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Creato da paola860 il 24/10/2009

Nevè Shalom

La Speranza dell'oasi di Pace

 

Parashat Bereshit

Post n°43 pubblicato il 06 Novembre 2010 da paola860


La Parahà di Bereshit inizia il ciclo di Studio annuale della Torah.
I soli primi versi sono talmente densi di significato e implicano una riflessione talmente accurata che certamente l’intera vita non è sufficiente per analizzare e comprendere. E’ il segreto della vita, il mistero dell’esistenza.
Qualcosa che l’essere umano non potrà mai penetrare e se, come dicono i maestri, a qualcuno è dato il privilegio di comprendere, non è permesso loro di insegnarlo.
Questa Parashà è talmente complessa che vale la pena, come primo apprccio di limitarsi solo a qualche osservazione introduttiva, ripromettendoci, nel cosrso del tempo di studiare molti altri aspetti più approfonditamente.

"Bereshit barà Helohim et hashammaim veet haaretz"
"In principio creò D-O il cielo e la terra". 


L' inizio del Sefer Bereshit inizia con la parola "Be- Reshit": " Al Principio".
Questa è la traduzione più comune e segue l' interpretazione di Rambàn, per il quale il punto principale è che la Torah inizi con questo fondamento di fede, affinché sia chiaro che l' inizio di ogni cosa al mondo sia stata creata da HaShem.
Rashì e Ibn Ezra intendono per " Principio", l' inizio della Creazione, cioè l' ordine cronologico del Creato.
Nel suo commento sulla Torah, Rashì cita Rabbi Ytzkach (secondo alcuni, suo padre) il quale solleva una importante questione.
la Torah non è un Libro di Storia, ma un Codice di leggi e pertanto, più che dalla Creazione, dovrebbe iniziare dal primo precetto, il comandamento che riguarda la luna nuova (Shemot 12-2). Infatti questa è la prima mitzvà insegnata al Popolo d' Israel.
L' inizio della Torah parte invece dalla Creazione, affinché sia affermata in maniera chiara ed inequivocabile la sovranità di HaShem sul' universo, come è scritto " Ha dichiarato Egli al Suo popolo la forza delle Sue opere, per dar loro il territorio delle nazioni" (Tehillim 111,6):
Se le nazioni accusassero (come di fatto accusano) il popolo ebraico di essersi ingiustamente appropriato della tera di Kenaan, esso potrebbe rispondere:" L' intero universo appartiene a D-O. Egli lo ha creato ed Egli lo ha dato a chi più preferiva" (Bereshit Rabbà).
"BeReshit": questa parola può essere anche interpretata "Bishvil Reshit" e cioè: [il mondo fu creato] a beneficio delle cose che sono chiamate "l'inizio", a significare che Dio portò il mondo in essere, a beneficio di quelle cose che sono di tale importanza che la Toràh le chiama reshit, “prime” o “iniziali”.
Si tratta di quelle cose che rivestono un'importanza primaria: la Torah, Israel, comandamenti riguardanti i primogeniti, le offerte dedicate ai Cohanim.
La conseguenza logica di queste osservazioni è che la Torah è che il ruolo di Israel è l'osservanza. Adam e Chavà vennero meno all'unica mitzva', una mitzvà piuttosto semplice, quella di non mangiare dal' unico albero proibito.
La Torah è quindi un codice di leggi ed infatti D-O ha creato il mondo secondo il Suo attributo di Legislatore Supremo: Elohim. Dopo la trasgressione, a rigor di logica, il Creatore avrebbe dovuto, senza ombra di dubbio, distruggere l' umanità, ma il Suo giudizio fu mitigato dal' attributo della Misericordia espresso dal Tetragramma Sacro.


Per questa ragione, malgrado il peccato successivo di Kain e di Lemech, Hashem attese per dieci generazioni, da Adam a Noach, prima di decidere una punizione severa.
Da questo deduciamo che con la vita, veniva dato all'uomo il libero arbitrio, la capacità di decidere autonomamente, anche di peccare, ma con il peccato, veniva sempre lasciata la possibilità del pentimento e del ritorno.
il Libro della Creazione non è il libro, come dicono i saggi, della creazione di monti, fiumi e valli, ma è la storia dell'umanità che fallisce il suo compito con Adam e Chavà, fallisce con la seconda generazione di Kain, fallisce ancora per le generazioni fino a Noach. Dopo il diluvio, a quella generazione di Tzadikim, sopravvissuti, seguono altre dieci generazioni le quali, a poco a poco, dimenticano D-O, fino ad Avraham.
Con Avraham Avinu avviene la svolta epocale: nasce formalmente il popolo ebraico ma solo con Moshè nasce Israel che, con il dono della Torah assume su di sé l'impegno di realizzare quanto HaShem aveva stabilito per il primo uomo, Adam Harishon, ricevere la Torah e osservare le mitzvot.

