Creato da Licia.Cutaia il 26/03/2008
Psicologo, psicoterapeuta relazionale - Tel: 3392436046 - Via Libertà 161 - Palermo & Via Esseneto 64 - Agrigento

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Sono Licia Cutaia ed ho creato questo blog con il fine di presentarmi, di far conoscere il mio approccio professionale e condividere con i visitatori alcuni miei articoli, immagini, fimati e considerazioni che esprimono i miei interessi, la mia sensibilità, la mia professionalità.

In fondo al blog troverete il mio curriculum vitae e gli articoli che descrivono il modo in cui lavoro.

Potrete contattarmi al mio cellulare o al mio indirizzo di posta elettronica, sia per un consiglio sia per intraprendere un percorso terapeutico. 

 

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La forza non deriva dalle capacità fisiche,

ma da una volontà indomita.

(Mahatma Gandhi)

 

 

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CORPO - MENTE - EMOZIONI

 

 

 

Nell'uomo corpo e mente sono indissolubilmente connessi

L'uomo è costituito  da corpo, dalla mente e dallo spirito.

Lo spirito è curato dalla fede, il corpo dalla medicina, la mente dalla psicologia e dalla psichiatria

Quando il corpo ha un sintomo  - se un medico ne esclude la causa organica - esso può esprimere un disagio  di origine psichica.

Le emozioni sono processi della mente (hanno origine nel sistema limbico) sono decodificate dai nostri processi cognitivi (intellettivi) e sono nominate con il linguaggio.

Quando le emozioni disturbanti invece di essere connesse alla neocorteccia cerebrale si esprimono direttamente attraverso le vie autonome corporee, allora si costituisce il linguaggio organico.

IL CORPO COMUNICA

Se avete sintomi fisici che non hanno trovato un riscontro in una diagnosi medica, l'origine della vostra sofferenza potrebbe essere un conflitto emotivo individuale, relazionale, comunicativo!

In questi casi, è opportuno parlarne con il vostro medico di fiducia e valutare l'opportunità di richiedere una consulenza psicologica.

 
 

 

 
 
 

LE STORIE IN PSICOTERAPIA

Post n°45 pubblicato il 11 Aprile 2014 da Licia.Cutaia

 

Guarda anche il mio blog di arricchimento:

http://blog.libero.it/favolosamente

 

 
 
 

Dedicato ai miei pazienti

Post n°43 pubblicato il 01 Novembre 2013 da Licia.Cutaia

Questo blog è incompleto senza uno spazio riservato ai miei pazienti, a quelli che ho consciuto nel mio studio e a quelli che conoscerò.

Sono loro che rinnovano quotidianamente il mio lavoro.

 Attraverso le loro storie il mio lavoro si rigenera, si aggiorna, si costruisce, si arricchisce.

Ringrazio Marta, Mauro, Luca, Michela, Flavio, Eugenia e via via tutti coloro che ho accolto e che ogni giorno mi contattano per consegnarmi con fiducia pezzi della loro storia. Sono lieta di accoglierli e di sostenerli nei momenti più difficili riscoprendo insieme quello speciale patrimonio di risorse che si rinnova durante le prove più ardue della loro vita.

Grazie perchè rendete interessante il mio lavoro e perchè siete sempre in grado di stupirvi delle vostre capacità di scoperta.

Grazie per la fiducia e l'autenticità che mi consegnate e che ricambio con grande Rispetto per Voi e per le Vostre famiglie.

Non ci sono famiglie normali e famiglie malate; solo famiglie disorientate che cercano il senso del loro funzionamento ed io sono con loro alla riscoperta di questi significati.

 
 
 

CONSIDERAZIONI SUL FENOMENO DELL’APPARIZIONE DELLA SUORA NELLA CHIESA DI SANTA MARIA MERCEDE AL QUARTiERE CAPO DI PALERMO.

Post n°42 pubblicato il 13 Aprile 2013 da Licia.Cutaia

 

 

 

 

Il fenomeno dell’apparizione della suora nella Chiesa di Santa Maria Mercede, può essere considerato come una nevrosi di massa che parte da un coinvolgimento emotivo e che trova un terreno fertile nelle credenze religiose e nella cultura e fede palermitana.

Non parliamo di psicosi il cui termine rinvia ad un quadro sindromico molto grave in cui vi è una seria compromissione dell’esame di realtà e della capacità di giudizio di un singolo o di una massa.

Nel caso specifico dell’apparizione della suora assistiamo piuttosto ad un contagio isterico per il quale è più appropriato parlare di influenzamento nevrotico di un fenomeno percettivo.

I commenti della gente conservano una capacità critica ancorché intrisa di contenuti emotivi e di speranza.

Le considerazioni emerse dalle interviste introducono il condizionale e si presentano come pareri personali piuttosto che come idee deliranti che deteriorano l’esame della realtà

Premesso che quanto avviene possa essere inquadrato come uno dei tanti  fenomeno nevrotici riportati dalle cronache, possiamo riflettere sul processo di questo avvenimento.

Il pellegrinaggio presso la chiesa Santa Maria Mercede risponde a due stimoli: 1) è la curiosità verso quanto avviene; 2) la credenza fiduciosa in un fenomeno inspiegabile.

Il primo punto rinvia al bisogno di conoscenza, partecipazione e condivisione di un fenomeno relazionale.

Il secondo punto è l’esito di vari fattori che coinvolgono più dimensioni del sistema umano: dimensione cognitiva, emotiva, relazionale, culturale.

La realtà è sempre costruita sulla base di quanto selezioniamo tra le informazioni che riceviamo, in altre parole consideriamo reale quello che noi vogliamo vedere.

 La percezione della realtà è dunque determinata da fattori emotivi, mnemonici, socioculturali, relazionali.

Se vogliamo attenerci ad una lettura esclusivamente di tipo cognitivo-percettivo dobbiamo tenere in considerazione che la nostra mente cerca sempre di dare un significato ed una coerenza a quanto percepisce. Talora questa tendenza è così marcata da potere vedere delle figure nelle ombre, tra le nuvole, nella disposizione casuale di punti su uno sfondo e via dicendo.

