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Creato da: JayVincent il 07/03/2006
Tiri liberi sul mondo della Pallacanestro Olimpia Milano
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Post n°171 pubblicato il 16 Novembre 2009 da JayVincent
Ai bambini con il mal di gola, un bel cucchiaio di miele nel latte caldo. Se hai un occhio infiammato, guarda dentro la bottiglia dell’olio. Se la pancia fa le bizze, riso bianco in abbondanza con tanto di acqua in cui è stato cotto. Se la tua squadra è in crisi, gioca un basket inguardabile e ha tesserati che variano dall’apatico all’insulso, mettigli davanti Cantù.
Non passi l’idea che Milano si ritrova e gioca una partita memorabile, anzi. Soprattutto nei primi 20 minuti ci sono stati momenti per cui era lecito accasciarsi sui seggiolini di un Forum discretamente abitato e non listato a lutto, anche se ammorbato dagli striscioni ospiti, intelligenti e taglienti come le battute del Bagaglino. Però la forza d’urto di un avversario inguardabile può regalare morale ed entusiasmo. È un discorso moralmente mediocre, ma ci sono persone che ritrovano colore e grinta al solo scoprire che qualcuno sta messo peggio. Credo che la vittoria di ieri vada letta così: fino a quando Cantù è stata presente a sè stessa, Milano ha messo in fila una serie di scempiaggini e nefandezze degne delle peggiori prestazioni stagionali. Poi, complici una difesa di squadra più convinta – proporzionalmente all'asfissia dell’attacco canturino – e sulle ali di qualche giocata offensiva di pregio, l’Olimpia stacca lentamente gli avversari, fino all’accademia dell’ultimo periodo. Nel quale si ritrova un Mike Hall comunque ispirato sin dall’inizio, forse finalmente convintosi che si può essere protagonisti anche non partendo in quintetto. Certo, se nel fare il playmaker Bulleri funziona nettamente meglio di Finley, sai che continuerai ad avere un problema; però c’è anche il rovescio della medaglia, perché se i difetti della squadra sono ben chiari, mi pare non si sia ancora capito come esaltare i pregi. Che ci sono e non possono essere trattati alla stregua di jolly casuali. Un esempio su tutti: Petravicius. Contro una Cantù di fatto senza lunghi, il piano partita non prevedeva di cavalcare Marijonas, servito poco e male, mai messo in ritmo e mai una volta in condizione di giocare la sua pallacanestro. Insomma, io penso che negli anni si sia capito a cosa serve sul parquet questo ragazzone lituano, penso che al giorno d’oggi, in cui il dvd è un supporto diffuso, non sia difficile documentarsi. Mi rendo conto che sia più semplice sperare nell'esecuzione del gioco diavolo a quattro del tuo playmaker, nel solco di quel "ah, come giocava la Napoli di Greer": però mi sarei anche rotto le balle di vedere gli altri impolverarsi come statuine cinesi nell'attesa del trentello treccioluto. Di più non so dire, né voglio dire. Fischiare Petra significa guardare il dito e non la luna, fermo restando che non voglio eleggerlo a moderno San Sebastiano. Resta quella di ieri una vittoria che conta: è vero che, come detto, i nostri meriti non sono così scintillanti da indurre al più sfrenato ottimismo, è anche vero che a volte basta poco per ottenere tanto. E quindi voglio pensare che il ventello rifilato alla nostra migliore medicina (che irriconoscenza: questi ti resuscitano e tu li asfalti) porti con sé almeno due buone notizie: avere una reazione da Hall e dare un po’ di fiato ad un ambiente che è parso decisamente in apnea. Non un trapianto di guida tecnica o una sterzata decisa, ma di questi tempi è bene mettere in tasca tutto quello che fa morale. Nella speranza che la scimmia, dopo aver momentaneamente abbandonato il nostro pittoresco numero 7, non passi da una spalla all’altra: perché, come detto, ci sono almeno un paio di giocatori in difficoltà. Sono lituani, sono alla prima esperienza fuori dal proprio paese e chi di dovere non ha ancora pensato come farli sentire parte di un progetto. Sarà un identikit sufficientemente chiaro per scoprire di chi stiamo parlando?
