<?xml version="1.0" encoding="ISO-8859-1"?>
<rss version="2.0">
    <channel>
        <title>News dello Psicologo</title>
        <description>Blog del sito www.iltuopsicologo.it inerente tutte le ultime notizie in campo psicologico</description>
        <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/</link>
        <lastBuildDate>Tue, 03 Jan 2012 09:17:53 +0100</lastBuildDate>
        <generator>Libero Blog</generator>
        <category>Salute e Benessere</category>
        <category>Psicologia</category>
        <item>
            <title>CANZONE TERAPIA: CANZONI PER CALMARE I NERVI</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10944231.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Farmacia canzonissima. Questo almeno &amp;egrave; quanto sostiene un libro appena uscito negli Usa dal titolo che &amp;egrave; tutto un programma - ovviamente discografico: &quot;La tua playlist ti pu&amp;ograve; cambiare la vita&quot;. La playlist, si sa, &amp;egrave; la raccolta personalizzata di canzoni: un'espressione &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;adv adv-middle-inline&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva;&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;diventata popolarissima negli ultimi anni grazie all'espansione della musica digitale e dei lettori come gli iPod e gli mp3, che ci permettono appunto di organizzare la nostra discoteca dando dei nomi particolari a dei programmi particolari. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E cos&amp;igrave; come possiamo raccogliere le nostre canzoni in una playlist, chess&amp;ograve;, di musica da ballare, o musica per bambini, o musica per viaggiare, gli psicologi autori di questo nuovo studio ci suggeriscono adesso di costruire una playlist per migliorare il nostro benessere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Galina Mindlin, Don Durousseau e Joseph Cardillo sono tre big della psicologia e della divulgazione. E lo studio si presenta proprio come un manuale: &quot;10 modi per cui la vostra musica favorita pu&amp;ograve; rivoluzionare la vostra salute, memoria, organizzazione, attenzione e molto di pi&amp;ugrave;&quot;. Gli americani, si sa, sono fatti cos&amp;igrave;: tutta ginnastica, anche per la mente. Ma lo dice anche quello snob inglese di mister Sting: &quot;La vostra mente &amp;egrave; uno strumento potente e questo libro vi aiuter&amp;agrave; a rimodellare il ritmo della vostra vita&quot;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Naturalmente nelle playlist c'&amp;egrave; anche lui: Every Breath You Take dei suoi Police &amp;egrave; - come Imagine - tra i brani che mettono calma (&quot;grazie a quel ritmo trascinante che fa rilassare corpo e mente&quot;). Altro esempio di canzone che riduce l'ansia? New York New York: s&amp;igrave;, proprio l'inno di Frank Sinatra alla citt&amp;agrave; che non dorme mai &amp;egrave; al contrario estremamente rilassante per via di quel ritmo dondolante (27 beat al minuto, dicono gli esperti) che ammalia. Per non parlare di quella canzone positiva gi&amp;agrave; nel titolo, Here Comes The Sun dei Beatles: come fai a non rasserenarti al pensiero del sole che arriva?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E se i Favolosi Quattro sono ideali per il relax, i loro sempiterni rivali serviranno naturalmente a ridarci la carica: e Brown Sugar dei Rolling Stones, che mica tanto velatamente gi&amp;agrave; accennava appunto all'aiutino sintetico, &amp;egrave; infatti nella lista delle canzoni che danno energia. Dove i nostri esperti hanno moltiplicato davvero gli sforzi: costruendo playlist particolari che creano uno stato di allerta che aumenta proporzionalmente con la velocit&amp;agrave; appunto dei beat per minuto, in codice Bpm. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cos&amp;igrave; da Pride (The Name of Love) degli U2, 106 Bpm, si finisce a Don't Phunk with My Heart del Black Eyed Peas, 130 Bpm, passando per Lady Madonna sempre dei Beatles, 110. Oppure da Back on the Chain Gang dei Pretenders, 138 Bpm, l'ideale da mettere su per ritrovare&amp;nbsp; l'energia per mettere a posto la casa, si sale fino a The Power of Love di Huey Lewis and the News, 155 Bpm.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' proprio nella costruzione delle playlist l'aspetto scientifico pi&amp;ugrave; interessante di tutta l'operazione. In fondo lo dice anche il detto popolare: canta che ti passa. E un altro scienziato come Daniel Levitin aveva gi&amp;agrave; chiarito in &quot;Sei canzoni&quot; che tutta la musica di questo mondo si potrebbe appunto ridurre a sei prototipi emozionali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma i tre psicologi vanno oltre: notando come ritmo, armonia, risonanza e sincronia sono fra l'altro termini musicali che vengono sorprendentemente usati anche nello studio del cervello. E che i ritmi del cervello, viceversa, sono organizzati con gli stessi principi della musica. Noi stessi, dicono, siamo musica: &quot;La prima musica codificata nella nostra memoria &amp;egrave; proprio la prima vibrazione che ci ha generato: il ritmo delle nostre prime cellule&quot;. &quot;Imagine&quot; te stesso: la droga naturale che ci portiamo dentro. &lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;articolo completo al seguente indirizzo: &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/01/03/news/musica_anti_stress-27522931/?ref=HRERO-1&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/01/03/news/musica_anti_stress-27522931/?ref=HRERO-1&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;per approfondimenti: &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-family: verdana,geneva;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>canzone terapia</category>
        <category>psicologo</category>
            <pubDate>Tue, 03 Jan 2012 09:17:52 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10944231.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>IL SONNO E' TERAPEUTICO PER I RICORDI DOLOROSI</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10928716.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;DORMIRCI sopra, per stemperare il dolore di un'esperienza emotiva particolarmente spiacevole. Tra i numerosi effetti benefici del sonno c'&amp;egrave; anche la facolt&amp;agrave; di alleviare, in particolare durante la fase REM - quella in cui si sogna - ricordi dolorosi, permettendoci di riviverli in un contesto privo di stress che li rende meno difficili da affrontare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad indicare questa funzione emotiva del sonno paradosso, che riguarda una specifica fase del riposo notturno,&amp;nbsp; dagli aspetti contrastanti, &amp;egrave; una ricerca coordinata dal professor Matthew Walker, dell'universit&amp;agrave; di americana di Berkeley. Che, insieme ai suoi colleghi dell'ateneo californiano, ha osservato come nel sonno Rem i circuiti chimici dello stress si spengano e si riesca a cancellare la parte pi&amp;ugrave; dolorosa delle esperienze pi&amp;ugrave; difficili. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una scoperta che aiuta anche a comprendere perch&amp;eacute; chi soffre di disturbo post- traumatico da stress, come i veterani di guerra, abbia pi&amp;ugrave; difficolt&amp;agrave; a liberarsi da incubi ricorrenti e dal ricordo di esperienze drammatiche.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La fase Rem del sonno, una delle pi&amp;ugrave; misteriose, occupa circa il 20 per cento del riposo totale di una persona in salute; &amp;egrave; caratterizzata da movimenti oculari rapidi e da un'elevata attivit&amp;agrave; cerebrale. E sembra funzionare come una terapia notturna, &quot;una sorta di balsamo che smussa gli aspetti pi&amp;ugrave; acuti delle esperienze emotive vissute in precedenza&quot;, ha spiegato Walzer, professore associato di psicologia e neuroscienze nell'ateneo californiano, coordinatore dello studio uscito su &lt;em&gt;&lt;a href=&quot;http://www.cell.com/current-biology/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Current Biology&lt;/a&gt;.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi soffre di disturbo post-traumatico da stress, che, come in altri tipi di disturbi fra cui la depressione, ha un ciclo alterato del sonno, non ne beneficia: in questo caso, i ricordi drammatici, scatenati da eventi diversi, anche banali, vengono rivissuti con la stessa intensit&amp;agrave; proprio perch&amp;eacute; manca questa &quot;pulizia notturna&quot; delle esperienze emotive. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre dormiamo - lo facciamo per un terzo della nostra vita - ci troviamo in uno stato unico, in cui il cervello funziona in maniera diversa, alternando stadi di profondo rilassamento ad altri di agitazione. E' un viaggio per molti aspetti ancora oscuro, fondamentale per il nostro benessere e per la salute. Ed &amp;egrave; stato osservato che il sonno &amp;egrave; fondamentale per consolidare la memoria, per l'apprendimento e per la regolazione dell'umore. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Durante la fase Rem &quot;vengono riattivati i ricordi, ma in prospettiva e in uno stato in cui le sostanze neurochimiche legate allo stress sono soppresse, con tutti i benefici del caso&quot;, riassume Els van der Helm, primo autore dello studio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla ricerca hanno partecipato 35 giovani, cui state mostrate immagini fortemente emotive, per due volte, a distanza di 12 ore l'una dall'altra, mentre la loro attivit&amp;agrave; cerebrale veniva misurata con la risonanza magnetica.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando ci troviamo nella fase dei sogni, spiegano i ricercatori, c'&amp;egrave; un brusco calo nei livelli di norepinefrina, neurotrasmettitore del cervello associato allo stress. &quot;Riprocessando, quindi, le esperienze emotive del giorno precedente in un ambiente 'sicuro', data la sua mancanza, ci svegliamo il giorno dopo e queste risultano ammorbidite nella loro forza emotiva. Ci sentiamo meglio, in grado di gestirle&quot;, spiega il professor Walker.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'intuizione &amp;egrave; venuta quasi per caso, quando un collega medico gli ha riferito degli effetti benefici di un farmaco generico per il controllo della pressione sanguigna che, inavvertitamente, preveniva anche gli incubi in pazienti affetti da disturbo post-traumatico da stress. Uno degli effetti collaterali del farmaco &amp;egrave; proprio quello di sopprimere la norepinefrina nel cervello, creando quindi una condizione di maggiore rilassamento durante il sonno Rem, riducendo incubi e favorendo un sonno maggiormente ristoratore. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span&gt;(23 novembre 2011)&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;articolo completo al seguente indirizzo: &lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/scienze/2011/11/23/news/sonno_rem_aiuta_dimenticare_dolore-25467330/index.html?ref=search&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.repubblica.it/scienze/2011/11/23/news/sonno_rem_aiuta_dimenticare_dolore-25467330/index.html?ref=search&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>disturbo post-traumatico</category>
        <category>sonno rem</category>
