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Per i miei antenati contadini
Il tornado
Quando giunsero le vacanze estive, feci rapidamente i bagagli e presi il primo treno per tornare a casa. Con il cuore gonfio di tristezza, ripensai per tutto il viaggio alla lettera che mi avevano mandato i miei qualche giorno prima, per comunicarmi la morte del nonno ottantaseienne.
L'ultima volta che l'avevo visto, durante le vacanze invernali, sei mesi prima, era ancora in ottima salute. Niente lasciava prevedere che se ne sarebbe andato così presto!
Mio nonno era piccolo di statura, secco come un chiodo, con la pelle scura e il bulbo oculare grigio. Era un uomo buonissimo e mi aveva sempre dimostrati un grande affetto. Mio padre morì quando ero molto piccolo, e il nonno, che gli aveva già passato lo scettro di capofamiglia, dovette ricaricarsene il peso sulle spalle. Fu lui a guidare me e mia madre attraverso anni molto difficili.
Al villaggio era uno dei migliori al tempo del raccolto; faceva bene tutto: condurre un carro, trasportar pesi col bilanciere, zappare, falciare. Il suo lavoro era di gran lunga superiore a quello degli altri. All'inizio dell'estate, quando il grano era maturo, gli uomini della brigata andavano nei campi con le falci. Il nonno lasciava stoppie corte e regolari. I suoi fasci, legati al centro, erano perfetti, senza una spiga fuori posto. Quando il carro li trasportava sull'aia, ammassandoli a formare una collinetta, le donne riconoscevano subito quelli del nonno.
- Guardate! Questa è certo opera del vecchio «Oplà» -. I fasci che tenevano fra le braccia erano perfetti, come quelli che si vedevano nei manifesti di propaganda fra le braccia di belle contadine con il fazzoletto in testa.
- Solo lui sa fare un così bel lavoro! - Alcune donne spingevano i fasci sotto il tagliafieno, mentre quelle che lo azionavano tenevano una mano sul fianco e impugnavano il manico con l'altra. Quando abbassavano la lama, sbilanciavano il corpo in avanti, con il sedere sollevato in aria e i seni che saltavano come conigli.
Il fascio veniva tagliato in due con un sibilo: i gambi da una parte, le spighe dall'altra. Se capitava un fascio mal fatto, in cui le spighe erano mischiate agli steli, le donne mandavano le ingiurie più colorite. Per decapitarlo dovevano premere il tagliafieno con entrambe le mani e con forza, scuotendo i seni quasi fossero sul punto di metter le ali. Malgrado gli sforzi però, restavano sempre delle spighe mischiate ai gambi.
Se fai qualcosa, fallo bene, concentrati e non pensare ad altro, era questo il criterio del nonno. I suoi attrezzi erano tenuti in modo impeccabile. Zappa, falce e vanga, lucidati alla perfezione, non avevano la minima traccia di ruggine. Non fumando, quando era stanco e faceva una pausa, si accovacciava per terra e con un pezzo di tegola, o un pugno di erba secca, lucidava i suoi attrezzi...
Varcai la soglia di casa con il cuore pesante. Mia madre era lì; aveva poco più di sessant'anni, ma i tanti anni di patimenti la facevano apparire più vecchia della sua età.
Il nonno non aveva nessuna malattia, spiegò mia madre. Il giorno prima di morire, era andato a fare un giro con la carriola fino alla palude a nord-est, e aveva riportato un ciuffo d'erba. Mia madre andò a prenderlo dove l'aveva riposto, fra le mie vecchie riviste, e me lo porse maneggiandolo con precauzione. - È tornato tenendo quest'erba con entrambe le mani, e mi ha detto: - Mamma di Xing'er, sai che erba è questa? - Aveva un'aria così felice! La notte ho sentito un rumore provenire dalla sua camera. Mi sono alzata per vedere cosa accadeva, ma era troppo tardi... Non ha sofferto: è stata la ricompensa per tutto il bene che ha fatto nella vita precedente. Non mi posso perdonare di non essere stata al suo fianco per assisterlo nei suoi ultimi istanti. La vita è stata così dura con lui...
