Creato da: lontano.lontano il 22/01/2008
la poesia, la musica ed il loro contrario.

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C'era una volta il west




 

 
 

 

Eravamo nel 1968 ed io
dodicenne mi guardavo intorno
per capire cosa stessi cercando,
cosa volessi ma soprattutto,
chi fossi.
Un adolescente che vedeva
intorno a sè un mondo
cambiare, forse in maniera
troppo rapida per capire, forse
in maniera troppo lenta per i
sogni che si hanno in mente a
quell'età.
Un mondo nuovo arrivato
addosso, che portava
con sè nuove parole, nuove
mode, nuova musica.
Ascoltavo come tutti in quegli
anni la prima radio "libera",
quella Radio Montecarlo che
si faceva preferire ai canali
Rai a cui per forza di cose
eravamo legati.
Ricordo tutte le canzonette
dell'epoca e non mi vergogno
nel dire che molte non mi
dispiacciono neppure ora.
Arrivavano i primi complessi
stranieri di una certa
importanza e i compagni
di scuola si buttavano a
comprare i loro dischi.
Io continuavo ad ascoltare
tutto ciò ma li ascoltavo solo,
non li sentivo, non mi
riconoscevo, nulla era ciò
che stavo cercando, ero solo
sballottato da sonorità che
non mi prendevano e poco
mi appassionavano.
Un giorno mi capita di
ascoltare questo tema, per
caso arrivato fino a me, una
musica che mi ha attirato a sè
o per meglio dire mi ha
attirato a me, una musica che
è stata lo specchio della mia
anima, una musica che è
diventata mia proprio come
io diventavo suo.
Non sapevo da dove venisse,
non immaginavo neppure fosse
una colonna sonora, non
sapevo dove andarla a ritrovare.
L'ho cercata, l'ho scovata ed è
con me da quarant'anni, non
potrei fare a meno di lei perchè
perderei la parte migliore di me,
sarebbe come specchiarsi e non
vedersi, sarebbe come mangiare
e non nutrirsi, sarebbe come
vivere senza pensare.
Io per mia natura non sono
geloso, perchè penso che la
gelosia, in fondo, non sia che
la nostra insicurezza che ci
fà credere di non esser
all'altezza di sostenere una
comparazione con qualcuno
che, diamo già per scontato,
esser meglio di noi.
Lo sono però verso questa
musica che sento mia e solo
mia e non mi fà molto piacere
se altri mi dicono di
riconoscersi in lei, sarebbe come
vedere all'improvviso spuntare
un nostro replicante mentre fino
ad oggi credevamo di essere unici.
La capisco e lei mi capisce, mi
prende per mano e mi porta in
posti tranquilli, mi asciuga
gli occhi dalle lacrime
dopo averli bagnati,
così senza neppure un perchè,
mi stringe forte la gola
togliendomi quasi il respiro,
facendomi male ma
riportandomi in vita.
Chi mi vede quando sto con lei
mi dice che cambio espressione,
che mi perdo in un mondo
lontano, che trattengo,
senza riuscirci, un'emozione che
raramente mi capita di avere.
E' vero, e non chiedetemi perchè,
non saprei rispondere,
non si motivano le sensazioni,
non si riescono a spiegare
i tumulti del cuore,
non si sà nulla degli
sconvolgimenti dell'anima,
non si razionalizza l'amore.
Una dolcezza infinita che
mi prende la mente e
se la porta con sè e non sono
più io, proprio quando sono
più io che mai,
mentre io divento lei e
lei diventa me, uniti in un sogno
che finirà solo quando
non avrò più la forza per sognare.

 

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La macchina del tempo.

Post n°200 pubblicato il 06 Marzo 2011 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Supponiamo che esista una dimensione sconosciuta, che risponda ad una legge naturale, innaturale per le nostre esperienze attuali, un qualcosa che non so definire e che, per farmi capire da tutti, definirò  in maniera accessibile, macchina del tempo.

Bene, se esiste la macchina del tempo, posso ipotizzare che con essa, ci si possa spostare su e giù per lo stesso e per lo spazio, nel passato che fu e nel futuro che sarà.

Ipotizziamo ora, che io sia già morto almeno una volta, morto un giorno di un anno indefinito, e sia rinato, esattamente come certificato all’anagrafe.

Ebbene, se accettiamo il teorema dell’esistenza della macchina del tempo, perché dovrei  dare per scontato che io sia nato, per forza, in un mio futuro?

Potrei esser morto, ieri, oggi magari, o domani, e poi, essere ritornato in una nuova vita, cinquantacinque anni fa, esser nato, quindi, nel mio passato.

E se diamo per vera questa mia tesi, oggi, io sto vivendo in un tempo già trascorso, e non, come tutti diamo per certo, in un tempo a me successivo.

In breve, se un individuo muore nel 2011, essendo il tempo, percorribile per tutto il suo corso, e non solo in proiezione futura, è lecito pensare che si possa ritornare anche ad epoche precedenti.

Forse ho lasciato la mia vita nel 2019 o nel 2099 in un anno a caso, ciò che mi chiedo è perché sia rinato proprio nel 1956.

Se potessi scegliere, io vorrei vivere nell’epoca dei cavalieri e delle castellane, quel segmento di civiltà e di storia che si mescola con la magia, col mito e la leggenda.

Castelli, cavalli al galoppo, duelli, e capelli biondi di donne angelo, il fuoco che arde nei camini ed una natura ancora incontaminata.

Perché allora non vivo lì ora?         
Ho scelto io la nostra epoca o mi è stata imposta?

Propendo più per la seconda ipotesi, l’idea di una libera scelta, mi lascia alquanto perplesso, esser liberi totalmente, penso che sia solo una meravigliosa illusione

Io, e tutti voi, potremmo essere, come una stella già morta ma che crediamo ancora esistente, solo perché la sua luce sta ancora viaggiando verso i nostri occhi.

Possiamo escludere che la terra sia già disabitata, priva del genere umano, forse causa di una catastrofe naturale, forse a causa di una guerra atomica o chissà per cos’altro ancora?

E’ solo fantascienza pensare che si possa vivere pur essendo già morti?

Non è follia pensarlo, anche perché di resurrezione e nuova vita, non ne parlo di certo io per primo, che effettivamente esista una connessione, tra le dottrine religiose e la “macchina del tempo” è altamente suggestivo.

Qualcuno, mi dice che io sia lontano da questo mondo, non posso dar torto a chi lo afferma e, forse, le riflessioni contenute in questo articolo, possono fornirne una fondatezza logica.

Che io non sia figlio di questo tempo è più che un’impressione, che io provenga da un futuro, che ha superate le cose senza senso che ci vedono protagonisti oggi, è indimostrabile ma mi piace pensarlo.

 
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Da anonima

Post n°201 pubblicato il 21 Aprile 2011 da lontano.lontano
Foto di lontano.lontano

Ricevo e publico da Anonima questo articolo.

Sto qua, ascolto, penso, e sogno tempi lontani e presenti, guardando un dvd; “Samarcanda” di Antonello Venditti.
Ecco, lui e la sua musica mi riportano ai miei pensieri.
Quando tutti dormono, io osservo gli oggetti che mi sono più cari, e ascolto.
Questa musica che mi fa sognare, immaginare, diventar triste magari, di quella tristezza che ti spezza il cuore.
Nessuno, sospetta la mia vera indole, fra la gente sono allegra, solare, una donna forte, all’apparenza, mentre, in realtà, sono un essere molto triste e solo.
Quante volte mi sono paragonata ad una marionetta!
La marionetta, in pubblico è animata e diventa un personaggio allegro, quando si accascia è perchè le hanno allentato i fili, così diventa infelice, come una donna a cui hanno spezzato il cuore.
La marionetta sola, accasciata in un angolo, con i fili allentati.  
Nessuna donna al mondo,
avrebbe contato più di un sasso lanciato nel mare, ma, il caso, è alquanto indisciplinato, col destino non si prendono accordi preventivi, il domani non ci obbedisce, troppo saggio o troppo crudele che sia.
Però ci sono state cose e persone
che mi hanno fatto credere nei presagi.
Certo, come tutti gli esseri umani, ho
avuto presagi e disgrazie, ma le due cose, si sono sempre tenute distanti l’una dall’altra.
I presagi sono rimasti sempre senza seguito e le disgrazie, mi hanno colpito senza essere presagite.
Vivevo senza trionfi e mi accontentavo, i ricordi del
passato mi appaiono, oggi, più amari di una sconfitta.
Da bambina ho visto e vissuto
cose terribili.
La mamma soffrire le cinghiate di papà ed io, già da piccola
, mi vedevo sottomessa a quel destino che, intravedevo, già cosi troppo spaventoso.
Sono stata una bambina povera, con il giusto desiderio, di quei piccoli agi che tutti avevano e che a me erano negati.
Non so come e perché ma, quella bimba triste, è rimasta sempre dentro di
me.
Ed io la porto per mano, come una piccola amica invisibile, e le faccio dei regali meravigliosi ma, tutti quei doni, non sono adatti
alla sua età ma alla mia.
Ora, ascolto una canzone che mi riporta alla mia realtà di donna, “Ogni volta” coi suoi ricordi, coi miei ricordi, solo ricordi.

                                             ----   ...   ---                

A volte, mi chiedo perché la vita debba essere un fardello tanto pesante da dover portare.
Non avrebbe, in teoria, un senso nascere per patire, come d’altronde, non ha un senso, nascere per poi morire.
E non mi riferisco alla morte del centenario che, bene o male, la sua vita l’ha vissuta, ma alla morte di un nascituro o di un bimbo di pochi anni.
Ma che senso ha, venire al mondo e non aver neppure il tempo per vederlo, che senso ha portare la gioia e subito dopo il dolore più atroce, che senso ha, che progetto è, cosa c’è dietro tutto questo?
Nessun fine, nessuno scopo, se nessuno ha voluto tutto ciò, se nessuno c’è, ma se qualcuno c’è, perché tutto ciò succede senza una supervisione logica e la “cura del buon padre di famiglia?”
Questa è la domanda che ho posta, ogni volta che ho parlato con un uomo di chiesa o a chi
di chiesa, a sua volta mi parlava, domanda, senza una risposta chiara, sintetica, definitiva.
Comprendo bene il loro imbarazzo, il loro aggrapparsi a concetti che andavano a cozzare contro la logica, forse troppo razionale, forse troppe terrena per chi di cose terrene non tiene conto nella stessa misura.
Non sono un materialista, credo più a ciò che non vedo che a ciò che vedo, ma un senso lo devo trovare, non una spiegazione, ma un senso dev’esserci sempre.
La vita anche se “insensata” un senso lo ha, ma solo se, in qualche maniera la possiamo gestire.
Il neonato che muore, il feto malformato, la malattia genetica in senso lato, la malattia insorta pochi mesi dopo la nascita, non hanno un senso, e senza un senso non le accetto.
Accetto l’altra, e cerco di farla accettare a chi ne parla con me, proprio perché non vuole accettarla e, senza accettarla ne perde il controllo, non cerca di gestirla o di lottare per cambiarla.
La vita, non è un’eterna primavera, coi fiori di pesco e gli uccellini che cinguettano in un cielo dai colori pastello, la vita, come testimonia la persona che mi ha scritto, è pesante, è cattiva è, certe volte da odiare ma, è sempre la vita, la nostra vita, e dobbiamo darle un senso, anche se, spesso, ci porta a pensare che un senso non abbia.

 
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A proprio modo, senza alibi.

Post n°202 pubblicato il 14 Luglio 2011 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

A mio parere la gestualità, le modalità espressive di ognuno di noi, le reazioni conseguenti ad una situazione, dipendono anche da fattori ambientali.
Il "pianto greco", definizione che viene usata di frequente, sta ad indicare un lamento passivo e continuo, un piagnisteo tragico e retorico e lo possiamo notare nelle popolazioni di quella estrazione culturale.
Non dico nulla di sensazionale, quando affermo che il nostro sud è la conferma di questo, ci son milioni di esempi e riempirei questa pagina ed altre decine ancora se li stessi ad elencare ma, penso che basti ricordare un funerale in meridione o le reazioni della gente di quella terra ad una calamità lì avvenuta.
Reazioni diverse ed opposte, si riscontrano per eventi simili ma avvenuti al nord, il terremoto del Friuli, penso sia una prova più che tangibile.
E che dire dell'"aplomb inglese" che sta a significare una padronanza del modo di esternare, quasi un freddo distacco dalla situazione, una misurata reazione o, una non reazione, se vogliamo, un modo gestuale opposto per origini storico/ambientali?.
Nessuno si senta offeso per questo, le origini, le proprie radici, la visione del mondo e della vita hanno anche basi genetiche e mi sembra onesto e pulito riconoscerlo.
Detto questo, è altrettanto vero che l'ambiente familiare in cui un bambino vede la luce è determinante per il suo modo futuro di porsi.
Se il piccolo ha avuti pochi contatti epidermici, delle carezze, dei bacini, dei coccolamenti, è naturale che sarà poco avvezzo a farli a sua volta, è logico pensare che per lui non saranno così naturali ed istintivi.
Non criminalizzo nè le culture, nè il fattore ambientale (sempre che sia nell'ambito della normalità), mi limito a dire che ognuno di noi ha il proprio modo di essere e di reagire e tutto ciò, penso vada accettato senza richiedere forzati cambiamenti.
Nella fattispecie, io ho reazioni molto misurate, nessuna esternazione all'apparenza, la mia gestualità è limitata, solo chi mi conosce meglio di altri, può notare qualche segno della mia gioia o della mia sofferenza.
Non do la colpa di questo a nessuno, nè ai miei genitori, nè al mondo esterno, nè alla Divina Provvidenza, perchè colpa non c'è, se dolo non c'è.
E' una colpa, forse, non strapparsi le vesti, o non gridare sguaiatamente di gioia, non lasciarsi andare pubblicamente in un pianto disperato o invece, farlo sommessamente, lontano dagli occhi del mondo?
Cosa è giusto e cosa non è giusto fare, qual'è il comportamento corretto?
Essere come si è, questa è l'unica cosa giusta, non mettere maschere, non fingere in una finzione che sarà solo patetica.
Allo stadio, non condivido le reazioni degli altri, sono come un estraneo per le persone che sono con me e, forse, non mi capiranno, ma io capisco loro, anche quando mi saltano addosso in un abbraccio.
Mi si riempiono gli occhi di lacrime, la gola si stringe in un nodo, nessuno se ne avvede, e tutto questo è anormale, immorale o vergognosamente contro natura?
Uno è come è, e così si deve accettare o, meglio ancora, si deve piacere, ma accettarsi caratterialmente non significa crogiolarsi e trovare giustificazioni a dismisura per tutta la vita.
Se un bambino ha avuto poco affetto o, anche peggio, è stato ripudiato dai genitori, magari "tirato su" da parenti, tutto ciò, a mio modo di vedere, non può lasciarlo esente da ogni responsabilità propria futura.
E' comodo, facile, tirare in ballo i problemi adolescenziali, per far della propria esistenza una zavorra che altri devono sopportare.
E' giusto bere come alcoolisti professionisti, spinellarsi, chieder soldi o paghette con la massima disinvoltura, perchè studenti universitari al solo scopo di non trovare un lavoro subito, voler molto senza dare nulla, esigere, giocando e contando su qualche senso di colpa genitoriale?
Va bene così?        Va bene accattonare, vivendo una vita senza dignità, senza amor proprio, senza orgoglio, a fronte della sola giustificazione che, in qualche modo, può mettere al riparo da un giudizio senza ipocrisie?
Già l'ipocrisia, questo è uno dei mali peggiori che affliggono la nostra società, il dire in maniera edulcorata, o anche, il non dire ciò che è lampante ad occhi puri, il rinominare con parole straniere il vocabolo onesto italiano per renderlo inoffensivo.
Gli "ultras", da delinquenti da stadio, diventano paladini di una fede, i teppisti si chiamano carinamente "black block", lo spacciatore diventa "pusher", nomignolo che sembra voler regolarizzare quel commercio, una ragazza compiacente si definisce "escort" e il "paraculismo" diventa disagio giovanile.
Quindi?   Va tutto bene così, che c'è di anomalo?       
Tutto è perfetto in una società perfetta, perchè ci lamentiamo tanto?.
Rifletto solo sul fatto che se io a 55 anni oso dire che mi pesa il lavoro, dopo averlo svolto per minimo 35 anni, vengo quantomeno deriso e definito scanzafatiche, al contrario, se un giovane non ha mai lavorato un giorno e, non ha nessuna intenzione di cominciare oggi, viene definito un disagiato.
Magia dei punti di vista!
E per chiudere, immaginiamo per un attimo che il disagiato della famiglia sia il genitore.
Mettiamo il caso che, per motivi di salute o altro, lo stesso debba abbandonare il posto di lavoro o gli venga tolto, credete davvero che in questo caso, il figlio/a/i si possano inventare studenti lavoratori per sostenere la famiglia in difficoltà?
Pensate che al capofamiglia in questione, siano riservati tutti gli alibi che vengono elargiti al figlio/a/i?
Pensate che quest’uomo in ginocchio, possa arrivare alla fine dei propri giorni sostenuto dal sacrificio dei familiari, lo stesso sacrificio che con tanta noncuranza si esigeva da lui, quello stesso sacrificio che diventa nulla o troppo a seconda di chi lo deve sopportare?

 
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La solitudine

Post n°203 pubblicato il 29 Agosto 2011 da lontano.lontano
 
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Ragazzo triste sono uguale a te, a volte piango e non so perché, tanti son soli come me e te ma un giorno spero cambierà. Nessuno può star solo, non deve stare solo quando si e' giovani così.”
Ragazzo triste è una canzone del 1968 ma non è una semplice canzonetta del periodo.
Ragazzo triste è un grido disperato, è la rivolta, la lotta, per usare vocaboli in voga in quegli anni, contro la solitudine e la depressione,

della quale, è logica conseguenza.

In poche frasi è scritto un trattato di psico-sociologia, è la descrizione sintetica ma precisa e puntuale di una condizione, non solo di quegli specifici anni ma dell’esistenza umana tutta.

Ho sempre pensato che quel testo volesse rappresentare il disagio giovanile dell’epoca, forse perché ascoltare “quando si è giovani così” mi ha indotto all’errore, forse perché anch’io, dodicenne all’epoca, cominciavo a comprendere quelle parole “dal di dentro”.

Oggi rivedo il mio pensiero alla luce dell’esperienza maturata col passare del tempo ma, soprattutto, alla luce delle situazioni di decine e decine di realtà con le quali vengo a contatto.

“A volte piango e non so perché” è una frase ricorrente, la sento da sempre ma non riesco ancora ad abituarmi.

Sono le parole che più mi lasciano sgomento perché non ho risposte.
 E’un’invocazione d’aiuto lanciata con discrezione, da chi, senza aspettarsi nulla, la sradica dal profondo di un cuore sprofondato nell’angoscia, con l’amarezza di chi, ascoltandola, non vorrebbe lasciarla cadere nel vuoto.