            <pubDate>Wed, 28 Dec 2011 10:21:22 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10928716.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>QUANDO L'ANIMALE DIVENTA UN FAMILIARE</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10928706.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;L'abitudine di trattare gli animali domestici come membri di famiglia &amp;egrave; sempre pi&amp;ugrave; diffusa in Europa, anch'essa come Halloween e il fast food importata dagli Stati Uniti. Nelle case italiane, in particolare, vivono circa 20 milioni di pets e per il loro benessere i padroni spendono due miliardi di euro l'anno. Oltreoceano il fenomeno &amp;egrave; talmente esasperato da aver di recente conquistato anche le pagine di Usa Today, che denuncia come siano sempre di pi&amp;ugrave; gli americani che trattano l'animale di casa come un essere umano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo un'indagine dell'American Pet Products Association, il 53 per cento dei proprietari di un cane e il 38 per cento di quelli di un gatto fa loro abitualmente regali per Natale e secondo un sondaggio della Kelton Research&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;adv adv-middle-inline&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;/div&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;commissionato dalla Milo's Kitchen, l'81 per cento dei cittadini Usa considera il pet un membro di famiglia, il 58 per cento li chiama a s&amp;eacute; con nomignoli come &quot;mommy&quot; o &quot;daddy&quot;, il 77 per cento fa loro regali per il compleanno e pi&amp;ugrave; della met&amp;agrave; ammette di parlare di loro pi&amp;ugrave; spesso di quanto non faccia di sesso o politica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Niente paura, per&amp;ograve;: gli esperti avvertono che i &quot;pet-obsessed&quot; non hanno nulla che non va. &quot;La cosa peggiore che pu&amp;ograve; succedergli - spiega Stanley Coren, professore emerito di psicologia presso la University of British Columbia - &amp;egrave; arrivare a spendere 20 dollari per un collare&quot;. Il problema riguarda gli animali. Che, come spiega il il Presidente della Societ&amp;agrave; Italiana di Etologia, Enrico Alleva, soffrono di queste situazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&quot;Quelli che vengono trattati come persone - commenta l'esperto - sono vittime dell'egoismo e dell'arroganza dei proprietari, che non a caso definisco cos&amp;igrave; e non padroni. Il cane &amp;egrave; un lupo addomesticato e pensare che possa trovare piacevole guardare la televisione come noi non ha senso. Situazioni di questo tipo spesso portano l'animale a sentirsi depresso, apatico e a ingrassare. Infondono in lui un profondo senso di malessere&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo l'etologo, la cosa migliore che si pu&amp;ograve; fare per andare incontro ai bisogni dell'amico domestico &amp;egrave; leggere libri scientifici che parlino della sua specie e che spieghino come rispettarne al massimo la natura. Perch&amp;eacute; se &amp;egrave; vero, come dice una ricerca della Miami University in Ohio, che chi ha un animale &amp;egrave; pi&amp;ugrave; sereno di chi non lo ha, &amp;egrave; anche attendibile quanto sostiene uno studio pubblicato su Public Health Nutrition, secondo cui i problemi psicofisici dei padroni contagiano velocemente gli amici a quattro zampe, portando ad esempio un cane ad ingrassare se anche il proprietario aumenta di peso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il legame tra essere umano e animale di casa &amp;egrave; dunque talmente stretto e delicato che - precisano gli esperti - va maneggiato con cura. Senza dimenticare che per loro l'unico regalo appetibile, al di l&amp;agrave; di una ciotola di cibo, &amp;egrave; la nostra compagnia.&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span&gt;(23 dicembre 2011)&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span&gt;articolo completo al seguente indirizzo:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/ambiente/2011/12/23/news/animali-27009879/index.html?ref=search&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.repubblica.it/ambiente/2011/12/23/news/animali-27009879/index.html?ref=search&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span&gt;per approfondimenti: &lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/Psicologia_scolastica_e_dell_et%C3%A0_evolutiva.asp&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/Psicologia_scolastica_e_dell_et%C3%A0_evolutiva.asp&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>animali</category>
        <category>pet therapy</category>
            <pubDate>Wed, 28 Dec 2011 10:15:23 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10928706.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>I SENSI DI COLPA SONO PECULIARI DELLE DONNE</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10928632.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;I sensi di colpa sono una brutta bestia: ci affliggono e rovinano la vita senza ritegno e, come se non bastasse, spesso sono anche ingiustificati. Infine, a mettere la ciliegina sulla torta, pare che a esserne pi&amp;ugrave; afflitte siano le donne che rispetto ai maschi ne soffrono con maggiore frequenza e intensit&amp;agrave;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ce n&amp;rsquo;&amp;egrave; per tutti, sostengono gli psicologi, e per tutte le et&amp;agrave;. I sensi di colpa non fanno distinzione &amp;ndash; se non quando si tratti di genere. In questo caso, come detto, sono le femmine a essere le vittime predilette.&lt;br /&gt;&amp;laquo;La nostra ipotesi iniziale era che i sentimenti di colpa sono pi&amp;ugrave; intensi tra le femmine, non solo tra gli adolescenti ma anche tra le donne giovani e adulte, che hanno anche mostrato i pi&amp;ugrave; alti punteggi nei confronti della sensibilit&amp;agrave; interpersonale&amp;raquo;, spiega la dottoressa Itziar Etxebarria, autore principale dello studio e ricercatore presso l&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; dei Paesi Baschi (UPV/EHU).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I ricercatori spagnoli hanno pubblicato i risultati del loro studio sullo &lt;em&gt;Spanish Journal of Psychology&lt;/em&gt; dopo aver studiato i comportamenti di un nutrito gruppo di volontari di entrambi i sessi ed et&amp;agrave; diverse: 156 adolescenti, 96 giovani e 108 adulti. &lt;br /&gt;L&amp;rsquo;indagine verteva sull&amp;rsquo;analisi della risposta emotiva alle diverse situazioni. I partecipanti dovevano cos&amp;igrave; rispondere su quali situazioni il pi&amp;ugrave; delle volte avessero causato loro&amp;nbsp;sensi di colpa e, in pi&amp;ugrave;, sottoporsi a una serie di test per valutate la sensibilit&amp;agrave; interpersonale.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;Dai dati raccolti &amp;egrave; emerso che il punteggio era significativamente pi&amp;ugrave; alto per le donne che non per gli uomini. L&amp;rsquo;intensit&amp;agrave; mostrata dai punteggi, poi, differiva in base all&amp;rsquo;et&amp;agrave;: in particolare era maggiormente presente nella fascia di et&amp;agrave; tra i 40 e i 50 anni.&lt;br /&gt;Se poi si confrontavano i dati tra maschi e femmine, appariva evidente come sia le adolescenti che le giovani donne fossero decisamente pi&amp;ugrave; sensibili al sentirsi in colpa che non i maschi della stessa et&amp;agrave;. Questa situazione, secondo la ricercatrice, pu&amp;ograve;, tra gli altri, essere ricercata nell&amp;rsquo;educazione cui sono soggette ancora oggi le donne. Un&amp;rsquo;educazione che, all&amp;rsquo;apparenza, ha perduto molti dei tab&amp;ugrave; che legavano le donne a determinate condizioni ma che, nei fatti, &amp;egrave; ancora radicata in molte famiglie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco quindi che, volenti o nolenti, molte donne si ritrovano a dover fare i conti con la propria coscienza alimentata, fin da piccole, con il cibo della colpa. Questi sensi di colpa affiorano cos&amp;igrave;, senza che consciamente lo si voglia, ma hanno ancora il potere di complicare&amp;nbsp;la vita &amp;ndash; specialmente quando ingiustificati.&lt;br /&gt;Certo, questo non vuole dire che bisogna per forza essere cinici: un po&amp;rsquo; di &amp;ldquo;sano&amp;rdquo; senso di colpa, quando necessario potrebbe anche starci, ma quando &amp;egrave; solo frutto di convinzioni o educazione errate allora&amp;hellip;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;articolo completo al seguente indirizzo: &lt;a href=&quot;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/lifestyle/articolo/lstp/423349/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/lifestyle/articolo/lstp/423349/&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;per approfondimenti. &lt;a href=&quot;http://www.maldamore.it&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;www.maldamore.it&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>donne</category>
        <category>sensi di colpa</category>
            <pubDate>Wed, 28 Dec 2011 09:44:07 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10928632.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>LA VITA COMINCIA VERSO I 40 ANNI</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10928619.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt;C&amp;rsquo;&amp;egrave; chi, in et&amp;agrave; adulta, rimpiange la spensieratezza degli anni passati; chi, invece, in et&amp;agrave; adolescenziale, ha fretta di crescere. Ma qual &amp;egrave;, allora, l&amp;rsquo;et&amp;agrave; migliore? L&amp;rsquo;et&amp;agrave; di cui, in genere, sono tutti d&amp;rsquo;accordo essere quella in cui si sta bene e che si vorrebbe fermare il tempo? Bloccare istanti preziosi, come si fa con una foto?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo un sondaggio britannico, la vita comincia intorno ai 40 anni, ma il culmine massimo nella nostra esistenza avverrebbe intorno ai 38 anni.&lt;br /&gt;Si tratta di un&amp;rsquo;et&amp;agrave; in cui sembra che la gente riesca a rapportarsi meglio con il prossimo e che si sentirebbe a suo agio socialmente come non lo &amp;egrave; mai stata prima e mai lo sar&amp;agrave; dopo.&lt;br /&gt;Ma la salita verso l&amp;rsquo;et&amp;agrave; dell&amp;rsquo;oro inizia con il raggiungere degli &amp;ldquo;enta&amp;rdquo;. Le donne, per esempio, iniziano invece a essere pi&amp;ugrave; soddisfatte del loro aspetto fisico intorno ai 31 anni, mentre gli uomini, mediamente, lo sono intorno ai 32. In accordo, entrambi i sessi, lo sono per quanto riguarda l&amp;rsquo;aspetto sessuale: su questa prospettiva infatti condividono l&amp;rsquo;idea che solo intorno ai 35 anni ci si senta pi&amp;ugrave; sicuri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L&amp;rsquo;indagine, condotta dall&amp;rsquo;&lt;em&gt;Huffington Post&lt;/em&gt;, mostra come le persone pi&amp;ugrave; giovani, in particolare i ventenni, siano ancora in prevalenza molto immaturi e invidiosi dei loro amici. Per loro sembra essere pi&amp;ugrave; importante il denaro, i beni materiali della salute. Secondo gli esperti a quell&amp;rsquo;et&amp;agrave; ancora non si comprenderebbe l&amp;rsquo;essenzialit&amp;agrave; della vita, dei rapporti sociali e dell&amp;rsquo;amore.&lt;br /&gt;Tuttavia pare esista un modo infallibile, secondo il sondaggio, per non avere paura di invecchiare: avere un partner stabile o, ancor meglio, sposarsi. Le persone sposate allungano di po&amp;rsquo; l&amp;rsquo;et&amp;agrave; ideale, affermando di raggiungere il culmine della loro esistenza poco dopo: intorno ai 42 anni &amp;ndash; probabilmente anche a causa delle responsabilit&amp;agrave; in pi&amp;ugrave; che si hanno. Oppure il dovere imparare a convivere anche con quei piccoli esserini che orbitano intorno ai genitori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;articolo completo al seguente indirizzo: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/lifestyle/articolo/lstp/427648/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/lifestyle/articolo/lstp/427648/&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt;per approfondimenti &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>maturità</category>
        <category>psicologia</category>
        <category>psicologo</category>
