciclo continuo.
Se non ci approvvigionassimo più dai distributori, lo Stato come potrebbe incamerare quei 35 e passa miliardi annui di Euri (volutamente plurale) derivati dalle accise e dall’I.V.A. relativa?

Ed allora? Ed allora va bene così, un inetto servo della Goldman Sachs e traditore del Paese che antidemocraticamente regge, continuerà ad aumentare la benzina, dando così addosso al popolo che continuerà a subire pressioni fiscali che risalgono al 1935.

Vedete come tutto è semplice se viene espresso in maniera semplice e comprensibile?

Il fatto è che “quello” di cui sopra e i suoi omologhi, non vogliono che la gente capisca, anzi, fanno in maniera che capisca sempre di meno creando una lucida confusione che abbia come finalità la disaffezione alla cosa pubblica ed al pensiero.

Se così non fosse, perché mai userebbero termini incomprensibile come spread, fiscal compact, default, rating spending review ecc?       
Lo fanno appositamente perché le persone scoraggiate dalla lontananza da quel linguaggio ostile, si limiteranno ad un più che comprensibile, giustificabile: “Monti, ma vattene affanculo te e lo spending review!”
E tutto finirà lì con un vaffa in più ed un oppositore in meno.
Per questo spero che arrivino presto, alieni, umanoidi, marziani o venusiani, non m’importa manco chi, che arrivino in fretta però per azzerare questa razza terrena dominante e a stabilire, questa volta sì, un nuovo ordine mondiale fatto di umana solidarietà e non di disumano capitalismo.

 
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Il monopoli e i nostri padroni.

Post n°215 pubblicato il 02 Settembre 2012 da lontano.lontano
 
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Ho scaricato il gioco del monopoli per il computer, è già molto tempo che ce l’ho ed, ogni tanto, quando non so che fare, e me ne ricordo, ci gioco, mentre sono in chat la sera, ad esempio.

E’ fatto bene, ci sono opzioni da scegliere quali il numero dei giocatori, i loro nomi, il denaro con cui iniziare, il modo in cui il gioco debba finire ed altre ancora.

Dopo una o due volte che ci ho giocato, ho trovato il modo per vincere e, fatte salve le uscite eque e regolari delle combinazioni dei dadi, riduco sul lastrico i miei tre concorrenti.

E’ giusta l’osservazione che in questo momento mi vorreste fare: Ma cosa giochi a fare se sai già di vincere e che gusto ti da una partita scontata?

E’ vero, non mi darebbe nessuna soddisfazione vincere facile, vincere tanto per vincere, ma io ho trovato un motivo particolare, un valore aggiunto che rende soddisfacente questa mia vittoria.

Invece di lasciar scegliere all’elaboratore i nomi degli avversari, li scelgo io e li scelgo nella classifica dei più detestati, la lista è lunga e la scelta di certo non mi manca.

Per soddisfare la vostra curiosità vi scrivo alcuni dei più assidui frequentatori: la discendenza di casa Fiat, il rottamatore di “risorse umane”, pensate che bel neologismo, Marchionne, gli esponenti del Nuovo Ordine Mondiale con i loro liquidatori Monti e Draghi, la loro casa madre Goldman Sachs, insomma tutti quei bei personaggi che fanno parte di quest’ambiente demoniaco.

Capirete che colpendo questi la vittoria assume un significato diverso, sono pensieri e discorsi di un frustrato, quelli che io sto facendo e voi leggendo?

Derivano da una mente irrazionale che si sfoga nell’odio di classe, o sono originati dall’impotenza di chi è costretto a subire, è il sogno che vuole sostituirsi alla realtà, o come si diceva un tempo di chi vorrebbe l’utopia al potere?

Forse tutto questo, forse molto altro, forse la composta disperazione di chi vede una fine già scritta e non riesce a farla leggere agli altri, a farla capire, a far qualcosa di fattibile perché ciò che è scritto possa essere cancellato e riscritto diversamente.

E tutto questo non è un gioco, questo è un incubo che si sta materializzando giorno dopo giorno e quando tutti lo capiranno, se lo capiranno, sarà impossibile risvegliarsi da esso.

Per chi è curioso di sapere come faccio a vincere spiegherò il mio metodo e scoprirete che altro non è che il loro metodo a parti invertite.

Si parte con una cifra iniziale, può essere quella di base, potere aumentarla a 60 mila euri, è lo stesso, il pc vi farà giocare per primi.
Dovete avere come obiettivo acquisire tutte le 4 stazioni ferroviarie e, se possibile, anche le 2 caselle dell’acqua e dell’energia elettrica, il resto non importa.

Se i dadi vi mandano su una stazione la comprate subito, se finite su un'altra via, avviate un’asta con gli altri tre concorrenti, stando ben attenti di alzare il prezzo oltre il valore indicato ma senza mai rischiare di doverlo poi acquisire.

Gli altri tre ancora con il loro gruzzolo intatto si scanneranno per l’acquisizione ed uno l’otterrà, poi sarà il loro turno e compreranno ogni terreno sul quale finiranno.

A questo punto loro avranno una liquidità ridotta e voi, se la sfortuna non vi farà pagare penalità avrete la somma intera per andare a caccia delle stazioni, ripetete l’azione precedente quando sarà nuovamente il vostro, e come prima alzate i prezzi per poi sparire.

Dopo qualche turno e qualche passaggio dal via il vostro capitale aumenterà, non avrete terreni ma liquidità per il vostro scopo, se vi andrà bene ci finirete sopra altrimenti continuate a giocare così, gli avversari continuando a comprare in modo disomogeneo non avranno modo di ottenere molti risultati.
Se non riusciranno loro ad acquisire prima di voi le stazioni, nei turni successivi, quando ci finiranno, probabilmente non avranno i soldi per comprarle e voi sarete pronti ad approfittarne.

Se la fortuna vi assiste arriverete al punto di avere le 4 stazioni, il valore delle quali sarà molto alto, proprio in virtù del lotto completo e saranno dolori per chi ci finirà sopra che sarà costretto a vendere terreni ad un prezzo inferiore a quello d’acquisto anche grazie alle vostre aste iniziali.

Questo differenziale tra la somma pagata e quella ottenuta dalla liquidazione sarà determinante per il loro impoverimento, mentre voi con il vostro capitale aumentato potrete acquisire terreni a prezzi minori per via della poca concorrenza.

Questo metodo mi ha riportato alla realtà e le analogie con ciò che sta capitando alle nostre vite son chiare e precise.
Ci hanno fatto indebitare per acquisire dei beni primari come la casa, sobbarcandoci dei mutui ventennali ed ora, con una politica fiscale tanto criminale quanto mirata, ci mettono nelle condizioni di non poterli ripagare.

Non è un caso la crisi, non è una piaga divina o una contingenza epocale, è un mezzo messo in atto per prendersi le case dei cittadini insolventi, ogni loro piccolo risparmio, poi le aziende, le opere d’arte, il Paese intero, cessione di parti di sovranità nazionale, le chiamano, tutto a prezzo di saldo fallimentare esattamente come nel gioco del monopoli.

Ma come non capire questo gioco perverso ma limpido, ormai fanno tutto alla luce del sole, con l’arroganza di chi non teme nulla, confidando nell’ignoranza, nella disinformazione nell’incapacità critica di cervelli resi inoffensivi da una propaganda a senso unico.

Qualche notte fa ho sognato un dialogo tra me e Monti e lo “straccionavo” con le mie teorie ottenendo da lui qualche ebete balbettio, ma non sono da portare a Quarto (per i non liguri il comune di Genova Quarto era sede di manicomio), la pazzia è sempre stata un’ottima scusa per eliminare i dissidenti e i non asserviti, ma la follia vera è non cercare di capire ciò che ci succede intorno.
Io ci provo e provo a proporlo a chi mi legge, a rischio di esser noioso ma parlo di cose che incidono in maniera determinante sulla nostra vita e se non capiamo che ce la stanno portando via diventa inutile parlare di ogni altro argomento.

 
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Teoria del tempo percepito.

Post n°216 pubblicato il 11 Novembre 2012 da lontano.lontano
 
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E’ più importante, più significativo, cosa conta di più, in sostanza, ciò che è codificato, ciò che per convenzione è tenuto come unico parametro o ciò che noi percepiamo?
Il tempo, ad esempio, è più reale quello che ci mostra l’orologio o quello che noi avvertiamo, scandito dal nostro orologio interno?
Se noi facciamo caso al tempo che passa, non possiamo non notare che trascorre in modo sempre diverso.
Quante volte abbiamo detto o diremo… Belin ma oggi non passa più……., oppure, se stiamo vivendo un momento bello……….
Ma il tempo è volato.
Ma chissenefrega  di ciò che segna uno strumento convenzionale, per noi conta il tempo percepito, quello che prescinde da ogni regola, quello che solo ci appartiene, il nostro tempo, non quello altrui.
Per spiegarmi ancor meglio, faccio un esempio di tipo meteorologico, che, guarda caso, ma a mio parere un caso non è, anche a livello climatico/atmosferico si parla di tempo.
Io vivo in un posto che, quando andavo a scuola, si diceva dal clima mite e temperato, ebbene, se quando da noi, in inverno ci sono 8° avvertiamo che è freddo e ci stringiamo nel giaccone, più volte però, mi è capitato di vedere dei turisti nordeuropei che passeggiavano tranquillamente con addosso solo un golfino.
E poco più in là, un ragazzo africano imbacuccato, tipo omino Michelin, con gli occhi che, soli spuntavano da sotto il berretto di lana e  il naso da sopra la sciarpa avvolta al collo.
Se dovessimo far solo riferimento al dato oggettivo, dovremmo dire che 8° di temperatura non giustificano né l’atteggiamento del ragazzo che gela dal freddo, né quello di chi gira per strada vestito come in primavera.
Ed è qui l’errore di fondo; considerare quella temperatura un dato da cui non poter prescindere per determinare una sensazione.
La temperatura è molta per uno e poca per un altro, esattamente come il tempo che trascorre.
Immaginiamo che il tempo scorra in linea retta, più propriamente lo possiamo rappresentare come un segmento: la linea retta più breve che unisce due punti.
Ipotizziamo però che quello non sia il solo modo con il quale passino i secondi, i minuti, le ore, gli anni…….
Se prendiamo un termometro, possiamo notare che è diviso in due sezioni, sopra e sotto lo zero, una indica valori positivi (+) l’altra negativi (-).
Proviamo a visualizzare il segmento tempo proprio come un termometro, di valore 60 minuti, se grosso modo, tracciamo una linea che dal centro di esso, sale verso l’alto e un’altra che scende vero il basso, avremo due valori; positivo e negativo, esattamente come i gradi della temperatura.
Se facciamo corrispondere al valore positivo (verso l’alto) una percezione di malessere - Belin oggi non passa più …. - e gli diamo un valore a caso, mettiamo di trenta minuti, e quella (verso il basso) una percezione di benessere - Ma il tempo è volato…. - il tempo stesso non sarà più rappresentabile con un segmento ma con una linea curva.
Ne deriva che, questa curvatura del tempo, non sarà più il tratto più breve, il tempo “neutro”che abbiamo rappresentato col segmento ma, verrà aumentato del valore positivo e diminuito del valore negativo.
Quindi quell’ora passata in maniera noiosa, stancante o sofferente la percepiremo di 90 minuti mentre quella passata in maniera lieta e serena ci sembrerà quantomeno dimezzata a 30.
Naturalmente il mio, è solo un ragionamento teorico, ma tutti, nessuno escluso, abbiamo avuto la sensazione che il tempo non sia quell’entità neutra, inalterabile, immutabile che trascorre a prescindere dal nostro operato.
Il tempo “neutro” che è quello che scorre quando non ci soffermiamo ad osservarlo, quello trascorso senza percezioni particolari, quello del sonno ad esempio, esiste ma, se altresì, esistesse anche quello determinato dal nostro comportamento?
Arrivare a dominare il tempo, è un’ipotesi affascinante ma, forse, sarebbe troppo, ciò che più realisticamente possiamo provare a fare è limitare al massimo i periodi di malessere affinché il loro tempo non si espanda e viceversa aumentare quelli di benessere che son sempre troppo brevi.
Lo so che è troppo facile a dirsi e molto difficile a farsi, forse impossibile, come dimostrare la teoria del tempo percepito ma, non tutte le cose possibili, sono possibili e non tutti quelle impossibili sono impossibili, per cui vale la pena tentare.

 
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Il sole di Ottobre. 1° parte

