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Post n°43 pubblicato il 06 Novembre 2010 da paola860
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Post n°42 pubblicato il 25 Settembre 2010 da paola860
Parashat Nizzavim-Vaielech Tutte le ultime Parashot sono state incentrate sugli ammonimenti riguardo alla non osservanza della Torah, sulle terribili conseguenze che comporterà l’allontanarsi dalla strada di HaShem, ma anche sulle benedizioni e sul benessere che arriveranno a coloro che cammineranno sulla via diritta, senza deviare “né a destra, né a sinistra”. La Parashat Nizzavim esprime le ultime parole di Moshè, il compendio di quanto ripetutamente sottolineato precedentemente. La prima parte (Devarim 29) richiama ancora gli Israeliti alla stretta osservanza delle mitzvot, definendo ulteriormente quanti danni deriveranno dall’idolatria e tutte le maledizioni che conseguiranno alla rottura del patto stabilito con HaShem. Ma in Devarim 30, alle minacce e maledizioni segue la speranza, la promessa che, nonostante i peccati e l’allontanamento da HaShem, nonostante abbiano dimenticato e offeso Colui che li ha tratti fuori dalla schiavitù d’Egitto, Egli sarà sempre pronto a raccoglierli dall’estremità dei cieli e a riportarli a Sé. Alla minaccia del castigo segue immediatamente la Promessa della Redenzione. 2) e tornerai (veshavta) all'Eterno, al tuo Dio, e ubbidirai alla sua voce, tu e i tuoi figliuoli, con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua, secondo tutto ciò che oggi io ti comando, 3) l'Eterno, il tuo Dio, farà ritornare (veshav) i tuoi dalla schiavitù, avrà pietà di te, e ti raccoglierà di nuovo di fra tutti i popoli, fra i quali l'Eterno, il tuo Dio, t'aveva disperso. 4) Quand'anche i tuoi esuli fossero all'estremità de' cieli, l'Eterno, il tuo Dio, ti raccoglierà di là, e di là ti prenderà. 5) L'Eterno, il tuo Dio, ti ricondurrà nel paese che i tuoi padri avevano posseduto, e tu lo possederai; ed Egli ti farà del bene e ti moltiplicherà più dei tuoi padri. 10) perché ubbidirai alla voce dell'Eterno, ch'è il tuo Dio, osservando i suoi comandamenti e i suoi precetti scritti in questo libro della legge, poiché ritornerai (ki tashuv) all'Eterno, al tuo Dio, con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua Ki tasvhuv el **** Elohecha bechol levavecha uvechol nafshechà Ki tashuv: quando ritornerai (verbo“lashuv”: ritornare). La conversione, il pentimento, sono espressi dalla parola “teshuvà”, che viene dalla stesa radice di “lashuv”. La conversione è un “ritorno” e per essere tale deve essere un ritorno “con tutto il cuore e con tutta l’anima”. Si tratta però di un ritorno senza riserve, senza “ma” e “se”, un ritorno umile, integrale, incondizionato e, soprattutto, sincero. Vi è un’ interessante osservazione. Abbiamo spesso sottolineato che nessuna parola è superflua o casuale nella Torah. Appena nel verso precedente, troviamo: 9 L'Eterno, il tuo Dio, ti colmerà di beni, facendo prosperare tutta l'opera delle tue mani, il frutto delle tue viscere, il frutto del tuo bestiame e il frutto del tuo suolo; poiché l'Eterno ritornerà (yashuv) di nuovo a farti del bene, come si compiacque nel farlo ai tuoi padri, (Yashuv HaShem lasus alècha letov caasher sas al avotècha). D-O riferisce innanzi tutto a Se Stesso il verdo “lashuv” (ritornare) Se HaShem, Padrone del mondo, “ritorna” a colmare di bene il Suo Popolo ancor più si ha il dovere di ritornare al Padre Eterno “bechol levavechà uvechol nafshechà”, con tutto il cuore e con tutta l’anima e questa anticipazione scritturale deve insegnarci appunto l’umiltà del pentimento. La