Post n°170 pubblicato il 05 Novembre 2009 da JayVincent
Scatto uno. Domenica, Assago, interno pomeriggio. Time out, Bucchi disegna un gioco sulla lavagna (no, non èquesto l’evento che lascia stupiti). Si rivolge a Petravicius, cerca Finley per parlare del loro pickand roll. Finley non è lì, sta puntando un dito contro Mordente che a muso duro gli grandina addosso qualcosa. Il coach li cerca, loro vanno avanti per la loro strada.
Scatto due. Ancora domenica, ancora Assago, ancora interno pomeriggio. Il sempre presunto coach ha la squadra intorno a sé, Pianigiani ha chiamato time out con Milano rientrata a contatto. Mike Hall si mette da parte, mezzo metro alla sinistra del gruppo, guarda in giro, incontra lo sguardo di qualcuno del parterre e si mette a chiacchierare un alfabeto di gesti e smorfie. Scatto tre. Mercoledì, Gdynia, interno notte. Finley dietro l’arco dei tre punti, gioca con Petra in pitturato. Il lituano, contro Sow, scarica ancora per Morris che, invece di giocare l’immediato repost per il nostro centro che aveva preso posizione, si domanda che fare. Tiro non tiro? Attacco non attacco? Sono un playmaker o non lo sono? Quando decide di giocare il repost, arriva il fallo in attacco per Petravicius, che da almeno 2-3 secondi stava lottando per stare davanti.
Ce ne sarebbero ben altri, di scatti, ma mi fermo a questi recentissimi per arrivare a leggere problematiche semplici e ovvie, che galleggiano in superficie. In questa squadra ognuno va per conto proprio, slegato da lconcetto di gruppo e, soprattutto, da quello di giocare insieme. Del resto a Milano c’è un coach che ha sempre scelto la via più individualista possibile per andare a canestro, chiedendo poi a tutti di stare sulla stessa barca in difesa. Ma in una squadra di potenziali solisti, come quella di quest’anno, è più difficile fare figli e figliastri, è più difficile chiedere gambe piegate senza coinvolgimento offensivo. È una squadra dove il nervosismo si avverte al solo sguardo, dove le lamentele mi dicono essere all’ordine del giorno, dove forse – e questa tengo a precisare è una mia valutazione – ci sono gelosie in stato larvale che vanno bonificate subito e con terapie d’urto. E poi, quello che sarà il problema strutturale dell’anno, ovvero l’aver dato le chiavi della squadra in mano a un ragazzo che di quelle chiavi se ne fa niente; le mette in tasca e cerca di sfondare la porta a spallate. La polaroid relativa al ritardato repost per Petra è, a mio avviso, un manifesto fedelissimo dei problemi tattici di questa squadra. Se il giocatore che dovrebbe mettere in moto tutto il tuo attacco, fatto di individualità e di soluzioni offensive variegate, vive nell’eterno dilemma del tiro o non tiro, passo o non passo, si è destinati a essere una bomba disinnescata. Anzi, una bomba che rischia di esplodere in mano a chi dovrebbe farne buon uso. Al di là del carneade Jagla e di Pape Sow, del folletto Logan o dei cecchini senesi, oltre il pick and roll Childress-Slay, oltre le penetrazioni di Di Bella. Il problema, prima che in campo, è al sorgere di ogni giorno in cui si lascia tutto com’è accampando sempre e solo scuse, oppure convinti di avere fatto un lavoro talmente perfetto da non essere discutibile. È pensare che si perda, ma anche si vinca allora, solo per episodi, per sfortuna o per una tragica mancanza di centesimi per fare l’euro. Non è così. Sia ben chiaro.
