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25 Aprile: Festa del Popolo Italiano

Post n°134 pubblicato il 24 Aprile 2015 da pasquale.zolla
Foto di pasquale.zolla

25 Aprile 2015: L’Italia è ancora un Paese libero?

Il 25 Aprile di settant’anni fa (1945) il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione in tutti i territori occupati ancora dai nazifascisti, dando ordine alle forze partigiane di attaccare i presidi fascisti e tedeschi per imporre la resa;  inboltre emanò dei decreti legislativi in cui assumeva il potere in nome del popolo italiano. Stabilì, tra l’altro, la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti.

Ciò avveniva qualche giorno prima dell’arrivo delle truppe alleate.

Tutta l’Italia settentrionale fu liberata entro il 1° Maggio, cosa che mise fine a venti anni di dittatura fascista ed a cinque anni di guerra.

Il 25 Aprile rappresenta simbolicamente il culmine della fase militare della Resistenza e l’avvio effettivo di un governo che porterà al referendum del 2 Giugno 1946 per la scelta fra monarchia e repubblica.

Il termine reale della guerra sul territorio italiano si ebbe il 3 Maggio!

Su proposta del Presidente del Consiglio Alcide de Gasperi,il principe Umberto, allora luogotenente del regno d’Italia, istituì la festa per il 1946 con un decreto in cui era scritto: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 Aprile 1946 è dichiarato festa nazionale!”

Celebrazione che verrà ripetuta anche negli anni successivi e lo è ancora ai giorni nostri, con manifestazioni in tutte le città per ricordare l’evento.


          25 Abbrile

25 Abbrile: fèsta nazzjunale!

Dind’i kambesande de uèrre

è avvecine è munumènde

è kadute, nda tuttekuande

i pajìse d’Italje appujate

vènene kròne de fjure p’arrekurdà

tuttekuille k’hanne luttate

pe nu Pajése cchjùmmègghje ce dà:

nu Pajése sènz’udje è razzisme,

ma chjìne de pace è llebbertà

a ndò ggnune kujéte putèsse kambà.

Ma u saggrefice de tanda ggènde

pe nu vvenì dèggne d’èsse kambate

ce dà, ògge nd’i fatte rekaggnate

nenn’éje è sckitte ke paròle rekurdate

véne. Kurruzzjòne è mmalaffare

sònn’addevendate i pale de ‘na nòve

dettature ka u pòple taljane allupéje.

A vuje, ummene, fèmmene, privete

è krjature ka u kambà vustre pe nuje

avete saggrefekate, ògge u grazzje mìje

è dde tuttekuande i uniste cettadine

vace, pure si ki guvèrne l’Italje

a karte kuarandòtte ce stà purtanne!

          25 Aprile

25 Aprile: festa nazionale!

Nei cimiteri di guerra

e vicino ai monumenti

dei caduti, in tutti

i paesi d’Italia  posate

vengono corone di fiori per ricordare

tutti coloro che hanno lottato

per un Paese migliore donarci:

un Paese senza odio e razzismo,

ma pieno di pace e libertà

dove ognuno sereno potesse vivere.

Ma il sacrificio di tante persone

per un futuro degno di essere vissuto

donarci, oggi nei fatti ricambiato

non è e solo con parole ricordato

viene. Corruzione e malaffare

sono diventati i pilastri di una nuova

dittatura che affama il popolo italiano.

A voi, uomini, donne, preti

e ragazzi che per noi la vostra vita

avete sacrificato, oggi il ringraziamento mio

e di tutti gli onesti cittadini

va, anche se chi governa l’Italia

alla rovina ci sta portando! 


 


 

 
 
 

Tangentopoli: una storia infinita

Post n°133 pubblicato il 14 Aprile 2015 da pasquale.zolla

Italia: Repubblica delle bustarelle

Con la cacciata dei Savoia e l’avvento della Repubblica si pensava che l’Italia sarebbe stato un Paese idilliaco dove tutti avrebbero avuto possibilità di progredire e dal punto di vista sociale che politico ed economico.