E’ la solitudine che parla, la solitudine dell’adolescente che si sente estraneo ad un ambiente che lo isola o dal quale, esso stesso si vuole isolare.

La solitudine che, chi ha coraggio, affronta pur di non uniformarsi ad un pensiero che non riconosce, è la solitudine nella quale chi, non avendo lo stesso coraggio è imprigionato ugualmente, pur credendosi libero.

E’ la solitudine di una persona che ha interrotto un rapporto, o di chi ha affrontata una separazione che, giustificata o no, ha lasciato quantomeno impreparati e soli, forse più o quanto la solitudine preesistente.
E’ la solitudine di chi, mai avrebbe pensato di staccarsi da una persona e mai avrebbe pensato che il destino potesse farlo in sua vece.

“Tanti son soli come me e te ma, un giorno, spero, cambierà” già perché questo è un mondo di soli e, come accennato sopra, si è soli anche quando soli, almeno sulla carta, non si dovrebbe essere.

Si è soli anche in due, quando le due solitudini non si uniscono più formando una gratificante complicità, quando le incomprensioni dilatano due spazi che si spalancano in una voragine.

E’ brutta questa solitudine, forse quanto le altre ma, a differenza delle altre, non ha neppure l’alibi della malevola mano esterna di un fato ingrato.

Si nasce soli e si muore soli, è vero ed è falso nello stesso momento, e questo la dice lunga sulla complessità dell’argomento sia che venga affrontato a livello filosofico che pratico.

Si muore soli perché con noi e per noi muore il mondo; non gli apparteniamo più, come lui non ci appartiene più ma è altrettanto vero che, morire stringendo una mano o dando un’ultimo sguardo ad una persona cara, non è esser soli del tutto.

A volte, rifletto sul fatto che la nostra società, così poco incline al rapporto, così individualista e persa in una fretta senza senso, sia la causa della solitudine, però la canzone ha affrontato questo tema quarantatre anni fa, quindi non è cambiato nulla, nonostante sia cambiato tutto.

Allora cos’è, in fin dei conti, questa solitudine, questo malessere col quale l’umanità si scontra e confronta da sempre, avendo l’ovvia soluzione a portata di mano, senza però riuscire a coniugare l’ovvietà con l’efficacia?

Che dire alla persona che ripete le parole di una canzone che mai vorrebbe cantare: “Nessuno può star solo, non deve stare solo……... nulla, nulla si può dire a chi sente il destino accanirsi perfidamente su di sé.

Nulla, perché avverto che non hanno presa i suggerimenti tratti dalla mia personale esperienza.

E’ difficile far passare il concetto “Non sei sola perché hai te”, è difficile comprendere che, se si è soli anche essendo in due, la vera ed unica compagnia è quella di noi stessi.

Lo comprendo bene che sia quasi impossibile accettare questa teoria, quando la vita, ogni giorno, te ne combina una, e avresti il desiderio ed il bisogno fisico di un conforto.

“Tu parli bene”, mi dicono, “ma ci riesci a farlo?” io ci riesco e sto bene con me stesso, io non sono affatto una persona sola, proprio perché ho me e mi basto ma, che io ci riesca oppure no per chi soffre, non ha alcuna importanza.

Che io cerchi la solitudine, o meglio, che non esista per me, suona di bizzarria o peggio ancora di difficoltà a livello mentale, ma che io sia un essere “alieno”, se non proprio alienato, ormai è a me cosa nota e non ci faccio neppure più caso.

Non ho suggerimenti validi se non questo, non penso sia di conforto fare un elenco delle cose da fare fuori casa, non penso sia neppure sensato ottimizzare strategie e tattiche rivolte all’acquisizione di una compagnia.

Se non si sta bene con sé stessi, non si può star bene neppure con gli altri, questo è il mio pensiero, la soluzione del problema “solitudine” passa per questa tortuosa via.

Si deve arrivare a star bene con noi stessi, a bastarci, a dialogare con i nostri pensieri, a farci delle domande alle quali noi stessi daremo poi  delle risposte.

Parlo da solo, o meglio, penso da solo, come i pazzi, ma allora sono pazzo?

Un esempio della mia pazzia?
Quando comincio a scrivere so a malapena l’argomento, sento che una forza mi spinge a farlo ma, non so minimamente a ciò che scriverò.

Le dita vanno sulla tastiera e agiscono sotto dettatura, il mio cervello, o quello che è, detta e io scrivo e, mentre scrivo penso e mentre penso arrivano nuove idee e nuove parole e ancora idee e ancora parole.

Io sono abituato a farlo, lo faccio ogni volta che posso, ogni volta che mi trovo a camminare per strada, dovendo andare in una via precisa e immancabilmente ritrovandomi dalla parte opposta.

Succede quando si è infervorati in un discorso, succede quando si conversa con una persona mentre si cammina, succede quando non si è soli.

E non sono solo neppure in questo momento che faccio ciò che mi piace fare e non, perché non ho altro da fare o perchè mi costringo a farlo, tanto per far qualcosa, perché, la solitudine dev’esser libertà e non coercizione.
Solo così sarà vivibile, solo così sarà esorcizzata, ma si deve passare per quella via stretta e tortuosa che è dentro di noi, non ci sono scorciatoie: prima di cercare gli altri, dobbiamo trovare noi stessi.

 
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Un jour tu reviendras.

Post n°204 pubblicato il 04 Settembre 2011 da lontano.lontano
 
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Quand le soleil va se perdre à l'horizon
Tous nos souvenirs me font souffrir encore
Et le soir dans l'ombre de notre maison
J'ai besoin de sentir tes mains sur mon corps
Un jour tu reviendras, souviens-toi de la terre
Qui sans toi ne fleurie pas,
souviens-toi de moi
Oui.
Un jour tu comprendras
que malgré ton absence
J'ai gardé au fond de moi
l'espoir de ton retour,
L'espoir de ton retour
Un jour tu reviendras pour que tout recommence
À vivre comme autrefois
quand nous étions ensemble.
Car je sais que demain
oui je sais que demain
Mon amour,
mon amour, tu reviendras
et dans tes bras
J'oublierai ton absence
et la vie me semblera
plus belle chaque jour,
près de toi mon amour.

Quando il sole va a perdersi all'orizzonte
Tutti i nostri ricordi mi fanno soffrire ancora
e la sera, nell'ombra della nostra casa
ho bisogno di sentire le tue mani sul mio corpo
Un giorno ritornerai,
per ricordarti della terra
che è sfiorita senza di te,
per ricordarti di me.
Si
Un giorno comprenderai
che malgrado la tua assenza
ho conservata dentro di me
la speranza del tuo ritorno,
la speranza del tuo ritorno
Un giorno ritornerai
affinché tutto ricominci
a vivere come una volta
quando eravamo insieme.
Perché so che domani
Si so che domani
amore mio,
ritornerai amore mio
e nelle tue braccia
dimenticherò la tua assenza
e la vita mi sembrerà
più bella ogni giorno,
vicino a te amore mio.

 
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Il ne reste plus rien

Post n°205 pubblicato il 11 Settembre 2011 da lontano.lontano
 
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Toi qui m'as donné les plus beaux souvenirs écoute-moi un instant
Viens t'asseoir un peu j'ai des choses à te dire sans trop savoir comment J'ai peur de te blesser mon pauvre amour
Souviens-toi rien de devait nous séparer mais le temps efface tout
Il est bien trop tard pour tout recommencer il ne reste plus rien de notre amour
Il ne reste plus rien passent les jours et c'est déjà la fin de notre amour
Mais laisse-moi te dire la vérité je n'ai pas bien compris tu sais
Comment l'amour se change en amitié il ne reste plus rien de notre amour
Il ne reste plus rien passent les jours et c'est déjà la fin de notre amour il ne reste plus rien plus rien
Souviens-toi rien de devait nous séparer mais le temps efface tout
Il est bien trop tard pour tout recommencer il ne reste plus rien de notre amour
Il ne reste plus rien passent les jours et c'est déjà la fin de notre amour
Il ne reste plus rien plus rien.

Tu che mi ha dati i ricordi più belli, ascoltami un momento
vieni a sederti ho delle cose da dirti, non so come dirtele
temo di farti del male povero amor mio.
Ricordi, niente doveva separarci ma il tempo cancella tutto
è troppo tardi per ricominciare, non resta più nulla del nostro amore
Non resta più niente, passano i giorni ed è già la fine del nostro amore,
ma lascia che ti dica la verità sai che non ho capito
come un amore si trasformi in amicizia, non resta più niente del nostro amore
non resta più niente passano i giorni ed è già la fine del nostro amore
non resta più niente, più niente.
Ricordi? niente ci doveva separare, ma il tempo cancella tutto
è troppo tardi per ricominciare, non resta più niente del nostro amore Non resta più niente, passano i giorni ed è già la fine del nostro amore
Non resta più niente, più niente.


Le colonne sonore che ho inserite, pur mantenendo inalterata la loro bellezza musicale, sono diventate due splendide canzoni
Mi piaceva proporle in una maniera diversa ma, mentre le inserivo, mi è son venute alla mente le parole che spesso mi son state dette a proposito di queste musiche.
“Son belle ma molto tristi” “Sono malinconiche” o anche in tono molto meno elegante ma molto più sbrigativo  “C’è da tagliarsi le vene”.
Forse senza neppure accorgersene, l’ascoltatore ha date delle definizioni alle proprie emozioni.
A me da fastidio che qualcuno mi dica della voglia suicida derivante dall’ascolto ma, mi rendo conto che, proprio in quel momento, la musica ha raggiunto il suo scopo.
La tristezza, la malinconia, la voglia di piangere, sono stati emozionali e la musica è innanzitutto emozione.
Delle note una dietro l’altra, sono delle semplici note, se non ci parlano, se non ci fanno provare sensazioni che diventano anche fisiche, se non ci pervadono tanto intensamente da rapire la nostra mente.
Le due canzoni proposte sono esattamente questo, due musiche splendide hanno fatto vivere, nella mente dell’autore del testo, due situazioni, la sua sensibilità, la sua visione, la sua interiorità le ha tradotte in parole.
La prima è sognante, sulle note di C’era una volta il west si possono aprire scenari infiniti, ogni frase, ogni parola assemblata in questa musica diventa poesia, anche la semplice lettura dell’elenco telefonico potrebbe apparire come la Divina Commedia.
La seconda porta con sé un tema un po’ più definito, D’amore si muore, fa pensare alla tristezza, alla malinconia e l’autore l’ha identificata in un amore che finisce.
Questi sono due film diversi da quelli di cui le colonne sonore fanno parte, sono i film dei due parolieri, ma con queste musiche tutti noi possiamo girare i nostri personalissimi film.
Io lo faccio da quando ero ragazzino e, per questa mia particolare percezione devo ringraziare la professoressa di educazione musicale delle medie.
E’ stata lei che mi fatto scoprire la musica in una veste nuova.
Poveretta, ha dovuto lottare con una ventina di elementi scatenati e ribelli, chiusi ad ogni esperienza perché è della gioventù non accettare i dettami scolastici.
Lei, tra atteggiamenti da gradassi, tipici dell’età adolescenziale, armeggiava con un vecchio giradischi, che gracchiando faceva girare “Le quattro stagioni” di Vivaldi.
Era la mia prima esperienza di musica “descrittiva”, quegli strumenti che imitavano il verso degli animali, i rumori della natura e gli stati d’animo dei personaggi, tra spernacchiamenti vari ed il casino della classe, mettevano le radici dentro di me.
Più che aver imparato, mi veniva, e mi viene spontaneo tuttora, vedere la musica, tradurla in sequenze quasi cinematografiche, associarla alla mia fantasia e da li alla mia emotività.
Forse da questo è nata la mia predilezione per le colonne sonore, per quelle musiche che con la loro dolcezza mi fanno diventare protagonista e non un semplice spettatore.
I due brani proposti hanno così delle parole nuove, una vita diversa da quella che i registi dei film avevano pensato ed è questa la magia della musica, la personalizzazione, l’unicità dell’emozione, il mezzo per portare alla luce la parte più affascinante di ognuno di noi; la nostra anima.

 

 
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I miracoli.

Post n°206 pubblicato il 04 Ottobre 2011 da lontano.lontano
 
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Cos’è il miracolo?

Ho fatte delle ricerche e, più o meno, i vocabolari lo definiscono così:

dal lat. miracŭlum «cosa meravigliosa», der. di mirari «ammirare, meravigliarsi»]. – 1. a. In genere, qualsiasi fatto che susciti meraviglia, sorpresa, stupore, in quanto superi i limiti delle normali prevedibilità dell’accadere o vada oltre le possibilità dell’azione umana.

In partic., per la teologia cattolica, fatto sensibile straordinario, fuori e al di sopra del consueto ordine della natura, operato da Dio direttamente o per l’intermediazione di una creatura.
Leggendo attentamente la definizione di cui sopra, si può notare che manca un aspetto basilare, il fondamento stesso della parola, aspetto senza il quale il termine “miracolo” perde ogni sua consistenza logica.

Manca la positività dell’azione, il buon fine dell’evento, la realizzazione auspicata e diretta solo verso una risoluzione di bontà.

Per essere definito miracolo, a mio parere, un episodio deve stravolgersi, ribaltarsi, estremizzarsi, non mi pare che tale condizione sia prevista nella definizione ufficiale; destare meraviglia e non superare la prevedibilità dell’accadere, dice di un qualcosa di straordinario si, ma, questa è un’accezione più generalizzata.

Il miracolo è la lotta vinta dal bene contro il male, innanzitutto, è cosa inspiegabile, straordinaria, razionalmente impossibile ed è proprio nella difficoltà della riuscita che si configura la sua essenza.

Un terremoto è, certamente un fatto che supera il limite della normale prevedibilità dell’accadere e, senz’altro, va al di là della possibilità dell’azione umana ma, non è un miracolo, lo diventa, invece, se, in quel terremoto, sotto le macerie, ci sono persone rimaste illese.

Detto questo, diventa affascinante avventurarsi tra le pieghe delle definizioni teologiche, in particolare quella cattolica, che è riportata sopra.

Premetto che io sono credente ma, a modo mio, un po’ come per tutto, del resto, ma sono altrettanto convinto che questa, sia la maniera più giusta per affrontare temi dei quali si sa poco in presa diretta.

Tutto è valido, senza riscontri oggettivi, ogni tesi personale, ogni pensiero, ogni sensazione, deve esser degna di rispetto, quel rispetto che ogni mente deve avere quando si sforza di fare ciò a cui è preposta.

Detto ciò, che significa: Al di sopra del consueto ordine della natura, operato da Dio direttamente o per l’intermediazione di una creatura?

Questa è un’affermazione oscura, chi sa, infatti, quale sia l’ordine consueto della natura?

E’ naturale ammalarsi e poi morire ma è altrettanto naturale guarire e, talvolta, sfuggire anche alla morte non definitiva.

La chiamo non definitiva perché non è quella finale, contro quella, infatti, non c’è nulla da fare, quella non definitiva è quella dalla quale si può tornare indietro.

E’ cosa poco credibile?     Sto raccontando balle?

E perché allora degli ammalati terminali, quelli ai quali vengono accordati pochi mesi di vita, inspiegabilmente, vedono una regressione della loro malattia, arrivando persino ad una totale guarigione?

E abbiamo mai pensato a quante volte, il nostro stesso fisico, sia colpito da un qualcosa che sentiamo, che percepiamo sia dannoso per noi ma, trascuriamo o sottovalutiamo?

Quella stanchezza fastidiosa, quel malessere al quale diamo cento nomi e nessun nome, quello stato di malattia latente che, quasi impercettibilmente, col tempo si affievolisce per poi passare del tutto.

No, non ci facciamo caso, ad un sacco di cose noi non facciamo caso, ma avrebbe potuto esser cosa gravissima, invece, il nostro corpo ha risposto agli attacchi e si è rigenerato, e cos’è questo se non un ordine consueto della natura?

Detto che il nostro fisico ha le capacità di autoguarirsi in maniera naturale, (con questo non voglio dire di non far ricorso alla medicina), cosa avviene quando a tale meccanismo si affianca una “collaborazione” esterna?

Semplice, si tratta di un miracolo ma, questo miracolo, alla fine delle fini, chi lo compie?

Un santo, una santa, la Madonna, Dio in persona, chi ci aiuta nel momento dell’estremo bisogno?
La fede ci porterebbe a dire Loro, uno di Loro che ci viene in sogno, uno di Loro che ci tocca senza toccarci, uno di Loro che tramite un’immaginetta appoggiata sulla parte dolente, ci guarisce all’istante.

Credetemi, non sto ironizzando su nulla, non sono né blasfemo né e mia intenzione esserlo mai, ma mi pongo questa semplice riflessione.

Se Iddio è il Padre di tutti e se la sua bontà è infinita, perché solo ad alcuni, riserva questo trattamento di favore?

Perché le preghiere vengono a volte ascoltate, prese in considerazione, e altre volte, disattese e lasciate cadere nel vuoto?

Mi piacerebbe avere delle risposte chiare ma, il problema è chi me le possa mai dare, chi è così addentro nei meccanismi esistenti colà dove si puote, ciò che si vuole?

E più non dimandare - continua la frase - ed invece io me lo “dimando”, eccome, e provo anche a dare una mia interpretazione.

I santi, Dio o chi per Lui, non ci guariscono in prima battuta, non fanno figli e figliastri, non lo devono fare, ciò che fanno è fornire ad ognuno di noi la forza per reagire, per lottare e, come dicevo prima, mettere in atto quel sistema di autoguarigione.

E’ la nostra mente, quel mondo inesplorato, affascinante e misterioso che ci fa ammalare e ci fa guarire, quel mondo nel quale convivono santi, demoni, forze, debolezze e miracoli.

Sono dell’idea, che un ammalato non ce la farà mai se non crede fermamente nella possibilità di guarire, se il suo corpo non l'ha fatto spontaneamente, significa che ora occorre la forza della sua mente.

Nella sua lotta avrà vicino “qualcuno” non so chi, ma lo avrà, starà a lui recepirne la presenza, ma non si deve abbandonare agli eventi nell’attesa di un miracolo, sarà lui che dovrà compierlo.

Rimane un ultimo periodo della definizione del vocabolario ed è quello che più mi sta a cuore, e recita “ operato da Dio direttamente o per l’intermediazione di una creatura”.

Chi è la creatura mandata da Dio a compiere il miracolo?

Siano tutti noi, ognuno di noi ha la possibilità di aiutare chi ne ha bisogno a compiere il proprio miracolo, ognuno di noi può essere il mezzo per raggiungere uno scopo.

Vi posso garantire che non è un’impresa impossibile, non c’è nulla di straordinario nel compiere un’azione apparentemente straordinaria, basta la presenza, bastano a volte, un po’ di ascolto e delle semplici parole, basta regalare un po’ della propria energia mentale, basta un po’ di umanità.