Quanto riusciamo a vedere o a costruire è connesso alla cornice di riferimento in cui la proposta percettiva arriva. Ovvero nel caso specifico dell’apparizione misteriosa, la visione della suora trova una congruenza con il luogo della chiesa e la storia ad essa connessa, è rafforzata dal contesto culturale di accoglienza: Palermo e la sua devozione alla Santa; è amplificata dalle esigenze di carattere emotivo che rispondono al bisogno di essere attenzionati e protetti da un’entità superiore che custodisce e che sostiene.

Il fenomeno si verifica in un periodo di grande sconforto e disorientamento emotivo, inoltre sollecita l’esigenza di cercare un supporto, di trovare un riferimento interiore cui investire le proprie preoccupazioni; infine, trovare la reificazione di questi bisogni in una immagine religiosa pura come quella di una santa è funzionale e coerente.

Ancora dobbiamo anche considerare il fenomeno relazionale ovvero la gratificazione del proprio naturale bisogno di appartenenza ovvero sentirsi parte di un gruppo che ha il privilegio di assistere con fiducia ad un miraggio eccezionale, ad una apparizione che si crede miracolosa.

Concludendo penso che quanto avviene può avere una spiegazione di tipo psicologico in una costruzione funzionale che offre risposta ad un insieme di bisogni interiori sorretti da una tela culturale di riferimento forte e  da una coerenza sufficiente perché venga condivisa.

 

 

 
 
 

04. 06.2012 : Pensieri fluttuanti sull’arte.

Post n°41 pubblicato il 18 Febbraio 2013 da Licia.Cutaia

 

Visito le opere del Museo MOMA (New York). La prima parte è noiosa, qualche volta divertente; a volte sconvolgente. Talvolta stupisce, talvolta inorridisce.

Tutto questo mi fa pensare.

Penso al senso dell’arte ed a come sia cambiata nei secoli. Sono sempre stata disinteressata all’Arte contemporanea, quasi critica. Oggi mi pare di comprenderne meglio il senso.

L’arte diventa un messaggio forte che travalica le parole. Diventa espressione della routinarietà e rappresenta il senso di alienazione degli uomini.

E’ così concreta, presente, si veste  con i materiali quotidiani perché appartiene a tutti, alle quotidianità di tutti.

Non è più armonia, né raffigurazione di stati d’animo o scene  della realtà o del sogno.

Essa è emozione pura attraverso il colore e la connessione delle forme, attraverso il materiale.

Non è più l’immagine che deve essere artistica ma la struttura, il materiale, lo stile.

In altre parole, il mezzo per esprimersi.

Una tela rossa che avrebbe significato il nulla e sarebbe priva d'interesse, diventa comprensibile se si scopre il modo in cui il colore è steso, se si scopre il movimento dell’artista nello stenderlo sulla tela.

 Il colore è l’espressione della rabbia o della delusione in chi guarda.

Così la dimensione temporale e l’integrazione con chi osserva torna ad essere centrale nell’assolvere l’opera d’arte.

Riporta il modo in cui un’opera stata costruita, crea la differenza  con il passato della produzione artistica ed al contempo spiega il modo in cui l’artista si presenta  nell’opera  attraverso il modo in cui ha creato e riportato il colore nell’opera d’arte (Pollock è un esempio di questo).

Passato, presente e futuro si sintetizzano nell’opera.

L’artista poi che utilizza un nuovo materiale più resistente al logorio del tempo, introduce in modo più marcato la resistenza dell’arte nel tempo.

 Si impone.

La relazione torna ad essere un elemento centrale nell’opera d’arte  attraverso :

1) il modo in cui l’artista si rapporta al materiale e crea il suo messaggio artistico.

2) attraverso il modo con cui l’artista si propone alla società e desta un effetto sull’osservatore.

3) attraverso la lettura dell’osservatore ed il feedback emotivo e comportamentale  che ne risulta.

L’arte è così emozione e processo.  Tra le stanze del MOMA sono racchiuse reazioni emotive talora fisiche  e di repulsione. Ci si annoia, ci si diverte, ci si stupisce.

Marcel Duchamp riteneva che un’opera d’arte non è mai completa senza le domande dell’osservatore anche se spesso la domanda è “ma questa  perché mai è un’opera d’arte?”

Il corteo di effetti è una sintesi di quanto accade nella vita quotidiana, nella storia  e tra le persone. Tutto questo definisce il valore dell’Arte contemporanea, l’universalità e l’appartenenza a tutti, siano poveri o ricchi.

Licia Cutaia

Pollock – Stenographic Figure 1942 circa

 

 
 
 

CI SEPARIAMO, COME DIRLO A NOSTRO FIGLIO?

Post n°38 pubblicato il 16 Dicembre 2012 da Licia.Cutaia

 
 
 

TRA ME E NOI: CONDIVIDERE PER VIVERE MEGLIO

Post n°35 pubblicato il 18 Gennaio 2012 da Licia.Cutaia

Desideri condividere uno spazio di discussione e confronto per parlare con altre persone che condividono la tua stessa difficoltà (ansia, separazioni, dipendenze, lutto, malattie....) ?

SCRIVIMI PER PARTECIPARE AD UN GRUPPO MONOTEMATICO DI SOSTEGNO PSICOLOGICO. OGNI GRUPPO PREVEDE MASSIMO 5 ISCRITTI!

 

  In particolare si attivano gruppi per :

 

- Coloro che "amano troppo": Uomini e donne che amano oltremisura.

Nel gruppo potremo confrontarci sulle dinamiche comuni nei rapporti in cui vi è una dipendenza affettiva e cercare insieme le modalità per recuperare il benessere soggettivo, rinforzare l'amore verso Sè oltre che l'Amore verso l'Altro.

 

 - Ansia e Attacchi di panico. 

                           In gruppo si parlerà delle condizioni che hanno condotto all'ansia, al percorso di cura affrontato in passato, ai vincoli che comporta. Inoltre, cercando di comprendere insieme i limiti e i fattori che facilitano il mantenimento del sintomo, potremo avviare in gruppo un percorso di sostegno per gestire meglio questo invasivo sintomo e recuperare l'autonomia necessaria per una buona qualità di vita.

 

 

- Elaborazione di lutti familiari e suicidi. 