Post n°169 pubblicato il 26 Ottobre 2009 da JayVincent
Raccontiamocela piatta. Il dato numerico, stringente, è che ci sono probabilità concrete che questa squadra si trovi tra due settimane, in campionato, con un record di 1-4. Le abbordabili prime tre giornate erano il viatico migliore per mettere benzina verde e presentarsi al primo vero esame Siena-Virtus con entusiasmo. Perché preoccuparsi di questo? Semplicemente perché le stagioni non sono tutte uguali e le partenze ad handicap non sempre si risolvono con pazienti risalite, grandissime aperture di credito, mercato frenetico e finali inattese a sanare tanti dubbi e perplessità. Quello che trovo inaccettabile è che a fine ottobre questo gruppo sia ancora un cantiere aperto. Quello che trovo tremendamente preoccupante è che il cantiere resterà aperto per un bel po’, almeno finchè si scoprirà che quel cantiere non riesce a costruire una casa per difetti che sono strutturali. E che quindi ci si dovrà accontentare di risolvere le partite con il talento dei singoli, con le giocate di quello che avrebbe dovuto essere il tuo playmaker. Che è un giocatore pregiato, anche eccellente, ma non è un playmaker e i momenti di bambola assoluta a Caserta, come a Varese, come nelle due gare interne contro Ferrara e Panathinaikos stanno lì a dimostrarlo. Perché quando in questa squadra si blocca il singolo, si interrompe l’assolo, il coro stecca tremendamente e non sa più trovare la nota giusta da cui ripartire. E il direttore d’orchestra? Il direttore è su un altro spartito, lo è dallo scorso anno, solo che tempo addietro fu condotto per mano dai propri orchestrali a trovare un punto d’incontro. Che privilegiava quelli in grado di farlo sentire direttore, mentre quelli che si prendevano la responsabilità di guidare la banda su altre note, sono stati messi al bando. Chi ha avuto ragione? Piero Bucchi, perché il criterio di oggettività vuole che alla fine il risultato sia prioritario. Però non si può fondare un progetto nella speranza che il passato si ripeta, soprattutto se il passato affonda le sue radici più nei bizzarri ghirigori del caso e del fato piuttosto che nella piena meritocrazia.
È pericoloso navigare in acque che, anche se affrontate nel modo migliore, potranno farti attraccare sempre e comunque solo al secondo posto. Perché la noia, l’impossibilità di arrivare davanti a tutti,sono sabbie mobili e possono fungere da bloster all’ambizione, alla voglia di crescere. Chi parte da secondo, sulla carta può essere secondo e lavora per essere secondo, rischia di spegnersi se non c’è qualcosa, o qualcuno, che tiene viva la voglia di andare oltre. Ed è molto più facile che nel guardare quanto è piccolo e lontano chi ti precede, ci si dimentichi di chi arriva da dietro e invece ha una voglia matta di superarsi e superarti. Servono grande orgoglio e grandi palle per essere una squadra consapevole, soprattutto ci vuole qualcuno che non sia convinto di essere credibile solo grazie alla somma algebrica degli stipendi e del valore presunto dei propri solisti.
A Caserta e a Varese, Milano ha perso due partite con un denominatore comune più che preoccupante: per 40 minuti ha subito sempre la stessa situazione tattica, dal primo all’ultimo minuto, senza nessuna capacità di porre un argine. Speriamo che chi ha provato a uscire dallo spartito e ad opporsi alla bacchetta dell’intensity non sia epurato ed etichettato in corrispondenza della commemorazione per i defunti.
Post n°168 pubblicato il 12 Ottobre 2009 da JayVincent
La Corte Costituzionale ci ha messo ore di camera diconsiglio prima di definire del tutto incostituzionale l’ormai celebre LodoAlfano, che avrebbe voluto sancire l’immunità davanti alla legge delle quattropiù alte cariche dello Stato. Anche se i muri e le piastrelle sapevano perfettamente cheil Lodo era a uso e consumo di una sola carica, e non di quattro, almeno si èprovato a mascherarlo con una pluralizzazione. In via Caltanissetta, anzi no, in Piazzale Lotto, l’immunitàdavanti alla Legge della pallacanestro è stata proposta per una sola carica, ilcoach biancorosso. Dalla mente di Livio Proli nasce il Lodo Bucchi,provvedimento straordinario che garantisce l’impunità per l'imputato BucchiPiero, anche in presenza di reati manifesti.
