STORIA DI ORDINARIA SOPRAFFAZIONE
Questa mia vicenda, tanto grottesca quanto inverosimile che non auguro nemmeno al mio peggior nemico, ebbe inizio verso la fine del 1983, quando fu installata una discarica di rifiuti urbani a pochi metri dalla mia abitazione.
La mia casa era stata costruita tra Maggio e Dicembre 1982 in una zona di campagna a circa sei chilometri dal centro abitato. Nell’Agosto del 1983 vi ero andato ad abitare insieme a mia moglie e ai due miei figli che all’epoca avevano rispettivamente 11 e 8 anni di età.
Debbo premettere in tutta sincerità che si trattava di una abitazione costruita abusivamente; ma il mio era un abuso di necessità e non di speculazione come solitamente fanno alcuni costruttori amici dei politici, anche perché nella zona in questione non esisteva nessun vincolo di inedificabilità.
Nel 1985, dopo l’entrata in vigore della legge di sanatoria edilizia, avevo provveduto a presentare la documentazione occorrente a sanare l’abuso e avevo pagato la relativa oblazione.
La sola colpa che mi si poteva addebitare era quella dell’abuso edilizio, ma nessuno, in ogni caso aveva il diritto di sottoporre me e la mia famiglia a 17 anni di atroci sofferenze. Quando s’instaura un contenzioso legale fra due parti in causa ed una delle parti patisce sofferenze fisiche, morali e spirituali, la società cosiddetta “civile” si dovrebbe adoperare innanzitutto affinché vengano rimosse le cause delle sofferenze. Invece è successo tutto il contrario, in quanto tutti si sono adoperati per prolungare ed acuire a dismisura le mie sofferenze.
Naturalmente cominciai a reagire immediatamente per la situazione che si era venuta a creare e fu proprio allora che mi resi conto della malvagità, dell’ipocrisia e della vigliaccheria delle persone che erano coinvolte, come mia parte avversa, in quella assurda vicenda. Fu allora che mi resi conto che era appena cominciata la mia lunghissima e penosa odissea, perché fu allora che cominciai a varcare la soglia di una infinità di studi legali, di uffici di giudici inquirenti, nel vano tentativo di far chiudere quella maledetta discarica che, nel frattempo, veniva gestita in modo vergognoso nel pieno disprezzo delle leggi, del rispetto della vita umana e dell’ambiente.
Nel contempo, il mio modesto bilancio familiare subiva un continuo salasso oltre che per le esose spese legali, anche per le perizie tecniche sullo stato dei luoghi che facevo redigere per allegarle a qualche denuncia. Ma come era prevedibile, non riuscivo a cavare un ragno dal buco.
Ho chiesto aiuto ai politici, solidarietà ai preti, ai vescovi, ma nessuno ha mosso un dito per alleviare le mie sofferenze. Nemmeno il Cabibbo di “Striscia la Notizia” è voluto intervenire in mio favore, sebbene invitato ripetute volte.
Nell’anno 1982 cominciai a notare che i rifiuti urbani (e non solo quelli) venivano scaricati in un terreno attiguo non facente parte della discarica e tutto ciò avveniva naturalmente nel pieno disprezzo di tutte le norme in materia di smaltimento; perdipiù veniva riempito di rifiuti un vallone naturale che serviva per lo scolo delle acque, modificando in tal modo l’assetto del territorio.
Cosicché scrissi una lettera ai Nuclei Operativi Ecologici informandoli del fatto, i quali interessarono la Procura di Modica ed un maresciallo dei carabinieri fu inviato per una indagine.
L’indagine ebbe luogo, i reati in atto erano evidenti, ma tutto fu messo a tacere.
Nel settembre 1994 presentai un ricorso al TAR di Catania per far chiudere la discarica, ma il mio ricorso fu rigettato con la motivazione che la mia casa era priva dei requisiti di abitabilità. Era veramente incredibile! I giudici del TAR avevano emesso la loro sentenza senza verificare la sistemazione interna della mia abitazione. Io abitavo in quella casa fin dal 1983 e i documenti del comune lo attestavano, ma per i giudici io non esistevo e non dovevo esistere in quel luogo e in quel contesto temporale. Se qualcuno mi avesse fatto sparire, magari in un forno crematoio come succedeva alcuni decenni orsono, avrebbe reso un servizio gradito a molti.
