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Creato da paratattico il 04/05/2011
L'isola inesistente. Stare senza esserci.
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All blues
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DISCLAIMER, DEL TIPO.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica. La sola idea è risibile, il doverlo specificare è tedioso, e non certo per il fatto irrilevante che il blog venga o non venga aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi del comune buon senso: che ho a che fare io con l'editoria? E nulla c'entra la legge n. 62/2001, che manco mi prendo la briga di consultare. Io scrivo quello che mi pare e piace. E quando mi piace. L'unico limite è quello della libertà altrui e del rispetto, nell'ambito della libera circolazione delle idee. Per questo non serve una legge. Chi vi ha pensato già tentava surrettiziamente di tapparti la bocca. Assurdo appellarsi ad essa, anche solo per pararsi il culo.
In un paese di almeno trenta milioni di non omologati, nel coro sempre più esteso e cacofonico dei fuori dal coro, io mi godo la mia futile vita finchè posso. E amo le vite piccole, le azioni minute e quotidiane. Non mi frollare con la tua originalità, acume, capacità di previsione, superiorità, intelligenza, genialità perché tutte queste cose ormai mi disgustano. E a mio modestissimo parere fanno di te un/una deficiente. Sei un disertore dalle braghe fradice di piscio. E corri a gambe larghe, sfuggendo la realtà sottomano per le tue visioni in corto circuito: ti pare che in migliaia di anni di storia dell’umanità la tua brillante idea solitaria non sia già venuta in mente a qualcuno, che l’ha pure scartata? Le energie migliori provengono dalla somma centripeta di quelle vite. Sto da quella parte, che se ne fa il mondo delle tue ridicole, orgogliose scorregge.
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Questa piccola oasi, striminzito palmizio di dàtteri, è una minuscola isola d’acqua in un oceano di sabbia pescosa di fennec, scorpioni e camaleonti. Qualche vela dromedaria, perlopiù sono fate morgane in lontananza. Il gioco delle rifrazioni ne spinge qualcuna in aria, a volte capovolta e con le zampe in su. Se c’è un’immagine c’è da qualche parte il corrispondente oggetto, ma non arrischi la chiamata e non ti sbracci: chi ti dice che il soccorso non volga in un arrivo ostile e mortale. Ciò che manca qui è ogni possibilità di ammazzare il tempo, terminata la piccola caccia e costretto all’immobilità dal sole cocente. Qualche canestro intrecciato con le foglie di quelle palme. Una clessidra costruita su due bottigliette di tassoni, che ormai la trovi perfino qua. Strappi un foglio dal blocco note - non certo l'odiato moleskine - e scrivi due righe. “Prrrr, oplà, marameo, trallallà, sono ancora qua”, il denso messaggio che decidi di affidare in una bottiglia al moto infinito e lento delle dune.
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Tipo quando una canzone non la scacci dall’orecchio e dalla mente, questo è la poesia. E’ innanzitutto quel verso che ti canta. Più un impulso ad andare a capo. A dire in una riga il contenuto di più pagine. E’ analisi dei costi, ottiene ricavi dal togliere, togliere e ancora togliere. Un’economia domestica in tinello e cucina che detesta il grandioso e l’eccesso. Ha meno a che fare con ispirazioni, tramonti, metafore azzeccate. E’ una tiritera, una filastrocca che risuona, un diapason. Verse was a special illness of the ear, ed ecco l’orecchio di Rimbaud cantato da Auden. Il resto è costruito attorno a questa frase, ad essa tutto arriva e da essa riparte. Una sola, intuita e probabilmente annotata su un taccuino prima della composizione. Un momento in corporeità di un’ora qualsiasi. Il resto è straniamento, la creazione di un cerchio magico attorno a quel verso.
Questo processo può essere l’ossessione di un’intera vita.
Friday The 13th (T. Monk) - Poesia di J.Kyle Gregory a partire dal minuto 6:33.
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Pare che ora ti tocchi realizzare tutti i sogni. Tranne uno, forse due ma non si sa, mica ci hai provato ancora. Strana la vita, strane le situazioni, strano pure come ogni passaggio, perfino immenso e bizzarro come da una scala ionica alla lidia; dalla cadenza autentica all’undicesima eccedente, si trasformi in breve in un diverso tipo di tran tran. Strano come in fondo non contino i risultati ma la pura soddisfazione del tentare e del fare. In ogni caso questo nuovo sole ti corrisponde ed anche qui non c’è novità, tanto detesti gli spleen, gli annoiati autocompiacimenti ed i patetici pantani. Il tuo è stato un percorso inverso, da una rigogliosa vecchiaia ad una saggia giovinezza. Er barcarolo che va controcorente, insomma. Questa nuova follia temperata dall’esperienza. Quell’inconsapevole accumulo ai tempi della corsa e del vigore.
