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Creato da: JayVincent il 07/03/2006
Tiri liberi sul mondo della Pallacanestro Olimpia Milano

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IL RIMEDIO DELLA NONNA

Post n°171 pubblicato il 16 Novembre 2009 da JayVincent

 

Ai bambini con il mal di gola, un bel cucchiaio di miele nel latte caldo.

Se hai un occhio infiammato, guarda dentro la bottiglia dell’olio.

Se la pancia fa le bizze, riso bianco in abbondanza con tanto di acqua in cui è stato cotto.

Se la tua squadra è in crisi, gioca un basket inguardabile e ha tesserati che variano dall’apatico all’insulso, mettigli davanti Cantù.

 

Non passi l’idea che Milano si ritrova e gioca una partita memorabile, anzi. Soprattutto nei primi 20 minuti ci sono stati momenti per cui era lecito accasciarsi sui seggiolini di un Forum discretamente abitato e non listato a lutto, anche se ammorbato dagli striscioni ospiti, intelligenti e taglienti come le battute del Bagaglino. Però la forza d’urto di un avversario inguardabile può regalare morale ed entusiasmo. È un discorso moralmente mediocre, ma ci sono persone che ritrovano colore e grinta al solo scoprire che qualcuno sta messo peggio.

Credo che la vittoria di ieri vada letta così: fino a quando Cantù è stata presente a sè stessa, Milano ha messo in fila una serie di scempiaggini e nefandezze degne delle peggiori prestazioni stagionali. Poi, complici una difesa di squadra più convinta – proporzionalmente all'asfissia dell’attacco canturino – e sulle ali di qualche giocata offensiva di pregio, l’Olimpia stacca lentamente gli avversari, fino all’accademia dell’ultimo periodo.

Nel quale si ritrova un Mike Hall comunque ispirato sin dall’inizio, forse finalmente convintosi che si può essere protagonisti anche non partendo in quintetto.

Certo, se nel fare il playmaker Bulleri funziona nettamente meglio di Finley, sai che continuerai ad avere un problema; però c’è anche il rovescio della medaglia, perché se i difetti della squadra sono ben chiari, mi pare non si sia ancora capito come esaltare i pregi. Che ci sono e non possono essere trattati alla stregua di jolly casuali.

Un esempio su tutti: Petravicius.

Contro una Cantù di fatto senza lunghi, il piano partita non prevedeva di cavalcare Marijonas, servito poco e male, mai messo in ritmo e mai una volta in condizione di giocare la sua pallacanestro.

Insomma, io penso che negli anni si sia capito a cosa serve sul parquet questo ragazzone lituano, penso che al giorno d’oggi, in cui il dvd è un supporto diffuso, non sia difficile documentarsi. Mi rendo conto che sia più semplice sperare nell'esecuzione del gioco diavolo a quattro del tuo playmaker, nel solco di quel "ah, come giocava la Napoli di Greer": però mi sarei anche rotto le balle di vedere gli altri impolverarsi come statuine cinesi nell'attesa del trentello treccioluto.

Di più non so dire, né voglio dire. Fischiare Petra significa guardare il dito e non la luna, fermo restando che non voglio eleggerlo a moderno San Sebastiano.

Resta quella di ieri una vittoria che conta: è vero che, come detto, i nostri meriti non sono così scintillanti da indurre al più sfrenato ottimismo, è anche vero che a volte basta poco per ottenere tanto.

E quindi voglio pensare che il ventello rifilato alla nostra migliore medicina (che irriconoscenza: questi ti resuscitano e tu li asfalti) porti con sé almeno due buone notizie: avere una reazione da Hall e dare un po’ di fiato ad un ambiente che è parso decisamente in apnea.

Non un trapianto di guida tecnica o una sterzata decisa, ma di questi tempi è bene mettere in tasca tutto quello che fa morale.

Nella speranza che la scimmia, dopo aver momentaneamente abbandonato il nostro pittoresco numero 7, non passi da una spalla all’altra: perché, come detto, ci sono almeno un paio di giocatori in difficoltà.

Sono lituani, sono alla prima esperienza fuori dal proprio paese e chi di dovere non ha ancora pensato come farli sentire parte di un progetto.

Sarà un identikit sufficientemente chiaro per scoprire di chi stiamo parlando?

 

 
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POLAROID

Post n°170 pubblicato il 05 Novembre 2009 da JayVincent

 

Scatto uno.

Domenica, Assago, interno pomeriggio.

Time out, Bucchi disegna un gioco sulla lavagna (no, non èquesto l’evento che lascia stupiti).

Si rivolge a Petravicius, cerca Finley per parlare del loro pickand roll.

Finley non è lì, sta puntando un dito contro Mordente che a muso duro gli grandina addosso qualcosa.

Il coach li cerca, loro vanno avanti per la loro strada.

 

Scatto due.

Ancora domenica, ancora Assago, ancora interno pomeriggio.

Il sempre presunto coach ha la squadra intorno a sé, Pianigiani ha chiamato time out con Milano rientrata a contatto. Mike Hall si mette da parte, mezzo metro alla sinistra del gruppo, guarda in giro, incontra lo sguardo di qualcuno del parterre e si mette a chiacchierare un alfabeto di gesti e smorfie.


Scatto tre.

Mercoledì, Gdynia, interno notte.