Quindi lo scopo della Creazione, secondo la maggioranza dei Saggi era di dare a Israel la Torah, il “modello” secondo il quale HaShem ha creato il mondo, allo stesso modo in cui un architetto si serve del progetto per costruire (Midrash Rabbà). La Torah quindi non solo precede la Creazione, ma è il modello sul quale il mondo si fonda ed è lo strumento che rende l’Ebreo socio di D-O nella Creazione, in quanto la Creazione non è qualcosa di statico e definitivo, ma in continua evoluzione.
Questo concetto viene dedotto dal testo ebraico.
Quando la Torah afferma che D-O “Vide che era cosa buona”, (“Ki Tov”) afferma che si tratta di una creazione completa e perfetta.
In alcune opere manca questa affermazione: a proposito del secondo giorno, ad esempio, non è detto che era cosa buona. Rabbi Khanina afferma che in quel giorno fu creata la discordia, perché quando si determina una separazione, si crea anche uno squilibrio (“separò le acque che erano sotto il firmamento dalle acque che erano sopra il firmamento”). Se di una divisione che viene a stabilizzare il mondo, non è detto che era cosa buona, a maggior ragione non è detto di una divisione che viene a rovinarlo (Bereshit Rabbà).
Anche dell’Uomo D-O non dice che “era bene”. Tutte le altre creature erano perfette, fin dal momento in cui vennero create.
All’uomo era stato dato invece il libero arbitrio, con la possibilità di scegliere come divenire, buono o malvagio, quindi non lo si può definire “buono”. Occorre vedere come sarà il suo comportamento.
Questo è il significato dell’essere soci di D-0 nell’opera della Creazione. migliorare continuamente il mondo attraverso il miglioramento di quella che è la parte più mirabile del creato. l’essere umano, creato “Betzalmenu, Kidmutenu”: A (nostra) Immagine e somiglianza.

.http://forumbiblico.forumfree.it/?t=51209338

 
 
 

Parashat Nizzavim-Vaielech

Post n°42 pubblicato il 25 Settembre 2010 da paola860

Parashat Nizzavim-Vaielech

Tutte le ultime Parashot sono state incentrate sugli ammonimenti riguardo alla non osservanza della Torah, sulle terribili conseguenze che comporterà l’allontanarsi dalla strada di HaShem, ma anche sulle benedizioni e sul benessere che arriveranno a coloro che cammineranno sulla via diritta, senza deviare 
“né a destra, né a sinistra”.
La Parashat Nizzavim esprime le ultime parole di Moshè, il compendio di quanto ripetutamente sottolineato precedentemente.
La prima parte (Devarim 29) richiama ancora gli Israeliti alla stretta osservanza delle mitzvot, definendo ulteriormente quanti danni deriveranno dall’idolatria e tutte le maledizioni che conseguiranno alla rottura del patto stabilito con HaShem.
Ma in Devarim 30, alle minacce e maledizioni segue la speranza, la promessa che, nonostante i peccati e l’allontanamento da HaShem, nonostante abbiano dimenticato e offeso Colui che li ha tratti fuori dalla schiavitù d’Egitto, Egli sarà sempre pronto a raccoglierli dall’estremità dei cieli e a riportarli a Sé.
Alla minaccia del castigo segue immediatamente la Promessa della Redenzione.

2) e tornerai (veshavta) all'Eterno, al tuo Dio, e
ubbidirai alla sua voce, tu e i tuoi
figliuoli, con tutto il tuo cuore e con
tutta l'anima tua, secondo tutto ciò che
oggi io ti comando,
3) l'Eterno, il tuo Dio, farà ritornare (veshav) i
tuoi dalla schiavitù, avrà pietà di te, e
ti raccoglierà di nuovo di fra tutti i
popoli, fra i quali l'Eterno, il tuo Dio,
t'aveva disperso.
4) Quand'anche i tuoi esuli fossero all'estremità
de' cieli, l'Eterno, il tuo Dio, ti
raccoglierà di là, e di là ti prenderà.
5) L'Eterno, il tuo Dio, ti ricondurrà nel
paese che i tuoi padri avevano
posseduto, e tu lo possederai; ed Egli ti
farà del bene e ti moltiplicherà più dei
tuoi padri.