                             Le perdite sono eventi che spesso richiedono l'amplificazione di reti di supporto per colmare il  vuoto  e per ricercare l'affetto di chi condivide lo stesso dolore . Il gruppo che si intende attivare vuole creare queste condizioni unendo alla risorsa supportiva del gruppo, la mia guida clinica per individuare eventuali esasperazioni reattive e intervenire in modo più mirato nel favorire l'elaborazione di un lutto.

    

 

 Il costo per partecipare ad un gruppo è 10,00 € per un incontro di circa due ore con cadenza da concordare.

SI EFFETTUERA' UN COLLOQUIO INDIVIDUALE GRATUITO PER L'ENTRATA NEL GRUPPO.

                                              Scrivi a :licia.cutaia@mentepsiche.it

Specifica nell'oggetto "RICHIESTA ATTIVAZIONE GRUPPO" e nella mail riporta l'argomento sul quale vorresti confrontarti

 
 
 

Se un bambino va in ospedale

Post n°26 pubblicato il 04 Novembre 2009 da Licia.Cutaia

 

 

Un bambino ricoverato non manifesta solo una parte malata da curare ma mostra anche i suoi aspetti sani, le sue risorse vitali che richiedono attenzione e cura.

Un bambino ha bisogno anche di una certa continuità rispetto al passato, esso pertanto trarrà beneficio dal vedere una coppia genitoriale unita, che ogni tanto si concede una serata con gli amici: questo sarà per lui un messaggio implicito che la vita continua e che se la mamma ed il papà ridono ancora, allora lui non è “spacciato”.

L’idea che la vita continua si comunica anche attraverso l’impegno nelle attività scolastiche, nel fare progetti concreti ed a breve termine come per esempio fare una breve gita dopo le dimissioni dall’ospedale.

Inoltre è particolarmente importante che l’azione educativa vada esercitata in modo continuativo rispetto a prima della malattia.

Pur essendo spontaneo un atteggiamento più clemente verso un bambino che soffre, occorre rispettare alcuni limiti. Viziare un bambino malato può essere rischioso sia perché soddisfacendo ogni sua richiesta, egli potrebbe inconsapevolmente pensare ad un aggravamento della malattia con le conseguenti reazioni di ansia, sia perché  utilizzare spesso un mezzo materiale come un gioco o un nuovo acquisto potrebbe limitare l’espressione dei sentimenti che è invece lo strumento migliore per  elaborare la sofferenza.

Infine, fratelli e sorelle potrebbero provare invidia e risentimento.

Qualche rimprovero, anche in questi momenti, trasmette sicurezza perché farà rivivere al bambino una situazione di normalità.

Il miglior dono che si può fare ad un bambino che sta male è offrirgli un ambiente normale e circondarlo con una famiglia affettuosa.

Inoltre, i bambini sono esperti nell’affrontare, in modo creativo, un momento difficile; essi sanno trasformare in gioco la durezza presentata loro dalla vita.

Il gioco diventa per essi un modo personale per esistere in uno spazio nuovo e depersonalizzante.

Attraverso il gioco e la fantasia il bambino costruisce un luogo ed un modo per trasformare le proprie esperienze.

Questa attitudine alla trasformazione è la potenzialità del bambino e la risorsa che lo differenzia dall’adulto nella vita quotidiana.

Tale forza gli conferisce la resilienza ovvero la capacità di modificarsi senza spezzarsi, di crescere apprendendo nuove forme da dare al dolore mettendo le ali alla sofferenza.

 
 
 

PSICOSI E FAMIGLIA

Post n°25 pubblicato il 02 Novembre 2009 da Licia.Cutaia

 

 

"Qualcuno volò sul nido del cuculo" (M. Forman 1975)

 

Il disturbo psicotico viene definito come un grave disordine mentale caratterizzato da profonda incapacità nell'affrontare la realtà, evidenziato tipicamente da deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato (definiti sintomi positivi), e/o da comportamento catatonico e/o disorganizzato, apatia, anedonia, affettività coartata (detti sintomi negativi).

La caratteristica principale dei disturbi psicotici è l’incapacità nel distinguere il reale dall’irreale.

Ne consegue che chi soffre di questo disturbo vive una “profonda incapacità nell'affrontare la realtà” giacchè perde  il contatto con essa.

Per molto tempo la malattia mentale, e la schizofrenia in particolare, è stata studiata da due punti di vista spesso tra loro contrapposti: 1)l’approccio biologico che si interessa principalmente dei fattori organici e dunque delle alterazioni cerebrali che causano il disturbo e 2) l’approccio psicosociale e relazionale mirato sui comportamenti disfunzionali che favoriscono la stabilità del disturbo.

Specificatamente gli studi relazionali hanno individuato alcuni giochi familiari inconsapevoli facilitanti l’emergenza del disturbo psicotico.

Sono considerate caratteristiche pregnanti delle famiglie con paziente psicotico:

1)  una comunicazione disfunzionale:

Tale contesto di comunicazione è quello del “doppio legame”, ossia una situazione caratterizzata da comunicazioni paradossali precoci, ripetute nel tempo e autoperpetuantesi, all’interno di un contesto affettivo molto significativo. Esempio tipico di una comunicazione paradossale è la frase “sii spontaneo”. In mancanza di ulteriori chiarimenti e se ripetuta per molto tempo, questa comunicazione è, come afferma Bateson, “indecidibile”: l’individuo non può letteralmente “decidere” quale significato abbia una comunicazione che, per essere accettata, chiede di essere al contempo rifiutata, poiché nel momento in cui si fa quello che la frase chiede non lo si fa (in quanto si perde la spontaneità obbedendo alla frase) e, viceversa, nel momento in cui non lo si fa lo si fa. Obbedire per disobbedire, disobbedire per obbedire. Un contesto di comunicazioni e interazioni caratterizzato dal paradosso, “lega” i soggetti dell’interazione in un contesto relazionale disfunzionale e paradossale, in cui l’anello più debole della catena (usualmente il figlio) mostra i segni di una schizofrenogenicità che appartiene a tutto il sistema familiare, ma di cui egli è il “portavoce” più evidente

2)  Invischiamento familiare contraddistinto da confusione dei ruoli e rapporti intrusivi tra i membri familiari.

