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SCHIAVI DELLE BANCHE

Post n°1 pubblicato il 10 Aprile 2007 da Aquilafaziosa
Foto di Aquilafaziosa

Chi voglia farsi un’idea astratta, metafisica, sognante e lirica dell’infinito, non può che riandare a Leopardi, che ha saputo, con pochi versi semplici e insieme arcani, darcene il senso profondo ed ineffabile. Questo ci è stato insegnato dal nostro indimenticato e ottimo  professore di italiano, Bruno Sala. Ma chi voglia avere dell’infinito un’immagine concreta, volgare e quotidiana, suggeriamo noi, guardi alle banche e alla Borsa, dove l’infinito consiste in questo: che non si smette mai di creare moneta dal nulla e dal nulla lucrare interessi, aggi e commissioni, e si ha la sensazione che il potere della finanza vada avanti per sempre, senza mai arrivare a quell’epilogo che sarebbe, per i lavoratori e per i risparmiatori, appunto, la fine dell’infinito e della vessazione.

Il capitalismo trionfante e globale, per intenderci, quello di Rockefeller un tempo e quello di Soros oggi, sta raggiungendo la sua razionalizzazione estrema. Che consiste in questo: retribuire sempre più il capitale e retribuire sempre meno il lavoro umano, che invece è la vera fonte di produzione della ricchezza.

Ridurre all’infinito il costo del lavoro, questo l’imperativo finanziario, sino a generare un fenomeno, allo stesso tempo, devastante e inquietante: la migrazione dei posti di lavoro. Se un tempo ad emigrare erano gli uomini, in cerca di lavoro dove lavoro c’era, oggi assistiamo all’esatto contrario, grazie al potere della grande finanza e della Borsa. Oggi lavori altamente qualificati vengono delocalizzati in Cina e in India, principalmente, dove nel corpo del “terzo mondo” esiste un “primo mondo” ( ma che si accontenta di paghe da terzo) di laureati con invidiabile livello tecnico, alta qualità di educazione e saperi moderni.

Esempi di ciò ne troviamo senza andare lontano: pensiamo all’Alcatel, società di Telecom,  che ha uffici a Dheli, in cui lavorano 400 indiani, quasi tutti ingegneri; essa trova conveniente far migrare i posti di lavoro, e lasciare gli ingegneri indiani nel loro paese, dove vigono un costo della vita e stipendi infinitamente più bassi dei nostri.

Il nostro costo del lavoro (giustamente, diciamo noi) è mantenuto alto da istituzioni previdenziali, sanitarie e civili; tuttavia, è per questo che le grandi multinazionali occidentali hanno trovato nel mercato globale la via di fuga da ogni restrizione sociale, sindacale o legale nel trattamento della manodopera, facendo migrare i posti di lavoro verso paesi che ignorano i nostri livelli di civiltà.

Il modo più facile di accrescere la profittabilità di un’azienda è quello di ridurre il maggior costo fisso: la manodopera. I manager che pagano a se stessi stipendi da favola tagliano tutti i costi (tranne i loro) perché la Borsa premia questi risparmi: le azioni delle imprese, dopo la notizia di massicci licenziamenti, di solito conoscono il rialzo. Il taglio di manodopera è interpretato come aumento dell’efficienza del captale investito.

Ma così facendo, il capitalismo si dirige verso il proprio suicidio: poiché i lavoratori con potere d’acquisto calante diventano sempre meno capaci di acquistare le merci che il capitalismo produce in volumi sempre maggiori.

Ma cos’è che spinge il capitalismo verso la sua implosione? Il potere della finanza, della banca, che lucra l’interesse del denaro che crea dal nulla per prestarlo. L’inganno che consiste nel far credere che c’è abbondanza di denaro, e perciò si può far funzionare l’economia spacciando promesse di pagamento, sta per cadere. Il capitalismo finanziario è al capolinea. Come il Comunismo è caduto per le sue contraddizioni interne, per l’inattuabilità della sua dottrina economica, così il libero mercato mondiale sta per toccare i suoi limiti teorici e logici.

Il capitalismo d’oggi si configura come una dittatura della finanza sugli altri fattori della produzione: è l’interesse supremo dei prestatori di capitali quello che viene perseguito, non il mantenimento della vita umana, della società.

Proviamo a spiegare il gioco di prestigio. Se avete messo 100 mila euro in deposito presso una banca essa vi fa credere che presta il vostro denaro in attività produttive, ad esempio prestando i vostri 100 mila euro a un imprenditore che chiede un fido. Così giustifica la forbice tra il tasso passivo che paga a voi – l’1 per cento d’interesse, che con l’addebito delle spese diventa lo 0 per cento, addirittura un interesse negativo (e voi già ci perdete, per il sol fatto di aver affidato i vostri soldi alla banca) – e il tasso attivo che fa pagare all’imprenditore, indebitandolo: il 7 per cento, magari il 12 o più. Così voi credete che la banca sui 100mila euro faccia un guadagno di 7mila o 12mila euro, ma non è così; la banca, sul vostro deposito, lucra infinitamente di più. La banca, a differenza della burla del Gatto e la Volpe, ha davvero scoperto il campo moltiplicatore degli zecchini; solo che non ne fa partecipe il risparmiatore-Pinocchio, al quale riconosce solo l’1 per cento.