10) perché ubbidirai alla voce
dell'Eterno, ch'è il tuo Dio, osservando i
suoi comandamenti e i suoi precetti
scritti in questo libro della legge,
poiché ritornerai (ki tashuv) all'Eterno, al
tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con
tutta l'anima tua


Ki tasvhuv el **** Elohecha bechol levavecha uvechol nafshechà
Ki tashuv: quando ritornerai (verbo“lashuv”: ritornare).

La conversione, il pentimento, sono espressi dalla parola 
“teshuvà”, che viene dalla stesa radice di “lashuv”.
La conversione è un “ritorno” e per essere tale deve essere un ritorno “con tutto il cuore e con tutta l’anima”. Si tratta però di un ritorno senza riserve, senza “ma” e “se”, un ritorno umile, integrale, incondizionato e, soprattutto, sincero.
Vi è un’ interessante osservazione.
Abbiamo spesso sottolineato che nessuna parola è superflua o casuale nella Torah.
Appena nel verso precedente, troviamo:

9 L'Eterno, il tuo Dio, ti colmerà di beni,
facendo prosperare tutta l'opera delle
tue mani, il frutto delle tue viscere, il
frutto del tuo bestiame e il frutto del
tuo suolo; poiché l'Eterno ritornerà (yashuv) di nuovo a farti del bene,
come si compiacque nel farlo ai tuoi
padri,


(Yashuv HaShem lasus alècha letov caasher sas al avotècha).
D-O riferisce innanzi tutto a Se Stesso il verdo “lashuv” (ritornare)
Se HaShem, Padrone del mondo, “ritorna” a colmare di bene il Suo Popolo ancor più si ha il dovere di ritornare al Padre Eterno “bechol levavechà uvechol nafshechà”, con tutto il cuore e con tutta l’anima e questa anticipazione scritturale deve insegnarci appunto l’umiltà del pentimento.

La teshuvà è la conditio sine qua non per il perdono e per la salvezza e non è casuale che questi concetti espressi nella Parashà cadano a poche settimane da Rosh hashanà (capodanno) e da Yom Kippur (giorno dell’espiazione), date alle quali occorre giungere pronti, per poi completare e “ratificare” il proprio pentimento e la teshuvà, nella festività di Sukkot che culminerà alla fine nel giorno di “Simchà Torah” (Gioia della Torah)

Il grandissimo Rambam, Rabbi Moshè Ben Maimon, detto “La Grande Aquila” ha scritto parole mirabili nel suo 
“Hilchot hateshuvà”: Norme sulla Teshuvà.

“Ai nostri tempi, in assenza del Bet HaMikdash e dell’altare dell’espiazione, non ci rimane che l’istituto della Teshuvà. La Teshuvà espia tutte le colpe. Anche se uno fosse stato malvagio per tutti i suoi giorni ed avesse fatto teshuvà solo all’ultimo momento, non gli si ricorderebbe nulla delle sue trasgressioni passate in ossequio al detto:”E la malvagità del malvagio non lo farà vacillare il giorno in cui rientrerà dal sentiero del peccato” (Ezechiele 33,12) ed anche la potenza del giorno di Kippur è in grado di espiare le colpe di quanti ritornano e fanno teshuvà, com’è detto: “Poiché in questo giorno vi saranno espiate le colpe” (Vaikrà 16.30).
(Hilchot hateshuvà, traduzione di Raffaele Levi. D.A.C 1983-5743)

Quando però si potrà dire che la teshuvà è completa?
Solo quando il “Baal Teshuvà” (l’ex peccatore), si troverà esattamente nelle stesse, identiche condizioni nelle quali aveva commesso il peccato e sarà capace di non incorrere di nuovo in quella trasgressione.
In quel momento avrà dimostrato di aver davvero compreso il suo errore e di avere un sincero pentimento, concretizzato nel rifiuto di ricadere in quel peccato.
Non vi è limite di tempo al “ritorno”. Anche l’ultimo istante della vita è un tempo utile al pentimento e alla teshuvà. HaShem è pronto ad accogliere anche il peccatore più impenitente, che sia sinceramente pentito e che faccia ritorno Lui.
Ma non è dato all’uomo di sapere il momento della sua morte e per questo i saggi esortano a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo della vita e a pentirsi e fare teshuvà in quel momento, senza indugi e senza rimandare, in quanto l’attesa potrebbe essere fatale.
La Torah infatti ammonisce:

28) Le cose occulte appartengono
all'Eterno, al nostro Dio, ma le cose
rivelate sono per noi e per i nostri
figliuoli, in perpetuo, perché mettiamo
in pratica tutte le parole di questa
legge.