Chi ha la bontà e la pazienza di leggermi, sa bene che nonsono mai stato un fan degli esoneri o dello sparo libero contro le panchine.Non mi piace e non è mai la soluzione di tutti i mali. E le cose non sono cambiate: continuo a non amare questapratica nè la invoco, ma l’obiettività e l’onestà mi obbligano a dire che tutto questocredito, tutti questi poteri, non capisco come abbia fatto Pierinonostro a meritarseli. Naturalmente del buono c’è stato, perché la finale raggiuntalo scorso anno non può essere spiegata esclusivamente come una casualità, ma èforte come un monolite l’evidenza che il lavoro dello scorso campionatopresentò molte lacune, spesso strutturali, ma altrettanto spesso mai néaffrontate né tamponate, se non con il sistematico ricorso al mercato di riparazione. La prima partita della stagione non è mai vangelo, siè visto tutto e il contrario di tutto nel corso degli anni e non è una prestazione ancormeno che modesta a preoccuparmi. Bensì è il filo sorprendentemente robusto alegarci al passato quello che mi raffredda. Dove non è più Hawkins, è Finley, che si prende tutti glionori della rimonta ma anche gli oneri di non averci capito nulla quando Vareseassestava le spallate che risulteranno decisive. Non si voleva evitare come la peste l’accentramento dell’attacco,il famoso 1 contro 5 che è stato bollato come inaccettabile dai verticisocietari? Io posso anche essere d’accordo, visto che stiamo parlando di Lapalisse: parlando di massimi sistemiè naturalmente meglio un attacco che attacca in cinque rispetto a uno che metteil pallone nelle mani della sua stella e aspetta lo svolgersi degli eventi. Ilproblema è che ho visto tutto tranne che questo, ho visto completamente disinnescatii potenziali ordigni e una lettura della partita, dei suoi mismatch e del suoandamento assolutamente (e gravemente) insufficiente. Ho visto una squadra che non si è cercata, non ha giocato insieme e non ha dato la sensazione di sapere a quale ritmo votarsi.
Quindi, che vogliamo fare? Partire un’altra volta morbidiche più morbidi non si può? Seduti su un divano comodo di giustificazioni? La linea editoriale di quest’anno, impostami da me stesso inquanto editore e condivisa dal Cda che è composto da io, me e Jay Vincent, hadeciso di cambiare registro e limitare al minimo sindacale i bonus scusanti. Iniziamo con il definire la costituzionalità del Lodo Bucchi:forse è il momento di fare più fatti e non crogiolarsi in un merito che noncostituisce immunità.
Post n°167 pubblicato il 30 Settembre 2009 da JayVincent
Non per cattiveria, non per imperizia. Nemmeno per suicidio. Semplicemente, per le leggi del marketing che imperano egovernano il mondo in cui consacriamo le nostre passioni, commettendo l’erroredi crederle valori. Purtroppo ognuna di queste passioni è appesa a un filo, cheviene tirato a piacimento dal mercato, dal denaro, dai patti multinazionali,dall’interesse di un piccolo o grande gruppo. Che ha come unico valore quello dell’investimento e delritorno d’immagine.