Post n°217 pubblicato il 14 Dicembre 2012 da lontano.lontano
 
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Oggi ho sbagliato orario, son qui sul posto di lavoro con tre ore di anticipo, sono incazzato con me stesso perché, tutto il tempo che ora dovrò attendere, avrei certamente potuto trascorrerlo in maniera più proficua.
Avrei potuto prendermela con un po’ più di calma, sbrigare le mie incombenze mattutine con meno affanni e poi, mangiare in un orario più consono invece di inghiottire qualche panino prima di mezzogiorno.
Qualche panino, se va bene e se si riesce, perché la premura e l’assillo della partenza fanno perder persino l’appetito, e poi, non si può appesantire lo stomaco in una digestione problematica quando si ha in programma un pomeriggio che richiede una concentrazione totale.
Sono incazzato, per forza lo sono, perché avevo l’orario lì davanti ai miei occhi ma, manco l’ho guardato perché ero convinto che l’ora di entrata, fosse esattamente quella che adesso mi dicono errata.
E’ inspiegabile, inconcepibile, per chi mi sta intorno, capire questo mio meccanismo mentale che non è frutto né del caso né della singola situazione.
Non è la prima volta che mi capita e, certamente, non sarà nemmeno l’ultima, lo so già e accadrà ancora, magari non tra una settimana o due ma accadrà.
Ci penso, facendo la strada per andare a sedermi davanti al mare, ci penso mentre il sole è alto nel cielo di una giornata di un Ottobre semiestivo.
E’ passata l’una da poco e la gente in passeggiata è poca.
La percorro lentamente ripensando al mio errore, quest’errore che però mi consente tre ore d’aria che non avevo programmate e che ora, a cose fatte, comincio ad apprezzare.
Mi sto allenando costantemente per abituarmi a scovare il lato migliore, o anche il più piccolo lato positivo che anche una contrarietà può offrire.
E’ vero, non ho quasi mangiato, mentre avrei potuto farlo con tranquillità ma, poi?
Poi mi sarei riposato qualche ora ma, poi?
Poi sarei dovuto partire, esattamente come ho fatto mezz’ora fa, ma la giornata non sarebbe di certo cambiata, per cui, in fondo, la differenza è in queste tre ore che oggi ho a disposizione.
Non ho mangiato?   E allora, cosa mi impedisce di farlo adesso?
C’è un piccolo forno, in fondo alla passeggiata, i cartelli esposti all’esterno attirano l’occhio con parole magiche tipo “focaccia”, “pizza” o prodotti gastronomici liguri, e poi gelaterie, basta entrare e scegliere ed è piacevole persino l’imbarazzo della scelta.
Vada allora per il gelato, lo prenderò in una gelateria vicino alle panchine così avrò la possibilità di mangiarlo comodamente seduto.
Mi siedo con la mia coppetta in mano e ritorno col pensiero all’orario, e analizzo l’accaduto, ora non più in maniera punitiva ma con la curiosità di trovare una spiegazione perché, son certo, una spiegazione che vada oltre la distrazione, debba esistere.
Non sono distratto, infatti, mentre lo copio, ci sto attento, proprio perché so che potrei fare un casino, non è banale distrazione la mia, è qualcosa di molto più affascinante, come affascinante è ogni cosa che riguarda il mondo inesplorato della mente.
Accertato che non sia un errore di copiatura, ciò che ritengo mi succeda sia questo:
Leggo mentre lo trascrivo ma poi non lo memorizzo, o meglio, non lo memorizzo esattamente com’è, la mia mente non è meccanica, non fotocopia, non fotografa ciò che è ma, lo elabora.
Prende vita così un secondo orario, quello rielaborato tramite ricordi di orari precedenti, sensazioni, impegni da rivedere e da tutta quella parte emozionale e irrazionale che è virtuale ma che si sostituisce al reale, diventando reale a sua volta.
Per me l’orario è quello, ne son tanto convinto che non lo ricontrollo nemmeno più, se avessi dei dubbi lo farei ma la certezza è assoluta e la buona fede pure.
Ma è proprio così tanto strano il mio comportamento o invece è molto più comune di quanto si possa pensare, se a queste cose capita mai di pensare………
Un esempio per spiegarmi meglio, se io adesso vi dico di pensare al Colosseo, un monumento che tutti hanno visto almeno in foto, quanti Colosseo esisterebbero?
Innumerevoli Colosseo, uno per ognuno di voi, a meno che, qualcuno abbia vista la stessa foto, ognuno è diverso da un altro, rielaborato dalla nostra mente.
La mente ci fa vedere senza vedere, non sappiamo com’è il Colosseo in questo momento, se ci piove sopra o se illuminato dalle stelle, è il nostro Colosseo quello che possiamo descrivere, una descrizione che non può che essere inesatta.
Quindi vediamo una cosa virtuale, un qualcosa di soggettivo e personale, in definitiva un qualcosa che è diverso dalla realtà.
E il mio nuovo orario è diverso da quello reale ma, reale lo è per me, il guaio è che i due non combaciano mai.
Noi vediamo solo se la nostra mente ci permette di farlo, vediamo se ci vengono fornite le coordinate per farlo, se l’informazione su ciò che dobbiamo vedere è precisa.
Un altro esempio: Vi è mai capitato di cercare un prodotto in un supermercato?
Un qualsiasi prodotto che non avete mai acquistato ma che volete provare per la prima volta, ve lo hanno segnalato o ne avete sentito parlare senza però mai averlo visto.
Ebbene, vi fate tre volte su e giù il corridoio del reparto ma non lo vedete perché non sapete cosa cercare, la mente non sa associare la forma o il colore del flacone o del barattolo al prodotto cercato, dell’etichetta, poi, manco a parlarne.
Per caso, passa di lì un addetto e gli chiedete aiuto, e lui, con la massima semplicità, allunga il braccio e vi dice eccolo qui!
Era lì davanti e non lo avete visto e vi chiedete se siete diventati orbi, ma gli occhi non c’entrano nulla, è il cervello che non aveva fornite loro informazioni atte a trovarlo.
In questo caso, l’immagine fa un percorso inverso, il cervello identifica la forma dell’oggetto e gli occhi lo cercano, mentre quando si guarda normalmente, prima si vede l’oggetto e successivamente il cervello ci dice cosa esso sia.
I miei genitori mi hanno sempre detto: “Tu non trovi manco l’acqua in mare” ed avevano ragione, alla luce di ciò che oggi sono, la mia mente vive una realtà fusa in una forte percentuale d'irrealtà per cui faccio fatica a vedere in maniera statica.
Sono più contento dopo questa analisi, la distrazione può esser scambiata facilmente con la superficialità ed io son certo di non essere superficiale, soprattutto se si parla di lavoro e non lo sono mai, visto che amo approfondire ed analizzare.
A questo punto sono persino contento di esser arrivato prima, è comoda persino questa panchina in legno, di fronte ad un mare calmo che calma trasmette pure a me.
Mi alzo per buttare via la coppetta vuota e, tornando a sedermi, sciacquo le mani nella fontana che è proprio lì davanti, non occorre nemmeno asciugarle visto che il sole inonda la zona, risparmiando solo la mia porzione di spazio protetta dalla chioma di un piccolo albero.
Mi siedo, girandomi di lato, appoggiando il braccio allo schienale della panca e, confuso in questa razionale confusione, guardo e non vedo la parte del mio golfo che mi sta di fronte, quei monti verdi che da qui si cambiano in azzurro.
Ci sono dei bambini che giocano tra gli zampilli delle nuove fontane, fuggono dall’acqua che sale improvvisa e si riavvicinano quando crolla di nuovo.
Li guardo giocare, con l’occhio fermo, sulla posizione di stallo, senza concentrarmi su quello che vedo, come succede talvolta, alla guida dell’auto, quando si guarda la strada, si guida sicuri ma non con quella vivacità visiva di altri momenti.
Capita questa situazione di guida automatica, si tengono, ad esempio, le giuste distanze dal veicolo che ci precede ma, di questi, non si percepisce la targa, il modello, neppure il colore, il cervello guida autonomamente e le parti del nostro corpo hanno solo una funzione meccanica.
Giocano, quei bambini, strillano, cadono e si rialzano, fanno di tutto per farsi sgridare dalle proprie madri che poco distante li controllano.
I rimproveri mi destano dal mio pensante torpore, e guardando verso quelle voci incrocio lo sguardo di una delle due donne che intanto si avvicina a loro.
Mi chiedo se, una madre, avverta come minaccia una persona che segue con lo sguardo il proprio figlioletto.
In un mondo “non malato”, certo che no, ma in questo, così tanto contaminato ho l’impressione che non gradirebbe se un adulto si mettesse a parlare con un bambino.
E, a proposito di guardare con la mente, perché una tale immagine si associa a qualcosa di spregevole?
Perché di due versioni, una delle quali positiva, non viene colta mentre quella negativa è messa in risalto?
Non sarebbe più bello pensare che regalare la propria esperienza alle nuove generazioni, sia un aiuto fondamentale per la loro crescita interiore?
Son sempre esistiti i maestri ed i discepoli; in ogni cultura, presso ogni popolo e ogni tribù, gli anziani trasmettevano ai più giovani quel sapere che, a loro volta, è stato loro trasmesso, è così che la civiltà è progredita.
Ma tutto ciò non è più valido, il valore non fa più notizia quasi fosse cosa scontata, attira di più e fa più sensazione il male, il negativo, l’illogico.
Ho sostenuto che gli occhi ci facciano vedere ciò che la mente conosce, ciò che essa può tradurre in un nome, mi viene da pensare che la nostra mente conosca ormai solo il male e faccia fatica ad individuare la presenza del bene.
Non sono una persona che si faccia condizionare dalle ciarle della gente ma se questa situazione fosse riferita a me, non potrei negare di sentirmi in difficoltà.
Difficoltà che invece non sussisterebbe se al posto di un bimbo ci fosse un cane; vi siete mai chiesti cosa faccia ritenere il possessore di un cane persona altamente affidabile?
Provate a passeggiare con un cane al guinzaglio, vedrete il sorriso sulla bocca delle persone che incrociate, provate ad entrare con lui in uno di quei centri commerciali che non ne vietano l’ingresso, vedrete che nessuno vi controllerà più a distanza, persino l’addetto alla sorveglianza sposterà lo sguardo indagatore su altri bersagli.
Non dirò di quando si è assieme ad un cucciolo, in quel caso è difficoltoso persino camminare per strada, visto che ogni tre passi veniamo fermati da mani carezzanti e frasi di ormai dimenticata cordialità.
Eppure si può esser cattivi anche con gli animali, si può far loro del male, e purtroppo avviene ma, mai tutto ciò è ricondotto a noi.
Cosa rende così radicalmente diversi un uomo assieme ad un bambino non suo e un uomo assieme ad un cane?
La solitudine.             E allora si può sintetizzare che una persona sola sia una persona cattiva o perversa?
Ovviamente no, solo, non è sinonimo di cattivo ma, la persona solitaria è sempre vista con molti sospetti.
E’ curioso che in un mondo che di solitudine è fatto, tale situazione sia vista con tanta diffidenza.
Traffico con le mie congetture ed i miei pensieri su questa lunga panchina assolata, sotto l’accenno di ombra degli esili rami di un albero piantato da poco.
Mi appare ad un tratto, l’immagine di quando io ero bambino, di quando anch’io giocavo nei giardinetti; ci passavo i pomeriggi, cadevo sull’asfalto rincorrendo un pallone e medicavo la ferita bendandola con un fazzoletto bagnato.
Poi continuavo a giocare come se nulla fosse, altre volte scivolavo sulle alghe bagnate degli scogli finendo in mare vestito.
Sono qui davanti a me, mi vedo come un ologramma, sono io più giovane di quasi cinquant’anni, sono io, ma non mi vedo più vecchio di quasi cinquant’anni.
Io posso vedere lui ma lui non può vedere me, perché io per lui non esisto, al massimo potrebbe immaginarmi o meglio, immaginarsi, alla mia età, ma non vedermi.
Chissà che effetto gli farei, a me pare di non essere cambiato un granché, ma esprimere un giudizio dalla mia posizione è semplice, lui forse sarebbe meno benevolo.
Forse non direbbe nulla perché di poche parole o perché, lo stupore e l’incredulità avrebbero portate via anche quelle poche rimaste.
Mi fa tenerezza incontrarlo in questa giornata ancora scaldata dal sole, sotto questa luce che vorrei entrasse in lui per rischiarargli un cammino, che so, non privo di ombre pesanti.
Sento forte il desiderio di proteggerlo, di avvisarlo e metterlo al riparo da tutte le insidie che io ormai conosco ma che lui dovrà affrontare senza alcuna preventiva difesa.
Gli direi di credere in se stesso, di non temere il giudizio negativo degli altri ma, soprattutto del proprio perché sempre troppo severo, mai equo, per cui sempre troppo difforme dalla realtà.
Mi sovviene il ricordo di quando dovevo, e lui dovrà, competere con dei modelli ai quali avrei dovuto assomigliare, se non addirittura superare.
Non ero certo il primo della classe e, a stento, riuscivo a passare indenne l’anno scolastico, ma un primo della classe c’era, come c’erano altri compagni che non avevano le mie stesse difficoltà, e allora?
Allora la colpa era mia, solo mia, non poteva che esser così, visto che non facevo parte di quella schiera.
Ma qualcuno mai ha pensato che se io non avevo delle basi solide per alcune materie, forse, ciò dipendeva dal fatto che le stesse, non mi fossero state fornite in maniera appropriata?
Certo che no, questa eventualità era sempre scartata, visti i presupposti ma, la cosa peggiore, è che io per primo fossi portato a pensarla così.
Per cui ero intimidito da questo, e mai, alla fine di una spiegazione, avrei detto che la stessa non mi era affatto chiara, la colpa era solo mia che non apprendevo ed, in effetti, una colpa l’avevo; quella di attribuirmi delle colpe.

 
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Il sole di Ottobre. 2° parte.

Post n°218 pubblicato il 18 Febbraio 2013 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Così l’essere intimidito dalla situazione diventava timidezza conclamata per poi evolversi in insicurezza, che sarebbe potuto sfociare in disagio esistenziale.

Una persona è timida perché più sensibile di altre, perché più vulnerabile all’emozione, perché convinta di essere la vittima sacrificale per sorte e per destino.

A scuola, quindi, sarebbe stato meglio dire chiaramente, con la tranquillità di chi è nel giusto, che la spiegazione non era esauriente, che non avevo capito, che qualcosa sarebbe stato da rispiegare.
Penso che sia pure vantaggioso un simile atteggiamento perché, un docente, che così possa definirsi, dovrebbe essere compiaciuto dell’attenzione e della voglia di approfondimento di un allievo.

Si ribalterebbe pertanto la situazione, chi chiede mostra interesse, chi non dice nulla, facendo così presumere un pronto intendimento, potrebbe altresì far intravedere un modo veloce per esaurire la spiegazione.

Io sono di una generazione ammaestrata a non nutrire dei dubbi sulle istituzioni, sulla scuola, la religione, la politica, l’ordinamento giuridico e sociale, su coloro che ci hanno fatto credere essere a noi superiori, per cui in quel tempo tacevo.
Tutto il loro “giusto” da una parte e la nostra sana miscredenza dall’altra, una miscredenza che però mai doveva uscire dall’ambito dell’utopia.

E’ una disgrazia esser stati educati così, un’educazione alla subalternità che ha radici profonde e lontane.

Ai nostri genitori è stato tramandato dai loro che, sottostare ad una gerarchia, fosse cosa normale, nonché logica, se non addirittura giusta.

Un feudatario medievale, un re o un imperatore, un duce, un governo, son sempre stati ritenuti una casta di eletti degni di un’indiscussa superiorità.

E se questa subalternità fosse il ricordo atavico di qualcosa sofferto in un passato remoto che potremmo definire schiavitù?

Se davvero fosse questo, ci troveremmo di fronte ad un’ulteriore tesi sulla genesi umana.

Forse, è proprio partendo dai caratteri psicologici e comportamentali che potremmo trovare le risposte che da sempre cerchiamo: Qual è la vera storia dell’uomo, che origini ha, da chi è stato creato ed in quale modo?

E’ fuori dubbio che la schiavitù che noi umani percepiamo quale nostro destino, quasi sempre senza la forza per ribellarci è parte del nostro DNA ma, nel nostro DNA come ci è arrivata?

Semplice, noi siamo stati creati schiavi.

Supponiamo, che una civiltà progredita, avesse avuto bisogno di manodopera per svolgere lavori così faticosi che i componenti della stessa non volessero fare e, per questo, stessero cercando chi, al di fuori della loro razza, potesse occuparsene.

Supponiamo che, questa civiltà fosse abitatrice di un pianeta non meglio identificato, supponiamo inoltre che nel loro girovagare cosmico, tali esseri, avessero visto nella terra, un posto su cui reperire elementi quali l’acqua, minerali o altro ancora da utilizzare ma, anche, la possibilità di reperire manovalanza.

Non sarà certo sfuggito loro che tra la fauna terrestre esistevano dei mammiferi che, per le loro caratteristiche morfologiche, se opportunamente riprogettati, avrebbero potuto essere perfetti per i loro fini: Le scimmie.

Ci son teorie che asseriscono che l’uomo discenda dalla scimmia ma qualche lato oscuro si cela nelle stesse, mancherebbe un passaggio fondamentale, l’anello mancante della catena evolutiva.

A mio parere, l’anello mancante è ben conosciuto ma, evidentemente, non è scoperta da rendersi pubblica.

E’ per me difficile credere che la razza umana sia l’evoluzione di una specie che tuttora esiste, e mi spiego meglio.

Se si prende per buona la teoria che gli uccelli discendano dai dinosauri, così come se  accettiamo la tesi che gli elefanti discendano dai mammut, perché, sia i dinosauri che i mammut non esistono più mentre le scimmie ci sono ancora?

Semplice, perché non è avvenuta alcuna evoluzione naturale ma una manipolazione genetica, da parte di una civiltà, che aveva le conoscenze, nonché la tecnica per dar vita a tale progetto.

Ne deriva che l’uomo è una specie creata in laboratorio per un solo scopo, esser utile ad una razza padrona, venuta da chissà dove.

Questo destino lo percepiamo in noi, fa parte del nostro bagaglio cromosomico che ci porta a sottostare a leggi di comportamento ancestrali.

Chi ha la fortuna di avere in casa un coniglietto, potrà esser buon testimone di ciò che asserisco.

Il vostro animaletto è da voi accudito amorevolmente, è protetto, coccolato, viziato, non ha nulla da temere ma, nonostante questo è sempre in allerta.

Basta il suono del campanello della porta, una voce sconosciuta, un rumore improvviso e si spaventa immediatamente, pronto a fuggire verso un luogo sicuro.

E’ quella paura, quel timore del pericolo incombente che ha permesso alla sua specie di sopravvivere in natura, quell’istinto di sopravvivenza che ora è del tutto inutile quanto inutili sono le speranze che l’animale possa liberarsene.

Lui schiavo inconscio dell’istinto di conservazione, inconsciamente schiavi noi oggi, in questa disgraziata condizione, voluti e mantenuti, non più da una civiltà non umana ma da una “inumana”: L’uomo stesso.

Moderni schiavi, succubi di gerarchie e sistemi economico-politico-religiosi che si intersecano tra di loro combinandosi in una perfida miscela.

Si dice che l’uomo sia nato libero e come dimostrato è falso, al massimo, si è talvolta liberato quando è riuscito a dominare il retaggio della schiavitù, quando ha avuta la forza di elevare il proprio pensiero al di là della realtà e persino dei sogni.

Nella storia è successo raramente e non a tutti, solo alcuni hanno avuto questo privilegio che però spesso è stato da loro pagato con la vita, una vita sacrificata per l’umanità intera.

Il primo articolo della nostra Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, leggendolo ci illudiamo che sia un inno alla libertà e alla democrazia, ma vi invito a rifletterci in maniera più approfondita.

Belle parole, parole sante, penserete; il lavoro ci dà la dignità, l’autonomia economica, ci permette una prospettiva di futuro, ci dà un posto nella comunità, tutto vero, tutto perfetto, se non fosse che il lavoro ci rende schiavi!

Ci dicono che è un nostro diritto ma, è chiaro, che si sottintenda, invece, che il lavoro sia inteso come un nostro preciso dovere.

Sto dicendo un’eresia, una bestialità, delle belinate senza alcun senso?

Allora proviamo a pensare ad un tizio che si alza alle dieci del mattino e vuole fare colazione col latte freschissimo, con dei prodotti dolciari appena sfornati e la focaccia calda.

Secondo voi, tutto ciò sarebbe possibile se decine di lavoratori non si fossero alzati otto ore prima di lui per consentirgli di trovarli sul tavolo?

Quando prendete un autobus o un treno per spostarvi, avete mai pensato che se non ve la fate a piedi è solo grazie a chi, quei mezzi ha costruiti o conduce, a chi ha perforate montagne per fare delle gallerie, a chi ha stesi chilometri infiniti di binari affinché dei vagoni poi ci corressero sopra?

Certo, ma son pagati, mi direte.

Certo che son pagati ma un compenso non cambia la sostanza, il fatto è che, il bisogno del lavoro resta, obbligatoriamente qualcuno deve lavorare e sottolineo, deve lavorare, affinché la società sopravviva, almeno nei termini in cui la viviamo.

Nulla esisterebbe senza il lavoro, ci vuol poco, quindi, a capire che dove c’è un obbligo non ci possa essere libertà, per cui, fondare una Repubblica sul lavoro significa fondarla non su un diritto ma su una coercizione.

Il lavoro ci dà la dignità, rende la persona degna di rispetto e, in qualche modo, ne certifica l’onestà ed il buon comportamento sociale.

E’ un lavoratore! Si dice, e la parola “lavoratore” ha una valenza diversa, più alta, cambia il senso intrinseco della stessa, prescinde dal lavoro, non si parla di lavoro ma è un attributo migliorativo della persona.
Quindi una persona che lavora, un “lavoratore” appunto, è una persona migliore di una che non lavora?

E’ l’azione manuale o intellettiva che fa la differenza?

No, non è questo, se una persona non è una persona a modo, non lo diventerà di certo andando a lavorare, così come una persona buona non diventerà cattiva quando dovesse abbandonare il lavoro.

La differenza non la fa il lavoro ma la volontà di cercarlo e di svolgerlo nella maniera migliore anche quando questo richiede sacrificio e sofferenza.

Però non raccontiamoci balle e abbandoniamo l’ipocrisia, facciamolo, se non altro, per non offendere chi svolge lavori al limite, e non accostiamo la parola "libertà" alla parola lavoro.

Andiamo a disquisire sulla bellezza del lavoro con un operaio alla catena di montaggio, magari ad un turnista notturno, in lotta con una macchina ed il sonno che lo assale di continuo.

Andiamo a dirlo ad un cameriere che il sabato sera serve da bere a gente che ride e scherza beatamente, diciamogli che il lavoro nobilita, mentre mangiamo e poi rimaniamo lì a ciarlare, proviamo a capire il suo stato d’animo, mentre attende che alziamo il sedere dalla sedia per finire il lavoro che mai finisce.

Per questo motivo, mi sento tremendamente a disagio quando sono in un ristorante, non ho quasi il coraggio di guardare in faccia la persona che mi sta servendo, così come proverei  imbarazzo qualora dovessi passare davanti alla cucina.

“Mi sta servendo” che frase orrenda, io non voglio che qualcuno mi serva, non voglio nessuno che debba lavorare mentre io non lavoro, non voglio che nessuno faccia qualcosa per me se io non faccio nulla per lui, è contro la mia natura e contro le mie idee.

E me ne frego se pago per questo servizio, i soldi non sono sufficienti, non rimettono le cose in pari, non possono essere la paga per un sacrificio.

Il lavoro lo si cerca e lo si svolge per bisogno, perché è l’unico modo onesto per riuscire a sopravvivere e, sottolineo sopravvivere, non a vivere.

La schiavitù generazionale codificata persino nell’articolo della Costituzione, che vorrebbe essere l’essenza stessa della libertà, geneticamente schiavi, illusi di esser liberi solo grazie a dei rettangolini di carta con delle cifre stampate sopra.

E così si giunge al paradosso; gli uomini liberati dalla schiavitù proprio da ciò che più li rende schiavi…. Il denaro.

I nostri progenitori avranno lavorato sotto il ricatto della paura, per avere del cibo, o magari per non essere uccisi, noi dobbiamo farlo col ricatto delle tasse, lavoriamo non più incatenati ma “volontariamente” per reperire il denaro per poterle pagare.

Una trovata geniale per chi non aveva nessuna volontà di rimboccarsi le maniche, a costo zero, anzi a guadagnandoci persino sul lavoro altrui.

