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Simonquest80
   
 
Creato da Simonquest80 il 02/09/2010

parole nude

poesie e racconti

 

 

_alzati dal cesso

Post n°41 pubblicato il 29 Febbraio 2012 da Simonquest80

come ti senti

deriso

mentre i cocci del tempo

ti sfregiano il viso

 

quali mosse

hai deciso

per sfilarsi dal mondo

a volte basta un sorriso

 

e ti nascondi

perché hai paura che ti riprendano

e ti difendi

dalle parole che ti ritornano

in circolo, come quei virus che resistono

 

non ci sono antibiotici contro la malinconia

solo sporco sul cuore da grattare via

amico, gli amori passano…

 

 

oggi chi diventi?

un uomo..

tra il silenzio e i ricordi

scegli un suono

 

quello dei passi

sull’asfalto

lasciare orme

siamo nati per questo,

…e poco altro

 

 

e ti nascondi

perché hai paura che ti spengano

e ti difendi

dai suoi sogni che ritornano

in circolo, come quei virus che resistono...

 

non ci sono antibiotici contro la malinconia

solo polvere sul cuore da soffiare via...

 

amico mio, gli amori passano...

e tu ora vomita quanto devi

ma ogni minuto dedicato al passato

è un minuto in meno a chi lo avrà meritato

e ci siamo tutti in questo precariato

per cui alzati in fretta dal cesso

dopo aver cagato

perché tutto il resto

è tempo sprecato

 
 
 

_e questo è

Post n°40 pubblicato il 15 Febbraio 2012 da Simonquest80

c’è bisogno di una regia esatta

per mettere in scena il caos

di equilibrio e costanza

per dare un senso alla follia

di silenzi perfetti

per rubare le note al proprio battito

e gambe forti

per volare sul filo del tempo

e ali grandi per rincorrere le favole

quando anche la neve diventa pesante

ma c'è ancora un bel pezzo di strada ...

 

e c’è bisogno di un’assenza

per dare un senso a tutto quanto

e di un ritorno, prima che le mode cambino

che la pelle e i sorrisi si accartoccino

che nascano i figli…Ti dirò,

c’è bisogno anche se non ce n’è

perché siamo fatti di sogni

e questo è_

 
 
 

_dodici anni senza

Post n°39 pubblicato il 20 Gennaio 2012 da Simonquest80
 

A dodici anni conoscevo tutti i nomi dei giocatori delle squadre di serie A, panchinari inclusi. Avevo una macchina preferita. Mi ero innamorato più di una mezza dozzina di volte. Dimostravo una certa dimestichezza con i film che le reti private passavano a notte fonda e avevo capito che l’unico nemico deciso plebiscitariamente da qualunque popolo non fosse il capitalismo sfrenato o la mafia, ma la polizia municipale e i suoi malefici adepti. In dodici anni, un esserino in grado soltanto di grugnire, sbavare e farsela addosso, ha tutto il tempo di diventare un mezzo uomo, con pregi, difetti e la matrice grezza di quello che sarà di lì a poco un modo di pensare, uno schema d’azione per affrontare il mondo nell’epico duello con la vita. Ecco cosa può accadere in dodici anni. Perché dodici anni sono una mezza eternità, per i gatti quasi una vita e per le maledette zanzare sono generazioni e generazioni. C’è tutto il tempo per una persona d’imparare come pilotare un’astronave o per scoprire di avere un orientamento sessuale divergente dalla comune eterosessualità, e per metterlo in pratica abbondantemente, qualunque esso sia. Se penso a tutto questo, allora si fa salda in me la convinzione che quel che sto per fare sia una sciocchezza, frutto solo del brulicare incessante e nervoso dei miei ormoni di quasi trentenne single: non le dovevo chiedere di rivederci dopo tutto questo tempo, dopo dodici anni di nulla, se ci avessi riflettuto avrei capito anch’io, nonostante i miei lampanti limiti cognitivi, l’insensatezza dell’iniziativa. Ma dio, le avete viste le foto del profilo su  Facebook? Io sì. Sono mesi, da quando mi ha chiesto l’amicizia e da quando io le ho detto sì, dopo svariati “no, non ci credo”, “no, non è possibile che sia lei”, “qualcuno mi sta facendo uno scherzo, è sicuramente una trappola della polizia informatica  perché hanno scoperto che scarico giga di musica e film”; dicevo, sono mesi che me ne sto imbambolato davanti al monitor a guardarla e a riguardarla, con l’ansia di uno che sa che sta facendo qualcosa di quasi proibito, ma se ne frega perché proprio non resiste. E ogni volta che me ne pubblica una nuova (perché sì, è ovvio che le pubblichi per il sottoscritto), dentro di me si susseguono ovazioni da stadio senza soluzione di continuità: sembro un bambino che non vede l’ora che arrivi il giorno successivo per aprire una nuova finestrella del calendario dell’Avvento e guadagnarsi così il dolcetto. Ebbene, dico io, forse sarebbe anche ora di farlo arrivare questo benedetto  Natale, anche perché ormai la morte per diabete fulminante è solo questione di ore.