Finley dietro l’arco dei tre punti, gioca con Petra in pitturato. Il lituano, contro Sow, scarica ancora per Morris che, invece di giocare l’immediato repost per il nostro centro che aveva preso posizione, si domanda che fare. Tiro non tiro? Attacco non attacco? Sono un playmaker o non lo sono?

Quando decide di giocare il repost, arriva il fallo in attacco per Petravicius, che da almeno 2-3 secondi stava lottando per stare davanti.

 

Ce ne sarebbero ben altri, di scatti, ma mi fermo a questi recentissimi per arrivare a leggere problematiche semplici e ovvie, che galleggiano in superficie.

In questa squadra ognuno va per conto proprio, slegato da lconcetto di gruppo e, soprattutto, da quello di giocare insieme.

Del resto a Milano c’è un coach che ha sempre scelto la via più individualista possibile per andare a canestro, chiedendo poi a tutti di stare sulla stessa barca in difesa.

Ma in una squadra di potenziali solisti, come quella di quest’anno, è più difficile fare figli e figliastri, è più difficile chiedere gambe piegate senza coinvolgimento offensivo. È una squadra dove il nervosismo si avverte al solo sguardo, dove le lamentele mi dicono essere all’ordine del giorno, dove forse – e questa tengo a precisare è una mia valutazione – ci sono gelosie in stato larvale che vanno bonificate subito e con terapie d’urto.

E poi, quello che sarà il problema strutturale dell’anno, ovvero l’aver dato le chiavi della squadra in mano a un ragazzo che di quelle chiavi se ne fa niente; le mette in tasca e cerca di sfondare la porta a spallate.

La polaroid relativa al ritardato repost per Petra è, a mio avviso, un manifesto fedelissimo dei problemi tattici di questa squadra.

Se il giocatore che dovrebbe mettere in moto tutto il tuo attacco, fatto di individualità e di soluzioni offensive variegate, vive nell’eterno dilemma del tiro o non tiro, passo o non passo, si è destinati a essere una bomba disinnescata.

Anzi, una bomba che rischia di esplodere in mano a chi dovrebbe farne buon uso.

Al di là del carneade Jagla e di Pape Sow, del folletto Logan o dei cecchini senesi, oltre il pick and roll Childress-Slay, oltre le penetrazioni di Di Bella.

Il problema, prima che in campo, è al sorgere di ogni giorno in cui si lascia tutto com’è accampando sempre e solo scuse, oppure convinti di avere fatto un lavoro talmente perfetto da non essere discutibile.

È pensare che si perda, ma anche si vinca allora, solo per episodi, per sfortuna o per una tragica mancanza di centesimi per fare l’euro.

Non è così. Sia ben chiaro.

 

 

 
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TRA PALCO E REALTÀ

Post n°169 pubblicato il 26 Ottobre 2009 da JayVincent

 

Raccontiamocela piatta.

Il dato numerico, stringente, è che ci sono probabilità concrete che questa squadra si trovi tra due settimane, in campionato, con un record di 1-4.

Le abbordabili prime tre giornate erano il viatico migliore per mettere benzina verde e presentarsi al primo vero esame Siena-Virtus con entusiasmo.

Perché preoccuparsi di questo? Semplicemente perché le stagioni non sono tutte uguali e le partenze ad handicap non sempre si risolvono con pazienti risalite, grandissime aperture di credito, mercato frenetico e finali inattese a sanare tanti dubbi e perplessità.

Quello che trovo inaccettabile è che a fine ottobre questo gruppo sia ancora un cantiere aperto.

Quello che trovo tremendamente preoccupante è che il cantiere resterà aperto per un bel po’, almeno finchè si scoprirà che quel cantiere non riesce a costruire una casa per difetti che sono strutturali.

E che quindi ci si dovrà accontentare di risolvere le partite con il talento dei singoli, con le giocate di quello che avrebbe dovuto essere il tuo playmaker.

Che è un giocatore pregiato, anche eccellente, ma non è un playmaker e i momenti di bambola assoluta a Caserta, come a Varese, come nelle due gare interne contro Ferrara e Panathinaikos stanno lì a dimostrarlo.

Perché quando in questa squadra si blocca il singolo, si interrompe l’assolo, il coro stecca tremendamente e non sa più trovare la nota giusta da cui ripartire.

E il direttore d’orchestra? Il direttore è su un altro spartito, lo è dallo scorso anno, solo che tempo addietro fu condotto per mano dai propri orchestrali a trovare un punto d’incontro.

Che privilegiava quelli in grado di farlo sentire direttore, mentre quelli che si prendevano la responsabilità di guidare la banda su altre note, sono stati messi al bando.

Chi ha avuto ragione? Piero Bucchi, perché il criterio di oggettività vuole che alla fine il risultato sia prioritario.

Però non si può fondare un progetto nella speranza che il passato si ripeta, soprattutto se il passato affonda le sue radici più nei bizzarri ghirigori del caso e del fato piuttosto che nella piena meritocrazia.

 

È pericoloso navigare in acque che, anche se affrontate nel modo migliore, potranno farti attraccare sempre e comunque solo al secondo posto.

Perché la noia, l’impossibilità di arrivare davanti a tutti,sono sabbie mobili e possono fungere da bloster all’ambizione, alla voglia di crescere.

