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PIZZA EXPRESS

Post n°124 pubblicato il 26 Settembre 2011 da fittavolo

Ci sono due categorie di persone che ordinano la pizza a domicilio: quelle che danno del tu e quelle che danno del lei. La differenza non sta solo nel uso del pronome, questo sarebbe il minimo, ma in un qualcosa di più significativo, almeno per me che porto le pizze fin dietro le loro porte, lo è; quelle che danno del tu allungano la mancia. Faccio questo mestiere da poco più di un anno, lo faccio per racimolare qualche euro, per le mie piccole spese e non pesare sul bilancio famigliare. I miei genitori fanno già tanti sacrifici permettendomi di studiare e poi a vent’anni mi vergogno un po’ di chiedergli la mancia settimanale. È una cosa da bambini, massimo da adolescenti, alla mia età essere indipendenti è una questione d’orgoglio.
Così insieme ad un amico ci presentammo al signor Giulio, il titolare della pizzeria “Pizzaexpress”, per chiedergli se avesse bisogno di due aiutanti. Era un tipo di poche parole, lo è ancora adesso, col suo occhio indagatore, ci scansionò dalla testa ai piedi e poi dai piedi alla testa. Lo fece un paio di volte, tenendo il sopraciglio sinistro alzato come se avesse voluto evidenziare quale dei due occhi ci stava radiografando. Poche parole dicevo – tu in cucina e chiedi di Fabio – disse indicando il mio amico – tu nel retro e aspettami lì – disse indicando una porticina in fondo al locale. Con che criterio valutò la nostra buona volontà non lo sapemmo mai, però ci azzeccò: siamo ancora con lui. Un po’ siamo stati fortunati: la settimana precedente era stato abbandonato senza preavviso dal ragazzo addetto alle consegne domiciliari e Fabio da tempo si lamentava di aver bisogno di un aiuto in cucina. Ai più, un anno può sembrare un lasso di tempo breve per poter affermare di aver acquisito una buona esperienza per capire il comportamento umano, ma questi, non immaginano minimamente quanta conoscenza si apprende consegnando la pizza a domicilio. C’è in giro un sacco di gente strana, mentalmente instabile, che dietro un’apparente vita normale nasconde tanti di quei problemi che non hai idea. Alcuni hanno emotività da vendere e hanno la capacità di rovesciartela addosso coinvolgendoti in situazioni di cui ne faresti volentieri a meno. Questi sono i peggiori e di solito esordiscono con una domanda che comincia sempre con “è vero che…” e così chiedendoti un parere ti tirano dentro a questioni tra loro e i loro figli o le loro mogli o i loro mariti. Quei pochi minuti che passano tra la consegna e il pagamento si dilatano diventano cinque, a volte dieci, col piede destro che tenta di portarti via e quello sinistra che ti blocca. Continui a fare avanti e indietro in quel mezzo metro che ti separa dalla porta, con la voglia di voler dare una risposta e la necessità di consegnare le altre pizze ancora fumanti. I primi tempi ci cascavo sempre, era facile coinvolgermi, molto spesso ero in ritardo e il signor Giulio me lo diceva sempre – dove cacchio sei stato, ricordati che alla prima lamentela di pizza fredda, hai chiuso con me – me lo diceva mentre mettevo lo scooter sul cavalletto e lui era già pronto con un altro carico da consegnare.
Nessuno mai si lamentò.
Poi ho imparato, e mi feci coinvolgere più di rado, fino a quella maledetta volta che smisi completamente.
Era una bella serata di luglio, faceva caldo e andare in scooter era una delizia. Come al solito ‘ulio mi diede la lista delle prenotazioni per studiare i percorsi, ma dopo otto mesi che lavoravo lì conoscevo a memoria le strade del paese. I clienti erano quasi sempre gli stessi, ogni tanto se ne aggiungeva qualcuno nuovo. Quella sera ce n’erano due, in due vie diverse dalle solite. Uno voleva la consegna alle 21.30 in punto, due pizze arcobaleno. Le 21.30 era un buon orario, era quando la calma cominciava a prendere il posto della frenesia e ‘ulio si rilassava.
