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Creato da: lontano.lontano il 22/01/2008
la poesia, la musica ed il loro contrario.

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C'era una volta il west




 

 
 

 

Eravamo nel 1968 ed io
dodicenne mi guardavo intorno
per capire cosa stessi cercando,
cosa volessi ma soprattutto,
chi fossi.
Un adolescente che vedeva
intorno a sè un mondo
cambiare, forse in maniera
troppo rapida per capire, forse
in maniera troppo lenta per i
sogni che si hanno in mente a
quell'età.
Un mondo nuovo arrivato
addosso, che portava
con sè nuove parole, nuove
mode, nuova musica.
Ascoltavo come tutti in quegli
anni la prima radio "libera",
quella Radio Montecarlo che
si faceva preferire ai canali
Rai a cui per forza di cose
eravamo legati.
Ricordo tutte le canzonette
dell'epoca e non mi vergogno
nel dire che molte non mi
dispiacciono neppure ora.
Arrivavano i primi complessi
stranieri di una certa
importanza e i compagni
di scuola si buttavano a
comprare i loro dischi.
Io continuavo ad ascoltare
tutto ciò ma li ascoltavo solo,
non li sentivo, non mi
riconoscevo, nulla era ciò
che stavo cercando, ero solo
sballottato da sonorità che
non mi prendevano e poco
mi appassionavano.
Un giorno mi capita di
ascoltare questo tema, per
caso arrivato fino a me, una
musica che mi ha attirato a sè
o per meglio dire mi ha
attirato a me, una musica che
è stata lo specchio della mia
anima, una musica che è
diventata mia proprio come
io diventavo suo.
Non sapevo da dove venisse,
non immaginavo neppure fosse
una colonna sonora, non
sapevo dove andarla a ritrovare.
L'ho cercata, l'ho scovata ed è
con me da quarant'anni, non
potrei fare a meno di lei perchè
perderei la parte migliore di me,
sarebbe come specchiarsi e non
vedersi, sarebbe come mangiare
e non nutrirsi, sarebbe come
vivere senza pensare.
Io per mia natura non sono
geloso, perchè penso che la
gelosia, in fondo, non sia che
la nostra insicurezza che ci
fà credere di non esser
all'altezza di sostenere una
comparazione con qualcuno
che, diamo già per scontato,
esser meglio di noi.
Lo sono però verso questa
musica che sento mia e solo
mia e non mi fà molto piacere
se altri mi dicono di
riconoscersi in lei, sarebbe come
vedere all'improvviso spuntare
un nostro replicante mentre fino
ad oggi credevamo di essere unici.
La capisco e lei mi capisce, mi
prende per mano e mi porta in
posti tranquilli, mi asciuga
gli occhi dalle lacrime
dopo averli bagnati,
così senza neppure un perchè,
mi stringe forte la gola
togliendomi quasi il respiro,
facendomi male ma
riportandomi in vita.
Chi mi vede quando sto con lei
mi dice che cambio espressione,
che mi perdo in un mondo
lontano, che trattengo,
senza riuscirci, un'emozione che
raramente mi capita di avere.
E' vero, e non chiedetemi perchè,
non saprei rispondere,
non si motivano le sensazioni,
non si riescono a spiegare
i tumulti del cuore,
non si sà nulla degli
sconvolgimenti dell'anima,
non si razionalizza l'amore.
Una dolcezza infinita che
mi prende la mente e
se la porta con sè e non sono
più io, proprio quando sono
più io che mai,
mentre io divento lei e
lei diventa me, uniti in un sogno
che finirà solo quando
non avrò più la forza per sognare.

 

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L'amore perfetto.

Post n°188 pubblicato il 22 Gennaio 2010 da lontano.lontano
 
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 Esiste la perfezione? La domanda può avere la duplice risposta, il si ed il no hanno ugual fondatezza e la stessa ragione di essere.
Non esiste la perfezione, perché tutto è migliorabile ed una volta migliorato, può essere ritoccato al meglio infinite volte.
Anche la persona più dotta, più intelligente, più preparata di questa terra, non può saper tutto, conoscere tutto, essere in grado di fare tutto, seppur conoscesse ogni lingua parlata al mondo, non potrebbe conoscere anche tutti i dialetti parlati localmente.
Forse nell'arte si rasenta la perfezione, se ascolto una colonna sonora che mi piace in modo particolare, per me è perfetta, ineguagliabile ed incorreggibile ma non è detto che sia così anche per il suo autore.
Forse, riscrivendola oggi avrebbe fatto un arrangiamento diverso, forse oggi avrebbe fatte eseguire alcune note da una tromba, piuttosto che da una cornetta o viceversa, insomma ogni cosa, vista col senno del poi, potrebbe o avrebbe potuto essere ancora meglio.
Possiamo dedurre quindi che la perfezione non faccia parte dell'umana natura, e se non fa parte di essa, noi, essendo umani come la percepiamo?
La percepiamo con la nostra parte meno umana, con l'irrazionale, con l'emisfero cerebrale che ci permette le emozioni scevro da formule matematiche o leggi fisiche, col sogno ed il nostro immaginario.
E' nei sogni e dei sogni la perfezione, solo lì tutto è veramente come vogliamo che sia, solo lì niente è da ritoccare, niente può andare storto, niente sarà mai da rivedere o rimpiangere.
E quando diciamo di un amore bellissimo, meraviglioso ed ineguagliabile, sia esso già vissuto o attuale cerchiamo il termine di paragone più prossimo a quello che sempre abbiamo sognato.
La persona che abbiamo avuta o abbiamo vicina è quella che più assomiglia a quella che abbiamo vagheggiato, è una copia ricalcata che non potrebbe avere i contorni perfetti dell'originale.
E noi siamo copie a nostra volta per lei, che troverà sempre un qualcosa in noi che vorrebbe “aggiustare” e “modellare” secondo il progetto partorito dal proprio innocente miraggio.
Non è chi è con noi, colei che vorremmo, non siamo noi per lei quelli sognati, non è disfattismo né una posizione offensiva per nessuno, è solo la realtà contrapposta alla fantasia e all'incanto, una lotta impari contro un avversario imbattibile.
Probabilmente è quella che più ci si avvicina, è la più giusta tra quelle “imperfette”, è quella che scegliamo perché sentiamo che sia lei quella che sola potrebbe, con la sua realtà, anestetizzare il nostro sogno.
Ma cosa sogniamo, cosa vogliamo per noi, cosa riteniamo perfetto al di la di ogni dubbio?
La nostra proiezione, il nostro alter ego, noi con tutte le nostre caratteristiche astratte ed immateriali, i nostri gusti, le nostre passioni, la nostra visione della vita e del mondo, rivestite da capelli biondi, occhi che ammaliano ed un corpo da rischio infartuale.
Ma poiché noi siamo reali, siamo imperfetti noi stessi, e lo sappiamo bene perché difetti in noi ne possiamo trovare e ce li riconosciamo pure, per cui ci scopriamo a sognare una cosa perfetta che ha origine da un' imperfezione.
E' stata la fantasia a venirci in soccorso azzerando tutto il negativo e riaggiustando la parte da correggere trasformando, nell'altra persona, i nostri difetti in pregi affinché li possa compensare e meglio sopportare.
Noi, riveduti e corretti, perfetti in un amore perfetto, che mai esisterà, quell'amore sognato che dovremo non sognare più per non rischiare di far morire quello vero che con tutte le sue forze cerca di vivere aggrappandosi all'amore di chi ci accetta così come siamo, imponendosi di dimenticare di come ci vorrebbe.

 
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Vivere di ricordi.

Post n°189 pubblicato il 27 Gennaio 2010 da lontano.lontano
 
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Vivere di ricordi ha assunta un’accezione negativa, se ci viene detto, ci sentiamo dei poveri illusi, nostalgici emarginati, sommersi da un’utopia polverosa di passato che mai si trasformerà in presente.
Invece i ricordi sono la vita stessa, si vive di ricordi proprio perché senza ricordi non si è vissuto.
I giorni trascorsi sono esistiti solo in funzione del ricordo, se non li identifichiamo con qualcosa, se non ne abbiamo memoria, li abbiamo vissuti veramente?
A volte mi faccio la domanda retorica:
“Ma dov’ero mentre vivevo i miei anni?”
Ero in vita, perché ancora defunto non sono, questo è certo ma, al di la delle conclusioni razionali, posso affermare di esserci stato veramente?
No, quei giorni, oggi, per me non sono esistiti, per cui neppure io in quei giorni sono esistito, scomparsi assieme in un buco nero senza ritorno.
Abbiamo la percezione della nostra esistenza solo guardando una foto datata, quando possiamo legare la vita di quel giorno ad un avvenimento preciso, ad un indelebile ricordo.
Un compleanno, un Natale e un dono ricevuto, il primo giorno di scuola, quello del servizio militare, quello del primo incontro, tutto ciò che ci abbia colpiti, solo con questi ricordi torniamo in vita, siamo consapevoli di esser stati presenti veramente e non solo a fronte di un ragionamento logico.
La vita non è solo razionalità, è sensazione, è emozione, è commozione, sono stati d’animo talora contrastanti, sono percezioni epidermiche, una fredda data senza queste, vivere non è.
I nostri giorni se ne vanno uno in fila all’altro, e ci sembrano pieni, ci sembrano logici nella loro illogica normalità ma li ricorderemo tra un mese, tra un anno, tra dieci?
Riusciamo a dar loro un significato così importante da poterli considerare vissuti domani?
Riusciamo a non regalarli alla fretta di arrivare a sera il più velocemente possibile, una sera che li farà morire nella notte che, per sua definizione, non è consapevolezza di vita?.
Si, viviamo di ricordi, o meglio, del ricordo di ciò che ci ha fatto provare un qualcosa di speciale di non normale, di non banale, per cui l’obiettivo da perseguire sarà per noi quello di avere un motivo di vita e non di sola sopravvivenza ogni momento.
Se ora ci troviamo a pensare che ciò non sia facile, è la constatazione di un fallimento, l’ammissione di vivere tanto per vivere, di un’esistenza che stiamo buttando nel dimenticatoio, nella non esistenza.
Dare importanza e significato alle nostre azioni, anche piccole, anche se racchiuse nell’abitudine, il segreto non segreto è tutto qui.
Una parola può esser solo una parola, per cui dimenticata, non lo sarà invece se diventerà conforto per chi l’ascolterà, non lo sarà per noi, se vedremo spuntare in futuro un sorriso da quel conforto regalato. 
Un sorriso non sarà soltanto un allargamento della bocca se riuscirà ad allargare il cuore di chi lo riceverà, ciò che ci sembra nulla, potrebbe diventare ragione di vita per qualcun altro e la consapevolezza di una vita vissuta per una qualche ragione per noi.

 
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I comandamenti.

Post n°190 pubblicato il 11 Aprile 2010 da lontano.lontano
 
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Prima di entrare nel vivo dell’articolo e per meglio comprenderlo, è mio desiderio spiegare la mia visione del mondo, di questa società nella quale dobbiamo stare per forza di cose.
Non mi importano le ragioni, le giustificazioni, le spiegazioni psicologiche o ambientali, io penso che l’uomo sia un essere imperfetto, che racchiuda dentro di se la bestia pronta a scatenarsi per azzannare.
Per far un conto semplice diciamo che tale umanità sia spaccata a metà tra coloro che la tengono sotto controllo e l’altra metà che le lascia le briglie sciolte.
Così il primo emisfero sarà soggiogato dal secondo, chi possiamo definire buono è  chi riesce ad esser diverso dal cattivo, sarà la sua vittima, sarà il perdente, quando le due entità verranno a contatto.
Non dire questo, credere ad universo di soli esseri umani positivi è nascondere la realtà e non viverci immersi, è l’ipocrisia della retorica buonista che sfocia nell’ottusità.
Da qui i miei comandamenti che altro non sono che la mia, e del tutto personale via per riuscire a sopravvivere, stando dalla parte soccombente, nella metà giusta di un mondo nel quale si fa sempre più fatica a resistere.
- Vinci la timidezza.
O quantomeno cerca di ridurla quanto più sia possibile, la persona timida non lo è per mancanza di coraggio, ma perché sa di esser diverso e vuole esserlo da chi ritiene prepotente ed arrogante.
Far valere i propri diritti, le proprie tesi, far sentire la propria voce è ritenuta violenza, presunzione, cattiveria, è non stare al proprio posto è tutto ciò che si patisce per la paura di farlo patire ad altri.
- Non essere troppo buono e non acconsentire sempre.
La bontà e la tolleranza in questo mondo che non vogliamo si traduce con esser fessi, chi si comporta così è il bersaglio facile, la croce rossa sulla quale sparare impunemente, esser buoni è debolezza, è arrendevolezza è colui che tacerà anche se gli faranno dei torti.
- Non esser come tutti sono.
Far parte della maggioranza non equivale sempre ad essere nel giusto, subire il ragionamento di altri dando per scontata la verità assoluta di ciò è deleterio.
Non fidarti delle ipotesi altrui, vaglia le posizioni e le tesi a confronto, “lo dice la gente” non significa niente, nulla vuol dire, decidi te con la tua onestà e il tuo esser capace di discernere tra il bene ed il male, quanti sono gli innocenti dilaniati dal giudizio della massa?
- Sii onesto con te stesso e con gli altri.
Vivi con ciò che la tua realtà ti consente, non cercare strade illecite per avere di più, non rubare e non esser disonesto, quattro denari in più non ti daranno un destino economico diverso ma ti cambieranno dentro perché tu non sei un ladro e da ladro e disonesto non sapresti vivere.
La tua onestà verso te stesso è la tua forza, sei pulito e ti puoi vantare di ciò, la tua moralità sarà la tua forza perché nulla dovrai e potrai temere, potrai sbagliare come gli altri ma lo avrai fatto conscio di fare nel momento delle sbaglio, la cosa giusta.
- Sii te stesso sempre.
Non indossare maschere, non camuffarti per chi non sei e non sapresti essere, sei così e fregatene di chi ti vorrebbe diverso.
Ricorda che coloro i quali non ti accettano come sei, ancor meno ti accetteranno per come sarai diventato, solo chi ti vuol bene davvero tollera come sei, coi tuoi difetti e le tue imperfezioni di uomo.
- Sii orgoglioso delle tue idee.
Difendi le tue scelte, i tuoi gusti, le tue prese di posizione, finchè le riterrai giuste, saranno le migliori, potrai cambiarle se la tua onestà intellettuale te le farà rivedere, ma sii tu a cambiarle, sii tu a fare un passo, dieci passi indietro, solo tu con la tua integrità morale, la tua correttezza, la tua lealtà che saranno l’assicurazione migliore della tua buona fede.
- Abbi il coraggio della solitudine.
Sarai solo comportandoti da uomo e non da fantoccio, non temere questa solitudine, non uniformarti alla massa, non disperdere la tua personalità e la tua natura nel branco che ti ingoierà nel nulla.
Non cadere nella retorica e nella malafede di chi ti vuole manovrare, di tutti coloro i quali ti inviteranno a fare una cosa per il sacro bene della comunità, dipingendo scenari apocalittici nel caso tu non lo volessi fare.
Vai a votare perché siamo a rischio democrazia!   Vai perché, quella parte politica è molto meglio dell’altra!   Vai perché non tutti son disonesti!    Vai perché se no decideranno per te! 
Ecco cosa ti sei sentito dire nemmeno un mese fa da chi ti spinge a fare una cosa, da chi in questo caso si, vuole decidere per te, pressandoti, spronandoti, ma sempre per il bene della comunità e mai suo personale …………… Balle !!
- Pensa più a te stesso.
Fallo se vuoi pensare di più agli altri, se vuoi esser d’aiuto a qualcuno, se vuoi togliere un peso e non diventarlo.
Non è egoismo è il suo contrario, pensare a se stessi non significa estromettersi, chiudersi nel menefreghismo apatico, è trovare in se l’equilibrio e la serenità necessari per venire a capo di situazioni significative.
Se stai bene nell’anima e sei lucido, non sbaglierai le scelte, se non ti tuteli nel fisico e non sei forte psicologicamente difficilmente troverai la soluzione giusta.
Questi sono i miei otto comandamenti, non sono scolpiti nella pietra ma nella logica della mia personalità, non saranno condivisi e soprattutto non saranno osservati ed è giusto che sia così, visto quanto poco siano osservati anche quei dieci scritti da Uno che sicuramente non è infallibile come me.