Chi parte da secondo, sulla carta può essere secondo e lavora per essere secondo, rischia di spegnersi se non c’è qualcosa, o qualcuno, che tiene viva la voglia di andare oltre.

Ed è molto più facile che nel guardare quanto è piccolo e lontano chi ti precede, ci si dimentichi di chi arriva da dietro e invece ha una voglia matta di superarsi e superarti.

Servono grande orgoglio e grandi palle per essere una squadra consapevole, soprattutto ci vuole qualcuno che non sia convinto di essere credibile solo grazie alla somma algebrica degli stipendi e del valore presunto dei propri solisti.

 

A Caserta e a Varese, Milano ha perso due partite con un denominatore comune più che preoccupante: per 40 minuti ha subito sempre la stessa situazione tattica, dal primo all’ultimo minuto, senza nessuna capacità di porre un argine.

Speriamo che chi ha provato a uscire dallo spartito e ad opporsi alla bacchetta dell’intensity non sia epurato ed etichettato in corrispondenza della commemorazione per i defunti.

 

 

 
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IL LODO BUCCHI

Post n°168 pubblicato il 12 Ottobre 2009 da JayVincent

 

La Corte Costituzionale ci ha messo ore di camera diconsiglio prima di definire del tutto incostituzionale l’ormai celebre LodoAlfano, che avrebbe voluto sancire l’immunità davanti alla legge delle quattropiù alte cariche dello Stato.

Anche se i muri e le piastrelle sapevano perfettamente cheil Lodo era a uso e consumo di una sola carica, e non di quattro, almeno si èprovato a mascherarlo con una pluralizzazione.

In via Caltanissetta, anzi no, in Piazzale Lotto, l’immunitàdavanti alla Legge della pallacanestro è stata proposta per una sola carica, ilcoach biancorosso.

Dalla mente di Livio Proli nasce il Lodo Bucchi,provvedimento straordinario che garantisce l’impunità per l'imputato BucchiPiero, anche in presenza di reati manifesti.

 

Chi ha la bontà e la pazienza di leggermi, sa bene che nonsono mai stato un fan degli esoneri o dello sparo libero contro le panchine.Non mi piace e non è mai la soluzione di tutti i mali.

E le cose non sono cambiate: continuo a non amare questapratica nè la invoco, ma l’obiettività e l’onestà mi obbligano a dire che tutto questocredito, tutti questi poteri, non capisco come abbia fatto Pierinonostro a meritarseli.

Naturalmente del buono c’è stato, perché la finale raggiuntalo scorso anno non può essere spiegata esclusivamente come una casualità, ma èforte come un monolite l’evidenza che il lavoro dello scorso campionatopresentò molte lacune, spesso strutturali, ma altrettanto spesso mai néaffrontate né tamponate, se non con il sistematico ricorso al mercato di riparazione.

La prima partita della stagione non è mai vangelo, siè visto tutto e il contrario di tutto nel corso degli anni e non è una prestazione ancormeno che modesta a preoccuparmi. Bensì è il filo sorprendentemente robusto alegarci al passato quello che mi raffredda.

Dove non è più Hawkins, è Finley, che si prende tutti glionori della rimonta ma anche gli oneri di non averci capito nulla quando Vareseassestava le spallate che risulteranno decisive.

Non si voleva evitare come la peste l’accentramento dell’attacco,il famoso 1 contro 5 che è stato bollato come inaccettabile dai verticisocietari?

Io posso anche essere d’accordo, visto che stiamo parlando di Lapalisse: parlando di massimi sistemiè naturalmente meglio un attacco che attacca in cinque rispetto a uno che metteil pallone nelle mani della sua stella e aspetta lo svolgersi degli eventi. Ilproblema è che ho visto tutto tranne che questo, ho visto completamente disinnescatii potenziali ordigni e una lettura della partita, dei suoi mismatch e del suoandamento assolutamente (e gravemente) insufficiente. Ho visto una squadra che non si è cercata, non ha giocato insieme e non ha dato la sensazione di sapere a quale ritmo votarsi.

 

Quindi, che vogliamo fare? Partire un’altra volta morbidiche più morbidi non si può? Seduti su un divano comodo di giustificazioni?

La linea editoriale di quest’anno, impostami da me stesso inquanto editore e condivisa dal Cda che è composto da io, me e Jay Vincent, hadeciso di cambiare registro e limitare al minimo sindacale i bonus scusanti.

Iniziamo con il definire la costituzionalità del Lodo Bucchi:forse è il momento di fare più fatti e non crogiolarsi in un merito che noncostituisce immunità.


 
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CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA

Post n°167 pubblicato il 30 Settembre 2009 da JayVincent

 

Non per cattiveria, non per imperizia. Nemmeno per suicidio.

Semplicemente, per le leggi del marketing che imperano egovernano il mondo in cui consacriamo le nostre passioni, commettendo l’erroredi crederle valori.

Purtroppo ognuna di queste passioni è appesa a un filo, cheviene tirato a piacimento dal mercato, dal denaro, dai patti multinazionali,dall’interesse di un piccolo o grande gruppo.

Che ha come unico valore quello dell’investimento e delritorno d’immagine.

 

Nel 2001 Sergio Tacchini è il presidente dell’Olimpia Milano. Accanto a lui opera, plenipotenziato, Tony Cappellari, un pezzo distoria biancorossa, firma in calce dei trionfi di Gand e Losanna, stravincentenei confini nazionali.