Uno schiavo doveva essere sfamato in qualche modo, mantenuto sano per poter svolgere il proprio ruolo, col tempo hanno capito che bastava invece, solamente dire: Mi devi questa somma, se vuoi ti do io il lavoro per reperirla, altrimenti cercatelo dove vuoi, basta che paghi!

E poiché non c’è limite al peggio, ora siamo al punto che le tasse dobbiamo pagarle, non avendo nemmeno più la possibilità di reperire il denaro per farlo, ma dobbiamo farlo lo stesso, fino a quando il cerchio non si chiuderà e ritorneremo in catene.

La vita non è quella che comunemente crediamo sia, quella è solo sopravvivenza.
Quella che conosciamo come vita, ci è stata imposta con delle regole che rispondono ad un modello di schiavitù, un progetto tra i tanti progettabili, non l’unico, non il solo possibile, non il migliore.

E noi ci crediamo e ci uniformiamo a questo, perché mai, abbiamo pensato che un altro fosse immaginabile e men che mai attuabile.

Se abbiamo a disposizione una palla e vogliamo divertirci con essa, pensiamo che la cosa indispensabile sia la palla o le regole utili per giocarci?

Le regole, altrimenti a cosa giochiamo, ……. Penserete.

Ed è qui l’errore, le regole a che servono senza la palla?

E’ la palla il soggetto principale, le regole hanno importanza solamente se si indica il tipo di gioco a cui vogliamo giocare o solo quando tutti d’accordo vogliamo scriverle ma, tutto ciò, viene successivamente.

Noi siamo portati a dare la prima risposta perché ci hanno “ammaestrati” ad un unico pensiero e ad un unico gioco, questa è la palla e queste sono le regole per giocarci, e andate a giocare!

La palla è la metafora della nostra vita; la intendiamo come ce la fanno intendere, ci dicono sia nostra ma le regole per viverla non le abbiamo fatte noi, le troviamo preconfezionate.

Noi goffamente, stupidamente, ciecamente cadiamo nel tranello e viviamo una vita che vita non è, mugugnamo, ci stressiamo, ci ammaliamo e ne moriamo persino, senza capire che non è la vita insopportabile, lo sono le regole, che ci obbligano a viverla in questa triste maniera.

Il tempo cambia le cose, ogni cosa, perché non evolvere il pensiero verso nuove concezioni del modo di vivere?

Penso spesso a due preposizioni che mettiamo in relazione al soggetto “vita”.

La nostra, è la vita “di” o la vita “per”?

Ve la sentite di affermare che la vostra vita sia effettivamente quella di…… aggiungete il vostro nome e riflettete.

Siete assoluti padroni di essa e la potete gestire a vostro piacimento?

Domani, riuscirete a fare qualcosa di concreto, o anche di irreale, se preferite, per giustificare quel “di” che certifica la vostra proprietà?

Potrete pensare a chi veramente siete e a cosa veramente volete?
Potrete guardare il cielo e pensare a cosa mai ci sia al di là di esso, potrete andare in rifugio e lì, davanti ad un camino, aspettare che scenda la notte?

Potrete non fare la funzione di una macchina, potrete “non viver come bruti, ma seguir virtute e canoscenza”?

E per conoscenza non intendo la conoscenza di luoghi geografici ma quella dei luoghi dell’anima, quelli in cui possiamo trovare noi stessi, quei posti ancora inesplorati che ci possono dare la misura di chi siamo e di cosa stiamo a fare in questo mondo manipolato.

No, domattina vi alzerete per correre una corsa ad ostacoli, per spendere ogni vostra energia per trovare i mezzi necessari per far fronte ad impegni che, se fosse stato per voi, mai avreste presi.

 
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Il sole di Ottobre. 3° parte

Post n°219 pubblicato il 18 Febbraio 2013 da lontano.lontano
 
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Una vita “per”, insomma, “per” che fa pensare ad un fine da raggiungere o ad una negazione dell’identità, ed anche se analizzata nell’aspetto più alto, ad esempio, un’esistenza “per” i figli, “per” un amore o quant’altro, ma, mai deve coincidere con l’annullamento personale, ed invece, succede quasi sempre.

Personalmente m’impegno ogni giorno per rivendicare il possesso di questa mia vita e vorrei dirlo a questo bambino taciturno e sognatore che ho qui davanti ai miei occhi.

Vorrei fargli conoscere una scorciatoia segreta per trovare meno intoppi sulla normale via,

vorrei parlargli con la voce suadente dell’esperienza condita di folle saggezza.     

Sento il desiderio di farlo accomodare vicino a me, su questa panchina che il sole di ottobre ancora sfacciatamente riscalda, e dirgli che io mi son sentito libero, e lui si sentirà libero, non fisicamente libero, perché anch’io come ognuno di noi sono schiavo di qualcosa ma, intellettualmente, concettualmente, interiormente libero, quando troverà in sé la forza della ribellione a tutto ciò.

Quando l’orgoglio della mia umanità e il rispetto di essa, ad esempio, mi hanno consentito di dire, e a lui consentiranno finalmente di esclamare, quel sempre nascosto: “Non lo so”!

Libero di non sapere tutto, di non dover sempre dimostrare di essere preparato in tutto e su tutto, in ogni occasione, anche la più stupida occasione, sempre che esistano occasioni non stupide che obblighino a questa penosa farsa.

Basta per sempre con la finzione, mia, e con quella ancor più penosa di interlocutori desiderosi di mostrare un’ipotetica superiorità più finta ancora.

Nessuno sa nulla, se è vero com’è vero, che il nostro, è un piccolo mondo e non l’intero universo, se il nostro pianeta è un punto invisibile perso nel cosmo, se ammettiamo essere un nulla, con il nulla delle sue leggi fisiche, chimiche, matematiche e tutte le altre che crediamo cardini della nostra esistenza per la loro sacralità ed intangibilità.
Leggi e teorie che riteniamo possano spiegarci tutto solo perché, mai, ci passa per la mente che nulla valgono a distanza di qualche anno luce.

Tesi da dover dimostrare sempre, perché l’uomo è immodesto e presuntuoso ma, soprattutto, non riesce a convivere con altra realtà che non sia quella codificata, perché questa lo rassicura e lo mette al riparo dall’ignoto.

La paura dell’ignoto, di quello che esiste anche se non ci è dato vederlo, di ciò che si sente ma ci sfugge, di ciò che ci si ostina a negare perché non si possiedono le capacità per poterlo dimostrare.

E’ più importante, più significativo, cosa conta di più, in sostanza, ciò che è codificato, ciò che per convenzione è tenuto come unico parametro o ciò che noi percepiamo?
Il tempo, ad esempio, è più reale quello che ci mostra l’orologio o quello che noi avvertiamo, scandito dal nostro orologio interno?
Se noi facciamo caso al tempo che passa, non possiamo non notare che trascorre in modo sempre diverso.
Quante volte abbiamo detto o diremo… “Belin ma oggi non passa più”……. oppure, se stiamo vivendo un momento bello………. “Ma il tempo è volato”.
Ma chissenefrega  di ciò che segna uno strumento convenzionale, per noi conta il tempo percepito, quello che prescinde da ogni regola, quello che solo ci appartiene, il nostro tempo, non quello altrui.
Per spiegarmi ancor meglio, faccio un esempio di tipo meteorologico, che, guarda caso, ma a mio parere un caso non è, anche a livello climatico/atmosferico si parla di tempo.
Io vivo in un posto che, quando andavo a scuola, si diceva dal clima mite e temperato, ebbene, quando da noi, in inverno ci sono 8° avvertiamo che è freddo e ci stringiamo nel giaccone, più volte però, mi è capitato di vedere dei turisti nordeuropei che passeggiavano tranquillamente con addosso solo un golfino.
E poco più in là, un ragazzo africano imbacuccato, tipo omino Michelin, con gli occhi che, soli, spuntavano da sotto il berretto di lana e il naso da sopra la sciarpa avvolta intorno al collo.
Se dovessimo far solo riferimento al dato oggettivo, dovremmo dire che 8° di temperatura non giustificano né l’atteggiamento del ragazzo che gela dal freddo, né quello di chi gira per strada vestito come in primavera.
Ed è qui l’errore di fondo; considerare quella temperatura un dato da cui non poter prescindere per determinare una sensazione.
La temperatura è molta per uno e poca per un altro, esattamente come il tempo che trascorre.
Immaginiamo che il tempo scorra in linea retta, più propriamente lo possiamo rappresentare come un segmento: la linea retta più breve che unisce due punti.
Ipotizziamo però che quello non sia il solo modo con il quale passino i secondi, i minuti, le ore, gli anni…….
Se prendiamo un termometro, possiamo notare che è diviso in due sezioni, sopra e sotto lo zero, una indica valori positivi (+) l’altra negativi (-).
Proviamo a visualizzare orizzontalmente il segmento tempo proprio come un termometro, di valore 60 minuti, se grosso modo, tracciamo una linea che dal centro di esso, sale verso l’alto e un’altra che scende vero il basso, avremo due valori; positivo e negativo, esattamente come i gradi della temperatura.
Se facciamo corrispondere al valore positivo (verso l’alto) una percezione di malessere - Belin oggi non passa più …. - e gli diamo un valore a caso, mettiamo di trenta minuti, e quella (verso il basso) una percezione di benessere - Ma il tempo è volato…. - il tempo stesso non sarà più rappresentabile con un segmento ma con una linea curva.
Ne deriva che, questa curvatura del tempo, non sarà più il tratto più breve, il tempo “neutro”che abbiamo rappresentato col segmento ma, verrà aumentato del valore positivo e diminuito del valore negativo.
Quindi quell’ora passata in maniera noiosa, stancante o sofferente la percepiremo di 90 minuti (60+30) mentre quella passata in maniera lieta e serena ci sembrerà quantomeno dimezzata a 30 minuti (60-30).
Naturalmente il mio, è solo un ragionamento teorico, ma tutti, nessuno escluso, abbiamo avuto la sensazione che il tempo non sia quell’entità neutra, inalterabile, immutabile che trascorre a prescindere dal nostro operato.
Il tempo “neutro” che è quello che scorre quando non ci soffermiamo ad osservarlo, quello trascorso senza percezioni particolari, quello del sonno ad esempio, esiste ma, se altresì, esistesse anche quello determinato dal nostro comportamento?
Arrivare a dominare il tempo, è un’ipotesi affascinante ma, forse, sarebbe troppo, ciò che più realisticamente possiamo provare a fare è limitare al massimo i periodi di malessere affinché il loro tempo non si espanda e viceversa aumentare quelli di benessere che son sempre troppo brevi.
Lo so che è troppo facile a dirsi e molto difficile a farsi, forse impossibile, come dimostrare la teoria del tempo percepito ma, non tutte le cose possibili, sono possibili e non tutti quelle impossibili sono impossibili, per cui vale la pena tentare.

Riflettete, ma se io so una cosa che potrebbe essere smentita, completamente rovesciata nel suo ragionamento, io so veramente qualcosa?

No, non so nulla, se del nulla, in effetti, parlo.

Viviamo in un mondo tridimensionale e tutto ci pare logico così, e da questa conoscenza tutto facciamo derivare ma, se esistono la quarta e la quinta, e la sesta e chissà quante altre dimensioni, per cui, quanto conta la nostra attuale conoscenza? Zero.

Quindi, anche chi più sa, nulla sa perché il suo sapere è solo, nella migliore delle ipotesi, sbagliato e, nella peggiore ipocritamente fuorviante.

Io non so tutto, so quel che so, esattamente come tutti, nessuno può sapere tutto, ma questo logico pensiero, logico è diventato solo quando ho presa coscienza delle mie possibilità.

Solo quando ho compreso chi sono e mi son liberato dalla schiavitù del pensiero unico di una società che, sempre, mi aveva detto chi “non sono” ma, mai, insegnato ad essere chi veramente sono.

Gira e rigira, tutto ruota intorno a questo, a delle regole finte di una vita resa finta che della finzione si nutre.

“Divide et impera” è uno stratagemma ancora in voga, dividere per dominare, separare, chi può da chi non può, chi ha da chi non ha, chi sa da chi non sa, così da creare sottomissione a livello sia sostanziale che psicologico.

Discriminare le persone facendole sentire inferiori affinché siano passive, affinché si convincano di non essere all’altezza di ricoprire certi ruoli e, in conseguenza di questo, deleghino sempre ad altri il loro destino.

Non sono orgoglioso del mio non sapere, lo sono nel non nasconderlo ipocritamente, lo sono nel chiedere spiegazioni che mi illuminino e, se mi fa piacere ascoltarle, lo sono quando affermo che di ascoltarle nulla mi può interessare.

Non pensiate che sia presunzione la mia, io non posso essere presuntuoso per definizione, se presuntuoso deriva da presumere, ovvero ritenere di essere, io non ritengo di essere, io sono, semplicemente, modestamente sono, perché ho presa coscienza di me e della mia esistenza.

Io sono, non migliore di altri, sono uno, non nessuno, né centomila, io sono io, e così come sono mi accetto e mi voglio perché tanto mi sono impegnato per diventarlo.
Mi appassiono quando dico queste cose perché la ribellione è passione, perché lasciare il limbo del “non essere” per vedere la luce dell’”essere”, è nascere o, se preferite, ……. rinascere.

Sorrido appena io bambino, mentre, quasi a voce alta, gli parlo, parlandomi di queste cose, sorrido nel vento e nel sole di quella giovinezza che a lui pare eterna e che io invece so essere effimera.

Gli vorrei insegnare ad essere sé stesso, svelargli qualche trucco per vivere meglio, e potrei farlo visto il mio grado di preparazione che ritengo oggi sia alto, perché ho capite tante cose che prima mi sfuggivano, perché mi sono accorto che il meccanismo nel quale noi fungiamo da ingranaggi è stato inventato per portare vantaggi unicamente a chi lo ha progettato.

Ed a questo meccanismo mi ribello, perché la ribellione è dello schiavo, ma uno schiavo che si ribella, anche solo con il pensiero è meno schiavo.

Non dobbiamo mai dimenticare che: “Ci fanno ciò che noi permettiamo ci facciano”.

Riflettete bene su questa frase e imprimetevela nella mente affinché sia la luce che vi guida nella notte dell’esistenza.

Spesso, diamo una mano al destino avverso, con i nostri comportamenti; non possiamo certo scongiurare una malattia ma possiamo, talvolta, scongiurare qualche problema di relazione.

Se siamo passivi, se non facciamo rispettare un nostro diritto, se abbassiamo la testa davanti al sopruso, state certi, che tali vessazioni si ripeteranno diventando una prassi consolidata.

Se essendo in fila, il solito personaggio che arriva per ultimo, con destrezza, cerca di guadagnare posizioni, trova accondiscendenza, è chiaro che per lui diventi abitudine farlo visto il raggiungimento del suo scopo, e sempre si comporterà così.

Se qualcuno, agendo per il proprio interesse, ci mette in una condizione che ci penalizza e noi non solleviamo il problema, quel qualcuno, non penserà certamente al nostro malessere, ma al contrario, si convincerà che se noi non obiettiamo nulla è perché, in fondo, la cosa viene bene pure a noi.

E’ questo il passaggio importante, il silenzio assenso, che in questi casi si traduce con subdola e violenta prevaricazione.

“Ma non me lo potevi dire subito?  Io pensavo che……..”

Ecco cosa ci sentiamo rispondere quando alfine ci ribelliamo, quando facciamo notare che il trattamento al quale siamo sottoposti è figlio dell’ingiustizia.

Passiamo pure dalla ragione al torto; non dicendo nulla, diamo il tacito assenso, e ora che le cose sono stabilite andiamo a disattendere questo patto non scritto con le ripercussioni sulla vita degli altri? 

Ma come ci permettiamo un atto simile?
E ne viene ancora a loro perché l’arroganza va di pari passo con la sfacciataggine più estrema.

Non dico di fare delle scenate o di scatenare una rissa ma soltanto di avere rispetto per noi stessi e, conseguentemente, esigerlo dagli altri, esattamente come noi agli altri lo riserviamo.

E’ un nostro diritto ma è anche nostro preciso dovere, perché se non fermiamo coloro che hanno la tendenza ad abusare della timidezza altrui, avremo sempre più tiranni in giro e, di tutto possiamo avere bisogno, tranne che di tiranni.

L’uomo è stato creato schiavo ma molti appartenenti alla nostra specie hanno imparato presto a fare il salto di categoria e diventare padroni, il guaio è che vigliaccamente tiranneggiano i loro pari e mai i potenti.

Una delle cose che più odio nell’uomo è la viltà, l’esser forti con i deboli e deboli con i forti.

Non riesco a giustificare chi, avendo la schiavitù nei propri geni, senta il desiderio di moltiplicarla anziché quello di debellarla.

Pensate ai fenomeni del “nonnismo” nelle caserme o al “bullismo”; individui che, sottomessi gerarchicamente trovano motivo di rivalsa nella vessazione dei sottoposti o comunque di chi non sa difendersi.

Ma questo comportamento quali spiegazioni può avere?

A mio parere coloro i quali si coprono di una tale infamia, lo fanno perché non si rendono conto lucidamente della loro condizione.

Non vogliono ammettere, o non si accorgono veramente, della loro triste vita e la mascherano con un’altra, una pseudo vita, irreale, ma che nella sua allucinazione si presenta loro più gratificante e vivibile.

Se si guardano allo specchio non vedono lo schiavo che deve ubbidire ma il dittatore al quale si deve obbedienza.

Tale deformazione della coscienza non prevede la ribellione ma la prepotenza, non prevede il riscatto e la liberazione ma un’esistenza fatta di una libertà inventata che è peggio della schiavitù vera.

Povero ragazzino, quante cose vorrei dirti, e altre ancora, quasi a farti un lavaggio del cervello se solo tu avessi la possibilità di ascoltarmi e ascoltandomi, avessi anche la minima possibilità di cavartela meglio di quanto abbia fatto io quando ero te!

 
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Il sole di Ottobre. 4° parte.

Post n°220 pubblicato il 18 Febbraio 2013 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Povero ragazzino, ma mi crederesti se io ti raccontassi questa favola o la prenderesti proprio come una favola, per cui soltanto fantasiosa ed inattendibile?

Mi crederesti a modo tuo, forse, con la speranza in un finale diverso, con quel tuo modo di credere che oggi, non ricordo manco bene quale fosse.

Crederesti a me che ti ribalto lo scenario che ti hanno imposto fin da piccolo affinché si radicasse in te, facendoti diventare un ottimo fruitore di menzogne confezionate ad arte?

Crederesti a chi ti dice che quella alla quale vai incontro, non sarà la tua vita se non ti batterai per riappropriartene, se non capirai che la vogliono per usarla a loro piacimento.