Nel 2001 Sergio Tacchini è il presidente dell’Olimpia Milano. Accanto a lui opera, plenipotenziato, Tony Cappellari, un pezzo distoria biancorossa, firma in calce dei trionfi di Gand e Losanna, stravincentenei confini nazionali. Io sono un creativo emergente, la mia agenzia annovera Clienti di crescente importanza, tra i quali il Gruppo Tacchini. Firmiamo la campagna stampa del gruppo, ci affideranno anche il budget per la campagna Eyewear; insomma, quello con l’Azienda del Cavalier Tacchini è un sodalizio fruttifero. Al punto che, una mattina d’estate, ci viene comunicato chel’Agenzia ha acquisito un nuovo Cliente: la Pallacanestro Olimpia Milano. Come un riflesso condizionato, le facce al tavolo si voltanoa guardarmi. La notizia non era nell’aria, ci penso e ci ripenso: io mi occuperò della comunicazione pubblicitaria dell’Olimpia? Da noncredere. Quanto può essere assolutamente fantastico per un pubblicitario avere tra le mani il frutto della sua passione? Oggi, un po’ di anni e parecchia esperienza dopo, mi guarderei bene dall’esserne entusiasta. Mi farei in quattro per non essere uno dei creativi alavorare sul Cliente.
Entrare nell’Olimpia, mentalmente e fisicamente, è stata unadelle più forti delusioni della mia carriera, seppur ancora relativamentebreve e poco più che decennale. Guardare dal vivo cosa c’è dietro la carta patinata, dietrole notizie sui giornali e oltre la fittizia superficialità, può essere unesercizio sfiancante. A una delle prime riunioni – tutte le riunioni si tenevanonella Sala dei Trofei di via Caltanissetta – ci venne chiesto di studiare unanuova immagine coordinata. Svecchiare i simboli, dare una sferzata di novità. Come se,purtroppo, il passato deve essere sinonimo di polveroso amarcord. Primo dubbio: che fare di Fiero? Resta o se ne va? È stato solo grazie all’abile lavoro del bravissimo artdirector Fabio Azzoni che Fiero passò la notte: presentammo un restyling, un passaggio nel tempo, che era poi la versione di Fiero utilizzata fino a oggi. Solo il tempo di sospirare per il pericolo scampato, chearriva il secondo problema. È Cappellari a sollevarlo. Bisogna levare il nome Olimpiadalla ragione sociale. E mutarlo in Pallacanestro Milano 1936. Tony, gli dissi. Non possiamo dare l’idea che la nuovaSocietà rappresenti un altro mondo. Perché questa smania di tagliare i ponticon un passato che passato non è? Mai, mai nella vita avrei potuto aspettarmi di sentirmirispondere: perché Olimpia è un nome che non conosce nessuno. Un conto è Virtus, che a Bologna è un’istituzione, ma a Milano nessuno fa l’equazione tra il basket e l’Olimpia. Non voglio commentare oltre, né giudicare persone per le quali nutro comunque un rispetto personale; per fortuna salvammo anche Olimpia,questo conta. Da lì, fu una deriva triste legata alla gestione, alleriunioni, alle indiscrezioni, alle cose viste con i miei occhi che nontrovarono e non possono trovare spazio sui giornali. Tacchini mollò, regalò la società facendo apparire ungesto eroico quello che in realtà ebbe scenari ben diversi, sui quali nonintendo soffermarmi.
Stare nella stanza dei bottoni, o nell’anticamera di questa,mi procurò diverse antipatie all’interno della Società stessa, ma soprattuttomolte amarezze personali. Purtroppo, nel tempo, cambiano le proprietà, cambiano i modi dipresentare e presentarsi. Cambiano l’approccio e le relazioni, ma la grande e unicaverità è che nel nome di Fiero, nel nome dell’Olimpia, ci siamo solo noi. Che non saremo mai quelli che pigiano i bottoni. E che eleggiamo a mito piccolezze che per altri sono solo riempitivi che tolgono spazio.