Io sono un creativo emergente, la mia agenzia annovera Clienti di crescente importanza, tra i quali il Gruppo Tacchini.

Firmiamo la campagna stampa del gruppo, ci affideranno anche il budget per la campagna Eyewear; insomma, quello con l’Azienda del Cavalier Tacchini è un sodalizio fruttifero.

Al punto che, una mattina d’estate, ci viene comunicato chel’Agenzia ha acquisito un nuovo Cliente: la Pallacanestro Olimpia Milano.

Come un riflesso condizionato, le facce al tavolo si voltanoa guardarmi.

La notizia non era nell’aria, ci penso e ci ripenso: io mi occuperò della comunicazione pubblicitaria dell’Olimpia? Da noncredere.

Quanto può essere assolutamente fantastico per un pubblicitario avere tra le mani il frutto della sua passione?

Oggi, un po’ di anni e parecchia esperienza dopo, mi guarderei bene dall’esserne entusiasta.

Mi farei in quattro per non essere uno dei creativi alavorare sul Cliente.

 

Entrare nell’Olimpia, mentalmente e fisicamente, è stata unadelle più forti delusioni della mia carriera, seppur ancora relativamentebreve e poco più che decennale.

Guardare dal vivo cosa c’è dietro la carta patinata, dietrole notizie sui giornali e oltre la fittizia superficialità, può essere unesercizio sfiancante.

A una delle prime riunioni – tutte le riunioni si tenevanonella Sala dei Trofei di via Caltanissetta – ci venne chiesto di studiare unanuova immagine coordinata.

Svecchiare i simboli, dare una sferzata di novità. Come se,purtroppo, il passato deve essere sinonimo di polveroso amarcord.

Primo dubbio: che fare di Fiero? Resta o se ne va?

È stato solo grazie all’abile lavoro del bravissimo artdirector Fabio Azzoni che Fiero passò la notte: presentammo un restyling, un passaggio nel tempo, che era poi la versione di Fiero utilizzata fino a oggi.

Solo il tempo di sospirare per il pericolo scampato, chearriva il secondo problema.

È Cappellari a sollevarlo. Bisogna levare il nome Olimpiadalla ragione sociale.

E mutarlo in Pallacanestro Milano 1936.

Tony, gli dissi. Non possiamo dare l’idea che la nuovaSocietà rappresenti un altro mondo. Perché questa smania di tagliare i ponticon un passato che passato non è?

Mai, mai nella vita avrei potuto aspettarmi di sentirmirispondere: perché Olimpia è un nome che non conosce nessuno. Un conto è Virtus, che a Bologna è un’istituzione, ma a Milano nessuno fa l’equazione tra il basket e l’Olimpia.

Non voglio commentare oltre, né giudicare persone per le quali nutro comunque un rispetto personale; per fortuna salvammo anche Olimpia,questo conta.

Da lì, fu una deriva triste legata alla gestione, alleriunioni, alle indiscrezioni, alle cose viste con i miei occhi che nontrovarono e non possono trovare spazio sui giornali.

Tacchini mollò, regalò la società facendo apparire ungesto eroico quello che in realtà ebbe scenari ben diversi, sui quali nonintendo soffermarmi.

 

Stare nella stanza dei bottoni, o nell’anticamera di questa,mi procurò diverse antipatie all’interno della Società stessa, ma soprattuttomolte amarezze personali.

Purtroppo, nel tempo, cambiano le proprietà, cambiano i modi dipresentare e presentarsi.

Cambiano l’approccio e le relazioni, ma la grande e unicaverità è che nel nome di Fiero, nel nome dell’Olimpia, ci siamo solo noi.

Che non saremo mai quelli che pigiano i bottoni.

E che eleggiamo a mito piccolezze che per altri sono solo riempitivi che tolgono spazio.


 
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LA STORIA DEL GIOVANE GUERRIERO E L’AQUILA CON GLI OCCHI BUONI

Post n°166 pubblicato il 21 Settembre 2009 da JayVincent


C’era una volta un popolo, variopinto e variegato, un popolo orgoglioso e battagliero.Non aveva differenze di ceto sociale, non conosceva invidia né pettegolezzo, aveva il solo obiettivo di conquistare trionfi.L’ambizionedi piantare la propria bandiera ovunque. Entro i confini della propriopaese e oltre, lungo le terre distese della lontana Europa.

L’orgoglioli muoveva, la voglia di stupire, di sentire il peso del trionfo tra lemani e il sapore del successo nella bocca. E, forse per dimostrarequanto forti si sentivano, scelsero come simbolo della loro armata ilpiù piccolo dei soldati. Il più basso, il meno prestante, il piùsilenzioso. Un ometto piccolo che nessuno aveva mai visto in viso, dietro il suo elmo e oltre il suo scudo. Divenne il simbolo di quella frenetica conquista, di quel dominio che azzerò confini precostituiti. Quelragazzo senza volto, ma fiero dentro la sua corazza, sembrava nato ecostruito come emanazione del cuore che gli batteva in petto.