 
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Lista amici.

Post n°191 pubblicato il 30 Aprile 2010 da lontano.lontano
 
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Ricevo spesso l’invito ad entrare a far parte della lista amici di qualche utente.
La cosa mi fa piacere perché la ritengo un' importante testimonianza di stima nei miei confronti, però non mi sento di aderire, così tanto per farlo.
Come dissi in un articolo di qualche tempo fa la parola amicizia viene dispensata con troppa superficialità e poco impegno.
Comparire in tale lista a mio avviso è cosa più importante di quanto comunemente s'intenda, e ciò dovrebbe avvenire dopo una più assidua frequentazione e soprattutto basarsi su qualcosa di solido e motivato, essere uno in più, uno dei tanti, è limitativo per un elenco che merita ben altro significato.
Comprendo benissimo ciò che spinge una persona a pregiarmi del suo invito, esser d’accordo e condividere qualche frase del mio profilo o mostrarmi solidarietà per qualche articolo del blog viene tradotto e sintetizzato in quella domanda di adesione.
Come detto sono dispiaciuto per non ottemperare alle richieste, non è né un rifiuto verso il mittente né un atto di maleducazione ma solo il desiderio di essere o diventare per qualcuno unicamente un qualcosa di speciale.
Mi farebbe piacere se precedentemente si instaurasse un dialogo più costruttivo, se ci fosse un commento a qualche mio pensiero, qualche richiesta di delucidazione, una presa di posizione anche opposta, una qualsiasi esternazione ma che potesse essere qualcosa di più di un seppur apprezzabile e apprezzato simbolico gesto.

 
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Pensieri in libertà.

Post n°192 pubblicato il 31 Maggio 2010 da lontano.lontano
 
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La serenità pochi possono dartela ma tutti possono togliertela.

Sei solo fino a quando non incontri te.

Il lavoro, quando non lo hai ti affanni a cercarlo, appena lo trovi non vedi l’ora di lasciarlo.

Chi chiede qualcosa di te, lo fa per parlare di sé.

La legge è uguale per tutti, fino a quando non viene applicata.

La scienza ha l’arroganza di voler spiegare ogni cosa, soprattutto quello che non riesce a capire.

C’è sempre qualcuno che parla per il tuo bene, se stesse zitto lo farebbe veramente.

Attribuire a Dio la colpa di tutto, equivale a scagionare l’uomo dalle proprie responsabilità e da ogni misfatto compiuto.

Con gli occhi aperti, si vede molto meno di ciò che si può vedere tenendoli chiusi.

Meglio un lungo silenzio che un lungo discorso.

Solo chi conosciamo, potrebbe deluderci.

Chi và d’accordo con sé stesso, può anche esser in disaccordo con gli altri.

L’unico rimedio contro la vecchiaia è morir giovani.



 
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Turismo macabro.

Post n°193 pubblicato il 26 Ottobre 2010 da lontano.lontano
 
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In tema col periodo della commemorazione dei defunti, che da momento di malinconico ricordo è diventata festa commerciale e carnevalata fuori stagione, grazie alla colonizzazione della quale è vittima il nostro Paese, siamo costretti anche a subire la mancanza di rispetto verso chi la lasciato questa terra in maniera più eclatante.
I morti privati che son diventati morti pubblici, tutte quelle persone che fino al momento del trapasso avevano vissuto nell’ombra, e per i quali dopo la morte invece, si sono accesi i riflettori che hanno regalata loro un’involontaria notorietà della quale nulla sapranno.
E’ uno dei tanti paradossi della vita, non esistere da vivi ed esistere solo dopo la morte è il controsenso logico di una civiltà basata sul sensazionalismo e la visibilità mediatica.
Famosi quando non si è più perché non importa nulla della persona, ma molto importa della di lei vita privata, importa il pettegolezzo, la curiosità malata e pruriginosa, con quella voglia saccente di giudicare e sentenziare sulla moralità altrui.
Strade chiuse al traffico e limitazioni di accesso sui percorsi che conducono ai luoghi e persino alle abitazioni che sono state teatro di fatti di sangue, per non permettere alla macabra imbecillità di farsi fotografare con larghi sorrisi beoti e saluti con la manina.
Non riesco a giustificare simili fatti se non con una crisi personale profonda degli interpreti degli stessi, persone che devono presenziare a tutti i costi, per rendersi conto di esistere, per fare il percorso inverso delle vittime.
Uscire dalla quotidianità, dal non essere, per entrare nella realtà della finzione perché oggi nulla è più reale della finzione, per esser personaggi mentre ancora si è in vita, stando lì nella realtà diventata irrealtà di chi non è più.
Che misera cosa! Che nessuno abbia la faccia tanto tosta da mischiarla con la pietà, con la partecipazione commossa e la solidarietà nel momento del dolore perché son tesi che non hanno alcuna veridicità.
Son patologie psicologiche, crisi di identità, e soprattutto lavaggi cerebrali dai quali menti deboli non hanno saputo prender le dovute distanze.
Programmi televisivi schifosi che cavalcano la cronaca nera per avere ascolti elevati, che come avvoltoi vogliono la preda a tutti i costi, e non si venga ipocritamente a parlare di informazione e di giornalismo perché se è questo il giornalismo è meglio che queste persone si cerchino un lavoro vero.
Ogni volta che analizzo questa società son sempre più sconfortato, vedo cervelli all’ammasso, ipocrisia, falsità, voglia di successo e di apparire, non importa come, basta emergere e la colpa è di chi mostra una vita finta spacciandola per vera.
E molti, troppi, ci credono, fanno chilometri per andare dove si rappresenta la parodia della realtà, dove ormai questa è tragicamente finita mentre è cominciata la farsa del dolore e della ricerca della verità.

 
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Sonno di vita e di morte.

Post n°194 pubblicato il 31 Ottobre 2010 da lontano.lontano
 
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Divido il sonno in due grandi categorie, il sonno di vita ed il sonno di morte.
Quando una persona è serena, tranquilla, in pace con sé stessa ed il mondo, si addormenta col sorriso sulle labbra, chiudendo gli occhi ed abbandonandosi beatamente in un rilassamento totale, è immerso nel sonno di vita.
La mente non pensa perché non fa in tempo a farlo, la testa diventa una sol cosa col guanciale ed il corpo col materasso mentre la leggerezza rassicurante del piumone caldamente ci avvolge.               
Oppure il sonno arriva stretti in un abbraccio, quando il corpo è perfettamente aderente a quello della persona che ci è vicina, quando il mondo si ferma in quel contatto, quando la stanza stessa diventa il mondo e tutto rimane fuori da lì, mentre tutto è solo lì.
La mente ha un solo pensiero, fermare il tempo, inchiodare la luna alle stelle e le stelle alla notte perché quel sonno così bello di serenità le ruba secondi, minuti, ore avvicinando un mattino sempre troppo frettoloso.
E’ un sonno obbligato, non si vorrebbe dormire ma non ci si può opporre, forse una chimica dolce ma dispettosa ci dona la beatitudine ma anche la consapevolezza di regalarla all’assopimento.   
E’ un sonno di vita perché la vita si sente anche senza la razionalità della veglia, si sente nel calore del corpo appiccicato al nostro, si percepisce dalle lievi carezze che inconsciamente si danno e si ricevono, si riconosce nello star bene di entrambi, che non è più cosa di dentro ma tangibile quale cosa concreta.
Come cosa concreta è la sofferenza che dà luogo al sonno di morte, quando questi a lei si sostituisce per dare una tregua ad un dolore senza speranza e senza via d’uscita.
Quando lo stomaco dà delle scosse che sembrano elettriche, quando si stringe in un nodo di ansia e paure, quando il respiro si fa impossibile così come la stessa esistenza.
La veglia obbligata, senza alcuna pietà, ci costringe a star male così, non si muove a pietà in certi momenti la vita, non da una tregua il giorno, sola la morte ha pietà ma quando pietà si implora non viene concessa.
Così il sonno compassionevole ci viene incontro, ci anestetizza la mente e se la porta nel mondo del nulla dove la realtà sotto l’effetto di una droga, per una volta non letale, scaccia il pericolo di farci del male per non sentire più male.
Il sonno è la morte e la morte è sonno e non spaventa il sonno quando dormire significa non sopportare quel modo di stare svegli, quando non vale più la pena pagare alla vita un prezzo troppo alto per poter essere vissuta.
Il sonno viene appena può, dove può e quando può, ci fa morire per darci ancora un’opportunità di vivere, ci soccorre quando l’anima è sotto le scarpe, quando gli occhi fissi non si rialzano da terra, quando il cervello non riesce a far dir le cose alla bocca.
Quando non si mangia da giorni, quando neppure le lacrime riescono più ad uscire, quando ci si ricorda delle preghierine dette da bambini e che in questo momento si trasformano in struggenti, personali, implorazioni di aiuto.
Si dorme, si muore, non si riposa magari ma non importa il riposo, conta solo il non vivere quando il vivere, vivere non è, conta solo che il sonno sia più lungo possibile, conta solo inchiodare la luna alle stelle e le stelle alla notte perché mai venga mattino, un mattino troppo frettoloso, troppo pesante, troppo feroce per sopportarne la luce.

 
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Il mio libro, prefazione

Post n°195 pubblicato il 18 Gennaio 2011 da lontano.lontano
 
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Il treno nella nebbia è la storia di un treno regionale che si perde in una nebbia strana, irreale, inspiegabile.
E' una storia vera, forse, forse è solo un sogno, un'immaginazione, una fantasia, forse ambedue le cose.
La realtà reale si alterna con quella irreale ma, sempre realtà è, mentre la si sta vivendo e, se sono autentiche le sensazioni, gli stati d'animo e le emozioni.
Lascio ad ognuno di voi che leggerete, scrivere il finale della storia, decidere se, in un alba di un mattino di novembre, non è successo niente o è successo tutto su quel treno che ha viaggiato per ore o per pochi minuti sul confine del tutto e del nulla.

 

 
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Il treno nella nebbia. 1° parte

Post n°196 pubblicato il 18 Gennaio 2011 da lontano.lontano
 
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Sono le 5.25 di un mattino di pioggia, il temporale gira ancora per un cielo color della notte, si avvicina per poi allontanarsi di nuovo e i lampi sono seguiti dal rumore di tuono ovattato ma pesante.
Tra meno di dieci minuti arriva il regionale che mi porta al lavoro, timbro il biglietto, o meglio, lo oblitero e mi viene da pensare a chi possa esser venuto in mente di usare questo verbo.
Obliterare sa di burocratese, di politichese, quei linguaggi usati al solo fine di non far capire nulla, mi è antipatico obliterare ma, mai quanto ticket, e meno male che almeno qui si parla di biglietto, in italiano.
Nei parcheggi invece, è solo ticket all’inglese, ma perché per il treno posso acquistare il biglietto e per l’auto devo ritirare il ticket dalla macchinetta?
Mah, io questo nostro Paese non lo capirò mai, abbiamo una storia senza pari, una cultura superiore a quella di tante altre nazioni, siamo la patria di genialità eccelse ma tutto ciò viene dimenticato, accuratamente occultato perché abbiamo il timore del provincialismo.
E’ poco fine parlare l’italiano in Italia, puoi apparire culturalmente arretrato se lo fai, non sei alla moda se dici “Va bene” e non “ok”, devi dire parole estere delle quali non conosci il significato ma questo non conta, perché per nessuno conta, basta dirle.
Mi piace divagare su questo tema ma, nello stesso momento, mi dà fastidio perché è per me insopportabile questo appiattimento, quest’essere dipendenti da mode e comportamenti portati da chi ha tutt’altre radici, un fastidio vedere il senso di inferiorità che il nostro popolo manifesta.
Con questi pensieri in testa, mi avvicino allo schermo degli arrivi installato quasi alla fine della colonna che sostiene la copertura del secondo binario, è come un televisore, fisso sulla pagina del televideo, la pagina dei treni in partenza e, tra qualche minuto, anche il regionale sul quale salirò comincerà a pulsare e colorarsi di rosso.
Ci siamo in due sul binario, su quello di fronte altre due persone che entrano nella sala d’attesa, non è un orario di punta le cinque e mezza, gli studenti si accomoderanno sui treni successivi e, forse, anche per i pendolari come me è ancora un po’ presto.
Silenziosamente arriva il treno, scivola sui binari bagnati da ore di pioggia che non smette, gocciolano i finestrini che passando davanti ai miei occhi mostrano qualche persona assopita e tutti i posti vuoti, le porte si aprono ad un metro da me, mi avvicino e salgo.
Mi siedo su una delle quattro poltroncine, quella vicino al finestrino fronte direzione del treno, perché mi han sempre detto che così non si soffra il mal di mare, o di treno per meglio dire.
Saranno balle, esperienze personali di persone di cent’anni fa che hanno viaggiato sui treni a vapore o sulle littorine ma, visto che la possibilità di scelta non mi manca, mi siedo proprio lì.
Però, ora che ci penso, anch’io ho viaggiato sulle littorine e ci ho vomitato spesso, non so da che parte fossi rivolto, forse con le spalle alla direzione, forse neppure seduto, in piedi, si si in piedi sulla piattaforma dondolante, dondolante da morire.
E’ vero, mi ricordo come se fosse ora, dovevo esser piccolo ma, non tanto da non capire il patimento al quale sarei stato sottoposto vedendo arrivare la littorina sulla quale sarei dovuto salire.
Odiavo quel treno, vedevo da lontano il suo muso tondeggiante, marrone con qualcosa di rosso, sul davanti e lateralmente, mi pare, una striscia in basso all’altezza delle ruote.
Stavo male solo a vederla e non posso escludere qualche mio pianto unito alla protesta di non volervi salire, un capriccio di bambino ma giustificato, così come si poteva giustificare l’atteggiamento dei miei genitori se non ottemperavano alle mie richieste di prendere un treno diverso.
Oggi non c’è più la littorina, è andata in pensione, mentre io ci sono ancora e, per quanto riguarda la pensione, la vedo solo come un miraggio lontano.
Guardo fuori dal finestrino mentre il treno riparte, piove ancora e il mattino non schiarisce il cielo.
Passata la prima galleria vedo il mare imbronciato e le luci delle cittadine vicine che si allontanano, vivo in un paradiso e manco me ne rendo conto pienamente.
Ci si abitua a tutto, alle cose belle come a quelle brutte, non ci si meraviglia più, non ci si indigna più, si sente ma non si ascolta, si vede ma non si guarda più, nemmeno il Paradiso.
Non è giusto non avere il tempo o la voglia o la sensibilità per apprezzare tanta bellezza, milioni di persone pagano per venire qua e potessero restarci lo farebbero mentre noi che qua siamo, non ci facciamo neppure caso, non riusciamo ad apprezzare la bellezza di questo incanto.
Il mio viaggio dura pochi minuti, i comuni rivieraschi sono attaccati uno all’altro come quartieri di una città metropolitana, con un treno veloce in un’ora si va da Genova a La Spezia, con uno come quello su cui mi trovo occorrono tre quarti d’ora in più, ed io non ho alcuna premura perché devo entrare al lavoro tra quarantacinque minuti.

