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Creato da ongam_v il 16/07/2009

A MENTE FREDDA

UNA INSONDABILE MENTE

 

L'IRA DEGLI DEI

Post n°67 pubblicato il 10 Aprile 2012 da ongam_v

                                                                                                                                       
                                                                                                                                        
                                                                                                                                       
                                                                                                                                        
<< Non possedendo il dono dell'ubiquità mi trovo qui ma in realtà, vorrei essere da tutt'altra parte... >>
                                                                                                                                         
                                                                                                                                                                                                                                                                                    
                                                                                                                                            

                                                                                                                                          
                                                                                                                                          
Così pensava l'uomo seduto sopra al suo cavallo intento ad'osservare il fiume. Della notte stellata e piena
di tormenti serbava anche un dolce ricordo, Laurica la sua giovane sposa le era apparsa in sogno. I suoi ca-
pelli avevano il colore delle messi d'agosto e negli occhi portava l'azzurro del lago di Kroonhen.  Stringeva
in braccio un bimbo per mostraglielo orgogliosa,  quando partì era appena in attesa e ora avevano un figlio.
  Gurdava lo scorrere dell'acqua piegato di lato, sotto la pelle d'orso che indossava la sua spalla era recli-
nata, un colpo d'ascia gli aveva tagliato di netto la clavicola provocandogli una profonda ferita. Nel frago-
re dell'ultima battaglia rimase accerchiato da alcuni uomini: quattro, cinque o forse più, a tutto pensò me-
no che a contarli. Bastò un passo falso nel fango per essere colpito da una bipenne ma se pur ferito, la sua
daga frustò l'aria che roteando disegnò un cerchio. Quel sibilo recise la testa dell'avversario e rotolando,
si fermò ai piedi degli altri mercenari grondando sangue. Ma neanche la cupidigia di aver visto l'elsa d'oro
della spada e sapere a chi apparteneva,  non gli infuse molto coraggio perché guardando a terra quella mas-
chera di sangue incominciarono a indietreggiare per disperdersi tra le nebbie della brughiera.
  A ricordaglielo era sempre quel dolore lancinante che a volte cresceva, le cure prestate dall'anziana don-
na della medicina
non avevano sortito alcun effetto, tranne che placare l'incessante emorragia.
  L'aveva fatto distendere su
 un giaciglio di paglia e stracci dentro la sua capanna,  poi pestando sulla pie-
tra delle strane erbe formò una poltiglia da spalmare sulla ferita.  Gli impacchi durarono una notte intera
mentre a intervalli regolari, la donna leggendo le viscere degli uccelli e scrutando in  uno specchio d'argen-
to, pronunciava parole tanto antiche quanto incomprensibili. 
  Quando all'alba si alzò per andarsene, la donna se pur vecchia e macilenta accennò qualcosa simile a un in-
chino, non solo per la piastra d'ora avuta come ricompensa, sapeva bene chi era quell'uomo e da dove veniva. 
  Ora davanti al fiume aspettava il momento propizio per attraversarlo, quel gelido inverno aveva concesso
l'unica tregua quando ormai stava per finire. Quando l'eco dei rumori provenienti dalla foresta, era la col-
tre di ghaccio che squarciando le cortecce delle piante le faceva cadere rovinosamente a terra.
  Accanto a lui Raimone, fido compagno di tante battaglie e Colonte, sommo sacerdote dei Druidi, alle spalle
schierati e armati come iene più di duemila uomini, il suo esercito.
  Lui era Ongam quinto re dei Celti, signore incontrastato delle acque e delle pianure del nord. L'elsa della
sua daga rappresentava la croce celtica, mentre l'impugnatura anchessa in oro, mostrava all'interno il cal-
co del suo pugno. Era stata fusa a cera persa dentro l'argilla e lui solo poteva brandirla. Appena un ordine
aveva dato ai suoi uomini:  Chiunque lui compreso, fosse caduto in acqua guadando il fiume non dovevano sal-
varlo! Sarebbe stato inutile, le acque gelide non avrebbe dato scampo a nessuno.
  A tratti la forte corrente trasaportava tronchi d'alberi spezzati e blocchi di ghiaccio, a turno dovevono
aspettare il momento adatto per raggiugere l'altra sponda. A piccoli gruppi lasciò passare tutti, comprese
alcune donne. Erano giovani guerriere, una lontana reminiscenza dei popoli celtiberi ormai caduta in disuso.
Ma non erano certo meno degli uomini che come loro, era facile vederle dipingersi completamente il corpo e
urlando a squarciagola, correre completamente nude contro il nemico.
  Non avendo la forza sufficiente per reggere la daga usavano lunghi e affilati pugnali, quei fendenti bassi
che scagliavano erano il terrore di molti soldati e le menomazioni che lasciavano, erano segni indelebili fin-
ché c'era vita.
  Ongam restò l'ultimo a entrare in acqua.  Folco il suo nerello, era poco propenso ma ormai bagnato tirava
avanti arrancando. A volte il cavallo posava male gli zoccoli sul fondo e per non perdere l'equilibrio, si pie-
gava sulle
le zampe posteriori,  poi tentennando continuava l'andatura ma girando la testa, come se volesse
tornare indietro. Ongam teneva le briglie con la mano destra che erano l'unico appiglio, l'altro braccio era
troppo debole non sarebbe servito a nulla. Intanto guardava i suoi uomini al di là del fiume almeno loro era-
no salvi e aveva quasi raggiunto la riva, quando un grosso ramo il balia della corrente urtò il cavallo, per lo
spavento Folco lanciò un nitrito e si impennò ma con un impeto d'orgoglio, dopo alcuni balzi risalì la sponda.
Appena
gli zoccoli toccarono la ghiaia vedendoli fermi per averlo aspettato inveì contro i soldati e incitan-
dogli di fare altrettanto, spronò il destriero per lanciarlo al galoppo.  
Avrebbero dovuto pensarci prima, il
manto bagnato e quel freddo terribile, rendeva vulnerabili le garrette degli animali.  Proseguendo la marcia
bastava una buca, un sasso o una radice interrata per azzopparli ma per chi stava in groppa, sarebbe stata
la fine.