 
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L'uomo e la belva.

Post n°207 pubblicato il 24 Ottobre 2011 da lontano.lontano
 
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Ho data un’occhiata ad alcuni video relativi alla cattura di Gheddafi.

Voglio però trattare questo tema da un’angolazione diversa, lascio ad altri tutte le conclusioni a vario titolo, prendo solamente spunto dal fatto, per parlare dell’uomo in quanto tale e, non del colonnello nella fattispecie, ma l’essere umano abitante questo pianeta.

Ma chi è quest’uomo, che è capace dei gesti più eroici e delle nefandezze più atroci, chi siamo noi, in verità?

Chi è l’essere umano che si scaglia contro il più debole, contro chi non può difendersi, contro chi incarna la parte della vittima designata?

Cattivo, prepotente, inumano, sanguinario, quando è forte, solo quando è più forte, spaurito, tremante ed implorante, quando ha persa la sua potenza e la sua altera superiorità.

Colpire chi non può difendersi, chi è già prostrato a terra, è scendere agli istinti più bassi della natura umana, lo è per chi riveste il ruolo del carnefice ma, lo è altrettanto, quando la vita inverte i ruoli e la vittima diventa aguzzino a sua volta.

Qualcuno potrà dare un nome a tutto questo chiamandola “Giusta vendetta”.

Posso comprendere e, in qualche modo essere concorde, perché non sono un santo, ma, solo se la vendetta ha luogo in maniera paritaria.

La giustifico se venisse esercitata quando colui che ha commessi abusi e crimini, fosse ancora ben saldo al suo posto, quando ancora la sua potenza si mostrasse vestita del suo tirannico potere.

Non ha più senso dopo, come non aveva senso prima la violenza che ha scatenata la reazione, non ha più senso quando il più forte si trasforma nel più debole.

E’ la stessa violenza, non c’è una violenza buona e una cattiva, è il branco dei predatori che assale la preda ferita, non è nulla di più e non è nulla di diverso, sempre.

E’ tipico dell’uomo, uno dei lati umani che non giustifico, dell’uomo appunto e non degli animali.

Infatti questi ultimi non uccidono per gioco, non si vendicano, se uccidono la preda debole è solo per far vivere la specie nell’animale più giovane, è amore, in qualche maniera, ma mai è odio.

Belva, poi, è un termine migrato dall’animale all’uomo ma, a mio parere, avrebbe dovuto esser l’opposto, il suo significato si addice a chi compie azioni consapevolmente, a chi potrebbe evitarle e non lo fa perché la sua bestialità domina la sua ragione, non a chi lo fa perché obbedisce ad istinti primari e naturali.

Non approvo l’accanimento finale, gli atti di barbarie compiuti contro chi ormai è inerme e in alcuno modo potrebbe nuocere, atti che altro non sono che viltà, quella viltà che avrebbe potuto chiamarsi eroismo se avesse vista la luce in un periodo temporale precedente.

Non approvo le sevizie e le torture, l’accanimento cieco contro il bersaglio facile, sono inutili e meschine, del resto, questo è l’atteggiamento del branco, della massa, del numero che tende a far assurgere i pavidi al ruolo di eroi.

Sono per la legalità, per la giusta ed esemplare punizione, ma punire duramente non significa farsi giustizia e non ammetto che ciò possa avvenire in maniera indecorosa per chi la deve subire e per chi con le proprie mani la esercita.

Reclusione a vita o, anche pena di morte, nei casi di estrema gravità, non rabbrividisco per questo, a chi si è macchiato di crimini contro l’uomo, è giusto che l’uomo stesso gli presenti il conto da pagare, così da avere giustizia e non un secondo crimine che a sua volta dovrebbe esser condannato.

 
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Babbo Natale.

Post n°208 pubblicato il 26 Dicembre 2011 da lontano.lontano
 
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La storia di Babbo Natale mi ha dato motivo di riflessione.

Che questo personaggio sia immaginario, penso, sia un fatto certo, ma Babbo Natale non è una menzogna.

E’ piuttosto una scusa per un gesto d’amore, è una favola, è l’emozione della febbrile attesa che noi ingeneriamo in un bambino, è la gioia che vediamo nei suoi occhi quando scarta il regalo che il generoso omone gli ha portato.

Come si potrebbe definire menzogna un sogno che poi si realizzerà? 

Che inganno è se il lieto fine certifica che inganno non c’è stato?

Che male può fare una bugia se ammanta di tenerezza la verità?

Noi conviviamo con la menzogna, quella vera, quella che volutamente ignoriamo, perché la menzogna è più pratica, dà meno problemi, è molto meno preoccupante della verità.

Crediamo a molto, a troppo, forse a tutto, ma tutto ciò a cui crediamo non è una favola a lieto fine e non porta felicità come quella di Babbo Natale.

Se ci fermiamo a riflettere sulle domande che da sempre l’uomo si pone: Chi sono? Da dove vengo e cosa ci faccio qui?   Proviamo un senso di instabilità, di smarrimento, abbiamo la visione di un orizzonte in cui il pensiero si perde nel nulla di un ragionamento che non riusciamo a portare oltre.

E’ una sensazione poco piacevole che ci da la misura di un disagio che è meglio non provare ulteriormente, non vogliamo quelle incertezze, nessuna incertezza, meglio rifugiarsi in una più rassicurante, comoda menzogna.

L’esigenza di un non pensiero, questo bisogno di rassicurante falsità, è stato ben compreso da chi, per ragioni diverse, lo ha alimentato per trarne profitti e per fini che, la mia onesta ingenuità, non mi permette di comprendere.

Quante menzogne intorno a questo piccolo essere che è una pedina in un gioco oscuro, quante menzogne che altri piccoli esseri come lui gli propinano spacciandosi per esseri divini.

Il mondo spaccato in due, un’esigua minoranza che ha scritto il copione e la maggioranza di un mondo di comparse e piccoli attori che ne porta avanti la recita.

La menzogna dispensata da “mentitori eletti” e non da “menti elette” diventa insindacabile verità, il verbo divino, la parola che mai deve esser messa in dubbio.

Chi lo ha fatto prima, coraggiosamente, eroicamente, è finito arso vivo o dilaniato da macchine di tortura, successivamente accomodato su sedie elettriche, poi in manicomi o, accidentalmente, volato da qualche finestra o vittima di crisi che portano al suicidio.

Chi pensa è pericoloso, troppo pericoloso, chi canta fuori dal coro va fatto tacere, non deve turbare l’onesta collettività, destabilizzarla con pensieri che recano dubbi e domande; certezze, non dubbi, elargisce il potere e chi lo detiene, in fondo, è quello il suo scopo no?

Si è quello il compito del potere, solo che, nessuno vuole il potere di qualcuno su qualcun altro, si chiede una guida saggia ed onesta, si chiedono decisioni comuni prese per il bene comune, si chiede finalmente la democrazia e non l’oligarchia.

Facciamo qualche esempio, tanto per non rimanere sul vago, parliamo un po’ del nostro Paese, ridotto sul lastrico da un’economia di casta, affamatrice e, per non smentirmi, menzognera.

Nel momento dell’entrata dell’Italia in Europa, ci son stati chiesti sacrifici enormi, causa manovre, manovrine, tasse e restringimenti di cinghia, in cambio avremmo dovuto avere il benessere futuro.

Lo avete avuto voi?           Se si, mi fa piacere ma stento a crederlo.

E’ arrivato il maledetto Euro, chi – come me, guarda caso, - era sfavorevole, veniva come sempre deriso da gente comune tramutata per l’occasione in colto economista, gente che non sapeva nulla ma ripeteva brevi frasi messe sulle sue labbra da lingue biforcute.

Sarebbe la rovina se non ci fosse l’Euro!!!    Ma perché, e per come, non si è mai saputo!
Sarebbe la rovina, vero, se non ci fosse?   Ma non è già la rovina, se “uno” di quelli che alla rovina ci ha così saggiamente portati, ora ci richiede gli stessi sacrifici che a nulla, o meglio, al disastro ci hanno portati nei decenni precedenti?

Menzogne che ci hanno propinate e noi, per sentirci sicuri, ci siamo bevute senza fiatare, senza porci qualche domanda, senza farci venire anche il minimo dubbio.

Ma il nostro silenzio è il silenzio degli scemi?          Si, siamo scemi, o meglio, così ci hanno indotto a pensare di noi, siamo degli scemi, come possiamo mettere in dubbio la capacità degli intelligenti, dei furbi di quelli che vengono dalla Bocconi?

Certo noi siamo scemi e loro vengono dalla Bocconi ma, perché non ci forniscono le prove che non vengano anche dall’albergo Oosterbeek (Paesi Bassi), o ci illuminano sulla Commissione Trilaterale o ci fanno capire qualcosa circa Il World Economic Forum di Davos in Svizzera nato nel 1971, e l’Aspen Institute del 1950?

Provate a fare una ricerca su internet, mi sa che non troverete solo informazioni turistiche!

Siamo scemi, non dobbiamo pensare, c’è chi pensa per noi, che vogliamo di più?

Lo fanno per pochi spiccioli al mese e una pensione sociale, perché crearci dei problemi con le nostre mani?

Lasciamoli fare a viviamo sereni, loro pensano al nostro benessere e lo fanno in maniera reale, concreta e non menzognera, così noi possiamo dedicarci a Babbo Natale che sappiamo essere l’unica, vera, grande, accertata bugia di questo povero mondo.

 
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2012 e dintorni.

Post n°209 pubblicato il 04 Gennaio 2012 da lontano.lontano
 
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Prima di addentrarmi in queste mie riflessioni, vorrei esprimere un desiderio.

Mi farebbe piacere se questo mio articolo fosse letto da un grande numero di persone e mi auguro vivamente che accada.         
Non mi è mai importato molto se ciò che scrivo sia letto oppure no, visto che scrivo soprattutto per me.
Scrivere è una mia esigenza, a voce non esce l’essenza dei miei ragionamenti, solo scrivendo, scaturiscono pensieri, emozioni, cose anche a me segrete e che, se non mi mettessi alla tastiera, tali rimarrebbero per sempre.

Forse ho già accennato a questo ma, lo ribadisco ancora, perché è un fenomeno che stupisce pure me che lo vivo.
Parlo di una forza inspiegabile, quella che mi impone la scrittura, una scrittura che ha dell’automatico e del razionale, una dettatura impostami………. liberamente.

Vorrei che fosse letto da molti perché, questo mio articolo, vuole far ragionare, pensare, riflettere, chi avrà la volontà di dedicargli qualche minuto.

Questo, desidero, far pensare, e nulla più, non far pensare come me, ci mancherebbe altro, ma solo pensare col proprio cervello, dare un’opportunità alla mente del lettore di aprirsi al dubbio, di far sorgere delle domande e da queste, originare delle risposte, fuori da un pensiero ormai omologato e superato da una storia che andrebbe completamente riscritta.

E’ arrivato il 2012, è appena nato ed è già diventato l’anno più nominato al mondo, i 365 giorni più attesi o più temuti, quelli da cui si dovrà cominciare o forse quelli che tutto faranno finire.

Cosa succederà davvero, al di là di ogni teoria e di ogni possibile o impossibile scenario?

Naturalmente non lo so ma una cosa è già avvenuta sicuramente, ci stiamo pensando e, in maniera confusa o superficiale, ce lo stiamo chiedendo.

Così nella nostra mente fanno a spintoni frammenti di informazioni, tasselli di ragionamento che non riescono ad incastrarsi in un mosaico che sarà impossibile completare.
Che non sia forse questo quel cambiamento che ci viene annunciato da coloro che hanno vissuto su questa terra secoli prima di noi o da coloro che da secoli vivono in un presente che per noi è solo un incredibile futuro?

A mio parere, questo è già il primo grande avvenimento, ma non basta ancora.
Non è sufficiente chiedersi come funzioni il calendario Maya, o cosa mai sia quell’energia che arriverà dalla Via Lattea, o come si comporterà il sole in quel mutamento che pare sia irreversibile o, ancora, che ne sarà della Terra se il suo asse si sposterà di qualche grado o se il suo campo magnetico dovesse mutare.
No, non basta, anche se è già tanto, ma si deve andare oltre, occorre risvegliarci tutti dal torpore nel quale ci hanno fatto addormentare, prendere finalmente coscienza del nostro destino e riprendere in mano le nostre vite, vite che ci hanno prese senza che noi ci opponessimo ma, anzi, col nostro complice consenso.

Ora tutti vi chiederete chi siano costoro, questi innominati che indico genericamente senza attribuire loro un’identità, cosa che fa perdere ogni valore alle mie parole.

Ebbene, forse oggi riesco ad esser più esplicito e concreto perché la nebbia, che offuscava la mia visione mentale, si sta diradando e la luce del pensiero rende visibili cose che il pensiero stesso bloccavano.

Premetto e ripeto ulteriormente, che il mio pensiero è libero da dogmi e da pregiudizi, non appartengo a nessuno schieramento socio-politico-religioso, non rappresento nessuno e nessuno mai mi potrà rappresentare, vista la mia avversione all’inquadramento.
Per ritornare al tema e rispondere alla domanda di cui sopra, vorrei far riferimento all’Anticristo.

Personaggio tra il mito e la realtà, tra il concreto e l’astratto, figura definita o indefinita a seconda del “sentire” e dei valori etico-morali personali.

Proviamo a riflettere e a ragionare in maniera semplice e intuitiva, senza inoltrarci in materie e in riferimenti che ci porterebbero a perderci e a capirci ancora di meno.

Per definizione Anticristo è un’opposizione a Cristo, quindi, per definire cosa è “anti” bisogna capire ciò che è e chi è Cristo per noi.

Cristo è il buon padre per l’umanità, è Colui che vuole che l’uomo viva in pace su quella terra che Egli stesso gli ha data, è Colui il quale desidera per l’uomo una vita di serenità e benessere; è il bene, in parole povere.

Ne deriva, che il suo opposto sia il male, quindi l’Anticristo, ed allora, c’è da chiedersi se esistano, queste due logiche antitesi al bene, sulla terra.

Penso che non possa sfuggire a nessuno che il male sia la parte dominante della nostra vita, non possiamo non vederlo intorno a noi, lo viviamo da vittime noi stessi, è il male più che il bene che condiziona la nostra esistenza.

Ma allora il male è più forte del bene se ha cambiato il nostro destino, visto che già Dante ci informava che: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza", quindi il Cristo è meno forte dell’Anticristo?

Si, penso che lo sia, come metterlo in dubbio se è nei fatti, come poterlo negare se niente di quello che Cristo ci ha promesso o prospettato è stato mantenuto o è ancora allo stato di miraggio?

E vi siete chiesti perché in questa sfida sia l’Anticristo in netto vantaggio?

E’ semplice, stravince perché egli si è evoluto, perché è al passo coi tempi e non fuori dal tempo, perché sfrutta tutte le armi della modernità e perché ha un ottimo argomento per convincere: Il denaro.
Cristo invece è nato povero, e ha parlato solo di ricchezza morale ed intellettuale, ce lo vedete a corrompere masse di giornalisti per portare il suo verbo in forma pubblicitaria nelle vostre case?
Ce lo vedete a strapagare frotte di cosiddetti scienziati, economisti, grandi finanzieri per far prevalere la propria tesi?

Al massimo manda la Madonna a parlare a tre bambini o fa sgorgare un po’d’acqua da qualche grotta e qualche goccia di sangue da qualche statuetta ma a chi volete che importi, intanto chi lo afferma è catalogato quale mentitore o nelle versione peggiore definito pazzo.

L’Anticristo è colui che ha il potere economico e lo gestisce attraverso i suoi fedelissimi che si replicano e si perpetuano nel tempo, ieri si chiamavano gli Illuminati o Nobiltà Nera, oggi si chiamano con nomi e cognomi ben definiti, loschi figuri facenti capo ad associazioni a delinquere del tutto legali.
 Le agenzie di rating, ad esempio, o ancora, a quelle che ho segnalate nell’articolo precedente e a tutte quelle che, per brevità, ho omesse ma che troverete facilmente su internet in una correlazione che mette paura.

Informatevi su chi comanda oggi il mondo veramente, non fermatevi a ciò che vi viene propinato, non pensiate di dover esser esclusi dalla verità perché appartenete ad una classe inferiore rispetto a quelli che della non verità vi alimentano.

Non credete a me ma neppure a loro, credete al vostro cervello solamente, fatelo lavorare perché lo potete fare anche se tutto è preordinato affinchè non vi serva farlo.

Siate curiosi delle verità nascoste, guardate oltre l’innaturale cortina fumogena che dall’alto del potere è stata fatta scendere sui vostri occhi, ragionate su tesi fatte di piccoli messaggi a pronta digestione, son esche preparate da vili mani affinchè abbocchiate nell’accondiscendenza.

Chiedetevi due cose semplici, due cose elementari che ogni giorno ci toccano da vicino: Perché paghiamo la benzina ad un prezzo tanto caro, se pensiamo che oggi i motori potrebbero funzionare con una tecnologia a costi vicino allo zero ed in maniera dal tutto ecologica?

Chiedetevi perché la politica ha un costo altrettanto fuori dal normale e non riesce a soddisfare le nostre aspettative e risolvere i nostri problemi?

Due domande, una sola risposta: A qualcuno conviene che sia così.

Guardate chi sono i signori del petrolio, le grandi famiglie egemoni, guardate chi affama intere popolazioni per prendersi le risorse economiche, chi scatena guerre in quei territori, chi sfrutta la terra per i propri profitti, incurante del pianeta che ormai sta esaurendo le sue risorse.

Chiedetevi perché mandrie di politici ignoranti son parcheggiati li a far nulla, a coltivare i propri privilegi, a rubare il rubabile e non, a far passare intere legislature nell’inutilità solo per raggiungere la meta di una pensione milionaria?

Perché conviene a chi vuole un mondo governato, non da rappresentanti operosi di un popolo operoso ma da rappresentanti barzelletta di un popolo che ormai fa solo ridere.

Il comando dev’esser nelle mani di un governo globale in un mercato globale con un’economia globale, la casta dei signori del mondo a comandare e l’umanità restante passiva ad ubbidire.

Questo è il lato oscuro del potere, chi ha le redini in mano non si fa vedere, esiste ma, ufficialmente non esiste, guarda caso, una tattica che è perfettamente sovrapponibile a quella dell’Anticristo.

Mentre scrivo, gli esempi a suffragio della mia tesi si moltiplicano ed, insisto ancora nel fatto che, portarli a vostra conoscenza, non è finalizzato a nessuno scopo che non sia la vostra libera interpretazione.

Non circondatemi di assenso perché non lo amo ma siate critici e criticando pensate a tesi diverse, a ragionamenti anche divergenti ma pensate, pensate sempre con il vostro intelletto, perché è questa l’unica arma che ancora è rimasta all’umanità.

