Creato da marvet1976 il 03/04/2009

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La storia del Mondo Incantato di Sala.

Post n°64 pubblicato il 20 Maggio 2009 da marvet1976
 

DA PENELOPE.12

Nel cuore dell' Appennino Tosco-Emiliano, nel comune di Bagni di Lucca, c'è un piccolo borgo medievale chiamato "il Castello di Sala".Già dai primi dell'Ottocento gli abitanti di questi luoghi, dotati di una particolare vena artistica e di uno spirito d'avventura, formavano le compagnie dei figurinai. Esse erano composte da 10/15 persone e si trasferivano con stampi, colle e colori nelle diverse località del mondo dove impiantavano un laboratorio per la produzione delle figurine in gesso che poi vendevano sul posto.Alla fine della campagna, come veniva chiamata, che normalmente durava da 6 a 12 mesi, essi rientravano in Italia.Nel 1874 una di queste compagnie formata da persone che abitavano nei paesi di Casabasciana, Sala e Controneria, di cui faceva parte anche il mio bisnonno Carlo, decisero di andare fino in Norvegia, laddove pochissime persone che facevano il loro lavoro erano arrivate.In ogni compagnia le persone avevano un compito ben preciso da svolgere: c'erano gli stampisti che creavano i modelli con la colla, i gittatori che colavano il gesso all'interno degli stampi da cui estraevano le figure, i pittori che dipingevano i pezzi e i venditori, come il mio bisnonno, che vendevano casa per casa o nelle piazze le loro figure. Questo tipo di vendita veniva definito "alla Cina".Così il mio bisnonno e gli altri venditori mettevano nel loro canestro di vimini le figure e uscivano per venderle.In questo modo avevano contatto con le persone del posto ed era più facile per loro imparare la lingua del luogo.Un giorno, quasi alla fine della campagna, il mio bisnonno alla ricerca di nuovi acquirenti, si spinse fino a un villaggio ai confini con la tundra del quale aveva sentito parlare.Arrivato in treno fino alla città più vicina, trovò un passaggio da un gentile carrettiere che riforniva di viveri e consegnava la posta alla piccola località.La strada si snodava all'interno di una secolare foresta di conifere e circa dopo un'ora di viaggio riuscirono a intravedere il piccolo villaggio composto da una ventina di capanne di legno sparse fra gli abeti e raccolte intorno ad una costruzione più grande.All'arrivo del carretto la gente si precipitò fuori dalle loro capanne per conoscere le ultime novità dalla città e per fare scorta di viveri.Rimasero affascinati e incuriositi dalle figure di gesso e da questo signore italiano col suo cappello di feltro tirato all'indietro, i baffi ritorti all'insù, che veniva da un paese così lontano del quale qualcuno aveva sentito parlare come terra di artisti sempre baciata dal sole.Anche lui restò affascinato dall'accoglienza di queste persone così cordiali che li facevano mille domande sulla sua terra, le quali gli ricordavano le persone di Sala che quando arrivava un forestiero tutte si riunivano nel piccolo piazzale della fontana per sapere le ultime novità.Essendo già autunno inoltrato improvvisamente iniziò una bufera di neve che lo costrinse a rimanere nel villaggio, accettando volentieri la loro ospitalità per la notte.Fu ospitato dal capo del villaggio e dalla sua famiglia: questi notando che aveva le scarpe bagnate dalla neve volle che indossasse un paio di zoccoli di legno con pelle di renna che staccò dal trave vicino al grande camino.Gli abitanti del villaggio, felici di avere un ospite, organizzarono una cena nella grande capanna al centro del villaggio e la gente incuriosita  iniziò a chiedergli dell'Italia; dopodichè i più anziani si alternarono nel raccontare le storie delle loro origini.Fu lì che per la prima volta sentì parlare di piccoli uomini che abitavano le foreste di queste regioni.Rimase sorpreso quando sentì