Il dominio continuò, poi si incrinò sotto il peso dei decenni e sfumò annacquato nel colore. Glianni passarono e il popolo si succedette. I figli, i figli dei figli.Gli anziani impegnati a ricordare loro lo splendore del passato,l’antico fasto e la coltivazione della speranza per il futuro. E a tutti, quella statua fatta erigere nel centro della piazza. Unaenorme statua di quel ragazzo con lo scudo e l’elmo, un pezzo dimemoria piantato nella terra, come una radice secolare, come un monitoa chiunque lo osservasse dietro la stanchezza del tempo placido.

Poi, un giorno, come un messaggio, giunse tra il popolo un’aquila. Qualcuno si guardò, qualcuno non capì, le mamme coprirono il capo dei loro bimbi. Ma era un’aquila buona. Gli occhi erano mansueti, il becco non rapace. L’aquilaparlò e promise al popolo di ricominciare la conquista nel solco deipropri padri, di imparare da capo la declinazione del verbo vincere.

Tutti furono entusiasti. Ma l’aquila disse: io non esigo tributi, ma chiedo solo un sacrificio. Voglio volare via con il guerriero che c’è in questa piazza. Le urla di entusiasmo dei più giovani accolsero come una risposta non data la richiesta dell’aquila con gli occhi buoni.

Ma quella notte gli anziani del villaggio non dormirono. Ei loro figli capirono. Solo i nipoti, per i quali il passato non era néstato vissuto, né raccontato, dormirono sonni a forma di nuovi trionfi. Poi, il mattino dopo, si incontrarono nella piazza del villaggio

Etutti insieme, come guidati da un’idea comune, come messi in comunioneda una mano silenziosa, presero la parola e domandarono all’aquila.

Per favore, non ci porti via il solo simbolo che parla di noi. Raccontare la storia a parole è più difficile che riassumerla con il simbolo che l’ha scritta.


 
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UOMINI SOLI

Post n°165 pubblicato il 17 Giugno 2009 da JayVincent


Non ci voleva una finale Play Off per rendersi conto che c’è una sola squadra al comando, un gruppo con un vantaggio talmente enorme sulle inseguitrici da potersi permettere soste, sieste e chissà cos’altro.
La Mens Sana è un gruppo che lavora nel solco e nel rispetto di un progetto, con gente brava e capace, che è andata a pescare Campioni in pectore da realtà minori, li ha integrati con acquisti importanti e, creata la struttura, ha via via operato solo innesti mirati.
E poco importa dell’italianizzazione fasulla di Stonerook o Eze: hanno agito nelle regole e quindi la critica, semmai, va al sistema che consente operazioni poco limpide.
Uomini soli anche i nostri, che hanno però dimostrato in modo incontrovertibile di non essere ragazzi ma – appunto – uomini dotati di attributi, che ci hanno consentito di portare a termine una post season più che soddisfacente; giocata, troppo poco ricordato da stampa e tv travolte dal complesso del servo, senza Mason Rocca, Pape Sow e senza Maurice Taylor nelle ultime due partite di finale.
La stagione milanese è stata una Via Crucis impressionante, è per questo che mi fanno ridere – e anche un po’ pietà – quelli che insistono a dire quanto siamo stati baciati dalla sorte ad incontrare squadre abbordabili.
Le stesse squadre abbordabili che, durante l’anno, hanno schiaffeggiato tutte le grandi o presunte tali? La squadra materasso Biella che ha dato una lezioncina in gara-5 a Roma, dopo averle inflitto due pesantissime sconfitte nella propria tana?
Sono discorsi che non mi interessano, dettati dall’acidità di chi ha visto sfumare malamente i propri progetti, abbattuti tra l’incudine e il martello di progetti sballati e obbrobri dirigenziali.
Il nostro Anno I d.C. (dopo Corbelli) è stato tutt’altro che esente da errori: ma quando al timone ci sono persone serie, ai remi gente che ci da sotto, la rotta si riesce a tenere.
E non è colpa di chi giunge al traguardo se le altre imbarcazioni si schiantano contro iceberg o si ammutinano.

Vale la pena di analizzare la partita di ieri? No, probabilmente no.
C’è da registrare la più lampante conferma di quanto gli uomini soli, quelli soli al comando, siano anche solo giocatori, grandissimi, ma molto poco altro.
Ribadisco quanto scritto nei giorni scorsi: c’è modo e modo di vincere. Bisogna saperlo fare, pur non essendo un requisito necessario per fagocitare trofei e successi.
L’essere grandi giocatori ti garantisce le vittorie; l’essere grandi uomini non garantisce nulla.
Ma nella mia moralità, personalissima, s’intende, c’è una concezione di rispetto dell’avversario che impone di tendergli la mano per rialzarsi, dopo averlo abbattuto.
Perché le due cose non sono inconciliabili, anzi: stroncarlo, asfaltarlo, azzerarlo non è mancanza di rispeto.
Io non sono iscritto al partito di chi pensa che dare 50 punti sia una inutile dimostrazione di prepotenza; penso che si debba fare il lavoro fino in fondo, giocare, dare tutto. Non c'è mortificazione nella dimensione del punteggio: c'è mortificazione nello sputare sull’avversario a terra.
E io non posso tollerare di vedere gli avversari che, mentre ci fanno a pezzi, protestano, fingono, si vittimizzano, recitano.
Non si può guardare Stonerook che sul +30 simula.
Non si può guardare Kaukenas che sul +35 aggredisce verbalmente un arbitro per un sacrosanto fallo fischiatogli.
Non si può guardare un ragazzo come Terrell McIntyre che prende in giro un avversario e chiede poi che venga sanzionato con un fallo tecnico.
Uomini soli al comando, abituatisi al potere vessatorio di gente cui non basta la vittoria, ma vuole vedere scorrere il sangue (sportivo) per segnare il dominio.