Spaventa, il pensiero, è un pericolo per loro e fateci caso, eliminarlo dalla mente delle nuove generazioni, quelle generazioni che sostituiranno la nostra, vi sembra un caso?.

No, non illudetevi, nulla in questo gioco è lasciato al caso, tutto è stato pianificato dai seguaci dell’Anticristo già nel 1700, ora si vede nella sua interezza ma il piano ha padri lontani.

Non è quindi un caso se i ragazzi di oggi sono ridotti al ruolo di automa, persi in un’esistenza fatta solo di falsi valori, storditi in musiche studiate da menti sataniche per annientarne le coscienze, senza la possibilità di trovare un lavoro che dia loro dignità, senza neppure una timida apertura al presente che possa almeno dare speranza per il futuro.

Giovani consegnati ai falsi miti e ai falsi profeti affinchè non possano ribellarsi, non saprebbero manco a cosa, lavoratori costretti a consegnare il proprio salario a governi nazionali che manco esistono più ma che, a loro volta li gireranno ai padroni del mondo che li manovrano.

Disoccupazione, guerre, povertà, sacrifici economici continui,  queste preoccupazioni, questi problemi reprimono il libero pensiero, come si può pensare se la mente è rivolta a trovare il modo di tirare avanti alla meno peggio?

No, non si può pensare e tutto è congeniato affinchè ciò mai avvenga, ci hanno tolto tutto, il tempo per pensare, la voglia di farlo, la serenità e persino il sorriso e questo mai riuscirò a perdonare loro.

Il 2012 è arrivato, non so se sarà l’alba di una nuova epoca ma, sappiate, che se vogliamo vedere un nuovo giorno, un giorno migliore e più giusto qualcosa anche noi dovremmo pur farlo.

Dobbiamo svegliarci da questo letargo fatto di anni, svegliarci da un sonno drogato dalle menzogne, svegliarci finalmente con dei dubbi e delle domande da porre a chi, vedrete, non saprà darci risposte plausibili.

Ora pensate ciò che volete di me, pensate che sia pazzo, ma pensate, le cose che vedo io, son le cose che vedete anche voi, provate a vederle sotto una luce nuova e se vi daranno dei pazzi, non spaventatevi fa parte delle regole del gioco, quelle regole che tanto io e quanto voi ci rifiutiamo di accettare.

 
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La semioscurità.

Post n°210 pubblicato il 12 Gennaio 2012 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Facciamo un esperimento; prendiamo una foto che abbiamo sul nostro computer, apriamola con un programmino visivo, e andiamo a modificarne i colori tanto da farla diventare in bianco e nero, ora modifichiamo ulteriormente il chiaro e lo scuro fino a far diventare la nostra foto appena visibile.

Ecco ora abbiamo davanti ai nostri occhi la metafora della nostra vita.

Cosa vediamo in quella foto?   Poco, intravvediamo più che vedere, distinguiamo appena i contorni, se poi andiamo ad agire sui toni del bianco, diventa troppo bianco e non vediamo più nulla, se lo facciamo su quelli del nero, invece, non vediamo più nulla lo stesso.

Questa è la nostra esistenza, una cammino fatto a tastoni, sfocato e reso difficile dalla poca visibilità, quindi insicuro e ricco di insidie e tranelli.
La metafora è però fedele solo in parte, il risultato è lo stesso, vediamo poco o nulla in entrambe le situazioni ma, la causa, è del tutto opposta.
La foto del nostro computer l’abbiamo modificata noi col nostro programmino, la nostra vita è stata modificata da altri, usando, il loro, programmino.

Hanno tolti i colori dalla nostra vita, l’hanno resa oscura coi toni pesanti del nero per non farci vedere ciò che noi non dobbiamo vedere, l’hanno resa troppo brillante di luce per mostrarsi i portatori della verità e di ogni certezza, ottenendo lo stesso risultato, non farci vedere nulla.

Insomma siamo dentro una realtà che noi crediamo esser la realtà, mentre non è altro che la sua messa in scena, una parodia tanto amara per noi da farla diventare un dramma.

Viviamo nella menzogna che ci hanno imposta, in un limbo di ignoranza forzata, col cervello narcotizzato, perennemente in crisi di astinenza, incapace di disintossicarsi e ritornare libero.

La nostra esistenza è scissa in due parti, la prima è la parte mistificata dalla menzogna, della quale ho scritto sopra, la seconda è quella che comprende tutto un mondo sconosciuto per ogni umano, nessuno escluso.

Ho la convinzione che in tutta la storia del mondo scritta, solo poche pagine siano quelle realmente vere, la storia la scrive il vincitore, per cui di parte per definizione, è difficile pensare che gli sconfitti siano anche parzialmente d’accordo con essi.

Se la storia di ieri è falsa, o artificiosamente falsificata per nascondere interessi o intrighi, sui quali non si riesce a far luce neppure oggi a distanza di secoli, pensate un po’ di quella attuale quando mai se ne saprà qualcosa.

Dicendo che la storia è manipolata, mi pare sia persino inutile andare a salvare il salvabile, anche perché se esiste un presupposto di menzogna è chiaro che ogni avvenimento successivo sia macchiato da quella pecca iniziale.

Le menzogne storiche si tramutano spesso in mito, ed anche questo fattore è motivo sufficiente per lasciarle in un cassetto che romanticamente è meglio tenere chiuso.

Due fatti, a caso, che mi vengono in mente mentre scrivo sono il “Balilla” e la spedizione dei Mille di Garibaldi.

Sarà proprio vero che un ragazzino di un quartiere di Genova prenda a pietrate i soldati invasori, scatenando così una rivolta di popolo?
E saranno stati proprio mille, contati, esattamente mille a partire da Quarto per andare a liberare da soli o quasi, l’Italia meridionale, senza nessuna organizzazione, senza un piano, e solo per un ideale?

Io nutro seri dubbi su questi miti diventati verità o su queste non verità trasformate in mito, forse non è tutto così semplice come vogliono farci credere, forse è anche tutto più semplice di quanto noi si possa credere.

Se la storia, è tutta un’altra storia, non di meno lo è la scienza, anche questo mondo che a noi pare perfetto, asettico e incontaminato è al contrario manipolato quanto lo è la storia che ad essa, per forza di cose, si mischia.

Un esempio per tutti; perché la scienza si ostina a negare altre forme di vita al di fuori del nostro pianeta?

Ma è mai possibile che il cielo venga monitorato in maniera tanto meticolosa e, nonostante questo, non sia mai stato ripreso o fotografato, ufficialmente da qualche scienziato, uno dei numerosissimi velivoli extraterrestri che, a migliaia, solcano l’atmosfera e che, al contrario, migliaia di persone comuni hanno ripresi o fotografati o visti ad occhio nudo?

Ma certo che non è possibile, solo che non conviene renderlo noto, e la scienza asservita al potere si intestardisce a voler dimostrare l’indimostrabile andando incontro a figure ridicole.

Gli scienziati, dall’alto della loro prepotenza sbeffeggiano e mettono in ridicolo chiunque osi dire il contrario, nessuno deve impunemente mettere in dubbio le loro affermazioni che ritengono il loro Vangelo.
Ed allora mi chiedo, a proposito di Vangelo, è stato o non è stato il Signore in persona a dire: “Il mio regno non è di questo mondo”?
Se lo ha detto Lui, e non io, non sorge loro il dubbio che forse un altro mondo al di fuori di quello conosciuto possa veramente esistere?

Con questo non vorrei dare inizio ad una diatriba religiosa che ci porterebbe troppo lontano, ma nella mia totale onestà intellettuale, nella mia visione di un mondo fatto anche di cose inspiegabili, nella mia più profonda convinzione che possa esistere anche l’indimostrabile, come posso escludere che le parole di Gesù siano molto più semplici e veritiere di ogni successiva interpretazione fornitaci?

A questo punto, se uno ci riflette un attimo, si chiederà: Ma che razza di vita stiamo vivendo?

Mezza vita rovinata dai noi stessi, in fondo facciamo parte della stessa categoria, uomini che si prendon gioco dell’esistenza di altri uomini, l’altra mezza vissuta nell’ignoranza, e qui non ci possiamo fare nulla, in un mondo quanto meno parziale o limitato, se non addirittura illusorio.

E’ un mondo vecchio, con regole che avverto preistoriche, fatto di ragionamenti legati a nozioni superate che non tengono conto dell’evoluzione tecnica e di pensiero.

Mi piacerebbe scardinare dogmi che limitano anche l’intelligenza, ridare i colori a quell’immagine sfocata nel grigio della nebbia del non sapere, che è più terrorizzante di una verità definita incredibile ma fatta di tutti i colori.

Forse non ce ne accorgiamo proprio, forse facciamo finta di non accorgercene, forse facciamo di tutto per non accorgercene e lasciamo che la finzione continui, imponendoci di credere che sia vera, così da fornire un alibi alla coscienza e una giustificazione all’ipocrisia.

E’ triste gettare la nostra grande occasione, la vita, in un modo tanto sciagurato, ma siamo venuti al mondo per sentirci raccontare delle gran balle, per vivere una vita da numerini dell’Istat o per seguire quale destino?
Non so ma, a questo punto, menzogne per menzogne, irrealtà per irrealtà, forse è meglio crearsi un mondo su misura, con le nostre convinzioni e perché no le nostre utopie che, per quanto sballate possano essere, lo saranno sempre meno di quelle di altri e, ciò che più conta, non avranno mai fondamento sulla malafede.

                                                   ___ ooooo ___


                                                 La mia cripticità.


Forse ha ragione Silvy, gli ultimi due articoli sono un po' criptici e ciò è dovuto al mio desiderio di non influenzare chi mi legge.
Dico la mia opinione su fatti e personaggi ma, desidero soprattutto, che ognuno si faccia la propria, preferisco indurre a pensare, e auspico che ognuno possa approfondire gli argomenti tramite una propria ricerca e una valutazione propria.
Mi spiace persino dedicare troppo tempo a personaggi che non stimo e che reputo di poco valore; in questo blog mi piace scrivere di poesia, di bei testi e di musiche eterne, i vari Monti e le loro cricche, non meritano nè il mio nè il vostro tempo e spazio.
Sono quelli come loro che ci hanno condannati ad una vita in bianco e nero, sono le loro menzogne che hanno fatto di un mondo a colori, un mondo del solo colore dei soldi.
Ma credete veramente che dietro ad ogni crisi economica non ci sia una regia occulta e, che tale regia sia anche dietro ad  ogni delitto contro l'umanità? Ma credete davvero che ogni avvenimento politico si svolga secondo la volontà del destino?
Se ci credete allora, sarete d'accordo con Silvy che dice che gli altri siamo noi e che questa è la vita che ci meritiamo, io invece mi sento molto diverso da quegli "altri", io penso di non meritare la vita che mi costringono a fare, ed, ancor più, non hanno di certo avuta la mia delega che li autorizzi ad appropriarsene.
I miei articoli criptici, hanno avuto origine da considerazioni su questo nuovo anno che, io sento, sia un anno particolare di cambiamento, l'anno della presa di coscienza dei popoli, del loro desiderio di smascherare quelle menzogne che per troppi secoli ci hanno resi schiavi.
Forse dovrei essere ancora più chiaro ma, non ho alcun dubbio, che Google possa esserlo molto più di me, basta fargli qualche domanda per avere informazioni utili per poter dare poi delle vostre risposte.


Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.
Giordano Bruno.

 
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La catena.

Post n°211 pubblicato il 19 Febbraio 2012 da lontano.lontano
 
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Mi trovo spesso a parlare della vita, e mi chiedo il perché, in fondo, che c’è da dire di un qualcosa che ci scorre

addosso in maniera quasi automatica ed involontaria?

Anche il cuore è un muscolo involontario, che parliamo a fare del cuore?
La sua struttura può interessare un amante della cardiologia o, al limite, possiamo farlo quando il discorso è strettamente collegato ad un fatto specifico, altrimenti che ne parliamo a fare?

Possiamo parlare di cose di cuore, dei tumulti del cuore ma, come potete notare, son discorsi che prescindono l’organo meccanico, così è per la vita, possiamo trattare dei fatti che accadono nella vita, delle situazioni che essa determinano, ma della vita in senso filosofico, forse, diventa pure inutile parlarne.

Invece a me piace perché trovo molto più da dire quando c’è poco da dire che quando c’è troppo da dire e parlare della vita di tutti i giorni diventa banale mentre diventa interessante parlare di una vita che potrebbe essere tutta un’altra vita.

Essì perché, la vita che stiamo vivendo, avrebbe potuto essere una vita completamente diversa se soltanto avessimo cambiata anche una sola scelta fatta in  un dato momento.

Immaginate che la vita sia una catena fatta di anelli di misura diversa.

Gli anelli più grandi sono i momenti delle scelte importanti che potremmo chiamare “Scelte base”, quelli più piccoli sono i periodi di tempo comuni, quelli vissuti in maniera, diciamo, normale o automatica.

Devo precisare che il mio ragionamento è valido per le persone che hanno raggiunta un’esperienza di vita importante o un periodo di vissuto che abbia imposta almeno una Scelta base, altrimenti è inutile proseguire.

Ebbene, io sostengo che, cambiando un anello “Scelta base” della nostra catena, cambierebbe tutta la catena da quel momento in poi.

Per essere ancora più chiaro, chiamerò:
A il periodo di catena prima della Scelta Base.

B l’anello Scelta Base

C il periodo dopo l’anello B

Ne deriva che la nostra esistenza vista oggi sia la catena AC ovvero una sequenza che riteniamo logica e naturale, lo svolgimento della nostra vita.

Proviamo invece ad immaginare di sostituire l’anello B con l’anello X ovvero una scelta totalmente diversa da quella fatta realmente.

Non è difficile osservare che la catena A rimane inalterata ma cambia la parte da B a C che diventerebbe XY.

Quindi la catena originata sarebbe AY

E’ ovvio che questo giochetto si possa fare a solo a posteriori, solo ora possiamo analizzare la nostra vita, solo dopo che si sia compiuto possiamo dare un giudizio sul nostro destino.

Ma dopo tante formulette che non facilitano la lettura proviamo a fare un ragionamento molto più pratico ed un esempio che meglio ancora chiarirà il mio pensiero.

Io nel periodo del militare ho girato un po’ in Campania poi son stato destinato a Torino, qui lavoravo presso il comando militare in qualità di telescriventista, mi piaceva e quel tipo di vita non era per nulla malvagia.

Un tenente del distretto di Genova, anch’esso della Regione Nord Ovest, un giorno salì a Torino per cercare personale per destinare li, non so come venni fuori io.

Mi parlò ed io accettai con entusiasmo, a Torino stavo bene ma, Genova è a 30 min. di treno da casa, ero a casa, sarei stato ogni giorno a casa.

Il giorno dopo salutai i commilitoni del Centro perché in pomeriggio sarei partito assieme a lui, avevo quasi gli zaini pronti quando, non ho mai capito bene il perché, il Tenente, scusandosi con me mi annunciava che sarei dovuto rimanere.

Per mia natura prendo le avversità con rassegnazione ma l’amarezza figlia dell’illusione è sempre grande, lo fu per me e per i miei genitori che si erano già illusi molto più di me.

L’anello rimase quello B e non diventò X neppure quando, poche settimane prima del congedo, i superiori in grado mi chiesero se pensassi di prolungare la ferma militare.

Ecco, quella fu una delle decisioni che avrebbero cambiata la mia vita, oggi chissà dove sarei e che farei se avessi messo il mio autografo sui fogli matricolari.

Posso sbizzarrirmi su ogni ipotesi plausibile, su ciò che avrebbe potuto essere e non è stato e, forse, questo attiene molto all’immaginazione, la cosa certa ed ineluttabile è che di certo non vivrei la situazione che vivo, non sarebbe neppure da scartare il fatto che forse potrei anche non essere più in vita.
Certo, cambiando una scelta cambia il resto dell’esistenza, provate ad osservare la vostra fin qui vissuta, provate a sostituire un “si” con un “no” oppure a concretizzare un “se” e vi renderete conto che, forse, non sareste neppure qui a leggermi, ammesso che io oggi potessi esser qui a scrivervi.

 
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Il treno di Laura.

Post n°212 pubblicato il 29 Febbraio 2012 da lontano.lontano
 
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Ricevo e pubblico da Laura questi suoi pensieri.

Ciao parli spesso della morte nei tuoi racconti.
il treno che tu indichi sarà il treno della vita?
La vita è come un viaggio in treno: Spesso si sale e si scende, ci sono incidenti, a qualche fermata ci sono delle sorprese piacevoli e a qualcun'altra profonda tristezza.
Quando nasciamo e saliamo sul treno, incontriamo persone, in cui crediamo, che ci accompagneranno durante buona parte del nostro viaggio: i nostri genitori.
Capita spesso che loro scendano in una stazione prima di noi lasciandoci un grande vuoto in termini di amore e affetto, senza più la loro amicizia e compagnia.
Ma altre persone salgono sul treno; e qualcuna sarà per noi molto importante, sono i nostri fratelli e sorelle, i nostri amici e tutte le persone meravigliose che amiamo, e qualcuna di queste persone che sale, considera il viaggio come una breve passeggiata.
Altri trovano, invece, una grande tristezza nel loro viaggio.
E poi ci sono altri ancora, sul treno, sempre presenti e sempre pronti ad aiutare coloro che ne hanno bisogno, qualcuno lascia, quando scende, una nostalgia perenne...
Ci sorprende che qualcuno dei passeggeri, a cui vogliamo più bene, si segga in un altro vagone e che in questo frangente ci faccia fare il viaggio da soli.
Allora facciamo in modo di trovarlo spingendoci alla sua ricerca negli altri vagoni del treno.
Purtroppo, qualche volta, non possiamo accomodarci al suo fianco, perché il posto vicino è già occupato.
Così è il viaggio: pieno di sfide, sogni, fantasie, speranze e addii...
Cerchiamo di compiere il ns. viaggio nel miglior modo possibile.
Il grande mistero del viaggio è che non sappiamo quando scenderemo definitivamente, e tantomeno quando i nostri compagni di viaggio lo faranno; neanche colei (o colui) che sta seduta (o) proprio vicino a noi.
Mettiamocela tutta per lasciare, quando scendiamo, un posto vuoto, che trasmetta nostalgia e bei ricordi in coloro che proseguono il loro viaggio.
A tutti coloro, che fanno parte del "mio treno" auguro... BUON VIAGGIO!