Ancora una galleria, non so di preciso quante ce ne siano nel tratto di percorrenza ma questa dovrebbe esser l’ultima.
Sento il rumore tipico del treno nel tunnel, quel rumore amplificato dalle pareti nere che sfiorano il convoglio, appena uscito vedrò le luci di Chiavari, i suoi tipici lampioni, le sue strade vuote, immobili, sole a quest’ora.
Guardo fuori per capire se piove anche lì, ma è possibile che il treno sia ancora in galleria?
Il rumore non c’è più, quindi siamo fuori per forza ma, il treno non rallenta la sua corsa avvicinandosi alla stazione, c’è nebbia fuori, tanta nebbia, una nebbia avvolgente che non mi permette di vedere nulla al di la del vetro.
Non l’avevo mai vista così fitta, è vero noi non ci siamo abituati alla nebbia, è rara da noi ma, mi pare esagerata e poi tutta qui, mentre quando son salito non c’era neppure l’ombra.
Adesso scenderò e la vedrò da vicino, in fondo è affascinante, nuovo per me camminare per strada tra quel fumo irreale, mi piace l’idea di vedere lo scenario cambiato, come lo cambia, rendendolo magico, la neve.
Sì, ma perché il treno continua la sua corsa, senza lo stridore dei freni che attanagliano le ruote, senza decelerare, e i binari perché non fanno più rumore?
Mi guardo attorno alzandomi in piedi, come se dovessi prepararmi alla discesa, c’è un signore nei pressi dell’uscita opposta che probabilmente si sta ponendo le stesse domande.
Prima con gli occhi, con la mimica facciale, poi con le parole mi dice: “Ma perché non si ferma?”
Già perché non si ferma? Io scuoto la testa come quando si dice di no ma, lentamente e più volte, socchiudendo le labbra nel tipico gesto che significa “Non riesco proprio a capire”. “C’è una gran nebbia”, aggiungo “E sembra che il treno non sia più sui binari, perché c’è troppo silenzio ma, che sta succedendo”?
Lui mi guarda interrogante, come se avessi detta una cosa di fantascienza ma sa che è vero, e mi dice: “Che facciamo”?
Non faccio a tempo a rispondergli che si apre la porta del piccolo antro di congiunzione tra le carrozze, sono alcune persone che dalla coda del treno si stanno portando verso la testa per raggiungere il capotreno, il controllore, la cabina di guida, chiunque, per chiedere cosa mai stia accadendo.
Li lascio passare perché sono lanciati ed anche per guardare il mio cellulare per vedere l’ora poiché io, per abitudine, non porto l’orologio, mi da fastidio al polso, e poi non mi serve neppure un granché.
Non c’è campo e posso capirlo ma, perché segna le 5.39 soltanto?
Secondo me è passato molto più tempo, mi fermo a controllarlo, voglio vedere se scatta sui 40, ci mancherebbe pure che mi si fosse rotto il telefono proprio stamattina che avrei potuto averne bisogno per avvisare di un eventuale ritardo.
Non scatta ma gli accordo ancora fiducia e conto fino a 60, è un minuto intero non può non scattare se funziona ancora, 59, 60…….
Niente, non va proprio, per fortuna che non si è guastato nella notte ed è suonata la sveglia stamattina altrimenti dormirei ancora, penso, ma, forse, sarebbe stato meglio essere ancora a letto piuttosto che su un treno avvolto da una nebbia che filtra dai finestrini e che continua a correre senza una spiegazione logica.
Mi affretto pure io verso la motrice, chi mi ha preceduto ha aggregati gli altri passeggeri passando, per cui cammino su carrozze abbandonate, ne passo tre o quattro non so e sono arrivato.
Vedo il controllore attorniato da una piccola folla, una cinquantina di persone più o meno ma con stupore mi rendo conto che ci sono anche i due conduttori, lo capisco dai giacconi blu e verdi che indossano e perché sono i più attoniti e spaventati.
Si esprimono a voce alta, gridano quasi, con voce rotta dall’emozione, “Non frena”, dicono, “Non risponde ai comandi, va da solo e non si vede dove, non si vede niente, le luci rimangono accese all’interno, i fari riflettono come uno specchio la nebbia, ma non si vedono i binari, anzi, i binari non ci sono proprio ed il motore è fermo, ma il treno va”.
                                              continua

 
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Il treno nella nebbia. 2° parte

Post n°197 pubblicato il 19 Gennaio 2011 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Ma no, sto sognando, ora il cellulare mi sveglierà, purtroppo mi sveglierà, e dovrò fare la solita doccia veloce, io che veloce non sono, mangiare qualcosa, bere un po’ di tè, vestirmi in fretta, col solito pensiero mattutino in mente: Appena torno manco mangio e mi infilo di nuovo a letto.
Lo penso tutte le mattine, ma lo avessi mai fatto una sola volta, macché, quella voglia opprimente di starsene lì a letto è tipica del mattino, non è praticabile alle 15 del pomeriggio, mancano le condizioni, l’atmosfera giusta e la giusta causa.
Infatti, sarei a disagio se lo facessi, mi sentirei in colpa per non fare un salto da mia madre, peccherei di pigrizia se mi infilassi a letto senza fare le cose che un pomeriggio permette di fare, in colpa, quel maledetto senso di colpa che agisce sulla coscienza e la manipola come vuole.
Faccio ragionamenti anche sognando e mi sembrano reali, tutto mi sembra vero ma qui ora è più vero del vero, sento l’odore del treno, di quella coltre fumosa strana che si avvolge su se stessa spostata dalla corsa di questi, sento le voci di altre persone, in maniera nitida, come mai il sogno permette di sentire.
Vi funzionano i telefoni e gli orologi"?
Chiedo sperando in un si che non verrà, “Macché, abbiamo provato più volte a chiamare le stazioni operative, ma non funziona nulla e gli orologi son tutti fermi, son tutti indietro di troppo per essere credibili”, mi dice un macchinista.
Ma guarda te, di solito vado in moto al lavoro ed ora, che comincia a far freddo, in macchina e, proprio stamattina che ho dovuto prendere il treno succede questo, ma questo cosa?
Non lo so, so solo che non è un sogno, o meglio, so che sono sveglio ma che potrebbe essere ugualmente un sogno, in fondo, una cosa irrazionale, cosa potrebbe essere se non un sogno o un incubo?
No, non ci voglio pensare, non voglio credere che sia un incubo, e poi non ho paura, non sono neppure preoccupato, non sento minacce, non penso ad una catastrofe ferroviaria, non penso alla morte.
Sono scocciato per il non sapere, per non trovare una spiegazione in me e non averla da nessuno di quelli che come me, probabilmente, la stanno inutilmente cercando dal personale di Trenitalia che, ne sa quanto noi ma, solo perché occupa quel ruolo, è ritenuto responsabile anche quando non può più materialmente esserlo.
Le disperate domande e le non pervenute risposte ingenerano angoscia, può accadere di tutto ad un treno che viaggia al di fuori dei binari, che vola non si sa dove, non si sa per quanto, e senza un perché, si può morire su un treno così e se non si muore cosa succede?
Mi vado a sedere nel secondo gruppo delle quattro poltroncine, sempre in favore della direzione del treno, ormai l’abitudine è quella e lentamente, prendono posto anche gli altri passeggeri.
Leggo nervosismo nei loro volti, una paura composta, un panico sotto controllo che non sfocia in comportamenti esasperati come forse la situazione potrebbe giustificare.
Io penso che il nostro viaggio verso l’ignoto, quel non capire, quell’essere sospesi in un luogo senza tempo, in questa realtà irreale, abbia modificate le reazioni emotive elementari.
Nessuno grida, nessuno ha reazioni nervose, isteriche, sembra che tutti credano di sognare, il nostro modo di pensare materialistico, legato alle cose terrene, ci porta a non credere fino in fondo a ciò che sta accadendo.
Il treno non sta deragliando, non sta andando a tutta velocità contro un altro convoglio che, per un tragico errore umano, si trova a correre anch’esso sullo stesso binario, non sappiamo quale sarà la nostra fine come al contrario ne erano a conoscenza le vittime di altri disastri.
Se ci trovassimo su un aereo, ad esempio, un guasto, un cedimento strutturale, un vuoto d’aria, una scusa qualsiasi ed il velivolo perde quota, scende in picchiata per interminabili minuti prima dello schianto, dell’inevitabile fine ed, in quel lasso di tempo, i malcapitati possono rendersene conto, hanno la certezza del loro ineluttabile destino.
Noi no, non sappiamo ipotizzare nulla o forse al contrario, abbiamo troppe ipotesi da fare e, come sempre, il troppo ed il niente finiscono per combaciare.
Mi stringo nel giaccone mentre guardo fuori, non fa freddo perché il riscaldamento funziona come funzionano le luci, son però bloccati i motori, i comandi, i telefoni, il tempo.
Sembra che un’energia esterna renda possibile il funzionamento di alcuni sistemi e ne blocchi altri, sembra che una forza potentissima attiri il treno, lo risucchi e, la nebbia lo racchiuda stabilizzandolo, tanto da non percepire il minimo ondeggiamento.
Sono distratto dai miei pensieri e non mi sono accorto subito che tre persone son venute ad occupare i tre posti liberi prossimi al mio e, solo il dialogo tra due di esse mi riporta all’attenzione.
Dai loro discorsi, dal loro raccontarsi, capisco che quello di fronte a me è un ragazzo dei centri sociali e quello che gli sta vicino è un quarantacinquenne senza lavoro e senza una fissa dimora, anzi senza una dimora proprio, visto che dorme in una stazione ferroviaria.
Il terzo, quello accanto a me, ha all’apparenza qualche anno in più del primo e qualcuno in meno del secondo, porta gli occhiali e non dice una parola.
Il senzatetto parlando col ragazzo, coinvolge anche il mio vicino di posto e me nel loro discorso, certamente gli viene facile e spontaneo farlo perché è ormai parte del suo “lavoro”.
Si presenta, “Sono Claudio” dice a me e a Mirko, questo è il nome del mio vicino di posto, allungandoci la mano, fa lo stesso Sandro, il ragazzo del centro sociale.
Tra loro però usano l’intercalare “Fra” che sostituisce i loro nomi, forse vuol dire fratello o non so, lo ha detto per primo il ragazzo, perché probabilmente usa così nel suo ambiente e così per comunanza anche Claudio si è adeguato.
Raga é tutta n’à m…..” dice Sandro, come si lamentasse del servizio ferroviario, o come se, per un attimo, dimenticasse la realtà attuale per parlare della realtà, reale fino a poche ore fa.
Il discorso tra lui e Claudio, il senzatetto, era iniziato già prima e verteva sulla situazione politica e sociale attuale, sulla difficoltà di trovare un lavoro, di poter pagare un affitto o contrarre un muto o di farsi una famiglia.

Io ce l’avevo una famiglia”, dice Claudio tirando fuori dal portafogli una tesserina con dentro una foto che ritrae due bambini di pochi anni, un maschio e una femmina, “Poi la madre me li ha portati via”.
Non riesco a comprenderne i motivi perché, forse pure per Claudio sono incomprensibili, ciò che ho capito è che il lavoro che aveva lo ha perso con fallimento della ditta per la quale lavorava.
“E’ tutta n’à m ….” rileva Sandro aggiungendo: “Ho ventun anni e ho lavorata un’intera stagione nei ponteggi, la ditta di cui ero dipendente ha presa una commessa per una ristrutturazione, ha rimandati i pagamenti a noi operai di mese in mese, con la promessa del pagamento il mese successivo”.

Noi vista la scarsità del lavoro che c’è e la speranza di esser alla fine pagati, abbiamo atteso fiduciosi ma terminati i lavori, la ditta si è resa irreperibile ed è sparita assieme ai soldi che ci doveva, abbiamo lavorato per essere fregati da dei delinquenti”.
"Di questi personaggi c'è pieno", rileva Mirko, "Io lavoro nelle assicurazioni ed il titolare della mia agenzia mi sta vessando, non mi vuole come dipendente ma solo come agente, procacciatore di polizze a percentuale, senza neppure un minimo di stipendio".
"Mi vorrebbe sostituire con una persona giovanissima, alle prime esperienze lavorative, per risparmiare su stipendio e contributi, poi se non sa fare nulla è lo stesso e, meglio ancora, se si licenzia qualche mese dopo, dando a lui la possibilità di sostituirla con un'altra ed un'altra ancora tanto da avere lavoratori a costo zero".
C'è amarezza in questi discorsi e se ci trovassimo su un treno a lunga percorrenza o anche su un treno "normale" ne parleremmo per ore ma su questo in cui ci troviamo, tutti i ragionamenti vengono spezzati dall'ansia.
I problemi vissuti fino a ieri non hanno più senso oggi, fanno ancora male nello stomaco e nell'anima ma è solo il dolore che resta, non ci si pensa più lucidamente come solo poche ore prima sarebbe accaduto, ora l'unica domanda che occupa la nostra mente è"Cosa sarà di noi?".
Già, che sarà di noi? E' da un po' che ci penso, racchiuso nel giaccone, con la schiena appoggiata verso la parte bassa dello schienale, scivolato in avanti per avere una posizione più confortevole, e la testa da un lato appoggiata ad un braccio piegato.
Mirko, in mezzo al silenzio che si è fatto pesante, dice che se almeno funzionassero i cellulari avrebbe potuto avvisare la sua ragazza che tra qualche ora sarebbe atterrata all'aeroporto di Pisa, lui aveva fatta quest'alzataccia stamattina proprio per andar ad accoglierla.
Ha ragione, se almeno potessimo dire cosa ci sta succedendo, potremmo lasciare una traccia di noi, dare un motivo all'assenza ma così, ogni ipotesi sarebbe giustificabile, ogni ipotesi tranne questa di cui facciamo parte ed alla quale nessuno mai crederebbe.
Io tengo i pensieri per me, non voglio creare paure maggiori di quelle che già a dismisura si saranno impadronite dei miei compagni di viaggio, vorrei anzi, dare una speranza credibile sulla quale appoggiarci ma, mi rendo conto, che l'impresa sia impossibile.
La nebbia in cui si trova il treno, gli strumenti fermi e non funzionanti, il tempo senza tempo mi fa pensare alle innumerevoli scomparse di aerei e navi nel triangolo delle Bermuda.
Personalmente, penso che non tutto e non solo ciò che si può dimostrare possa esser vero, noi ci troviamo a vivere in un pianeta tra i milioni di pianeti sparsi in milioni di galassie, un piccolo punto nell'universo, con le proprie leggi chimiche, fisiche e matematiche conosciute ma, nessuno ci può garantire che non ce ne possano essere di altrettante a noi ignote.
Leggi valide poi solo qui, ma di quelle valide su altri pianeti, nulla sappiamo perché la nostra mente rifiuta un qualcosa che possa mettere in crisi i nostri dogmi, le nostre certezze, il nostro ristretto pensiero, il nostro modo materialistico di intendere la vita.
E' la paura che ci porta a negare ciò che non riusciamo a comprendere, quella stessa paura che ora ci sta attanagliando, perché non ha una ragione spiegabile, una paura di quel niente che diventa tutto quando tutto diventa possibile, anche l'impossibile.
Che fine hanno fatta quelle navi e quegli aerei scomparsi come in buco nero e che fine han fatta i loro equipaggi, e che fine faremo noi, inghiottiti da una nebbia fitta che potrebbe non restituirci neppure all'umana pietà?
Vedremo gli alieni, gli equipaggi di quegli U.F.O. che tanto hanno infiammata la nostra fantasia, sapremo finalmente la verità sulla loro esistenza ma, quella verità, non potremmo mai divulgarla ad altri.
E se così fosse, cosa ci faranno?