Ora stai credendo nell’onestà, nella buonafede, nella bontà che, sei convinto, sia insita nell’uomo stesso, in quella visione virtuale di una vita che pensi sia fatta di tanti come te.

Oggi invece, a differenza tua, io coniugo sempre di meno il verbo “credere” che è, a mio parere, un verbo definitivo, ovvero preclude ogni confronto e limita gravemente ogni pensiero.

Se io parlo con una persona che crede fermamente in qualcosa, come posso mettere in discussione il suo sentire che è fondato sulla fede?

Fede, in senso allargato significa fiducia, certezza, convinzione basata su un dogma da cui non prescindere, è così e basta, e se è così non si torna indietro ma, a mio parere, con questa presa di posizione, non si andrà neppure mai avanti.

Io non voglio credere in Dio, ad esempio, io voglio parlare di Dio, voglio pensare a chi sia Dio, voglio capire, ragionarci anche senza prove, preferisco vederci male piuttosto che essere cieco.

Credere in Dio mi pare persino una bestemmia, è come dare ragione a qualcuno tanto per toglierselo dalle scatole, è come dire, massì meglio credere a ciò che mi hanno detto piuttosto che perderci del tempo a pensarci su.

E invece voglio pensarci, a modo mio, senza il timore di ragionamenti improbabili e azzardati, facendo volare il pensiero razionale nel cielo dell’immaginazione più fantasiosa.

Se ritorniamo un attimo alla genesi dell’uomo che passa dallo stadio di animale a quello di umano, cosa può essergli successo a livello fisico nonché emotivo?.

Di certo i primi esperimenti di passaggio da scimmia ad umano, non saranno venuti un granché, probabilmente questi “scarti” saranno stati abbandonati al loro destino, e, con tutta probabilità, ciò che la scienza dice di sapere dell’evoluzione è proprio questo.

Ma degli altri, quelli che di esperimento in esperimento sono stati perfezionati cosa si sa?

Come ho già detto, sono diventati quegli schiavi utili alla causa, che per semplificare chiamerò “extraterrestre”, ma non solo.

Proviamo a pensare che questa nuova razza di schiavi umanoidi, sia venuta proprio bene, forse troppo bene e il loro cervello avesse cominciato a funzionare come forse, neppure i loro creatori si aspettassero.

Poiché nello schiavo è insita la ribellione, proviamo ad immaginare che, presa coscienza del loro destino e delle loro possibilità, questi “quasi umani” si fossero ribellati veramente.

Non ho la pretesa di suffragare queste mie fantasie con delle prove, mi limito a farvi notare queste curiose coincidenze.

Le frasi: “L’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio” e all’atto della cacciata dal Paradiso “Partorirai con dolore”, rivolto alla donna, vi offrono occasione per qualche riflessione?

Se davvero lo scenario fosse quello che ho proposto, si potrebbe asserire che; se l’uomo è stato creato geneticamente, ed è immagine e somiglianza del suo creatore, posto che il suo creatore è un essere extraterrestre, Dio è un essere extraterrestre e non il Dio del catechismo.

E poi, perché mai una donna, tutto ad un tratto, dovrebbe partorire con le classiche doglie di un parto umano? Prima non le aveva?

Evidentemente no.

Secondo me è andata in questa maniera: La nuova razza semiumana essendo schiava, non doveva far fronte alle proprie esigenze, doveva solo lavorare, a tutto il resto provvedeva la razza padrona.

All’atto della ribellione che, pare senza spargimento di sangue, forse perché gli schiavi non erano più così insostituibili, la razza extra terrestre li mollò al loro destino, esattamente come aveva fatto con i primi esemplari.

E’ logico pensare che le donne in quel “paradiso” avessero fecondazioni non del tutto naturali ed anche i loro parti avvenissero in maniera tecnologica.
Ottennero la libertà ma non gratuitamente perché, da quel giorno, dovettero provvedere al loro sostentamento, dovettero probabilmente scontrarsi con le razze meno evolute (ecco spiegato perché queste sparirono), la procreazione non fu più assistita e senza “aiuti” il loro DNA diventò unicamente umano.

Di tutto ciò, cosa rimane in noi?

Il concetto di schiavitù e il concetto di Dio.

E’ strano se la concezione di Dio è legata ad un essere perfetto che sta nei cieli, che intimorisce perché così troppo diverso da chi lo guarda, perché avvolto di luce, perché riesce a fare cose impossibili?

No, penso proprio di no, la rappresentazione dell’accaduto nella sua approssimazione è dettagliata ma i dettagli sono confusi nella difficoltà lessicale.

Ogni descrizione è figlia dei propri tempi e, come dicevo all’inizio, se una cosa non si è mai vista, la si può descrivere solamente facendo riferimento a cose conosciute, motivo per il quale è logico che essa possa essere fuorviante.

Immaginate di essere un uomo all’inizio della sua evoluzione, ancora limitato nel linguaggio, come descrivereste una torcia elettrica?

Bastone che fa luce?         E un accendino? Una pietra da cui esce fuoco?

E un’astronave non potrebbe ricordare un drago volante?

A questo punto, mi pare certa la presenza di un Dio nella vita degli uomini, stabilire chi esso sia veramente è cosa molto meno scontata di quanto ci suggeriscano alcune religioni.

Io non posso andare al di là di queste mie fantasiose congetture, non posso affermare nulla e nulla posso negare, mi limito a pormi delle domande e a darmi delle risposte, visto che risposte esaurienti e definitive in giro non ne trovo.

Mi piacerebbe cercarle dove penso che siano, tra i documenti segreti dell’archivio Vaticano, in quegli ottanti chilometri di scaffali contenenti la storia del mondo, forse, la vera storia del mondo o, forse, la storia del mondo vero.

Vi siete mai chiesti perché tutto il sapere mondiale sia concentrato in Vaticano?
Uno Stato inesistente, in pratica, ma uno Stato così potente da dominare il mondo con quattro guardie armate di alabarda, a fare e disfare a proprio piacimento senza render conto a nessuno.

Perché tanto potere in pochi chilometri di terra?

Forse perché il potere lo danno le ricchezze economiche, i segreti ricattatori posseduti e i personaggi ricattabili.

Ci sono cose che non possono essere svelate perché, chi comanda il mondo non ha nessun interesse a farlo, e chi potrebbe farlo tace, oltre che per il proprio tornaconto, anche in cambio di altrettanto potere, in nome di un Dio che, poverino, è solo un mezzo innocente e non il fine.

Pertanto una cosa mi pare scontata, se ci hanno proposto un Dio diverso da quello che realmente in origine fu, è perché avevano la convenienza per farlo.

Questo povero Dio è stato gestito e usato per compiere ogni tipo di infamia, nel suo nome hanno compiuti genocidi, hanno ammazzate milioni di persone, hanno torturato e calpestata la dignità umana, pensate che raccontando un’altra storia tutto ciò, avrebbe potuto avvenire ugualmente?

Proviamo a fare questo ragionamento: se Dio è il potere assoluto, chi si propone quale suo “portavoce” non ha il potere assoluto perché sarebbe impossibile, ma quello terreno si, perché da tale investitura lo fanno derivare.

C’è qualcuno che pensa che a codeste persone importi qualcosa del potere ultraterreno, delle ricchezze spirituali, quando possono disporre a piene mani di quelle terrene?

E comportandosi in questa maniera che credibilità possono avere, come possono venirci a parlare di Dio, quando coi fatti, smentiscono ogni atto che gli attribuiscono ed ogni parola che ci dicono da lui proferita?.

Mi piacerebbe davvero tanto, che ci fosse un essere sovrannaturale che tutto vede e che tutto regola, che interviene per soccorrere chi è in difficoltà e per punire chi sta compiendo il male; raffigurato tra le nuvole con un’espressione austera ed un bel barbone bianco.

Mi piacerebbe perché sarebbe un bel paracadute sempre aperto, una polizza assicurativa contro la sofferenza ma mi sa che non vada proprio così, il male prolifera su questa terra e, chi lo causa, tanti disagi mi pare che non li soffra.

Mi piacerebbe perché ricorrere a Lui nei momenti difficili è cosa automatica per tutti, anche per i non credenti, perché un Dio nella nostra memoria ancestrale c’è e ritenerlo un padre al quale affidarci per essere aiutati è cosa logica e spontanea, per quanto riguarda poi la natura di questa paternità, ho ampiamente detto sopra.

Un paracadute non lo è, o almeno non per tutti, ma un parafulmine per molti lo è eccome.

E’ facile e comodo mugugnare e incolpare Dio per il mancato intervento nella necessità ma, questo nostro atteggiamento è una puerile scusa per tacitare la nostra coscienza che, a dirla tutta, non è che rimorda poi un granché.

Ci dovrebbe pensare Dio, e se non ci pensa lui che può tutto, perché mai dovremmo farlo noi?  E quest’inno al paraculismo, al menefreghismo, giustifica la sua presenza anche nel pensiero dei non credenti che si avvalgono di questo per essere anche “non operanti”.

Nella mia mente pensieri su chi sono, da dove io venga, su cosa io faccia qui, su Dio e sulla realtà irreale che vivo, pensieri rivolti a sto ragazzino con le braghe corte ed il fare misurato, che già rincorre un pensiero che gli sfugge, che arriva al limite delle sue conoscenze e non riesce ad andare oltre.

Lui oggi crede per abitudine, crede a ciò che gli viene messo a disposizione, tanti “perché”, tanti “se” e tanti “ma” difficili, si nascondono ancora dietro risposte più semplici.

Vive oggi quell’età che, comunemente, si definisce meravigliosa e spensierata ma per lui così non è.

Non riesce ad essere spensierato perché un’educazione improntata alla responsabilità non glielo ha mai permesso.

Mi accorgo oggi che quel bambino è stato solo parzialmente bambino, me ne accorgo oggi che sono quasi totalmente bambino.

Si, oggi sono libero di essere quel bambino che lui non poteva essere, oggi che posso rincorrere i sogni che lui aveva in embrione, quei sogni in attesa di un sognatore che li potesse sognare.

Vivo così una vita perennemente intrisa di irrealtà, una vita vera e una non vera ma, sempre più spesso, non capisco quale sia l’esatta successione.

Se non impegnata in pensieri pressanti, la mente vaga in un mondo lontano, lontano un centimetro dal nostro, che si potrebbe raggiungere con il minimo sforzo, se solo si usasse  un minimo di buonsenso.

Provo grande affetto per lui, ma non perché quel “lui” sia io ma perché so che avrà da patire e non è possibile non provare questo sentimento verso chi si appresta alla sofferenza.

E’ l’affetto che si ha per la vittima designata, per colui che non può sfuggire al proprio destino, senza aver la possibilità di combattere, a differenza di quanto tutti noi possiamo fare, per cambiarlo, o forse, come tutti noi ci illudiamo di poterlo cambiare.

Vorrei dargli dei consigli, vorrei poter parlargli e raccontargli, come quei “vecchi” che più volte ci hanno detto….. “io ci sono già passato”, rendere possibile, almeno per una volta, quel fatidico “ se potessi tornare indietro…!”

Ma non posso farlo perché sarebbe inutile e, quand’anche inutile non fosse, non potrei lo stesso perché se lui mutasse il proprio destino io non sarei qui ora, non sarei la persona che oggi sono e, non è escluso, che potrei anche non esistere più.

Sono dell’avviso che la vita sia una sequenza di eventi indissolubilmente legati uno all’altro,

un evento influisce e determina sempre quello successivo.

Essì perché, la vita che stiamo vivendo, avrebbe potuto essere una vita completamente diversa se soltanto avessimo cambiata anche una sola scelta fatta in  un dato momento.

Immaginate che la vita sia una catena fatta di anelli di misura diversa.

Gli anelli più grandi sono i momenti delle scelte importanti che potremmo chiamare “Scelte base”, quelli più piccoli sono i periodi di tempo comuni, quelli vissuti in maniera, diciamo, normale o automatica.

Devo precisare che il mio ragionamento è valido per le persone che hanno raggiunta un’esperienza di vita importante o un periodo di vissuto che abbia imposta almeno una Scelta base, altrimenti è inutile proseguire.

Ebbene, io sostengo che, cambiando un anello “Scelta base” della nostra catena, cambierebbe tutta la catena da quel momento in poi.

Per essere ancora più chiaro, chiamerò:

“A” il periodo di catena prima della Scelta Base.

“B” l’anello Scelta Base

“C” il periodo dopo l’anello “B”

Ne deriva che la nostra esistenza vista oggi sia la catena “AC” ovvero una sequenza che riteniamo logica e naturale, lo svolgimento della nostra vita.

Proviamo invece ad immaginare di sostituire l’anello “B” con l’anello “X” ovvero una scelta totalmente diversa da quella fatta realmente.

Non è difficile osservare che la catena “A” rimane inalterata ma cambia la parte da “B” a “C” che diventerebbe “XY”.

Quindi la catena originata sarebbe “AY”

E’ ovvio che questo giochetto si possa fare a solo a posteriori, solo ora possiamo analizzare la nostra vita, solo dopo che si sia compiuto possiamo dare un giudizio sul nostro destino.

Ma dopo tante formulette che non facilitano la lettura proviamo a fare un ragionamento molto più pratico ed un esempio che meglio ancora chiarirà il mio pensiero.

 
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Il sole di Ottobre. 5° parte.

Post n°221 pubblicato il 18 Febbraio 2013 da lontano.lontano
 
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Pensate ad un uomo che rimane vittima di un incidente, i suoi impegni giornalieri vengono stravolti e cambiano improvvisamente.

Viene trasportato al pronto soccorso dove è curato, ed è assistito da un’infermiera coi capelli del colore del grano e gli occhi scuri e profondi.

Quegli occhi si incontrano coi suoi e, senza parole, per dei momenti infiniti, non si staccano, non si vogliono staccare e, in silenzio hanno già deciso che non si staccheranno.

Quell’incontro sarebbe potuto avvenire se uno avesse fatta un’altra strada o se l’altra avesse avuto un turno di lavoro diverso?

Certo che no, ma questo attiene al caso, al destino e non al libero arbitrio ma i due, ora si trovano davanti ad una scelta.
Dipende solo da loro se attaccare l’anello ad una delle due catene che, attualmente sono del tutto virtuali ed una lo rimarrà per sempre mentre l’altra sarà la loro vita.

In questo momento si decide del loro futuro ma anche di quello di tutte le altre persone che avranno a che fare con loro da questo momento in poi.
Si decide ora se dei bambini verranno al mondo oppure no, si decide ora persino della vita o della morte di qualcuno.

E’ probabile che nessuno di voi ci abbia mai pensato, provate a farlo ora, provate ad osservare la vostra vita fin qui vissuta, provate a sostituire un “si” con un “no” oppure a concretizzare un “se” e vi renderete conto che, forse, non sareste neppure qui a leggermi, ammesso che io oggi potessi esser qui a scrivervi.

Non mi trovo nella situazione dei personaggi cinematografici che tornano indietro nel tempo e, facendo questo, riescono a determinare l’andamento della loro vita da quel momento in poi, io ho davanti solo la mia immagine da ragazzino, il ricordo animato di me, e i ricordi anche se un po’ confusi dal tempo, non modificano gli eventi.

Non posso modificare nulla, e dico non posso e non, non vorrei, perché lo vorrei eccome, ma non mi è, e non mi sarebbe possibile, neppure cambiare una virgola di ciò che ho fatto, perché anche una sola virgola aggiunta o eliminata muterebbe l’intero corso della mia storia.

Ed anche per questo motivo dobbiamo estirpare dalla nostra mente tutti quei sensi di colpa che ci logorano la mente e l’anima, non ha senso averli perché non ha senso stare male due volte, perché non ha senso questa maledetta visione di colpa e peccato che ci hanno inculcata.
Non ha senso provare rimorsi perché nel momento di prendere una decisione, chiunque sia in grado di intendere e di volere, ha sicuramente optato per la scelta che in quel momento riteneva essere la migliore.
Si può sbagliare, e tutti noi abbiamo sbagliato qualcosa, ma processarsi e condannarsi alla pena eterna non è giusto perché mai, facendo questo, prendiamo in considerazione che, nella decisione incriminata non c’è dolo e soprattutto è assicurata la buonafede.

Che sia poi il tempo ad emettere un giudizio sulla bontà o meno della scelta fatta è del tutto irrilevante perché è troppo facile parlare a posteriori, perché è troppo facile puntare sul vincitore a gara conclusa.

Sono dell’avviso che conti solo il presente perché il passato non esiste più, se non nella nostra memoria, mentre del futuro non possiamo avere la certezza della sua esistenza.
Da ciò si desume che l’unico stato razionalmente esistente, il presente appunto, sia anche quello più breve, è una frazione di secondo tra il futuro ed il passato.

Ora è presente, tra un secondo sarà passato ed il prossimo secondo sarà futuro, ciò dimostra che dobbiamo vivere nel momento in cui viviamo, aspettare a farlo domani è inutile quanto rimpiangere oggi di non averlo fatto ieri.

Ciò che affermo penso sia innegabile ma è innegabile per le nostre conoscenze attuali, per la nostra realtà conosciuta e non per quella che potrebbe esistere a nostra insaputa.

Supponiamo che esista una dimensione sconosciuta, che risponda ad una legge naturale, innaturale per le nostre esperienze attuali, un qualcosa che non so definire e che, per farmi capire da tutti, definirò  in maniera accessibile, macchina del tempo.

Bene, se esiste la macchina del tempo, posso ipotizzare che con essa, ci si possa spostare su e giù per lo stesso e per lo spazio, nel passato che fu e nel futuro che sarà.

Ipotizziamo ora, che io sia già morto almeno una volta, morto un giorno di un anno indefinito, e sia rinato, esattamente come certificato all’anagrafe.

Ebbene, se accettiamo il teorema dell’esistenza della macchina del tempo, perché dovrei  dare per scontato che io sia nato, per forza, in un mio futuro?

Potrei esser morto, ieri, oggi magari, o domani, e poi, essere ritornato in una nuova vita, cinquantasette anni fa, esser nato, quindi, nel mio passato.

E se diamo per vera questa mia tesi, oggi, io sto vivendo in un tempo già trascorso, e non, come tutti diamo per certo, in un tempo a me successivo.

In breve, se un individuo muore nel 2013, essendo il tempo, percorribile per tutto il suo corso, e non solo in proiezione futura, è lecito pensare che si possa ritornare anche ad epoche precedenti.

Forse ho lasciato la mia vita nel 2019 o nel 2099, in un anno a caso, ciò che mi chiedo è perché sia rinato proprio nel 1956.

Se potessi scegliere, io vorrei vivere nell’epoca dei cavalieri e delle castellane, quel segmento di civiltà e di storia che si mescola con la magia, col mito e la leggenda.