Il Libro di Devarim volge al termine, come volge al termine la vita di Moshè Rabbenu.
Il grande Maestro ha condotto il Popolo d’Israel fuori dalla casa degli schiavi, li ha guidati per quarant’anni nel deserto, ha dato loro la Torah come legge da seguire per sempre sulla via di HaShem, senza deviare né a destra né a sinistra. Ne conosce la fragilità e la disposizione a dimenticare HaShem
Ha enunciato le maledizioni che si abbatteranno sui trasgressori, ma anche le Benedizioni che scenderanno su chi osserverà.
La minaccia del castigo è stata forte e decisa, con parole terribili, parole purtroppo profetiche dei 2000 anni successivi della Storia di Am Israel, ma le ultime parole di Moshé, quelle che precedono il Canto finale, prima della sua morte, sono parole d’incoraggiamento e di promessa. La certezza della ricompensa per chi, pur deviando, farà ritorno a D-O, con umiltà e sincerità di cuore. Il Maestro conclude rassicurando il suo Popolo sul fatto che non è poi così difficile capire il volere di HaShem e metterlo in pratica.
La Torah non è in cielo, ma sulla Terra. E’ “per” gli uomini e “degli” uomini.
Si tratta di qualcosa di estremamente vicino alla “bocca” (per trasmetterla alle generazioni successive) e al “cuore” (affinché venga studiata con amore e assiduità)

12) Non è nel cielo, perché tu dica: 'Chi
salirà per noi nel cielo e ce lo recherà e
ce lo farà udire perché lo mettiamo in
pratica?'
13) Non è di là dal mare, perché tu dica:
'Chi passerà per noi di là dal mare e ce
lo recherà e ce lo farà udire perché lo
mettiamo in pratica?'
14) Invece, questa parola è molto vicina
a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore,
perché tu la metta in pratica.
15) Vedi, io pongo oggi davanti a te la
vita e il bene, la morte e il male;
16) poiché io ti comando oggi d'amare
l'Eterno, il tuo Dio, di camminare nelle
sue vie, d'osservare i suoi comandamenti,
le sue leggi e i
suoi precetti affinché tu viva e ti
moltiplichi, e l'Eterno, il tuo Dio, ti
benedica nel paese dove stai per
entrare per prenderne possesso.

Le parole espresse da un grande leader a poche ore dalla sua morte restano, generalmente molto impresse in chi le ascolta.
Moshè Rabbenu ha voluto che tutto il popolo fosse presente e, convocando “uomimi”, “donne”, “bambini”, “famiglie, “tribù”, “giudici”, “ufficiali” e perfino “lo straniero che è presso di te”, ha sottolineato l’importanza dell’ 
UNITA' NELL'OSSERVANZA e LA RESPONSABILITA’ COLLETTIVA, nel seguire in maniera univoca la strada tracciata.
Ognuno è responsabile di tutti e ha il dovere, non solo di pensare a se stesso nel compiere diligentemente le mitzvot, ma anche di vegliare affinché il vicino e il compagno non si allontanino dalla Legge di HaShem, poiché il benessere di uno è il benessere di tutti e l’inciampo di uno solo costituisce un inciampo per tutta la comunità.
L’obbligo di seguire la Torah è un obbligo ereditario, per l’Ebreo e ogni Ebreo è responsabile di tutti gli altri.
Un noto midrash dice che nell’utero materno un bambino apprende TUTTA la Torah. Alla nascita, però, un malach tocca la sua bocca e questi dimentica, essendo poi obbligato allo studio per tutta la sua vita, per riportarla alla mente.
Si può intuire quindi che anche in questo caso si tratta di un “RITORNO”. L’uomo, con lo studio costante, affiancato parallelamente dalle mitzvot, non fa altro che riscoprire quanto già era in lui e che già conosceva:

“14) Invece, questa parola è molto vicina
a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore,
perché tu la metta in pratica”


Possiamo quindi concludere che, in ogni caso, si tratta di una “TESHUVA’”, un RITORNO a qualcosa che si possedeva già e che è stata dimenticata ma che non è né estranea a noi, né lontana. Non nei cieli, né al di là del mare. Si tratta di qualcosa di molto vicino e alla portata di tutti, semplicemente con la disposizione di un’animo umile e desideroso di riappropriarsene.