Chissà quante fermate mancano. Non sono pratico di questa zona, qui non ci vengo quasi mai e a giudicare da quanto è vuoto l’autobus direi che non sono il solo a prediligere altri luoghi di questa città. Ricordo che ai tempi, i primi anni del liceo, mi ci ero fatto accompagnare un paio di volte da mia madre, poi quando non si trattava più di fare assieme soltanto i compiti, non me la sono sentita di continuare a chiedere un passaggio,  perché tutto di quelle giornate iniziava a diventare affare mio e soltanto mio. In un certo senso credo che anche per questo il sesso rappresenti una tappa fondamentale del diventare adulti, perché inizi a fare i conti con qualcosa che non deve interessare nessun altro all’infuori di te e della ragazza con cui esci. Certo, agli amici qualcosa si racconta, ma non sono che le briciole di qualcosa che in genere, almeno all’inizio, è molto più grande.

Mi affiderò al bambino con la maglietta di Zidane, non vedo alternative, a parte quella coppia di anziani addormentati uno sulla spalla dell’altro, e ad ogni modo non ho proprio voglia di alzarmi per andare a bussare al conducente, troppo caldo, bisogna limitare al massimo i movimenti:  mica posso presentarmi pezzato di sudore, non dopo tutto questo tempo senza vederci.

-    scusa zizou, sapresti dirmi quante fermate mancano prima di piazza dei mille?
-    sì, tranquillo, ci scendo io lì…
-    grande zizoù, allora ti tengo d’occhio!

Non che la mia frase stereotipata lo richiedesse, ma lui non mi risponde,  e anzi, mi sta guardando con un’espressione tra l’indifferente e il compassionevole. Mi guarda proprio come si guardano i vecchi. I vecchi che parlano da vecchi. Esattamente come io, un minuto fa, ho guardato la coppia di anziani addormentati e seduti poco più in là. Ecco un altro segnale del tempo che stravolge le cose e i punti vista. Forse dovrei scendere qui. Scrivo a Stella che mia madre ha avuto un mancamento: in fondo stare male d’estate, per i caldo eccessivo, è abbastanza un classico, lei mi crederebbe. Anche perché chi lo dice che tutte quelle sensazioni, che tutti i miei ricordi non siano stati in realtà alterazioni ed educolorazioni del tempo? Senza contare a quante saranno le cose che ho avrò del tutto rimosso o dimenticato.
 Quando la penso rivedo la sua stanza, le pareti coperte dai poster di improbabili boy band e il suo completino intimo pieno zeppo di fiorellini rosa e azzurri.  Doveva averlo comprato quello stesso giorno, perché non se n’era accorta, ma aveva ancora su il laccetto di plastica da cui pendono i talloncini delle marche, lo ricordo bene perché ci sfregai su un po’ di volte e tornai a casa svariatamente rigato. Magari aveva anche messo dei soldi da parte per quell’occasione lì: ho sempre amato la pianificazione amorevole di alcune donne; io non sono mai stato capace di certe cose, anche amando molto, vivo più sul filo della situazione, del momento, sarà per questo che poi finiscono tutte per scaricarmi, non do l’aria di uno che un mattoncino dopo l’altro ti tira su una casa, più di quello che cerca di convincerti che anche sotto un albero o una tettoia si possa stare bene, e la paura più forte che nutrono e che ci possa effettivamente riuscire, a convincerle.