3)   Alta emotività espressa ovvero relazioni familiari emotive caratterizzate da ipercriticità, ostilità e rifiuto.

L’interconnessione tra patologia psicotica individuale  e rapporti familiari, rendono necessario un intervento terapeutico che – oltre la farmacoterapia individuale per il paziente pscotico- interessi e accolga tutto il nucleo familiare affinché si modifichino nel rispetto dei tempi familiari quei giochi relazionali  che nutrono il disurbo.

 
 
 

LA TERAPIA DEL DISTURBO DA ATTACCO DI PANICO

Post n°24 pubblicato il 11 Maggio 2009 da Licia.Cutaia

 

 

 

Il DAP (disturbo da attacco di panico) è una sindrome psicopatologica molto diffusa.

Solitamente l’intervento per questa patologia vede l'applicazione di tecniche cognitivo comportamentali con approcci di tipo relazionale.

Spesso il sintomo agorafobico ( Agorafobia: paura di risiedere in luoghi aperti; tale angoscia  attiva il panico. Da qui si dice disturbo da attacco di panico con agorafobia) consiste in un inspiegabile e doloroso sentimento di angoscia quando il paziente si trova nella situazione di allontanamento dalla propria abitazione ed/o in uno stato di solitudine.

Gli agorafobici  attribuiscono il loro stato ad una malattia fisica o al timore di “perdere il controllo”, trascurando i rapporti interpersonali, le emozioni derivate dalla minaccia di separazione o la perdita di una persona significativa.

Invece è ricorrente  che il sintomo compaia in concorrenza ad episodi significativi di cambiamento, in cui il cambiamento è paventato o atteso seppur comportando la separazione dalla famiglia di origine o da una particolare persona di riferimento ( il coniuge, il convivente…)

Le prime esperienze di attaccamento tra bambino e genitore sono importantissime per la decodifica di tutte le esperienze relazionali che un individuo sperimenta nella propria vita.

Attraverso le esperienze infantili di attaccamento il bambino (futuro adulto) organizza il bagaglio interiore di sé stesso in relazione all’altro e conserva nella memoria le emozioni connesse a quelle esperienze. Questo bagaglio prende il nome di MOI (

(modello operativo interno) e guida la consapevolezza di un bambino  sulle proprie capacità e sull’essere più o meno degno di essere amato.

Talvolta alcune persone che soffrono di attacchi di panico, hanno sperimentato l’accudimento di un genitore intrusivo ed imprevedibile che nell’infanzia violava continuamente i loro spazi di autonomia, prospettando situazioni di tragedia qualora essi si fossero trovati fuori dalla loro protezione e diretto controllo.

La conseguenza era una forte rabbia ed ostilità mortificata e repressa per non dispiacere all’adulto che rappresentava al contempo la fonte di amore e di sicurezza.

L’approccio relazionale che mira a comprendere l’origine e la funzione degli attacchi di panico, si propone di trovare un collegamento tra i modelli operativi interni di un individuo e la percezione che esso ha nell’entrare in rapporto con gli altri.

Il lavoro terapeutico così mira a ridurre la cecità emozionale del paziente che non connette le emozioni al timore del distacco e della perdita; al contempo occorre impegnarsi in un lavoro cognitivo che metta in relazione i pensieri, le emozioni e i comportamenti che si attivano durante gli episodi di panico.

Il lavoro terapeutico è un lavoro soprattutto di ascolto della propria storia attraverso il racconto di sé all’Altro capace di mettere un ordine nuovo ricucendo una storia ben formata in cui le emozioni, i pensieri e i comportamenti possano accordarsi in una nuova armonia.

 
 
 

PET THERAPY, A CHI GIOVA?