 
 
 

Le prove

Post n°41 pubblicato il 21 Marzo 2010 da paola860

Un sunto tratto dal libro “Percorso di vita di Akiva Tatz”.

Uno dei concetti basilari della Torah afferma che lo scopo della vita consiste nel dimostrarsi forti nei confronti dei conflitti morali. Ci chiediamo però come mai Hashem ci metta alla prova se sa già quale sarà il risultato?

La radice della parola nisayon ( prova) è nes “miracolo. Qual è il nesso tra le prove a cui siamo sottoposti e i miracoli? Cosa c’è di miracoloso nelle prove?

Un test morale si presenta sempre per mettere alla prova il livello di libero arbitrio da noi raggiunto, quindi se la prova si trovasse al nostro livello saremmo in grado di affrontarla e non vi sarebbe niente di miracoloso, mentre se la prova da superare fosse al di sopra delle nostre possibilità, superiore al livello raggiunto dal nostro libero arbitrio, il successo sarebbe sicuramente miracoloso.

 

La risposta che viene data a chi si chiede come mai Hashem ci metta alla prova, pur conoscendo a priori il risultato, è la seguente: questo tipo di esperienze costringono a tirar fuori livelli di forza interiore nascosti fino a quel momento. La difficoltà di una prova rivela la forza insita in noi. Non è Hashem a rilevare le nostre capacità, siamo noi. HaShem conosceva già perfettamente quale sarebbe stato il risultato. Siamo noi a scoprire la ricchezza che si nasconde dentro di noi.

Quando ci troviamo di fronte a un pericolo la carica di adrenalina, che sale quando si è terrorizzati dalla paura, ci permette di  affrontare difficoltà impensabili. La pressione del pericolo ci fa scoprire che possediamo delle forze che prima erano nascoste  stimolando in noi la produzione di adrenalina spirituale, una forza che ci costringe a scoprire livelli ben più alti di quelli ai quali siamo normalmente abituati.

La ragione per la quale nasciamo è che dobbiamo raggiungere il massimo di ciò che possiamo diventare. L’idea ebraica riguardo allo scopo della vita è che un individuo deve sviluppare se stesso al meglio. esprimendo sensibilità, coscienza, capacità di amare, moralità e intelligenza ai più alti livelli possibili. Le difficoltà che dobbiamo superare sono i mezzi per raggiungere questi livelli; ogni volta che vinciamo un conflitto interiore e diventiamo la persona che dovremmo realmente essere. La cosa più importante è che siamo noi a farlo;: siamo noi stessi a costruire la nostra personalità e a migliorare il nostro modo di vivere.

Il miracolo, quindi, consiste nell’arrivare più in alto del nostro “livello nascosto”.

Il Talmud ci offre una visione avvincente di questo problema. Quando racconta del rapporto fra il re Davide e Batsheva e parla del peccato commesso da Davide, cita la seguente conversazione fra il re e il Creatore: Davide chiede: “Perché diciamo D-o di Abramo, D-o di Isacco e D-o di Giacobbe, ma non diciamo D-o di Davide?

Davide era un vero servitore di HaShem ed era riuscito a sottomettere il proprio orgoglio. Secondo la saggezza più profonda, Davide rappresenta il potere del regno, ovvero la rivelazione delle leggi di HaShem; un re ebreo è semplicemente un agente del Creatore che rende evidente che è Hashem a governare il mondo. Il Maschiach sarà un discendente di Davide, un’estensione della sua persona e della sua anima: il suo compito sarà quello di far comprendere che Hashem guida il mondo e non certo l’uomo. Infatti, il Maschiach viene descritto nel modo seguente: Egli non ha niente di suo.

La risposta di HaShem è: “loro sono stati messi alla prova da me, tu no” La ragione per la quale il popolo ebraico cita Abramo, Isacco e Giacobbe, in riferimento al nome di HaShem, è che essi hanno affrontato e superato delle prove impossibili. Davide risponde allora: Metti alla prova anche me.