Nel maggio del 1996 il comune mi notificò il diniego della concessione edilizia in sanatoria in base all’art. 24 della legge del 20/03/1941 n.366 (molte volte la democrazia si serve delle leggi fasciste), la quale dice che non si può costruire un’abitazione entro i mille metri da una discarica.
Però le cose non stavano così, ma completamente al contrario. La prospettiva era che il comune avrebbe proceduto alla demolizione della mia casa addossandomi anche le spese della ruspa che avrebbe eseguito i lavori. Non mi restò altro da fare che presentare un altro ricorso al TAR di Catania che emise la sentenza definitiva nel dicembre del 1988. Quando si ricorre in giudizio contro un ente pubblico, per essere sicuri di vincere bisogna avere tre volte ragione, perché una sola non basta. Ed io non avevo tre volte ragione ma ben dieci volte ragione. Finalmente riuscii a dimostrare di avere ampiamente ragione e che le motivazioni del comune erano del tutto pretestuose. La sentenza fu inappellabile e al comune non restò altro da fare che rilasciarmi la concessione edilizia in data 15/04/1999 e successivamente il relativo certificato di abitabilità.
Nel frattempo la competenza per lo smaltimento dei rifiuti urbani in provincia di Ragusa era passata al Prefetto, il quale, come se niente fosse, continuava ad emettere ordinanze di proroga per lo smaltimento dei rifiuti nella discarica collocata accanto alla mia abitazione.
Forte della mia vittoria al TAR di Catania, in data 14/12/2000 inviai un esposto al Prefetto di Ragusa con il quale lo invitavo a non concedere ulteriori proroghe per lo smaltimento dei rifiuti.
Fu concessa un’altra proroga, ma questa volta l’ultima, fino al 31/06/2001.
Si tramanda che Dio punì gli Egiziani infliggendo loro dieci piaghe. A me è andata peggio, perché le piaghe inflitte, non da Dio, ma dagli uomini, sono state senza fine.
Dopo 17 anni di sofferenze inflitte a me, a mia moglie e ai miei due figli di 11 e 8 anni, la vicenda sembrava conclusa. Il 23/06/2001 il Prefetto di Ragusa emise un’ordinanza con la quale intimava al comune di bonificare e mettere in sicurezza con urgenza la discarica dei rifiuti. Da allora sono passati 7 anni e la discarica dei rifiuti è totalmente incontrollata.
Il 20/02/2002 i Bulli della politica locale misero in atto l’ultimo vile atto velleitario, il serpente immondo vibrò l’ultimo colpo di coda quando fu approvata una delibera che intendeva installare una discarica per la lavorazione di rifiuti speciali in un terreno attiguo al mio, a circa 20 metri di distanza dalla mia abitazione.
Ancora una volta dovetti mettere mano al portafoglio e presentare un ricorso al TAR di Catania, mentre invece loro usufruiscono di una fonte inesauribile di denaro pubblico e non rispondono mai di persona per le loro malefatte. A tutt’oggi sono in attesa di ulteriori sviluppi.
Attualmente mi ritrovo con una enorme collina di rifiuti che mi copre la gradevole visione del Mare Mediterraneo e della città di Pozzallo, e con una discarica incontrollata e non ancora bonificata dove chiunque può scaricare tutto quello che vuole come e quando vuole e la utilizza come vuole.
Se ho raccontato questa penosa vicenda non l’ho fatto per farmi compatire da coloro che leggeranno queste poche righe, ma l’ho fatto perché mi rattrista pensare a tutte quelle persone che si trovano in una situazione simile alla mia e che per un motivo banale qualsiasi non riescono a cavarsela come me la sono cavata io, finendo come carne da macello nelle fauci voraci e insaziabili della gentaglia insulsa ebbra di potere che malauguratamente si ritrova a ricoprire cariche politiche e istituzionali.