Ero in anticipo di qualche minuto quando suonai al 43 di Via Giovane Italia. Pigiai il tasto del campanello, non mi aprì nessuno. Lo pigiai un’altra volta. Stavo per andar via e rinunciare alla consegna. Lo scatto della serratura mi sorprese mentre guardavo le finestre e i balconi sulla facciata del palazzo, già a cavallo dello scooter. Una voce disse quarto piano. “Sì quarto piano, era ora!” pensai.
La porta d’ingresso era socchiusa, un filo di luce si evidenziò quando la scalinata divenne buia. Bussai e chiesi permesso. Una voce, la stessa del citofono, mi disse di entrare. Era una voce femminile. Spinsi la porta ed entrai. Nell’ingresso c’era un grosso armadio con le ante a specchio, mi vedevo riflesso con la borsa termica. Istintivamente mi misi a posto i capelli, scompigliati dal continuo leva e metti del casco.
– Arrivo subito – disse la voce.
Io risposi che non c’era problema. Si far per dire, quella era l’ultima consegna e al rientro dovevo dare una mano a Fabio a riassettare la cucina, prima di andarmene. Passarono pochi minuti e dalla porta che avevo di fronte uscì una donna in vestaglia. Non era volgare, solo che, quel suo muoversi in fretta le scopriva le gambe mentre camminava. Aveva in testa dei piccoli cilindri di plastica su cui aveva avvolto ciocche di capelli e li aveva bloccati con delle pinzette con il becco lungo.
Mi ricordava mia zia Maria. Quando ero piccolo mia madre mi portava da lei e aveva sempre la testa inghirlandata così.
Forse aveva quarant’anni, comunque era molto piacente e si presentava molto disinvolta.
– Scusami, ero in bagno a sistemarmi i capelli, avevo il phon acceso e non ti ho sentito. Hai aspettato molto giù? – disse venendo verso di me.
– No signora, solo pochi minuti. No problem – dissi sfoggiando il mio inglese scolastico.
Tirai fuori le pizze dalla borsa termica. – Ecco qua, due belle arcobaleno per lei – dissi allegramente.
Le prese e le portò in cucina. Quel suo modo di muoversi faceva ondeggiare la vestaglia, scoprendo ciclicamente le gambe. Non ebbi l’impressione che lo facesse apposta, piuttosto, era estremamente naturale nell’atteggiarsi.
– Quanto ti devo? – la sentii chiedere – ma non essere timido vieni –.
Feci qualche passo avanti per affacciarmi in cucina, non entrai. La vidi che rovistava in una borsa appoggiata sul tavolo. La curvatura del suo corpo rilassava l’indumento dal petto e lasciava intravedere un seno bianco che puntava verso il basso. Deglutii e a fatica riuscii a nascondere l’imbarazzo. Accusai un vuoto allo stomaco, come quando d’improvviso precipiti. Mi succedeva sempre alla vista di qualcosa normalmente nascosto e che all’improvviso sbucava fuori, e per caso, si trovava sulla mia stessa visuale. La naturalezza di questa donna mi stupiva. Possibile che non si accorgesse della finestra aperta sul suo seno. Eppure continuava a rastrellare nella borsa con estrema disinvoltura.
– Devo decidermi a riordinare questa borsa, quando cerco qualcosa non la trovo mai! – esclamò abbattuta – a ecco, finalmente! Allora quanto ti devo?.
Si tirò su e la finestra si chiuse. Aveva in mano un borsellino e sul viso un bel sorriso.
– Qui n di ci eu ro – dissi sillabando e porgendole lentamente lo scontrino. E lo dissi in uno stano modo, che io stesso mi sorpresi. Lei aggrottò la fronte tirando indietro leggermente la testa, era stupita. Mi sentii come paralizzato, incapace di dire o fare qualcosa. Fu lei a risolvere.
– Vabbè! Qui n di ci eu ro e due eu ro di man cia – disse quasi ridendo.
Io avevo il volto in fiamme mentre pensavo al confermarsi della regola del “tu”.
– Mi scusi, non volevo prenderla in giro, e solo che…– dissi ficcandomi in un vicolo cieco.