teshuvà è la conditio sine qua non per il perdono e per la salvezza e non è casuale che questi concetti espressi nella Parashà cadano a poche settimane da Rosh hashanà (capodanno) e da Yom Kippur (giorno dell’espiazione), date alle quali occorre giungere pronti, per poi completare e “ratificare” il proprio pentimento e la teshuvà, nella festività di Sukkot che culminerà alla fine nel giorno di “Simchà Torah” (Gioia della Torah) Il grandissimo Rambam, Rabbi Moshè Ben Maimon, detto “La Grande Aquila” ha scritto parole mirabili nel suo “Hilchot hateshuvà”: Norme sulla Teshuvà. “Ai nostri tempi, in assenza del Bet HaMikdash e dell’altare dell’espiazione, non ci rimane che l’istituto della Teshuvà. La Teshuvà espia tutte le colpe. Anche se uno fosse stato malvagio per tutti i suoi giorni ed avesse fatto teshuvà solo all’ultimo momento, non gli si ricorderebbe nulla delle sue trasgressioni passate in ossequio al detto:”E la malvagità del malvagio non lo farà vacillare il giorno in cui rientrerà dal sentiero del peccato” (Ezechiele 33,12) ed anche la potenza del giorno di Kippur è in grado di espiare le colpe di quanti ritornano e fanno teshuvà, com’è detto: “Poiché in questo giorno vi saranno espiate le colpe” (Vaikrà 16.30). (Hilchot hateshuvà, traduzione di Raffaele Levi. D.A.C 1983-5743) Quando però si potrà dire che la teshuvà è completa? Solo quando il “Baal Teshuvà” (l’ex peccatore), si troverà esattamente nelle stesse, identiche condizioni nelle quali aveva commesso il peccato e sarà capace di non incorrere di nuovo in quella trasgressione. In quel momento avrà dimostrato di aver davvero compreso il suo errore e di avere un sincero pentimento, concretizzato nel rifiuto di ricadere in quel peccato. Non vi è limite di tempo al “ritorno”. Anche l’ultimo istante della vita è un tempo utile al pentimento e alla teshuvà. HaShem è pronto ad accogliere anche il peccatore più impenitente, che sia sinceramente pentito e che faccia ritorno Lui. Ma non è dato all’uomo di sapere il momento della sua morte e per questo i saggi esortano a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo della vita e a pentirsi e fare teshuvà in quel momento, senza indugi e senza rimandare, in quanto l’attesa potrebbe essere fatale. La Torah infatti ammonisce: 28) Le cose occulte appartengono all'Eterno, al nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figliuoli, in perpetuo, perché mettiamo in pratica tutte le parole di questa legge. Il Libro di Devarim volge al termine, come volge al termine la vita di Moshè Rabbenu. Il grande Maestro ha condotto il Popolo d’Israel fuori dalla casa degli schiavi, li ha guidati per quarant’anni nel deserto, ha dato loro la Torah come legge da seguire per sempre sulla via di HaShem, senza deviare né a destra né a sinistra. Ne conosce la fragilità e la disposizione a dimenticare HaShem Ha enunciato le maledizioni che si abbatteranno sui trasgressori, ma anche le Benedizioni che scenderanno su chi osserverà. La minaccia del castigo è stata forte e decisa, con parole terribili, parole purtroppo profetiche dei 2000 anni successivi della Storia di Am Israel, ma le ultime parole di Moshé, quelle che precedono il Canto finale, prima della sua morte, sono parole d’incoraggiamento e di promessa. La certezza della ricompensa per chi, pur deviando, farà ritorno a D-O, con umiltà e sincerità di cuore. Il Maestro conclude rassicurando il suo Popolo sul fatto che non è poi così difficile capire il volere di HaShem e metterlo in pratica. La Torah non è in cielo, ma sulla Terra. E’ “per” gli uomini e “degli” uomini. Si tratta di qualcosa di estremamente vicino alla “bocca” (per trasmetterla alle generazioni successive) e al “cuore” (affinché venga studiata con amore e assiduità) 12) Non è nel cielo, perché tu dica: 'Chi salirà per noi nel cielo e ce lo recherà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?' 