Ma come avviene? Dov’è il trucco? Il trucco e questo: quando voi depositate in banca 100 euro, la banca può creare fra i 10 e i 20 prestiti da 100 euro ciascuno, ossia “crea” moneta per 1000 o 2000 euro, e anche di più nei paradisi fiscali dove non sono richieste riserve obbligatorie. E’ su tutto questo denaro inventato e dato a prestito che la banca lucra gli interessi! Ma come fa la banca, obietta il risparmiatore- Pinocchio, a prestare denaro che non ha in cassa? Può perché sa che depositanti non ritireranno tutti insieme la totalità dei loro depositi, né i debitori estingueranno di colpo i loro fidi. Basterà il flusso di cassa (il debitore paga gli interessi con denaro vero) per consentire alla banca di pagare contanti ai depositanti, relativamente pochi, che chiedono soldi veri. Questo per mantenere il pubblico nell’illusione che la banca è solvente, che i soldi li ha.

Ma quei soldi, non sono altro che scritture contabili. Tra l’85 e il 95 per cento del denaro circolante è creato dalle banche. Attraverso l’apertura di credito. Non moneta vera ma moneta-credito, o moneta scritturale come si dice nel gergo delle banche. Moneta creata ex nihilo, dal nulla: può essere più chiaro? Ezra Pound, che aveva compreso il trucco, non a caso citava la definizione dell’Enciclopedia Britannica: “la banca lucra gli interessi dal denaro che crea dal nulla”.

Ogni banca, avendo in cassa depositi per 100 euro, paga per quel deposito l’1 per cento; poi ne presta almeno 400 al tasso del 7 per cento, lucrando 28 euro di interessi: il bluff è questo! La quota di espansione della moneta falsa, perché di questo si tratta, è, nei paesi europei, fino a quattro o sei volte i depositi. Da noi per esempio, con una riserva obbligatoria del 15 per cento, la moneta falsa è quasi il sestuplo dei depositi.

E su questo “vigila” la Banca d’Italia - non lo Stato, usurpato di tale potere – la quale, come è stato dimostrato dai recenti scandali, è una banca (pubblica?) in mano delle banche private. Andando ancora più su, è la BCE, cioè l’Europa dei banchieri, a detenere, per quel che ci riguarda, il potere di signoreggio sull’economia italiana.

Moneta falsa, dicevamo, come efficacemente rilevato dal premio nobel per l’economia Maurice Allais: “essenzialmente, l’attuale creazione di denaro ex nihilo (dal nulla) operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte dei falsari. In concreto, i risultati sono gli stessi. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto”.

E’ denaro falso. E’ denaro vuoto. Ma il denaro, anche falso, comanda il lavoro. Torniamo così al nostro tema iniziale, quello della subordinazione del lavoro al capitale finanziario. L’imprenditore che ha ottenuto un fido fa sgobbare gli operai funzionare i macchinari per guadagnare tanto da restituire ratei del capitale con gli interessi. Così il denaro vuoto si riempie con la vera fonte di ricchezza, che è il lavoro e il sudore degli uomini.

Il capitalismo terminale, finanziario, come tende a retribuire il minimo possibile il lavoro, così tende a non retribuire il risparmio. In ogni caso, la sua vittima predestinata è il lavoratore-produttore, colpito da due parti: da salariato e da risparmiatore.

La banca preleva, così, un tributo occulto su tutte le attività produttive dell’uomo: ogni lavoratore, ogni imprenditore è suo schiavo. Basta che la banca espanda il credito (crei pseudocapitale) e vedrete i lavoratori accelerare il ritmo, sudare e affannarsi come burattini impazziti per pagare gli interessi sul debito, su quel denaro falso; basta che restringa il credito, e i lavoratori saranno licenziati a migliaia.

Anche se noi, personalmente, non prendiamo a prestito denaro dalle banche, tuttavia paghiamo degli interessi, senza saperlo, come consumatori. E’ stato calcolato che gli interessi finanziari incorporati nel prezzo di ogni merce costituiscono, in media, il 50 per cento del prezzo; dunque, ogni merce ci potrebbe costare la metà.

Pensate, nel medioevo i sudditi pagavano al signore feudale, o alla Chiesa, “la decima” ossia solo il 10 per cento!

Intervenga la politica e scriva negli Statuti regionali, provinciali e comunali questa semplice annotazione “la Regione tutela il risparmio e assume idonee iniziative per indirizzarlo, SENZA INTERMEDIARI, verso l’investimento produttivo”. Non vorremmo concludere, diversamente, con l’amara considerazione di Ezra Pound per il quale “i politici sono ormai i camerieri dei banchieri”.

 
 
 
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