– E solo che cosa? – chiese incuriosita, inclinando la testa.
Avrei dovuto mordermi la lingua per impedirmi di dire altre fesserie, ma lei aspettava una risposta; era rimasta immobile con un sorriso di circostanza e mi fissava. Deve aver capito che ho sbirciato e adesso vuole pareggiare il conto mettendomi in difficoltà.
– Lei mi ricorda mia zia, usava anche lei i cilindri per i capelli, mi ero incantato a guardarli – dissi mentendo spudoratamente, era l’unica via di scampo che trovai.
– I bigodini! Sicuro sicuro? – disse, aveva mangiato la foglia, non mi credeva – non è che per caso ti eri incantato su qualcos’altro? –  mise la mano sui fianchi e la vestaglia si aprì lasciando intravedere oltre all’attaccatura una buona parte dei seni.
Non sapevo cosa fare, era evidente che stava giocando con me. Forse l’aveva fatto sin dal principio, altro che disinvoltura!
– Cosa succede qui? – disse qualcuno alle mie spalle.
Era un uomo in canottiera e pantaloncino, ai piedi aveva delle pantofole. Era entrato senza chiedere permesso dalla porte socchiusa, era il marito.
– Allora? Si può sapere? – disse alzando la voce e avvicinandosi con fare minaccioso.
Mi spostai verso l’uscita, per rientrare entro i miei naturali confini. L’uomo giunto sulla porta della cucina vide la moglie, la sua postura non era cambiata, i suoi seni sfidavano la sua rabbia.
– Non posso lasciarti sola un minuto che subito mostri al primo venuto quello che sei – disse l’uomo risoluto.
– E cosa sarei, eh, cosa sarei, sentiamo – disse la donna.
L’uomo stringeva i pugni, rabbioso, non gli pareva vero di essere affrontato anche quando aveva ragione.
– Zitta, zitta, non parlare, non peggiorare la situazione – disse l’uomo.
– Ma che situazione, peggiorare cosa? – disse la donna sfidando il marito.
– Possibile che non ti rendi conto del tuo comportamento, guardati, con la vestaglia aperta davanti a un estraneo, sei proprio una…– precisò l’uomo.
– Dillo dai dillo cosa sono, ormai non ti controlli più, non controlli più la tua gelosia – disse la donna – non ho fatto nulla di male, la vestaglia si è aperta accidentalmente, non l’ho aperta io e poi voglio vivere, sentirmi libera di muovermi senza restrizioni, hai capito? –.
“Un po’ apposta l’hai fatto” pensai maliziosamente.
– La mia gelosia è fondata, se fossi un’altra persona, se ti comportassi come si deve, non avrebbe ragione di esistere – disse l’uomo cercando di giustificarsi.
La donna uscì dalla cucina, passò davanti al marito e si fermò a due passi da me.
– Ecco, così almeno hai un motivo valido per esserlo – disse la donna scoprendosi completamente i seni.
Poi prese la mia mano destra e ci mise dentro diciassette euro, puoi andare, disse. Il marito diede un pugno al muro i suoi occhi erano rossi d’ira.
– Tu non vai da nessuna parte, tu sei testimone di ciò che sono costretto a fare – disse indicando me.
– Scappa – disse la donna interponendosi tra me e il marito.
Ero paralizzato dalla paura. La donna mi spinse fuori dalla porta, ma suo marito le era già addosso, le diede uno spintone e afferro un mio braccio. Feci blocco con un piede contro il muro, tiravo con forza il mio braccio, mentre cercavo di chiudere la porta. Lentamente scivolavo via dalle grinfie di quell’uomo, grazie anche al sudore che aveva preso a scendere copioso. L’ultimo strattone fu decisivo e il mio braccio si liberò, però persi l’equilibrio e mi aggrappai alla maniglia della porta per non cadere. La porta venne avanti tirata dal mio corpo. Non ci fu il classico rumore secco deciso di una porta che sbatte, ma un urlo straziante. Vidi delle dita ritirarsi verso l’interno, mentre mi rialzavo per scappare via. Non dissi niente a ‘ulio, e lui, non avendo più ricevuto ordinazioni, non notò il ritardo.   

 
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