            <pubDate>Wed, 28 Dec 2011 09:36:29 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10928619.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>ESPORSI ALLA LUCE PER COMBATTERE LA DEPRESSIONE AUTUNNALE</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10831874.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;In autunno, si sa, molte persone vivono una sorta di depressione.&lt;br /&gt;Le giornate si accorciano, aumenta il freddo e diminuisce il tempo in cui si pu&amp;ograve; stare all&amp;rsquo;aperto durante il tempo libero. E cos&amp;igrave; che si innesca quella che viene chiamata SAD, ovvero la sindrome da disturbo affettivo stagionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tale sindrome sembrerebbe presentarsi sempre in questa stagione proprio a causa della diminuzione delle ore di luce. Quale terapia migliore, dunque, se non proprio quella della luce? Ovviamente non si possono allungare le giornate n&amp;eacute; tantomeno renderle pi&amp;ugrave; luminose, tuttavia pare si possano utilizzare delle apposite luci per star meglio.&lt;br /&gt;Tra i sintomi della SAD si considerano anche la letargia, la mancanza di interesse verso il sesso, disturbi del sonno ecc. Le persone colpite, secondo dati britannici, sarebbero una percentuale abbastanza alta: il 17% delle persone. Mentre a una percentuale pi&amp;ugrave; ridotta (circa il 7%), si presentano sintomi molto pi&amp;ugrave; lievi, che prendono il nome di &amp;ldquo;winter blues&amp;rdquo;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La soluzione, comunque, &amp;egrave; uguale per tutti: si chiama &lt;em&gt;Light caf&amp;eacute;s&lt;/em&gt; e si tratta di una terapia basata sull&amp;rsquo;installazione di luci che arrivano fino a 3.000 lux (misura della luminosit&amp;agrave;). &lt;br /&gt;Secondo Victoria Revell, esperta di cronobiologia all&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; del Surrey, &amp;laquo;Si tratta di benefici sia fisiologici che sociali. Utilizzando la terapia della luce in questo modo si pu&amp;ograve; aiutare il nostro sonno, i livelli di energia e migliorare le nostre prestazioni&amp;raquo;.&lt;br /&gt;Durante i mesi freddi, per via della ridotta quantit&amp;agrave; di luce, il nostro corpo produce una quantit&amp;agrave; eccessiva di melatonina, e riduce drasticamente quella della serotonina &amp;ndash; l&amp;rsquo;ormone che ci aiuta a sentirci meglio interiormente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;laquo;Un ruolo chiave della luce &amp;egrave; quello di sincronizzare il nostro orologio circadiano per 24 ore al giorno&amp;raquo;, aggiunge Revell. E&amp;rsquo; dunque evidente che le persone che soffrono di SAD hanno bisogno di quantit&amp;agrave; maggiori di luce per regolare il loro orologio biologico.&lt;br /&gt;Oltre alla luce, spiegano gli esperti, l&amp;rsquo;ideale &amp;egrave; nutrirsi di cibi del &amp;ldquo;buonumore&amp;rdquo; come il cioccolato, l&amp;rsquo;avena, i datteri, le banane, le noci, il latte, carboidrati derivanti da farine integrali e le uova. Quello che rimane sempre in pole position, nell&amp;rsquo;alleviare tali disturbi, resta sempre il buon vecchio cioccolato. Alimento che contiene molto triptofano, sostanza stimolante la produzione di serotonina nel corpo.&lt;br /&gt;Infine, l&amp;rsquo;ultimo consiglio &amp;egrave; quello di stare il pi&amp;ugrave; possibile all&amp;rsquo;aperto nelle ore pi&amp;ugrave; calde e luminose della giornata. Senz&amp;rsquo;altro la luce naturale &amp;egrave; ancora meglio di quella artificiale.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Fonte ed articolo completo al seguente indirizzo : &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/salute/articolo/lstp/428558/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/salute/articolo/lstp/428558/&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Per approfondimenti: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/test_depressione.php&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/test_depressione.php&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>autunno</category>
        <category>depressione</category>
        <category>psicologia</category>
            <pubDate>Thu, 24 Nov 2011 09:34:38 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10831874.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>LE REGOLE DELLO SHOPPING 'TERAPEUTICO'</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10831832.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Il dilemma tra spendere e risparmiare e se i soldi facciano o meno la felicit&amp;agrave; sono stati al centro dell'attenzione di psicologi e sociologi, con montagne di carta e, talvolta, qualche banalit&amp;agrave;. Oggi, tra disoccupazione e precariato, c'&amp;egrave; poco da andare per il sottile e stare a sentire storie di miliardari depressi non &amp;egrave; certo di grande consolazione. Detto questo, alcuni piccoli trucchi per essere pi&amp;ugrave; sereni con quello che si ha ci sono, con i conseguenti vantaggi sia per il cervello che per il fegato. L'ultima guida allo &quot;spendere sano&quot; &amp;egrave; in arrivo sul &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.myscp.org/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Journal of Consumer Psychology&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;: otto regole per acquistare stando bene e trasformare i soldi in (vero) benessere. Il segreto? Puntare sulle esperienze piuttosto che sui beni materiali, pensando un po' anche agli altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;1) Prima le esperienze, poi le cose&lt;/strong&gt;. Secondo la guida, realizzata congiuntamente da studiosi della University of British Columbia, della Harvard University e della University of Virginia, il primo punto consiste nel privilegiare l'acquisto di esperienze piuttosto che di beni materiali. &quot;La ragione&amp;nbsp; -&amp;nbsp; spiega da Vancouver Elizabeth W. Dunn&amp;nbsp; -&amp;nbsp; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;adv adv-middle-inline&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #003300;&quot;&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&amp;egrave; molto semplice: tendiamo ad abituarci alle cose molto pi&amp;ugrave; velocemente di quando accada per le esperienze&quot;. Secondo la ricercatrice&amp;nbsp; -&amp;nbsp; esperta in &quot;miraggi&quot; come felicit&amp;agrave;, auto-conoscenza e previsioni affettive - l'acquisto di esperienze come un viaggio o un corso di cucina d&amp;agrave; benefici molto pi&amp;ugrave; duraturi rispetto, ad esempio, a un parquet in legno di ciliegio o a una pregiata bottiglia di Barolo. A riprova della sua tesi ci sono i numeri: su un campione di oltre 1.000 americani, quasi il 60% ha ammesso di aver tratto pi&amp;ugrave; piacere da una cosa &quot;vissuta&quot; piuttosto che &quot;posseduta&quot;. &quot;Con i cosiddetti acquisti esperienziali scatta il meccanismo della rivisitazione mentale&quot;, prosegue Dunn. &quot;Torniamo pi&amp;ugrave; spesso con la mente a un concerto o a un'escursione piuttosto che a un paio di scarpe. D'altronde, le esperienze sono intimamente connesse alle nostre identit&amp;agrave; e al tempo che passiamo con gli altri, che alla fine sono la nostra pi&amp;ugrave; grande fonte di gioia&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;2) Pensare agli altri, piuttosto che a se stessi.&lt;/strong&gt; Non a caso, il secondo punto &amp;egrave; dedicato proprio alle spese che facciamo per gli altri, sia in senso di regali a persone care che di beneficenza. Secondo Daniel T. Gilbert, psicologo di Harvard e autore dello studio insieme a Dunn e Timothy D. Wilson, la qualit&amp;agrave; delle nostre relazioni ha un ruolo fondamentale nel determinare il nostro grado di benessere. Una ricerca condotta nel 2008 proprio da Dunn e colleghi mostra come le spese pro-sociali (regali e donazioni) siano legate a un maggiore livello di soddisfazione e felicit&amp;agrave;. Il fenomeno&amp;nbsp; -&amp;nbsp; sostengono gli studiosi - trova riscontro anche a livello neuronale. In un altro studio, infatti, alcuni partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale: dall'esame &amp;egrave; emerso che la decisione di donare dei soldi a una banca del cibo locale era accompagnata dall'attivazione dei neuroni in parti del cervello tipicamente associate alla gratificazione e al ricevimento di un premio o un riconoscimento. &quot;Per quanto banale possa sembrare, siamo gli esseri pi&amp;ugrave; sociali del nostro pianeta: solo altri tre animali ci fanno concorrenza&amp;nbsp; -&amp;nbsp; le termiti, gli insetti eusociali e le talpe senza pelo. Forse il vero problema &amp;egrave; che non siamo in grado di ammettere quanto, in realt&amp;agrave;, la nostra felicit&amp;agrave; dipenda dagli altri&quot;, suggeriscono gli studiosi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;3) Meglio i piccoli piaceri dei &quot;colpi di testa&quot;.&lt;/strong&gt; Per non rischiare di far somigliare troppo la loro guida al manuale del buon samaritano, Dunn e colleghi ammettono l'importanza di concedersi, di tanto in tanto, un lusso. Il consiglio, tuttavia, &amp;egrave; di non puntare sui grandi acquisti, quanto piuttosto su piccole spese frequenti, capaci di regalarci qualcosa di diverso ogni volta. &quot;La tendenza ad abituarsi alle cose &amp;egrave; un po' come la morte&quot;, sentenziano gli studiosi. &quot;La temiamo, la combattiamo, a volte riusciamo a posticiparla, ma alla fine perdiamo sempre. Lo stesso vale per l'abitudine: se inevitabilmente tendiamo ad assuefarci ai lussi pi&amp;ugrave; grandi che si possono comprare con i soldi, tanto vale optare per una variet&amp;agrave; di piccoli piaceri capaci di ripagarci con la loro frequenza&quot;. Evitando i &quot;colpi grossi&quot;, inoltre, si &amp;egrave; meno soggetti al fenomeno noto come &quot;diminuzione dell'utilit&amp;agrave; marginale&quot;, in base al quale&amp;nbsp; -&amp;nbsp; spiega ancora Dunn - &quot;mangiare dodici biscotti non d&amp;agrave; due volte pi&amp;ugrave; piacere rispetto a mangiarne sei&quot;. &quot;In termini tecnici&amp;nbsp; -&amp;nbsp; prosegue la ricercatrice&amp;nbsp; -&amp;nbsp; potremmo dire che l'impatto edonistico di un bene materiale o di un'esperienza diminuisce dopo che di quel bene si &amp;egrave; gi&amp;agrave; avuto un assaggio. Per questo segmentare e isolare l'esperienza del consumo pu&amp;ograve; aiutare a sentirsi pi&amp;ugrave; felici&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;4) Se la garanzia diventa un boomerang.&lt;/strong&gt; Spesso presentate come le migliori amiche del cliente, queste forme di assicurazione contro gli acquisti sbagliati (in stile &quot;soddisfatto o rimborsato&quot; oppure &quot;trenta giorni di prova&quot;) possono trasformarsi, secondo gli studiosi, in sanguisughe della felicit&amp;agrave;. La tesi &amp;egrave; che gli esseri umani siano dotati per natura di un meccanismo di ridimensionamento dell'infelicit&amp;agrave;, per cui l'acquisto di garanzie estese e altre forme di rimborso della merce possa essere in realt&amp;agrave; &quot;una protezione emotiva non necessaria&quot;. &quot;Molti consumatori&amp;nbsp; -&amp;nbsp; spiega&amp;nbsp; Wilson&amp;nbsp; -&amp;nbsp; sono disposti a pagare prezzi anche elevati pur di ridurre il rischio di pentirsi in futuro, ma diversi studi mostrano le falle di questo approccio&quot;. Sapere di poter cambiare un bene in qualsiasi momento, infatti, potrebbe minare alle basi il beneficio emotivo derivante dall'impegno di &quot;fare un acquisto&quot;, collocando il consumatore in una dimensione iper-protetta simile a una bolla di sapone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;5) Dilatare il consumo nel tempo&lt;/strong&gt;. Introducendo l'euristica del &quot;compra ora, paga pi&amp;ugrave; tardi&quot;, le carte di credito hanno favorito una delle rivoluzioni pi&amp;ugrave; significative nella storia del nostro sistema economico. Eppure quel cambiamento, secondo Dunn e colleghi, danneggia in almeno due sensi il benessere dei consumatori. &quot;Il primo, pi&amp;ugrave; scontato, &amp;egrave; che pu&amp;ograve; indirizzare verso comportamenti poco lungimiranti, come la tendenza ad accumulare debiti e a non mettere da parte nulla per la pensione&quot;, spiegano i ricercatori. L'altro senso, pi&amp;ugrave; sottile, si esplica a livello cerebrale. &quot;E' un principio che elimina del tutto il meccanismo dell'anticipazione, che &amp;egrave; una fonte di felicit&amp;agrave; gratuita&quot;, spiega Dunn. Numerosi studi, infatti, mostrano che spesso gran parte della felicit&amp;agrave; connessa a una spesa dipende del pensiero dell'esperienza futura, pi&amp;ugrave; che dal consumo in s&amp;eacute;. Ci&amp;ograve; che &amp;egrave; vero per una vacanza&amp;nbsp; -&amp;nbsp; argomentano&amp;nbsp; -&amp;nbsp; vale anche per un concerto, una partita, un'ordine di libri. D'altronde, cullare il progetto di un viaggio non &amp;egrave; forse parte del viaggio stesso?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;6) La felicit&amp;agrave; &amp;egrave; nei dettagli.&lt;/strong&gt; Pi&amp;ugrave; che a un principio, il sesto punto somiglia a un monito: &quot;Attenzione a non farsi abbagliare dai grandi acquisti e tenere sempre in mente i dettagli, ossia come un bene pu&amp;ograve; influenzare a livello pratico la vita di tutti i giorni&quot;. Il riferimento, in questo caso, &amp;egrave; agli acquisti pi&amp;ugrave; impegnativi, come auto, case, prodotti di lunga durata. &quot;Molte volte i consumatori si aspettano che un singolo acquisto possa avere un impatto duraturo sulla loro felicit&amp;agrave;, per poi rendersi conto, miseramente, che non &amp;egrave; cos&amp;igrave;. Per evitare le brutte sorprese &amp;egrave; importante avere sempre in mente la propria giornata-tipo e come il nuovo acquisto potrebbe nei fatti modificarla&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;7) Apprendere l'arte della comparazione.