Post n°23 pubblicato il 09 Maggio 2009 da Licia.Cutaia

La soddisfazione di bisogni di affetto e compagnia necessaria per il mantenimento di un buon equilibrio psico-fisico è uno degli scopi della pet-therapy che offre, attraverso alcune Attività Assistite dagli Animali (AAA), soprattutto quelli detti d'affezione o di compagnia, cui si riferisce il termine pet nella lingua inglese, una possibilità in più per migliorare la qualità della vita e dei rapporti umani.
La pet-therapy può anche contribuire, affiancando ed integrando le terapie mediche tradizionali, al miglioramento dello stato di salute di chi si trova in particolari condizioni di disagio, attraverso
Terapie Assistite dagli Animali (TAA), interventi mirati a favorire il raggiungimento di funzioni fisiche, sociali, emotive e/o cognitive.
È stato infatti rilevato da studi condotti già negli scorsi decenni e oggi comprovati da sempre più numerose esperienze, che il contatto con un animale, oltre a garantire la sostituzione di affetti mancanti o carenti, è particolarmente adatto a favorire i contatti inter-personali offrendo spunti di conversazione, di ilarità e di gioco, l'occasione,cioè, di interagire con gli altri per mezzo suo.
Può svolgere la funzione di ammortizzatore in particolari condizioni di stress e di conflittualità e può rappresentare un valido aiuto per pazienti con problemi di comportamento sociale e di comunicazione, specie se bambini o anziani, ma anche per chi soffre di alcune forme di disabilità e di ritardo mentale e per pazienti psichiatrici.
Ipertesi e cardiopatici possono trarre vantaggio dalla vicinanza di un animale: è stato, infatti,dimostrato che accarezzare un animale, oltre ad aumentare la coscienza della propria corporalità, essenziale nello sviluppo della personalità, interviene anche nella riduzione della pressione arteriosa e contribuisce a regolare la frequenza cardiaca
.
Che si tratti di un coniglio, di un cane, di un gatto o di altro animale scelto dai responsabili di programmi di pet thrapy, la sua presenza solitamente risveglia l'interesse di chi ne viene a contatto, catalizza la sua attenzione, grazie all'instaurazione di relazioni affettive e canali di comunicazione privilegiati con il paziente, stimola energie positive distogliendolo o rendendogli più accettabile il disagio di cui è portatore.
I bambini ricoverati in ospedale, ad esempio, soffrono spesso di depressione, con disturbi del comportamento, del sonno, dell'appetito e dell'enuresi dovuti ai sentimenti di ansia, paura, noia e dolore determinati dalle loro condizioni di salute, dal fatto di essere costretti al ricovero, lontani dai loro familiari,dalla loro casa, dalle loro abitudini.
Alcune recenti esperienze condotte in Italia su bambini ricoverati in reparti pediatrici nei quali si è svolto un programma di Attività Assistite dagli Animali, dimostrano che la gioia e la curiosità manifestate dai piccoli pazienti durante gli incontri con l'animale consentono di alleviare i sentimenti di disagio dovuti alla degenza, tanto da rendere più sereno il loro approccio con le terapie e con il personale sanitario. Le attività ludiche e ricreative organizzate in compagnia e con lo stimolo degli animali, il dare loro da mangiare, il prenderli in braccio per accarezzarli e coccolarli hanno lo scopo di riunire i bambini, farli rilassare e socializzare tra loro in modo da sollecitare contatti da mantenere durante il periodo più o meno lungo di degenza, migliorare, cioè la qualità della loro vita in quella particolare contingenza.
Altre esperienze di Attività Assistite dagli Animali riguardano anziani ospiti di case di riposo. Si è osservato che a periodi di convivenza con animali è corrisposto un generale aumento del buon umore, una maggiore reattività e socievolezza, contatti più facili con i terapisti. Un miglioramento nello stato generale di benessere per chi spesso, a causa della solitudine e della mancanza di affetti, si chiude in se stesso e rifiuta rapporti interpersonali.
Nel campo delle Terapie Assistite dagli Animali, dove le prove di un effettivo miglioramento dello stato di salute di alcuni pazienti si stanno accumulando nella letteratura scientifica, la pet- therapy propone co-terapie dolci da affiancare alle terapie mediche tradizionali e, attraverso un preciso protocollo terapeutico, è diretta a pazienti colpiti da disturbi dell’apprendimento, dell’attenzione, disturbi psicomotori, nevrosi ansiose e depressive, sindrome di Down, sindrome di West, autismo, demenze senili di vario genere e grado, patologie psicotiche, ma anche a quanti necessitano di riabilitazione motoria come chi è affetto da sclerosi multipla o reduce da lunghi periodi di coma.
L’intervento degli animali, scelti tra quelli con requisiti adatti a sostenere un compito così importante, è mirato a stimolare l’attenzione, a stabilire un contatto visivo e tattile, un’interazione sia dal punto di vista comunicativo che emozionale, a favorire il rilassamento e a controllare ansia ed eccitazione, ad esercitare la manualità anche per chi ha limitate capacità di movimento, a favorire la mobilitazione degli arti superiori, ad esempio accarezzando l’animale, o di quelli inferiori attraverso la deambulazione con conduzione dell’animale la cui presenza rende gli esercizi riabilitativi meno noiosi e più stimolanti.
I gruppi di lavoro che operano in questo settore della pet-therapy finalizzato al raggiungimento di obiettivi di salute per l’uomo, sono composti, oltre che dall’animale co-terapeuta alla cui sensibilità è affidato il compito principale, da diverse figure professionali: medici, psicologi, fisioterapisti ecc.., cui spetta di valutare e determinare come l’animale debba essere impiegato.
A veterinari, etologi, addestratori e conduttori professionisti spetta, invece, occuparsi del controllo della salute e della salvaguardia del benessere dell’animale che con tanta generosità e amore lavora per aiutare il suo amico uomo, di cui sa riconoscere le difficoltà.

(fonti: Centro di collaborazione OMS/FAO per la sanità Pubblica Veterinaria; Laboratorio di fisiopatologia di organo e di sistema dell'Istituto Superiore di Sanità; Istituto Zooprofilattico sperimentale dell'Abruzzo e Molise; Ministero della salute - Direzione generale della sanità pubblica veterinaria , degli alimenti e della nutrizione - Ufficio X).

(f.f. Redazione Ministerosalute.it gennaio/2003)




 

 
 
 

FAMIGLIE DIVISE E GENITORIALITA'

Post n°22 pubblicato il 30 Aprile 2009 da Licia.Cutaia

Per "affidamento condiviso" si intende la partecipazione di entrambi i genitori alla cura ed all'educazione dei figli a prescindere dai loro rapporti  personali e a condizione che nessuno dei due abbia carenze  tali che affidargli i figli sia contrario al loro interesse.

L'esistenza di risentimenti e rancori  tra due genitori entrambi idonei non è più visto - dall'attuale giurisdizione- come motivo sufficiente ad escludere uno dei due dall'affidamento, tanto più se si ritiene che tale discriminazione possa incrementare la conflittualità.

Con un affidamento condiviso la  genitorialità viene esercitata in modo separato ed in settori educativi diversi (un genitore si occupa del corso di piscina dei figli, l'altro della frequenza al catechismo...)

Con un affidamento congiunto i genitori si consultano congiuntamente per le decisioni di ordinaria amministrazione anche negli stessi settori educativi.

Infine  resta  la genitorialità alternata in cui decide il genitore presente al momento della scelta da fare senza consultare l'altro.

Il principio di base che fonda l'affido congiunto è che si resta genitori al di là dei conflitti che hanno logorato l'amore coniugale.

Cosa può accadere se un genitore non vuole l'affido congiunto, ad esempio perché non si fida dell'altro; perché  teme che l'altro entri in casa la sera per dare la buonanotte ai bambini; se teme un controllo pervasivo sulla propria vita privata?

L'articolo 155 bis della legge precisa che si può escludere un genitore dall'affidamento congiunto solo se esso mostra di avere carenze talmente gravi  che affidargli un figlio è contrario alla tutela del minore.

Tutto questo spesso scatena un atteggiamento di conflittualità crescente da parte del genitore chi si oppone all'affido congiunto al fine di dimostrare che l’ex coniuge è inadeguato, talvolta perfino con false denunce che sfociano in reati di tipo penale.

L'esito di queste drammatiche vicende familiari, è spesso una strumentalizzazione dei figli, in modo più o meno consapevole, da parte dei genitori in conflitto.

L'alleanza implicita può avvenire in tempi e con modalità differenti secondo le caratteristiche di personalità dei genitori, senza che il minore possa averne piena consapevolezza.