Ora è il momento del rompete le righe.
Ci sono i compiti delle vacanze, non semplici come potrebbe apparire: chiudere il rinnovo di Hawkins, valutare alcune posizioni, soppesare la guida tecnica.
Ci sarà tempo nei prossimi giorni, con calma, di parlarne. E anche di riprendere, chiudendolo, quel discorso sul Break Even Point.
Per ora, un applauso ai nostri uomini soli.

 
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ORGOGLIO E PREGIUDIZIO

Post n°164 pubblicato il 15 Giugno 2009 da JayVincent


A volte ci sono partite che, indipendentemente da punteggio e risultato, un tifoso vorrebbe sempre vedere.
Guardare i suoi ragazzi che giocano con un cuore e una fierezza immensa, vederli mentre sputano tutto quello che hanno dentro, osservare il trito e retorico paragone di Davide contro Golia che diventa invece giustificata e giustificabile metafora.
Sarò subito impopolare: uscire sconfitti dal match di ieri è quasi un bene, è la conclusione più giusta, perché tatua sulla pelle tutto ciò che deve essere fatto per arrivare a competere con i migliori, ma scrive nella pietra quali sono le cose che non vanno fatte.
Scolpisce nelle tavole di Mosè alla milanese che accontentarsi non basta, che se si vuole davvero competere e crescere, ora, oggi, è il momento di fare uno sforzo in più.
Evidenzia che con una gara perfetta si può vincere, appunto, una partita. Ma con una struttura e un lavoro che sulla lunga durata sono imperfetti, non la spunti.
Non questo momento storico.
E forgiare un gruppo, un Progetto con la P maiuscola, nel momento di dominio incontrastato di un altro vessillo, è una fatica doppia.
Ma ti da la possibilità di garantirti un futuro altrettanto solido, perché issarsi al comando in un momento di vuoto di potere è una cosa, rovesciare un regime – sportivo e meritatissimo, s’intende – ti iscrive nella storia che conta.

L’orgoglio che provo per questa squadra, oggi, è davvero grande.
Per la bellezza infinita che c’è nel vedere ragazzi come Katelynas, come Sangarè, come Joey Beard – tutt’altro che baciati dal talento, non incensati, non esaltati – tenere testa e costringere Siena a perdere la trebisonda, obbligandoli, se possibile, a giocare ancor più sporco, è qualcosa al limite del commovente.
Vedere l’avversario che ricorre a tutto il proprio repertorio prima tecnico, poi tattico e poi sommerso per strappare la vittoria, è il successo più grande.

Sarò magari sgradito ai puristi del ‘Siena non si tocca’, ai cronisti e giornalisti orbi che vedono solo il luccichio e si astengono da ogni critica, ma Siena non sa vincere.           O meglio: null'altro che il campo.
È una squadra fortissima, costruita con basi solide e nel rispetto di un progetto, straordinariamente ben messa sui legni: e finchè ci si limita a questo, io mi alzo e applaudo.
Ma c’è una Mens Sana meno sfavillante, che non ha lo stile degno delle grandi squadre, che porta in campo un’arroganza e una presunzione che si legge sulle facce di chi li dirige, che vibra nelle proteste e nelle occhiate dei suoi interpreti in campo, tagliabile con il coltello nel modo in cui non rispettano l’avversario. Nella piaggeria di chi li asseconda e non sarebbe mai tanto impertinenti dal fare qualcosa di sgradito, perchè spesso è più triste il dominato del dominante.
Diceva il grande Indro Montanelli: come si fa a non diventare dittatori in un paese di servi?

Questo è un discorso da perdenti? Forse.
Invece io mi sono sentito incredibilmente vincente nel vedere i miei ragazzi costringere i Campioni al più completo repertorio di intangibles da padroncini del vapore.
Questo è il pregiudizio.

Ma non solo. Perchè, restando in casa nostra, il pregiudizio è stato nel sapere a pochi secondi dalla fine che Siena l’avrebbe portata a casa.
Nel vedere Bucchi chiamare quel time out e sapere perfettamente cosa sarebbe accaduto.
Temo che questa sia una Polaroid piuttosto triste della nostra stagione, perché dentro tanti complimenti c’è il rammarico di non essere mai usciti dalla prevedibile ovvietà di uno spartito monotono e sempre uguale a sé stesso.
E Siena, che è una squadra di Campioni che leggono le partite e sanno perfettamente dove andare a guastare il gioco, si è limitata ad aspettare la naturalezza degli eventi.
La difesa del nostro ultimo possesso è stata semplicemente un pezzo di bravura, sciorinato con la facilità e la naturalezza di chi beve un bicchier d’acqua.
Ma ci sarebbe da capire se, finalmente, sarà possibile mettere in discussione la guida tecnica della squadra; Livio Proli disse che questa squadra, ora, assomiglia al suo allenatore.
È proprio così: gli somiglia fin troppo. E non gli è mai stata fedifraga, perché nel momento del bisogno è ricorso al grande quadro che coach Bucchi ha dipinto per noi.
L’isolamento di Hawkins.
Capolavori come quelli di ieri sera non meritano di diventare rimpianti.