&lt;/strong&gt; Con il successo di siti come bitzrate. com, che al motto inquietante di &quot;Cerca. Compra. Conquista&quot; vanta la bellezza di 20 milioni di visitatori al mese, fare shopping ai tempi di internet pu&amp;ograve; essere allo stesso tempo una croce e una delizia. Come al solito, la virt&amp;ugrave; sta nel mezzo, ossia nel saper comparare in maniera intelligente. &quot;Il pericolo&amp;nbsp; -&amp;nbsp; spiegano gli autori&amp;nbsp; -&amp;nbsp; &amp;egrave; quello di farsi sommergere dalle differenze tra un prodotto e l'altro, finendo per sovrastimare l'impatto edonistico dell'oggetto in s&amp;eacute;&quot;. S&amp;igrave; dunque al &quot;comparison shopping&quot;, ma senza pretendere di voler fare l'affare perfetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;8) Fidarsi dei consigli altrui.&lt;/strong&gt; L'ultimo principio, infine, torna sull'importanza degli altri e il consumo sociale. &quot;Molto spesso le spese che possono farci pi&amp;ugrave; felici sono quelle che hanno fatto felici altri prima di noi&quot;, concludono Dunn e colleghi. Da questo punto di vista la rete &amp;egrave; certo un patrimonio di risorse, ma mai quanto possono esserlo i consigli delle persone che ci vogliono bene e sanno, ad esempio, se stiamo comprando qualcosa per colmare un vuoto affettivo. In questo caso non c'&amp;egrave; bene materiale che tenga, una chiacchierata con un buon amico varr&amp;agrave; sempre di pi&amp;ugrave;. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Fonte ed articolo completo al seguente indirizzo:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/scienze/2011/04/07/news/consumi_felicit-14575820/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://www.repubblica.it/scienze/2011/04/07/news/consumi_felicit-14575820/&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Per approfondimenti : &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/Dipendenza_da_Shopping_Compulsivo.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/Dipendenza_da_Shopping_Compulsivo.htm&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
        <category>psicologia</category>
        <category>shopping</category>
        <category>terapia</category>
            <pubDate>Thu, 24 Nov 2011 09:15:02 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10831832.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>UN CONFLITTO INTERIORE PUO' FAR NASCERE L'ANORESSIA</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10831752.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #003366;&quot;&gt;Un conflitto interiore, questo potrebbe essere il motivo per cui si sviluppa uno dei pi&amp;ugrave; gravi e drammatici disturbi alimentari: l&amp;rsquo;anoressia.&lt;br /&gt;Secondo un nuovo studio britannico, capire cosa si cela dietro all&amp;rsquo;anoressia nervosa &amp;egrave; indispensabile per poter offrire un reale e concreto aiuto a chi ne soffre, e saper discernere quando si debba optare o meno per il trattamento forzato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I ricercatori hanno coinvolto in questo studio 29 donne in cura per anoressia nervosa. Alle partecipanti hanno sottoposto un questionario a cui dovevano rispondere e che conteneva domande su come loro vedessero la propria condizione, in che misura la comprendessero, cosa provassero nei confronti del trattamento forzato e, infine, come la malattia influisse sul processo decisionale.&lt;br /&gt;La sorpresa &amp;egrave; arrivata dalle risposte: nonostante i ricercatori non avessero incluso domande che riguardavano l&amp;rsquo;identit&amp;agrave; e l&amp;rsquo;autenticit&amp;agrave; di s&amp;eacute;, la quasi totalit&amp;agrave; delle partecipanti ha citato il rapporto che avevano con se stesse e il proprio reale o autentico s&amp;eacute;, in contrasto con un s&amp;eacute; sentito come non vero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello che &amp;egrave; quindi emerso &amp;egrave; stato come molte delle pazienti vedessero l&amp;rsquo;anoressia nervosa come un qualcosa di separato dal loro vero Io. Di queste, alcune hanno espresso l&amp;rsquo;idea che vo fosse una vera e propria lotta di potere tra il s&amp;eacute; reale e quello falso.&lt;br /&gt;Una condizione comune &amp;egrave; quella che vede le pazienti sentirsi soccombere durante questa lotta, e ritenere che gli altri potrebbero fornire loro un supporto per consentire all&amp;rsquo;autentico s&amp;eacute; di acquistare forza per combattere in questa guerra.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo la sorpresa, il sentimento suscitato nei ricercatori &amp;egrave; stato la speranza. Difatti, secondo loro, il vedere la malattia come un qualcosa separato dal proprio autentico s&amp;eacute; da parte delle pazienti pu&amp;ograve; essere importante per chi deve offrire una speranza alle persone sofferenti di anoressia.&lt;br /&gt;&amp;laquo;Concettualizzare il comportamento anoressico come parte inautentica del s&amp;eacute; pu&amp;ograve; essere per molti una strategia valida nel contribuire a superare [il conflitto]&amp;raquo;, scrivono gli autori dello studio, aggiungendo che la distinzione tra un s&amp;eacute; autentico e uno non autentico non &amp;egrave; necessariamente la stessa cosa di una mancanza di capacit&amp;agrave; decisionale e non pu&amp;ograve; giustificare il prevalente rifiuto del paziente nei confronti del consenso al trattamento. Tuttavia, i ricercatori ritengono che i risultati forniscono i motivi per non avallare semplicemente il rifiuto di aiuto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In sostanza, i ricercatori sostengono che l&amp;rsquo;anoressia nervosa possa essere segno di un conflitto interiore e che, questo, possa in certe circostanze impedire alla persona di esprimere questo sentimento intimo. Da qui, la necessit&amp;agrave; di agire con il trattamento quando la paziente non sia in grado di comprendere quanto sta accadendo. &amp;laquo;Alcune autorit&amp;agrave; affermano che il trattamento forzato non dovrebbe mai essere utilizzato per l&amp;rsquo;anoressia nervosa. Crediamo, tuttavia, che dovremmo prendere sul serio la possibilit&amp;agrave; che una persona in preda all&amp;rsquo;anoressia nervosa possa avere esperienza di un sostanziale conflitto interiore, anche se la persona non pu&amp;ograve; esprimere questo sentimento in quel momento. Forse la prova da questi studi &amp;egrave; sufficiente per ignorare il rifiuto di trattamento nel migliore interesse delle persone&amp;raquo;, concludono i ricercatori.&lt;br /&gt;A parte il trattamento forzato, suggerito dai ricercatori, forse sarebbe il caso di esplorare meglio il perch&amp;eacute; di questo conflitto interiore e tra s&amp;eacute; autentico e no e, magari, da questo riuscire a trovare il modo per guarire.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #003366;&quot;&gt;Fonte ed articolo completo al seguente indirizzo : &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/medicina/articolo/lstp/431380/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #003366;&quot;&gt;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/medicina/articolo/lstp/431380/&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #003366;&quot;&gt;Per approfondimenti: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/Anoressia.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #003366;&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/Anoressia.htm&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>anoressia</category>
        <category>conflitto</category>
            <pubDate>Thu, 24 Nov 2011 08:50:58 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10831752.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>APERTURA BLOG SULLA CINETERAPIA</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10745931.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #333399;&quot;&gt;SEGNALO L'APERTURA DI UN INTERESSANTE BLOG SULLA CINETERAPIA&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://blog.libero.it/CINETERAPIA/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #333399;&quot;&gt;http://blog.libero.it/CINETERAPIA/&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #333399;&quot;&gt;CON CENTINAIA DI FILMATI SUI DIVERSI ASPETTI DEL DISAGIO PSICOLOGICO&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;hack&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/div&gt;</description>
        <category>cineterapia</category>
            <pubDate>Wed, 26 Oct 2011 11:03:54 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10745931.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>UNA DIETA CONTRO LA DEPRESSIONE</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10745907.html</link>
            <description>&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #333399;&quot;&gt;C&amp;rsquo;&amp;egrave; un nesso tra dieta e benessere della psiche. I cibi che assumiamo ogni giorno possono avere una influenza sull&amp;rsquo;umore e un ruolo nella depressione &amp;ndash; vera e propria malattia sempre pi&amp;ugrave; diffusa nella societ&amp;agrave; moderna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In inglese, &amp;ldquo;food&amp;rdquo; fa rima con &amp;ldquo;mood&amp;rdquo; che significa &amp;ldquo;umore&amp;rdquo;, come a rimarcare il legame tra cibo e umore appunto. Non a caso, &amp;egrave; gi&amp;agrave; da tempo che nutrizionisti e psichiatri concordano sul potenziale ruolo attivo che gli elementi che compongono gli alimenti hanno nei confronti della nostra psiche, e dunque non solo sul fisico.&lt;br /&gt;Se quindi da un lato il cibo serve a sostenerci materialmente, dall&amp;rsquo;altro agisce allo stesso modo a livello emozionale influenzando in positivo o negativo anche l&amp;rsquo;umore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In tutto questo, giocherebbero un ruolo di primo piano gli antiossidanti. E, a rimarcarlo &amp;egrave; l&amp;rsquo;Osservatorio AIIPA (Associazione Italiana Industrie prodotti Alimentari &amp;ndash; Area Integratori Alimentari) insieme al&amp;nbsp; professor Giovanni Scapagnini, biochimico clinico dell&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; del Molise. L&amp;rsquo;accento &amp;egrave; posto su alcune evidenze scientifiche relative al ruolo e alle propriet&amp;agrave; benefiche degli antiossidanti. &lt;br /&gt;&amp;laquo;Fino a ora gli studi scientifici alla base di questa teoria si sono concentrati sulla capacit&amp;agrave; di alcuni alimenti di modulare il rilascio e la sintesi dei neurotrasmettitori responsabili del tono dell&amp;rsquo;umore, quali serotonina, dopamina e noradrenalina &amp;ndash; spiega Scapagnini &amp;ndash; Nell&amp;rsquo;ambito dell&amp;rsquo;ultimo congresso della Societ&amp;agrave; Europea di Neuro Farmacologia, che si &amp;egrave; da poco concluso a Parigi, &amp;egrave; stato posto invece l&amp;rsquo;accento su un&amp;rsquo;altra possibile via di influenza degli alimenti sulla sfera psichica: l&amp;rsquo;apporto di sostanze antiossidanti e il loro ruolo sul benessere mentale&amp;raquo;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Congresso di Parigi ha visto anche la partecipazione del professor Michael Maes (*), il quale ha presentato numerosi dati sperimentali e clinici sull&amp;rsquo;effetto degli antiossidanti nutrizionali sui disturbi del comportamento. Lo stesso Maes &amp;egrave; stato uno dei primi scienziati a dimostrare come vi fosse un nesso di causa tra lo stress ossidativo a livello cerebrale e la depressione.&lt;br /&gt;Altri studi, pubblicati di recente, hanno dimostrato la capacit&amp;agrave; della vitamina E e la vitamina C &amp;ndash; note antiossidanti &amp;ndash;&amp;nbsp; di ridurre i sintomi depressivi. Inoltre, diversi polifenoli vegetali come per esempio la curcumina e le catechine del t&amp;egrave;, hanno altres&amp;igrave; dimostrato la capacit&amp;agrave; di ridurre disturbi del comportamento. Questa azione sull&amp;rsquo;umore e sul comportamento &amp;egrave; stata associata alle propriet&amp;agrave; antiossidanti e antinfiammatorie di questi composti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due anni fa circa &amp;egrave; stato uno studio spagnolo (SUN), condotto dall&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; di Navarra, a dimostrare come seguire la dieta mediterranea e una corretta assunzione di sostanze nutrizionali ad azione antiossidante svolga un ruolo benefico nei confronti dell&amp;rsquo;insorgenza di disturbi depressivi nella popolazione sana. Un recente lavoro tutto italiano e sviluppato nell&amp;rsquo;ambito dello studio InChianti, &amp;egrave; stato condotto in Toscana su una popolazione di circa 1.000 anziani. Questo studio ha evidenziato come una scarsa assunzione di carotenoidi attraverso la dieta e un basso livello nel sangue di queste sostanze, sia fortemente associato a un maggior rischio di sviluppare una sindrome depressiva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo stesso disturbo bipolare, risente degli affetti della dieta, come rimarcato da uno studio pubblicato sul &lt;em&gt;Journal of Affective Disorders&lt;/em&gt;. Lo ha presentato il professor Berk, dell&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; australiana di Melbourne, dimostrando come l&amp;rsquo;N-acetil-cisteina, un integratore antiossidante precursore del glutatione, somministrato a persone con disturbo bipolare, sia pi&amp;ugrave; efficace dei farmaci antidepressivi nel ridurre la sintomatologia depressiva.