13) Non è di là dal mare, perché tu dica: 'Chi passerà per noi di là dal mare e ce lo recherà e ce lo farà udire perché lo mettiamo in pratica?' 14) Invece, questa parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica. 15) Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; 16) poiché io ti comando oggi d'amare l'Eterno, il tuo Dio, di camminare nelle sue vie, d'osservare i suoi comandamenti, le sue leggi e i suoi precetti affinché tu viva e ti moltiplichi, e l'Eterno, il tuo Dio, ti benedica nel paese dove stai per entrare per prenderne possesso. Le parole espresse da un grande leader a poche ore dalla sua morte restano, generalmente molto impresse in chi le ascolta. Moshè Rabbenu ha voluto che tutto il popolo fosse presente e, convocando “uomimi”, “donne”, “bambini”, “famiglie, “tribù”, “giudici”, “ufficiali” e perfino “lo straniero che è presso di te”, ha sottolineato l’importanza dell’ UNITA' NELL'OSSERVANZA e LA RESPONSABILITA’ COLLETTIVA, nel seguire in maniera univoca la strada tracciata. Ognuno è responsabile di tutti e ha il dovere, non solo di pensare a se stesso nel compiere diligentemente le mitzvot, ma anche di vegliare affinché il vicino e il compagno non si allontanino dalla Legge di HaShem, poiché il benessere di uno è il benessere di tutti e l’inciampo di uno solo costituisce un inciampo per tutta la comunità. L’obbligo di seguire la Torah è un obbligo ereditario, per l’Ebreo e ogni Ebreo è responsabile di tutti gli altri. Un noto midrash dice che nell’utero materno un bambino apprende TUTTA la Torah. Alla nascita, però, un malach tocca la sua bocca e questi dimentica, essendo poi obbligato allo studio per tutta la sua vita, per riportarla alla mente. Si può intuire quindi che anche in questo caso si tratta di un “RITORNO”. L’uomo, con lo studio costante, affiancato parallelamente dalle mitzvot, non fa altro che riscoprire quanto già era in lui e che già conosceva: “14) Invece, questa parola è molto vicina a te; è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” Possiamo quindi concludere che, in ogni caso, si tratta di una “TESHUVA’”, un RITORNO a qualcosa che si possedeva già e che è stata dimenticata ma che non è né estranea a noi, né lontana. Non nei cieli, né al di là del mare. Si tratta di qualcosa di molto vicino e alla portata di tutti, semplicemente con la disposizione di un’animo umile e desideroso di riappropriarsene. |
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Post n°41 pubblicato il 21 Marzo 2010 da paola860
Un sunto tratto dal libro “Percorso di vita di Akiva Tatz”. Uno dei concetti basilari della Torah afferma che lo scopo della vita consiste nel dimostrarsi forti nei confronti dei conflitti morali. Ci chiediamo però come mai Hashem ci metta alla prova se sa già quale sarà il risultato? La radice della parola nisayon ( prova) è nes “miracolo. Qual è il nesso tra le prove a cui siamo sottoposti e i miracoli? Cosa c’è di miracoloso nelle prove? Un test morale si presenta sempre per mettere alla prova il livello di libero arbitrio da noi raggiunto, quindi se la prova si trovasse al nostro livello saremmo in grado di affrontarla e non vi sarebbe niente di miracoloso, mentre se la prova da superare fosse al di sopra delle nostre possibilità, superiore al livello raggiunto dal nostro libero arbitrio, il successo sarebbe sicuramente miracoloso.