Castelli, cavalli al galoppo, duelli, e capelli biondi di donne angelo, il fuoco che arde nei camini ed una natura ancora incontaminata.

Perché allora non vivo lì ora?         
Ho scelto io la nostra epoca o mi è stata imposta?

Propendo più per la seconda ipotesi, l’idea di una libera scelta, mi lascia alquanto perplesso, esser liberi totalmente, penso che sia solo una meravigliosa illusione.

Io, e tutti voi, potremmo essere, come una stella già morta ma che crediamo ancora esistente, solo perché la sua luce sta ancora viaggiando verso i nostri occhi.

Possiamo escludere che la terra sia già disabitata, priva del genere umano, forse causa di una catastrofe naturale, forse a causa di una guerra atomica o chissà per cos’altro ancora?

E’ solo fantascienza pensare che si possa vivere pur essendo già morti?

Non è follia pensarlo, anche perché di resurrezione e nuova vita, non ne parlo di certo io per primo, che effettivamente esista una connessione, tra le dottrine religiose e la “macchina del tempo” è altamente suggestivo.

Chissà se la verità è nella fantasia, chissà se la realtà è davvero così reale, una cosa è certa però, la vita, qualunque essa sia non riusciamo a viverla degnamente, invece di essere una grande occasione da sfruttare è un peso difficile da sopportare.

Qualcuno si è mai chiesto perché succeda tutto ciò, e soprattutto perché, alla logica idea di un radicale cambiamento, si risponda sempre che ciò sia impossibile?
Ma perché un’azione, un pensiero, un ragionamento, devono essere ritenuti impossibili, anche solo concettualmente, senza neppure essere presi in considerazione?
Eppure alcune idee sono progredite, persino progetti che sapevano di mera follia hanno vista la luce, ma una nuova filosofia di vita non ha mai avuto successo a livello planetario.
Che la spiegazione sia da ricercarsi nella paura di un mancato profitto che, coloro i quali reggono le sorti del mondo possano avere, non mi pare priva di fondamento.
Proviamo a pensare, per fare qualche esempio, alle pietre preziose.
E’ razionalmente concepibile che si attribuisca un valore così alto a delle pietre che, per tanto splendide esse siano, sempre pietre rimangono?
Eppure, a causa di questo valore, delle persone sono ridotte in schiavitù e arrivano anche a perdere la vita, ammesso che quella che conducono si possa chiamare così.
Altre fanno sacrifici economici rilevanti per far si che una di esse luccichi e faccia bella mostra di sé sul dito di una donna ma, sempre di una pietra si tratta.
Una pietra su un piatto della bilancia e le vite invivibili di molte persone sull’altro, esistono dei dubbi sulla parte dalla quale il piatto penderà?

Le pietre preziose, diventano tali perché sono rarissime e l’unica legge economica che, a mio parere abbia un fondamento, recita che se un bene è scarsamente disponibile il suo valore aumenta.

Ma chi attribuisce l’importanza e, conseguentemente il valore di tale bene?

Il consumatore finale, verrebbe da pensare, ma se ci riflettiamo un momento ci accorgiamo che non è proprio così automatico.

L’entità economica del bene e la sua fruizione, sono determinati dal produttore stesso e solo indirettamente dal bisogno del compratore.
Per rimanere sull’argomento pietre preziose, se coloro i quali hanno visto un affare economico la loro commercializzazione, non avessero creata l’attrazione verso l’effimero, oggi non avrebbero maggior valore di una pietra qualsiasi.

Sono bellissimi quei colori e quei giochi di luce incredibili che le gemme creano ma, ci nutrono i diamanti, ci tolgono la sete se siamo assetati, sono un bene irrinunciabile come l’acqua o possiamo vivere anche senza possederle?
Certo che possiamo ma, nonostante questo, desideriamo i diamanti più di quanto possiamo desiderare l’acqua, e li desideriamo perché qualcuno ha fatto in modo che li desiderassimo.

Ricordate i film in bianco e nero degli anni 30’?
I personaggi erano avvolti nelle nuvole di fumo delle loro sigarette, secondo voi, perché fumavano così accanitamente?

Perché le industrie del tabacco pagavano affinché i miti cinematografici fossero da emulare, anche e soprattutto per quello.
Esiste in natura qualcosa di più effimero del fumo?

No, lo è per definizione ma il vacuo, l’inutile e, parlando di fumo persino il dannoso, è diventato oggi un bene irrinunciabile.

Gli esempi da citare sarebbero innumerevoli, ed ogni volta la logica ed il buonsenso rimbalzano contro il muro di gomma di intoccabili interessi economici.

La società in cui viviamo, il mondo ed  il suo modo di intenderlo e di viverlo dovrebbero essere riformati su basi nuove, sulle cose concrete ma, contemporaneamente sul sogno, sulla ragione ma anche sull’utopia, sulla prosa ma anche sulla poesia.

Se si vuole davvero giocare ad un gioco nuovo, ci vogliono regole nuove, non è possibile continuare ad adottare quelle vecchie che, tra l’altro, hanno fatto di un gioco il peggiore degli incubi.

Vivere in maniera diversa, cambiare il mondo e ripensarlo secondo una concezione nuova, abbatterlo per poi ricostruirlo, di per sé, non sarebbe difficile come potremmo ipotizzare, la cosa quasi impossibile è rimuovere l’ostacolo personificato dal potere di coloro che a tale cambiamento si oppongono.

Il potere economico di pochi che non se ne vogliono privare, una casta che ha costruiti i propri privilegi sulla sofferenza dei popoli, individui che, con la forza della ricchezza, hanno instaurata una dittatura mondiale organizzata ed imbattibile.

Sono stati bravi costoro, non hanno lasciato nulla al caso, sono persone preparatissime e senza scrupoli che hanno saputo creare una trappola mortale nella quale l’umanità è caduta senza neppure rendersene conto.

Un passo alla volta nascosti nell’ombra, senza apparire, senza esistere ufficialmente, hanno dettate le loro regole economicide e ce le hanno fatte accettare spacciandole per la panacea per i nostri affanni.

Corrompendo, mettendo a libro paga l’intera informazione e schiere di politici senza scrupoli, hanno cancellata la verità per sostituirla con le loro menzogne, trasformandola nel verbo divino al quale dobbiamo attenerci senza mai obiettare, pena la condanna per eresia.

La cosa tragica è che facendo il lavaggio del cervello alle masse, cancellando le facoltà critiche e inibendo il pensiero libero e autonomo di esse, sono riusciti a far controllare le masse dalle masse stesse.

Se io faccio questi ragionamenti, se espongo queste mie tesi anche a persone che ritengo fidate, persino da queste, ottengo delle frasi fatte, delle controteorie composte al massimo da tre parole, che partono in automatico dalla bocca senza neppure passare per il cervello.

Pur essendo, i miei interlocutori, persone intelligenti, non riescono ad affrancarsi dall’indottrinamento di cui sono vittime e, come automi obbediscono a dei riflessi condizionati e alle sollecitazioni fatte loro pervenire dai sicari dei potenti.
Dei perfetti imbecilli diventano così, grazie a questa falsificazione, dei vati dell’economia, della politica, dei massimi sistemi, per cui grazie a questo giochetto ogni idea di cambiamento e di speranza per una vita a misura d’uomo muore sul nascere, costringendoci pertanto a continuare a vivere una vita a misura di schiavo.

E così il cerchio si chiude, nati per essere schiavi e da schiavi morire.

Sono persino stanco di pensare ma come fare a non pensare?

Molte persone mi dicono di fare mille cose per non pensare, io riesco a fare a malapena una sola cosa fra mille pensieri.

Si cerca di non pensare perché pensare è sofferenza, pensare è aver a che fare con i guai giornalieri, con il passato di rimpianti e col futuro di timori.

Ma sfinire il cervello nel non pensiero non è una soluzione praticabile, meglio piuttosto imparare a pensare, elaborando una strategia che porti ad un'assoluzione di un passato ormai passato ed una consapevole presa di coscienza della non certezza del futuro.

Meglio evadere nell'irrealtà reale che ci liberi, anche se momentaneamente, dalle ansie di una realtà irreale, meglio lasciarsi andare in un sogno che faccia nascere una speranza piuttosto che rimanere nell'incubo che la fa morire.

Mi alzo dalla panchina e mi accorgo che queste ore passate qui non sono state un’allucinazione, non ho sognato, non ho visualizzato nulla di irreale, io bambino sono qui, in un involucro di cinquant’anni di più.

Gli anni mi sono passati addosso, ma non sono riusciti ad invecchiare il bambino che è in me, come ora fa l’onda su questi piccoli scogli, ma non riesce a coprirli che per pochi secondi.
Oggi mi sono incontrato in questo pomeriggio illuminato dal sole di Ottobre, ho rivista la mia vita senza fare un bilancio, e non avrebbe senso farlo perché il mio passato è stato solo un passaggio obbligato per avere questo presente e quel po’ di futuro che mi sarà concesso.

 
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E lontano lontano nel mondo.1°

Post n°222 pubblicato il 22 Ottobre 2013 da lontano.lontano
Foto di lontano.lontano

Ho una sensazione, una percezione, quel qualcosa che si avverte senza poter dare una spiegazione, quando lì il pensiero si ferma e, come bloccato, non riesce ad andare oltre.
Un gomitolo di pensieri col bandolo nascosto, volutamente reso introvabile come per un sadico, perverso piacere.
E'un ragionamento irragionevole che mi gira nella mente, una riflessione che più è elaborata e più si espande, che si fortifica nella convinzione non provata, nell'irrazionalità istintiva, in quella zona inesplorata dell'intuizione, libera da ogni condizionamento.
Ma la vita che stiamo vivendo, è reale o è tutta una finzione?
Quanto c'è di virtuale, di programmato, di falso, in una situazione che ci sembra vera?
Questo quesito gira e rigira nella mia mente e la porta verso un orizzonte che non approda mai nella terraferma del concetto certificato, nel pensiero finito.
Comprendo la complessità dell'argomento e comprendo pure lo scetticismo che lo stesso può destare, così come comprendo la facile ironia del primo momento ma, non c'è molto da ridere se si vanno ad analizzare tutte le relazioni esistenti all'interno del mio ragionamento.
Divido il mondo in due parti, da una parte la natura o tutto ciò che prescinde dall'uomo, ciò che ha un funzionamento autonomo, dall'altra, tutto ciò che è frutto dell'elaborazione umana e delle regole che l'uomo si è date.
La prima sezione è certamente vera, avverto che una montagna non può essere diversa da com'è una montagna, che il fragore del tuono e la saetta che lo precede sono incontaminati da sempre, che la pioggia scroscia da un cielo imbronciato e la neve imbianca la terra da quando la terra è la terra.
Non c'è discussione su questo, le regole della natura son quelle e non potrebbero essere diverse ma, si può dire la stessa cosa della parte che vede l'uomo inventarsele?
No, non è la stessa cosa, l'uomo le regole le concepisce, non le trova già scolpite indelebilmente nella pietra del tempo, le modella a suo piacimento, come mai, farebbe la marea che cede al volere della luna.
E se le regole che l'uomo si dà sono solo dei miseri tentativi, andati a vuoto, di perfezione, come, le suddette, possono dar luogo ad una vita vera e reale?
E se queste regole, queste norme di procedura, queste convenzioni, questi assetti di convivenza che vengono accettati dalla comunità fossero disattesi e sostituiti con altri, potremmo dire di vivere la stessa identica esistenza?
Non mi pare proprio, ed è esattamente per questo che a me appare una vita virtuale se virtuali sono le norme che la regolano.
Per rendere ancora più accessibile il mio pensiero, mi aiuterò con il seguente esempio.
Tutti ricorderete il programma televisivo “Scherzi a parte”, per coloro che non lo hanno mai visto, aggiungo che si trattava di una finta situazione che vedeva vittima un personaggio noto.
Uno scherzo di cattivo gusto che veniva escogitato e montato ad arte, una situazione irreale che però veniva subita in modo reale dal malcapitato di turno.
Lo spettacolo terminava con il disagio, e perché no, anche la sofferenza di chi subiva tale situazione, che, solamente dopo questo amaro passaggio, poteva riprendersi nell'ormai insperato annuncio:
E'stato tutto uno scherzo......... “Sei su scherzi a parte”.
Ebbene, io ho la sensazione che da un momento all'altro possa succederci la stessa cosa; vedo cose troppo senza senso per essere vere, avverto una macchinazione che supera persino quella scenica del programma televisivo.
Non possono essere vere certe cose, sono così assurde che possono essere spacciate per realtà solo perché è noto che la realtà superi la fantasia.
Ma, tornando a quel programma, se al personaggio in questione non venisse svelato il trucco, penserebbe di vivere nella realtà e non nella finzione televisiva, come non accettare l'idea che tutto ciò stia capitando pure a noi?
Qualcuno potrà obiettare che, se viviamo inconsapevolmente nel virtuale, quello stesso virtuale è per noi la vita reale, per cui non esiste una vita diversa da quella vera.
In linea teorica è un ragionamento esatto ma non tiene presente la vera essenza dell'uomo, del suo destino e della troppo vistosa, irragionevole, acclarata falsità di questa presunta vita reale.
Non tiene nemmeno conto del fatto che, ad ognuno di noi, come al mal capitato di “Scherzi a parte”, alla fine della puntata potrebbe essere svelato il trucco e, anche se ciò non avvenisse, potremmo negare o potremmo garantire di non essere stati vittime di un raggiro solo perché non ce ne siamo accorti?
Per chi crede nell'immortalità dell'anima, in una vita successiva a questa, non dovrebbe sfuggire tale possibilità, il trucco sarà svelato certamente, per chi non crede, sarà un buon motivo per rifletterci già da ora.
A questo punto devo però, fare chiarezza su una definizione, affinché si possa ben comprendere il mio ragionamento e la mia presunta, lucida follia.
Quando parlo di uomo intendo l'umanità intera, intendo la specie umana che si evolve con le ere e le esperienze, intendo la quasi totalità degli abitanti terrestri.
Da qui in avanti però, aggiungerò una specie umana che è identica a quella di cui sopra ma con dei requisiti specifici completamente opposti che definirò: Razza dominante.
La razza dominante è la risposta alla domanda che vi sarete posti leggendo fin qui: Ma chi saranno mai coloro che ci fanno vivere una vita virtuale?
Si, i Dominanti, quegli uomini che sugli uomini vogliono speculare, quelli che vogliono trarre profitti e benefici sulla pelle dei loro simili, quelli che sono convinti di godere di un diritto divino che li rende superiori al resto dell'umanità.
E'a causa di ciò che la vita reale diventa una vita truccata, l'idea di una divinità superiore e il desiderio di sostituirsi ad essa, il desiderio di potere di pochi contrapposto all'aspirazione ad un'esistenza libera e felice di tutti gli altri.
L'eterno dualismo incarnato nella mente umana; il divino e la schiavitù.
Nei secoli, i Dominanti si sono arrogati questo diritto, con le buone o con le cattive, con la forza, la prepotenza e la violenza o, come avviene oggi, con la bugia, occulta o palese, con la mistificazione della realtà, con l'inganno travestito da buonismo, approfittando della nostra incomprensibile ingenuità.
Come non pensare ad una vita finta quando la stessa è telecomandata da altri?
Come non comprendere che si possono avere sensazioni, emozioni, gioie o sofferenze anche per cose che in realtà non esistono?
Essì, perché son queste le perplessità che ci assalgono allorquando riflettiamo sulla nostra esistenza, sulla qualità e sulla vivibilità di essa.
Ma è capitato a tutti piangere sognando, è successo a tutti avere incubi onirici o, più semplicemente, avvertire suggestioni struggenti guardando un film.
Ma il film non è solo finzione e i sogni non finiscono all'alba?
Penso che anche le cose negative, pur con tutte le immani difficoltà che un'elaborazione richiede, si possano alla fine accettare ma, solo se sono la conseguenza di un destino, a suo modo leale, di un destino che ha nella casualità e non nella maligna collaborazione altrui, la sua prerogativa.
Non è accettabile invece l'infelicità indotta, la sofferenza dispensata con cinismo e malvagità, non è accettabile l'annullamento della dignità umana, nulla è accettabile ma tutto invece accettiamo.
E tutto supinamente tolleriamo, tutto subiamo perché siamo intimamente schiavi, è nel nostro DNA tale condizione, e alla genetica, come al destino, è impossibile sottrarsi.
Viviamo nell'infelicità, nell'eterna insoddisfazione e non ci chiediamo neppure più perché, o se lo facciamo, ci diamo delle risposte che non vanno oltre la confusione.
Non riusciamo a vedere ciò che è lì, bene in mostra sotto i nostri occhi, non riusciamo a vedere ciò che è tutto troppo semplice per essere creduto, e non ci crediamo perché i Dominanti ci hanno ammaestrati a credere ciecamente a ciò che dicono loro e non riusciamo ad affrancarci e pensare ciò che una mente che funziona autonomamente penserebbe.
Ma è sensato, logico, normale, vivere una vita finta per colpa di invenzioni perverse?
Ho usato volutamente l'aggettivo “normale” perché intendo proprio “nella norma” ossia qualcosa che sta nella logicità della stessa e non la travalica e la distorce nell'insensatezza e nella più sfacciata follia.
Per non rimanere nel vago, vediamo come una cosa senza alcun valore intrinseco possa rendere schiavo l'uomo e, conseguentemente, sia in grado di impedirgli un'esistenza degna di questo nome; il denaro.
Il denaro è il mezzo, che è stato escogitato per rendere più agevoli gli scambi, che si sostituisce al baratto e ne decreta la fine.
Come spesso accade, un'idea semplice e pulita viene riveduta e corretta ad esclusivo vantaggio di personaggi senza scrupoli e senza ritegno.
L'idea è puerile e astutamente geniale, il denaro, in pratica, non ha alcun valore, è solo il mezzo per scambiare dei beni, senza di essi non avrebbe significato, il colpo di genio consiste nell'attribuirgli un valore proprio e successivamente produrlo come se fosse un bene commerciabile.
Da quel momento i soldi non sono più il mezzo ma il fine, tutto si ribalta e, da un'economia semplice ma onesta, il mondo, passa ad un sistema che arricchisce le caste non produttive e parassitarie.
Riflettiamo su questo cruciale passaggio; il denaro è l'unità di misura del valore di una merce o di un oggetto, conseguentemente è l'esistenza del bene stesso che lo garantisce.
Se, per esempio, possiedo mille lire, so che le potrò scambiare con un qualcosa che mi necessita del valore equivalente.
A quel punto però, si sarebbero dovute immagazzinare le merci stesse quali copertura per l'emissione di una moneta o di una banconota e tutto ciò non brillava per praticità, per cui, venne adottato il sistema detto della “parità aurea”.
Semplicemente, si trattava di questo; quale garanzia, venne scelto un bene di grande facilità d'uso e di alto valore economico, per cui accettato da tutti e da tutti riconosciuto: L'oro.
Teoricamente, fino a quarant'anni fa, io avrei potuto scambiare le mie mille lire con un bene, oppure, con una quantità d'oro corrispondente.
Oggi, tale eventualità, non è più possibile perché l'emissione della moneta non è legata alla quantità d'oro effettivamente posseduta nei forzieri ma solo ad una riserva accantonata dalla banca stessa.
Tutto ciò sarebbe anche accettabile se, e sottolineo se, la Banca d'Italia fosse ancora l'istituto dello Stato italiano e, per estensione, di noi tutti, per cui l'intero ammontare della moneta circolante sarebbe ancora di proprietà del cittadino italiano.
Purtroppo non è così, la Banca d'Italia è un Istituto privato, non è la zecca o la stamperia dello Stato ma la stamperia di sé stessa, anzi per la precisione, una delle stamperie europee da quando anche da noi circola la maledizione dell'Euro.
E, visto che la banconota non rappresenta più il corrispondente di una quantità d'oro, il suo valore è zero, quasi come il suo costo ma, per convenzione, noi tutti la facciamo valere quanto indica nominalmente.
Secondo voi, la differenza tra il costo effettivo della banconota (carta filigranata, inchiostri e spese varie) e il valore nominale è una ricchezza dello Stato (noi tutti) o della congrega delle banche emittenti?
E se, ai suoi albori, la moneta era del cittadino perché garantiva il possesso di un suo bene e, successivamente, in regime aureo, perché rappresentava il valore di una quantità d'oro effettivamente accantonata, o anche solo per un passaggio di mano, perché mai oggi la moneta appartiene a banche che l'hanno prodotta dal nulla?