&lt;br /&gt;&amp;laquo;Ci&amp;ograve; che risulta da questi studi &amp;egrave; che una &amp;ldquo;dieta della felicit&amp;agrave;&amp;rdquo; dovrebbe sicuramente contemplare un&amp;rsquo;adeguata assunzione di sostanze, come quelle presenti in frutta e verdure, in grado di ridurre stress ossidativo e infiammazione a livello cerebrale&amp;raquo;, conclude Scapagnini.&lt;br /&gt;In sostanza, se l&amp;rsquo;umore va gi&amp;ugrave;, tiriamolo su con una bella mangiata&amp;hellip; che sia sana per&amp;ograve;.&lt;br /&gt;[&lt;em&gt;lm&amp;amp;sdp&lt;/em&gt;]&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(*) Director Clinical Research Center for Mental Health (CRC-MH) vzw (Klinisch Onderzoekscentrum Geestelijke Gezondheidszorg), OCMW, Antwerp, Belgium.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Source: Ufficio Stampa AIIPA &amp;ndash; Ketchum&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #333399;&quot;&gt;Articolo completo al seguente indirizzo: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/alimentazione/articolo/lstp/426557/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #333399;&quot;&gt;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/alimentazione/articolo/lstp/426557/&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #333399;&quot;&gt;per approfondimenti: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/test_depressione.php&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #333399;&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/test_depressione.php&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>depressione</category>
        <category>dieta</category>
        <category>psicologo. psicologia</category>
            <pubDate>Wed, 26 Oct 2011 10:56:55 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10745907.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>UOMINI E DONNE SONO UGUALI NEI COMPORTAMENTI SESSUALI</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10745848.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Negli ultimi 20 anni, molti studi hanno dimostrato che, quando si tratta di sesso, maschi e femmine pensano e agiscono in modo simile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I 'miti' del diverso approccio dei generi (lui pi&amp;ugrave; interessato al sesso, lei all'amore e cos&amp;igrave; via) sono dunque destinato ad essere soppiantati dalla schiettezza della ricerca che, una volta tanto, vede i dati provenienti da pi&amp;ugrave; laboratori andar tutti nella stessa direzione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad aver tirato le file di queste ricerche &amp;egrave; l'Universit&amp;agrave; del Michigan di Ann Arbor (Stati Uniti), con uno studio condotto dal dottor Terry Conley e pubblicato su &lt;em&gt;Current Directions in Psychological Science&lt;/em&gt;, la rivista dell'Associazione per le scienze psicologiche. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'analisi di Conley ha preso come primo punto di riferimento lo stereotipo che gli uomini pensano al sesso di pi&amp;ugrave; delle le donne, cercando riscontro della teoria in due decenni di ricerche sul comportamento degli esseri umani. Dopo aver notato che non esiste, a livello scientifico, nessuna conferma di questo mito popolare, Conley ha concluso che &quot;le differenze di genere non devono esser prese alla lettera per quanto riguarda la sessualit&amp;agrave;&quot;, e ha poi demolito uno per uno sei luoghi comuni sul rapporto di uomini e donne con amore e sesso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il pi&amp;ugrave; diffuso &amp;egrave; quello secondo cui &lt;strong&gt;gli uomini vogliono una compagna sexy&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;le &lt;/strong&gt;. Che cos&amp;igrave; non &amp;egrave;, spiega Conley, lo ha dimostrato, nel 2008, uno studio della Northwestern University pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology, che ha usato la formula dello 'speed dating', ossia degli 'incontri lampo programmati', per scoprire che, al momento di scegliersi, uomini e donne sono imprevedibili allo stesso modo, non seguono regole e spesso si sentono attratti da un partner che sulla carta non rispecchia nessuna delle proprie aspettative.&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altro luogo comune sfatato &amp;egrave; che &lt;strong&gt;i maschi siano promiscui e le donne monogame&lt;/strong&gt;. In effetti i primi, se interrogati sull'argomento, affermano di praticare il sesso pi&amp;ugrave; spesso e con pi&amp;ugrave; partner rispetto alle seconde. Tuttavia, uno studio condotto nel 2003 dagli psicologi Terri Fisher dell'Ohio State University e Michele Alexander dell'universit&amp;agrave; del Maine ha rivelato che queste differenze sono dovute al fatto che le donne non sempre rispondono onestamente alle domande sul sesso. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&quot;Sono sensibili alle aspettative sociali riguardo al loro comportamento - spiega Fisher - e potrebbero non essere del tutto oneste se interrogate sulle proprie abitudini sessuali&quot;. Il presidente dell'Istituto italiano di sessuologia scientifica Fabrizio Quattrini spiega: &quot;Oggi uomini e donne hanno uguali desideri ma i primi continuano a pavoneggiarsi delle possibili conquiste, mentre le seconde furbamente collezionano esperienze tenendole tutte per s&amp;eacute;. Gli uomini stereotipicamente restano agganciati al desiderare pi&amp;ugrave; donne (solo nel pensiero) ma poi difficilmente si vedono all'interno di un tradimento, mentre le donne, pur non promuovendo una campagna a favore delle conquiste, sono le prime a confessare eventuali tradimenti&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo uno studio della Ohio State University di Mansfield, anche quella che &lt;strong&gt;gli uomini pensano al sesso ogni sette secondi &lt;/strong&gt;sarebbe una leggenda metropolitana. Gli studenti universitari, scrivono gli scienziati, fantasticherebbero sul coito appena 18 volte al giorno (contro le 10 delle donne) e ci penserebbero con la stessa frequenza con cui rimuginano su cibo e sonno. Dunque sarebbero, a detta degli studiosi, pi&amp;ugrave; salutisti che sessuomani. &quot;In effetti per&amp;ograve; - precisa la Tiberi - gli uomini sono pi&amp;ugrave; portati a pensare al sesso, perch&amp;eacute; nel sesso maschile ci&amp;ograve; non &amp;egrave; collegabile ad alcun moralismo. Per gli uomini &amp;egrave; possibile avere pensieri sessuali senza vivere sensi di colpa. Nelle donne questa libert&amp;agrave; ancora non esiste&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'analisi di Conley e colleghi ha anche sfatato il mito &lt;strong&gt;della problematicit&amp;agrave; dell'orgasmo femminile&lt;/strong&gt;, ricordando uno studio pubblicato nel libro &quot;Families as They Really Are&quot; (W.W. Norton and Co., 2009) e condotto chiedendo a 12.925 persone di parlare della propria vita sotto le lenzuola: dalle risposte &amp;egrave; emerso che nelle relazioni stabili le donne nel 79% dei casi raggiungono il piacere tanto quanto l'uomo.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;adv adv-middle-inline&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;donne un partner benestante&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Penultimo mito da sfatare: secondo la tradizione, il &lt;strong&gt;sesso occasionale &lt;/strong&gt;piacerebbe pi&amp;ugrave; ai maschi che al gentil sesso. Falso anche questo. In un esperimento condotto nel 1989 dai ricercatori Rusell Clarck ed Helaine Hatfield era stata provata l'esistenza di una differenza di genere nella risposta agli approcci casuali (il 75% degli uomini avvicinati da una sconosciuta avevano acconsentito alla possibilit&amp;agrave; di farci sesso, mentre la percentuale di donne &quot;disponibili&quot; all'avventura di una notte con uno sconosciuto era dello 0%), e questa differenza poteva essere spiegata, secondo i ricercatori, col fatto che donne e uomini attribuissero, per motivi psico-biologici, un significato diverso alla cosa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo Conley invece le donne dicono di no solo perch&amp;eacute; sono pi&amp;ugrave; selettive: saprebbero insomma riconoscere a vista d&amp;rsquo;occhio un partner sessualmente poco soddisfacente. Questo comportamento, spiega lo studioso, ha origine nella loro minore capacit&amp;agrave; di raggiungere un orgasmo, il quale dipende in gran parte dalle doti amatorie dell'uomo. La 'Pleasure Theory', dunque, dice che uomini e donne agiscono entrambi in base alla ricerca dell'occasione in cui provare il massimo piacere. &quot;E' sempre un gioco delle parti&quot;, precisa la Lucattini. &quot;Le donne sono spesso molto attive nell'essere 'cacciate' e far sentire l'uomo 'predatore'. Vi &amp;egrave; in loro un grande piacere nel gestire e organizzare dietro le quinte l'occasionalit&amp;agrave; delle relazioni maschili, facendo apparire le proprie molto pi&amp;ugrave; stabili di quello che non siano in realt&amp;agrave;&quot;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Infine, la &lt;strong&gt;capacit&amp;agrave; di scegliere accuratamente il partner e conquistarlo&lt;/strong&gt;, fin qui riconosciuta pi&amp;ugrave; alle femmine che ai maschi. Nel 2009 Eli Finkel, ricercatore della Northwestern University, ha invece dimostrato su &lt;em&gt;Current Directions in Psychological Science&lt;/em&gt; che entrambi i sessi sono abili a costruire il rapporto con la persona desiderata, autoimponendosi piccoli sacrifici e attuando il cosiddetto 'effetto Michelangelo', ovvero il raggiungimento dell'intesa a colpi di scalpello, come si fa con una scultura. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo la ricerca, uomini e donne sarebbero dunque entrambi esigenti, perseveranti e pignoli quando si tratta di scegliere il partner, e lo scettro di 'cacciatrici perfette' non spetterebbe alle rappresentanti del sesso femminile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Articolo completo al seguente indirizzo &lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/salute/medicina/2011/10/24/news/differenze_sesso-23635729/?ref=HRERO-3&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.repubblica.it/salute/medicina/2011/10/24/news/differenze_sesso-23635729/?ref=HRERO-3&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;per approfondimenti &lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/anoressia_e_bulimia_sessuale.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/anoressia_e_bulimia_sessuale.htm&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>amore</category>
        <category>psicologia</category>
        <category>sesso</category>
            <pubDate>Wed, 26 Oct 2011 10:40:29 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10745848.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>APERTURA BLOG SULLA CINETERAPIA SULL'AMORE</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10739095.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;strong&gt;SEGNALO L'APERTURA DI UN INTERESSANTE BLOG SULLA CINETERAPIA SULL'AMORE&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://cineterapiasullamore.blogspot.com/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;strong&gt;http://cineterapiasullamore.blogspot.com/&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span class=&quot;ske03&quot;&gt;&lt;strong&gt;CON CENTINAIA DI FILMATI SUI DIVERSI ASPETTI DEL MALdAMORE&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