Laura ha ragione, mi capita spesso di parlare della morte ed è obbligatorio, a parer mio, se si deve parlare della vita.
Non può esistere l’una senza l’altra, non esiste una cosa senza il suo opposto, non importa trovare il termine esatto per indicarlo, non serve studiarci, basta aggiungere un “non” davanti.
La vita, o meglio, le domande sulla vita, mi affascinano perché mi rendo conto che è da li che si deve partire per riuscire a viverla in maniera degna.
Laura usa la metafora del treno per spiegarla; la vita è un viaggio su un treno affollato che vola verso una destinazione precisa con fermate e ripartenze che porteranno ad altre fermate con le conseguenti ripartenze.
Con persone che salgono di continuo e altre che scendono per non risalire, fino a che pure noi scenderemo in una stazione sconosciuta.
Ed è così, ma non può esser solo così, non ci si può sedere annoiati al proprio posto, magari addormentandoci cullati dal dondolio del vagone, ingannando non il tempo, ma, ingannando noi stessi e la nostra essenza.
Ma ci sarà pure una spiegazione al fatto che ci troviamo qui; ma è possibile che sta benedetta vita sia solo l’anticamera della morte?
Ecco, una cosa indiscutibile l’abbiamo capita; venendo al mondo abbiamo la certezza della morte, ma neppure questo dato certo ci fa riflettere su tutto ciò che sta tra questi due punti cardine.
Domandandoci perché viviamo o per meglio dire “non” viviamo forse ci avviciniamo, con delle risposte confuse,
ad un tentativo di senso che la nostra esistenza dovrebbe avere.
Ma viviamo per chi?              Per i genitori? E chi è orfano?
Per i figli? E chi non ne ha?
Per un amore? E chi non lo trova?      Ma poi è eticamente corretto venire al mondo per qualcuno?
Ed è moralmente giusto e razionalmente sensato vivere per qualcosa?
Cosa poi?       Per il benessere economico, la fama, il potere, il successo, e tutti coloro che a queste cose non arrivano non dovrebbero vivere?
Si riflette sempre poco e si prendono delle frasi fatte, quasi sempre banali e, nella migliore delle ipotesi incomplete, per verità assolute: Dare la vita ad un figlio è letteralmente corretto ma poi traslarlo verso un “dare la propria vita per un figlio/a o per i figli” è scorretto in tutti i sensi.
Si dona una vita, una nuova vita non si dona la propria, è questo il passaggio cruciale, che valore avrebbe dare una vita in cambio di un’altra?
Immaginate se tutti, generazione dopo generazione, facessero così; nessuno mai vivrebbe una propria vita ma, una vita all’ombra di qualcun altro, i nostri genitori per noi e noi per i nostri figli che a loro volta lo faranno per i loro e via così per l’eternità.
No, noi viviamo per noi stessi, è un’occasione, forse l’unica occasione, e viene data ad ognuno di noi che siamo qui come è stata data a tutti quelli che ci hanno preceduti, un’occasione data singolarmente, soggettivamente.
Vivere per noi stessi è comprendere il valore della vita, è capire che l’unica cosa che conta è proprio questo, approfittare di questo spazio temporale che ci viene concesso, si dalla fortuna ma, ma che molto dipende dalla nostra capacità di costruircela.
Non possiamo demandare ad altri il suo svolgimento, non possiamo incolpare gli altri per non saperla vivere, è anche troppo comodo farlo ma è soprattutto è cosa che non porta a niente.
“Non vivo bene per un amore sbagliato”, “Non vivo perché il mio lavoro mi crea un malessere psicologico”, capisco che siano problemi reali e concreti ma, noi non siamo nati né per quell’amore né tantomeno, per quel lavoro.
Ma non siamo abituati a pensare così, per cui subiamo, risolviamo i problemi economici facendo sacrifici, ci arrabattiamo in mille modi per tirare avanti ma tutto ciò non è altro che quell’assopimento sul treno in attesa della nostra fermata.
Ma a cosa serve dirlo?      Possiamo fare altrimenti?
Esiste un’alternativa?
Forse potrebbe esser utile anche solo dirlo, potrebbe aiutarci sapere che questo non è il nostro destino e ciò potrebbe darci  il coraggio di cambiare la sorte se solo prendessimo atto dell’inganno della stessa.
Siamo immersi nella paura e ci accontentiamo di tutto, abbiamo il terrore di perdere ciò che abbiamo, ma in realtà, cosa abbiamo?
Una situazione familiare che sta in piedi per comodità, un lavoro che odiamo ma ci dà da mangiare e da pagare le tasse, del tempo libero per recuperare le energie per lavorare il giorno seguente, la possibilità di curarci quando non ne possiamo più e poi?
E’ tutto qui quello che abbiamo?
E' diverso il martedi dal venerdi?   E quanti martedi e venerdi e tutti gli altri giorni abbiamo sprecati nella quotidianità del niente?
Penso spesso a mio padre che se n’è andato ormai da cinque anni, devo ringraziarlo per avermi dato molto, per avermi permesso di vivere una situazione che definirei tranquilla ma mi amareggia il pensiero della sua vita.
Che vita ha vissuto per darmi una vita migliore della sua?
Quanti momenti ha dedicato a se stesso? e oltre ai sacrifici che cosa gli è rimasto?
Una vita di lavoro, ha lavorato per gli altri, anche per me, ma per lui che cosa ha fatto?
Se voglio illudermi, se voglio crearmi un alibi, se voglio credere al lieto fine della favola, posso anche pensare che in fondo fosse felice così ma, quanta crudeltà si nasconde nelle favole prima che arrivi il lieto fine.
E come lui, quante altre persone, anche noi stessi, hanno capovolto e stiamo capovolgendo le priorità, senza neppure farci caso, dando per scontato che sia normale.
Tutto viene prima della vita, provate a concentrarvi un attimo, oggi, avete pensato di più alla rata condominiale o alla bolletta del gas o ad una delle tante rotture di balle o al fatto di esser vivi in questa giornata che profuma già di primavera?
Non rispondete a me perché non ho dubbi ma, rispondete a voi stessi e a quella parte che si nasconde in voi così bene che non siete ancora riusciti a trovare.
Come dice Laura, parlo della morte, ci penso un attimo ogni giorno per non dimenticare che per ora ho la vita, la mia vita, che bella o brutta che sia è solo mia, infatti io non ne posso fare a meno, mentre tutti gli altri, anche chi mi vuole più bene, certamente si.

 
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C'era una volta.

Post n°213 pubblicato il 02 Aprile 2012 da lontano.lontano
 
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C’era una volta una comunità di persone che muoveva i primi passi verso uno stare insieme in maniera nuova.

Il racconto narra di un’epoca che non val la pena datare, un’epoca bella di rurale magia.

Le persone vivevano in casupole di legno, coltivavano il proprio pezzetto di terra e allevavano i loro animali,

la loro vita era semplice e si svolgeva coi ritmi stessi della natura.

C’era chi aveva qualche ettaro di terra in più e quindi coltivava qualcosa di più, c’era chi aveva la possibilità di avere qualche animale da cortile in più per cui aveva carne bianca e uova in abbondanza, c’era chi aveva costruito un mulino per trasformare il grano in farina e così via.

Avvenivano così degli scambi mercantili tra i componenti di quel piccolo mondo che, a piccoli passi, si avvicinava alla modernità.

Delle patate per delle uova, della carne per della farina, ciò che si possedeva per qualcosa che mancava, questo era il baratto, metodo semplice, intuitivo, democratico ma, via via sempre più scomodo.

Non era semplice, infatti, trasportare la propria merce eccedente per barattarla con quella mancante per motivi di ingombro fisico e di conservazione nel tempo.

A qualcuno allora, venne in mente di scrivere su carta un impegno morale che obbligava ad un impegno materiale.

Colui il quale, ad esempio, aveva fatto macinare il grano per cui disponeva di molta farina, poteva recarsi da chi produceva delle uova, ritirarne una parte e ricevere da questi un impegno scritto che gli garantiva il ritiro della parte rimanente in un secondo tempo.

Con questa promessa scritta però, il creditore del produttore di uova, poteva recarsi dal produttore di frutta e ottenerne una quantità in cambio del diritto che deteneva.

In questa maniera i diritti scritti si scambiavano ma, non era sempre possibile che il venditore necessitasse del bene girato in pagamento per cui, anche questo intelligente metodo di scambio, mostrava le proprie lacune.

Fu così che commerciando e scambiandosi le esperienze e le idee, venne in mente a qualcuno di attribuire un valore stabilito per ogni merce.

Così un sacco di farina poteva valere 10 come cento uova o una gallina o un otre di vino o d’olio o un sacco di patate, per cui, da quel momento gli impegni scritti dei debitori non riportavano più la specie del debito ma il suo valore, oltre il nome del debitore.

In questa maniera, chi riceveva una carta col valore 10, poteva trattenerla fino al momento in cui si sarebbe recato dal debitore per esigerne il prodotto, oppure, girarla ad un altro venditore in cambio di una merce equivalente, così fino a che il giro si fosse concluso con la riscossione del debito primario.

Nacque così quella cosa che noi chiamiamo denaro, una cosa virtuale perché non valeva nulla, serviva solo ad indicare un debitore ed un creditore.

Ma anche questo meccanismo non era perfetto, infatti il denaro appena inventato era personalizzato e circolava nelle forme più disparate, c’era il foglio che indicava un valore unico, quello si ma, era il foglio che indicava il nome del coltivatore di patate o del produttore di vino o di formaggio o di uova.

E poi, è logico che questo denaro fosse emesso da chi produceva un bene materiale subito disponibile perché il proprio creditore poteva, in qualsiasi momento esigerlo.

Si pensò allora di ovviare a questi inconvenienti, incaricando delle persone della comunità di rilasciare il denaro in cambio di un impegno scritto a fornire un prodotto o una prestazione.

Le carte in circolazione, da quel momento indicavano oltre il valore delle stesse anche tutte la stessa dicitura:

“Denaro dei cittadini della comunità”.

Nacque così la banca, che altro non era che un locale in cui delle persone, sotto il controllo della comunità, emettevano dei fogli di carta in cambio delle garanzie di cui sopra.

Fu l’inizio di scambi disomogenei, chi cedeva tutto o in parte il proprio terreno, ad esempio, chi risparmiava vendendo un prodotto di basso valore per acquistarne un altro di valore più alto in futuro, chi barattava il proprio lavoro per quella carta che gli consentiva di soddisfare i propri bisogni.

Questa nuova categoria dette origine ai salariati, lavoratori che svolgevano un lavoro alle dipendenze di altri, in cambio di quella nuova formula di pagamento, tanto diversa dal compenso originario da cui la classe stessa prese il nome, il sale.

Intanto il tempo trascorreva e quella piccola comunità di persone cresceva, le povere case si moltiplicavano dando origine ad un grande borgo abitato.

La vita si svolgeva tranquilla, nessuno soffriva la fame e le attività così diversificate davano la possibilità di reperire prodotti e merci diverse.

Quando una società non vive nella povertà e nel perenne incubo della sopravvivenza, anche il pensiero e le idee prosperano, e se le idee vengono da persone sagge ed oneste tutta la comunità ne beneficia.

Benchè l’istruzione latitasse, l’intelligenza delle persone era spiccata; dal semplice baratto arrivarono al denaro, era giunto il momento di fare un ulteriore salto di qualità.

Capivano che l’istruzione era una cosa vitale, non potevano continuare ad essere una comunità di analfabeti facente riferimento a poche persone che sapevano a fatica scrivere e far di conto.

Decisero di costruire una scuola e stipendiare una persona che potesse trasmettere la propria cultura, ma anche di costruire dei locali dove poter dare una rudimentale assistenza sanitaria.

Insomma, prendeva forma una struttura di società non più individualista ma basata sul senso di appartenenza e sulla consapevolezza che solo cooperando con altri individui si potevano avere prosperità e sicurezza.

Le idee della scuola e di quel sanatorio erano belle, così come lo erano quelle di portare l’acqua dal fiume alle case tramite un acquedotto o predisporre una fognatura.

I progetti non mancavano ma, ai componenti della comunità, non si potevano chiedere ore di lavoro extra, già tante ne trascorrevano nei loro impegni giornalieri.

Come sempre i più pratici ebbero il colpo di genio, non occorreva far lavorare chi lavorava già ma, avrebbero lavorato coloro i quali il lavoro lo stavano cercando, magari lavoratori provenienti da territori confinanti.

Certo era un’idea semplice ma, forse, lo era di meno trovare le risorse economiche per far fronte a tali spese.

Ed invece no, la cosa era molto più semplice della precedente, bastava stampare quella fatidica carta con sopra un valore che abbiamo definita denaro.

Quale problema c’era nel dare del denaro ai lavoratori, che problema c’era nel darlo a chi forniva il materiale o i servizi per portare a compimento opere tanto importanti?

Nessuno, il denaro era di proprietà della comunità, lo diceva chiaramente la scritta sul foglio e, se il denaro era dato dalla comunità alla comunità sarebbe ritornato sotto forma di acquisti.

Ci rimetteva forse il mugnaio che avrebbe venduta più farina?

Ci avrebbe rimesso il produttore di vino o di formaggio o il coltivatore di patate o chi vendeva uova?

No, di certo, avrebbero solo venduto a clienti nuovi o venduto semplicemente un po’ di più e la disoccupazione sarebbe stata solo un vocabolo di moda mille anni dopo.

In teoria tutti avevano un debito ma il debito era fonte di lavoro e di guadagno, se non avessero speso a debito il denaro, secondo voi, sarebbe stato messo in circolazione o sarebbe rimasto nel calamaio sotto forma di inchiostro?

Il borgo divenne in breve tempo città, una città vivibile, le case costruite in maniera più sicura e dotate almeno dei servizi essenziali, la scuola con molti alunni perché i soldi che giravano davano la possibilità alle famiglie di non far ricorso alle braccia di bimbi per lavorare.

Il lavoro stesso che divenne più umano perché il progresso tecnico lo rese più efficiente e meno pesante, la medicina che organizzata in ospedali metteva a frutto nuove conoscenze.

E qui finisce la storia, la favola che, come tutte le favole, deve essere a lieto fine ma, questa, poteva non essere solo una favola, avrebbe potuto esser la nostra vita.

Non lo è stata per colpa di chi, ora, sottolineerà la mia ignoranza specialmente in materia economica, forse qualcuno uscito da qualche università della casta o vicino a posizioni governative.

Tirerà in ballo l’inflazione, il debito pubblico, e tutte le altre balle nascoste in parole indecifrabili di una lingua concepita solo per farci credere di essere degli ignoranti.

Ma stavolta non attacca, ad esser sincero, con me non ha mai attaccato, ma oggi più che mai, i fatti son qui a dimostrare che la loro infinita e superba onniscienza ci ha ridotti così, mentre la mia ignoranza non ha portato al suicidio nessuno.

E poi dire a me che non so di economia?    E’ follia pura, son generazioni che quelli come me fanno economie per pagare i loro errori, personalmente lavoro per loro da una vita, potrei permettermi un’esistenza da emiro se loro non fossero esistiti ma…. io non so nulla di economia!

Semplicemente,  le cose nella storia funzionano perché la banca è del popolo e la figura del banchiere non esiste, nessuno, stampa denaro dal nulla e se ne appropria, nessuno, in quella storia pensa in termini egoistici ma del benessere comune.
Semplicemente, le cose nella storia funzionano perché la Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, la BCE, non esistono e, i trattati di Maastricht e di Lisbona non son mai stati scritti dagli illuminati, ma, purtroppo questa…….. 
E' tutta un’altra storia.

 
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L'ultima speranza.

Post n°214 pubblicato il 07 Giugno 2012 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

L’ultima speranza, quando non c’è più speranza, è l’irrazionale.

E’ irragionevole, è un controsenso sperare quando la speranza non esiste più, ma diventa logico se diamo per scontato che la speranza stessa sia irrazionale.

Sperare in quello che non c’è o, in quello che c’è ma non si vede, o in quello che si ipotizza ci sia ma senza la certezza del suo esistere, non importa la formula scelta, conta solo riuscire a sperare per continuare a vivere.

Essì perché la speranza è vita, chi la perde, e non spera più, è destinato a soccombere, solo chi è così pazzo da affidare la propria esistenza ad una visione virtuale della realtà, riesce a resistere alla crudeltà della realtà stessa.

E oggi, noi, il mondo intero, siamo costretti a sperare, a rifugiarci nell’irrazionale perché non esiste più altro da fare.

Così, nei nostri pensieri, tutto si capovolge, desideriamo che la realtà diventi irreale e l’irreale diventi realtà, magicamente perché, siamo consci ormai, che solo la magia può sostituire la nostra impotenza di fronte ad atteggiamenti umani criminali.

Sono così maledettamente pessimista proprio perché, sembra assurdo ma è così, vedo le soluzioni ai problemi del mondo a portata di mano, facili, attuabili, logiche e perfettamente razionali ma vengono accuratamente, intenzionalmente disattese.

Ed allora, come possiamo sperare ancora che le cose cambino se da secoli, a parte qualche parentesi illuminata, l’uomo distrugge l’uomo e con esso la natura e tutto il suo mondo?

Sperando solo nell’irrazionale o nel divino, nel soprannaturale o nel sovrumano, nel mistero, nel fantastico, nell’incredibile, nel fantasioso.

Ed allora io spero che arrivino gli alieni, lo spero per disperazione, per rabbia, perché mi sento impotente di fronte a tanta barbarie, un’impotenza che non riesco ad elaborare ed alla quale non mi arrendo.

Lo spero come un bambino che crede nel lieto fine delle fiabe, come un bambino che guarda con occhi puri ciò che gli sta intorno e non comprende perché la cosa logica diventi illogica, la cosa semplice venga ad arte complicata, la menzogna prevalere sulla verità e il sopruso sulla giustizia.

Spero che arrivino presto, per metter fine ad un potere tirannico che si prende la nostra vita, perché solo quella ormai è rimasta da prendere, dopo averci derubato dei frutti di anni di sacrifici, della libertà, della gioia e del sorriso.

Solo in loro si può sperare, quando ci stiamo abituando a tutto il peggio, quando non c’è più posto in noi per l’indignazione, solo in esseri non umani si può sperare quando una schiava rassegnazione ci pervade alla notizia dei suicidi per debito o a causa della perdita del lavoro, quando solo esseri non umani possono restituirci la nostra umanità.

Se non arrivano gli extraterrestri gli “Illuminati” porteranno a termine il progetto del “Nuovo Ordine Mondiale” e tutto il mondo sarà nelle loro mani definitivamente, senza nessun intermediario, senza copertura, senza maschera, alla luce del sole, un sole che per noi ormai è già quasi spento.

E’ tutto chiaro, come si può non vedere, non capire, che tutto è predisposto, attentamente progettato e messo in opera, tutto studiato da menti folli di delirante onnipotenza e di psicotica perfidia.

Provate a riflettere, su cos’è accaduto in passato e su cosa sta accadendo anche ora, non occorre essere informati su tutto, né conoscere nei minimi particolari ogni materia, non occorre essere laureati alla Bocconi (bella roba!) basta solo un po’ di intelligente buonsenso e chiedersi il “perché” di ciò che accade.
Qualche esempio: L’emilia è devastata dal terremoto, i terremoti son sempre avvenuti sulla terra e le loro cause sono del tutto naturali, ma non possiamo negare che in qualche modo l’uomo possa agevolare qualche scossone di troppo.