Post n°166 pubblicato il 21 Settembre 2009 da JayVincent
C’era una volta un popolo, variopinto e variegato, un popolo orgoglioso e battagliero.Non aveva differenze di ceto sociale, non conosceva invidia né pettegolezzo, aveva il solo obiettivo di conquistare trionfi.L’ambizionedi piantare la propria bandiera ovunque. Entro i confini della propriopaese e oltre, lungo le terre distese della lontana Europa. L’orgoglioli muoveva, la voglia di stupire, di sentire il peso del trionfo tra lemani e il sapore del successo nella bocca. E, forse per dimostrarequanto forti si sentivano, scelsero come simbolo della loro armata ilpiù piccolo dei soldati. Il più basso, il meno prestante, il piùsilenzioso. Un ometto piccolo che nessuno aveva mai visto in viso, dietro il suo elmo e oltre il suo scudo. Divenne il simbolo di quella frenetica conquista, di quel dominio che azzerò confini precostituiti. Quelragazzo senza volto, ma fiero dentro la sua corazza, sembrava nato ecostruito come emanazione del cuore che gli batteva in petto. Il dominio continuò, poi si incrinò sotto il peso dei decenni e sfumò annacquato nel colore. Glianni passarono e il popolo si succedette. I figli, i figli dei figli.Gli anziani impegnati a ricordare loro lo splendore del passato,l’antico fasto e la coltivazione della speranza per il futuro. E a tutti, quella statua fatta erigere nel centro della piazza. Unaenorme statua di quel ragazzo con lo scudo e l’elmo, un pezzo dimemoria piantato nella terra, come una radice secolare, come un monitoa chiunque lo osservasse dietro la stanchezza del tempo placido. Poi, un giorno, come un messaggio, giunse tra il popolo un’aquila. Qualcuno si guardò, qualcuno non capì, le mamme coprirono il capo dei loro bimbi. Ma era un’aquila buona. Gli occhi erano mansueti, il becco non rapace. L’aquilaparlò e promise al popolo di ricominciare la conquista nel solco deipropri padri, di imparare da capo la declinazione del verbo vincere. Tutti furono entusiasti. Ma l’aquila disse: io non esigo tributi, ma chiedo solo un sacrificio. Voglio volare via con il guerriero che c’è in questa piazza. Le urla di entusiasmo dei più giovani accolsero come una risposta non data la richiesta dell’aquila con gli occhi buoni. Ma quella notte gli anziani del villaggio non dormirono. Ei loro figli capirono. Solo i nipoti, per i quali il passato non era néstato vissuto, né raccontato, dormirono sonni a forma di nuovi trionfi. Poi, il mattino dopo, si incontrarono nella piazza del villaggio Etutti insieme, come guidati da un’idea comune, come messi in comunioneda una mano silenziosa, presero la parola e domandarono all’aquila. Per favore, non ci porti via il solo simbolo che parla di noi. Raccontare la storia a parole è più difficile che riassumerla con il simbolo che l’ha scritta.
Post n°165 pubblicato il 17 Giugno 2009 da JayVincent
Post n°164 pubblicato il 15 Giugno 2009 da JayVincent
Sarò magari sgradito ai puristi del ‘Siena non si tocca’, ai cronisti e giornalisti orbi che vedono solo il luccichio e si astengono da ogni critica, ma Siena non sa vincere. O meglio: null'altro che il campo. Questo è un discorso da perdenti? Forse.
Post n°163 pubblicato il 03 Giugno 2009 da JayVincent
Post n°162 pubblicato il 20 Aprile 2009 da JayVincent
Ma avevamo una squadra senza un gioco offensivo, mentre ora possiamo andare oltre l’isolamento per il Falco. Avevamo un 4 che non si scollava dall’arco e ora ha inserito un gioco più sostanzioso, che comprende il mettere la palla a terra. Avevamo problemi in regia, con un Vitali perso nelle nebbie delle aspettative, e ora il ragazzo ha preso a macinare palloni. Avevamo una squadra tremebonda e paurosa, incapace di gestire i finali, e ora non abbiamo più bisogno di arrivarci, a quei finali. Avevamo un gruppo senza gerarchie, con equivoci, e ora ognuno fa il suo sapendo il ruolo che deve interpretare. Ricordiamocelo. Non diamo per scontato. Non pensiamo che al primo passo falso, che inevitabilmente verrà, sia giusto dare un calcio al secchio del latte.
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