Saremo utili per degli esperimenti, manipoleranno i nostri corpi e le nostre menti per poi rimandarci sulla terra e quindi, servirsene per i loro scopi di conquista?
Non voglio soffrire, l’uomo non è fatto per il dolore, non ha senso creare sofferenza, non è umano, neppure da parte di coloro che del genere umano non fanno parte.
Ho paura di questo e, la mia paura, ha fondamento proprio nella mia appartenenza al genere umano, si proprio noi, che ora temiamo il dolore, dolore e atrocità abbiamo causato ad altri esseri viventi.
Per la legge del contrappasso non potremo chiedere pietà e, se lo faremo, saremo inascoltati e derisi perché nessuna pietà e nessuna umanità noi uomini abbiamo avuta verso esseri che, sempre abbiamo creduti a noi inferiori, senza intelligenza, senza anima, senza destino.
Abbiamo ucciso per puro divertimento, con armi sempre più sofisticate cacciato ogni tipo di preda, in maniera sleale, impari, senza lasciare possibilità di scampo alla vittima.
Uccisi animali, non alla fine dei loro giorni ma cuccioli, per le loro tenere carni o le loro pellicce o, solo per dare spettacolo, o per fini di lucro, unicamente perché inermi al cospetto della nostra tirannica potenza.
Ed ora che siamo diventati noi gli inferiori, impazziamo al solo pensiero di questi ruoli invertiti, e potremo piangere o tremare davanti ai loro laser o chissà a quali altre infernali strumentazioni ma, i dominanti non ritengono degni di vita propria i dominati.
Fosse diverso da questo il nostro destino!
Non so neppure immaginare come ma diverso, morire e basta, si mi basterebbe morire, fare una fine terrena, senza neppure la speranza di una vita celeste, senza avere l’immortalità in cambio, basta non patire.
Smaterializzati, dissolti nel nulla, indimenticabili per qualche mese nei discorsi di tutti poi solo nel cuore di qualcuno poi, dimenticati definitivamente, come tutti, da tutti.
Saremo ed, a questo punto, siamo già, persone scomparse, la nostra presenza non coincide con i nostri impegni ma nessuno può conoscerne la causa.
Il treno sarà forse definito "soppresso" dalle fonti ufficiali, affinché non si generi il panico, ed i suoi passeggeri, non passeggeri, nessuno, infatti, può sapere chi effettivamente salga o scenda da un treno ma, del suo personale che si dirà?

Vorrei dormire per non pensare, per non vedere i volti che riflettono il mio identico stato d'animo, per non assistere alla mesta agonia delle aspettative, dei sogni, della voglia di vita che, solo in questo frangente, scoppia nel cuore di tutti.
Forse solo ora ci rendiamo conto di ciò che stiamo per perdere, di tutto ciò che pensavamo di non avere ed avevamo, di quel niente che non immaginavamo fosse così tanto, che fosse tutto.
Abbiamo vissuto senza mai pensare un solo istante che la nostra vita potesse avere una fine, abbiamo vissuto come se il tempo per noi non finisse mai, abbiamo vissuto da eterni.

Mi sovviene a questo proposito un articolo che scrissi un po’ di tempo fa e che suona oggi come una premonizione, come il rimpianto di cose non fatte quando ancora avremmo potuto e come oggi vorremmo provare a fare se solo avessimo ancora il tempo per farle.

                                 vedi    Vivere da eterni.

                                         Continua.

 
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Il treno nella nebbia. 3° parte

Post n°198 pubblicato il 20 Gennaio 2011 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Mi gira di tutto per la mente ma sono pensieri in sottofondo, è il mio passato che oggi è portato ancora più lontano da un presente senza un barlume di futuro.
Ogni tanto vengo distratto dalle parole che per la disperata voglia di non arrendersi alla realtà che stiamo vivendo, dicono i miei tre compagni di sventura.
Ho preso questo treno” dice Claudio il senzatetto “Perché intanto dormire in stazione non è possibile dopo una certa ora ed ho pensato di andare a far la colletta a Spezia, per vedere se lì si lavora di più”.
Da come ne parla, Claudio intende il suo, proprio come un lavoro normale, parla di orari e momenti di pausa, non chiede l’elemosina, fa la colletta, non è un “barbone” ma un libero professionista e parla di guadagno.
Mi chiedo se sia felice della sua vita, ma io sono felice della mia?
E Sandro e Mirko lo sono della loro?
E poi in fondo cos’è la felicità?
E cos’è la vita?
La felicità secondo me non è una sensazione impossibile, si può esser felici ma solo per un tempo limitato e brevissimo.
La felicità è il momento di una gratificazione, di una cosa riuscita, di una tessera che il destino inserisce esattamente nel gioco ad incastro dell’esistenza ma che non basta a completarne il quadro.
La felicità come arriva sfugge perché è limitata nel tempo e nello spazio, ha un passato di ricordi, un attimo di presente ma nessun futuro.
Ci si ricorda di come ci abbia sfiorati un giorno, forse illusi ma, è solo una memoria, non fa felici la felicità passata, anzi, lascia malinconia e rimpianti, tristezza per come sia stata troppo presto spazzata via da un vento che perennemente soffia.
E la vita, questa nostra vita che ora è solo nelle mani di nessuno, cos’è veramente?
La vita è un gioco che dobbiamo giocare senza conoscerne le regole, in ogni gioco ci sono e si devono rispettare, come ci sono degli scopi da conseguire, come c’è chi vince e c’è chi perde, poi ogni giocatore ci mette la propria abilità e la propria intelligenza, tutto il resto è fortuna.
Ma nella vita quali regole ci sono, qual'è lo scopo da raggiungere, come si fa a vincere o anche solo a non perdere e poi, come si capisce chi è il vincente ed il perdente, come si può utilizzare la propria abilità o la propria intelligenza senza saper cosa si deve fare?
L’unica cosa certa in tanta incertezza rimane ciò che razionalmente non esiste……. la fortuna.
Nella dichiarazione di Indipendenza americana, sono citati assieme, il diritto alla vita e quello del perseguimento della felicità, due fondamenti ad effetto non c’è dubbio ma, sulla carta, parole piene di buone intenzioni ma vuote di contenuto.
E’ troppo semplicistico sancire il diritto all’esistenza senza però dire quale esistenza.
Anche gli schiavi venivano lasciati vivere perché erano utili, manovalanza a bassissimo costo ma era vita la loro?
Ed era vita quella di chi nasceva per forza, già condannato ad una pena per una colpa mai commessa, a causa di alterazioni genetiche o patologie che lo avrebbero trasformato nel corpo e annientato nella psiche?
E perseguire la felicità cosa vuol dire in concreto, visto che la felicità è fatta di attimi e non é duratura, come si rincorre e cosa si vuole intendere con tale vocabolo?
Forse meglio sarebbe stato accostare alla parola vita la parola serenità, una vita serena ha senso compiuto, la serenità può durare nel tempo, è molto meglio essere sereni piuttosto che felici ma è uno stato molto più difficile da conseguire.
La differenza sostanziale consiste nel fatto che la felicità non dipende mai da noi mentre la serenità dipende esclusivamente da noi.
Possiamo essere felici per una cosa inaspettata, gradita come una sorpresa, proprio perché è una sorpresa ma, sappiamo bene, che altre cose inaspettate si succederanno e siamo ben coscienti che potrebbero essere non altrettanto gradite.
Se la mattina della partenza per una gita vediamo il sole, siamo felici ma, che merito abbiamo noi per tali condizioni climatiche favorevoli?
E tale felicità siamo certi perdurerà per l’intera giornata?
Basta un contrattempo, un piccolo guaio, una contrarietà qualsiasi e la nostra felicità mattutina è già bella che dimenticata.
La serenità al contrario va cercata dentro di noi, si può definire quello stato di benessere interiore che ci permette di superare in maniera più vivibile le contrarietà.
Non fa spuntare il sole se piove proprio il giorno della gita ma aiuta a vedere sotto un’altra luce l’aspetto negativo della situazione.
La pioggia è bella anch’essa, c’è del fascino, del romanticismo in quelle gocce che danno vita ad un paesaggio addormentato nel grigio, si possono fare altre cento cose quando piove, basta star bene con se stessi.
Nei manifesti che annunciano l’allontanamento da questa terra di una persona, si può leggere che si è spenta serenamente, non felicemente, se cosciente, non può esser stata felice di lasciare questo mondo ma serena si.
Serenità è la tregua dagli affanni è andare a letto e dormire senza rigirarsi sopra il materasso e nelle ansie e le paure che il giorno porta con se, è vivere, è quando vale la pena di vivere.
Senti Fra” mi riportano alla nostra irrealtà le parole di Sandro che rivolgendosi a Claudio, il senzatetto dice: “Noi ragazzi del centro sociale, stiamo rimettendo a posto un ospedale a Genova, è lasciato in stato di abbandono, mai usato, ci sono i letti e persino la cucina, è sopra il Righi, lo facciamo per chi vive per strada come te ed appena lo renderemo agibile tu verrai lì, dammi il numero di telefono che ti avviso io”.
Claudio risponde che non possiede il telefonino ma che è reperibile nella tarda serata presso la stazione di......., la sua residenza notturna. Mentre ero perso nella mia meditazione, loro si son evidentemente scambiate le immagini delle loro situazioni, per me, vista sempre e solo dal di fuori, nuova ed insolita, quella di Claudio, non così per Sandro che non si scompone per nulla ascoltandola visto che è stata vissuta anche da lui in prima persona.
Mirko a quelle parole, apre gli occhi socchiusi dai pensieri e mi dice a bassa voce, quasi per non offendere coloro che seriamente stanno parlando, una frase che, in altri momenti o, se detta da un’altra persona avrebbe avuto il sapore di una battuta scherzosa ma che ora nulla di divertente stava esprimendo: “Mi sa che lì ci dovrò andare pure io”.
Siamo spaccati a metà, la voglia che avremmo di sentirci ancora parte del mondo conosciuto, il credere di esserlo ancora, di essere vivi ancora per tutti e non solo per noi stessi, da una parte e la sensazione concreta di trovarci al di fuori di ciò che fino a ieri era ed oggi già non ci appartiene più.
Mirko vorrebbe parlare ed io ascoltare ma ciò che lui mi vorrebbe dire e ciò che io ascolterei da lui ci riguarderà ancora?
Non lo sappiamo, come non lo sanno Claudio e Sandro come nessuno che è con noi su questa carrozza lo sa, non sappiamo che cosa ci succederà tra poco, tra tanto, o forse ci è già successo.
Ma ugualmente, sconfortato si confida: “Non ce la faccio più, sono anni che faccio questo lavoro e l’ho sempre fatto con passione perché svolto in un ambiente vivibile, ora qui ci sto rimettendo la salute.”