            <pubDate>Mon, 24 Oct 2011 09:14:00 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10739095.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>GLI SMEMORATI NON ESISTONO</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10739091.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;IL NOSTRO CERVELLO &amp;egrave; molto pi&amp;ugrave; esigente e perfezionista di noi. E per dare la risposta giusta ha bisogno della domanda giusta, specialmente quando si tratta di memoria. Secondo la scienza, tutte le volte che alla domanda &quot;Ricordi...?&quot; rispondiamo con un no secco, &amp;egrave; matematicamente impossibile che ci&amp;ograve; corrisponda a verit&amp;agrave;, perch&amp;eacute; la mente conserva sempre, anche in modo fugace, l'impronta di ci&amp;ograve; che ha visto, sentito, toccato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La convinzione di aver rimosso un ricordo nasce dal fatto che i neuroni, in certi casi, non trovano informazioni sufficienti a ricostruire un'immagine e, a una domanda puntuale come &quot;Ricordi il volto di quel passante?&quot;, rispondono prudentemente di no. Basterebbe porre il quesito in modo diverso, lasciando un margine di elasticit&amp;agrave; alla risposta (&quot;Sei proprio sicuro di non ricordare?&quot; - &quot;Pensi di poter definire anche un solo particolare?&quot;) per spingere la mente sulla buona strada e incoraggiarla a recuperare ci&amp;ograve; che solo apparentemente ha scordato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una conclusione, quella dei ricercatori israeliani della &lt;a href=&quot;http://www.huji.ac.il/huji/eng&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Hebrew &lt;/a&gt;e della &lt;a href=&quot;http://www1.biu.ac.il/indexE.php&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Bar-Ilan University&lt;/a&gt;, che potrebbe tornare utile alla polizia nell'identificazione di un criminale, e infondere nuova fiducia in chi &amp;egrave; convinto di essere smemorato, poich&amp;eacute; in fondo per ricordare basta rilassarsi e porsi domande appropriate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La ricerca, di prossima pubblicazione su&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;adv adv-middle-inline&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;/div&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.psychologicalscience.org/index.php/publications/journals/psychological_science&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;Psychological Science&lt;/a&gt;, la rivista dell'associazione americana di psicologia, &amp;egrave; stata condotta da Yaakov Hoffman, Anat Maril e Oded Bein con un esperimento semplice, facendo sedere dei volontari di fronte a un computer e scorrere sullo schermo delle parole per un quarto di secondo l'una. Quelli che avevano la possibilit&amp;agrave; di rispondere solo con un &quot;s&amp;igrave;&quot; o con un &quot;no&quot; affermavano istintivamente di non ricordare nulla, mentre chi aveva a disposizione quattro opzioni (&quot;Certo che s&amp;igrave;&quot;, &quot;E' probabile&quot;, &quot;Non credo&quot; e &quot;Assolutamente no&quot;) dimostrava una memoria fotografica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&quot;E' chiaro che il modo in cui si risponde a una domanda dipende in gran parte da quante opzioni vengono offerte per la risposta&quot;, spiega Antonino Vallesi, ricercatore di neuroscienze cognitive presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa-Isas). &quot;Se si ha un'opzione categorica binaria, del tipo 'ricordo/non ricordo' - continua - si opta per il 'non ricordo' con una frequenza relativamente alta. In psicologia sperimentale, un sistema pi&amp;uacute; adatto a valutare il grado di ricordo &amp;egrave; quello del 'remember/know', in cui vengono solitamente date tre opzioni di risposta: 'Si, mi ricordo bene' (remember), 'Ho un senso di familiarit&amp;aacute; ma non ricordo i dettagli' (know) e 'Non ricordo affatto' (new)&quot;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora pi&amp;ugrave; adatti a rilevare anche fievolissimi segni di memoria sono gli 'interrogatori' in cui si chiede anche di indicare quanto si &amp;egrave; sicuri della risposta che si fornisce. &quot;Tuttavia - conclude Vallesi - il senso di familiarit&amp;agrave; porta spesso alla creazione di falsi ricordi, e si recupera s&amp;igrave; un'informazione, ma ricostruendo il contesto e i dettagli in maniera sbagliata&quot;.&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;disclaimer clearfix&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span&gt;(26 settembre 2011)&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;disclaimer clearfix&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;Articolo completo al seguente indirizzo:&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;disclaimer clearfix&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2011/09/26/news/domande_memoria-22223471/index.html?ref=search&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2011/09/26/news/domande_memoria-22223471/index.html?ref=search&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
            <pubDate>Mon, 24 Oct 2011 09:11:33 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/10739091.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>ESISTE L'INTERRUTTORE ANTIDEPRESSIONE</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9463736.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Un &quot;pulsante&quot; per cancellare la depressione. E' quanto sar&amp;agrave; possibile in un prossimo futuro, in seguito ad uno studio effettuato dagli scienziati della Yale University. Secondo questa ricerca, infatti, c'&amp;egrave; un interruttore molecolare che ha un ruolo chiave nella depressione e che potrebbe divenire il bersaglio d'azione di una nuova classe di farmaci antidepressivi. La scoperta, annunciata sulla rivista Nature Medicine, &amp;egrave; frutto del lavoro svolto dall'Universit&amp;agrave; americana sul cervello di 21 pazienti depressi deceduti, confrontato col cervello di 18 individui sani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Si tratta del gene che produce una molecola che disattiva un processo vitale per la sopravvivenza e la funzionalit&amp;agrave; dei neuroni, favorendo in questo modo la comparsa di sintomi depressivi. I ricercatori di Yale, coordinati da Ronald Duman, hanno rilevato che nel cervello dei depressi c'&amp;egrave; una quantit&amp;agrave; di questa proteina, la 'MKP-1', pi&amp;ugrave; che doppia rispetto alla concentrazione di questa molecola nel cervello degli individui sani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La depressione &amp;egrave; un disturbo complesso e pieno di sfaccettature, che si manifesta con sintomi pi&amp;ugrave; o meno gravi.&lt;br /&gt;Forse &amp;egrave; proprio per questo che i farmaci oggi in uso, che peraltro impiegano alcuni mesi prima di iniziare a manifestare un effetto, sono efficaci solo sul 60% dei pazienti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli esperti hanno rilevato che la molecola MKP-1 &amp;egrave; presente in quantit&amp;agrave; eccessiva nel cervello dei depressi e hanno visto che questa molecola &amp;egrave; &lt;span class=&quot;adv adv-middle-inline&quot;&gt;&lt;/span&gt;un interruttore che spegne un'altra molecola chiave per la sopravvivenza e il corretto funzionamento dei neuroni, la 'MAPK'.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che MKP-1 giochi un ruolo chiave nella depressione lo hanno dimostrato in particolare i test sugli animali: rendendo inattiva la MKP-1 nel loro cervello, questi diventano resilienti (cio&amp;egrave; totalmente immuni) allo stress; viceversa, iperattivando la MKP-1 i topolini iniziano a manifestare i segni del disturbo depressivo. Tutto ci&amp;ograve; fa sperare nella possibilit&amp;agrave; di produrre una nuova classe di farmaci contro la depressione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt; articolo completo al seguente indirizzo: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/scienze/2010/10/17/news/l_interruttore_antidepressione-8158270/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://www.repubblica.it/scienze/2010/10/17/news/l_interruttore_antidepressione-8158270/&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;per approfondimenti: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/la_depressione.asp&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/la_depressione.asp&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;disclaimer clearfix&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;(17 ottobre 2010) &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>depressione</category>
        <category>psicofarmaci</category>
            <pubDate>Wed, 03 Nov 2010 15:20:26 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9463736.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>IL LATO POSITIVO DELLA RABBIA</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9463729.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;In genere si ritiene che la rabbia sia un sentimento esclusivamente negativo, ma in realt&amp;agrave; ha alcuni aspetti positivi, secondo quanto risulta da una ricerca condotta presso l'Universit&amp;agrave; di Utrecht e &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://pss.sagepub.com/content/early/2010/09/20/0956797610384152&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #965b17;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;pubblicata sulla rivista &lt;em&gt;Psychological Science&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;. Questa emozione, in particolare, attiva un'area nell'emisfero sinistro del cervello che &amp;egrave; associata a diverse emozioni positive e, al pari di queste, pu&amp;ograve; motivare le persone a ottenere qualcosa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&quot;Solitamente le persone sono motivate a fare qualcosa o a ottenere qualcosa perch&amp;eacute; rappresenta una ricompensa. Ci&amp;ograve; significa che l'oggetto &amp;egrave; positivo e rende felici&quot;, osserva Henk Aarts, primo firmatario dell'articolo, in cui &amp;egrave; descritta la ricerca volta a indagare il possibile legame fra rabbia e desiderio di ottenere qualcosa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nello studio ogni partecipante osservava un monitor su cui apparivano le immagini di diversi oggetti comuni, come una tazza o una penna. Tuttavia, appena prima di ciascuna immagine di oggetti appariva per un tempo brevissimo, in modo che il soggetto non ne prendesse coscienza, anche un viso con un'espressione neutra, arrabbiata o impaurita. In questo modo l'immagine subliminale associava a ogni oggetto una coloritura emotiva. Alla fine dell'esperimento, veniva chiesto alle persone quanto desiderassero i diversi oggetti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In una seconda versione dell'esperimento i partecipanti dovevano stringere una manopola per ottenere l'oggetto desiderato, e chi stringeva pi&amp;ugrave; forte aveva l'opportunit&amp;agrave; di ottenerlo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' risultato che le persone mettevano il loro maggiore impegno per ottenere gli oggetti associati a facce arrabbiate. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&quot;La cosa ha senso, se la pensiamo in termini di evoluzione della motivazione umana&quot;, osserva Aarts: se, per esempio, nell'ambiente c'&amp;egrave; scarsit&amp;agrave; di cibo, le persone che associano il cibo alla rabbia e la convertono in una risposta di attacco per ottenerlo, &amp;egrave; pi&amp;ugrave; facile che sopravvivano. Se il cibo non produce rabbia o aggressivit&amp;agrave; nel proprio sistema, si pu&amp;ograve; morire d'inedia e perdere la battaglia. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I partecipanti non avevano idea del fatto che l'oggetto del loro desiderio avesse a che fare con la rabbia: &quot;Quando si chiedeva perch&amp;eacute; si fossero impegnati per ottenerlo, affermavano semplicemente: 'Perch&amp;eacute; mi piace'. E questo ci dice quanto poco sappiamo delle nostre stesse motivazioni&quot;, ha concluso Aarts. (gg)&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class=&quot;clearleft spacer&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;/div&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;articolo completo al seguente indirizzo: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/titolo/1345397&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/titolo/1345397&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;per approfondimenti: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/impulsivit%C3%A0_patologica.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/impulsivit%C3%A0_patologica.htm&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>psicologia</category>