La Costituzione sanciva un Paese all’avanguardia per salvaguardare diritti e doveri di tutti. Ma i politici non la pensavano così, tanto che cominciarono ad aumentare di numero in modo spropositato inserendosi dappertutto e prendendo a piene mani tutto ciò che capitava loro a tiro.

I soldi nelle loro mani si moltiplicavano e Tangentopoli cercò di arginare il fenomeno degli “illeciti” sotto forme di bustarelle e quant’altro. Divenne, l’Italia, la Repubblica delle banane perché si tendeva a mettere in evidenza solo capacità di corrutela che, con la seconda Repubblica, sarebbe dovuta sparire.

Invece leggi ad personam, privilegi, gettoni di presenza, società fasulle continuavano ad ardere sotto la cenere e, ogni qualvolta un politico (o un suo luogotenente) veniva preso con le mani nel sacco, le lamentele contro giudici “comunisti” si elevavano al cielo per proclamare la loro innocenza. Anzi quando non si poteva negare il maltolto agli onesti cittadini, si attaccavano a leggi, fatte da loro stessi per se stessi, che prevedevano “privilegi e gettoni”, clientelismo, nepotismo e intrallazzi, pur riscaldando le panche in Enti, Province, Comuni, Regioni e Parlamento dove ogni mese la paga era (ed è!) dieci volte di più di quella di un lavoratore.

Oggi, non so se siamo giunti alla terza o alla quarta Repubblica, la corrutela dei politici e di quanti ruotano attorno ad essi è arrivata a tal punto che possiamo definire la nostra Italia la Repubblica più corrotta che esista al mondo.

E intanto i giudici che per anni trovano prove del mal fatto, in Cassazione le sentenze di condanna vengono quasi sempre mutate in assoluzioni, soprattutto per quanto concerne i politici.

E allora c’è da chiedersi: perché in Italia la classe dirigente non controlla, onde non dare adito alla dilagante corruzione sia in alto (capi) che in basso (luogotenenti, aiutanti e lacché) che continua ad impervesare in lungo e in largo per il Paese?

Intanto le condanne per concussione, grazie alle leggi ad personam, sono andate sempre più diminuendo anche per la decorrenza dei termini imposti nei processi.

Oggi il governo intende far ruotare i burocrati onde non costruirsi feudi, tenendoli non più di sei anni negli incarichi assegnati.

È una proposta assai discutibile perché non viene assicurata la tutela degli interessi dello Stato. E non si assicura nemmeno che non si rubi, perché chi lo fa non viene mai emarginato, ma premiato, spostandolo verso altri lidi.

In una società ben ordinata i corrotti non dovrebbero andare molto al di là della qualifica di “impiegati d’ordine”; invece nella nostra società, che non è una società, arrivano ai vertici e ci stanno fin che il contesto stesso che li ha prodotti non decade.

Forse ha ragione Roberto Benigni quando, nel commentare il Settimo Comandamento in tv, ha detto: “Dio ci ha fatto un trattamento di favore, perché ha scritto questo comandamento proprio per noi italiani; è una norma ad personam, anzi pare lo abbia scritto direttamente in italiano.

È quello al quale si obbedisce di meno! In Italia lo capiscono anche i bambini, ma forse solo quelli.

Oggi essere ladri non fa più nessun effetto, eppure vendere la propria anima è il punto più basso della storia dell’umanità!”

Un poeta, di cui mi sfugge il nome, ha scritto: “Nei tempi antichi, barbari e feroci,/ i ladri s’appendevano alle croci:/ ma nei presenti tempi più leggiadri,/ s’appendono le croci in petto ai ladri!”

Verità sacrosante! L’unico a pagare è e sarà sempre l’onesto cittadino!