Stephen Dedalus: Ritratto dell’Artista al Tempo del Maldischiena.
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Èqquando. Èqquando chiude la saracinesca con i suoi lucchetti e chiavistelli, e le luci sono accese sulla vetrina anche di notte, ad esibire impreziosite terrecotte e tappeti madeira, tessuti in cotone e ciniglia, intrugli odorosi, profumi ed essenze senza disruttori e parabene; èqquando esce sull’androne scuro che tutte le teste si voltano. Dal ristorante di fronte, dal bar delle lesbiche, dal bazar delle scarpe, si girano e bisbigliano: è-lui-èpproprio-lui, a dare nuovo lustro a questa nostra stretta via.
Dal nulla è apparso, dal nulla proviene, ma chi è, ma ‘ndovà e cheffà. Ma guarda ben che sicurezza e che carisma che ci ha…Un uomo a cui le cose posson solo andare ben. Una volta ci scappò pure l’applauso, ci scappò, a cui egli rispose accennando con la posata gravità di un inchino contenuto. E senza troppo darci di consenso e vanità. Emmuove ora rincasando, in cilindro e redingote, poggiando sul pomello del suo lucido baston.
Lungo la via muove, a passo lento ma sicuro verso Indipendenza e l’Arena del Sol, fumandosi il trinciato che al bancone si rollò. Buono l’incasso, compiuta l’incombenza dei corrispettivi del giorno, sale finalmente in carrozza. Lo riconosce il vetturino nel mantello e saluta con due dita alla visiera.
Toc-toc, segnala la partenza con due colpetti del baston.
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Quando apristi il pugno erano mosche
e sotto quel pennacchio era il fumo
che disperdevi fra case abusive
e gente di facile coltello.
E davi a vedere tutta una gran smania per il Nord.
Beh, non so se la ricordi quella. Ora attende sulla riva
e spera nel mio galleggiare in rigor mortis
ma si trascina intorno il cadavere suo.
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Il mondo non è in pericolo, al massimo lo siamo noi. Ma non credo che la natura si stia ribellando all’uomo, è solo che l’uomo ha tarato le proprie difese su una natura ancora mite. Il freddo si alza e si abbassa come sempre ha fatto nel corso delle ere. Il grande freddo, come la fame, la malattia, l’insussistenza economica, è il nemico storico sui cui bastioni già avevamo steso le tovagliette dei nostri pic-nic, sicuri ormai di una vittoria definitiva.
Il rischio è quello di una Storia riportata ad un grado zero in cui tutto ricomincia, la lotta a quanto pare è senza fine.
Danzano batteri che credevamo sconfitti da antibiotici che vanno perdendo la loro efficacia. E non è certo per una ribellione dei batteri, che fanno come han sempre fatto i batteri. Scriteriato è l’utilizzo di questa ed altre risorse.
Il costo del pieno di benzina può compromettere la remuneratività di un mestiere. Quello delle bollette il diritto ad abitare, restringendo gli spazi già minimi dell’agio. Uomini come noi lasciati indietro, abbandonati all'ipotermia dei marciapiedi. Avevamo dimenticato la terribile sensazione della morte all’uscio, costante nei secoli fino all’avvento della pietra filosofale, la magica penicillina, elisir di lunga vita. E del riscaldamento autonomo. E degli scaffali sempre pieni. Le comodità alla portata di tutti che si rivoltano in guerra per l'esistenza.
E' il prezzo da pagare, così vanno le cose, si coprissero prima di uscire, ogni cambio d’epoca ha le sue stragi. Ma in ognuna il colpevole era nominabile. Questa ce la raccontano provenire dalle irresponsabilità del mercato, ineluttabile come questa improvvisa raffica di blizzard tagliente che sbuca dal nulla: quando la colpa è frazionabile all’infinito, non è più colpa ma selezione e natura. Con questi argomenti i Re Sole e le Marie Antoniette si preservano dalla ghigliottina, si sa mai che la gente bruta non si incazzi davvero.
Interi popoli sacrificati alla salvezza del sistema, la normativa, la direttiva, la regola. Ad una percentuale. Gli storici del futuro sghignazzeranno rotolandosi sui loro parquet eco-sostenibili.