Lo ripeto, non sarà la causa principale ma, non si può non notare, che nella zona terremotata siano state effettuate potenti trivellazioni e messe a punto sofisticate tecniche estrattive per l’approvvigionamento di gas.

Bene, detto questo, è inutile porci domande superficiali, chiederci se il territorio sia più o meno adatto, se le condizioni di sicurezza siano state rispettate o meno, perché nelle fuorvianti risposte, non avremo nessuna risposta.

Chiediamoci semplicemente, invece, perché usare il gas o il petrolio e la benzina, se si potrebbe tranquillamente farne a meno?
Perché i signori della terra, ci obbligano ad usare combustibili dannosi, costosissimi e destinati ad esaurirsi nei secoli, quando sono disponibili metodologie migliori ad impatto ambientale zero, a costi bassissimi e inesauribili nel tempo?

Già perché?               La risposta è semplice e perfettamente razionale, perché ne traggono un profitto economico.

E questa risposta vale per ogni domanda che ci possiamo porre, il profitto, il guadagno, l’accumulo di denaro, quel denaro che crea potenza da una parte e disperazione dall’altra.

Si fanno guerre per il petrolio, non importano i morti e le devastazioni, il petrolio fa arricchire quindi, deve esser posseduto e soprattutto non deve essere soppiantato perché diventerebbe inutile.

Ci guadagnano le compagnie petrolifere ma ci guadagna anche lo Stato Italiano visto che le accise sulla benzina non sono altro che imposizioni fiscali che creano gettito a ciclo continuo.
Se non ci approvvigionassimo più dai distributori, lo Stato come potrebbe incamerare quei 35 e passa miliardi annui di Euri (volutamente plurale) derivati dalle accise e dall’I.V.A. relativa?

Ed allora? Ed allora va bene così, un inetto servo della Goldman Sachs e traditore del Paese che antidemocraticamente regge, continuerà ad aumentare la benzina, dando così addosso al popolo che continuerà a subire pressioni fiscali che risalgono al 1935.

Vedete come tutto è semplice se viene espresso in maniera semplice e comprensibile?

Il fatto è che “quello” di cui sopra e i suoi omologhi, non vogliono che la gente capisca, anzi, fanno in maniera che capisca sempre di meno creando una lucida confusione che abbia come finalità la disaffezione alla cosa pubblica ed al pensiero.

Se così non fosse, perché mai userebbero termini incomprensibile come spread, fiscal compact, default, rating spending review ecc?       
Lo fanno appositamente perché le persone scoraggiate dalla lontananza da quel linguaggio ostile, si limiteranno ad un più che comprensibile, giustificabile: “Monti, ma vattene affanculo te e lo spending review!”
E tutto finirà lì con un vaffa in più ed un oppositore in meno.
Per questo spero che arrivino presto, alieni, umanoidi, marziani o venusiani, non m’importa manco chi, che arrivino in fretta però per azzerare questa razza terrena dominante e a stabilire, questa volta sì, un nuovo ordine mondiale fatto di umana solidarietà e non di disumano capitalismo.

 
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Il monopoli e i nostri padroni.

Post n°215 pubblicato il 02 Settembre 2012 da lontano.lontano
 
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Ho scaricato il gioco del monopoli per il computer, è già molto tempo che ce l’ho ed, ogni tanto, quando non so che fare, e me ne ricordo, ci gioco, mentre sono in chat la sera, ad esempio.

E’ fatto bene, ci sono opzioni da scegliere quali il numero dei giocatori, i loro nomi, il denaro con cui iniziare, il modo in cui il gioco debba finire ed altre ancora.

Dopo una o due volte che ci ho giocato, ho trovato il modo per vincere e, fatte salve le uscite eque e regolari delle combinazioni dei dadi, riduco sul lastrico i miei tre concorrenti.

E’ giusta l’osservazione che in questo momento mi vorreste fare: Ma cosa giochi a fare se sai già di vincere e che gusto ti da una partita scontata?

E’ vero, non mi darebbe nessuna soddisfazione vincere facile, vincere tanto per vincere, ma io ho trovato un motivo particolare, un valore aggiunto che rende soddisfacente questa mia vittoria.

Invece di lasciar scegliere all’elaboratore i nomi degli avversari, li scelgo io e li scelgo nella classifica dei più detestati, la lista è lunga e la scelta di certo non mi manca.

Per soddisfare la vostra curiosità vi scrivo alcuni dei più assidui frequentatori: la discendenza di casa Fiat, il rottamatore di “risorse umane”, pensate che bel neologismo, Marchionne, gli esponenti del Nuovo Ordine Mondiale con i loro liquidatori Monti e Draghi, la loro casa madre Goldman Sachs, insomma tutti quei bei personaggi che fanno parte di quest’ambiente demoniaco.

Capirete che colpendo questi la vittoria assume un significato diverso, sono pensieri e discorsi di un frustrato, quelli che io sto facendo e voi leggendo?

Derivano da una mente irrazionale che si sfoga nell’odio di classe, o sono originati dall’impotenza di chi è costretto a subire, è il sogno che vuole sostituirsi alla realtà, o come si diceva un tempo di chi vorrebbe l’utopia al potere?

Forse tutto questo, forse molto altro, forse la composta disperazione di chi vede una fine già scritta e non riesce a farla leggere agli altri, a farla capire, a far qualcosa di fattibile perché ciò che è scritto possa essere cancellato e riscritto diversamente.

E tutto questo non è un gioco, questo è un incubo che si sta materializzando giorno dopo giorno e quando tutti lo capiranno, se lo capiranno, sarà impossibile risvegliarsi da esso.

Per chi è curioso di sapere come faccio a vincere spiegherò il mio metodo e scoprirete che altro non è che il loro metodo a parti invertite.

Si parte con una cifra iniziale, può essere quella di base, potere aumentarla a 60 mila euri, è lo stesso, il pc vi farà giocare per primi.
Dovete avere come obiettivo acquisire tutte le 4 stazioni ferroviarie e, se possibile, anche le 2 caselle dell’acqua e dell’energia elettrica, il resto non importa.

Se i dadi vi mandano su una stazione la comprate subito, se finite su un'altra via, avviate un’asta con gli altri tre concorrenti, stando ben attenti di alzare il prezzo oltre il valore indicato ma senza mai rischiare di doverlo poi acquisire.

Gli altri tre ancora con il loro gruzzolo intatto si scanneranno per l’acquisizione ed uno l’otterrà, poi sarà il loro turno e compreranno ogni terreno sul quale finiranno.

A questo punto loro avranno una liquidità ridotta e voi, se la sfortuna non vi farà pagare penalità avrete la somma intera per andare a caccia delle stazioni, ripetete l’azione precedente quando sarà nuovamente il vostro, e come prima alzate i prezzi per poi sparire.

Dopo qualche turno e qualche passaggio dal via il vostro capitale aumenterà, non avrete terreni ma liquidità per il vostro scopo, se vi andrà bene ci finirete sopra altrimenti continuate a giocare così, gli avversari continuando a comprare in modo disomogeneo non avranno modo di ottenere molti risultati.
Se non riusciranno loro ad acquisire prima di voi le stazioni, nei turni successivi, quando ci finiranno, probabilmente non avranno i soldi per comprarle e voi sarete pronti ad approfittarne.

Se la fortuna vi assiste arriverete al punto di avere le 4 stazioni, il valore delle quali sarà molto alto, proprio in virtù del lotto completo e saranno dolori per chi ci finirà sopra che sarà costretto a vendere terreni ad un prezzo inferiore a quello d’acquisto anche grazie alle vostre aste iniziali.

Questo differenziale tra la somma pagata e quella ottenuta dalla liquidazione sarà determinante per il loro impoverimento, mentre voi con il vostro capitale aumentato potrete acquisire terreni a prezzi minori per via della poca concorrenza.

Questo metodo mi ha riportato alla realtà e le analogie con ciò che sta capitando alle nostre vite son chiare e precise.
Ci hanno fatto indebitare per acquisire dei beni primari come la casa, sobbarcandoci dei mutui ventennali ed ora, con una politica fiscale tanto criminale quanto mirata, ci mettono nelle condizioni di non poterli ripagare.

Non è un caso la crisi, non è una piaga divina o una contingenza epocale, è un mezzo messo in atto per prendersi le case dei cittadini insolventi, ogni loro piccolo risparmio, poi le aziende, le opere d’arte, il Paese intero, cessione di parti di sovranità nazionale, le chiamano, tutto a prezzo di saldo fallimentare esattamente come nel gioco del monopoli.

Ma come non capire questo gioco perverso ma limpido, ormai fanno tutto alla luce del sole, con l’arroganza di chi non teme nulla, confidando nell’ignoranza, nella disinformazione nell’incapacità critica di cervelli resi inoffensivi da una propaganda a senso unico.

Qualche notte fa ho sognato un dialogo tra me e Monti e lo “straccionavo” con le mie teorie ottenendo da lui qualche ebete balbettio, ma non sono da portare a Quarto (per i non liguri il comune di Genova Quarto era sede di manicomio), la pazzia è sempre stata un’ottima scusa per eliminare i dissidenti e i non asserviti, ma la follia vera è non cercare di capire ciò che ci succede intorno.
Io ci provo e provo a proporlo a chi mi legge, a rischio di esser noioso ma parlo di cose che incidono in maniera determinante sulla nostra vita e se non capiamo che ce la stanno portando via diventa inutile parlare di ogni altro argomento.

 
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Teoria del tempo percepito.

Post n°216 pubblicato il 11 Novembre 2012 da lontano.lontano
 
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E’ più importante, più significativo, cosa conta di più, in sostanza, ciò che è codificato, ciò che per convenzione è tenuto come unico parametro o ciò che noi percepiamo?
Il tempo, ad esempio, è più reale quello che ci mostra l’orologio o quello che noi avvertiamo, scandito dal nostro orologio interno?
Se noi facciamo caso al tempo che passa, non possiamo non notare che trascorre in modo sempre diverso.
Quante volte abbiamo detto o diremo… Belin ma oggi non passa più……., oppure, se stiamo vivendo un momento bello……….
Ma il tempo è volato.
Ma chissenefrega  di ciò che segna uno strumento convenzionale, per noi conta il tempo percepito, quello che prescinde da ogni regola, quello che solo ci appartiene, il nostro tempo, non quello altrui.
Per spiegarmi ancor meglio, faccio un esempio di tipo meteorologico, che, guarda caso, ma a mio parere un caso non è, anche a livello climatico/atmosferico si parla di tempo.
Io vivo in un posto che, quando andavo a scuola, si diceva dal clima mite e temperato, ebbene, se quando da noi, in inverno ci sono 8° avvertiamo che è freddo e ci stringiamo nel giaccone, più volte però, mi è capitato di vedere dei turisti nordeuropei che passeggiavano tranquillamente con addosso solo un golfino.
E poco più in là, un ragazzo africano imbacuccato, tipo omino Michelin, con gli occhi che, soli spuntavano da sotto il berretto di lana e  il naso da sopra la sciarpa avvolta al collo.
Se dovessimo far solo riferimento al dato oggettivo, dovremmo dire che 8° di temperatura non giustificano né l’atteggiamento del ragazzo che gela dal freddo, né quello di chi gira per strada vestito come in primavera.
Ed è qui l’errore di fondo; considerare quella temperatura un dato da cui non poter prescindere per determinare una sensazione.
La temperatura è molta per uno e poca per un altro, esattamente come il tempo che trascorre.
Immaginiamo che il tempo scorra in linea retta, più propriamente lo possiamo rappresentare come un segmento: la linea retta più breve che unisce due punti.
Ipotizziamo però che quello non sia il solo modo con il quale passino i secondi, i minuti, le ore, gli anni…….
Se prendiamo un termometro, possiamo notare che è diviso in due sezioni, sopra e sotto lo zero, una indica valori positivi (+) l’altra negativi (-).
Proviamo a visualizzare il segmento tempo proprio come un termometro, di valore 60 minuti, se grosso modo, tracciamo una linea che dal centro di esso, sale verso l’alto e un’altra che scende vero il basso, avremo due valori; positivo e negativo, esattamente come i gradi della temperatura.
Se facciamo corrispondere al valore positivo (verso l’alto) una percezione di malessere - Belin oggi non passa più …. - e gli diamo un valore a caso, mettiamo di trenta minuti, e quella (verso il basso) una percezione di benessere - Ma il tempo è volato…. - il tempo stesso non sarà più rappresentabile con un segmento ma con una linea curva.
Ne deriva che, questa curvatura del tempo, non sarà più il tratto più breve, il tempo “neutro”che abbiamo rappresentato col segmento ma, verrà aumentato del valore positivo e diminuito del valore negativo.
Quindi quell’ora passata in maniera noiosa, stancante o sofferente la percepiremo di 90 minuti mentre quella passata in maniera lieta e serena ci sembrerà quantomeno dimezzata a 30.
Naturalmente il mio, è solo un ragionamento teorico, ma tutti, nessuno escluso, abbiamo avuto la sensazione che il tempo non sia quell’entità neutra, inalterabile, immutabile che trascorre a prescindere dal nostro operato.
Il tempo “neutro” che è quello che scorre quando non ci soffermiamo ad osservarlo, quello trascorso senza percezioni particolari, quello del sonno ad esempio, esiste ma, se altresì, esistesse anche quello determinato dal nostro comportamento?
Arrivare a dominare il tempo, è un’ipotesi affascinante ma, forse, sarebbe troppo, ciò che più realisticamente possiamo provare a fare è limitare al massimo i periodi di malessere affinché il loro tempo non si espanda e viceversa aumentare quelli di benessere che son sempre troppo brevi.
Lo so che è troppo facile a dirsi e molto difficile a farsi, forse impossibile, come dimostrare la teoria del tempo percepito ma, non tutte le cose possibili, sono possibili e non tutti quelle impossibili sono impossibili, per cui vale la pena tentare.

 
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Il sole di Ottobre. 1° parte