 


Sèmbe pure d’òggnè pekkate sònne

“Ne nge stace attenzjune ka kuanne

lópe se téne; ne nge stace uardjane

attinde si ne ndòrme; ne nge stace

kujéte sènza pavure; ne nge stace

féde sènza mbedeltà!” Ȯgge cchjù ka

maje tale mude de dì, n’Italje, éje

assaje de móde sòpattutte ngambe

puliteke a ndò u kljèndelisme,

neputisme, ndrallazz’è ppettegulèzze

kunzederate vènene mudèlle

necessarje de kumburtaminde

murale. Ȯre ka lubbrefekéje,

tangènde, uljature de ngranagge,

vallòppe è prevelègge paròle

sònne d’òrdene de ummene k’i mane

mbaste è ppuletekande ka, grazzje

a lègge appruprjate è dda lóre

apprùuàte, sèmbe arresultèjene

libbere d’òggnè pekkate. Appure

sapènne ka ki kerròmbe éje

‘na perzòna lòrde pekkè vennènne

‘a pròbbeta alme u punde cchjù vassce

d’a stòrje d’a umanetà ‘rraggiungéje,

u pitte dind’a cchjìse, ‘a dumèneke

è nd’i fèste kumannate, a vatte se và:

“Mea culpa!... Mea culpa!... Mea culpa!”

 

 

 

 

 

Sono sempre mondi da ogni peccato

“Non c’è attenzione che quando

si ha fame; non c’è guardiano

attento se non dorme; non c’è

tranquillità senza paura; non c’è

fede senza infedeltà!*” Oggi più che

mai tale affermazione, in Italia, è

attualissima soprattutto nel campo

politico dove clientelismo,

nepotismo, intrallazzi e pettegolezzi

vengono considerati modelli

intrinseci di comportamento

morale. Oro che lubrifica,

tangenti, unzione di ingranaggi,

bustarelle e privilegi parole

d’ordine sono di uomini d’affari

e politici che, grazie

a leggi appropriate e da loro stessi

approvate, risultano sempre

mondi da ogni peccato. Anche

sapendo che il corrotto è

una persona sporca perché vendendo

la propria anima il punto più basso

della storia dell’umanità raggiunge,

il petto in chiesa, la domenica

e nelle feste comandate, si va a battere:

“Mia colpa!... Mia colpa!... Mia colpa!”

 

*François Villon

 

 
 
 

IL Cristo risorto porti pace al mondo intero

Post n°132 pubblicato il 03 Aprile 2015 da pasquale.zolla

Pasqua

La Pasqua del Signore inaugura il tempo della nostra salvezza, di una grazia che chiede solo di essere accolta per poter trasformare le nostre esistenze.

Cristo ci ha salvati, ci ha redenti!

Oggi, purtroppo, la tentazione di non vivere da risorti è grande perché sopraffatti dalle preoccupazioni del mondo: sofferenze ingiustamente subite, contraddizioni laceranti che sperimentiamo nella nostra vita, la possibilità stessa che i nostri desideri possano non adempiersi.

Realtà che spesso sfociano nell’ira, nell’odio e nella violenza.

La resurrezione di Gesù rischiara queste miserie umane. Papa Francesco, qualche tempo fa, ha detto: «Gesù non è morto, è risorto, è vivente! Non è semplicemente tornato in vita, ma è la vita stessa, perché è il Figlio di Dio.

Gesù non è più nel passato, ma vive nel presente, è l’oggi di Dio. Cammina davanti a noi, ci precede e ci apre la via.

Egli non è venuto ad insegnare una filosofia, un’ideologia, ma una via, una strada da percorrere con Lui per irradiare nel mondo il Suo Amore!»

Apriamoci, pertanto, alla gioia vera, a quella gioia del Vangelo che ci aiuta a dare il giusto peso delle cose del mondo.

La Pasqua ci dona la pace che si costruisce attraverso le relazioni umane nell’impegno del quotidiano vivendo il proprio essere in Cristo, mettendosi a servizio dell’uomo che vive in situazione di marginalità, povertà e bisogno.