 
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E lontano lontano nel mondo.2°

Post n°223 pubblicato il 22 Ottobre 2013 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

La moneta deve tornare di proprietà del popolo ed emessa in suo nome perché è il popolo stesso che per convezione sociale la accetta. 
Se tutto non fosse parte di una finzione, sarebbe normale farci prestare una cosa di nostra proprietà?
Invece accade, spudoratamente accade, corredata dal sorriso ironico e la faccia tosta di chi, sempre più spesso, chiamato a rispondere di questa truffa, lascia cadere le istanze nel vuoto.
Quando in qualche programma televisivo o su internet, vedete quel visualizzatore che indica una cifra spaventosamente alta, che gira instancabilmente e fa crescere quella somma, in maniera direttamente proporzionale alla vostra ansia, sappiate che quel debito che indica, in realtà, dovrebbe essere un credito.
Nessuno di noi ha un debito dalla nascita, come fraudolentemente vogliono farci credere, il debito tanto sbandierato non esiste e, dovrebbe essere ristretto nelle patrie galere chi, si appropria indebitamente del denaro per poi prestarlo ad uno Stato ad interessi da usura.
Ci sarebbe però il modo per affrancarsi da tutto ciò; usare del denaro alternativo.
Poiché la moneta è solo il mezzo per trasferire dei beni se, per ipotesi, i cittadini di ogni singola regione decidessero di riconoscere ed accettare una moneta locale, in Italia potrebbero circolare venti monete diverse.
Tutto questo in linea teorica perché lo Stato centrale tassa i cittadini e il pagamento degli odiati balzelli deve essere effettuato nella moneta che lo stesso indica.
Già le tasse, il metodo antico per rendere l'uomo, schiavo, il metodo inaccettabile come inaccettabili sono tutti i metodi coercitivi aggravati dall'intima perfidia e dalla manifesta iniquità.
Come accettare, di dover pagare delle tasse per poter usufruire dei beni della terra, intesa come pianeta che, in quanto tale, non è patrimonio privato ma patrimonio di tutti?
Non è irreale esigere imposte relative a beni confiscati alla comunità a fronte di supposti diritti divini?
Attiene alla vita reale o è uno scherzo, pagare per abbeverare un cavallo ad una fontana o per passare per una strada o su di un ponte o, per pescare pesci o rane oppure per raccogliere un po' di legna o ancora, per raccogliere ghiande o carrube?
Avete mai notato che, qui da noi in Liguria, molti palazzi antichi mostrano sulle loro facciate delle finestre dipinte, delle finestre finte? Vi siete mai chiesti perché?
La ragione è questa: Nel 1799 il governo francese costrinse il popolo della Repubblica Ligure a pagare una tassa per la luce e l'aria che entravano in casa, in pratica, un balzello per ogni finestra presente nel proprio appartamento.
E' chiaro che, i proprietari, per non essere così pesantemente tartassati, dovettero escogitare lo stratagemma di murare le finestre esistenti e dipingerle finte sulle facciate.
Si dice che le tasse si chiamino “imposte” proprio perché legate a questo aneddoto, infatti, imposte sono anche definite le persiane o gli scuri.
Tasse sui caminetti, sugli stivali, sulle barbe e persino per gli uomini celibi, tasse di ieri e tasse di oggi, sempre tasse, perché l'uomo deve essere sempre schiavo di qualcosa e un padrone deve sempre averlo.
Un tempo un re o un imperatore, un feudatario o un signorotto, oggi governi nazionali ma ancor più governi, banche, istituzioni di vario genere stranieri ma la situazione non cambia; dominanti da una parte e dominati dall'altra.
Una tassa sul valore aggiunto di beni e servizi, una tassa per avere un documento di idoneità alla guida che, come tutti i documenti che identificano una persona, non dovrebbero essere a nostro carico, visto che noi sappiamo chi siamo ma sono utili solo a chi ce li chiede, marche da bollo, pedaggi autostradali per autostrade che da anni hanno ammortizzati i loro costi.
Tassa sul possesso del televisore che così è ritassato un'altra volta dopo l'imposta sul valore, tasse universitarie e per poter circolare con l'auto o la moto, tasse di successione, tariffe ed esborsi continui.
Mille modi, forse illegali ma assimilati col tempo, per racimolare soldi, come, ad esempio, delle semplici strisce segnate per terra che delimitano lo spazio per parcheggiare (dietro pagamento) l'auto.
E da qui nasce una riflessione; se tali strisce son segnate su una piazza, e la piazza è di tutti, quindi anche mia, perché devo versare una tariffa ad un ente che non ne detiene l'esclusiva proprietà?
La terra è di tutti, e la piazza pure, tanto che, se io mi azzardassi ad occuparne, a qualsiasi titolo, uno spazio uguale a quello delimitato dalle strisce blu, verrei arrestato a fronte della mia occupazione.
Vogliamo poi continuare con follie diffuse che fanno della nostra vita uno scherzo di cattivo gusto e non quella vita vera e reale che potrebbe essere?
Parliamo allora del petrolio e del suo derivato, la benzina, due prodotti che da molti lustri avrebbero dovuto essere soppiantati da altri con costo vicino allo zero e certamente ad impatto inquinante nullo.
I motori, è stato ampiamente dimostrato, che possano essere alimentati ad acqua, anche quella salata del mare o per induzione elettrostatica o elettromagnetica, ma continuano ad andare a benzina.
Stranamente, ma non tanto, tali scoperte non hanno avuto un riscontro che andasse al di là di quello sperimentale, per cui i costi di petrolio, gas e super, continuano a divorare le nostre buste paga ma, sono utili per produrre un reddito statale tramite le accise.
A causa di tutto ciò, noi dominati andiamo ad elemosinare presso le banche il prestito di soldi che sono nostri e non loro e, qualora ci venga accordato, dovremo inventarci il modo per restituirli aumentati di un esoso interesse, ben sapendo che in tal modo, stiamo mettendo la testa nel cappio con l'aggiunta dell'umiliazione di essere anche costretti a ringraziare il boia.
E con quei soldi che hanno l'amaro profumo del raggiro, scontare la nostra schiavitù e la mancanza del coraggio necessario per ribellarci, continuando a chinare il capo e subire ogni tipo di angheria.
Tutto ciò mi rattrista perché son certo che l'uomo non sia nato per fare una fine simile, perché oltre a non essere giusto non è neppure logico.
Ci son voluti nove mesi affinché si realizzasse una macchina perfetta, pensate solamente alla complessità dell'occhio, al meraviglioso assemblaggio di ogni elemento, al più piccolo particolare allineato, calibrato, posizionato come neppure il più sofisticato elaboratore potrebbe fare, ebbene, come ipotizzare che tanta grandezza sia destinata ad una fine così ingloriosa?
No, non è possibile, non può che essere tutto virtuale, non può essere questo ciò a cui tutti aspiriamo, e quello che stiamo vivendo è solo il perverso risultato del nostro troppo tollerare.
Basterebbe risvegliare le nostre coscienze, il nostro intelletto, noi stessi, da questo torpore mentale che, come per un malvagio sortilegio ci ha contaminati tutti.
Basterebbe essere, per una volta, solidali e coraggiosamente, unirci per urlare alla razza padrona che le regole che ci impone non le rispettiamo più e che saremo noi, da questo momento, a scriverne delle nuove e più umane.
Il mondo così come è stato concepito finora ha dato risultati fallimentari; guerre, schiavitù, carestia e morte, qualcosa che può far ricordare i cavalieri dell'apocalisse, qualcosa che va sostituito affinché l'uomo possa riappropriarsi della propria dignità di uomo.
La nostra testardaggine, unita all'ignorante presunzione, la nostra paura del cambiamento, ci portano a credere che il nostro modo di vivere sia l'unico possibile, che non possa esistere per l'umanità, una maniera diversa di stare assieme.
“E' sempre stato così!”, “Si è sempre fatto così!”
Ecco cosa rispondono i miei simili quando faccio notare loro l'attuale abnorme situazione, mentre il loro sguardo si perde nella nebbia della distrazione.
Nessuno comprende e nessuno vuole nemmeno fare lo sforzo per comprendere che le rivoluzioni si fanno prima col pensiero e poi con l'azione.
Provo molta tristezza quando mi viene manifestata questa chiusura, la vivo come una resa, come una porta chiusa in faccia, non a me personalmente, ma ad un futuro migliore ed all'autonomo pensiero.
So bene che tutto ciò è il frutto della massiccia campagna di massificazione sociale messa in atto dalla classe dominante, so bene che la menzogna, specialmente se ammansita dai mezzi di comunicazione che, hanno per noi il crisma dell'infallibilità, se ripetuta all'infinito, diventa l'indiscutibile verità, tuttavia, non riesco a capacitarmi lo stesso.
E' triste affrontare questo argomento con persone che reputo anche intelligenti ma che fanno ogni sforzo per non usare questa dote.
E' triste ascoltare da loro, ragionamenti omologati al sistema, e dal sistema, ritornelli ripetuti a memoria come remissivi discepoli indottrinati.
E' amaro accertare che nessuno capisca che il loro agire è stato preordinato, che fa parte della strategia che la classe dominante ha messa a punto per tacitare sul nascere l'opposizione.
Le persone come noi, quelle stesse persone che dovrebbero essere al nostro fianco contro la tirannia, ne diventano il primo ed insormontabile baluardo.
Se le mie visioni sono fonte di ilarità e non ho alcuna speranza di attenzione, le mie parole non saranno mai motivo di riflessione e non faranno mai scaturire neppure il minimo dubbio di un'esistenza vissuta fuori dal logico e dal sensato.
In questo modo nulla potrà essere cambiato e mai nulla cambierà e, secondo voi a chi gioverà questo stato di cose, a quelli come noi o a quelli come loro?
In un mondo vero sarebbe, come minimo, preso a pernacchie chi afferma che due grattacieli colpiti da due aerei si siano polverizzati a causa dell'impatto, e non io che invece son convinto che sia una versione fasulla dei fatti.
La stessa fine avrebbero fatta tutti coloro i quali asseriscono che un aereo passeggeri possa colpire il Pentagono infilandosi, e completamente sparire al suo interno, in un foro di entrata delle misure di un missile.
E oltre alla pernacchie, che fare a chi sostiene la bontà della nuova economia e delle politiche economiche che hanno ridotto alla fame milioni di persone e al suicidio un numero di vittime che viene taciuto perché troppo ingombrante?
E cosa? A chi ritiene un fatto normale che tutte le nazioni siano tenute sotto scacco da alcune agenzie specializzate che danno di loro una valutazione e forniscono giudizi sul rischio solvibilità delle stesse?
O ancora, a chi non si scandalizza venendo a conoscenza dell'esistenza di certi personaggi che incassano pensioni milionarie o di tutti i dirigenti che hanno uno stipendio mensile che è superiore alla somma delle buste paga di tutti i dipendenti delle ditte che dirigono?
Per vent'anni nel nostro Paese un argomento unico ha accentrata su di sé l'attenzione dei cittadini: Berlusconi, vent'anni persi a parlare del nulla e soprattutto a non accorgersi di nulla.
Non accorgersi, non capire, non ipotizzare nemmeno che l'intera situazione stava nascondendo il vero problema che stava colpendo il nostro Paese.
Ad un Paese che da sempre si appassiona ai dualismi, che parteggia per Coppi o Bartali, che si divide su Mazzola o Rivera o su Bruneri o Canella non è difficile cancellare la politica autentica sostituendola con la farsa dell'essere pro o contro il padrone di Mediaset.
In vent'anni, in televisione, come minimo, abbiamo ascoltati dibattiti, discussioni, teatrini politici per almeno 36 mila ore, quanti minuti sono stati utilizzati per essere informati circa i trattati di Maastricht o di Lisbona o cosa cela l'acronimo MES?
Nemmeno uno, solo silenzio, il silenzio complice di una classe politica asservita ed impegnata solamente a mantenere e se è possibile, a rafforzare i propri privilegi.

 
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E lontano lontano nel mondo.3°