Mentre ascoltavo mia madre gli occhi mi si riempirono di lacrime e i ricordi dell'infanzia riaffiorarono...
Dietro la nostra casa scorreva un ruscello tortuoso. Risalendone l'argine, lungo e stretto, verso nord-est per quattro chilometri, si arrivava in un grandissimo prato di una sessantina di ettari. Mio nonno ci andava tutte le estati a falciare l'erba, che poi vendeva durante l'inverno come foraggio all'allevamento di cavalli dell'esercito a dieci chilometri dal villaggio. Il prezzo variava in base alla qualità del foraggio. La falce di mio nonno era affilata come un rasoio e grande la sua abilità nel maneggiarla: l'erba che tagliava lui era pulita, senza fango. La metteva a seccare stendendola in uno strato sottile e la girava di continuo, perché conservasse il colore dell'erba fresca, come negli erbari. Il suo fieno era pagato al prezzo più alto.
Ancora oggi ho nostalgia della gioia che provavo quando mi rotolavo nei covoni di fieno, specialmente nelle fredde notti d'autunno, quando il cielo era verde scuro e le stelle brillavano come gemme, il fieno era soffice e tiepido, e il suo dolce profumo consolava l'anima...
La prima volta che il nonno mi condusse al grande prato a tagliar erba, fu poco dopo che ebbi compiuto sette anni. Eravamo partiti molto presto, in giro non c'era anima viva. L'argine era alto e sopra vi correva un piccolo sentiero grigiastro, fiancheggiato da folte erbe selvatiche che resistevano al calpestio continuo dei passanti. Il ruscello era avvolto in una nebbia spessa, ma non uniforme, distribuita in banchi grigi e bianchi, che a tratti assomigliava al fumo che esce dalle cucine, altre volte a nuvole bianche posatesi a terra. Le acque del ruscello invisibile scorrevano silenziose sotto la coltre di nebbia, solo, di tanto in tanto, uno spruzzo rivelava la presenza dei pesci.
Camminavamo in silenzio. Il passo leggero di mio nonno non faceva rumore, e l'andatura era regolare. La ruota della carriola frusciava, a volte dell'erba scivolava fra i raggi producendo un lieve tintinnio.
Seduto nella carriola (mentre il nonno mi spingeva) osservavo il paesaggio che si estendeva ai due lati del ruscello: campi di sorgo, di granturco, di miglio. La nebbia si dissipò leggermente, pur continuando ad avvolgere i campi e le messi. Le barbe delle pannocchie, fini come frange di seta, e le foglie, affilate come coltelli, le spighe di sorgo appena spuntate e i gambi robusti del miglio, apparivano e scomparivano, prima vicini poi lontani, nitidi e poi di nuovo confusi. L'erba lungo l'argine brillava di goccioline di rugiada e dondolava delicatamente, come per salutarmi. Al passaggio della carriola, la rugiada cadeva, l'erba si faceva più scura e una traccia chiara si imprimeva sul sentiero.
Man mano che la nebbia si alzava, si distingueva il nastro argentato del ruscello, sembrava immobile. Il cielo grigio-blu si fece a poco a poco luminoso, tingendosi di porpora a oriente e colorando di rosa i bordi delle nuvole. Il sole spuntò un po' alla volta dai campi bagnati di rugiada. Era rosso sangue, non mandava luce, non abbagliava. Le nuvole diventarono rosse come le creste dei galli.
Il cielo somigliava all'acqua, incolore e trasparente. Poi il sole salì come un proiettile. Ma ancora non riluceva e non accecava, era giusto un'enorme ellisse. A quel punto lo si vide salire veloce, veloce, e all'improvviso, quasi fosse stato girato un interruttore, proiettò migliaia di raggi rossi, illuminando il cielo e la terra. In un attimo tutto venne inondato di luce. Le gocce di rugiada scintillarono come perle. Sulla superficie del ruscello si stese una colonna di luce d'oro, un sole allungato che ci seguiva ovunque andassimo.