Bisogna soffrire come ci ha insegnato San Francesco Antonio Fasani e San Pio, vicino alla Croce di Gesù, poiché distante da essa è impossibile.

L’incontro con Cristo non deve essere demandato solo ai tempi ultimi e finali della nostra esistenza, ma avviene qui e ora, nelle nostre vicende terrene e nel nostro servizio.

 

 Paskuele: certèzze de speranze

U kóre de l’òme tén’i ritteme

d’a nasscete è dd’a mòrte, d’a prjèzze

è dd’u celizzje, d’u ghèsse è dd’u avè,

d’u ‘mmanènde è dd’u trasscennènde,

d’u fernute è dd’u mbenite. ‘A lòtte

kutedjane tra u bbéne è u male éje,

tra mòrte è kkambbà. A’ fine éje

sckitte u kambà ka vènge ‘a mòrte

nd’a paradussale partite nda ndò

vènge ki mòre, pekkè nen mòre

ma arresurgéje. Ma ò’ kóre

de l’òme nenn’avastene sckitte

prèreke, umelìje, leturgìje,

necessarje a ‘ppreparà u spirde

sóp’a strate d’u sebbuleke a ndò

i fèmmene akkurrute chjamene

a uardà u merakule. Akkòrre pure

‘na mane de karne, ka u pigghje

ke ghèsse è u pórte nda nu kóre

cchjùgranne, nu kóre mbenite  

de meserekòrdje, d’ammóre: u kóre

de Ddìje. Paskuele! Mò u timbbe éje

p’arruciulà vìj‘a préte d’u sebbuleke

p’arretrùuà i bbellizze d’a purèzze,

‘a certèzze d’a speranze è n’Ammóre

mbenite ka ce face speremendà

‘a resurrezzjòne d’a karne ka ce pórte

a n’atu kambà, a n’atu kóre: kuille

d’u Patatèrne è dde Ggesekriste.

 

Pasqua: certezza di speranza

Il cuore dell’uomo tiene i ritmi

della nascita e della morte, della gioia

e del dolore, dell’essere e dell’avere,

dell’immanente e del trascendente,

del finito e dell’infinito. La lotta

quotidiana è tra bene e male,

tra morte e vita. Alla fine è

solo la vita che vince la morte

nella paradossale partita in cui

vince chi muore, perché non muore

ma risorge. Ma al cuore

dell’uomo non bastano solo

prediche, omelie, liturgie,

necessarie a preparare lo spirito

sulla via del sepolcro dove

le donne accorse chiamano

a guardare il miracolo. Occorre anche

una mano di carne, che lo prende

con sé e lo porta in un cuore

più grande, un infinito cuore

di misericordia, di amore: il cuore

di Dio. Pasqua! Ora è il tempo

per rotolare via la pietra del sepolcro

per ritrovare la bellezza della purezza,

la certezza della speranza e un Amore

infinito che ci faccia sperimentare

la resurrezione della carne che ci porta

a un’altra vita, a un altro cuore: quello

di Dio e di Gesù Cristo.

 


 

 

 

 
 
 

Il giorno della pace per tutta l'umanità

Post n°131 pubblicato il 28 Marzo 2015 da pasquale.zolla

La domenica delle palme

Con la domenica delle palme ha inizio la settimana santa che è detta anche domenica della passione del Signore (De Passione Domini).

La chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma, mentre altri stendevano a terra i mantelli o tagliavano rami dagli alberi intorno che agitavano festosamente per rendergli onore.

Nel vangelo di Giovanni (12,12-15) si narra che la popolazione abbia usato solo rami di palma, che sono simbolo di trionfo, acclamazione e regalità.

I rami d’ulivo, di cui nei vangeli non si parla, sono stati introdotti nella tradizione popolare a causa della scarsità di piante di palma in diversi paesi occidentali, come in Italia.