Si legge la sua sofferenza in maniera chiara, il viso tirato esprime un disagio che ben conosco, le sue parole escono non dalla bocca ma da un’anima inquieta e ferita.
Mi dice che ogni giorno le cose peggiorano, che si sta guardando attorno per cercare un altro posto di lavoro ma la situazione è difficile, e teme fortemente di essere sulla strada che conduce alla depressione.
Non dice cose non vere, non sta esagerando, quella maledetta sindrome nasce esattamente così, problemi di natura diversa ma soprattutto quelli in ambito lavorativo portano un individuo ad ammalarsi prima nell’anima e conseguentemente nel corpo.
La depressione è la malattia invisibile, una patologia semplice e veloce nel suo sviluppo e difficile e lenta a livello terapeutico.
Le pressioni ad ogni livello, le persecuzioni e le violenze psicologiche inducono stranamente a colpevolizzarsi, sembra assurdo ma, si arriva quasi a dare ragione al proprio aguzzino pur sapendo che le cose non stanno affatto così.
Questo è il sintomo della caduta della propria autostima, la spersonalizzazione della persona, è l’uomo che diventa manichino, senza più identità, derubato del proprio orgoglio, del proprio carattere, svuotato della propria volontà, della propria forza vitale e riempito di paure e di tormenti che, chi non li ha provati sulla propria pelle, non riesce neppure ad immaginare.
Tutto ciò non è per caso, son strategie studiate, è il metodo che hanno escogitato prima i megadirettori delle grandi aziende per far fuori i dipendenti, poi come tutte le tecniche più infami, è stato seguito anche da quelle con un numero più esiguo di lavoratori.
Sarebbe stato meno facile licenziare un operaio o un impiegato se fosse rimasto integro psicologicamente, si sarebbe battuto per difendere i propri diritti, si sarebbe difeso contro le ingiustizie e le prepotenze, se fosse rimasto uomo, ma così no, regredito ad un bimbo impaurito è tutto molto più semplice.
Infatti, si ridiventa bambini in perenne attesa della punizione, col terrore di recarsi dove questa si può materializzare, chiedendosi perché nulla delle nostre azioni e comportamenti vada più bene, perché si sbagli ogni cosa che si faccia.
E’ immorale, vigliacco il comportamento di chi riduce un uomo in queste condizioni, non avrebbe diritto di vivere chi toglie la vita ad un altro per meri fini di strategia aziendale, indurlo a licenziarsi per logoramento, con nemmeno il coraggio e l’onestà di cacciarlo guardandolo in faccia.
In tal modo, ad un tratto, un uomo passa dalla vita ad una non vita, non riesce a mangiare, non dorme la notte, le sue gambe non riescono più a sorreggere il corpo, il cervello riesce a stento a ragionare ed il cuore è diventato un normale muscolo involontario.
Ci si butta sul letto con gli occhi spalancati nel terrore ed allora si prega, sì quando la depressione si è appropriata di noi si prega, è il momento peggiore quando altro non rimane che la preghiera, quando tutto si sente perduto e tutto si affida alla pietà Celeste.
Si implora la fine di quell’incubo in quella disperazione totale e, si vorrebbe dormire, perché il sonno è la fuga da quella realtà e non ci si vorrebbe più risvegliare per non doverla affrontare di nuovo.
Dormire per sempre, morire una volta per tutte per non farlo poco a poco nella straziante agonia per la vittima e per tutti coloro che le stanno vicino, per chi non riesce a capire la ragione di quel tormento, un tormento che non si è in grado di spiegare perché in quell'angoscia disperante non ha comprensione.
Soli chiusi dentro se stessi, e fuori, un mondo ormai estraneo ed insignificante, un mondo che si vorrebbe lasciare al più presto, senza il coraggio di trasformar in immediato, quel "presto".
Sono inutili, anzi dannose, le parole dette per far coraggio, dette con le migliori intenzioni ma che sortiscono un effetto contrario: Tirati su, non lasciarti andare!, Vai a fare due passi che fuori c'è il sole!, Guarda quanta gente c'è in giro! e tutte quelle dello stesso tenore non fanno altro che dare la percezione a chi è perso in un buco nero, di essere sempre più diverso dagli altri, sempre più incompreso, sempre più solo, sempre più morto.
Ma cosa può interessare a chi non esiste più della gioia degli altri, del loro passeggiare al sole, della vita che sorride loro mentre la sua vita, quella stessa vita che appena qualche mese prima amava, ora è diventata un peso insostenibile, una vita da odiare.
Non si odia però la vita in senso assoluto ma questa vita, questa vita trasformata in dolore, questa vita che ha cancellata l'altra, questa vita che per colpa di altri è diventata di altri e di nessuno.
Ecco perché si è titubanti a metterle fine, ecco perché manca quel coraggio che scaccerebbe la paura, ecco perché quel briciolo di razionalità istintiva può proteggere, come un salvataggio di un dato su un computer, dalla cancellazione di una vita assieme alla cancellazione dell'altra.
La domanda che leggo negli occhi di Mirko e che non riesce a farmi perché con quel mio forse poco carino: "Lo so bene"ho interrotto nell'esposizione delle sue angosce è: Ma si può uscirne?
Premetto che la mia interruzione voleva solo far comprendere a Mirko che il suo problema era stato, ed in qualche raro giorno è ancora, il problema di un altro, dargli la misura di una vicinanza, di non farlo sentire isolato, incompreso e senza speranza.
Certo si può uscirne, altrimenti non sarei su questo vagone questa mattina, si può uscirne solo capendo il problema e risolvendolo, ed uso il verbo risolvere che vuole comprendere anche la maniera drastica ancorché pesante per mille aspetti e, non unicamente con soluzioni illuminate o con colpi di bacchetta magica.
Risolvere il problema, significa decidere tra una non vita presente ed una vita magari durissima futura ma sempre una scelta tra la vita e la morte ed, al ballottaggio, non ci son dubbi che si debba optare per la prima anche quando si identifica con la seconda e ad essa si mischia.
Ci sono momenti nei quali la vita ci mette di fronte a dei cambiamenti, di solito un cambiamento è motivo di disagio e di preoccupazione per ciò che ci aspetta e non si conosce ed è normale che ciò avvenga ma il corso del destino non si può fermare e solo il futuro dirà se sarà stato positivo.
A mio parere, il fato va assecondato, se in qualche modo, ci costringe ad abbandonare un percorso, quel percorso dev'essere abbandonato, soprattutto se riguarda un lavoratore che in un tal clima di ostilità non avrebbe alcuna speranza.
Meglio allora allontanarsi al più presto da quell'inferno, affidarsi ad un neurologo e, contemporaneamente, attivare la procedura per usufruire di un periodo di mutua atto ad evitare le tensioni ambientali lavorative usufruendo dello stipendio.
Nel contempo, la vittima dovrà trovare la forza di inviare curriculum, fare colloqui di lavoro a vario titolo, e se verranno risposte negative, dovrà insistere perché il solo fatto di uscire di casa e di cercare un qualsiasi posto di lavoro permette di ritrovare un contatto col mondo esterno che già era perduto.
Comprendo bene che tutto ciò possa apparire come una sconfitta ma, è meglio continuare a vivere anche a costo di una sconfitta sindacale, piuttosto che non riuscire a campare in un posto di lavoro dal quale si è tagliati fuori.
Licenziarsi il primo giorno di ritorno al lavoro, si fuggire da lì anche se purtroppo in quella casa mancherà lo stipendio il mese successivo, un costo economico in cambio di una vita ma, è meglio un periodo di disoccupazione piuttosto che un periodo di disumana sofferenza, meglio fare la colletta come Claudio, un piatto di minestra ed una branda alla Caritas ma essere ancora mentalmente abili, piuttosto che arrendersi alla depressione piangendo e pregando su un divano.
E questa potrebbe essere la svolta della nostra vita, quella utile a farci incontrare con noi stessi, illuminarci su chi siamo veramente e a cosa inconsciamente aspiriamo, forse un giorno dovremo ringraziare questo terribile momento per un cambiamento che altrimenti mai sarebbe arrivato.
Ci sono alcuni proverbi che racchiudono nella loro essenza tale opportunità: Non tutto il male viene per nuocere, da un male....... un bene, il Signore chiude una porta ed apre un portone, forse proprio in questi distillati di saggezza popolare è racchiuso il segreto del destino dell'uomo e la risposta a come viver meglio la propria esistenza.
Questo è ciò che dico a Mirko, questi sono i rischi da cui vorrei preservarlo, queste sono le parole che ogni volta ripeto a chi attraversa il momento peggiore della propria vita.
Abbandonati sulle nostre poltroncine, parliamo ogni tanto per dimenticare dove siamo, per rimanere strenuamente agganciati a ciò che era e che ora non è più, per non credere fino in fondo a ciò a cui stiamo assistendo.
Serviranno mai le mie parole a Mirko?
Servirà la promessa di un ricovero fatta da Sandro a Claudio?
Cosa servirà o cosa servirebbe a noi tutti ora per sperare ancora?
Il tempo che qui non esiste, sta passando tra lunghi silenzi e discorsi non finiti, mentre il treno non accenna a fermarsi e la nebbia fuori è spessa come avesse consistenza di cosa concreta.
Sarà forse questo il nostro destino?
Restare su questo vagone fino alla fine dei nostri giorni, come in un film di fantascienza assistere alla fine, uno dopo l'altro di tutti i compagni di sventura, moriremo di fame o a causa della sete o ci uccideremo tra di noi, quando i nervi cederanno alla psicosi, avrà una logica, ci sarà una morale nascosta nella favola della nostra fine?
Non lo so, è la cosa più semplice e complicata da dire, non so come finirà, potessi scegliere vorrei morire per congelamento perché tra tutte mi sembra la fine meno dolorosa.

                                            Continua

 
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Il treno nella nebbia. ultima parte

Post n°199 pubblicato il 22 Gennaio 2011 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

Ad un tratto si spengono le luci ed il riscaldamento, la nebbia si avvinghia ai vetri dei finestrini formando stalattiti di ghiaccio, la temperatura all'interno bruscamente si abbassa e non basta più stringersi nei giacconi imbottiti.
Ci stenderemo sul pavimento della carrozza presi dalla gelida sonnolenza fino a che la morte di ghiaccio ci sorprenda nel sonno.
E' singolare talvolta la vita, passiamo anni a chiederci come poter vivere meglio ed ora ci troviamo a pensare come meglio sia morire, con la speranza di una morte per non incontrare la paura di un'altra più cruenta e misteriosa.
Siamo tutti nella prima carrozza, gli schienali delle poltroncine appoggiati a quelli delle altre formano dei piccoli scompartimenti che nascondono i visi ma possono fare arrivare le voci degli occupanti.
Il corridoio che passa in mezzo vede persone andare su e giù da uno scompartimento all'altro per ascoltare impressioni, fare domande inutili perché prive di risposta, imprecare o sfogarsi con persone diverse per non tediare oltre misura chi già troppo fino a quel momento aveva ascoltato.
Nella poltroncina della fila di fronte nell'altro scompartimento obliquo al nostro, è seduta una signora che, commentando quelle esternazioni di nervosismo, guardando verso di me, perché Mirko se ne stava con gli occhi chiusi e la testa appoggiata lateralmente mi dice: “Son qui che già ho tanta paura che basta e ci mancano pure i lori discorsi a crearmi ancora più ansia".
Non l'avevo notata prima, perché ero con la mente altrove ma anche perché lei si era fatta poco notare non avendo mai parlato fino ad ora, è una signora che ha all'apparenza la mia età, capelli neri che fanno corona ad un ovale dai contorni delicati e sottili come le sopracciglia che sovrastano due occhi non grandissimi di un castano color dolcezza.
La bocca piccola con labbra appena marcate, un paio di orecchini rotondi oro internamente e fuori fasciati di blu e granata ed un girocollo rosa con appeso un medaglione tondeggiante d'argento.

Capisco il suo malessere, i suoi tormenti, e la voglia, che si ha in quei momenti, di liberare almeno il cuore quando è impossibile liberare la mente, per cui mi alzo e mi vado a sedere nella poltroncina di fronte alla sua per darle modo di parlare un po'.
Mi dice di essere da pochi mesi un insegnante in pensione e soprattutto di non sentirsi pronta per uscire dal mondo, e poi di uscirne così, senza una causa apparente né un motivo valido, senza neppure uno non valido con il terrore di veder vacillare la propria mente da un momento all'altro.
Lo sconforto le riga con una lacrima la guancia mentre ripete: “ Non penso di meritare una fine così”, e lo ripete ancora cercando in me l'assicurazione che quella “fine” ancora per noi, non verrà.
Adesso glielo dico, pensavo dentro di me, mentre la sua cantilena esce nel pianto, le dico che finirà tutto bene, che ce ne torneremo ognuno alla nostra vita di sempre, che non può succederci nulla di cattivo, che è stato solo un brutto sogno.
Ho sentito che parlavate delle vostre vite, delle difficoltà che avete incontrate, del vostro star male, anch'io ho attraversati momenti difficili, come voi ma nonostante tutto non voglio morire su questo treno o chissà dove ci stanno portando” mi dice.
Mi trovo immerso giornalmente in situazioni nelle quali devo spingere le persone verso la vita, farle vivere trovando un motivo qualunque dentro di esse, inventandolo se non c'è, facendole sognare un sogno per far dimenticar loro la loro realtà o farle accontentare di quello che hanno onde non soffrire per ciò che non hanno.
Ed ora che, presumibilmente, stiamo andando verso un'altra esistenza, paradossalmente, dovrei trovare delle buone ragioni per non vivere quella che prima a tutti i costi cercavo di far accettare, di trovarne dei difetti per far preferire quella che verrà a prescindere da ciò che sarà.
La faccio parlare e si racconta come forse mai aveva fatto prima, vedo che le fa bene raccontarsi ad uno sconosciuto, è più facile senza le remore che una conoscenza comporta e dalle sue parole escono sensazioni sconosciute persino a se stessa.
Mi dice che è sul nostro treno perché sta andando a Chiavari per incontrare un'amica e con lei salire su quello che le condurrà a Bologna, per accompagnarla all'ospedale Sant'Orsola per sottoporsi ad una visita.

Per un periodo di tempo che non so quantificare escono dalla sua bocca riflessioni e qualche sorriso, poi una pausa più lunga, un silenzio che riporta alla realtà e la sua frase: “Mi ha fatto bene parlare con te, sto meglio, ma...”   “Si lo so, ma vedrai che usciremo anche da questo incubo” le dico, non mentendo ma, senza il coraggio di sperarlo, Certo che si” mi risponde mentendo e senza il coraggio di cancellarmi un sogno.
Apre la borsa per prendere dei fazzoletti di carta e qualcosa le ruzzola sotto il mio sedile, mi abbasso per prenderlo ed allungo la mano, scontro qualche supporto in ferro e sento sul dito qualcosa di tagliente, non è nulla ma un po' di sangue comincia ad uscire.
Vado un attimo in bagno per dargli una sciacquata con l'acqua” dico, mentre lascio il posto di fronte a lei.
Dal rubinetto azionato col pedale, esce dell'acqua che faccio scorrere un po' sulla piccola ferita, che poi, asciugo con un foglio di quella carta che le ferrovie mettono a disposizione.

Ne prendo un altro asciutto e ritorno al mio posto iniziale, mentre rassicuro Cristina (così si chiama la signora) con un: “E' tutto a posto”, c'è una piccola traccia rossa sul tovagliolino di carta per cui lo infilo in tasca perché non mi sembra opportuno metterlo nell'apposito contenitore.
Guardo fuori, poi in giro, mi soffermo sui visi delle persone che ho conosciute qui e penso se questa conoscenza rimarrà la sola ed unica di un mattino, fuggevole ed impalpabile come la nebbia fuori, o diverrà fraterna di prigionia oppure eterna per unione nell'aldilà.
Questo non sapere incoraggia e terrorizza, fa nascere la speranza e la fa morire subito dopo, questo non sapere sarà meglio o peggio di ciò che sapremo o che solo altri un giorno sapranno o che nessuno saprà mai?
Ma secondo voi, da quanto siamo qui?
Ci chiede Claudio, aggiungendo:” Non posso permettermi di perder tutto questo tempo senza lavorare”.

Non ho idea ma di certo non giungerò in tempo per l'arrivo dell'aereo", replica Mirko, anche Sandro ha un appuntamento con alcuni compagni e per questo pure lui ha motivo per lamentarsi.
Mi rendo conto come, sia loro che io stesso, non si abbia la percezione precisa di ciò che ci vede in questo momento protagonisti.

Ragioniamo come se stessimo viaggiando su di un treno che porta un cospicuo ritardo, come se si trattasse di una seccatura, di un disagio temporaneo e non di un qualcosa che invece potrebbe metter fine ad ogni nostro disagio.
Sarà l'attaccamento alla vita che si manifesta quando se ne vede la fine, sarà il pensiero drogato di ottimismo come quello al quale ci siamo assuefatti vedendo le immagini pubblicitarie che giornalmente ci vengono propinate ma, quasi ci crediamo veramente.
Ad un tratto dal nulla un grido: “Sta frenando!”
Ci guardiamo in faccia, in silenzio per qualche istante con tutti coloro che possiamo raggiungere con lo sguardo poi i: “Pare anche a me” si rincorrono tra ottimismo e timore.
E' vero, la sensazione che tutti hanno è giusta, il treno rallenta nel silenzio dei binari inesistenti e di ruote che neppure girano, bucando la nebbia che appare più rarefatta.
Siamo tutti con gli occhi incollati ai vetri, qualcosa dovrà pur vedersi, qualcosa dovrà pur esserci oltre quella coltre grigia la fuori.
Paura dell'ignoto, ecco cosa schianta il nostro stomaco, percorre i nostri nervi e si impossessa dei nostri pensieri, la paura di tutte le paure che girano da tempo dentro di noi.
Sì, è giunto il momento, la carrozza è ormai ferma e la nebbia dolcemente si sposta trasportata da un vento leggero che quasi sentiamo soffiare.
Si mostra così ai nostri occhi un paesaggio ancora confuso nei colori pastello che filtrano da un velo di grigio che a poco a poco comincia a cadere.