        <category>psicologo</category>
        <category>rabbia</category>
            <pubDate>Wed, 03 Nov 2010 15:16:26 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9463729.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>LA DEPRESSIONE E' FEMMINA</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9462350.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Che cosa intendiamo per &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt;? Negli ultimi 15 anni gli psichiatri hanno finalmente accettato una definizione comune, migliorando cosi' non solo l'affidabilita' della diagnosi ma anche rendendo piu' facile la ricerca clinica internazionale, in quanto si parla un linguaggio comune. La &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; classificata secondo la definizione internazionale come&amp;nbsp; (piu' severa) e' la forma piu' comune tra un vasto gruppo di disturbi. E' caratterizzata non solo da un umore nero e pessimista ma anche da perdita di interesse e piacere per le attivita' piu' comuni. Questo disturbo e' preminentemente e persistentemente associato sia a sintomi somatici come perdita dell'appetito e del sonno, sia a disturbi mentali come agitazione o passivita', scarsa energia, sensazioni di colpa, difficolta' a concentrarsi, fino a giungere a pensieri di morte e desiderio di suicidio. Con criteri e metodi unificati di diagnosi e classificazione in Paesi e culture anche molto diverse si sono raccolti negli ultimi 10 anni dati epidemiologici importanti per la valutazione della frequenza e della distribuzione geografica della &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; nella societa' moderna. Nove studi maggiori fatti in 9 paesi europei, asiatici, in Usa, Canada e Nuova Zelanda, permettono di stabilire definitivamente che la &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; clinica e' un fenomeno piu' frequente nella donna che nell'uomo. I dati italiani ci giungono da uno studio compiuto a Firenze e pubblicato nel 1990 che dimostra anche qui una chiara prevalenza dei casi femminili sui maschili. Questi dati sono stati confermati recentemente da due grossi studi epidemiologici fatti in Usa ('94 e '95), con un rapporto 1,7 per le depressioni femminili rispetto a quelle maschili. Gli stessi studi dimostrano caratteristiche differenze tra i sessi con un esordio tipico tra i 13 e i 15 anni per le femmine, un massimo raggiunto durante il periodo fecondo e una diminuzione progressiva della frequenza con l'eta'. Sorprendente e' la mancanza di indicazioni a favore di un aumento delle depressioni durante la menopausa. Le depressioni durano piu' a lungo nelle donne che negli uomini e guariscono piu' difficilmente in modo spontaneo. Le ragioni non sono affatto chiare mentre e' palese che il periodo della gravidanza rappresenti una zona particolarmente pericolosa per la donna con una frequenza di depressioni di oltre il 10%. Tra i fattori di rischio piu' frequenti e determinanti lo scatenarsi di una severa crisi depressiva e' la gravidanza non desiderata. Tale condizione, di per se stessa gia' grave, puo' sommarsi a contrasti matrimoniali. Questa combinazione e' considerata tra le cause scatenanti piu' frequenti con alto rischio di suicidio combinato al non-desiderio di partorire e a un forte disinteresse futuro per la prole. Eventuali casi di &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; tra i familiari o episodi precedenti di &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; fanno parte della lista dei fattori che aumentano il rischio di una &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; dopo il parto. La tradizionale terapia farmacologica con antidepressivi di tipo triciclico o con quelli bloccanti la ricaptazione della serotonina e' molto efficace. Siamo pero' di fronte al pericolo di danneggiare il feto particolarmente nelle prime settimane di gravidanza. E' sorprendente la nostra ignoranza sugli effetti di farmaci antidepressivi e psicofarmaci in genere per la salute del feto. Non esistono praticamente studi a lungo termine che ci aiutino a stabilire dosi tollerabili non tossiche e i pericoli di una terapia farmacologica nella donna gravida. La regola d'oro e' di astenersi dalla somministrazione di ogni tipo di farmaco almeno durante le prime 12 settimane. Questa linea non e' facilmente applicabile nel caso di severe psicosi o depressioni con rischio di suicidio, in cui un intervento e' non solo opportuno ma in certi casi obbligatorio. Il periodo post-parto e' ugualmente pericoloso; con una zona di massimo rischio per sviluppo di depressioni nei trenta giorni seguenti il parto e per una durata che puo' estendersi fino a due anni. I disturbi psichiatrici puerperali possono essere di tre tipi: melancolia, vera &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; e stati psicotici. Questi ultimi hanno una frequenza di 1-4 ogni mille parti. La meta' di essi hanno le caratteristiche vere e proprie di gravi depressioni. Esistono anche qui fattori di rischio come la presenza di precedenti depressioni. La frequenza di tali episodi e' di circa il 10-15%. Il rischio di riavere la &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; in una successiva gravidanza puo' arrivare fino al 50%. Percio' le donne che hanno sofferto una prima volta di &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; durante la gravidanza devono ricevere particolare attenzione. Come anche nel caso precedente, un'interruzione di gravidanza deve esser tenuta in considerazione. Purtroppo anche qui emergono la nostra ignoranza e la mancanza di studi e ricerche in questo campo. Poiche' la &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; e' un disturbo assai frequente nelle donne durante il periodo fecondo e poiche' esistono gia' mezzi efficaci di trattamento sarebbe necessario rendersi conto degli effettivi pericoli di tali terapie sul feto. Gli studi dovrebbero essere completati da ricerche su modelli animali poiche' per ragioni etiche molte indagini non possono essere fatte direttamente su donne gravide. A causa di una deficiente organizzazione dell'assistenza sanitaria negli Stati Uniti la maggior parte delle persone adulte che soffre di depressioni anche gravi (donne o uomini che siano) non riceve alcuna terapia. Cio' e' particolarmente vero nel caso di donne prima e dopo il parto. Il danno dell'omissione delle cure alla madre sulla salute della prole e' stato sottolineato da recenti studi. Non esistono ricerche a lungo termine che abbiano seguito la salute mentale dei figli di madri con gravi e ricorrenti episodi di depressioni puerperali. La nostra conoscenza sulla &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; in genere e' notevolmente aumentata negli ultimi anni. Ma quello delle depressioni femminili rimane un capitolo oscuro. Molto rimane dunque da imparare sulla causa della &lt;span class=&quot;highlight&quot;&gt;DEPRESSIONE&lt;/span&gt; e sul trattamento specifico delle donne depresse nell'eta' feconda.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;ARTICOLO COMPLETO AL SEGUENTE INDIRIZZO: &lt;a href=&quot;http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=1497588&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=1497588&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;PER APPROFONDIMENTI: &lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/test_depressione.php&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/test_depressione.php&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>depressione</category>
        <category>psicologo</category>
        <category>psicolologia</category>
            <pubDate>Wed, 03 Nov 2010 09:15:31 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9462350.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>TANORESSIA: DIPENDENZA DALL'ABBRONZATURA</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9462256.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Passate ore e ore sotto il sole, magari senza usare &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://blog.libero.it/bellezza/foto/i-nuovi-solari.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;creme protettive&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;, alla ricerca della &lt;strong&gt;tintarella perfetta&lt;/strong&gt;? In inverno, frequentate assiduamente i solarium e non riuscite a rinunciare alle&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;lampade solari? Siete disposte a tutto pur di abbronzarvi, costi quel che costi? Attenzione! Siete probabilmente vittime della&lt;strong&gt; tanoressia&lt;/strong&gt; - neologismo formato proprio dall'unione dei termini &lt;em&gt;tan&lt;/em&gt;, (abbronzatura in inglese) e &lt;em&gt;orex&amp;iacute;a&lt;/em&gt;, dal greco &lt;em&gt;&amp;oacute;rexis&lt;/em&gt; (appetito) -, un comportamento che alcuni non esitano a definire patologico, caratterizzato da un &lt;strong&gt;bisogno &lt;/strong&gt;quasi &lt;strong&gt;ossessivo&lt;/strong&gt; di esporsi il pi&amp;ugrave; possibile ai raggi ultravioletti, naturali o artificiali che siano, per &lt;strong&gt;apparire sempre abbronzati&lt;/strong&gt;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Una percezione sbagliata di s&amp;eacute;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;La causa di questo problema? Innanzitutto una &lt;strong&gt;percezione distorta&lt;/strong&gt; dell'immagine di s&amp;eacute;, esattamente come accade nel caso della ben pi&amp;ugrave; nota &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://blog.libero.it/attualita/anoressia-non-solo-moda.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;anoressia&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;. Infatti, cos&amp;igrave; come l'anoressico &amp;egrave; convinto di non essere mai sufficientemente magro, anche quando &amp;egrave; ormai pelle e ossa, allo stesso modo il &lt;strong&gt;tanoressico &lt;/strong&gt;pensa di non essere &lt;strong&gt;mai abbastanza scuro&lt;/strong&gt;; &amp;egrave; da qui a diventare abbronzatura-dipendenti il passo &amp;egrave; breve. Alla base di tutto, come per il disturbo alimentare, una forte insicurezza, &lt;strong&gt;l'incapacit&amp;agrave; di accettarsi&lt;/strong&gt; per come si &amp;egrave; e, non ultima, una certa dose di autolesionismo. &quot;Tuttavia, andrei cauto prima di affibbiare l'etichetta di tanoressico a chiunque esageri nella ricerca della tintarella&quot;, precisa il Prof. Giuseppe Monfrecola, Direttore della Scuola di Specializzazione in Dermatologia e Venereologia dell'Universit&amp;agrave; degli Studi di Napoli Federico II. &quot;Piuttosto, nella gran parte dei casi si tratta della pericolosa estremizzazione di una moda, quella dell'abbronzatura come &lt;strong&gt;status-symbol&lt;/strong&gt;, che senza dubbio attecchisce in modo particolare nei soggetti pi&amp;ugrave; fragili e psicologicamente deboli&quot;. I pi&amp;ugrave; a rischio sembrano essere soprattutto le donne e i giovani, pi&amp;ugrave; sensibili al fascino delle mode e convinti di essere pi&amp;ugrave; belli, forti e desiderabili se super abbronzati.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Dipendenza da lettino solare&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Se non &amp;egrave; una vera e propria patologia, certo &amp;egrave; che la tanoressia sembra andarle vicino, per lo meno quando si tratta di giovani e abbronzatura indoor. Una conferma viene da uno studio americano pubblicato da poco sulla rivista Archives of Dermatology, secondo cui l'uso continuativo dei &lt;strong&gt;lettini solari&lt;/strong&gt; pu&amp;ograve; sfociare nella &lt;strong&gt;dipendenza &lt;/strong&gt;e in molti casi ne ha tutti i crismi. Gli autori della ricerca, un'&amp;eacute;quipe del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, hanno studiato 421 studenti di college, 229 dei quali nell'anno precedente erano ricorsi abitualmente, in media una volta ogni 10 giorni, alle lampade UV. Ebbene, quasi il 40% &amp;egrave; risultato dipendente dalla tintarella e aveva o aveva avuto sentimenti e comportamenti tipici della dipendenza: cercare di smettere senza successo, senso di colpa per questa necessit&amp;agrave;, trascurare il lavoro o altre attivit&amp;agrave; a favore delle sedute abbronzanti, voglia di sottoporsi alle lampade come primo pensiero al risveglio.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;articolo completo al seguuente indirizzo: &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://donne.virgilio.it/benessere/salute-in-pratica/tanoressia-se-tintarella-diventa-malattia.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://donne.virgilio.it/benessere/salute-in-pratica/tanoressia-se-tintarella-diventa-malattia.html&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;per approfondimenti &lt;/span&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/dipendenze.asp&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/dipendenze.asp&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>dipendenza</category>