Si hanno notizie della benedizione della palme a partire dal VII secolo in concomitanza con la crescente importanza data alla processione, che è testimoniata per la prima volta a Gerusalemme dalla fine del IV secolo.

La domenica della palme, in occidente, era riservata a cerimonie pre-battesimali, in quanto il battesimo veniva impartito il giorno di Pasqua.

Benedizione e processione delle palme entrarono in uso nel secolo VII/VIII in Gallia, dove Teodulfo d’Orlèans  compose l’inno: “Gloria, laus et honor”, e poi a Roma verso la fine dell’XI secolo.

Oggi i fedeli portano a casa i rametti di palma e d’ulivo benedetti per conservali come simbolo di pace e scambiandoli con parenti e persone amiche.

A Lucera, come in altre regioni del sud, si usa un rametto d’ulivo benedetto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua.

 

 

‘A dumèneke d’i palme

Ȯgge éje pe tutte jurnate de pace.

A fèste i kambane sònnene

è i krjature, annanz’è cchjìse,

semmuvèjene i kacchjetille

de vulive vèrz’u cile, kume

facìje u pòpele d’i ‘Bbréje

dind’u trjumbale ngrèsse tuje

a Jerusalèmme. Palòmme janghe

vèrz’u cile s’agavezèjene  

rengurrènnese nd’a l’arje festóse.

‘A dumèneke d’i palme éje

jurnate de fèste. A Tè, Kriste,

ka sì venute nd’u nòme d’u Seggnòre,

sìje lude è gròrje. A Tè, ka sì

venute a purtà serenetà

dind’i kure è llustre p’allustrekà

ki ne nvéde; pace a ndò nge ne stà

è a nuje medèsme p’a ‘rrjalà

a l’avete sènza destenzjune

de jenìje è dde releggiune,

aveze grazzjune de lude è gròrje.

A Tè, ka te sì appresendate

kum’a nu rè kujéte, assettate

sóp’a nu ciucciarille pe ce dà

u sèmbje de kume arrapì u kóre

ò’ ammòre, a’ serenetà, a’ lustre

d’u spirde, tutt’u ammòre mìje

te vògghje kandà: «A tè, Kriste, rè

è  Ssarvatóre, ka sì venute

dind’u nòme d’u Seggnòre, gròrje

è llude nd’u cchjù avete d’i cile!»

 

La domenica delle palme

Oggi è per tutti giorno di pace.

A festa suonano le campane

e i bimbi, sul sagrato delle chiese,

ondeggiano i ramoscelli

di ulivo verso il cielo, come

fece il popolo ebraico

nel tuo trionfale ingresso

a Gerusalemme. Colombe bianche

si alzano verso il cielo

rincorrendosi nell’aria festosa.

La domenica delle palme è

giorno di festa. A Te, Cristo,

che sei venuto nel nome del Signore,

sia lode e gloria. A Te, che sei

venuto a portare serenità

nei cuori e luce per illuminare

chi non vede; pace dove non ce n’è

e a noi stessi per regalarla

agli altri senza distinzione

di razza e di religione,

alzo preghiere di lode e gloria.

A Te, che ti sei presentato

come un re mite, seduto

su di un asinello per darci

l’esempio di come aprire il cuore

all’amore, alla serenità, alla luce

dello spirito, tutto il mio amore

voglio cantari: «A Te, Cristo, re

 e Salvatore, che sei venuto

nel nome del Signore, gloria

e lode nel più alto dei cieli!»


 

 
 
 

21 Marzo: la primavera inizia con l'invito ad impegnarci a lottare contro tutte le nafie

Post n°130 pubblicato il 20 Marzo 2015 da pasquale.zolla
Foto di pasquale.zolla

21 marzo: Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime di mafie

Il 21 Marzo è giorno dedicato alla Memoria delle vittime di mafie, oltre 900 tra magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, esponenti politici ed amministratori, morti per mano delle mafie solo perché hanno fatto il loro dovere.