Queste manipolazioni, talvolta invisibili agli occhi di una bambino che le subisce e incomprese da parte  degli adulti che le agiscono, costituiscono un abominevole " delitto dell'infanzia" .

In questi contesti è utile l’intervento di mediazione familiare mediante il quale è possibile lavorare con le parti in lotta per individuare un percorso comune e  riconoscere risorse comuni.

La mediazione familiare cerca di rispondere all'esigenza di una nuova "cultura del divorzio" che distingue il ruolo coniugale da quello genitoriale, scardinando la concezione diffusa che colui che ha la colpa della separazione vada punito nel suo ruolo genitoriale.

L'obiettivo piuttosto mira a raggiungere la funzionalità del sistema genitoriale attraverso l'acquisizione di una flessibilità necessaria ad accogliere le esigenze dei figli che nel tempo si modificano e modulare risposte diverse in rapporto alla crescita dei bambini.

Richard A. Gardner nel 1985 introdusse per la prima volta l'espressione Parental Alienation Syndrome (PAS) per indicare la Sindrome da Alienazione Genitoriale  ovvero "un disturbo che insorge essenzialmente nelle controversie  per l'affidamento dei figli. La sua principale manifestazione è la campagna denigratoria- priva di giustificazione-  attuata dal bambino verso il genitore non affidatario."

La PAS si differenzia dal  plagio  giacché durante lo schieramento il bambino acquisisce caratteristiche ed atteggiamenti tipici del genitore con cui è alleato per compiacerlo nel timore implicito di perdere anche lui dopo avere praticamente perso l'altro genitore  (complesso di lealtà)

Attraverso l'affidamento congiunto, il figlio affidato ad entrambi i genitori potrà finalmente  sviluppare la propria autonomia e fare le proprie  scelte  personali sviluppando il proprio Sè  e sanando le ferite connesse alla frattura familiare.

L'equilibrio tra i genitori e la loro pari dignità metterà il bambino al riparo dalla terribile esperienza dell'alienazione genitoriale.

 

 

 
 
 

Giovanni Allevi & Gustav Klimt

Post n°21 pubblicato il 28 Aprile 2009 da Licia.Cutaia

 

Musica: "Come sei Veramente"

Gli artisti pittorici osservano la realtà e ne offrono una personale lettura attraverso la raffigurazione.

I terapeuti sistemici si accostano al disagio emotivo e relazionale proponendo una visione su quanto i pazienti portano di sé.

Il risultato è la scomposizione di un quadro tecnico e ordinato in una opera che offre nuove connessioni, legami e nodi,  un disordine generativo di nuove idee in cui più punti di vista possono essere al contempo presenti fino al raggiungimento di un nuovo quadro. Lì l’osservatore può trovare il proprio punto di vista così come quello del suo compagno e quello del pittore stesso.

 

 
 
 

Riflessioni

Post n°19 pubblicato il 27 Aprile 2009 da Licia.Cutaia

        Le persone "hanno sempre qualcosa" che "manca" ,

guai se non l'avessero, fa parte della loro qualità umana.

L'essere umano è fessurato ( Jean Paul Sartre)

Le persone sono macchine non banali: non sono compatte e prevedibili come le macchine banali.

Meglio gestire in qualche modo il vuoto che ci abita piuttosto che morirne (Heinz Von Foester)

 
 
 

CINQUE BUONI MOTIVI PER CHIEDERE UNA CONSULENZA PSICOLOGICA

Post n°18 pubblicato il 23 Aprile 2009 da Licia.Cutaia

1) COMINCIARE A CHIEDERE AIUTO E' UN OTTIMO MODO PER INIZIARE AD AIUTARSI

2) ASCOLTARE UN PUNTO DIVERSO DAL PROPRIO E' UN BUON MODO PER CERCARE   UNA NUOVA SOLUZIONE AL PROBLEMA

3) RACCONTARE LA PROPRIA STORIA E LE PROPRIE DIFFICOLTA' AD UN ALTRO AIUTA A METTERE ORDINE NELLA PROPRIA VITA

4) UN BUON CONSULENTE  AIUTA L'ALTRO AD ESSERE PIU' AUTONOMO E LIBERO NELLE SCELTE: NON CREA MAI LA DIPENDENZA.

5) UNA CONSULENZA PUO' ESSERE UNICA ; NESSUNO PUO'ESSERE COSTRETTO A SEGUIRE UN PERCORSO PSICOLOGICO SE NON VUOLE FARLO.

 
 
 

ANSIA ED ATTACCHI DI PANICO

Post n°17 pubblicato il 05 Aprile 2009 da Licia.Cutaia

L' ansia è un'emozione con una sensazione di costante minaccia e paura immotivata.


Gli attacchi di panico sono crisi d'ansia estreme, sconvolgenti, con i sintomi dell'ansia al massimo dell'intensità, fino alla paura di morire, impazzire o perdere il controllo. 
I disturbi da attacchi di panico sono caratterizzati da ripetuti attacchi di panico, imprevedibili, inaspettati e non provocati né da una malattia medica né da una sostanza.

Essi irrompono all'improvviso nella vita di un individuo destabilizzando il suo equilibrio emotivo e relazionale. Spesso la conseguenza comportamentale nel soggetto è la paura che l'episodio possa ripresentarsi con la stessa intensità: questo stato di allarme pervasivo costituisce l' ansia anticipatoria, in breve la si potrebbe definire un continuo stato di apprensione di "paura di avere paura".

L'attacco di Panico può presentarsi con o senza Agorafobia

L'agorafobia si ha quando una persona teme ed evita posti e situazioni da cui secondo lei sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi (ad es.: un viaggio in treno, in autobus, una fila al supermercato), oppure quelle situazioni in cui pensa di non poter avere un aiuto sufficiente nel caso di un malessere o un attacco di panico (ad es.: una strada solitaria, un luogo affollato, un posto lontano da casa). Capita quindi che, dopo gli attacchi di panico, una persona sviluppi un processo di evitamento, per cui limita sempre più i suoi movimenti e le sue attività lavorative e sociali.
L'attacco di panico ha un'origine spesso di tipo relazionale e comporta un intervento psicoterapico urgente.