 
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THE UNDERDOGS

Post n°163 pubblicato il 03 Giugno 2009 da JayVincent


Ovvero, i sottovalutati.
Partiamo così, da una domanda che mi frulla in testa dall’inizio dei Playoff.
Chi sono, in queste serie che stiamo disputando, i veri Underdog?
Biella e Teramo, oppure noi?
Da quale punto di vista è lecito e giusto osservarci?
Siamo noi quelli che hanno il blasone, quelli che si chiamano Olimpia Milano e hanno speso un signor budget sul mercato, a essere i favoriti, oppure sono (state) Teramo e Biella?
Capiamoci.
Io credo che questa Olimpia, oggi, in una serie playoff – nella configurazione senza Sow e Rocca –  non possa essere favorita contro nessuno.
Da Siena a Treviso, da Bologna a Roma, da Biella a Teramo.
Siamo una squadra che non sviluppa un gioco offensivo accettabile, che soffre in modo assoluto a rimbalzo, atleticamente inferiore a tutti i roster, con una guida tecnica che ancora non ha definito una gerarchia assoluta.
Abbiamo un fattore campo spesso poco influente e non godiamo di arbitraggi non si dice compiacenti, ma nemmeno casalinghi.
Chi mi vuole fare credere che il fischio dei 5 secondi a Moss è stato un omicidio, dice una sciocchezza sesquipedale.
E nonostante tutto, oltre ogni singolo rilievo, questa Olimpia 2008/2009 è a una vittoria dall’unico scudetto che sia realmente in palio quest’anno: quello della finalista sacrificale.

Io credo che i veri sottovalutati siano i nostri avversari.
Perché trattarli con la condiscendente simpatia delle belle favole di provincia non rende giustizia a loro, ma nemmeno a noi, che stiamo giocando un Playoff di proporzioni cosmiche.
Con attributi incredibili, con una voglia e una concentrazione commoventi, con una partecipazione favolosa da parte di giocatori epurati (Thomas), giustiziati preventivamente (Hall) e oggettivamente al capolinea (Marconato).
In ogni partita o quasi abbiamo visto quintetti dissennati, sofferenti in quasi tutti gli accoppiamenti, andare sotto di brutto a rimbalzo.
Abbiamo visto avversari andare prestissimo in bonus e capitalizzare, o provare a farlo, dalla lunetta.
Eppure, eppure per 5 volte su 7 a uscirne vincenti siamo stati noi.
Croce e delizia, piuttosto preventivabile per una squadra destinata, mediamente, a non vincere né perdere con ampi scarti.
Troppo poco attacco e troppo brutte esecuzioni per segnare parziali che stacchino gli avversari; troppe palle, troppo sudore per farsi seminare.
Ripeto: noi saremo anche Milano, quella che secondo tanti polemisti da bar avrebbe ricevuto una bella mano dal Palazzo, fornitore di revolver per terne in grigio col compito di spianarci la strada.
Ma noi la strada ce la stiamo spianando da soli, contro avversari che di sicuro non sono mai partiti con il pronostico a sfavore, checchè addetti ai lavori e giornalisti beoni ne ciancino.
Tutt’al più, saranno state e sono serie in equilibrio, ma è corretto dire – anzi, urlare – che la differenza la stanno facendo quelle intangibles di cui siamo dotati oltre misura.
La stanno facendo le palle, la voglia, la concentrazione, non certo i pick’n’roll, i giochi o le esecuzioni pulite.
Le volte in cui ho visto questi ragazzi eseguire in modo sopraffino un gioco, con tempi e modi giusti si contano sulle dita di una mano. E hanno avuto come terminale sempre Mo Taylor.
Il resto è la meraviglia pulsante di David Hawkins, godiamoci quel che ne resta.
Il resto è la follia, il purissimo istinto, di Mike Hall.
Le mani dolcissime di Price.
Ne manca ancora una, ma fino ad oggi, cosa vogliamo chiedere di più a un gruppo che 8 mesi fa partiva tra mille dubbi, molti dei quali anche giustificati (e non risolti)?
Il primo articolo di questa stagione lo scrissi parlando di Break Even Point: cosa avrebbe dovuto fare questa squadra per raggiungere il punto di parità tra “costi” e “ricavi”, metaforicamente parlando?
Al tempo ci siamo limitati a convenire che lo avremmo scoperto strada facendo.
Ora, mi sento di dire che comunque vada a finire, il ricavo è infinitamente superiore al costo.
E di equivoci da risolvere, dubbi da dissipare, errori cui rimediare abbiamo un’estate di tempo per parlarne.
Se questa stagione ha insegnato una cosa, è che Livio Proli ebbe pienamente ragione a dire che per fare parte del progetto fosse indispensabile essere persone serie.
A volte gli uomini, più che i giocatori, ti portano lontano.