Si vedono le montagne, i prati verdi, un fiume che scende tranquillo verso il lago e le colline che sovrastano il mare al quale fanno corona degli scogli appuntiti e spiagge dorate.
E' un mondo incredibile di magia c'è tutta la natura compresa in un solo sguardo, lo guardiamo estasiati mentre la nebbia che si dissolve ci permette di metterlo a fuoco in tutta la sua bellezza, compaiono così anche delle figure che liberate dal vento, prendono una forma più precisa e mostrano la loro fisionomia.
Si apre la porta della carrozza senza rumore, come una tenda di sipario che schiude lo spazio in quel mondo incredibile, ci sono passeggeri che mettono la testa fuori ma senza l'ardire di scendere.
Dal vetro abbassato del finestrino del nostro scompartimento, vedo avvicinarsi una figura che, in lontananza mi pareva mio padre ma che, la razionale incredulità mi suggeriva non poter essere vero.
Si avvicina ancor più alla porta spalancata, ora non ho più dubbi e preso dall'emozione più grande grido sui visi di Claudio, di Sandro e di Mirko girandomi di scatto per correre verso la porta: “E' mio padre!”
Arrivo sui gradini ed è lì a pochi passi da me nel suo vestito più bello, quello che paradossalmente si indossa nel giorno più brutto, e mi sorride allungando appena il braccio verso di me mentre nella mano dell'altro, stringe una sciarpa ripiegata a metà.
La mente mi vola all'ultimo ricordo che ho di lui a quell'immagine fissata nelle parole che gli scrissi quando lo lasciai, con la speranza di ritrovarlo un giorno.
Devo dirti addio e con te dico addio ad una parte di me, una parte che tenevo nascosta nel cuore e che forse neppure io credevo fosse così grande".
Pensavo che questo momento non dovesse mai arrivare, ti vedevo forte, vivace, invincibile ed eterno, sapevo che c'eri e pensavo ci saresti stato per sempre.
Invece te ne sei andato in punta di piedi, in silenzio, senza farti sentire, così come avevi vissuto, lasciandomi una vita di ricordi che terrò solo per me.
Tieni stretta la sciarpa che ho voluto metterti tra le mani, lasciala solo per stringermi ed accarezzare nuovamente
le mie, appena ci incontreremo di nuovo”.
Allora ha letto, penso tra me e me, mentre mi accingo a scendere quei due gradini che ci separano, è venuto qui per incontrarmi, per riabbracciarmi, per raccontarmi, per stare un po' con me ed allora questo viaggio che, fino a poco tempo fa, mi aveva creata sofferenza si è rivelato la gioia più grande.
Tocco appena con la scarpa l'erba del prato che accoglie il treno ed avverto una forza grande, quasi severa che mi trattiene imponendomi di risalire, non capisco il perché e sono contrariato.
Allora mio padre che, sembra accettare meglio di me questa volontà imposta, fa un passo indietro tirando indietro il suo braccio teso e con un sorriso di amaro distacco e di tenera gioia assieme mi dice: “
Il tuo viaggio non è ancora finito, torna indietro e cerca di fare un buon viaggio”.
Sono deluso, triste, sento gli occhi che vorrebbero allagarsi e la gola stretta da un nodo che è salito fin lì e mi impedisce il respiro, come negli addii di altre stazioni, è un dolore forte e sarebbe mortale se mio padre rimanesse li fermo fino alla partenza del treno.

Si allontana invece nei primi fumi di nebbia che sta per ritornare, senza volgersi indietro, senza che io possa dire nulla, fare nulla, come nulla potei fare quando sfiorandomi la mano si allontanò da me e pensavo fosse per sempre.
La porta del treno è ancora aperta e continuando a guardare finché avrei potuto guardare, vedo una persona scendere dalla porta dell'ultima carrozza, come stavo facendo io prima che mi fosse impedito.
Scende tranquilla e qualcuno l'accoglie con il braccio proteso nessuno la ferma mentre insieme si incamminano in quel posto che sa di irreale.
Ero certo e tutti lo eravamo, mentre guardavamo quella scena, che nessuno fosse rimasto da solo su quell'ultimo vagone, c'è un passeggero affacciato al finestrino che si sente di garantirlo mentre, molto lentamente, anche la porta a qualche centimetro dalla mia testa, impietosa si chiude.
Mi ritraggo perché mi manca la forza di fare altro, di buttarmi giù, di fare ciò che passa per la mente ogni volta che una porta di treno si chiude sul viso di qualcuno.
C’è dolore in ogni addio, il mondo ci cade addosso quando le parole non escono e mai, comunque, sarebbero sufficienti per dire, in quell’istante, ciò che per mille ragioni, senza una vera ragione, non siamo riusciti a dire quando il tempo ci sarebbe stato.
La porta è chiusa e, la nebbia scende sul treno come sul mio cuore che ha persa la voglia di pulsare.
Sono stravolto dai pensieri e nei pensieri che neppure riesco a pensare, sto ancora troppo male dentro per capire, troppo male fuori per essere lucido, quel troppo male che disconnette il cervello per salvaguardarlo.

Le voci di tutti mischiate fra tutte, a dire di quella persona scesa, sola da un posto in cui non doveva essere, perché non c'era nessuno, giurano i passeggeri che, da lì si sono spostati per venire nella prima carrozza.
Mi vado a sedere ordinato al mio posto, di fronte c'è Sandro, il ragazzo del centro sociale, vicino a lui Claudio, l'uomo senza una fissa dimora, vicino a me Mirko che sta andando dalla sua ragazza ma nessuno dice più nulla.
Ci guardiamo senza la consapevolezza di farlo, il cervello è disgiunto dagli occhi, perso in quella nebbia che, di nuovo, si è impossessata di un treno che riparte veloce senza rumore.
Apro gli occhi di colpo.
Meno male, devo essermi addormentato un attimo, son solo nella mia poltroncina in favore della direzione del treno, e poi anche se ci fosse stato qualcuno mica potrebbe sapere dove sarei dovuto scendere.
Sono quasi arrivato, il convoglio esce ora dalla galleria, ecco i lampioni con le sfere di luce bianca, non piove neppure, mi pare, meglio così non devo neanche aprire l'ombrello.
Sta per fermarsi e mi accingo a scendere, la porta del mio vagone si apre molto più in la dell'uscita della stazione, non sale nessuno dalla mia porta troppo lontana dalla comodità.
C'è poca gente ed il treno riparte in fretta, oppure, sono io che non ne ho per nulla e me la prendo adagio, guardo le carrozze che sfilano in direzione opposta alla mia, vedo visi assopiti e assonnati in pagine di giornale.
C'è un ragazzo coi capelli rasati, solo, in uno scompartimento ha l'aria delusa da una vita che delude un po' tutti ma lo penso impegnato forse anche politicamente, forse fa del volontariato, chissà ma ho questa impressione.
Nei finestrini che corrono sempre più veloci passano altri visi che vedo di sfuggita, un uomo con i capelli raccolti in un codino che conta qualche spicciolo ed un altro con gli occhiali che controlla un foglio che chissà perché penso di qualche coincidenza di treni.
Mi guardo intorno svagato, immerso nei miei sogni, quando incontro gli occhi di una signora che, per un attimo, mi guarda come se mi conoscesse ed io, per un attimo, ho la stessa sensazione poi, come se entrambi avessimo capito trattarsi di un errore causato da una sveglia troppo precoce, continuiamo la nostra strada.
A lei viene incontro un'altra signora e dopo un saluto, si rifugiano velocemente nel bar della stazione, a me non verranno incontro che vie deserte di foglie bagnate da una pioggia recente.
Guardo un attimo il cellulare per regolarmi con l'ora, 5.43, preciso come un “treno svizzero”, noto la data, oggi è il 9 novembre il compleanno di mio padre, ieri mi è venuto in mente, forse è per questo che devo averlo sognato stanotte.
Oggi, quando andrò da mia mamma le racconterò di aver avuta la visione di lui, sereno, in un posto bellissimo nel quale io stesso vorrei stare, come una S. Margherita trasportata in Trentino, col mare e la montagna, un paradiso insomma.
Già, un paradiso, ed io invece son qui che vado al lavoro, in una giornata che sa di sonno e di inutilità, vabbè è così, poi in fondo, c'è sempre qualcuno che sta peggio di me e, qualcuno che, peggio ancora, non ha potuto assistere al miracolo del proprio risveglio.
Cammino, solo coi miei pensieri, in quelle strade sole, passo l'ombrello chiuso nell'altra mano infilando quella libera in tasca, scontro la cerniera col dito che mi fa sentire un tagliente fastidio, guardo il dito che sanguina da una ferita non ancora rimarginata.
Non è possibile che mi sia tagliato ora con la cerniera che non è tagliente, eppure stamattina lavandomi non mi sono fatto male, anzi non avevo proprio alcuna ferita, quando sono uscito di casa.
Capisco la mia distrazione ma, non riesco proprio a ricordare come e dove mi sia fatto quel taglietto che fa sanguinare il dito e che dovrò tamponare col fazzoletto.
Infilo una mano in tasca, ecco lo tamponerò con questo fazzolettino di carta che di sangue è già macchiato, però è strano, ma quando mai ce l'avrò messo in tasca un fazzolettino di carta delle ferrovie?

 
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La macchina del tempo.

Post n°200 pubblicato il 06 Marzo 2011 da lontano.lontano
 
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Supponiamo che esista una dimensione sconosciuta, che risponda ad una legge naturale, innaturale per le nostre esperienze attuali, un qualcosa che non so definire e che, per farmi capire da tutti, definirò  in maniera accessibile, macchina del tempo.

Bene, se esiste la macchina del tempo, posso ipotizzare che con essa, ci si possa spostare su e giù per lo stesso e per lo spazio, nel passato che fu e nel futuro che sarà.

Ipotizziamo ora, che io sia già morto almeno una volta, morto un giorno di un anno indefinito, e sia rinato, esattamente come certificato all’anagrafe.

Ebbene, se accettiamo il teorema dell’esistenza della macchina del tempo, perché dovrei  dare per scontato che io sia nato, per forza, in un mio futuro?

Potrei esser morto, ieri, oggi magari, o domani, e poi, essere ritornato in una nuova vita, cinquantacinque anni fa, esser nato, quindi, nel mio passato.

E se diamo per vera questa mia tesi, oggi, io sto vivendo in un tempo già trascorso, e non, come tutti diamo per certo, in un tempo a me successivo.

In breve, se un individuo muore nel 2011, essendo il tempo, percorribile per tutto il suo corso, e non solo in proiezione futura, è lecito pensare che si possa ritornare anche ad epoche precedenti.

Forse ho lasciato la mia vita nel 2019 o nel 2099 in un anno a caso, ciò che mi chiedo è perché sia rinato proprio nel 1956.

Se potessi scegliere, io vorrei vivere nell’epoca dei cavalieri e delle castellane, quel segmento di civiltà e di storia che si mescola con la magia, col mito e la leggenda.

Castelli, cavalli al galoppo, duelli, e capelli biondi di donne angelo, il fuoco che arde nei camini ed una natura ancora incontaminata.

Perché allora non vivo lì ora?         
Ho scelto io la nostra epoca o mi è stata imposta?

Propendo più per la seconda ipotesi, l’idea di una libera scelta, mi lascia alquanto perplesso, esser liberi totalmente, penso che sia solo una meravigliosa illusione

Io, e tutti voi, potremmo essere, come una stella già morta ma che crediamo ancora esistente, solo perché la sua luce sta ancora viaggiando verso i nostri occhi.

Possiamo escludere che la terra sia già disabitata, priva del genere umano, forse causa di una catastrofe naturale, forse a causa di una guerra atomica o chissà per cos’altro ancora?

E’ solo fantascienza pensare che si possa vivere pur essendo già morti?

Non è follia pensarlo, anche perché di resurrezione e nuova vita, non ne parlo di certo io per primo, che effettivamente esista una connessione, tra le dottrine religiose e la “macchina del tempo” è altamente suggestivo.

Qualcuno, mi dice che io sia lontano da questo mondo, non posso dar torto a chi lo afferma e, forse, le riflessioni contenute in questo articolo, possono fornirne una fondatezza logica.

Che io non sia figlio di questo tempo è più che un’impressione, che io provenga da un futuro, che ha superate le cose senza senso che ci vedono protagonisti oggi, è indimostrabile ma mi piace pensarlo.

 
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Da anonima

Post n°201 pubblicato il 21 Aprile 2011 da lontano.lontano
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Ricevo e publico da Anonima questo articolo.

Sto qua, ascolto, penso, e sogno tempi lontani e presenti, guardando un dvd; “Samarcanda” di Antonello Venditti.
Ecco, lui e la sua musica mi riportano ai miei pensieri.
Quando tutti dormono, io osservo gli oggetti che mi sono più cari, e ascolto.
Questa musica che mi fa sognare, immaginare, diventar triste magari, di quella tristezza che ti spezza il cuore.
Nessuno, sospetta la mia vera indole, fra la gente sono allegra, solare, una donna forte, all’apparenza, mentre, in realtà, sono un essere molto triste e solo.
Quante volte mi sono paragonata ad una marionetta!
La marionetta, in pubblico è animata e diventa un personaggio allegro, quando si accascia è perchè le hanno allentato i fili, così diventa infelice, come una donna a cui hanno spezzato il cuore.
La marionetta sola, accasciata in un angolo, con i fili allentati.  
Nessuna donna al mondo,
avrebbe contato più di un sasso lanciato nel mare, ma, il caso, è alquanto indisciplinato, col destino non si prendono accordi preventivi, il domani non ci obbedisce, troppo saggio o troppo crudele che sia.
Però ci sono state cose e persone
che mi hanno fatto credere nei presagi.
Certo, come tutti gli esseri umani, ho
avuto presagi e disgrazie, ma le due cose, si sono sempre tenute distanti l’una dall’altra.
I presagi sono rimasti sempre senza seguito e le disgrazie, mi hanno colpito senza essere presagite.
Vivevo senza trionfi e mi accontentavo, i ricordi del
passato mi appaiono, oggi, più amari di una sconfitta.
Da bambina ho visto e vissuto
cose terribili.
La mamma soffrire le cinghiate di papà ed io, già da piccola
, mi vedevo sottomessa a quel destino che, intravedevo, già cosi troppo spaventoso.
Sono stata una bambina povera, con il giusto desiderio, di quei piccoli agi che tutti avevano e che a me erano negati.
Non so come e perché ma, quella bimba triste, è rimasta sempre dentro di
me.
Ed io la porto per mano, come una piccola amica invisibile, e le faccio dei regali meravigliosi ma, tutti quei doni, non sono adatti
alla sua età ma alla mia.
Ora, ascolto una canzone che mi riporta alla mia realtà di donna, “Ogni volta” coi suoi ricordi, coi miei ricordi, solo ricordi.

                                             ----   ...   ---                

A volte, mi chiedo perché la vita debba essere un fardello tanto pesante da dover portare.
Non avrebbe, in teoria, un senso nascere per patire, come d’altronde, non ha un senso, nascere per poi morire.
E non mi riferisco alla morte del centenario che, bene o male, la sua vita l’ha vissuta, ma alla morte di un nascituro o di un bimbo di pochi anni.
Ma che senso ha, venire al mondo e non aver neppure il tempo per vederlo, che senso ha portare la gioia e subito dopo il dolore più atroce, che senso ha, che progetto è, cosa c’è dietro tutto questo?
Nessun fine, nessuno scopo, se nessuno ha voluto tutto ciò, se nessuno c’è, ma se qualcuno c’è, perché tutto ciò succede senza una supervisione logica e la “cura del buon padre di famiglia?”
Questa è la domanda che ho posta, ogni volta che ho parlato con un uomo di chiesa o a chi
di chiesa, a sua volta mi parlava, domanda, senza una risposta chiara, sintetica, definitiva.
Comprendo bene il loro imbarazzo, il loro aggrapparsi a concetti che andavano a cozzare contro la logica, forse troppo razionale, forse troppe terrena per chi di cose terrene non tiene conto nella stessa misura.
Non sono un materialista, credo più a ciò che non vedo che a ciò che vedo, ma un senso lo devo trovare, non una spiegazione, ma un senso dev’esserci sempre.
La vita anche se “insensata” un senso lo ha, ma solo se, in qualche maniera la possiamo gestire.
Il neonato che muore, il feto malformato, la malattia genetica in senso lato, la malattia insorta pochi mesi dopo la nascita, non hanno un senso, e senza un senso non le accetto.
Accetto l’altra, e cerco di farla accettare a chi ne parla con me, proprio perché non vuole accettarla e, senza accettarla ne perde il controllo, non cerca di gestirla o di lottare per cambiarla.
La vita, non è un’eterna primavera, coi fiori di pesco e gli uccellini che cinguettano in un cielo dai colori pastello, la vita, come testimonia la persona che mi ha scritto, è pesante, è cattiva è, certe volte da odiare ma, è sempre la vita, la nostra vita, e dobbiamo darle un senso, anche se, spesso, ci porta a pensare che un senso non abbia.