Spesso chi soffre di attacchi di panico richiede la presenza costante di una figura di sostegno che la supporti qualora si presenti l'attacco di panico. Tale figura - il cosiddetto accompagnatore- risente pertanto della pervasività del disturbo. In questo caso il fattore relazionale si manifesta in modo pregnante.

In taluni casi può essere necessario ricorrere all'utilizzo di farmaci.

 
 
 

I GRUPPI DI MUTUO AIUTO

Post n°16 pubblicato il 05 Aprile 2009 da Licia.Cutaia

La nostra vita è sempre attraversata da esperienze in gruppo che influenzano il nostro sviluppo e condizionano la formazione delle nostre idee, dei nostri pregiudizi, delle nostre abitudini. Un esempio significativo è l’azione familiare nel ciclo di vita,  il ruolo della scuola, l’influenza del gruppo di amici e  l’azione dei colleghi sul lavoro.

In breve il gruppo forma e sostiene dal punto di vista emotivo e cognitivo.

Alcuni gruppi sono più stabili nel tempo, come la famiglia, altri più temporanei. I gruppi possono avere dimensioni differenti: basta un minimo di tre persone per fare gruppo; essi possono essere piccoli, medi o grandi, fino alle folle delle manifestazioni.

I gruppi hanno finalità diverse: durante l'infanzia il gruppo dei pari è uno stimolo per la crescita ed offre sostegno. Durante l'adolescenza i gruppi di coetanei hanno funzioni conoscitive, di esplorazione, di conoscenza del proprio ruolo e delle proprie capacità.

Il disagio, la malattia, un evento particolarmente importante, ci può separare o ci può unire, ci può fare sentire fortemente soli, ci può dare occasione di condivisione di pensieri e di emozioni.

La funzione dei gruppi in aiuto si nutre della natura profondamente umana della ricerca del mutuo sostegno.

In questi gruppi ci si riunisce per condividere un’esperienza comune di cambiamento o di disagio stimolando il reciproco confronto senza il timore di essere giudicati.

Infatti, una delle regole principali  dei gruppi in aiuto  è quella della sospensione del giudizio e del pregiudizio e dell’accoglimento, al contrario, della molteplicità dei punti di vista possibili.

Tale sospensione, oltre ad incoraggiare la libertà d'espressione e a facilitare il superamento della vergogna, crea le condizioni per l'accettazione dell'altro e, di riflesso, per l'accettazione di se stessi.

I gruppi in aiuto costituiscono così una rete di supporto in cui il singolo può trovarsi contenuto ed al contempo incoraggiato a tirar fuori le proprie risorse sollecitando al contempo il compagno a migliorarsi.

Il gruppo così si evolve integrando le forze di tutti i partecipanti e rinforzando la fiducia di tutti i membri sul possibile cambiamento.

All'interno del gruppo, ogni persona, che inizialmente si percepisce spesso solo come bisognosa d'aiuto, può sperimentare d'essere persona in grado di dare aiuto: da soggetto passivo, quindi, diviene soggetto attivo, verso se stesso e verso gli altri.

La caratteristica fondamentale del gruppo d'auto-aiuto, è l'essere un contesto tra pari: ciascun membro è responsabile del proprio cambiamento e collabora al benessere dell’Altro.

I bisogni più intimi di ciascun essere umano, specialmente quando si sta attraverso un periodo di particolare disagio, sono quelli di essere visti, di essere riconosciuti, di essere confortati e di essere accolti.

Il gruppo di auto-aiuto agisce in questa direzione offrendo accoglienza, solidarietà, incoraggiamento, sostegno.

 
 
 

IMPORTANTE SAPERE CHE:

Post n°14 pubblicato il 04 Aprile 2009 da Licia.Cutaia

 

  1. Lo psicologo non prescrive farmaci e fa psicoterapia solo se è specializzato
  2. Telefonate all'Ordine Regionale o Provinciale degli Psicologi se avete dubbi sulla specializzazione dello psicologo.
  3. Chiedetegli a quale tipo di psicoterapia vi sottoporrà.
  4. E' vostro diritto conoscere la durata approssimativa della terapia, costo delle sedute, regole del rapporto terapeutico.
  5. E' vostro diritto interrompere la terapia se non dà risultati.
  6. Lo psicologo è obbligato al più assoluto segreto professionale.
  7. Con lo psicoterapeuta non si fa amicizia e non si fa psicoterapia con gli amici.
  8. Lo psicologo non propone al suo paziente affari economici.
  9. Lo psicologo non accetta compensi al di fuori di quelli pattuiti.
  10. Chi richiede un colloquio con uno psicologo presso un servizio pubblico,  può rifiutare colloqui preliminari con psichiatri o assistenti sociali.

 Studio di via Esseneto 64 in Agrigento

 
 
 

CHI SONO

Post n°12 pubblicato il 04 Aprile 2009 da Licia.Cutaia
 

 

       Studio di via Esseneto 64 in Agrigento

Mi sono laureata in Psicologia il 10/07/2001 presso l'Università degli studi di Palermo e mi sono abilitata all'esercizio della professione nell'aprile 2003 dopo avere svolto un anno di tirocinio.

Mi sono iscritta all'Albo della Regione Sicilia il 16 maggio 2003 con il numero 2581.

 Nel 2008 ho conseguito la specializzazione in ambito sistemico-relazionale presso il Centro Milanese di Terapia della Famiglia, dopo aver frequentato la scuola quadriennale di Psicoterapia presso il Centro Siciliano di Terapia della Famiglia con sede a Palermo.

Dal gennaio 2003 al dicembre 2009 ho lavorato presso lo sportello del Centro di Orientamento e Tutorato del Polo Universitario di Agrigento ove mi sono occupata  dell’orientamento scolastico e universitario agli studenti della provincia agrigentina.

Dall'ottobre 2003 al settembre 2009 ho svolto l’attività professionale presso il mio studio professionale per la consulenza e la terapia di individui, coppie e famiglie in difficoltà;  da allora sono consulente tecnico d’ufficio del Tribunale di Agrigento.

In passato ho collaborato con una cooperativa gestita dall’amministrazione provinciale per il sostegno ai minori disabili ed alle loro famiglie.