        <category>psicologo</category>
        <category>tanoressia</category>
            <pubDate>Wed, 03 Nov 2010 08:52:10 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9462256.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>I CINQUANTENNI SONO INVIDIOSI DEI GIOVANI ?</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9349084.html</link>
            <description>&lt;p class=&quot;FontGr&quot; style=&quot;text-transform: uppercase;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Apprezzano di pi&amp;ugrave; sentire parlare di situazioni sfortunate come &quot;Tizio &amp;egrave; stato bocciato all&amp;rsquo;esame&quot; piuttosto che &quot;Caio si sposa&quot;. Sembra proprio che&amp;nbsp;le persone al di sopra dei 50 anni&amp;nbsp;siano un po&amp;rsquo; invidiosette. Per questo preferiscono sentire aneddoti negativi su giovani. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;Egrave; questo il risultato di uno studio pubblicato sul Journal of Communication da Silvia Knobloch-Westerwick dell&amp;rsquo;Ohio State University (Usa) che ha messo a punto la ricerca in collaborazione con i ricercatori di Matthias Hastall Zeppelin dell&amp;rsquo;University di Friedrichshafen in Germania.&amp;nbsp;I risultati provengono da un'analisi condotta su&amp;nbsp;276 tedeschi:&amp;nbsp;178 tra i 18 e i 30 anni e 98 tra i 50 e i 65 anni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dunque sembra che esista una sostanziale differenza. Mentre i giovani hanno maggiori livelli di incertezza e preferiscono leggere o sentire notizie sui propri coetanei per capire come vivono, le persone pi&amp;ugrave; in l&amp;agrave; con gli anni non hanno il bisogno di confrontarsi con i propri pari d&amp;rsquo;et&amp;agrave;. Anzi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sentire qualche storiella negativa che ha come protagonista un ragazzo, di tanto in tanto, aiuta l&amp;rsquo;autostima come spiegano i ricercatori stessi: &amp;ldquo;Un modo per combattere il tempo che passa e avere una sorta di iniezione di autostima.&amp;nbsp;I nostri risultati sostengono la tesi secondo cui le persone utilizzano i media per rafforzare la loro identit&amp;agrave; sociale&quot;, conclude Knobloch-Westerwick.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;ARTICOLO COMPLETO AL SEGUENTE INDIRIZZO:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.libero-news.it/news/486331/Psicologia__gli_over____sono_invidiosi_dei_giovani.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.libero-news.it/news/486331/Psicologia__gli_over____sono_invidiosi_dei_giovani.html&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;PER APPROFONDIMENTI&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/il_dramma_del_gambero_il_passaggio_dell_adolescenza.htm&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/il_dramma_del_gambero_il_passaggio_dell_adolescenza.htm&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
        <category>gelosia</category>
        <category>giovani</category>
        <category>invidia</category>
            <pubDate>Tue, 05 Oct 2010 11:36:00 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9349084.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>LA TECNOLOGIA A LETTO FA' MALE AL SESSO</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9349010.html</link>
            <description>&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;DESKTOP, laptop, telefoni intelligenti, Xbox, gameboy. La nostra camera da letto sembra la sala di controllo della Nasa. Ormai &amp;egrave; la stanza pi&amp;ugrave; hi-tech della casa: non tanto e non solo per la tv al plasma con 900 canali ma per tutti gli altri gadget planati sopra le lenzuola, il blackberry, l'iPhone, il palmare multifunzione, la console coi videogiochi, il pc acceso fino a notte fonda per controllare la posta. E questa invasione danneggia non solo il sonno ma soprattutto la sessualit&amp;agrave;, &amp;egrave; un'arma letale che uccide l'eros e moltiplica ansie e nevrosi. Vivere senza staccare mai, senza mai disconnettersi, neppure in camera da letto, dove trascorriamo - sempre pi&amp;ugrave; insonni, casti, agitati - quasi un terzo della nostra esistenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Specialisti di medicina del sonno, psicoterapeuti, sessuologi sono tutti concordi: staccate la spina, spegnete pc e cellulari, chiudete fuori della porta ogni strumento di tecnologia avanzata che sia foriero di stress. Basta con Facebook, con Twitter, con le chat, con le mail, con le news. Non c'&amp;egrave; niente di meno afrodisiaco. Il 67 per cento dei cittadini statunitensi di sesso maschile si porta a letto il proprio cellulare e il 64 per cento delle donne fa altrettanto. Nel numero dello scorso gennaio della rivista scientifica &quot;Fertility and Sterility&quot; un gruppo di ricercatori della Cleveland Clinic ha dimostrato che l'uso massiccio del telefonino mina la qualit&amp;agrave; dello sperma: in pratica intontisce gli spermatozoi, che risultano meno numerosi, meno potenti, meno veloci. Stando a un'indagine &lt;span class=&quot;adv adv-middle-inline&quot;&gt;&lt;/span&gt;commissionata dalla Bayer e pubblicata sul Daily Telegraph, 28 donne britanniche su cento accusano Internet, e in particolare i pc portatili usati dai partner per navigare in rete, di avere distrutto la loro vita sessuale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E in Italia? Proprio nel nostro Paese qualche tempo fa fu realizzato un sondaggio in cui si dimostrava che guardare la televisione a letto - abitudine regolare, circa un'ora a sera, per ben sei milioni di coppie italiane - dimezza la frequenza dei rapporti sessuali. Chi non ha, o non guarda, la tv in camera fa l'amore con il proprio partner in media due volte a settimana, gli altri al massimo una.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;Per tenere sotto controllo questa sindrome, codificata negli Stati Uniti come Internet Addiction Disorder, nei mesi scorsi &amp;egrave; nato in un grande ospedale di Roma, il Policlinico Gemelli, il primo ambulatorio psichiatrico che cura questa patologia. Strutturato come un day hospital, offre la consulenza di specialisti e prevede l'adozione di un protocollo di intervento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma non &amp;egrave; solo al sesso che i pc in camera da letto sono nocivi. La vittima numero uno &amp;egrave; il sonno. Da uno studio condotto da ricercatori di neuroscienze dell'universit&amp;agrave; di Edimburgo risulta che controllare le e-mail prima di andare a dormire equivale a bersi un caff&amp;egrave; doppio, produce la stessa eccitazione. Lo conferma la neurofisiopatologa Maria Grazia Marciani, che dirige il Centro del sonno dell'Universit&amp;agrave; di Torvergata, a Roma: &quot;Se il riposo notturno &amp;egrave; insufficiente o qualitativamente scarso, insorgono disturbi della concentrazione, della memoria, del rendimento, delle performance nella vita professionale e sociale. Vanno evitate in serata tutte le attivit&amp;agrave; troppo impegnative intellettualmente. Il problema riguarda soprattutto gli adolescenti. Da uno studio pubblicato dalla rivista scientifica &quot;Sleep Medicine 2010&quot; risulta che, secondo un dato della National Sleep Foudation americana, il 97 per cento dei ragazzi negli Usa ha in camera da letto l'accesso a Internet. In Italia ci stiamo adeguando. L'unica soluzione &amp;egrave; bonificare la camera da letto da ogni electronic device&quot;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt; (04 ottobre 2010) &amp;copy;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;ARTICOLO COMPLETO AL SEGUENTE INDIRIZZO: &lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2010/10/04/news/l_hi-tech_in_camera_da_letto_fa_male_alla_coppia_e_al_sesso-7690135/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.repubblica.it/salute/ricerca/2010/10/04/news/l_hi-tech_in_camera_da_letto_fa_male_alla_coppia_e_al_sesso-7690135/&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;PER APPROFONDIMENTI:&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>coppia</category>
        <category>sesso</category>
        <category>tecnologia</category>
            <pubDate>Tue, 05 Oct 2010 11:17:17 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9349010.html</guid>
        </item>
        <item>
            <title>DEPRESSIONE, ANSIA E BASSA AUTOSTIMA NEGLI ADOLESCENTI EMARGINATI</title>
            <link>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9348979.html</link>
            <description>&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;I&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt; giovani vittime di discriminazione non sempre reagiscono bene e, anzich&amp;eacute; fare spallucce, somatizzano con determinati sintomi: depressione, ansia, angoscia e anche ridotta autostima.&lt;br /&gt;Ecco quanto suggerito da un nuovo studio pubblicato sul &lt;em&gt;Journal of Research on Adolescence&lt;/em&gt;. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Sono 601 i ragazzi di et&amp;agrave; compresa tra i 17 e i 19 anni coinvolti nello studio condotto dai ricercatori dell&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; della California a Los Angeles (UCLA). I partecipanti sono stati invitati a registrare, per pi&amp;ugrave; di due settimane, &lt;strong&gt;ogni evento discriminatorio&lt;/strong&gt; o eventuali commenti negativi a loro indirizzati. Allo stesso modo, sono stati invitati a tenere d&amp;rsquo;occhio e segnalare tutti i sintomi fisici che si presentavano, come mal di testa, mal di stomaco, dolori in genere e altri. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Analizzando i dati raccolti, i ricercatori hanno scoperto che pi&amp;ugrave; della met&amp;agrave; dei ragazzi (quasi il 60%) ha riferito di aver avuto un&amp;rsquo;esperienza di discriminazione da parte di altri ragazzi e/o coetanei.&lt;strong&gt; Il 63% ha dichiarato di aver sub&amp;igrave;to discriminazioni da parte di adulti.&lt;/strong&gt; Nel totale, il 12% ha detto di aver sub&amp;igrave;to almeno una discriminazione ogni giorno. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;Valutando invece i sintomi accusati si &amp;egrave; scoperto che nei ragazzi che avevano segnalato maggiori discriminazioni, sia da parte di altri giovani che da adulti, si presentavano maggiormente &lt;strong&gt;dolori vari, ansia, angoscia&lt;/strong&gt; e mostravano un &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;strong&gt;grado di autostima inferiore alla media.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Quello che &amp;egrave; apparso evidente ai ricercatori &amp;egrave; che la discriminazione pu&amp;ograve; influire molto sui giovani, pi&amp;ugrave; di quanto si pensi. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;(&lt;em&gt;lm&amp;amp;sdp&lt;/em&gt;) &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;ARTICOLO COMPLETO AL SEGUENTE INDIRIZZO: &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/lifestyle/articolo/lstp/332922/&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www3.lastampa.it/benessere/sezioni/lifestyle/articolo/lstp/332922/&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;PER APPROFONDIMENTI &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class=&quot;bodytext&quot; style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;a href=&quot;http://www.iltuopsicologo.it/adolescenza.asp&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;http://www.iltuopsicologo.it/adolescenza.asp&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description>
        <category>adolescenza</category>
        <category>angoscia</category>
        <category>ansia</category>
        <category>autostima</category>
        <category>depressione</category>
            <pubDate>Tue, 05 Oct 2010 11:03:28 +0100</pubDate>
            <guid>http://blog.libero.it/notiziepsicologo/9348979.html</guid>
        </item>
    </channel>
</rss>