 
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A proprio modo, senza alibi.

Post n°202 pubblicato il 14 Luglio 2011 da lontano.lontano
 
Foto di lontano.lontano

A mio parere la gestualità, le modalità espressive di ognuno di noi, le reazioni conseguenti ad una situazione, dipendono anche da fattori ambientali.
Il "pianto greco", definizione che viene usata di frequente, sta ad indicare un lamento passivo e continuo, un piagnisteo tragico e retorico e lo possiamo notare nelle popolazioni di quella estrazione culturale.
Non dico nulla di sensazionale, quando affermo che il nostro sud è la conferma di questo, ci son milioni di esempi e riempirei questa pagina ed altre decine ancora se li stessi ad elencare ma, penso che basti ricordare un funerale in meridione o le reazioni della gente di quella terra ad una calamità lì avvenuta.
Reazioni diverse ed opposte, si riscontrano per eventi simili ma avvenuti al nord, il terremoto del Friuli, penso sia una prova più che tangibile.
E che dire dell'"aplomb inglese" che sta a significare una padronanza del modo di esternare, quasi un freddo distacco dalla situazione, una misurata reazione o, una non reazione, se vogliamo, un modo gestuale opposto per origini storico/ambientali?.
Nessuno si senta offeso per questo, le origini, le proprie radici, la visione del mondo e della vita hanno anche basi genetiche e mi sembra onesto e pulito riconoscerlo.
Detto questo, è altrettanto vero che l'ambiente familiare in cui un bambino vede la luce è determinante per il suo modo futuro di porsi.
Se il piccolo ha avuti pochi contatti epidermici, delle carezze, dei bacini, dei coccolamenti, è naturale che sarà poco avvezzo a farli a sua volta, è logico pensare che per lui non saranno così naturali ed istintivi.
Non criminalizzo nè le culture, nè il fattore ambientale (sempre che sia nell'ambito della normalità), mi limito a dire che ognuno di noi ha il proprio modo di essere e di reagire e tutto ciò, penso vada accettato senza richiedere forzati cambiamenti.
Nella fattispecie, io ho reazioni molto misurate, nessuna esternazione all'apparenza, la mia gestualità è limitata, solo chi mi conosce meglio di altri, può notare qualche segno della mia gioia o della mia sofferenza.
Non do la colpa di questo a nessuno, nè ai miei genitori, nè al mondo esterno, nè alla Divina Provvidenza, perchè colpa non c'è, se dolo non c'è.
E' una colpa, forse, non strapparsi le vesti, o non gridare sguaiatamente di gioia, non lasciarsi andare pubblicamente in un pianto disperato o invece, farlo sommessamente, lontano dagli occhi del mondo?
Cosa è giusto e cosa non è giusto fare, qual'è il comportamento corretto?
Essere come si è, questa è l'unica cosa giusta, non mettere maschere, non fingere in una finzione che sarà solo patetica.
Allo stadio, non condivido le reazioni degli altri, sono come un estraneo per le persone che sono con me e, forse, non mi capiranno, ma io capisco loro, anche quando mi saltano addosso in un abbraccio.
Mi si riempiono gli occhi di lacrime, la gola si stringe in un nodo, nessuno se ne avvede, e tutto questo è anormale, immorale o vergognosamente contro natura?
Uno è come è, e così si deve accettare o, meglio ancora, si deve piacere, ma accettarsi caratterialmente non significa crogiolarsi e trovare giustificazioni a dismisura per tutta la vita.
Se un bambino ha avuto poco affetto o, anche peggio, è stato ripudiato dai genitori, magari "tirato su" da parenti, tutto ciò, a mio modo di vedere, non può lasciarlo esente da ogni responsabilità propria futura.
E' comodo, facile, tirare in ballo i problemi adolescenziali, per far della propria esistenza una zavorra che altri devono sopportare.
E' giusto bere come alcoolisti professionisti, spinellarsi, chieder soldi o paghette con la massima disinvoltura, perchè studenti universitari al solo scopo di non trovare un lavoro subito, voler molto senza dare nulla, esigere, giocando e contando su qualche senso di colpa genitoriale?
Va bene così?        Va bene accattonare, vivendo una vita senza dignità, senza amor proprio, senza orgoglio, a fronte della sola giustificazione che, in qualche modo, può mettere al riparo da un giudizio senza ipocrisie?
Già l'ipocrisia, questo è uno dei mali peggiori che affliggono la nostra società, il dire in maniera edulcorata, o anche, il non dire ciò che è lampante ad occhi puri, il rinominare con parole straniere il vocabolo onesto italiano per renderlo inoffensivo.
Gli "ultras", da delinquenti da stadio, diventano paladini di una fede, i teppisti si chiamano carinamente "black block", lo spacciatore diventa "pusher", nomignolo che sembra voler regolarizzare quel commercio, una ragazza compiacente si definisce "escort" e il "paraculismo" diventa disagio giovanile.
Quindi?   Va tutto bene così, che c'è di anomalo?       
Tutto è perfetto in una società perfetta, perchè ci lamentiamo tanto?.
Rifletto solo sul fatto che se io a 55 anni oso dire che mi pesa il lavoro, dopo averlo svolto per minimo 35 anni, vengo quantomeno deriso e definito scanzafatiche, al contrario, se un giovane non ha mai lavorato un giorno e, non ha nessuna intenzione di cominciare oggi, viene definito un disagiato.
Magia dei punti di vista!
E per chiudere, immaginiamo per un attimo che il disagiato della famiglia sia il genitore.
Mettiamo il caso che, per motivi di salute o altro, lo stesso debba abbandonare il posto di lavoro o gli venga tolto, credete davvero che in questo caso, il figlio/a/i si possano inventare studenti lavoratori per sostenere la famiglia in difficoltà?
Pensate che al capofamiglia in questione, siano riservati tutti gli alibi che vengono elargiti al figlio/a/i?
Pensate che quest’uomo in ginocchio, possa arrivare alla fine dei propri giorni sostenuto dal sacrificio dei familiari, lo stesso sacrificio che con tanta noncuranza si esigeva da lui, quello stesso sacrificio che diventa nulla o troppo a seconda di chi lo deve sopportare?

 
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La solitudine

Post n°203 pubblicato il 29 Agosto 2011 da lontano.lontano
 
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Ragazzo triste sono uguale a te, a volte piango e non so perché, tanti son soli come me e te ma un giorno spero cambierà. Nessuno può star solo, non deve stare solo quando si e' giovani così.”
Ragazzo triste è una canzone del 1968 ma non è una semplice canzonetta del periodo.
Ragazzo triste è un grido disperato, è la rivolta, la lotta, per usare vocaboli in voga in quegli anni, contro la solitudine e la depressione,

della quale, è logica conseguenza.

In poche frasi è scritto un trattato di psico-sociologia, è la descrizione sintetica ma precisa e puntuale di una condizione, non solo di quegli specifici anni ma dell’esistenza umana tutta.

Ho sempre pensato che quel testo volesse rappresentare il disagio giovanile dell’epoca, forse perché ascoltare “quando si è giovani così” mi ha indotto all’errore, forse perché anch’io, dodicenne all’epoca, cominciavo a comprendere quelle parole “dal di dentro”.

Oggi rivedo il mio pensiero alla luce dell’esperienza maturata col passare del tempo ma, soprattutto, alla luce delle situazioni di decine e decine di realtà con le quali vengo a contatto.

“A volte piango e non so perché” è una frase ricorrente, la sento da sempre ma non riesco ancora ad abituarmi.

Sono le parole che più mi lasciano sgomento perché non ho risposte.
 E’un’invocazione d’aiuto lanciata con discrezione, da chi, senza aspettarsi nulla, la sradica dal profondo di un cuore sprofondato nell’angoscia, con l’amarezza di chi, ascoltandola, non vorrebbe lasciarla cadere nel vuoto.

E’ la solitudine che parla, la solitudine dell’adolescente che si sente estraneo ad un ambiente che lo isola o dal quale, esso stesso si vuole isolare.

La solitudine che, chi ha coraggio, affronta pur di non uniformarsi ad un pensiero che non riconosce, è la solitudine nella quale chi, non avendo lo stesso coraggio è imprigionato ugualmente, pur credendosi libero.

E’ la solitudine di una persona che ha interrotto un rapporto, o di chi ha affrontata una separazione che, giustificata o no, ha lasciato quantomeno impreparati e soli, forse più o quanto la solitudine preesistente.
E’ la solitudine di chi, mai avrebbe pensato di staccarsi da una persona e mai avrebbe pensato che il destino potesse farlo in sua vece.

“Tanti son soli come me e te ma, un giorno, spero, cambierà” già perché questo è un mondo di soli e, come accennato sopra, si è soli anche quando soli, almeno sulla carta, non si dovrebbe essere.

Si è soli anche in due, quando le due solitudini non si uniscono più formando una gratificante complicità, quando le incomprensioni dilatano due spazi che si spalancano in una voragine.

E’ brutta questa solitudine, forse quanto le altre ma, a differenza delle altre, non ha neppure l’alibi della malevola mano esterna di un fato ingrato.

Si nasce soli e si muore soli, è vero ed è falso nello stesso momento, e questo la dice lunga sulla complessità dell’argomento sia che venga affrontato a livello filosofico che pratico.

Si muore soli perché con noi e per noi muore il mondo; non gli apparteniamo più, come lui non ci appartiene più ma è altrettanto vero che, morire stringendo una mano o dando un’ultimo sguardo ad una persona cara, non è esser soli del tutto.

A volte, rifletto sul fatto che la nostra società, così poco incline al rapporto, così individualista e persa in una fretta senza senso, sia la causa della solitudine, però la canzone ha affrontato questo tema quarantatre anni fa, quindi non è cambiato nulla, nonostante sia cambiato tutto.

Allora cos’è, in fin dei conti, questa solitudine, questo malessere col quale l’umanità si scontra e confronta da sempre, avendo l’ovvia soluzione a portata di mano, senza però riuscire a coniugare l’ovvietà con l’efficacia?

Che dire alla persona che ripete le parole di una canzone che mai vorrebbe cantare: “Nessuno può star solo, non deve stare solo……... nulla, nulla si può dire a chi sente il destino accanirsi perfidamente su di sé.

Nulla, perché avverto che non hanno presa i suggerimenti tratti dalla mia personale esperienza.

E’ difficile far passare il concetto “Non sei sola perché hai te”, è difficile comprendere che, se si è soli anche essendo in due, la vera ed unica compagnia è quella di noi stessi.

Lo comprendo bene che sia quasi impossibile accettare questa teoria, quando la vita, ogni giorno, te ne combina una, e avresti il desiderio ed il bisogno fisico di un conforto.

“Tu parli bene”, mi dicono, “ma ci riesci a farlo?” io ci riesco e sto bene con me stesso, io non sono affatto una persona sola, proprio perché ho me e mi basto ma, che io ci riesca oppure no per chi soffre, non ha alcuna importanza.

Che io cerchi la solitudine, o meglio, che non esista per me, suona di bizzarria o peggio ancora di difficoltà a livello mentale, ma che io sia un essere “alieno”, se non proprio alienato, ormai è a me cosa nota e non ci faccio neppure più caso.

Non ho suggerimenti validi se non questo, non penso sia di conforto fare un elenco delle cose da fare fuori casa, non penso sia neppure sensato ottimizzare strategie e tattiche rivolte all’acquisizione di una compagnia.

Se non si sta bene con sé stessi, non si può star bene neppure con gli altri, questo è il mio pensiero, la soluzione del problema “solitudine” passa per questa tortuosa via.

Si deve arrivare a star bene con noi stessi, a bastarci, a dialogare con i nostri pensieri, a farci delle domande alle quali noi stessi daremo poi  delle risposte.

Parlo da solo, o meglio, penso da solo, come i pazzi, ma allora sono pazzo?

Un esempio della mia pazzia?
Quando comincio a scrivere so a malapena l’argomento, sento che una forza mi spinge a farlo ma, non so minimamente a ciò che scriverò.

Le dita vanno sulla tastiera e agiscono sotto dettatura, il mio cervello, o quello che è, detta e io scrivo e, mentre scrivo penso e mentre penso arrivano nuove idee e nuove parole e ancora idee e ancora parole.

Io sono abituato a farlo, lo faccio ogni volta che posso, ogni volta che mi trovo a camminare per strada, dovendo andare in una via precisa e immancabilmente ritrovandomi dalla parte opposta.

Succede quando si è infervorati in un discorso, succede quando si conversa con una persona mentre si cammina, succede quando non si è soli.

E non sono solo neppure in questo momento che faccio ciò che mi piace fare e non, perché non ho altro da fare o perchè mi costringo a farlo, tanto per far qualcosa, perché, la solitudine dev’esser libertà e non coercizione.
Solo così sarà vivibile, solo così sarà esorcizzata, ma si deve passare per quella via stretta e tortuosa che è dentro di noi, non ci sono scorciatoie: prima di cercare gli altri, dobbiamo trovare noi stessi.

 
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Un jour tu reviendras.

Post n°204 pubblicato il 04 Settembre 2011 da lontano.lontano
 
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Quand le soleil va se perdre à l'horizon
Tous nos souvenirs me font souffrir encore
Et le soir dans l'ombre de notre maison
J'ai besoin de sentir tes mains sur mon corps
Un jour tu reviendras, souviens-toi de la terre
Qui sans toi ne fleurie pas,
souviens-toi de moi
Oui.
Un jour tu comprendras
que malgré ton absence
J'ai gardé au fond de moi
l'espoir de ton retour,
L'espoir de ton retour
Un jour tu reviendras pour que tout recommence
À vivre comme autrefois
quand nous étions ensemble.
Car je sais que demain
oui je sais que demain
Mon amour,
mon amour, tu reviendras
et dans tes bras
J'oublierai ton absence
et la vie me semblera
plus belle chaque jour,
près de toi mon amour.

Quando il sole va a perdersi all'orizzonte
Tutti i nostri ricordi mi fanno soffrire ancora
e la sera, nell'ombra della nostra casa
ho bisogno di sentire le tue mani sul mio corpo
Un giorno ritornerai,
per ricordarti della terra
che è sfiorita senza di te,
per ricordarti di me.
Si
Un giorno comprenderai
che malgrado la tua assenza
ho conservata dentro di me
la speranza del tuo ritorno,
la speranza del tuo ritorno
Un giorno ritornerai
affinché tutto ricominci
a vivere come una volta
quando eravamo insieme.
Perché so che domani
Si so che domani
amore mio,
ritornerai amore mio
e nelle tue braccia
dimenticherò la tua assenza
e la vita mi sembrerà
più bella ogni giorno,
vicino a te amore mio.