 
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NEMICIAMICI

Post n°162 pubblicato il 20 Aprile 2009 da JayVincent


Un grande nemico, per avere la dignità di esserlo ed entrare in quella ristretta cerchia di interpreti del male (sportivo) assoluto, deve avere fatto veramente qualcosa di nefando. Un grande amico, per essere tra quelli che prendono gli applausi a scena aperta, deve avere tratteggiato la storia della tua squadra, deve avere fatto qualcosa che travalica dal semplice gesto. Sia esso cestistico o umano.
Massimo Bulleri è un ragazzo che non sarà mai ricordato né come un nemico, né come un amico. Prenderà il singolo applauso di chi ne ha apprezzato l’indiscussa professionalità e lo stile impeccabile, mai fuori dalle righe anche quando il trattamento non è stato dei più gradevoli, né quando lo si è fatto passare come unico responsabile a fronte di fallimenti societari ben più evidenti.
Prenderà i fischi di chi si ferma alla superficie, dove superficie è il mero gesto tecnico, lo srotolare partite all’interno di stagioni – diciamolo con onestà intellettuale – tutt’altro che memorabili.
E penso che questo stare nell’ombra, sospeso sul filo del non essere riuscito a lasciare un segno nè in un senso nè nell'altro, sia anche il paradigma della sua carriera: quella di un ragazzo che troppo ha pagato la santificazione da star italiana, suggellata da premi e riconoscimenti che solo male gli hanno fatto.
Un ragazzo con un carattere difficile da decifrare, troppo schiacciato dal peso delle attese e dalla pressione della piazza, abbandonato da quella stampa e addetti ai lavori che ne hanno decretato la consacrazione in nome di interessi esterni, per poi lasciarlo nella polvere con indifferenza quando lo hanno visto annaspare.
La sua storia a Milano è finita senza ricordi, come se quell’attimo sospeso in seguito al suo arrivo si fosse cristallizzato; e nel mezzo tutto fosse evaporato, come acqua – trasparente e insapore – buttata sul fuoco – che brucia tutto, aspettative e speranze.
Tanto dovevo a Massimo. Il mio in bocca al lupo è sincero e vero, ma privo del trasporto che si concede a un amico.

Milano gioca una partita convincente per alcuni tratti, la maggioranza.
Si perde ancora in qualche balbettio di troppo, nonostante una Treviso disarmante faccia poco o nulla per limitare le spallate biancorosse.
Che Mahmuti avesse in testa un’idea destinata al naufragio lo si potrebbe intuire ancor prima della palla a due, quando spinge in quintetto Bulleri e lascia seduto CJ Wallace.
La partenza biancoverde è sprint, ma bastano un paio di soffi di Hall e Sow per fare crollare il castello di carta.
Bullo è una sciagura, spara a salve e ferma il ritmo con palleggi insistiti da cui non estrae nulla, Neal è anestetizzato e nemmeno l’ingresso in campo di Wood, involuto in maniera preoccupante, scuote le coscienze biancoverdi.
Di fatto, la partita finisce lì e prosegue con l’essere un susseguirsi di situazioni prive di interesse complessivo, ma valutabili a compartimenti stagni, all’interno di un match che non ha più in palio i due punti.
Ciò che più salta all’occhio è la partita energica di Pape Sow, che banchetta di fisico contro l’acerbo Renzi e i troppo leggeri Rancik-Nicevic.
Una risposta di peso, che ci consegna un giocatore in ripresa dopo un lunghissimo appannamento; situazione che, per la verità, si era già presentata a gennaio e che speriamo questa volta abbia un seguito.
Di certo, un suo maggior coinvolgimento offensivo è la chiave per avere una maggiore applicazione difensiva, allontanando quei clamorosi cali di tensione che tendono a spegnerlo senza nemmeno il cicalino di avvertimento.
E poi, Vitali. In assenza di Price, Luca srotola una partita niente male, non priva di quegli errori che purtroppo sono parte integrate del suo basket, ma condita di cose buone, di un controllo del ritmo decisamente più efficiente del solito e impreziosita da un gioco a due con Rocca che vale una sacrosanta standing ovation del palazzo.
Con Hawkins che dà l’idea di poter fare quello che desidera quando lo desidera, rimanendo confinato in una serata di relativa tranquillità, ci sono le prove in chiaroscuro di Katelynas e Thomas.
Minda, dopo prove molto confortanti, si perde in minuti confusionari, imprecisi e meno energici del solito; Jobey paga il progressivo allontanamento dall’agonismo domenicale, troppo diverso dall’impegnarsi in palestra.

In conclusione, dopo tanto rincorrere ci siamo agganciato al treno delle seconde. E il mettere nel mirino il calendario difficile che ci aspetta non deve farci scordare da dove siamo partiti.
Alcuni problemi di questa squadra non potranno essere risolti, perché sono di costituzione.

Ma avevamo una squadra senza un gioco offensivo, mentre ora possiamo andare oltre l’isolamento per il Falco.

Avevamo un 4 che non si scollava dall’arco e ora ha inserito un gioco più sostanzioso, che comprende il mettere la palla a terra.

Avevamo problemi in regia, con un Vitali perso nelle nebbie delle aspettative, e ora il ragazzo ha preso a macinare palloni.

Avevamo una squadra tremebonda e paurosa, incapace di gestire i finali, e ora non abbiamo più bisogno di arrivarci, a quei finali.

Avevamo un gruppo senza gerarchie, con equivoci, e ora ognuno fa il suo sapendo il ruolo che deve interpretare.

Ricordiamocelo. Non diamo per scontato. Non pensiamo che al primo passo falso, che inevitabilmente verrà, sia giusto dare un calcio al secchio del latte.
Tenere a mente da dove si è partiti è il modo migliore di non scordare quanta strada si è fatta.



 
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