Il bambino è troppo tranquillo, lì chinato sul suo smartphone non mi dà l’aria di uno che sa davvero quel dice e dove sta andando. Gli do ancora due fermate, se non riceverò alcun tipo di cenno soddisfacente, andrò a chiedere al conducente, mettendo pericolosamente a repentaglio la perfezione immacolata del mio camiciotto nuovo e intonso. Oppure potrei fare finta di niente, arrivare dall’altra parte della città e avere così una buona scusa per saltare questo incontro che più passa il tempo e più diventa pesante da affrontare. Immotivatamente pesante; ma si fa presto a dire “immotivatamente”. Mettiamo che sia cambiata del tutto, che abbia subito dei traumi psicologici enormi o sia finita sotto una macchina, o schiacciata nella sua in un mega incidente lungo la statale. Voglio dire, può essere, le statistiche parlano chiaro, i morti sulle strade in Italia sono oltre la media Europea, per non parlare dei sopravvissuti che hanno subito danni permanenti. Ricordo che ai tempi giocava a pallavolo per una squadra di provincia. Allora ci andava con i mezzi, ma di sicuro una volta presa la patente avrà cominciato a recarcisi in macchina. Metti un giorno di nebbia. Di quella nebbia densa che non vedi neanche le macchine che ti passano affianco, quando ti passano affianco. Non ci voglio pensare, ma metti  che una volta un tir, un camion di vacche, non so. Tutto può essere. E se mi si presenta così, così come sono le persone che hanno avuto un incidente. Io che le dico: “ti trovo in forma…”, “certo che dopo tutto questo tempo non sei cambiata di una virgola” o ancora “se possibile sei ancora più bella”. No, non direi niente. Accetterei il destino. Che poi voglio dire, se lo ha accettato lei…

Che pensieri stupidi. Tutta colpa di questo ventuno che non arriva mai, o del ragazzino che mi ha preso per i fondelli o non sa quello che dice. Ora mi alzo e mi sente.

-    Hey, Zizou..

Non faccio in tempo a finire la frase, che quello mi guarda e mi fa cenno di scendere, proprio mentre le porte si stanno aprendo. Dentro di me so già che quello scatto mi costerà qualche goccia di sudore di troppo, ma non importa, sono arrivato e finalmente porrò fine a tutte queste fantasie inutili e assurde.

Metto piede per terra e tutto d’un tratto mi pare quasi di riconoscere la via. Mi rendo anche conto che la fermata di piazza dei mille era la precedente. Guardo l’ora. Sono in anticipo di una manciata di minuti. Posso godermi l’avvicinamento, che poi è la cosa che preferisco. Uno ha tempo di scrutarsi da lontano, di prepararsi all’incontro lentamente, perfino di cercare di capire lo stato d’animo della persona che ti sta aspettando. Guardi come sta in piedi, se è seduta. Se se ne sta  con le braccia incrociate e ferme, se si tocca i capelli nervosamente o se si picchietta i piedi uno contro l’altro, lasciando trasparire un certo grado di ansia. C’è il tempo giusto per approssimare l’abbozzo di una sintonizzazione tra gli stati d’animo, e questo in certi casi è molto importante.

Più mi avvicino e più mi sembra di essere stato qui l’altro ieri. Tutto è quasi identico ad allora. Ma non è solo il posto a tornarmi in mente, è come una storia che mi si rivela e srotola davanti come quando riapri un libro dopo tanto tempo e ti accorgi dopo poche righe, che è come se lo avessi appena finito di leggere, tutto torna in superficie in un breve, brevissimo tempo. E non starò a spiegarvi il mio livello di sconvolgimento, ma lo capirete da voi, quando a due passi da lei, bellissima così e più di quanto ricordassi,  capisco di non averla mai amata, non averci mai fatto del sesso, di non essere mai stato più intimo di quanto lo possano essere due ragazzi che studiano assieme come far venire le equazioni di secondo e di terzo grado. Stella era solo, e solo si fa per dire, la donna sulla quale, inconsciamente, avrei poi misurato tutte le altre, e nessuna le si era mai, anche solo lontanamente, avvicinata. Troppa è la distanza tra le immagini dei sogni e la sostanza della realtà per pretendere che le due cose siano in qualche maniera comparabili. Insomma, Stella esisteva, ma da quando aveva lasciato la scuola in quarta liceo, io non avevo fatto altro che cucirle e cucirci addosso, vestiti diversi. L’avevo resa ciò che io avrei voluto che fosse. Avevo inventato con lei la vita che avrei voluto vivere. Incredibile come  uno a volte è convinto di aver dimenticato qualcosa e invece ne ha semplicemente stravolto il ricordo.  