Post n°224 pubblicato il 22 Ottobre 2013 da lontano.lontano
 
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A nostra insaputa vengono pertanto istituiti il Sistema europeo di banche centrali (SEBC) e la Banca centrale europea (BCE).
Il SEBC è un’organizzazione, formata dalla BCE e dalle banche centrali nazionali dei paesi dell’Unione europea, che ha il compito di emettere la moneta unica (euro) e di gestire la politica monetaria comune.
In questa maniera ci siamo risvegliati un giorno, spogliati della sovranità monetaria e della nostra autonomia decisionale anche in materia economica.
Col trattato di Lisbona ci inguaiamo ulteriormente perché questo documento, redatto in maniera criptata e impossibile da potersi decifrare, è la risposta in 2800 pagine, contenenti migliaia di emendamenti a centinaia di regole già in essere, alla bocciatura della Costituzione europea respinta con un referendum popolare svoltosi in Francia e in Olanda.
L'Italia ha ceduto la propria sovranità in materia legislativa, economica, monetaria, salute e difesa ad organi (Commissione e Consiglio dei Ministri) composti da burocrati mai stati eletti dal popolo.
Il solo organo eletto dai cittadini, Parlamento Europeo, non avrà, nei fatti, alcun potere per cui totalmente inutile.
Tutto il potere, in tutte le materie sarà affare privato dei Dominanti, un colpo di stato, a prima vista, senza spargimento di sangue ma, come tutti sappiamo, molte esistenze verranno spazzate via a causa di ciò.
Per darvi un'idea del crimine commesso ai danni dei popoli non userò parole mie ma di alcuni protagonisti dell'abominevole progetto.
-L’ex presidente francese Valéry Giscard D’Estaing:
IlTrattato è uguale alla Costituzione bocciata.
Soloil formato è differente, per evitare i referendum”
-Il parlamentare europeo danese Jens-Peter Bonde:
I primi ministri erano pienamente consapevoli che il Trattato non sarebbe mai stato approvato se fosse stato letto, capito e sottoposto a referendum.
La loro intenzione era di farlo approvare senza sporcarsi le mani con i loro elettori.
-Giuliano Amato: “Fu deciso che il documento fosse illeggibile…
Fosse invece stato comprensibile, vi sarebbero state ragioni per sottoporlo a referendum”.
Se la gente fosse stata messa al corrente di tutto ciò, se i professionisti dell'informazione fossero persone libere e non al soldo dei potenti, se avessero fatto il loro dovere, sicuramente, avrebbero perso il loro posto di lavoro, ma almeno, non avrebbero persa la loro dignità.
E già che ci siamo, proviamo ad aprire gli occhi, anche se tardivamente, su cosa sia il MES, altrimenti detto “umoristicamente”: Fondo salva-stati.
Si tratta di un organismo finanziario internazionale con cui i Paesi aderenti, compresa l’Italia, dovranno negoziare scelte di politica nazionale, al fine di ottenere la liquidità necessaria per evitare il fallimento dello stato o delle sue banche.
In cambio dell’aiuto il MES potrà imporre agli stati debitori condizioni sui salari, sulle pensioni, privatizzazioni, nuove tasse, taglio dei servizi pubblici, in pratica, la cancellazione dello stato sociale e la svendita del Paese.
La prima cosa che farà sarà istituire un fondo di 700 miliardi di euro in cui ogni stato dovrà mettere la sua quota (per l’Italia circa 125 miliardi di euro).
Questa quota potrà essere aumentata quando verrà ritenuto necessario senza limite alcuno, e dovrà essere pagata entro sette giorni dalla richiesta e senza che nessuno Stato membro possa opporvisi.
Il MES sarà amministrato dai ministri delle finanze degli stati membri, chiamati governatori e le loro riunioni saranno presenziate da osservatori.
Il MES non pagherà tasse sui suoi profitti, non ci sarà alcuna trasparenza e tutti i suoi documenti saranno riservati, i suoi funzionari saranno immuni da qualunque provvedimento giudiziario in relazione agli atti da essi compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni, tutti i beni e le proprietà saranno immuni da ogni forma di giurisdizione, da pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative.
Inoltre uno stato membro non potrà uscire dal MES e, trovandosi in difficoltà non potrà rifiutare l’aiuto del MES.
Questa“dittatura o “organizzazione mafiosa”, chiamatela come volete, costringerà gli Stati a pagare i propri debiti verso gli altri Stati e le banche e non permetterà loro di fallire, né permetterà alle banche di fallire.
Per fare questo costringerà gli Stati a tagli e prelievi pesanti dalle tasche dei cittadini, provocando la contrazione e il collasso dell’economia degli stessi e l’avvio di un circolo vizioso che porterà a un massiccio trasferimento di ricchezza (saccheggio) e di sovranità al MES e agli organismi europei.
Così come è concepito, sembra che lo scopo del Meccanismo Europeo di Stabilità sia sostenere il mondo finanziario, salvaguardare i profitti del capitale e degli speculatori, scaricando il costo sui cittadini, e allo stesso tempo appropriarsi della sovranità degli Stati.
Ora, vorrei che qualcuno mi spiegasse come possa essere possibile, per uno Stato che è già con l'acqua alla gola, versare una cifra della quale, anche qualora fosse infinitamente inferiore, non può disporre.
Invece la deve obbligatoriamente trovare e, successivamente, una volta effettuato il versamento, chiedere un prestito che, l'ente prestatore, è ben consapevole non possa essere restituito, a maggior ragione se gravato degli interessi.
Non c'è qualcosa che non quadra in tutto questo?
Invece no, quadra tutto e perfettamente, non c'è nessuna anomalia, tutto è concepito proprio con lo scopo di far fallire lo Stato in questione e successivamente assumerne il pieno possesso.
Le regole concepite dai dominanti per l'uomo sono fatte proprio per causargli disperazione e raggiungere l'antico scopo .......... la schiavitù.
Ma senza andare troppo lontano, guardate la vostra vita, ascoltate la vostra voce di dentro quando sommessamente vi dice che non siete appagate, che non siete felici, che la vostra vita è inutile.
Siete certe che, in un mondo pensato diversamente, in un mondo vero e non drogato con metodi di convivenza inumani e di allucinante follia direste le stesse cose?
Certamente no, se domani, con un colpo di bacchetta magica si azzerasse tutto e si ricominciasse in un modo nuovo e diverso da questo, forse vi accorgereste che la vostra voce di dentro vi sussurrerebbe cose nuove e diverse.
Sarò pure un visionario ma la mia visione è quella di uno lontano lontano nel mondo, in questo mondo che non riconosco come vero.
Però da così lontano vedo le cose più lucidamente, esattamente come vi accadrebbe se guardaste un quadro da cinque metri e non col naso attaccato ad esso.
E posto che sia stato reso finto da una regia non divina ma umana, umanamente lo si potrebbe cambiare, senza ricorrere a bacchette magiche, senza far ricorso al sovrannaturale, solo con la modestia e l'intelligenza.
La modestia, innanzitutto, la dote che permette di rendersi conto che tutto ciò che è stato fatto finora era sbagliato e che se anche si sbaglia non è assolutamente obbligatorio continuare a sbagliare.
La modestia di ammettere che ci sono altri modi per vivere su questo mondo e si devono cercare, e se si dovesse sbagliare ancora, ricercando l'assetto migliore, riprovare e poi provare ancora fino a quando all'uomo potrà esser consentito di vivere in un mondo vero.
So che, a questo punto, il lettore penserà che sia facile a dirsi e chele mie parole, altro non sono che facili parole.
No, non sono facili parole, sarebbe molto più facile trovarne altre nel qualunquismo, nell'arrendevolezza o nel menefreghismo, queste, son parole difficili da dire perché, sempre, è difficile trovare parole o pensieri non omologati.
Però, per non lasciare queste parole nell'astratto delle buone intenzioni, proviamo a dar loro un senso di fantasiosa concretezza.
Si, saranno forse visioni fantastiche, o utopia o un semplice sogno ad occhi aperti, con la differenza che queste mie non mieteranno alcuna vittima mentre quelle degli “altri” troppe ne hanno causate e ne causeranno.
Tutti avrete sentito che la disoccupazione in Italia ha superato il 12%, e questo è un dato ottimistico perché non tiene conto dei lavoratori autonomi, ovvero di tutte quelle persone impegnate nelle piccole attività in proprio che giornalmente, a centinaia, tirano giù la serranda.
Ebbene, se il lavoro, scientificamente, è stato reso precario, se le aziende son prese alla gola dal fisco, se i piccoli imprenditori si tolgono la vita perché non più in grado di pagare i dipendenti, se il lavoro, per chi ce l'ha ancora, è un lavoro che si svolge perché non si trova altro e rende infelici.......... perché non ribaltare la situazione e non fare in modo che sia il lavoro a cercare noi?
Prima di addentrarci nel discorso, dobbiamo, però, fare uno sforzo mentale importante; azzerare tutte le nostre nozioni attuali, resettare quelli che crediamo dogmi imprescindibili e liberare la mente da convenzioni, retaggi e rapporti sociali ai quali siamo abituati da sempre.
In pratica, come se ci si trovasse all'improvviso nello stato di pre-morte, quella situazione nella quale tutto si rimodella e tutto diventa possibile.
Partiamo da un dato ovvio, il lavoro non manca, di lavoro ce n'è quanto se ne vuole, ce ne sarà sempre (siamo schiavi o no?) sono i soldi per pagare i lavoratori che mancano.
Ma come abbiamo dimostrato precedentemente, i soldi non sono che un mezzo per entrare in possesso di un bene, per cui possiamo affermare che i soldi non servono più se si può accedere ugualmente al bene in questione.
I beni sulla terra non scarseggiano, non ci sono invece, come succede per il lavoro, i soldi per averli; se si riescono a fornire direttamente ai lavoratori i beni di cui necessitano, il cerchio si chiude e i soldi non servono più.
Se riusciamo a organizzare la nostra vita quali individui appartenenti ad una collettività, a vederci inseriti in un contesto nel quale prevale il gruppo sul singolo, se riusciamo a comprendere che solo col contributo di tutti si riesce a vivere una vita reale e felice,il progetto può avere successo.
Ognuno di noi ha delle potenzialità diverse e meravigliose, quasi sempre, però, represse e perdute nello svolgimento di un lavoro che non ha nessuna attinenza con esse.
Da qui l'infelicità e la frustrazione, quella sensazione di insoddisfazione alla quale non si riesce a dare un nome e, altro non è che l'inconsapevole consapevolezza di un talento inespresso.
Tutto ciò non accadrebbe più poiché, essendo il lavoro che cerca noi e non viceversa, potremmo scegliere l'occupazione che sentiamo più nostra, anche più di una e per il tempo che più ci aggrada.
Se per esempio, una persona sente il desiderio di svolgere un lavoro all'aria aperta e a contatto con la natura, non sarà costretta a fare il saldatore o il cameriere, potrà lavorare nei campi o in floricoltura.
Chiama costruire farà il muratore, chi ha una passione per la pasticceria produrrà dolci, chi ama panificare produrrà il pane,chi ha una passione tecnologica aggiusterà elaboratori o ne progetterà dei nuovi ancor più sofisticati, chi ha il pallino perla matematica o chi possiede una facilità innata per la scrittura le insegneranno ai bambini.
I medici prepareranno i nuovi dottori e li instraderanno verso le tecniche mediche e ogni scoperta scientifica sarà condivisa, chi non sarà in grado di lavorare o già anziano per farlo, avrà trattamenti uguali alle persone in attività.
Ognuno di noi ha dentro di sé delle passioni particolari, magari estranee alle passioni di altri ma è su questa diversità che si fonda questo nuovo sistema di convivenza.
Producendo beni e servizi in regime di comunità il costo della mano d'opera sarebbe pari a zero, i gravami fiscali non esisterebbero, in pratica, ogni bene prodotto non avrebbe costi, la meccanizzazione potrebbe sostituire l'uomo in ogni mansione possibile e a quest'ultimo resterebbe solo un ruolo di supervisore.
Ogni bene prodotto passerebbe direttamente dalle mani del produttore a quelle del consumatore, senza sprechi e senza guadagni personali, se non quelli di una vita finalmente serena.

 
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E lontano lontano nel mondo.4°

Post n°225 pubblicato il 22 Ottobre 2013 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Ma sapete immaginare l'ingente forza lavoro che sarebbe messa a disposizione della comunità?
Sarebbe raggiunta la piena occupazione, nessuno sarebbe senza lavoro, anzi ne avrebbe più d'uno ma solo di suo gradimento, nessuno sarebbe messo ai margini dalla società e da sé stesso.
Un antico slogan politico dei miei tempi recitava: Lavorare meno, lavorare tutti!, forse quella giusta aspirazione potrebbe essere realizzata proprio in questa maniera.
Un tempo per il lavoro che però trascorrerebbe serenamente e senza fatica, perché è risaputo che se una cosa piace non stanca, e del tempo libero per dedicarsi alla propria vita, per viverla e non sopravviverla, per conoscerla e per essere in sintonia con lei.
L'unico impegno a carico della persona sarebbe quello della certificazione della disponibilità giornaliera perché funzionale alla perfetta organizzazione delle risorse umane.
Ad esempio, settimanalmente io dovrei redigere un orario relativo alla mia partecipazione alla vita lavorativa comunitaria apportando il mio contributo.
Il lunedì, potrei accudire degli animali per mezza mattina, successivamente recarmi a lavorare in un forno, poi nel pomeriggio dedicare qualche ora per qualche ripetizione di italiano ai bambini, e successivamente dare un'occhiata a qualche computer problematico.
Fino a sabato potrei fare le stesse cose o molte altre diverse, nuove o quelle di cui ho dimestichezza, non importa perché, ciò che conta, è il contributo apportato, che poi sia io ad imparare una nozione nuova o ad insegnarla è soltanto un valore aggiunto.
Il mio impegno mi darebbe diritto a partecipare ad una piccola parte di ciò che è stato prodotto dalla comunità; dai generi di prima necessità a quelli voluttuari, nessuno sarebbe escluso perché tutto diventerebbe di tutti, ottenuto con il contributo di tutti.
Provate a pensare, tanto per giocare un po', a ciò che vi piacerebbe fare e a come potrebbero essere organizzate le vostre giornate se viveste in questo mondo; io penso che il senso di insoddisfazione che vi faceva stare tanto male, sarebbe per voi solo il ricordo di un lontano incubo.
Come il più complicato dei meccanismi funziona perché funziona ogni singolo ingranaggio, così in una società come quella che propongo, anche il più piccolo contributo è vitale per il benessere comune.
Se riflettiamo sullo stato del nostro martoriato territorio, paesi da mettere in sicurezza sotto il profilo idrogeologico, altri da ricostruire perché devastati da ogni tipo di calamità, persone che, decine di anni dopo i disastri avvenuti, vivono ancora nei prefabbricati della Protezione Civile, avremo il quadro dell'immenso lavoro che ci sarebbe da fare e che invece diventa impossibile eseguire per mancanza dei fondi necessari.
Tutto questo potrebbe essere sanato a costo zero, e i tempi brevissimi perché sarebbe sufficiente spostare sul posto, anche solo una piccola parte della grande forza lavoro a disposizione.
Potrei andare avanti con gli esempi, e non finirei più, vi invito solo a ragionare sul fatto che, tenendo per buona la percentuale di disoccupazione al 12%, esistono 12 persone ogni 100 che sprecano le loro energie e le loro potenzialità nella disperazione.
Con la piena occupazione, si renderebbe disponibile un'immensa forza lavoro ma ancor di più si gratificherebbe l'individuo restituendogli la dignità e quel sorriso che solo la stabilità economica può garantire.
Il mondo vivibile che ho in mente, e di conseguenza il benessere dell'individuo, si basa sull'ottimizzazione delle risorse e l'azzeramento dello spreco.
Sempre per giocare un po', ragioniamo su fatti inequivocabili; oggi chi produce, deve per forza guadagnare per avere le possibilità economiche per vivere e continuare a produrre.
A conti fatti, detratte le spese, le tasse e tutte le voci passive, quanto è il suo ricavo?
Per essere ancora più comprensibile userò questo esempio.
La mia terra è mare e montagna, l'entroterra è ricco di boschi e sottobosco stupendo, potenzialmente adatto per l'allevamento di mucche da latte, una risorsa non utilizzata su larga scala perché giustamente, ritenuta non economicamente redditizia.
E dico giustamente proprio perché, come accennavo prima, i guadagni non coprono le spese e i ricavi conseguentemente non esistono.
Se ottimizzassimo questa risorsa adeguando le stalle, se consentissimo alle genti locali di lavorarci in maniera massiccia organizzando e ottimizzando il lavoro rendendolo vivibile, se rendessimo gratuiti tutti i consumi dei lavoratori e quelli relativi alla produzione, se non ci fosse più nulla da pagare, perché ampiamente pagato col proprio lavoro, io penso che la comunità potrebbe disporre di una risorsa di vitale importanza.
Se chi produce il latte deve avere dei soldi per pagare un affitto, le tasse o più semplicemente per acquistare il pane, un macchinario o un computer è chiaro che, anche lavorando 24 ore al giorno non potrebbe riuscirci, basterebbe invece non incassare nulla per il latte prodotto ma non spendere nulla per i prodotti che necessitano.
A prima vista sembra che non cambi nulla; si incassa del denaro per poi usarlo per ogni necessità ma, voi sapete quanto viene pagato all'allevatore un litro di latte?
Immaginate un po' quanti litri di latte deve vendere il produttore per acquistare un televisore nuovo e, già che ci siete, pensate un po'alla differenza tra il litro di latte pagato a chi lo produce e quanto lo pagate voi al supermercato.
Vi pare poco azzerare i costi finali perché si azzerano tutti i costi iniziali?
Non è più logico occupare le persone, fornire latte alla comunità piuttosto che importarlo a costi assurdi e avere disoccupati che essendo tali non possono manco acquistarlo?
E'indispensabile, come pensiamo sia, una filiera produttiva?
L'esempio che ho usato per la mia regione, è valido per ogni territorio e per ogni prodotto che nello stesso si può produrre, che sia grano, riso o frigoriferi, non cambia nulla.
Cambierebbe poco anche per scambi oltre i confini, infatti si potrebbero ottenere le materie prime che necessitano scambiandole con i prodotti finiti.
A proposito di questo ci tengo a precisare che; quando si parla di materie prime si pensa o si allude sempre al petrolio.
Sento economisti in malafede asserire che, se l'Italia ripudiasse l'Euro e tornasse alla moneta sovrana, sarebbe una catastrofe, soprattutto perle importazioni petrolifere ed energetiche.
Niente di più falso, una delle tante menzogne rifilate al popolo affinché, chi trae benefici dall'attuale situazione, continui tranquillamente a farlo.
Ma lasciamo perdere.........
Dicevo che è un'affermazione falsa perché, come accennato di sfuggita all'inizio, del petrolio, dei gas, del metano ecc. non ci sarebbe più bisogno, non esisterebbero più nella nostra economia, verrebbero definitivamente sostituiti nel tempo più breve possibile.
Le fonti energetiche alternative esistono e sono infinite, gli studi di Nikola Tesla lo dimostrano, il petrolio, invece, si esaurirà tra breve, se non ci fossero immensi interessi in ballo sarebbe normale continuare ad usarlo come fosse sciroppo di rose?
Tornando agli scambi esteri, si potrebbero scambiare materie prime che necessitano con altre in eccedenza o prodotti finiti, nulla di più semplice e razionale.
In questa maniera tutti disporrebbero di tutto e questo interscambio sarebbe veramente finalizzato alla pace, non come erroneamente si pensa sia attribuibile alla moneta unica, perché ogni Stato ha interesse che un altro prosperi proprio perché il benessere produce scambi di merci indispensabili e non di stenti e sofferenze.
Fin qui avete letto di un modo nuovo di vivere, non avete letto di tasse, non si parla di Equitalia e di Agenzie delle entrate, non vi dovete districare in parole volutamente incomprensibili quali spread, Fiscal compact o Tobin tax.
Non vi sentireste dire che “Ce lo chiede l'Europa” e gli unici tagli che si chiederebbero ai cittadini son quelli alla corda che fino ad oggi ha stretto il loro collo.
Con tutto ciò, non voglio magnificare questo stile di vita, il mio unico obiettivo è far comprendere alle persone che può esistere uno stile alternativo a quello finto che oggi stiamo vivendo.
Far comprendere che, così come tutti troverete delle ragioni per non
approvarlo, mille perplessità e mille “se” e mille “ma”faranno scaturire in voi ogni tipo di dubbio, nello stesso modo dovreste comportarvi nei confronti di tutto ciò che invece oggi vivete in prima persona, senza mai obiettare.
Criticate pure me per una follia su carta ma siate critici con follie ancora peggiori nei fatti.
Io sono lontano lontano, nel mondo, perché non lo accetto così com'è, mi devo adeguare, ma mi contrappongo ad esso con le armi che ho: Il pensiero e il sogno, l'equilibrio e la follia, la razionalità e l'utopia, mettendoci la faccia e non uniformandomi mai.
Fate un sforzo e staccatevi dal vostro corpo terreno, volate alti nel firmamento, e come fate quando vi sdraiate su un prato e, con i gomiti piegati, appoggiate la testa sulle mani guardate finché lo sguardo si perde; guardate la terra.
Lì, ci siamo tutti, anche voi che ora dall'alto osservate, e cercatevi, trovatevi tra milioni di individui che vanno spediti, che fanno un qualcosa per tirare avanti, che dormono, che ridono o piangono ma,non guardano mai in alto, dove ora voi siete.
Ora da lassù avete l'esatta dimensione di quello che siete, chiedetevi perché siete lì e cosa state effettivamente facendo.
Ma davvero siete lì per lo spread o perché dovete produrre?
Come una macchina dovete produrre?
Altrimenti la vostra esistenza non ha un significato, tanto da chiedervi, nel mezzo del cammino della vostra vita se vi siete persi per una selva oscura.
No, non vi siete persi, vi hanno fatto perdere nella selva oscura di una mentalità imposta, hanno fatto in modo che la selva fosse sempre più fitta e il sole della vera essenza della vita mai potesse filtrare.
Ora che vi vedete piccoli, piccoli, inesistenti ormai, forse, riderete di voi o forse piangerete per tutto quello che finora vi siete persi o per ciò che, volentieri, avreste voluto perdervi.
Da così lontano, da lassù, tutto assume una visione diversa, ciò che si credeva essenziale non ha più alcuna importanza, ciò che si credeva niente ora sembra essere tutto.
E'tutto il suono di un nome poco, troppo poco ripetuto, è tutto il viso che verso voi si volge ascoltandolo, è tutto quel niente che, solo, credevate avere tra le mani.
Ora da lassù, capite che, anche se per poco, siete lì per fare un qualcosa di diverso da quello che vi hanno fatto credere di dover fare, prima di dover ritornare dove ora voi siete.
Così non vedrete l'ora di tornare, per fare qualcosa per voi, per accettarvi come siete, per arrivare secondi, o anche ultimi nelle sfide che vi han sempre detto che dovevate vincere o stravincere.
Senza dover esser sempre i migliori in gare organizzate con regole dettate da chi, alla fine, sarà sempre il vero vincitore.
Da lassù, lontano, lontano avete capito che, probabilmente, là sotto, dove guardate, è tutto finto a causa di regole finte, dipenderà anche da voi far cadere il velo di menzogna e ripristinare la realtà.
Non perdete questa unica, grande, meravigliosa occasione.