La risposta che viene data a chi si chiede come mai Hashem ci metta alla prova, pur conoscendo a priori il risultato, è la seguente: questo tipo di esperienze costringono a tirar fuori livelli di forza interiore nascosti fino a quel momento. La difficoltà di una prova rivela la forza insita in noi. Non è Hashem a rilevare le nostre capacità, siamo noi. HaShem conosceva già perfettamente quale sarebbe stato il risultato. Siamo noi a scoprire la ricchezza che si nasconde dentro di noi. Quando ci troviamo di fronte a un pericolo la carica di adrenalina, che sale quando si è terrorizzati dalla paura, ci permette di affrontare difficoltà impensabili. La pressione del pericolo ci fa scoprire che possediamo delle forze che prima erano nascoste stimolando in noi la produzione di adrenalina spirituale, una forza che ci costringe a scoprire livelli ben più alti di quelli ai quali siamo normalmente abituati. La ragione per la quale nasciamo è che dobbiamo raggiungere il massimo di ciò che possiamo diventare. L’idea ebraica riguardo allo scopo della vita è che un individuo deve sviluppare se stesso al meglio. esprimendo sensibilità, coscienza, capacità di amare, moralità e intelligenza ai più alti livelli possibili. Le difficoltà che dobbiamo superare sono i mezzi per raggiungere questi livelli; ogni volta che vinciamo un conflitto interiore e diventiamo la persona che dovremmo realmente essere. La cosa più importante è che siamo noi a farlo;: siamo noi stessi a costruire la nostra personalità e a migliorare il nostro modo di vivere. Il miracolo, quindi, consiste nell’arrivare più in alto del nostro “livello nascosto”. Il Talmud ci offre una visione avvincente di questo problema. Quando racconta del rapporto fra il re Davide e Batsheva e parla del peccato commesso da Davide, cita la seguente conversazione fra il re e il Creatore: Davide chiede: “Perché diciamo D-o di Abramo, D-o di Isacco e D-o di Giacobbe, ma non diciamo D-o di Davide? Davide era un vero servitore di HaShem ed era riuscito a sottomettere il proprio orgoglio. Secondo la saggezza più profonda, Davide rappresenta il potere del regno, ovvero la rivelazione delle leggi di HaShem; un re ebreo è semplicemente un agente del Creatore che rende evidente che è Hashem a governare il mondo. Il Maschiach sarà un discendente di Davide, un’estensione della sua persona e della sua anima: il suo compito sarà quello di far comprendere che Hashem guida il mondo e non certo l’uomo. Infatti, il Maschiach viene descritto nel modo seguente: Egli non ha niente di suo. La risposta di HaShem è: “loro sono stati messi alla prova da me, tu no” La ragione per la quale il popolo ebraico cita Abramo, Isacco e Giacobbe, in riferimento al nome di HaShem, è che essi hanno affrontato e superato delle prove impossibili. Davide risponde allora: Metti alla prova anche me. Il risultato fu che HaShem lo mise alla prova e Davide fallì. I nomi rivelano la nostra essenza. Quando il nome di una persona viene pronunciato accanto a quello di HaShem significa che una parte della presenza divina si rivela in essa e questa persona diventa una sorta di veicolo dell’esistenza divina sulla terra. Quando Abramo è stato messo alla prova tramite la akedà, il sacrificio di Isacco, HaShem si è rivelato. Come è potuto accadere tutto questo? La risposta è: una prova vera è impossibile perché sottopone l’individuo a una pressione insostenibile e noi non siamo in grado di affrontarla, ma Hashem sì. Noi compiamo lo sforzo impossibile ed Egli porta a termine i risultati. Per affrontare le prove impossibili ci vogliono due cose: affidarci a HaShem e poi saltare. I Saggi dicono che se HaShem non ci aiutasse non saremmo in grado di superare alcuna difficoltà. Che dire di Davide e Batsheva? Che significato aveva la loro relazione e che cosa c’era di sbagliato in essa? La ghemarà cerca di capire dove Davide abbia peccato. La ghemarà sostiene che Davide non ha commesso adulterio o un peccato simile, come si potrebbe credere interpretando superficialmente la Torah; Batsheva era destinata a lui e dalla loro relazione, infatti, è stato generato Salomone, diretto antenato del Messia non certo il frutto di una relazione che non doveva nascere. L’errore di Davide è stato quello di aver chiesto di essere messo alla prova. Quando una persona chiede di essere sottoposta alla prova, il motivo è che è sicura di poterla superare. Questa sicurezza in se stessi, questo ego, questo orgoglio sono proprio ciò che un nisayon, una prova ha lo scopo di neutralizzare. L’obiettivo è quello di insegnarci che non siamo in grado di superare certi ostacoli da soli, di renderci consapevoli della nostra relazione con HaShem. Quando Davide ha chiesto di essere messo alla prova ha manifestato un grado infinitesimale di orgoglio. Il suo compito era, invece, quello di dimostrare che lui non è nessuno, che Hashem è tutto e che il compito di un ebreo in questo mondo va oltre le capacità naturali degli esseri umani.