 
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Il ne reste plus rien

Post n°205 pubblicato il 11 Settembre 2011 da lontano.lontano
 
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Toi qui m'as donné les plus beaux souvenirs écoute-moi un instant
Viens t'asseoir un peu j'ai des choses à te dire sans trop savoir comment J'ai peur de te blesser mon pauvre amour
Souviens-toi rien de devait nous séparer mais le temps efface tout
Il est bien trop tard pour tout recommencer il ne reste plus rien de notre amour
Il ne reste plus rien passent les jours et c'est déjà la fin de notre amour
Mais laisse-moi te dire la vérité je n'ai pas bien compris tu sais
Comment l'amour se change en amitié il ne reste plus rien de notre amour
Il ne reste plus rien passent les jours et c'est déjà la fin de notre amour il ne reste plus rien plus rien
Souviens-toi rien de devait nous séparer mais le temps efface tout
Il est bien trop tard pour tout recommencer il ne reste plus rien de notre amour
Il ne reste plus rien passent les jours et c'est déjà la fin de notre amour
Il ne reste plus rien plus rien.

Tu che mi ha dati i ricordi più belli, ascoltami un momento
vieni a sederti ho delle cose da dirti, non so come dirtele
temo di farti del male povero amor mio.
Ricordi, niente doveva separarci ma il tempo cancella tutto
è troppo tardi per ricominciare, non resta più nulla del nostro amore
Non resta più niente, passano i giorni ed è già la fine del nostro amore,
ma lascia che ti dica la verità sai che non ho capito
come un amore si trasformi in amicizia, non resta più niente del nostro amore
non resta più niente passano i giorni ed è già la fine del nostro amore
non resta più niente, più niente.
Ricordi? niente ci doveva separare, ma il tempo cancella tutto
è troppo tardi per ricominciare, non resta più niente del nostro amore Non resta più niente, passano i giorni ed è già la fine del nostro amore
Non resta più niente, più niente.


Le colonne sonore che ho inserite, pur mantenendo inalterata la loro bellezza musicale, sono diventate due splendide canzoni
Mi piaceva proporle in una maniera diversa ma, mentre le inserivo, mi è son venute alla mente le parole che spesso mi son state dette a proposito di queste musiche.
“Son belle ma molto tristi” “Sono malinconiche” o anche in tono molto meno elegante ma molto più sbrigativo  “C’è da tagliarsi le vene”.
Forse senza neppure accorgersene, l’ascoltatore ha date delle definizioni alle proprie emozioni.
A me da fastidio che qualcuno mi dica della voglia suicida derivante dall’ascolto ma, mi rendo conto che, proprio in quel momento, la musica ha raggiunto il suo scopo.
La tristezza, la malinconia, la voglia di piangere, sono stati emozionali e la musica è innanzitutto emozione.
Delle note una dietro l’altra, sono delle semplici note, se non ci parlano, se non ci fanno provare sensazioni che diventano anche fisiche, se non ci pervadono tanto intensamente da rapire la nostra mente.
Le due canzoni proposte sono esattamente questo, due musiche splendide hanno fatto vivere, nella mente dell’autore del testo, due situazioni, la sua sensibilità, la sua visione, la sua interiorità le ha tradotte in parole.
La prima è sognante, sulle note di C’era una volta il west si possono aprire scenari infiniti, ogni frase, ogni parola assemblata in questa musica diventa poesia, anche la semplice lettura dell’elenco telefonico potrebbe apparire come la Divina Commedia.
La seconda porta con sé un tema un po’ più definito, D’amore si muore, fa pensare alla tristezza, alla malinconia e l’autore l’ha identificata in un amore che finisce.
Questi sono due film diversi da quelli di cui le colonne sonore fanno parte, sono i film dei due parolieri, ma con queste musiche tutti noi possiamo girare i nostri personalissimi film.
Io lo faccio da quando ero ragazzino e, per questa mia particolare percezione devo ringraziare la professoressa di educazione musicale delle medie.
E’ stata lei che mi fatto scoprire la musica in una veste nuova.
Poveretta, ha dovuto lottare con una ventina di elementi scatenati e ribelli, chiusi ad ogni esperienza perché è della gioventù non accettare i dettami scolastici.
Lei, tra atteggiamenti da gradassi, tipici dell’età adolescenziale, armeggiava con un vecchio giradischi, che gracchiando faceva girare “Le quattro stagioni” di Vivaldi.
Era la mia prima esperienza di musica “descrittiva”, quegli strumenti che imitavano il verso degli animali, i rumori della natura e gli stati d’animo dei personaggi, tra spernacchiamenti vari ed il casino della classe, mettevano le radici dentro di me.
Più che aver imparato, mi veniva, e mi viene spontaneo tuttora, vedere la musica, tradurla in sequenze quasi cinematografiche, associarla alla mia fantasia e da li alla mia emotività.
Forse da questo è nata la mia predilezione per le colonne sonore, per quelle musiche che con la loro dolcezza mi fanno diventare protagonista e non un semplice spettatore.
I due brani proposti hanno così delle parole nuove, una vita diversa da quella che i registi dei film avevano pensato ed è questa la magia della musica, la personalizzazione, l’unicità dell’emozione, il mezzo per portare alla luce la parte più affascinante di ognuno di noi; la nostra anima.

 

 
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I miracoli.

Post n°206 pubblicato il 04 Ottobre 2011 da lontano.lontano
 
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Cos’è il miracolo?

Ho fatte delle ricerche e, più o meno, i vocabolari lo definiscono così:

dal lat. miracŭlum «cosa meravigliosa», der. di mirari «ammirare, meravigliarsi»]. – 1. a. In genere, qualsiasi fatto che susciti meraviglia, sorpresa, stupore, in quanto superi i limiti delle normali prevedibilità dell’accadere o vada oltre le possibilità dell’azione umana.

In partic., per la teologia cattolica, fatto sensibile straordinario, fuori e al di sopra del consueto ordine della natura, operato da Dio direttamente o per l’intermediazione di una creatura.
Leggendo attentamente la definizione di cui sopra, si può notare che manca un aspetto basilare, il fondamento stesso della parola, aspetto senza il quale il termine “miracolo” perde ogni sua consistenza logica.

Manca la positività dell’azione, il buon fine dell’evento, la realizzazione auspicata e diretta solo verso una risoluzione di bontà.

Per essere definito miracolo, a mio parere, un episodio deve stravolgersi, ribaltarsi, estremizzarsi, non mi pare che tale condizione sia prevista nella definizione ufficiale; destare meraviglia e non superare la prevedibilità dell’accadere, dice di un qualcosa di straordinario si, ma, questa è un’accezione più generalizzata.

Il miracolo è la lotta vinta dal bene contro il male, innanzitutto, è cosa inspiegabile, straordinaria, razionalmente impossibile ed è proprio nella difficoltà della riuscita che si configura la sua essenza.

Un terremoto è, certamente un fatto che supera il limite della normale prevedibilità dell’accadere e, senz’altro, va al di là della possibilità dell’azione umana ma, non è un miracolo, lo diventa, invece, se, in quel terremoto, sotto le macerie, ci sono persone rimaste illese.

Detto questo, diventa affascinante avventurarsi tra le pieghe delle definizioni teologiche, in particolare quella cattolica, che è riportata sopra.

Premetto che io sono credente ma, a modo mio, un po’ come per tutto, del resto, ma sono altrettanto convinto che questa, sia la maniera più giusta per affrontare temi dei quali si sa poco in presa diretta.

Tutto è valido, senza riscontri oggettivi, ogni tesi personale, ogni pensiero, ogni sensazione, deve esser degna di rispetto, quel rispetto che ogni mente deve avere quando si sforza di fare ciò a cui è preposta.

Detto ciò, che significa: Al di sopra del consueto ordine della natura, operato da Dio direttamente o per l’intermediazione di una creatura?

Questa è un’affermazione oscura, chi sa, infatti, quale sia l’ordine consueto della natura?

E’ naturale ammalarsi e poi morire ma è altrettanto naturale guarire e, talvolta, sfuggire anche alla morte non definitiva.

La chiamo non definitiva perché non è quella finale, contro quella, infatti, non c’è nulla da fare, quella non definitiva è quella dalla quale si può tornare indietro.

E’ cosa poco credibile?     Sto raccontando balle?

E perché allora degli ammalati terminali, quelli ai quali vengono accordati pochi mesi di vita, inspiegabilmente, vedono una regressione della loro malattia, arrivando persino ad una totale guarigione?

E abbiamo mai pensato a quante volte, il nostro stesso fisico, sia colpito da un qualcosa che sentiamo, che percepiamo sia dannoso per noi ma, trascuriamo o sottovalutiamo?

Quella stanchezza fastidiosa, quel malessere al quale diamo cento nomi e nessun nome, quello stato di malattia latente che, quasi impercettibilmente, col tempo si affievolisce per poi passare del tutto.

No, non ci facciamo caso, ad un sacco di cose noi non facciamo caso, ma avrebbe potuto esser cosa gravissima, invece, il nostro corpo ha risposto agli attacchi e si è rigenerato, e cos’è questo se non un ordine consueto della natura?

Detto che il nostro fisico ha le capacità di autoguarirsi in maniera naturale, (con questo non voglio dire di non far ricorso alla medicina), cosa avviene quando a tale meccanismo si affianca una “collaborazione” esterna?

Semplice, si tratta di un miracolo ma, questo miracolo, alla fine delle fini, chi lo compie?

Un santo, una santa, la Madonna, Dio in persona, chi ci aiuta nel momento dell’estremo bisogno?
La fede ci porterebbe a dire Loro, uno di Loro che ci viene in sogno, uno di Loro che ci tocca senza toccarci, uno di Loro che tramite un’immaginetta appoggiata sulla parte dolente, ci guarisce all’istante.

Credetemi, non sto ironizzando su nulla, non sono né blasfemo né e mia intenzione esserlo mai, ma mi pongo questa semplice riflessione.

Se Iddio è il Padre di tutti e se la sua bontà è infinita, perché solo ad alcuni, riserva questo trattamento di favore?

Perché le preghiere vengono a volte ascoltate, prese in considerazione, e altre volte, disattese e lasciate cadere nel vuoto?

Mi piacerebbe avere delle risposte chiare ma, il problema è chi me le possa mai dare, chi è così addentro nei meccanismi esistenti colà dove si puote, ciò che si vuole?

E più non dimandare - continua la frase - ed invece io me lo “dimando”, eccome, e provo anche a dare una mia interpretazione.

I santi, Dio o chi per Lui, non ci guariscono in prima battuta, non fanno figli e figliastri, non lo devono fare, ciò che fanno è fornire ad ognuno di noi la forza per reagire, per lottare e, come dicevo prima, mettere in atto quel sistema di autoguarigione.

E’ la nostra mente, quel mondo inesplorato, affascinante e misterioso che ci fa ammalare e ci fa guarire, quel mondo nel quale convivono santi, demoni, forze, debolezze e miracoli.

Sono dell’idea, che un ammalato non ce la farà mai se non crede fermamente nella possibilità di guarire, se il suo corpo non l'ha fatto spontaneamente, significa che ora occorre la forza della sua mente.

Nella sua lotta avrà vicino “qualcuno” non so chi, ma lo avrà, starà a lui recepirne la presenza, ma non si deve abbandonare agli eventi nell’attesa di un miracolo, sarà lui che dovrà compierlo.

Rimane un ultimo periodo della definizione del vocabolario ed è quello che più mi sta a cuore, e recita “ operato da Dio direttamente o per l’intermediazione di una creatura”.

Chi è la creatura mandata da Dio a compiere il miracolo?

Siano tutti noi, ognuno di noi ha la possibilità di aiutare chi ne ha bisogno a compiere il proprio miracolo, ognuno di noi può essere il mezzo per raggiungere uno scopo.

Vi posso garantire che non è un’impresa impossibile, non c’è nulla di straordinario nel compiere un’azione apparentemente straordinaria, basta la presenza, bastano a volte, un po’ di ascolto e delle semplici parole, basta regalare un po’ della propria energia mentale, basta un po’ di umanità.

 
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L'uomo e la belva.

Post n°207 pubblicato il 24 Ottobre 2011 da lontano.lontano
 
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Ho data un’occhiata ad alcuni video relativi alla cattura di Gheddafi.

Voglio però trattare questo tema da un’angolazione diversa, lascio ad altri tutte le conclusioni a vario titolo, prendo solamente spunto dal fatto, per parlare dell’uomo in quanto tale e, non del colonnello nella fattispecie, ma l’essere umano abitante questo pianeta.

Ma chi è quest’uomo, che è capace dei gesti più eroici e delle nefandezze più atroci, chi siamo noi, in verità?

Chi è l’essere umano che si scaglia contro il più debole, contro chi non può difendersi, contro chi incarna la parte della vittima designata?

Cattivo, prepotente, inumano, sanguinario, quando è forte, solo quando è più forte, spaurito, tremante ed implorante, quando ha persa la sua potenza e la sua altera superiorità.

Colpire chi non può difendersi, chi è già prostrato a terra, è scendere agli istinti più bassi della natura umana, lo è per chi riveste il ruolo del carnefice ma, lo è altrettanto, quando la vita inverte i ruoli e la vittima diventa aguzzino a sua volta.

Qualcuno potrà dare un nome a tutto questo chiamandola “Giusta vendetta”.

Posso comprendere e, in qualche modo essere concorde, perché non sono un santo, ma, solo se la vendetta ha luogo in maniera paritaria.

La giustifico se venisse esercitata quando colui che ha commessi abusi e crimini, fosse ancora ben saldo al suo posto, quando ancora la sua potenza si mostrasse vestita del suo tirannico potere.

Non ha più senso dopo, come non aveva senso prima la violenza che ha scatenata la reazione, non ha più senso quando il più forte si trasforma nel più debole.

E’ la stessa violenza, non c’è una violenza buona e una cattiva, è il branco dei predatori che assale la preda ferita, non è nulla di più e non è nulla di diverso, sempre.

E’ tipico dell’uomo, uno dei lati umani che non giustifico, dell’uomo appunto e non degli animali.

Infatti questi ultimi non uccidono per gioco, non si vendicano, se uccidono la preda debole è solo per far vivere la specie nell’animale più giovane, è amore, in qualche maniera, ma mai è odio.

Belva, poi, è un termine migrato dall’animale all’uomo ma, a mio parere, avrebbe dovuto esser l’opposto, il suo significato si addice a chi compie azioni consapevolmente, a chi potrebbe evitarle e non lo fa perché la sua bestialità domina la sua ragione, non a chi lo fa perché obbedisce ad istinti primari e naturali.

Non approvo l’accanimento finale, gli atti di barbarie compiuti contro chi ormai è inerme e in alcuno modo potrebbe nuocere, atti che altro non sono che viltà, quella viltà che avrebbe potuto chiamarsi eroismo se avesse vista la luce in un periodo temporale precedente.

Non approvo le sevizie e le torture, l’accanimento cieco contro il bersaglio facile, sono inutili e meschine, del resto, questo è l’atteggiamento del branco, della massa, del numero che tende a far assurgere i pavidi al ruolo di eroi.

Sono per la legalità, per la giusta ed esemplare punizione, ma punire duramente non significa farsi giustizia e non ammetto che ciò possa avvenire in maniera indecorosa per chi la deve subire e per chi con le proprie mani la esercita.

Reclusione a vita o, anche pena di morte, nei casi di estrema gravità, non rabbrividisco per questo, a chi si è macchiato di crimini contro l’uomo, è giusto che l’uomo stesso gli presenti il conto da pagare, così da avere giustizia e non un secondo crimine che a sua volta dovrebbe esser condannato.

 
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