                                                            ********************                                              

Le dita contenute in una mano, erano i giorni e le notti necessari per il ritorno e se lungo e pericoloso, era
il solo tragitto che potevano fare. Ma seguendo il fiume questo fungeva da baluardo, dal lato opposto i bos-
chi a ridosso dei monti, avevano dato spazio a quella terra tormentata dal vento formando una immensa pia-
nura. Da entrambi i lati nemmeno una fronda di mercenari allo sbando poteva passare inosservata, di conse-
guenza, neppure un esercito. Il pericolo poteva presentarsi di fronte o alle spalle e le vedette predisposte
erano all'erta.
  Dalla seconda battaglia di Moy Tura, erano usciti vittoriosi.  Avevano sepolto i compagni morti con tutti
gli onori, accompagnandoli nell'ultimo viaggio verso l'Or Mag Mor, ed'eretto un dolmen in megalite per rin-
graziare gli Dei.  Soprattutto a Nemetona, Dea della guerra. A Epona, Dea dei cavalli. E a Lug, il Dio guer-
riero che lavorava il ferro. Infine accesero una grande pira e trecento torce piantate nel terreno che for-
mando la croce celtica, simboleggiavano tutti i giorni trascorsi in guerra.
  La marcia continuava e tre giovani guerriere risalendo la lunga fila si erano portate avanti,  a debita dis-
tanza cavalcavano a fianco al loro re. Vedendolo sofferente una di loro si avvicinò a Raimone, e Jagua,  dal-
la pelle d'ebano mormorò: << Che gli Dei mi perdonino se oso, vorrei rendermi utile al mio re cambiandogli la
fasciatura. >>
  Raimone annuì, scartò di lato con il cavallo e raggiunse Ongam per riferigli le parole della donna.
  << Non ora, non in questo momento >> rispose Ongam notando la ragazza,  << stanotte dormiremo all'adiac-
cio, verrà a curarmi dopo il sorgere della prossima luna quando piantate le tende i soldati potranno festeg-
giare. Lassù in cima all'altopiano saremo al sicuro, nessuno oserà avvicinarsi! >>
  Raimone ubbidì e dopo aver ripetuto le parole alla donna ritornò accanto al suo re e soggiunse: << sarai tu
il festeggiato, tu hai vinto la guerra, tu li condurrai a casa sani e salvi! >>
  Ongam indicò il cielo. << Vedi quella nuvola più scura delle altre? >>
  << Certo! Come potrei vederla? >> Confermò Raimone.
  << Ebbene >> disse Ongam, << quella è Uacthach, la strega della guerra. >> Vola sopra di noi dal momento in
cui siamo partiti, lei ci aiuterà a tornare, non io! >>
  << Come può aiutarci, le streghe sono entità malvagie! >> Osservò Raimone.
  << Non tutte amico mio, non tutte. A volte gli Dei sono anche peggio! >>


continua...

 


  
   

                                                                                     
 

 

 
 
 
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