Ma occhio, satrapi, che qui procedura fa rima con dittatura. E le rivoluzioni da cui proveniamo esplosero, a Boston come a Parigi, per queste stesse soffocanti, mere questioni tributarie.
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Midnight in Paris racconta di un atteggiamento comune, la collocazione della propria felicità in un tempo o un luogo altro, comunque via, purchè lontano di qui. Stratagemma diffuso in questi tempi di rivolgimento epocale. Oh, si stava così bene negli anni ’20, o nella Belle Epoque. Ma anche nella Cina social/capitalista, o a Soho, o nei giardini socratici dell’antica Atene. Piuttosto che nella Città del Sole.
La realtà non piace e si colloca il buono stare in un Altrove a cui aspirare. In un'Età dell'Oro del passato, dove tutto funzionava. In una Città Futura, da conformare secondo i propri desideri. O al presente, ma in un Paese Lontano. La variante filosofica di questo atteggiamento è l'utopia, termine che risente della compresenza di due significati opposti in un prefisso. L'etimologia eu-topos, che sta per buon posto, si mescola e si oppone a quella u-topos, dove u- ha valore privativo. Quindi un non-luogo, un posto che non può esserci. La sua doppia valenza produce un ossimoro, ma più ancora il paradosso di un gran bel posto che non c’è. Nel lemma vi è l’allestimento di una trappola: nella Belle Epoque non ci sono antibiotici, ci ricorda Owen Wilson nel film, e non è raro schiattare per un banale mal di denti.
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Achille cammina per le vie della città di Lille e la pioggia gli sferza il viso. E’ una nube di aghi di pino gelati, sottile, fitta e lui le si offre come a catturarne calore e sollievo. Achille è spossato, snervato da scorpacciate di paesaggi mediterranei. E’ sazio di quella bellezza sfrontata e, come spesso avviene quando l’abbondanza è eccesso, quasi ignorata, se non violata dalle sue stesse genti. E lui percorre quelle vie di pavé e di porfido, il pisello insaccato e rattrappito dal freddo a frenare per una volta voglie e vogliette; percorre le architetture fiamminghe dei vicoli, e poi quelle monumentali delle piazze; che colano ai suoi piedi e su un firmamento biondo-rossiccio di persone translucide e gentili, sorridenti, stranamente sorridenti. Come fosse quella tiritera ininterrotta di intemperie a sancire fra loro un solido patto di fraternità.
Freddo secco e ghiaccio. Ma si va da Morel, ci si scalda con pastis e birra buona, fra l’intellettualame locale, artisti veri e due lesbiche che si baciano.
Questo di sopra. Invece di sotto…
[Sotto quella buccia di asfalto e pavé c’è una distesa millenaria, e sono decine di migliaia gli anni, di anime morte. E noi ce ne nutriamo, le divoriamo ogni giorno. Persi nel nuovo e irritante rito dell’agricoltura biologica - “Uuh, l’hai sentita questa melanzana?”, “Il pomodorino, assaggia il pomodorino” - nutrita in quell’humus gocciolante e crocchiante di più o meno illustri predecessori che è ogni terra fertile, noi imperterriti azzanniamo pannocchie. Antropofagi, divoriamo la nostra stessa antropologia. Achille ne è consapevole ma mica si impressiona: tanto poi ci dà di dentifricio e spazzolino.
C’è chi rabbrividisce di fronte a lapidi e cimiteri, ci vede la morte che incombe. Achille no, in quelle stesse lapidi ha sempre scorto le vite che furono. Ottimismo stolido? No, solo una lettura piana e scorrevole della realtà. Ed è così anche in questa città mercantile posta sul culo delle Fiandre, dove già gli alberghi si chiamano Brueghel e Van Eyck. E dove, non a caso, spuntano floride quelle troie delle azalee, sempre vogliose di sensuale materia organica.]
Nella piazza della città di Lille si è materializzata la Grande Ruota Panoramica. E’ letteralmente comparsa dal nulla autoinstallandosi fra gli sguardi attoniti dei cittadini. Uscito dal bistrot Morel, Achille come un automa svolta a destra e poi ancora a destra e se la ritrova davanti. Ricolmo di spirito, sa già cosa deve fare. Non si pensi ad altro, è l’emozione per la ormai prossima estasi a farlo barcollare. Lei lo sta aspettando, ha fermato le sue divinatorie rotazioni apposta per farlo salire. Si aggiusta anche un pochino per favorirlo quando Achille inciampa sul gradino della navicella, prima di sistemarsi bello seduto.