Post n°217 pubblicato il 14 Dicembre 2012 da lontano.lontano
 
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Oggi ho sbagliato orario, son qui sul posto di lavoro con tre ore di anticipo, sono incazzato con me stesso perché, tutto il tempo che ora dovrò attendere, avrei certamente potuto trascorrerlo in maniera più proficua.
Avrei potuto prendermela con un po’ più di calma, sbrigare le mie incombenze mattutine con meno affanni e poi, mangiare in un orario più consono invece di inghiottire qualche panino prima di mezzogiorno.
Qualche panino, se va bene e se si riesce, perché la premura e l’assillo della partenza fanno perder persino l’appetito, e poi, non si può appesantire lo stomaco in una digestione problematica quando si ha in programma un pomeriggio che richiede una concentrazione totale.
Sono incazzato, per forza lo sono, perché avevo l’orario lì davanti ai miei occhi ma, manco l’ho guardato perché ero convinto che l’ora di entrata, fosse esattamente quella che adesso mi dicono errata.
E’ inspiegabile, inconcepibile, per chi mi sta intorno, capire questo mio meccanismo mentale che non è frutto né del caso né della singola situazione.
Non è la prima volta che mi capita e, certamente, non sarà nemmeno l’ultima, lo so già e accadrà ancora, magari non tra una settimana o due ma accadrà.
Ci penso, facendo la strada per andare a sedermi davanti al mare, ci penso mentre il sole è alto nel cielo di una giornata di un Ottobre semiestivo.
E’ passata l’una da poco e la gente in passeggiata è poca.
La percorro lentamente ripensando al mio errore, quest’errore che però mi consente tre ore d’aria che non avevo programmate e che ora, a cose fatte, comincio ad apprezzare.
Mi sto allenando costantemente per abituarmi a scovare il lato migliore, o anche il più piccolo lato positivo che anche una contrarietà può offrire.
E’ vero, non ho quasi mangiato, mentre avrei potuto farlo con tranquillità ma, poi?
Poi mi sarei riposato qualche ora ma, poi?
Poi sarei dovuto partire, esattamente come ho fatto mezz’ora fa, ma la giornata non sarebbe di certo cambiata, per cui, in fondo, la differenza è in queste tre ore che oggi ho a disposizione.
Non ho mangiato?   E allora, cosa mi impedisce di farlo adesso?
C’è un piccolo forno, in fondo alla passeggiata, i cartelli esposti all’esterno attirano l’occhio con parole magiche tipo “focaccia”, “pizza” o prodotti gastronomici liguri, e poi gelaterie, basta entrare e scegliere ed è piacevole persino l’imbarazzo della scelta.
Vada allora per il gelato, lo prenderò in una gelateria vicino alle panchine così avrò la possibilità di mangiarlo comodamente seduto.
Mi siedo con la mia coppetta in mano e ritorno col pensiero all’orario, e analizzo l’accaduto, ora non più in maniera punitiva ma con la curiosità di trovare una spiegazione perché, son certo, una spiegazione che vada oltre la distrazione, debba esistere.
Non sono distratto, infatti, mentre lo copio, ci sto attento, proprio perché so che potrei fare un casino, non è banale distrazione la mia, è qualcosa di molto più affascinante, come affascinante è ogni cosa che riguarda il mondo inesplorato della mente.
Accertato che non sia un errore di copiatura, ciò che ritengo mi succeda sia questo:
Leggo mentre lo trascrivo ma poi non lo memorizzo, o meglio, non lo memorizzo esattamente com’è, la mia mente non è meccanica, non fotocopia, non fotografa ciò che è ma, lo elabora.
Prende vita così un secondo orario, quello rielaborato tramite ricordi di orari precedenti, sensazioni, impegni da rivedere e da tutta quella parte emozionale e irrazionale che è virtuale ma che si sostituisce al reale, diventando reale a sua volta.
Per me l’orario è quello, ne son tanto convinto che non lo ricontrollo nemmeno più, se avessi dei dubbi lo farei ma la certezza è assoluta e la buona fede pure.
Ma è proprio così tanto strano il mio comportamento o invece è molto più comune di quanto si possa pensare, se a queste cose capita mai di pensare………
Un esempio per spiegarmi meglio, se io adesso vi dico di pensare al Colosseo, un monumento che tutti hanno visto almeno in foto, quanti Colosseo esisterebbero?
Innumerevoli Colosseo, uno per ognuno di voi, a meno che, qualcuno abbia vista la stessa foto, ognuno è diverso da un altro, rielaborato dalla nostra mente.
La mente ci fa vedere senza vedere, non sappiamo com’è il Colosseo in questo momento, se ci piove sopra o se illuminato dalle stelle, è il nostro Colosseo quello che possiamo descrivere, una descrizione che non può che essere inesatta.
Quindi vediamo una cosa virtuale, un qualcosa di soggettivo e personale, in definitiva un qualcosa che è diverso dalla realtà.
E il mio nuovo orario è diverso da quello reale ma, reale lo è per me, il guaio è che i due non combaciano mai.
Noi vediamo solo se la nostra mente ci permette di farlo, vediamo se ci vengono fornite le coordinate per farlo, se l’informazione su ciò che dobbiamo vedere è precisa.
Un altro esempio: Vi è mai capitato di cercare un prodotto in un supermercato?
Un qualsiasi prodotto che non avete mai acquistato ma che volete provare per la prima volta, ve lo hanno segnalato o ne avete sentito parlare senza però mai averlo visto.
Ebbene, vi fate tre volte su e giù il corridoio del reparto ma non lo vedete perché non sapete cosa cercare, la mente non sa associare la forma o il colore del flacone o del barattolo al prodotto cercato, dell’etichetta, poi, manco a parlarne.
Per caso, passa di lì un addetto e gli chiedete aiuto, e lui, con la massima semplicità, allunga il braccio e vi dice eccolo qui!
Era lì davanti e non lo avete visto e vi chiedete se siete diventati orbi, ma gli occhi non c’entrano nulla, è il cervello che non aveva fornite loro informazioni atte a trovarlo.
In questo caso, l’immagine fa un percorso inverso, il cervello identifica la forma dell’oggetto e gli occhi lo cercano, mentre quando si guarda normalmente, prima si vede l’oggetto e successivamente il cervello ci dice cosa esso sia.
I miei genitori mi hanno sempre detto: “Tu non trovi manco l’acqua in mare” ed avevano ragione, alla luce di ciò che oggi sono, la mia mente vive una realtà fusa in una forte percentuale d'irrealtà per cui faccio fatica a vedere in maniera statica.
Sono più contento dopo questa analisi, la distrazione può esser scambiata facilmente con la superficialità ed io son certo di non essere superficiale, soprattutto se si parla di lavoro e non lo sono mai, visto che amo approfondire ed analizzare.
A questo punto sono persino contento di esser arrivato prima, è comoda persino questa panchina in legno, di fronte ad un mare calmo che calma trasmette pure a me.
Mi alzo per buttare via la coppetta vuota e, tornando a sedermi, sciacquo le mani nella fontana che è proprio lì davanti, non occorre nemmeno asciugarle visto che il sole inonda la zona, risparmiando solo la mia porzione di spazio protetta dalla chioma di un piccolo albero.
Mi siedo, girandomi di lato, appoggiando il braccio allo schienale della panca e, confuso in questa razionale confusione, guardo e non vedo la parte del mio golfo che mi sta di fronte, quei monti verdi che da qui si cambiano in azzurro.
Ci sono dei bambini che giocano tra gli zampilli delle nuove fontane, fuggono dall’acqua che sale improvvisa e si riavvicinano quando crolla di nuovo.
Li guardo giocare, con l’occhio fermo, sulla posizione di stallo, senza concentrarmi su quello che vedo, come succede talvolta, alla guida dell’auto, quando si guarda la strada, si guida sicuri ma non con quella vivacità visiva di altri momenti.
Capita questa situazione di guida automatica, si tengono, ad esempio, le giuste distanze dal veicolo che ci precede ma, di questi, non si percepisce la targa, il modello, neppure il colore, il cervello guida autonomamente e le parti del nostro corpo hanno solo una funzione meccanica.
Giocano, quei bambini, strillano, cadono e si rialzano, fanno di tutto per farsi sgridare dalle proprie madri che poco distante li controllano.
I rimproveri mi destano dal mio pensante torpore, e guardando verso quelle voci incrocio lo sguardo di una delle due donne che intanto si avvicina a loro.
Mi chiedo se, una madre, avverta come minaccia una persona che segue con lo sguardo il proprio figlioletto.
In un mondo “non malato”, certo che no, ma in questo, così tanto contaminato ho l’impressione che non gradirebbe se un adulto si mettesse a parlare con un bambino.
E, a proposito di guardare con la mente, perché una tale immagine si associa a qualcosa di spregevole?
Perché di due versioni, una delle quali positiva, non viene colta mentre quella negativa è messa in risalto?
Non sarebbe più bello pensare che regalare la propria esperienza alle nuove generazioni, sia un aiuto fondamentale per la loro crescita interiore?
Son sempre esistiti i maestri ed i discepoli; in ogni cultura, presso ogni popolo e ogni tribù, gli anziani trasmettevano ai più giovani quel sapere che, a loro volta, è stato loro trasmesso, è così che la civiltà è progredita.
Ma tutto ciò non è più valido, il valore non fa più notizia quasi fosse cosa scontata, attira di più e fa più sensazione il male, il negativo, l’illogico.
Ho sostenuto che gli occhi ci facciano vedere ciò che la mente conosce, ciò che essa può tradurre in un nome, mi viene da pensare che la nostra mente conosca ormai solo il male e faccia fatica ad individuare la presenza del bene.
Non sono una persona che si faccia condizionare dalle ciarle della gente ma se questa situazione fosse riferita a me, non potrei negare di sentirmi in difficoltà.
Difficoltà che invece non sussisterebbe se al posto di un bimbo ci fosse un cane; vi siete mai chiesti cosa faccia ritenere il possessore di un cane persona altamente affidabile?
Provate a passeggiare con un cane al guinzaglio, vedrete il sorriso sulla bocca delle persone che incrociate, provate ad entrare con lui in uno di quei centri commerciali che non ne vietano l’ingresso, vedrete che nessuno vi controllerà più a distanza, persino l’addetto alla sorveglianza sposterà lo sguardo indagatore su altri bersagli.
Non dirò di quando si è assieme ad un cucciolo, in quel caso è difficoltoso persino camminare per strada, visto che ogni tre passi veniamo fermati da mani carezzanti e frasi di ormai dimenticata cordialità.
Eppure si può esser cattivi anche con gli animali, si può far loro del male, e purtroppo avviene ma, mai tutto ciò è ricondotto a noi.
Cosa rende così radicalmente diversi un uomo assieme ad un bambino non suo e un uomo assieme ad un cane?
La solitudine.             E allora si può sintetizzare che una persona sola sia una persona cattiva o perversa?
Ovviamente no, solo, non è sinonimo di cattivo ma, la persona solitaria è sempre vista con molti sospetti.
E’ curioso che in un mondo che di solitudine è fatto, tale situazione sia vista con tanta diffidenza.
Traffico con le mie congetture ed i miei pensieri su questa lunga panchina assolata, sotto l’accenno di ombra degli esili rami di un albero piantato da poco.
Mi appare ad un tratto, l’immagine di quando io ero bambino, di quando anch’io giocavo nei giardinetti; ci passavo i pomeriggi, cadevo sull’asfalto rincorrendo un pallone e medicavo la ferita bendandola con un fazzoletto bagnato.
Poi continuavo a giocare come se nulla fosse, altre volte scivolavo sulle alghe bagnate degli scogli finendo in mare vestito.
Sono qui davanti a me, mi vedo come un ologramma, sono io più giovane di quasi cinquant’anni, sono io, ma non mi vedo più vecchio di quasi cinquant’anni.
Io posso vedere lui ma lui non può vedere me, perché io per lui non esisto, al massimo potrebbe immaginarmi o meglio, immaginarsi, alla mia età, ma non vedermi.
Chissà che effetto gli farei, a me pare di non essere cambiato un granché, ma esprimere un giudizio dalla mia posizione è semplice, lui forse sarebbe meno benevolo.
Forse non direbbe nulla perché di poche parole o perché, lo stupore e l’incredulità avrebbero portate via anche quelle poche rimaste.
Mi fa tenerezza incontrarlo in questa giornata ancora scaldata dal sole, sotto questa luce che vorrei entrasse in lui per rischiarargli un cammino, che so, non privo di ombre pesanti.
Sento forte il desiderio di proteggerlo, di avvisarlo e metterlo al riparo da tutte le insidie che io ormai conosco ma che lui dovrà affrontare senza alcuna preventiva difesa.
Gli direi di credere in se stesso, di non temere il giudizio negativo degli altri ma, soprattutto del proprio perché sempre troppo severo, mai equo, per cui sempre troppo difforme dalla realtà.
Mi sovviene il ricordo di quando dovevo, e lui dovrà, competere con dei modelli ai quali avrei dovuto assomigliare, se non addirittura superare.
Non ero certo il primo della classe e, a stento, riuscivo a passare indenne l’anno scolastico, ma un primo della classe c’era, come c’erano altri compagni che non avevano le mie stesse difficoltà, e allora?
Allora la colpa era mia, solo mia, non poteva che esser così, visto che non facevo parte di quella schiera.
Ma qualcuno mai ha pensato che se io non avevo delle basi solide per alcune materie, forse, ciò dipendeva dal fatto che le stesse, non mi fossero state fornite in maniera appropriata?
Certo che no, questa eventualità era sempre scartata, visti i presupposti ma, la cosa peggiore, è che io per primo fossi portato a pensarla così.
Per cui ero intimidito da questo, e mai, alla fine di una spiegazione, avrei detto che la stessa non mi era affatto chiara, la colpa era solo mia che non apprendevo ed, in effetti, una colpa l’avevo; quella di attribuirmi delle colpe.

 
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Il sole di Ottobre. 2° parte.

Post n°218 pubblicato il 18 Febbraio 2013 da lontano.lontano
 
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Così l’essere intimidito dalla situazione diventava timidezza conclamata per poi evolversi in insicurezza, che sarebbe potuto sfociare in disagio esistenziale.

Una persona è timida perché più sensibile di altre, perché più vulnerabile all’emozione, perché convinta di essere la vittima sacrificale per sorte e per destino.

A scuola, quindi, sarebbe stato meglio dire chiaramente, con la tranquillità di chi è nel giusto, che la spiegazione non era esauriente, che non avevo capito, che qualcosa sarebbe stato da rispiegare.
Penso che sia pure vantaggioso un simile atteggiamento perché, un docente, che così possa definirsi, dovrebbe essere compiaciuto dell’attenzione e della voglia di approfondimento di un allievo.

Si ribalterebbe pertanto la situazione, chi chiede mostra interesse, chi non dice nulla, facendo così presumere un pronto intendimento, potrebbe altresì far intravedere un modo veloce per esaurire la spiegazione.

Io sono di una generazione ammaestrata a non nutrire dei dubbi sulle istituzioni, sulla scuola, la religione, la politica, l’ordinamento giuridico e sociale, su coloro che ci hanno fatto credere essere a noi superiori, per cui in quel tempo tacevo.
Tutto il loro “giusto” da una parte e la nostra sana miscredenza dall’altra, una miscredenza che però mai doveva uscire dall’ambito dell’utopia.

E’ una disgrazia esser stati educati così, un’educazione alla subalternità che ha radici profonde e lontane.

Ai nostri genitori è stato tramandato dai loro che, sottostare ad una gerarchia, fosse cosa normale, nonché logica, se non addirittura giusta.

Un feudatario medievale, un re o un imperatore, un duce, un governo, son sempre stati ritenuti una casta di eletti degni di un’indiscussa superiorità.

E se questa subalternità fosse il ricordo atavico di qualcosa sofferto in un passato remoto che potremmo definire schiavitù?

Se davvero fosse questo, ci troveremmo di fronte ad un’ulteriore tesi sulla genesi umana.

Forse, è proprio partendo dai caratteri psicologici e comportamentali che potremmo trovare le risposte che da sempre cerchiamo: Qual è la vera storia dell’uomo, che origini ha, da chi è stato creato ed in quale modo?

E’ fuori dubbio che la schiavitù che noi umani percepiamo quale nostro destino, quasi sempre senza la forza per ribellarci è parte del nostro DNA ma, nel nostro DNA come ci è arrivata?

Semplice, noi siamo stati creati schiavi.

Supponiamo, che una civiltà progredita, avesse avuto bisogno di manodopera per svolgere lavori così faticosi che i componenti della stessa non volessero fare e, per questo, stessero cercando chi, al di fuori della loro razza, potesse occuparsene.

Supponiamo che, questa civiltà fosse abitatrice di un pianeta non meglio identificato, supponiamo inoltre che nel loro girovagare cosmico, tali esseri, avessero visto nella terra, un posto su cui reperire elementi quali l’acqua, minerali o altro ancora da utilizzare ma, anche, la possibilità di reperire manovalanza.

Non sarà certo sfuggito loro che tra la fauna terrestre esistevano dei mammiferi che, per le loro caratteristiche morfologiche, se opportunamente riprogettati, avrebbero potuto essere perfetti per i loro fini: Le scimmie.

Ci son teorie che asseriscono che l’uomo discenda dalla scimmia ma qualche lato oscuro si cela nelle stesse, mancherebbe un passaggio fondamentale, l’anello mancante della catena evolutiva.

A mio parere, l’anello mancante è ben conosciuto ma, evidentemente, non è scoperta da rendersi pubblica.

E’ per me difficile credere che la razza umana sia l’evoluzione di una specie che tuttora esiste, e mi spiego meglio.

Se si prende per buona la teoria che gli uccelli discendano dai dinosauri, così come se  accettiamo la tesi che gli elefanti discendano dai mammut, perché, sia i dinosauri che i mammut non esistono più mentre le scimmie ci sono ancora?

Semplice, perché non è avvenuta alcuna evoluzione naturale ma una manipolazione genetica, da parte di una civiltà, che aveva le conoscenze, nonché la tecnica per dar vita a tale progetto.

Ne deriva che l’uomo è una specie creata in laboratorio per un solo scopo, esser utile ad una razza padrona, venuta da chissà dove.

Questo destino lo percepiamo in noi, fa parte del nostro bagaglio cromosomico che ci porta a sottostare a leggi di comportamento ancestrali.

Chi ha la fortuna di avere in casa un coniglietto, potrà esser buon testimone di ciò che asserisco.

Il vostro animaletto è da voi accudito amorevolmente, è protetto, coccolato, viziato, non ha nulla da temere ma, nonostante questo è sempre in allerta.

Basta il suono del campanello della porta, una voce sconosciuta, un rumore improvviso e si spaventa immediatamente, pronto a fuggire verso un luogo sicuro.

E’ quella paura, quel timore del pericolo incombente che ha permesso alla sua specie di sopravvivere in natura, quell’istinto di sopravvivenza che ora è del tutto inutile quanto inutili sono le speranze che l’animale possa liberarsene.

Lui schiavo inconscio dell’istinto di conservazione, inconsciamente schiavi noi oggi, in questa disgraziata condizione, voluti e mantenuti, non più da una civiltà non umana ma da una “inumana”: L’uomo stesso.

Moderni schiavi, succubi di gerarchie e sistemi economico-politico-religiosi che si intersecano tra di loro combinandosi in una perfida miscela.

Si dice che l’uomo sia nato libero e come dimostrato è falso, al massimo, si è talvolta liberato quando è riuscito a dominare il retaggio della schiavitù, quando ha avuta la forza di elevare il proprio pensiero al di là della realtà e persino dei sogni.

Nella storia è successo raramente e non a tutti, solo alcuni hanno avuto questo privilegio che però spesso è stato da loro pagato con la vita, una vita sacrificata per l’umanità intera.

Il primo articolo della nostra Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, leggendolo ci illudiamo che sia un inno alla libertà e alla democrazia, ma vi invito a rifletterci in maniera più approfondita.

Belle parole, parole sante, penserete; il lavoro ci dà la dignità, l’autonomia economica, ci permette una prospettiva di futuro, ci dà un posto nella comunità, tutto vero, tutto perfetto, se non fosse che il lavoro ci rende schiavi!

Ci dicono che è un nostro diritto ma, è chiaro, che si sottintenda, invece, che il lavoro sia inteso come un nostro preciso dovere.

Sto dicendo un’eresia, una bestialità, delle belinate senza alcun senso?

Allora proviamo a pensare ad un tizio che si alza alle dieci del mattino e vuole fare colazione col latte freschissimo, con dei prodotti dolciari appena sfornati e la focaccia calda.

Secondo voi, tutto ciò sarebbe possibile se decine di lavoratori non si fossero alzati otto ore prima di lui per consentirgli di trovarli sul tavolo?

Quando prendete un autobus o un treno per spostarvi, avete mai pensato che se non ve la fate a piedi è solo grazie a chi, quei mezzi ha costruiti o conduce, a chi ha perforate montagne per fare delle gallerie, a chi ha stesi chilometri infiniti di binari affinché dei vagoni poi ci corressero sopra?

Certo, ma son pagati, mi direte.

Certo che son pagati ma un compenso non cambia la sostanza, il fatto è che, il bisogno del lavoro resta, obbligatoriamente qualcuno deve lavorare e sottolineo, deve lavorare, affinché la società sopravviva, almeno nei termini in cui la viviamo.

Nulla esisterebbe senza il lavoro, ci vuol poco, quindi, a capire che dove c’è un obbligo non ci possa essere libertà, per cui, fondare una Repubblica sul lavoro significa fondarla non su un diritto ma su una coercizione.

Il lavoro ci dà la dignità, rende la persona degna di rispetto e, in qualche modo, ne certifica l’onestà ed il buon comportamento sociale.

E’ un lavoratore! Si dice, e la parola “lavoratore” ha una valenza diversa, più alta, cambia il senso intrinseco della stessa, prescinde dal lavoro, non si parla di lavoro ma è un attributo migliorativo della persona.
Quindi una persona che lavora, un “lavoratore” appunto, è una persona migliore di una che non lavora?

E’ l’azione manuale o intellettiva che fa la differenza?

No, non è questo, se una persona non è una persona a modo, non lo diventerà di certo andando a lavorare, così come una persona buona non diventerà cattiva quando dovesse abbandonare il lavoro.

La differenza non la fa il lavoro ma la volontà di cercarlo e di svolgerlo nella maniera migliore anche quando questo richiede sacrificio e sofferenza.

Però non raccontiamoci balle e abbandoniamo l’ipocrisia, facciamolo, se non altro, per non offendere chi svolge lavori al limite, e non accostiamo la parola "libertà" alla parola lavoro.

Andiamo a disquisire sulla bellezza del lavoro con un operaio alla catena di montaggio, magari ad un turnista notturno, in lotta con una macchina ed il sonno che lo assale di continuo.

Andiamo a dirlo ad un cameriere che il sabato sera serve da bere a gente che ride e scherza beatamente, diciamogli che il lavoro nobilita, mentre mangiamo e poi rimaniamo lì a ciarlare, proviamo a capire il suo stato d’animo, mentre attende che alziamo il sedere dalla sedia per finire il lavoro che mai finisce.

Per questo motivo, mi sento tremendamente a disagio quando sono in un ristorante, non ho quasi il coraggio di guardare in faccia la persona che mi sta servendo, così come proverei  imbarazzo qualora dovessi passare davanti alla cucina.

“Mi sta servendo” che frase orrenda, io non voglio che qualcuno mi serva, non voglio nessuno che debba lavorare mentre io non lavoro, non voglio che nessuno faccia qualcosa per me se io non faccio nulla per lui, è contro la mia natura e contro le mie idee.

E me ne frego se pago per questo servizio, i soldi non sono sufficienti, non rimettono le cose in pari, non possono essere la paga per un sacrificio.