parlare della grande festa del solstizio d'estate il 23 di giugno, come era usanza fare a Sala, durante la quale venivano accesi dei grandi falò dove i giovani da "maritare" che riuscivano a saltarli si sarebbero sposati entro l'anno, e che le fate, gli gnomi e i folletti aspettavano tutto l'anno questa data per girovagare da una foresta all'altra per trovare l'anima gemella.Era così affascinato dal fatto di trovarsi in posto così lontano dall'Italia e così diverso come usanze e sentire racconti simili a quelli che si narravano a Sala nelle lunghe notti di inverno quando le famiglie si riunivano a veglia intorno al camino con un bel piatto di vinata (crema fatta con farina di castagne e un vino leggero che serviva per riscaldarsi).Con questi pensieri rivolti alla sua terra lontana scivolò in un profondo sonno.La mattina si svegliò di buon'ora per riprendere il viaggio di ritorno; nel suo canestro era rimasta solamente una statua di Mosè che lui regalò al capo del villaggio per ringraziarlo dell'ospitalità ricevuta.Il capo del villaggio volle che egli tenesse per ricordo gli zoccoli di legno dicendogli che quando nasceva un figlio era loro usanza piantare un albero e sotterrare al piede un paio di zoccoli; l'albero significava la continuazione della vita e gli zoccoli la conoscenza del mondo: anche se non si fosse mai mosso dal suo paese poteva viaggiare con il pensiero.Salutandoli promise di ritornare a trovarli, ma non potè mantenere la sua promessa, perché la compagnia decise di rientrare in fretta in Italia, in quanto quell'anno l'inverno venne in anticipo e, dovendo intraprendere un lungo viaggio attraverso l'Europa, non volevano rimanere bloccati dalla neve.L'anno seguente la compagnia decise di rimanere in Italia e fare la campagna in alcune città italiane piuttosto di andare all'estero: il mio bisnonno ne fu molto contento in quanto la moglie aspettava un bimbo e ciò gli permise di rientrare a Sala al momento della nascita del mio nonno Tommaso.Il mio bisnonno si ricordò dell'usanza narrata dal capo villaggio in Norvegia e, anche se a malincuore nel separarsi da quagli zoccoli, non sapendo perché credesse a quella storia, prese una pianticella di noce che trovò vicina alla capanna sul Colletto e la piantò sul ciglio del Campo dell'Orto. Il campo si affaccia sull'incrocio tra la mulattiera che porta a Casabasciana venendo dal fiume Liegora e l'altra che va a Sala.Gli anni passarono e il noce, anziché crescere, assumeva delle forme stranissime e i suoi rami si sviluppavano in lunghezza invece che in altezza, attorcigliandosi al filo di recinzione.Essendo un punto di passaggio la gente cominciò a chiamarlo il Campo del Nociotto, nome che ha tuttora, dovuto alla strana forma del noce.Chi passava di lì non poteva non fermarsi e sedersi un attimo andando con lo sguardo verso il monte del Roveti, di Corniccio e il paese di Brandeglio, sentendo dentro di sè un grande senso di serenità.Nel tempo della falciatura del fieno e del grano, la gente che veniva a lavorare nei campi prese l'abitudine di fermarsi a fare colazione sotto l'albero del nociotto perché sembrava che lì sotto li passasse la stanchezza.Altri invece sostenevano che passando di lì, udivano delle voci.Una mattina di maggio, durante la stagione del fieno, il mio bisnonno di buon'ora andò a falciare il campo del nociotto. Dopo alcune falciate sotto il noce udì una voce che lo chiamava; si girò e non vide nessuno, ma la voce non smetteva di chiamarlo; spaventato pensò che fossero gli spiriti che gli facevano degli scherzi. Improvvisamente si ritrovò nelle mani dei piccoli esserini vestiti in modo buffo, con degli strani cappelli a punta e che gli parlavano tutti insieme: essi gli dissero di non spaventarsi, ma di ascoltarli.Passato lo spavento si mise seduto e un omettino, che doveva essere il