Ho pubblicato un testo scientifico sull’attaccamento genitoriale (Crescere insieme, l’attaccamento tra genitore e figlio; Arcigraf 2003) ed una breve raccolta narrativa (A piccoli Passi; Ed. Il Filo 2008). Nel 2010 ho collaborato al testo edito Unipress Sawubona "ti vedo". Conversazione (postuma) con Gianfranco Cecchin. Autori I.Bozzetto in collaborazione con T. Apolloni e M. Fischbein.

Dal maggio 2008 al settembre 2009 sono stata socia ordinaria dell' Associazione Onlus Parco - un giardino di idee. Insieme a colleghi di diversa formazione ed esperienza, ho condotto gruppi di auto e mutuo aiuto di vario genere (ansia ed attacchi di panico oppure disturbi alimentari). Inoltre, quale attività dell'associazione, ho organizzato laboratori formativi e ludici per bambini al fine di sviluppare l'espressione delle emozioni e la creatività.

 Dall'ottobre 2009 al dicembre 2010 ho lavorato Milano o come consulente esperta in orientamento e tutoraggio per i servizi al lavoro.

Ho altresì offerto la mia collaborazione presso il reparto psichiatrico Grossoni III dell'ospedale Niguarda Cà Granda di Milano.

Nel 2007 ha conseguito presso il Cesgraf di Roma  il diploma quale Esperto Grafologo.

 
 
 

CHIARIMENTI

Post n°7 pubblicato il 02 Aprile 2008 da Licia.Cutaia

PSICOLOGO: Si è psicologi solo dopo aver conseguito un diploma di laurea  presso una Ateneo universitario riconosciuto dal MIUR e dopo aver superato l’esame di abilitazione. Con la riforma universitaria i laureati in psicologia si distinguono in 1) senior se hanno svolto un  percorso di studi triennale e successivamente biennale per un totale di cinque anni; 2) junior se hanno acquisito solo la laurea di primo livello triennale.

 Questa distinzione esiste solo dopo la riforma universitaria disposta con il D.M. 509/99 mentre i laureati con l’ordinamento accademico precedente (vecchio ordinamento) hanno tutti una formazione unica quinquennale.

 Lo psicologo abilitato non specializzato, può svolgere l’attività professionale presso enti privati o pubblici purché non eserciti la psicoterapia; pertanto può svolgere attività di sostegno, counseling, orientamento scolastico e professionale e tutte le attività consulenziali e progettuali volte alla formazione ed al supporto del singolo o della coppia senza spingersi nell’intervento psicoterapeutico. Pertanto non può essere assunto presso ospedali o aziende sanitarie locali. Tutti gli psicologi devono rispettare il codice deontologico della professione che tutela sia il professionista sia il cliente.

 PSICOTERAPEUTA: E’ uno psicologo che ha conseguito un diploma di specializzazione per la psicoterapia presso una scuola riconosciuta dal MIUR o presso le scuole pubbliche universitarie.

 La psicoterapia è un percorso più o meno breve che mira al cambiamento del cliente al fine di garantire un miglioramento della sua qualità di vita.

 Gli psicoterapeuti hanno formazioni diverse secondo l’orientamento della scuola di specializzazione frequentata. Questo comporta l’utilizzo di tecniche diverse o di approcci al disagio differenti. Le teorie di riferimento consentono di osservare il paziente che chiede aiuto come si avessero delle lenti formative ed intervenire nella sofferenza con tempi e modi che differiscono da approccio ad approccio. Lo psicoterapeuta può operare nelle strutture pubbliche come ASL e Ospedali.

 Gli orientamenti principali  sono: psicodinamica, comportamentismo, sistemica, gruppanalisi, gestalt; bioenergetica.

 Da queste poi si dipartono formazioni più specifiche relative all’adesione a specifici esponenti delle correnti (per esempio nella psicodinamica ritroviamo la psicoanalisi notoriamente freudiana, ma anche l’analisi junghiana, quella adleriana etc…) .

 La psicodinamica si sofferma sull’inconscio e sulle dinamiche profonde dell’individuo; utilizza l’interpretazione dei sogni, ed offre interpretazioni per gli atti quotidiani del paziente.

 L'approccio cognitivo comportamentale interviene sugli aspetti cognitivi e comportamentali dell’individuo cercando di modificare pensieri e atteggiamenti con interventi direttivi e correttivi. La modifica di pensieri rigidi e l’azione di prescrizioni correttive facilita la ristrutturazione cognitiva e favorisce l'acquisizione di comportamenti più funzionali ed adattivi.

 La formazione sistemica o familiare mira a ricostruire i processi che hanno condotto l’individuo ad assumere un comportamento disfunzionale aiutandolo a intraprendere liberamente percorsi più funzionali. L’intervento ricostruisce la storia dell’individuo a partire dalle trame familiari tramite l’utilizzo del genogramma (una sorta di mappa delle relazioni familiari) e l’invito di uno o più membri della famiglia quando questo è accettato da chi fa richiesta di aiuto. L’individuo è perciò considerato inserito in un sistema di relazioni che influenzano le sue scelte di cui, però, non è sempre consapevole. L’azione non è direttiva ma il percorso terapeutico è costruito insieme al cliente.

 La gruppoanalisi è un intervento terapeutico condiviso in un gruppo di soggetti che si incontrano condividendo lo stesso problema guidati da un terapeuta che offre interpretazioni a tutto il gruppo connettendo le esperienze di ciascuno con quelle altrui in modo da contribuire ad un cambiamento evolutivo del gruppo e di ciascun membro.

 La gestalt è un percorso di acquisizione della consapevolezza di sé stessi negli aspetti emotivi e comportamentali comprendendo il ruolo della nostra esistenza nell’intreccio relazionale in cui siamo inseriti e dunque prendendo maggior consapevolezza di sé nel qui ed ora dell’esistenza. 

 La bioenergetica è un orientamento volto al recupero dell’energia corporea e all’acquisizione del benessere attraverso la costruzione di un’armonia tra corpo e mente. Questo approccio fa ricorso ad esercizi fisici, respiratori e di rilassamento mirati ad una maggiore consapevolezza del corpo e dunque alla progressiva eliminazione dei sintomi che alterano il nostro equilibrio psicofisico.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
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