Eccola lì, occhi grandi, capelli lunghi e castani, e dietro di lei il suo portone. Certo, il portone numero ventuno. Come l’autobus, come la maglia di Zidane. Ora è tutto chiaro. Bentornata mia ossessione. E bentornato destino.






 

 

 
 
 

_suggestioni

Post n°38 pubblicato il 17 Gennaio 2012 da Simonquest80
 

ti consolano, ti accendono

ti versano in gola parole

che sanno di dolce

ti prendono e disarcionano

non importa a che punto della vita

qualunque sia il posto

quando loro sussurrano al tuo orecchio

l’aria velenosa attecchisce e trapassa

la volontà nulla può

e si china su sé

si rannicchia

e discretamente

dopo poco

 si spegne

e tu

lo scemo

che del nulla è innamorato

e, coerentemente, per nulla e col nulla

ricambiato

 

maledetta suggestione

maledette coincidenze

maledetto il tuo viso

il sorriso che ti gonfia gli zigomi

maledetti i ricordi

maledetta la nostalgia

maledetto il sogno

maledetta la distanza

maledette tutte le ambizioni

le parole trovate e quelle mai dette

maledetto cuore afono

maledetto il tuo citofono

maledetta la tua via

maledetto  ogni marciapiede

intorno a casa tua

maledetto agosto

maledetto il gelo

maledetti i momenti perfetti

mai arrivati o mai capiti

maledetti tutti quelli sbagliati

maledette le rose

le nuvole, il cielo

maledetta la pioggia

le stagioni e il vento

maledetti i fili d’erba

le colline, la neve bianca

che cadeva a batuffoli enormi

maledetta la musica

maledetti i mediocri

che rimpiangono istanti mai vissuti

che rinnegano quelli vissuti a metà

maledetto me

e maledetto più di tutto

questo ostinato ineguagliabile ricordo

ancora mai vissuto

con Te_

 
 
 

_la pioggia che cade di traverso non è per forza spiacevole

Post n°37 pubblicato il 17 Gennaio 2012 da Simonquest80
 

dove stiamo andando?

anche se lo sai

continui a chiedertelo

 

mentre la tua smorfia non cede di una virgola

e s’interroga piatta e bianca in mezzo allo specchio

e luccicano fuori le gocce di pioggia

che traballano prima di staccarsi

dai lampioni e dai cornicioni

dalle gru delle case in costruzione

dagli occhi stanchi di un vecchio fresatore

in affitto, cassaintegrato a 5 anni dalla pensione

che aspetta che accada qualcosa

ma è l’acqua soltanto a cadere

e la tesa del cappello non nasconde abbastanza

non nasconde la rabbia

morsa tra labbra screpolate e dritte..

che poi a farlo sparire

ci pensa la nebbia….

 

 

a che punto della storia

tra quali capoversi

improvvisamente

tutti si sono persi…

 

…e stasera mi pensi

anche in mezzo all’alluvione?

mi pensavi ieri

lunga sotto il sole?

e quando il governo cadeva

sbloccavi il cellulare

per vedere se avevo chiamato

se avevo scritto

se mi ero ricordato

dei nostri pochi mesi?

che ci sembravano tutto

e decisamente ora lo sono

e me ne sono accorto

mentre a mano disegno la tua bocca

così come me la ricordo

rossa mentre la guardo che si muove

e me la immagino addosso

ed è già troppo tardi

per chiederti adesso...

se posso_

 
 
 
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