E’ un mistero il perché gli uomini amino tanto rimanersene sospesi, nell’acqua come nel vuoto. Credo abbia a che fare con la percezione del proprio peso corporeo, con la necessità di dimenticarsene ogni tanto. In Oriente hanno sviluppato tecniche di lievitazione, qui da noi si rimedia con piscine, paracadute e ruote panoramiche. Achille a mezza via già si gode la vertigine, mentre la ruota lo coccola e se lo tiene caro. Guarda nelle finestre Achille, nelle finestre con i francesi dentro, appena sfiorate dal passaggio della navicella. La Grande Ruota Panoramica gli trasmette i loro pensieri: quei due lei lo desidera e lui no, anzi se ne vuole andare. Quest’altro ha fame. L’orfana rivuole papà. Quel signore è contento del fatturato. Davanti a quei bicchieri stasera sboccerà un’emozione. Dov’è finita la mia banconota da venti euro. Insomma si tira avanti, ostinatamente e solo vagamente consapevoli che un giorno ci si unirà agli altri, già sotto la buccia di porfido e pavè. Ma questo è buono e utile: buono, perché nonostante tutto si vive.
E utile, per i pasti biologici delle generazioni future.
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La macchina è un enorme marshmellow infagottato in centimetri quaranta di neve. I potenti mezzi a mia disposizione per snevarla si riducono alla forma desolante di una scopa. Quando finalmente metto in moto e ingrano sono zuppo e disciolto, dentro le scarpe tutto il gelo che verrà. A metri sette dalla partenza il mezzo si inchioda e scivola sul posto gemendo. Né avanti né indietro ma lo libero in minuti quindici. Calcolo il numero di stop per coprire i trecento metri di sterrato innevato fino alla strada principale, asfaltata e cosparsa di sale. Bloccandomi ogni sette metri sarebbero quarantadue fermate virgola ottantacinque. Ci arriverei in circa undici ore, fermi restando i sette metri e i quindici minuti ad ogni impantanamento. Decido che forse non è il caso. Marcia indietro e in qualche modo rimetto la macchina dov’era. Non mi resta che alzare la cornetta mobile e chiamare, senti mi sa tanto che ci devi andare da sola.
Mi sta bene e mi piace che l’inverno sia inverno e l’estate sia estate. Mi piace pure che sia un evento naturale a bloccarmi qui impotente, a soli trecento metri dall’umano trafficare. La prigionìa che te ne rende libero. Ora ho una tazza di tè bollente fra le mani, altri hanno svolto bene il compito per cui mi ritenevo indispensabile.
Mi abbiocco e la neve sale, sale, sale fino alle finestre e al tetto. Al mio risveglio è troppo tardi, essì, non potrò più uscire fino al disgelo, e i viveri non so se basteranno. Poco male, divorerò i libri che ancora non ho letto. E ascolterò la musica che sempre ascolto. E scriverò lettere a coloro che amo, con un mozzicone di matita e con grafia incerta. E attenderò contento la mia liberazione in felpa e calzettoni di lana antiscivolo. Tanto non sono indispensabile. Poco male.
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Fuori dal jazz club è gelo e nebbia, perfino la nota scacchiera sul selciato della piazza se ne sguizza via sulla galaverna. Dentro invece promette bene, i musicanti li vedi sicuri e ringalluzziti da exploit recenti. Già al sound check si riesce a capire come quel fiotto sonoro evolverà. E andrà davvero così, sarà che è gente che mantiene le promesse; o non le fa ma non sbaglia un colpo.
L’aria dell’ambiente è grondante di calda voglia, calde le note. Mano a mano che il locale si riempie fitto sale il calor bianco nel rito dei corteggiamenti. Calde e morbide anche le signore al cui tavolo sei invitato al volo, con un gesto sorridente delle dita, e a giusta distanza dal palco. Sarà il franciacorta ma stasera ti sentiresti di farle contente quattro quante sono.