Il lavoro lo si cerca e lo si svolge per bisogno, perché è l’unico modo onesto per riuscire a sopravvivere e, sottolineo sopravvivere, non a vivere.

La schiavitù generazionale codificata persino nell’articolo della Costituzione, che vorrebbe essere l’essenza stessa della libertà, geneticamente schiavi, illusi di esser liberi solo grazie a dei rettangolini di carta con delle cifre stampate sopra.

E così si giunge al paradosso; gli uomini liberati dalla schiavitù proprio da ciò che più li rende schiavi…. Il denaro.

I nostri progenitori avranno lavorato sotto il ricatto della paura, per avere del cibo, o magari per non essere uccisi, noi dobbiamo farlo col ricatto delle tasse, lavoriamo non più incatenati ma “volontariamente” per reperire il denaro per poterle pagare.

Una trovata geniale per chi non aveva nessuna volontà di rimboccarsi le maniche, a costo zero, anzi a guadagnandoci persino sul lavoro altrui.

Uno schiavo doveva essere sfamato in qualche modo, mantenuto sano per poter svolgere il proprio ruolo, col tempo hanno capito che bastava invece, solamente dire: Mi devi questa somma, se vuoi ti do io il lavoro per reperirla, altrimenti cercatelo dove vuoi, basta che paghi!

E poiché non c’è limite al peggio, ora siamo al punto che le tasse dobbiamo pagarle, non avendo nemmeno più la possibilità di reperire il denaro per farlo, ma dobbiamo farlo lo stesso, fino a quando il cerchio non si chiuderà e ritorneremo in catene.

La vita non è quella che comunemente crediamo sia, quella è solo sopravvivenza.
Quella che conosciamo come vita, ci è stata imposta con delle regole che rispondono ad un modello di schiavitù, un progetto tra i tanti progettabili, non l’unico, non il solo possibile, non il migliore.

E noi ci crediamo e ci uniformiamo a questo, perché mai, abbiamo pensato che un altro fosse immaginabile e men che mai attuabile.

Se abbiamo a disposizione una palla e vogliamo divertirci con essa, pensiamo che la cosa indispensabile sia la palla o le regole utili per giocarci?

Le regole, altrimenti a cosa giochiamo, ……. Penserete.

Ed è qui l’errore, le regole a che servono senza la palla?

E’ la palla il soggetto principale, le regole hanno importanza solamente se si indica il tipo di gioco a cui vogliamo giocare o solo quando tutti d’accordo vogliamo scriverle ma, tutto ciò, viene successivamente.

Noi siamo portati a dare la prima risposta perché ci hanno “ammaestrati” ad un unico pensiero e ad un unico gioco, questa è la palla e queste sono le regole per giocarci, e andate a giocare!

La palla è la metafora della nostra vita; la intendiamo come ce la fanno intendere, ci dicono sia nostra ma le regole per viverla non le abbiamo fatte noi, le troviamo preconfezionate.

Noi goffamente, stupidamente, ciecamente cadiamo nel tranello e viviamo una vita che vita non è, mugugnamo, ci stressiamo, ci ammaliamo e ne moriamo persino, senza capire che non è la vita insopportabile, lo sono le regole, che ci obbligano a viverla in questa triste maniera.

Il tempo cambia le cose, ogni cosa, perché non evolvere il pensiero verso nuove concezioni del modo di vivere?

Penso spesso a due preposizioni che mettiamo in relazione al soggetto “vita”.

La nostra, è la vita “di” o la vita “per”?

Ve la sentite di affermare che la vostra vita sia effettivamente quella di…… aggiungete il vostro nome e riflettete.

Siete assoluti padroni di essa e la potete gestire a vostro piacimento?

Domani, riuscirete a fare qualcosa di concreto, o anche di irreale, se preferite, per giustificare quel “di” che certifica la vostra proprietà?

Potrete pensare a chi veramente siete e a cosa veramente volete?
Potrete guardare il cielo e pensare a cosa mai ci sia al di là di esso, potrete andare in rifugio e lì, davanti ad un camino, aspettare che scenda la notte?

Potrete non fare la funzione di una macchina, potrete “non viver come bruti, ma seguir virtute e canoscenza”?

E per conoscenza non intendo la conoscenza di luoghi geografici ma quella dei luoghi dell’anima, quelli in cui possiamo trovare noi stessi, quei posti ancora inesplorati che ci possono dare la misura di chi siamo e di cosa stiamo a fare in questo mondo manipolato.

No, domattina vi alzerete per correre una corsa ad ostacoli, per spendere ogni vostra energia per trovare i mezzi necessari per far fronte ad impegni che, se fosse stato per voi, mai avreste presi.

 
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Il sole di Ottobre. 3° parte

Post n°219 pubblicato il 18 Febbraio 2013 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Una vita “per”, insomma, “per” che fa pensare ad un fine da raggiungere o ad una negazione dell’identità, ed anche se analizzata nell’aspetto più alto, ad esempio, un’esistenza “per” i figli, “per” un amore o quant’altro, ma, mai deve coincidere con l’annullamento personale, ed invece, succede quasi sempre.

Personalmente m’impegno ogni giorno per rivendicare il possesso di questa mia vita e vorrei dirlo a questo bambino taciturno e sognatore che ho qui davanti ai miei occhi.

Vorrei fargli conoscere una scorciatoia segreta per trovare meno intoppi sulla normale via,

vorrei parlargli con la voce suadente dell’esperienza condita di folle saggezza.     

Sento il desiderio di farlo accomodare vicino a me, su questa panchina che il sole di ottobre ancora sfacciatamente riscalda, e dirgli che io mi son sentito libero, e lui si sentirà libero, non fisicamente libero, perché anch’io come ognuno di noi sono schiavo di qualcosa ma, intellettualmente, concettualmente, interiormente libero, quando troverà in sé la forza della ribellione a tutto ciò.

Quando l’orgoglio della mia umanità e il rispetto di essa, ad esempio, mi hanno consentito di dire, e a lui consentiranno finalmente di esclamare, quel sempre nascosto: “Non lo so”!

Libero di non sapere tutto, di non dover sempre dimostrare di essere preparato in tutto e su tutto, in ogni occasione, anche la più stupida occasione, sempre che esistano occasioni non stupide che obblighino a questa penosa farsa.

Basta per sempre con la finzione, mia, e con quella ancor più penosa di interlocutori desiderosi di mostrare un’ipotetica superiorità più finta ancora.

Nessuno sa nulla, se è vero com’è vero, che il nostro, è un piccolo mondo e non l’intero universo, se il nostro pianeta è un punto invisibile perso nel cosmo, se ammettiamo essere un nulla, con il nulla delle sue leggi fisiche, chimiche, matematiche e tutte le altre che crediamo cardini della nostra esistenza per la loro sacralità ed intangibilità.
Leggi e teorie che riteniamo possano spiegarci tutto solo perché, mai, ci passa per la mente che nulla valgono a distanza di qualche anno luce.

Tesi da dover dimostrare sempre, perché l’uomo è immodesto e presuntuoso ma, soprattutto, non riesce a convivere con altra realtà che non sia quella codificata, perché questa lo rassicura e lo mette al riparo dall’ignoto.

La paura dell’ignoto, di quello che esiste anche se non ci è dato vederlo, di ciò che si sente ma ci sfugge, di ciò che ci si ostina a negare perché non si possiedono le capacità per poterlo dimostrare.

E’ più importante, più significativo, cosa conta di più, in sostanza, ciò che è codificato, ciò che per convenzione è tenuto come unico parametro o ciò che noi percepiamo?
Il tempo, ad esempio, è più reale quello che ci mostra l’orologio o quello che noi avvertiamo, scandito dal nostro orologio interno?
Se noi facciamo caso al tempo che passa, non possiamo non notare che trascorre in modo sempre diverso.
Quante volte abbiamo detto o diremo… “Belin ma oggi non passa più”……. oppure, se stiamo vivendo un momento bello………. “Ma il tempo è volato”.
Ma chissenefrega  di ciò che segna uno strumento convenzionale, per noi conta il tempo percepito, quello che prescinde da ogni regola, quello che solo ci appartiene, il nostro tempo, non quello altrui.
Per spiegarmi ancor meglio, faccio un esempio di tipo meteorologico, che, guarda caso, ma a mio parere un caso non è, anche a livello climatico/atmosferico si parla di tempo.
Io vivo in un posto che, quando andavo a scuola, si diceva dal clima mite e temperato, ebbene, quando da noi, in inverno ci sono 8° avvertiamo che è freddo e ci stringiamo nel giaccone, più volte però, mi è capitato di vedere dei turisti nordeuropei che passeggiavano tranquillamente con addosso solo un golfino.
E poco più in là, un ragazzo africano imbacuccato, tipo omino Michelin, con gli occhi che, soli, spuntavano da sotto il berretto di lana e il naso da sopra la sciarpa avvolta intorno al collo.
Se dovessimo far solo riferimento al dato oggettivo, dovremmo dire che 8° di temperatura non giustificano né l’atteggiamento del ragazzo che gela dal freddo, né quello di chi gira per strada vestito come in primavera.
Ed è qui l’errore di fondo; considerare quella temperatura un dato da cui non poter prescindere per determinare una sensazione.
La temperatura è molta per uno e poca per un altro, esattamente come il tempo che trascorre.
Immaginiamo che il tempo scorra in linea retta, più propriamente lo possiamo rappresentare come un segmento: la linea retta più breve che unisce due punti.
Ipotizziamo però che quello non sia il solo modo con il quale passino i secondi, i minuti, le ore, gli anni…….
Se prendiamo un termometro, possiamo notare che è diviso in due sezioni, sopra e sotto lo zero, una indica valori positivi (+) l’altra negativi (-).
Proviamo a visualizzare orizzontalmente il segmento tempo proprio come un termometro, di valore 60 minuti, se grosso modo, tracciamo una linea che dal centro di esso, sale verso l’alto e un’altra che scende vero il basso, avremo due valori; positivo e negativo, esattamente come i gradi della temperatura.
Se facciamo corrispondere al valore positivo (verso l’alto) una percezione di malessere - Belin oggi non passa più …. - e gli diamo un valore a caso, mettiamo di trenta minuti, e quella (verso il basso) una percezione di benessere - Ma il tempo è volato…. - il tempo stesso non sarà più rappresentabile con un segmento ma con una linea curva.
Ne deriva che, questa curvatura del tempo, non sarà più il tratto più breve, il tempo “neutro”che abbiamo rappresentato col segmento ma, verrà aumentato del valore positivo e diminuito del valore negativo.
Quindi quell’ora passata in maniera noiosa, stancante o sofferente la percepiremo di 90 minuti (60+30) mentre quella passata in maniera lieta e serena ci sembrerà quantomeno dimezzata a 30 minuti (60-30).
Naturalmente il mio, è solo un ragionamento teorico, ma tutti, nessuno escluso, abbiamo avuto la sensazione che il tempo non sia quell’entità neutra, inalterabile, immutabile che trascorre a prescindere dal nostro operato.
Il tempo “neutro” che è quello che scorre quando non ci soffermiamo ad osservarlo, quello trascorso senza percezioni particolari, quello del sonno ad esempio, esiste ma, se altresì, esistesse anche quello determinato dal nostro comportamento?
Arrivare a dominare il tempo, è un’ipotesi affascinante ma, forse, sarebbe troppo, ciò che più realisticamente possiamo provare a fare è limitare al massimo i periodi di malessere affinché il loro tempo non si espanda e viceversa aumentare quelli di benessere che son sempre troppo brevi.
Lo so che è troppo facile a dirsi e molto difficile a farsi, forse impossibile, come dimostrare la teoria del tempo percepito ma, non tutte le cose possibili, sono possibili e non tutti quelle impossibili sono impossibili, per cui vale la pena tentare.

Riflettete, ma se io so una cosa che potrebbe essere smentita, completamente rovesciata nel suo ragionamento, io so veramente qualcosa?

No, non so nulla, se del nulla, in effetti, parlo.

Viviamo in un mondo tridimensionale e tutto ci pare logico così, e da questa conoscenza tutto facciamo derivare ma, se esistono la quarta e la quinta, e la sesta e chissà quante altre dimensioni, per cui, quanto conta la nostra attuale conoscenza? Zero.

Quindi, anche chi più sa, nulla sa perché il suo sapere è solo, nella migliore delle ipotesi, sbagliato e, nella peggiore ipocritamente fuorviante.

Io non so tutto, so quel che so, esattamente come tutti, nessuno può sapere tutto, ma questo logico pensiero, logico è diventato solo quando ho presa coscienza delle mie possibilità.

Solo quando ho compreso chi sono e mi son liberato dalla schiavitù del pensiero unico di una società che, sempre, mi aveva detto chi “non sono” ma, mai, insegnato ad essere chi veramente sono.

Gira e rigira, tutto ruota intorno a questo, a delle regole finte di una vita resa finta che della finzione si nutre.

“Divide et impera” è uno stratagemma ancora in voga, dividere per dominare, separare, chi può da chi non può, chi ha da chi non ha, chi sa da chi non sa, così da creare sottomissione a livello sia sostanziale che psicologico.

Discriminare le persone facendole sentire inferiori affinché siano passive, affinché si convincano di non essere all’altezza di ricoprire certi ruoli e, in conseguenza di questo, deleghino sempre ad altri il loro destino.

Non sono orgoglioso del mio non sapere, lo sono nel non nasconderlo ipocritamente, lo sono nel chiedere spiegazioni che mi illuminino e, se mi fa piacere ascoltarle, lo sono quando affermo che di ascoltarle nulla mi può interessare.

Non pensiate che sia presunzione la mia, io non posso essere presuntuoso per definizione, se presuntuoso deriva da presumere, ovvero ritenere di essere, io non ritengo di essere, io sono, semplicemente, modestamente sono, perché ho presa coscienza di me e della mia esistenza.

Io sono, non migliore di altri, sono uno, non nessuno, né centomila, io sono io, e così come sono mi accetto e mi voglio perché tanto mi sono impegnato per diventarlo.
Mi appassiono quando dico queste cose perché la ribellione è passione, perché lasciare il limbo del “non essere” per vedere la luce dell’”essere”, è nascere o, se preferite, ……. rinascere.

Sorrido appena io bambino, mentre, quasi a voce alta, gli parlo, parlandomi di queste cose, sorrido nel vento e nel sole di quella giovinezza che a lui pare eterna e che io invece so essere effimera.

Gli vorrei insegnare ad essere sé stesso, svelargli qualche trucco per vivere meglio, e potrei farlo visto il mio grado di preparazione che ritengo oggi sia alto, perché ho capite tante cose che prima mi sfuggivano, perché mi sono accorto che il meccanismo nel quale noi fungiamo da ingranaggi è stato inventato per portare vantaggi unicamente a chi lo ha progettato.

Ed a questo meccanismo mi ribello, perché la ribellione è dello schiavo, ma uno schiavo che si ribella, anche solo con il pensiero è meno schiavo.

Non dobbiamo mai dimenticare che: “Ci fanno ciò che noi permettiamo ci facciano”.

Riflettete bene su questa frase e imprimetevela nella mente affinché sia la luce che vi guida nella notte dell’esistenza.

Spesso, diamo una mano al destino avverso, con i nostri comportamenti; non possiamo certo scongiurare una malattia ma possiamo, talvolta, scongiurare qualche problema di relazione.

Se siamo passivi, se non facciamo rispettare un nostro diritto, se abbassiamo la testa davanti al sopruso, state certi, che tali vessazioni si ripeteranno diventando una prassi consolidata.

Se essendo in fila, il solito personaggio che arriva per ultimo, con destrezza, cerca di guadagnare posizioni, trova accondiscendenza, è chiaro che per lui diventi abitudine farlo visto il raggiungimento del suo scopo, e sempre si comporterà così.

Se qualcuno, agendo per il proprio interesse, ci mette in una condizione che ci penalizza e noi non solleviamo il problema, quel qualcuno, non penserà certamente al nostro malessere, ma al contrario, si convincerà che se noi non obiettiamo nulla è perché, in fondo, la cosa viene bene pure a noi.

E’ questo il passaggio importante, il silenzio assenso, che in questi casi si traduce con subdola e violenta prevaricazione.

“Ma non me lo potevi dire subito?  Io pensavo che……..”

Ecco cosa ci sentiamo rispondere quando alfine ci ribelliamo, quando facciamo notare che il trattamento al quale siamo sottoposti è figlio dell’ingiustizia.

Passiamo pure dalla ragione al torto; non dicendo nulla, diamo il tacito assenso, e ora che le cose sono stabilite andiamo a disattendere questo patto non scritto con le ripercussioni sulla vita degli altri? 

Ma come ci permettiamo un atto simile?
E ne viene ancora a loro perché l’arroganza va di pari passo con la sfacciataggine più estrema.

Non dico di fare delle scenate o di scatenare una rissa ma soltanto di avere rispetto per noi stessi e, conseguentemente, esigerlo dagli altri, esattamente come noi agli altri lo riserviamo.

E’ un nostro diritto ma è anche nostro preciso dovere, perché se non fermiamo coloro che hanno la tendenza ad abusare della timidezza altrui, avremo sempre più tiranni in giro e, di tutto possiamo avere bisogno, tranne che di tiranni.

L’uomo è stato creato schiavo ma molti appartenenti alla nostra specie hanno imparato presto a fare il salto di categoria e diventare padroni, il guaio è che vigliaccamente tiranneggiano i loro pari e mai i potenti.

Una delle cose che più odio nell’uomo è la viltà, l’esser forti con i deboli e deboli con i forti.

Non riesco a giustificare chi, avendo la schiavitù nei propri geni, senta il desiderio di moltiplicarla anziché quello di debellarla.

Pensate ai fenomeni del “nonnismo” nelle caserme o al “bullismo”; individui che, sottomessi gerarchicamente trovano motivo di rivalsa nella vessazione dei sottoposti o comunque di chi non sa difendersi.

Ma questo comportamento quali spiegazioni può avere?

A mio parere coloro i quali si coprono di una tale infamia, lo fanno perché non si rendono conto lucidamente della loro condizione.

Non vogliono ammettere, o non si accorgono veramente, della loro triste vita e la mascherano con un’altra, una pseudo vita, irreale, ma che nella sua allucinazione si presenta loro più gratificante e vivibile.

Se si guardano allo specchio non vedono lo schiavo che deve ubbidire ma il dittatore al quale si deve obbedienza.

Tale deformazione della coscienza non prevede la ribellione ma la prepotenza, non prevede il riscatto e la liberazione ma un’esistenza fatta di una libertà inventata che è peggio della schiavitù vera.

Povero ragazzino, quante cose vorrei dirti, e altre ancora, quasi a farti un lavaggio del cervello se solo tu avessi la possibilità di ascoltarmi e ascoltandomi, avessi anche la minima possibilità di cavartela meglio di quanto abbia fatto io quando ero te!

 
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