 
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Buon Natale

Post n°226 pubblicato il 24 Dicembre 2013 da lontano.lontano
 
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Buon Natale a te che dici: 
E' un giorno come un altro,
buon Natale a te, anche se pensi ad altro.
Buon Natale a te, che ti senti sola,
buon Natale col nodo nella gola.
Buon Natale in un mondo di consumo,
buon Natale se con te non c'è nessuno.
Buon Natale di festa e di ricordi,
buon Natale di troppi volti assenti.
Ti scrivo buon Natale
perchè dirtelo è banale,
perchè ormai è superficiale,
perchè dirlo fa star male.
Buon Natale a te, che una sola volta, 
con me qui hai parlato
buon Natale da un viso sconosciuto.
Buon Natale a te che ora stai soffrendo
ma nonostante tutto non ti stai arrendendo.
Buon Natale a te che sei lontana,
buon Natale a te, che in cuore ho sempre vicina.
Buon Natale a te che fuggi col pensiero,
buon Natale a te col tuo periodo nero.
Buon Natale a te che legger non potrai,
buon Natale a te dovunque tu sarai.
Buon Natale a te in un'altra dimensione,
buon Natale a te persa senza una ragione.

 
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Se.....cessione

Post n°227 pubblicato il 03 Aprile 2014 da lontano.lontano
 
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Secondo il gip di Brescia, esiste un “quadro indiziario nitido, composito e gravissimo in ordine all'effettiva sussistenza di uno stabile vincolo associativo” con il fine “senza dubbio eversivo dell'ordine democratico e costituzionale”.    (La Stampa 02/04/2014)

Guardando la data di questo articolo non posso esimermi dal pensare che sarebbe bastato un giorno, un solo giorno di anticipo per declassare questa vicenda a burla paesana.
Uno scherzo del 1 di Aprile, un bel pesce di quelli che girano oggi su internet e che ieri giravano sulle piazze di paese, qualche buontempone ad inventarli e centinaia di “boccaloni” a cascarci.
Tutto sarebbe finito in burla, un ingenuo prolungamento carnascialesco e nulla più, quattro risate, una presa per la parte che di solito appoggiamo alla sedia e amen.
Invece no, hanno atteso il giorno dopo, forse proprio per rimarcare che di scherzo non si trattava ma, certamente e, forse inconsciamente, proprio per farsi prendere per quella famosa “parte” che, indegnamente, appoggiano su “certe”poltrone o......... su poltrone certe.
La vicenda è quella dell'arresto di 24 cittadini/e veneti con l'accusa di eversione finalizzata alla secessione della loro regione dal resto d'Italia.
Ventiquattro sovversivi tra i quali 5 donne e due settantenni in guerra contro tutti, esercito, marina, aviazione (magari supportata dai nuovi F-35), armati di sdegno ed esasperazione ma... con l'ausilio di un escavatore blindato.
Ci sarebbe da ridere....... se non ci fosse la sofferenza di chi patirà la galera per aver detto tutto ciò che noi tutti diciamo, aggravato dall'allestimento di un carro allegorico come a Viareggio fanno durante il celeberrimo Carnevale.
Ci sarebbe da ridere se la rabbia non montasse dentro di me nel constatare la violenza della dittatura che ormai si è impossessata del mio Paese.
Ci sarebbe da ridere se non capissi che il “regime” incarcera gli oppositori, li sbeffeggia, li fa passare per pazzi, li rende poco credibili, confutando con la menzogna le loro tesi, plagiando il resto della massa con la propaganda falsa e asservita, ci sarebbe da ridere....... se non ci fosse materiale per piangerne!
Il titolo di questo articolo non è secessione ma se … cessione, avete letto bene; il regime vuol zittire il popolo alzando un polverone, creando artificialmente paura e allarme per non parlare del vero colpo di stato che è stato ordito in Italia.
Non esiste la secessione, se non a livello di sfogo e incazzatura, esiste invece la “cessione” architettata invece con la freddezza e la lucidità dei traditori.
La cessione della nostra sovranità, che cos'è se non un colpo di Stato?Uccidere politicamente, psicologicamente, moralmente 24 cittadini per un'ipotetica manifestazione secessionistica e lodare, acclamando padri della Patria coloro che, nei fatti, hanno svenduto e spogliato il popolo della sovranità ha una logica razionale?
E'una cosa da accettare?
E'una cosa da subire ancora passivamente come per secoli, ci hanno abituati a fare?
Dobbiamo credere a tutte ste balle tendenti a dimostrare che 17 ragazzotti, 5 donne e 2 anziani avrebbero fatta una carneficina in Piazza San Marco a Venezia, mentre colpevolmente, la finta democrazia tace sulle vittime da lor signori causate, vite spezzate con la cadenza di una ogni due giorni e mezzo.
Ventiquattro veneti da fucilare alle spalle e una massa di delinquenti da mantenere con pensioni milionarie per aver tradito il proprio Paese firmando trattati europei finalizzati a svenderlo!
Questo  il quadro della nostra situazione, non fate finta di non vedere, non fregatevene come finora avete fatto, non fatevi intimorire con minacce di sfaceli se la situazione dovesse mai cambiare.
Provate, quantomeno, a pensarla diversa, a pensare che nulla è immutabile se esiste almeno la volontà o il sogno di un cambiamento.
Forse sarà troppo tardi per la nostra generazione ma il seme di un sogno potrà sbocciare nel fiore di una vita migliore per quelle future.

 
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Selfie

Post n°228 pubblicato il 18 Giugno 2014 da lontano.lontano
 
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Fanno il “Selfie”!.......... fanno che?
Chiedo alla persona che, con naturalezza, mi dice una cosa che non so manco cosa sia.
Si il “Selfie” una fotografia che si scatta da soli col cellulare ed il braccio ben teso.
Un autoscatto! Dico, come folgorato da un'intuizione che mi illumina la mente.
Essì è un autoscatto, un semplice autoscatto.
Uno di quelli che persino io mi son fatto, per prova, quando avevo un cellulare che faceva le foto, ora 
non potrei neppure più perchè, il suo sostituto fa solo il telefono.
Ma allora pure io feci sta cosa, senza neppure saperlo, pensavo fosse un semplice autoscatto e non 
un gesto reso incomprensibilmente incomprensibile da un'altra lingua.
Non c'è nulla di futuribile in un autoscatto, è una cosa ormai obsoleta, che bisogno c'è di dar una 
parvenza di modernismo ad un'azione primitiva? 
Eppure è così; è la moda, è la mania, è la psicosi che attanaglia la mia gente, quella gente che un tempo parlava per farsi capire e che io capivo, quella gente che, al massimo, inseriva nella frase qualche bel 
vocabolo regionale per illustrarla meglio.
Ma una volta che sto“Selfie” è stato scattato, cosa appare?
Cosa appare?
Il viso o i visi delle persone immortalate, il contesto, lo sfondo....... penserete.
Certo, tutto questo ma, andando oltre quei visi, cosa appare?
Appare la foto di un Paese che non esiste più, la raffigurazione del disfacimento di ciò che un tempo era cultura, arte, bel canto e piacevole dizione, di tutto ciò che lo ha fatto grande e di tutto ciò che oggi, 
viene accuratamente occultato da un velo tetro di indotta vergogna.
Essì, ci costringono a vergognarci di essere italiani, non ci vogliono più italiani, non dobbiamo più essere italiani, non dobbiamo più avere una lingua nostra, non dobbiamo più avere nulla di nostro, dobbiamo essere degli apolidi, senza cittadinanza, senza sovranità né di governo, né di moneta, né di gestione, né di futuro.
Un “Selfie” di una nazione perennemente tirata per un orecchio, messa dietro la lavagna col cappellino 
di carta e le orecchie d'asino, messa alla gogna da chi si erge a giudice senza aver alcun titolo per farlo.
Sembrano stupidaggini e forse, nemmeno ci facciamo caso, anzi non ci facciamo caso per niente, ma il 
fatto di toglierci una lingua propria, è stato propedeutico a toglierci tutto, non ultima la libertà.
Se siamo “costretti” dalla subcultura di regime ad usare vocaboli che non ci appartengono ma, che siam portati a credere che, sulle nostre labbra, diventino espressioni di modernità ed intelligenza, beh 
è la dimostrazione di quanto e come i nostri cervelli ormai siano manipolati.
Tutto è stato pianificato da tempo, ed il piano è passato senza traumi apparenti, anzi, con l'illusione di 
renderci tutti fighi, potenti, ultramoderni e iperattivi; l'olio di ricino col sapore di sciroppo di rose.
Non siamo alla moda se parliamo la lingua dei nostri padri, io sono un derelitto se dico ancora autoscatto e, per fare una volta ogni tanto un po' di retorica, lo sono se rispetto il sangue versato da tanti giovani italiani per dare ai giovani, ormai ex italiani di oggi, la possibilità di essere liberi, liberi anche di parlare la propria lingua.
Essì io sono un derelitto se affermo queste cose ma, per me è un vanto essere dalla parte dei derelitti.

 
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Lettera alla Morte.

Post n°229 pubblicato il 14 Luglio 2014 da lontano.lontano
 
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Ciao Morte,
mi è venuto in mente di scriverti perché, rispondendo ad un messaggio trovato in messaggeria, ho avuto modo di riflettere su di te, perché una persona ti ha chiamata in causa.
Finora, ti ho pensata in maniera superficiale, magari cinque secondi ogni mattina, (quando mi sei venuta in mente) cinque secondi utili ad apprezzare maggiormente la vita.
Ci son milioni di persone che ogni mattina non possono più farlo perché, hanno a che fare con te direttamente e, solo in quei terribili momenti, capiscono quanto la vita fosse importante.
Solo in quegli istanti, si rendono conto che ciò che facevano al levar del sole, non era così banale come sembrava fosse, solo in quegli istanti hanno la percezione di quel miracolo che si materializzava ogni giorno, a loro insaputa.
Non avercela con me se le mie riflessioni faranno calare ai minimi storici la tua autostima o se dovrai andare in analisi afflitta da una crisi di identità ma, riflettere un po' su chi siamo e cosa ci facciamo qui, penso sia sempre cosa utile, anche per te.
Tu, da sempre, sei rappresentata come la padrona assoluta della nostra esistenza e noi umani abbiamo per te quella pavida deferenza, tipica dei sudditi di un potere tirannico e sanguinario.
Per farti meglio capire, possiamo fare riferimento alla rappresentazione cinematografica del potere mafioso, i capi mafia sono odiati ma, davanti a loro, le persone si tolgono la coppola dalla testa e abbassano lo sguardo.
Però, tutto questo potere, a mio parere, è solo una misera montatura, tu sei un'abusiva, te lo godi, vanitosamente te ne vanti ma, non ti appartiene.
E'anche possibile che tu lo faccia in buonafede, in fondo, se ti hanno elevata a tale rango, se hanno fatto di te un mito, e ti hanno attribuiti i superpoteri dei supereroi mica potevi opporti!
Voglio esser buono con te, posso persino pensare che sia un ruolo che forzatamente reciti, una commedia dalla quale non puoi uscire perché, a parte il ruolo che ti hanno affidato, non potresti ricoprirne altro.
Fai la faccia (molto smagrita, direi) truce e giri con quell'improponibile pastrano nero ma, ormai, sei entrata così nell'iconografia e ciò ti qualifica, ti presentassi con un altro aspetto, non faresti certo lo stesso effetto scenico.
Parafrasando Jessica Rabbit, potresti dirmi che, non è mica colpa tua se ti disegnano così, e hai ragione, tu sei quello che si vuole che tu sia, l'importante è che però, da oggi, tu sappia chi veramente sei, almeno per quanto mi riguarda.
Tu sei esattamente come tutti noi umani, una che ubbidisce, una suddita e non una sovrana, una che agisce per conto terzi, una comandata di servizio.
Non è mia intenzione ferire la tua suscettibilità ed il tuo orgoglio ma farti riflettere sul fatto che l'arroganza del potere, la ferocia che non cede alla pietà per la quale sei diventata famosa, non so a cosa possa giovarti.
Si, certo, ora sei qualcuno, ma la tua carriera, come quella di tanti quaggiù, è frutto di menzogne, complici silenzi e falsi meriti.
So che a questo punto tu penserai: “Ma chi c.... è questo rompicoglioni che viene a farmi sti discorsi “Ad minchiam”?
Capisco il tuo disagio ma se pensi che io dica cose tanto per dire, ti faccio questo esempio e, mi scuso con te se ricorro sempre a degli esempi ma, è una mia deformazione mentale.
Ricordi quando sei andata nel penitenziario statunitense dove si trovavano detenuti Sacco e Vanzetti? Sai quei due italiani ingiustamente condannati a morire sulla sedia elettrica?
Si, vero? Ebbene, pensi davvero di essere stata tu a metter fine alle loro vite?
Ti sbagli, tu sei solo arrivata lì perché chiamata, da sola, mai, saresti passata da lì quello stesso giorno a quella stessa ora di quello stesso anno.
No, non sei tu la causa della loro fine, li hanno uccisi l'ingiustizia, la falsità, la feroce perfidia dell'uomo, tu non c'entri, tu sei stata l'unica innocente lì dentro, l'unica onesta, l'unica che ha usata pietà, no, tu non potevi far altro che ubbidire, non potevi, come mai puoi, sottrarti perché tu non hai alcuna possibilità di scelta.
E' l'uomo che ha la possibilità di scegliere, e sceglie sempre le cose peggiori, spesso è l'uomo che ti chiama per fare la tua comparsa e non gliene frega nulla se tu avessi, magari, qualcosa di meglio da fare.
Ti immagino sollevata, forse spunta pure un piccolo sorriso su quel viso senza carne, pensavi di essere feroce e invece hai realizzato che c'è qualcuno più feroce di te ma, questa non dovrebbe esser per te una sorpresa sgradita.
E, se pensi che se, senza la partecipazione speciale dell'uomo, tu ne faccia le veci, ti sbagli ancora perché neppure in questo caso tu metti fine in prima persona all'esistenza, tu sei sempre l'effetto di altre cause, sempre!
C'è sempre una causa per morire, una scusa, un motivo anche banale ma c'è, tu non hai colpe specifiche, la colpa è sempre di noi umani che ci adiriamo quando ti vediamo al nostro cospetto, incolpandoti di esser arrivata troppo presto, dimenticandoci però di non esser stati capaci di vivere tutto quel tempo in cui da noi sei stata lontana.
Un cordiale saluto e arrivederci, il più tardi possibile.

 
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Due treni.

Post n°230 pubblicato il 20 Luglio 2014 da lontano.lontano
 
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Un giorno dovete partire, o meglio, dovete decidere se partire oppure no, per andare ad incontrare una persona, una persona che sapete essere meravigliosa.
Una persona che il destino ha messa sulla vostra strada, proprio quando, la vostra strada, pareva impercorribile per chiunque altro, tranne voi.
Stando così le cose, la decisione pare scontata, non c'è nulla da pensare, non c'è dubbio alcuno sul da farsi, si prepara la valigia e si parte.
Però, sarebbe tutto così semplice, se aggiungessi che l'incontro dovesse avvenire in una stazione lontana, molto lontana e, soprattutto, si trattasse di un unico incontro e, mai più nella vita, ne potreste chiedere un secondo?
Una persona meravigliosa da ri-conoscere, questa volta però, in maniera reale, dopo una conoscenza a livello mentale, virtuale, fatta di immaginazione immaginata.
Oppure, una persona da lasciare lì dove si trova, a metà tra la realtà e la fantasia, in quello spazio senza confini, illimitato ma …...... troppo limitato.
A questo punto, la decisione non è più scontata come si poteva pensare, e la valigia è lì che attende di essere riempita o di essere riposta nell'armadio.
Andate alla stazione e salite su quel treno che viaggia molto, molto più lento dei vostri pensieri che, confusi ed emozionati, cercano di anticipare un evento che potrete vivere in un futuro che volete, con tutta la vostra forza, accelerare?
Oppure, richiudete con dentro tutti i vostri sogni, la valigia, in quell'armadio che la custodirà, mettendola al riparo dalla vista del vostro magone che vi accompagnerà durante il viaggio del ritorno?
Quel ritorno che segna il confine tra la felicità e la depressione, quel ritorno che, sembra sempre più arduo far combaciare con un ritorno alla vita, anche solo con 
quella che pensavate, apparentemente, tanto vuota prima, e che, ora sì, scoprite vuota, vuota veramente, inesorabilmente vuota.
Due treni da prendere; uno nella felicità di un arrivo ed un altro nella sofferenza di un addio, cosa scegliere?
L'esempio fatto, è solo un esempio, però, la vita ci mette davanti a situazioni simili, contesti e ambientazioni diverse ma con un comune denominatore, una scelta pressoché impossibile.
D'altronde, non potrebbe essere che così, sempre di una scelta dolorosa si tratta: limitare, contenere ed il solo circoscrivere il dolore in ambiti più sopportabili è il massimo a cui si possa aspirare.
In realtà, non si sceglie neppure, in certe situazioni occorrerebbe razionalità, freddezza, calcolo, per poter optare per qualcosa ma, in quei frangenti cercarle dentro di noi diventa impossibile.
Possiamo, eventualmente filosofeggiarne a posteriori, porci questa domanda successivamente e, a quel punto, esercitare l'inutile arte dialettica dei “se” e dei “ma”.
La filosofia però, può aiutarci a sentir in maniera meno accentuata quel velato e latente rimorso delle cose fatte o non fatte, a farci capire che nessuna opzione, in realtà, può esser migliore di un'altra quando entrambe portano ad risultato univoco.
Gettare la possibilità, il dono, che la vita ci fa di incontrare una persona speciale, anche se per poco, in cambio del dolore da non dover provare lasciandola, è giusto?
O è più giusto soffrire ma aver avuta la fortuna di aver potuta apprezzare una persona come mai, e che mai, pensavamo esistesse o potesse esistere?
Non chiedetemi di rispondere, sono anni che ci provo e non ci riesco, non ho una risposta da dare, neppure a posteriori, quando la lucidità ed il ragionamento avrebbero potuto e dovuto aiutarmi.
Avrebbero potuto aiutarmi solo se non fossero stati sopraffatti dall'emozione e da quella sensibilità che offusca la mente e che scoppia nello stomaco, anche a cose avvenute.
Siamo tutti con la valigia aperta, lì sulla sedia vicina al letto, pronta per essere riempita di indumenti e di sogni, di lacrime e di sorrisi, di mani che stringono e che poi si allontanano nel vento.
La valigia che è poi la metafora della nostra vita, riempita di tutto e riempita di niente, fatta di arrivi e di partenze, di assenze e di presenze, fatta per essere utilizzata, con tutto ciò che ne consegue, prima di doverla riconsegnare definitivamente.

 
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