E invece ti lasciano indietro per la loro bella orgia orchestrale, il ritmo pelvico scandito dalla sezione ritmica, sciaff-sciaff pciii, sciaff-pcii. I sax che le soffiano e le impastano, per tacere della tromba e del trombone. Note dense in alto, in basso, dentro, dappertutto. E queste qui mica scappano, ma arraffano tutto dimenandosi in abbandono, con gli occhi chiusi, o le labbra semiaperte e umide, le pupille lucide, le narici dilatate e si lasciano risuonare, orchestrate da note in chiave di desiderio, ma che è sta roba, urca, mamma mia. Ed è loro che ti guardi ormai, baccanti impudenti scostumate, che quasi ti casca il bicchiere del gintonic.
Ed è irreale il gelo in contrasto con la smania che ti innerva tutto, quando alla fine esci e schivi i colpi della bruma a zig zag, col tuo bottino stretto stretto al petto e la macchina che pare un igloo.
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E’ ormai la notte fonda di un Capodanno ardente quando attacca questa prima nota, ed è perfetta. Come in una partitura ben scritta ogni emozione ha un suo contenitore che la catalizza e contribuisce in larga misura alla sua risonanza. Qui lo spartito è un cenone affollato di musicisti di varia grandezza, mescolati a gente come me. Poi tutti a passeggiare avanti e indrè per le viuzze medievali della rocca, in attesa dei dodici rintocchi. Sto seduto di fronte ad un sax e signora, lui ha cantato con Gil Evans e Chet Baker e ci scambiamo sigari. Lei produce dolcezza, ironia e accento francesi nell'incarnato del Senegal. Anche Amicizia al mio fianco brinda, ciacola e sorride lieta.
L’attesa si prolunga nei camerini fra partite a scacchi e bighellonamenti abusivi nel retropalco. Sarebbe già il tempo del sonno REM e il concerto ancora deve cominciare. Gli orchestrali sono stanchi, “mi va di suonare come di morire” e ci ridono su. Il Grande Trombettista scalda il labbro e lo strumento, gli altri lo precedono in scena. Occhi tesi a scavare l’emozione dai segni neri e netti sulle pergamene, da lì prenderanno il volo le loro improvvisazioni. Attacca la prima nota ed è perfetta.
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Nelle vie del centro scorgo una vetrina in allestimento, con i manichini spogliati come da un defogliante. Il loro sguardo vitreo è fisso verso un orizzonte di vetro. Capelli di bambola, la postura delle braccia simula un movimento in corto circuito. La nudità legnosa è quella asessuata di una pianta d'inverno, meglio il freddo qui sul marciapiede. Mi riscaldo con un vin brulé e le lampade a gas del bar di fianco, ma anche lì il mio sguardo è contagiato, per un lungo attimo, in quel gioco di vetrose corrispondenze.
La commessa ne veste uno e quegli abiti di colpo prendono vita su un corpo che rimane freddo e inanimato. Il bicchiere a mezz’aria è fermato dalla stravaganza del fenomeno, ogni moto di desiderio va a schiantarsi, come contro un’invisibile vetrata. E mi chiedo e mi interrogo e mi inquieto, in un'aura da pre-epilessia.
L'antidoto e il recupero del senso di realtà vengono col posarsi di nuovo sul flusso umano in movimento, come una farfalla, e nel ritorno al solito pensare polveroso.
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Ad attrarre la mia attenzione è il tremolìo di un violino, strumento che per qualche motivo ho sempre detestato. Questo suona una canzone balcanica dal tempo claudicante, zoppo come la persona che imbraccia lo strumento. Il guanto di lana grezza è tagliato alla falange, ne escono i polpastrelli induriti dall'esercizio sulle corde, intorno i portici pieni di gente fanno da quinta alla strada in porfido. L'impressione, non solo mia credo, è che il mendicante accentui la menomazione, a far leva sul sentimentalismo pre-natalizio. Così come tende a indugiare su certe cadenze suggestive, d'inganno. E intasca sbrigativi oboli da fredde dita e congestionate che sbucano da maniche pesanti. Ma a forza di darci dentro qualcosa ha imparato e non se la cava male in questa melodia straniante, a mezzo fra Goran Bregovic, Bela Bartok e le note in dissesto di un'economia da fine Weimar. Rosso è l'orizzonte e cupo, fra i passanti si mescolano i poveracci ai saltimbanchi e a figure grasse e caricaturali come in certi quadri di Grosz.
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Inviato da: paratattico
il 26/04/2012 alle 19:03
Inviato da: beside_me
il 19/04/2012 alle 11:04
Inviato da: bisou_fatal
il 17/04/2012 alle 15:51
Inviato da: paratattico
il 02/04/2012 alle 17:14
Inviato da: bisou_fatal
il 02/04/2012 alle 16:46