capo, gli disse che loro erano degli gnomi che provenivano dalla Norvegia. La sera che lui era ospite del capo del villaggio vicino alla tundra essi avevano sentito tutti i suoi racconti sull'Italia e incuriositi avevano deciso di venire a conoscerla. Ma non sapendo come decisero di preparare la loro casa dentro gli zoccoli che gli erano stati donati dal capo villaggio. Iniziò così la loro avventura in Italia. Quando lui piantò l'albero del noce decisero che quella sarebbe stata la loro casa principale.Ben presto si accorsero che le nostre montagne erano invase da spiriti cattivi e streghe che spaventavano la gente facendo dispetti, creando il panico e addirittura molti non uscivano di casa dopo l'or di notte per paura di incontrarli. Essendo gli gnomi dei personaggi amici della gente e dispiaciuti per quello che succedeva nelle nostre zone, tramite gli uccelli migratori, decisero di far arrivare in loro aiuto altri gnomi, fate e troll buoni per cacciare da questi posti tutti "gli streghi". Questi gnomi si stabilirono sulle nostre montagne, correndo in aiuto su e giù per l'Italia a tutte le persone che ne avevano bisogno. Si racconta che un giorno un bel bimbo fosse maldocchiato da una strega che aveva un bimbo molto brutto, e per questo era invidiosa. Il bimbo piangeva tutte le sere quando la mamma lo metteva a letto ed essa non sapeva più cosa fare. La fata più anziana venuta a conoscenza del fatto si trasformò in una venditrice di filo e andando nella casa del bimbo con la scusa di vendere la sua mercanzia disse alla mamma del bimbo di prendere immediatamente il cuscino nella culla, di aprirlo e se avesse trovato una corona di lana, di bruciarla subito perché se il cerchio si fosse chiuso il bimbo sarebbe morto. I genitori aprirono subito il cuscino e infatti trovarono la corona come aveva detto la fata, fecero immediatamente come ella aveva detto e mentre il cuscino bruciava udirono urli di rabbia: la strega bruciava anch'essa insieme a suo figlio. Non potendo scacciare tutte le streghe della zona le fate pensarono quindi di fare un sortilegio per far diventare buoni tutti "gli streghi". Così la notte della vigilia di San Giovanni, quando tutti gli streghi tenendosi per mano si riunirono per ballare intorno al falò che gli abitanti di Sala fanno per usanza, le fate arrivarono di sorpresa dietro ad essi formando a loro volta un immenso cerchio e soffiando così forte che tutte le anime degli streghi finirono sul fuoco bruciando. Quando tutte le anime lasciarono il corpo degli streghi, le fate iniziarono un dolce canto e soffiando lievemente sui corpi diedero loro una nuova anima buona; così anche loro da quel giorno dal proprio monte, Pratofiorito, sorvegliano su tutta la vallata, andando in aiuto a chi ne ha bisogno. Ancora oggi a Sala si usa festeggiare la vigilia di San Giovanni il 23 di giugno con un grandissimo falò per mantenere viva questa vecchia usanza. Anche le fate, in ricordo di quando in quella notte sconfissero gli streghi, giungono a Sala da tutte le parti del mondo.Nel Pian del Laguro dove si trova il cerchio delle fate nelle notti di primavera ed estate è facile incontrarle seguendo le lucciole che vanno a illuminare le loro feste.

Questa è la vecchia filastrocca che la gente recita per chiamare le fatine:

Fata fatina

Stammi vicina

Se guardo la luna

Mi porti fortuna

Se guardo il sole

Mi porti l'amore

Ed è per questa vecchia leggenda che per dare l'anima alla tua fatina, gnomo o folletto devi soffiare delicatamente sul suo viso sussurrando per tre volte il nome che le vuoi dare ed essa sarà tua per sempre. Non ha importanza quanti anni abbiamo ma è bello pensare alle fate come quando eravamo bambini, perché la vera felicità è non perdere mai il bimbo che abbiamo dentro di noi.

 
 
 
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