Il risultato fu che HaShem lo mise alla prova e Davide fallì.

I nomi rivelano la nostra essenza. Quando il nome di una persona viene pronunciato accanto a quello di HaShem significa che una parte della presenza divina si rivela in essa e questa persona diventa una sorta di veicolo dell’esistenza divina sulla terra.

Quando Abramo è stato messo alla prova tramite la akedà, il sacrificio di Isacco, HaShem si è rivelato. Come è potuto accadere tutto questo?

La risposta è: una prova vera è impossibile perché sottopone l’individuo a una pressione insostenibile e noi non siamo in grado di affrontarla, ma Hashem sì. Noi compiamo lo sforzo impossibile ed Egli porta a termine i risultati.

Per affrontare le prove impossibili ci vogliono due cose: affidarci a HaShem e poi saltare. I Saggi dicono che se HaShem non ci aiutasse non saremmo in grado di superare alcuna difficoltà.

Che dire di Davide e Batsheva? Che significato aveva la loro relazione e che cosa c’era di sbagliato in essa? La ghemarà cerca di capire dove Davide abbia peccato. La ghemarà sostiene che Davide non ha commesso adulterio o un peccato simile, come si potrebbe credere interpretando superficialmente la Torah; Batsheva era destinata a lui e dalla loro relazione, infatti, è stato generato Salomone, diretto antenato del Messia non certo il frutto di una relazione che non doveva nascere. L’errore di Davide è stato quello di aver chiesto di essere messo alla prova. Quando una persona chiede di essere sottoposta alla prova, il motivo è che è sicura di poterla superare. Questa sicurezza in se stessi, questo ego, questo orgoglio sono proprio ciò che un nisayon, una prova ha lo scopo di neutralizzare. L’obiettivo è quello di insegnarci che non siamo in grado di superare certi ostacoli da soli, di renderci consapevoli della nostra relazione con HaShem.

Quando Davide ha chiesto di essere messo alla prova ha manifestato un grado infinitesimale di orgoglio. Il suo compito era, invece,  quello di dimostrare che lui non è nessuno, che Hashem è tutto e che il compito di un ebreo in questo mondo va oltre le capacità naturali degli esseri umani.

 

 

 
 
 

Parashà Vaikrà

Post n°40 pubblicato il 20 Marzo 2010 da paola860


La Torah nella Parashà Vaikrà presenta le leggi dei krbanot, le offerte nel Santuario (Bet Hamikdash). (usiamo il termine "offerta" perchè non esiste in Italiano l'equivalente di "korban", malamente tradotto con "sacrificio")
Come primo comando afferma:
“Adam ki iakriv mikem korban la****……” (Colui (l’uomo) che recherà l’offerta a ****).
Rashì e altri commentatori osservano che la Torah usa il termine
“ADAM” (uomo, persona), in questo contesto.
Rashì spiega che l’uso di questo termine sta a indicare che l’uomo deve portare la sua offerta allo stesso modo in cui Adamo portava la sua offerta.
Quando Adamo fu creato, l’intera Terra gli apparteneva. Non esisteva altro essere umano che possedesse alcunché sulla Terra. Quindi, per definizione, quando egli recava un’offerta, essa era di sua assoluta proprietà.
Quindi non vi era possibilità che Adamo offrisse un animale rubato. Ne consegue che un’offerta è valida se proviene da qualcosa di proprietà esclusiva dell’offerente.
D-O non ha bisogno di sacrifici né di offerte, a maggior ragione se queste non provengono dai beni di chi le offre. Peggio ancora se sono rubate. Il fine non giustifica i mezzi, per cui una persona non può giustificare la disonestà negli affari, adducendo opere di carità, anche grandi, compiute con proventi di attività illecite.
La tzedakà (opere di giustizia verso i bisognosi) va compiuta allo stesso modo in cui Adamo presentava le offerte, da mezzi assolutamente propri, ottenuti attraverso attività strettamente legali e etiche.

L’allusione a Adamo presenta anche un’altra interessante allusione: quando Adamo presentava l’offerta, lo faceva con completa sincerità del suo cuore.
Non esisteva nessun altro essere umano al mondo che sarebbe potuto restare positivamente ammirato dalla devozione di Adamo. Nessuno spettatore.
Ciò è quanto la Torah desidera: l’osservanza e le mitzvot per loro stesse e non per il plauso, l’approvazione del mondo o per dare una impressione di religiosità. Per il solo e sincero desiderio di compiere un’ azione giusta.
D-O conosce le intenzioni vere e non guarda benevolmente gli impostori.
Noi possiamo ingannare i nostri simili, ma non possiamo ingannare HaShem.