Si celebra nel giorno dell’inizio della primavera perché si vuole rappresentare la speranza e la rinascita di una società dove all’illegalità e alle mafie siano contrapposte legalità e giustizia e per ricordare agli onesti cittadini un impegno che non deve essere lo spot di una giornata, ma che va realizzato giorno dopo giorno collaborando con tutti coloro che si impegnano in tal senso.

Diceva Giovanni Falcone: «Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia!»

È, il dire di Falcone, un invito a vivere nel quotidiano e nella normalità i principi che ispirano la nostra vita; a far germogliare e attivare quei semi di cittadinanza presenti nell’animo dei cittadini onesti, a partire dal riconfermare e riflettere sulla bellezza del mettersi in gioco e del decidere da che parte stare nelle piccole e grandi cose.

Di fronte alla sacralità della vita e dell’essere umano non bisogna ritenere un delitto di mafia “tragica fatalità”, ma un assassinio, un crimine contro l’umanità e per combatterlo non bisogna rinchiudersi nel silenzio, ma parlare perché le mafie s’infiltrano dappertutto: nelle istituzioni come nei mercati finanziari, distruggendo così ciò che con fatica le persone oneste hanno creato.

Chi sa, parli! Solo così verrano smantellate le cappe di piombo che stringono in una morsa mortale interi paesi, negozianti e gente addeta a mantenere integre le Istituzioni nel rispetto della Legge!


‘A veretà ‘a justizzje lustrekéje

U munne mbenite a nuje ce manne

maravegghjuse messagge d’Ammóre

nda òggnè òr’è mmumènde d’u jurne:

i raje d’u sóle ci’arrekòdene

kè ’a lustre è ‘a fórze d’u krjate

ce arrjalene kelure è llustre;

‘a nòtte messagge manne k’arrivene

pemmizze de l’ucchje d’u cil’è u kambà

nustre messagge ce manne nda òggnè

mumènde, nda òggnè semmuvuminde

ka facim’è premmètt’ò kóre d’i sènde

è dd’i kambà. Tuttekuist’u Patatèrne

ce have arrjalate pe ce lebberà

d’a pavure è ‘vetà delure, cigghje

è mmòrte è ppe ce dì ka u mèrete

d’u kambà nge stace dind’a kuandetà

d’i jurne, ma dind’a ‘usanze ka se fà.

Pettande facime d’u kambà nustre

‘na kannéle peccenènne ka skangèlle

u skurde è sse kungretezzéje kume

respunzzabbeletà, legaletà, sinze

de justizzj’è kkúre de ki ‘vvecine stà.

Bbannime ‘a vjulènze ka, fórze, póde

arresórve nu prubbléme, ma chjande

i semènde pe tandavete. Avezame

òggnè petròne de chjumme ka se mètte

tra nuje è kki atturn’a nuje stace

è u vére da lustr’a’ justizzje farrà!

 

La verità illumina la giustizia

L’universo infinito ci invia

meravigliosi messaggi d’Amore

in ogni momento del giorno:

i raggi del sole ci ricordano

che la luce e la forza del creato

ci donano colore e brillantezza;

la notte messaggi invia che ci giungono

attraverso le stelle e la vita

nostra ci invia messaggi in ogni

momento, in ogni movimento

che facciamo e permette al cuore di sentirli

e di viverli. Tutto ciò Iddio

ci ha dato per liberarci

dalla paura ed evitare dolori, sofferenze

e morte e per dirci che il merito

della vita non sta nella quantità

dei giorni, ma nell’uso che se ne fa.

Pertanto facciamo della nostra vita

una piccola candela che debelli

l’oscurità e si concretizzi come

responsabilità, legalità, senso

di giustizia e cura di chi ci è vicino.

Bandiamo la violenza che, forse, può

risolvere un problema, ma pianta

semi per tanti altri. Alziamo

ogni cappa di piombo che si frappone

tra noi e il nostro prossimo

e la verità da luce alla giustizia farà!

       

 
 
 
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