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Post n°40 pubblicato il 20 Marzo 2010 da paola860
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Post n°39 pubblicato il 09 Dicembre 2009 da paola860
Da Avraham Israel
L'ebraismo insegna che Dio creò nell'uomo due inclinazioni: la buona e la cattiva. E questo prima ancora della disobbedienza nell'Eden. Afferma anche che la cattiva inclinazione è indispensabile per la sopravvivenza della razza umana. L'uomo viene a trovarsi durante la sua vita a lottare contro la cattiva inclinazione, una lotta non facile. L'ideale perfetto sarebbe quello di raggiungere un certo equilibrio, ma a dominare l'uomo deve essere la buona inclinazione. Il malvagio invece si lascia andare e lascia dominare la cattiva inclinazione. La cattiva inclinazione è "cattiva" nel senso tecnico della funzione che svolge, ma non nel senso assoluto. Essa è quella che accuserà l'uomo delle proprie azioni, come l'esempio di "ha satan"="il nemico" di Giobbe, che è la sua personificazione simbolica. L'ebreo deve amare il Signore con "tutto il cuore", ossia con tutte e due le inclinazioni, la buona e la cattiva. L'uomo giusto, che lascia dominare la buona inclinazione, avrà sicuramente un buon bagaglio di buone azioni. Cattiva inclinazione"="iezer ha-rà" un pò difficile tradurlo (questo è il termine usato dai rabbini italiani. Lo si può tradurre anche "formazione cattiva" col senso di parte cattiva, parte seducente o anche parte opposta. Lo si intravede anche in Genesi 2 :7 dove il verbo "formò" riferito all'uomo è scritto con due iud: "waiizer" mentre quando è riferito agli animali (2:19) è scritto normalmente con una iud:"waizer". questo significa che il modo in cui fù formato l'uomo non è lo stesso modo in cui furono formati gli animali. L'uomo ha due formazioni e può scegliere di far dominare l'una o l'altra. Per esempio in Genesi 6:5 si legge: "iezer...rak rà col haiom" qui figura il termine "iezer rà" e il testo dice: "rak rà"="solo cattiva". Il senso del verso è che l'uomo si lasciava guidare solo dalla cattiva inclinazione e quindi i pensieri dell'uomo erano rivolti solo al male. Non è facile interpretare lo "iezer rà" partendo da una traduzione che non lo traduce nemmeno il termine. In Genesi 8:21 si legge anche dello "iezer rà" e si dice che esso da quel momento è presente fin dalla nascità. La "cattiva inclinazione" o forse è meglio chiamarla "parte opposta" è buona in quanto permette all'uomo di moltiplicarsi perchè agisce nell'istinto sessuale. Le due "parti" componenti l'essere umano sono entrambi buone perche ognuna svolge la sua funzione, il proprio ruolo. La perfezione stà nel raggiungere l'equilibrio lasciando però che governi la "parte buona", che rappresenta anche la coscienza morale. La "parte opposta" o "cattiva inclinazione" aiuta la coscienza morale perchè svolge il ruolo dell'accusa. Essa ha anche la funzione di educare l'uomo perchè lo seduce con una forza molto potente. Quando l'uomo raggiungerà la perfezione, la "parte opposta" non avrà più ragione di esistere e il Signore la eliminerà. La personificazione di questa forza di opposizione è chiamata in ebraico:"ha-satan"="il nemico", "l'oppositore", questo è un nome comune usato anche per indicare persone o cose. il numero delle lettere: |


Inviato da: paola860
il 23/12/2010 alle 08:53
Inviato da: maurizio_mezieres
il 22/12/2010 alle 01:27
Inviato da: paola860
il 30/11/2010 alle 09:17
Inviato da: antoniogiraldo
il 28/11/2010 alle 17:47
Inviato da: paola860
il 20/03/2010 alle 21:02