 

Dal link: http://forumbiblico.forumfree.it/?t=46913889

 
 
 

Le due inclinazioni

Post n°39 pubblicato il 09 Dicembre 2009 da paola860

Da Avraham Israel

 

L'ebraismo insegna che Dio creò nell'uomo due inclinazioni: la buona e la cattiva. E questo prima ancora della disobbedienza nell'Eden. Afferma anche che la cattiva inclinazione è indispensabile per la sopravvivenza della razza umana. L'uomo viene a trovarsi durante la sua vita a lottare contro la cattiva inclinazione, una lotta non facile. L'ideale perfetto sarebbe quello di raggiungere un certo equilibrio, ma a dominare l'uomo deve essere la buona inclinazione. Il malvagio invece si lascia andare e lascia dominare la cattiva inclinazione. La cattiva inclinazione è "cattiva" nel senso tecnico della funzione che svolge, ma non nel senso assoluto. Essa è quella che accuserà l'uomo delle proprie azioni, come l'esempio di "ha satan"="il nemico" di Giobbe, che è la sua personificazione simbolica. L'ebreo deve amare il Signore con "tutto il cuore", ossia con tutte e due le inclinazioni, la buona e la cattiva. L'uomo giusto, che lascia dominare la buona inclinazione, avrà sicuramente un buon bagaglio di buone azioni.
In questo mondo ci sono i buoni e i cattivi e questo è il modo di giudicare di Dio, davanti a lui non ci sono razze, popoli, lingue, ricchi e poveri, ma semplicemente buoni e cattivi. Ognuno di noi è invitato a combattere la sua guerra spirituale interiore per accumulare buone azioni che sono i più grandi tesori di questo mondo.

Cattiva inclinazione"="iezer ha-rà" un pò difficile tradurlo (questo è il termine usato dai rabbini italiani. Lo si può tradurre anche "formazione cattiva" col senso di parte cattiva, parte seducente o anche parte opposta. Lo si intravede anche in Genesi 2 :7 dove il verbo "formò" riferito all'uomo è scritto con due iud: "waiizer" mentre quando è riferito agli animali (2:19) è scritto normalmente con una iud:"waizer". questo significa che il modo in cui fù formato l'uomo non è lo stesso modo in cui furono formati gli animali. L'uomo ha due formazioni e può scegliere di far dominare l'una o l'altra. Per esempio in Genesi 6:5 si legge: "iezer...rak rà col haiom" qui figura il termine "iezer rà" e il testo dice: "rak rà"="solo cattiva". Il senso del verso è che l'uomo si lasciava guidare solo dalla cattiva inclinazione e quindi i pensieri dell'uomo erano rivolti solo al male. Non è facile interpretare lo "iezer rà" partendo da una traduzione che non lo traduce nemmeno il termine. In Genesi 8:21 si legge anche dello "iezer rà" e si dice che esso da quel momento è presente fin dalla nascità.

La "cattiva inclinazione" o forse è meglio chiamarla "parte opposta" è buona in quanto permette all'uomo di moltiplicarsi perchè agisce nell'istinto sessuale. Le due "parti" componenti l'essere umano sono entrambi buone perche ognuna svolge la sua funzione, il proprio ruolo. La perfezione stà nel raggiungere l'equilibrio lasciando però che governi la "parte buona", che rappresenta anche la coscienza morale. La "parte opposta" o "cattiva inclinazione" aiuta la coscienza morale perchè svolge il ruolo dell'accusa. Essa ha anche la funzione di educare l'uomo perchè lo seduce con una forza molto potente. Quando l'uomo raggiungerà la perfezione, la "parte opposta" non avrà più ragione di esistere e il Signore la eliminerà. La personificazione di questa forza di opposizione è chiamata in ebraico:"ha-satan"="il nemico", "l'oppositore", questo è un nome comune usato anche per indicare persone o cose. il numero delle lettere:

"hasatan"=364

perchè è stato programmato in modo che può opporsi alla richiesta di pentimento 364 giorni all'anno all'infuori di Yom Kippur, il giorno dell'espiazione.

 
 
 
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