Nel silenzio della campagna mio nonno si mise a cantare:
Il cavallo spezza la catena.
Il fucile sconfigge gli eroi.
Era una vecchia canzone dal ritmo lento e dalla melodia tragica e commovente. Strisciò lentamente sui campi infiniti, modulò l'aria, spostando anche la nebbia rimasta.
Un bicchiere di vino estingue l'odio nutrito per tre generazioni.
Una moneta mette in difficoltà un eroe senza rivali.
Appena incominciò a cantare, mi girai a guardarlo. Era calvo e il cranio, lucido e liscio, non aveva neppure una ruga. Il viso scarno dalle guance incavate era immobile, privo di qualunque espressione. Nello sguardo assente, brillavano però due punti che fissai percependone il tepore. Sembrava dimentico di tutto: di me, di sé stesso, della carriola, della campagna ancora addormentata. Tutto sembrava essergli estraneo: camminare, spingere la carriola, e anche cantare. Sentivo i battiti del mio cuore, simili ai colpi di un picchio che con il suo becco scavi un buco su un albero lontano, molto lontano...
Uno scoppio di risa porta scompiglio
nell'intera corte di letterati e generali.
Una parola fa perdere metà del paese.
Non capivo il senso delle parole, eppure provai una sensazione strana e inquietante. Piano piano «il pulcino» si rizzava sulle zampe, con molta gioia, e molta sofferenza. Sentii di essere cresciuto all'improvviso, la mia infanzia finì su quell'argine grigiastro coperto di erba selvatica. Il nonno spingeva avanti il mio corpo con le mani, e con il canto la mia anima.
Aspettai che l'ultima sillaba, trasformatasi in una sensazione, svanisse in cima ai fili dell'erba verde, per chiedere stupito:
- Cosa canti, nonno?
- Non so! Quello che mi passa per la testa!
Gli uccelli si alzarono in volo dai rifugi notturni tra l'erba alta e intonarono a mezz'aria il loro canto cristallino. Una decina di allodole volteggiarono sulla palude. La campagna riprendeva vita. Le quaglie dalla coda corta mandavano il loro richiamo in mezzo all'erba. Il nonno fermò la carriola e mi disse di scendere.
- Siamo arrivati? - domandai.
- Sì.
Spinse la carriola fino al prato, la posò, si tolse la giacca e l'appesa sulla ruota coprendola. Ci avviammo verso la palude, inoltrandoci nella parte dove si trovavano le piante che trattenevano meno l'acqua e seccavano velocemente; e che piacevano di più al bestiame.
Il nonno teneva in mano una falce e io un falcetto. Ci accucciammo davanti a una distesa d'erba.
- Guarda come faccio io, - disse, e mi mostrò come bisognava fare. Solo che non si dedicò molto all'insegnamento e dopo poco si mise a testa bassa a tagliare. La sua posizione era elegante e i movimenti ritmati.
Provai a fare altrettanto con il mio falcetto, ma presto mi stancai e dopo un po' rinunciai, preferendo andare a caccia di cavallette che abbondavano nella zona. Se non mi distinsi nel tagliare l'erba, catturai però una gran quantità di cavallette. A mezzogiorno il nonno accese un fuoco, fece cuocere le provviste che avevamo portato da casa e arrostì anche le mie cavallette piene di uova. Una delizia!
Il nonno mi scosse dal torpore, aprii gli occhi e mi alzai. Era pomeriggio inoltrato. Dopo mangiato, mi ero addormentato sotto un fresco riparo che lui aveva costruito per me. Mi ci ero infilato e avevo fatto un lungo sonno profondo. Il mio corpo, accarezzato da un vento caldo impregnato dell'odore di fiori selvatici, era madido di sudore.
Il nonno aveva già legato il fieno in quattro fasci e li aveva trasportati sull'argine dove aveva spostato la carriola.
- Presto, alzati, Xing'er. Il tempo si sta guastando, dobbiamo andarcene immediatamente.
Avendo dormito, non mi ero accorto che il cielo si era coperto di grosse nuvole nere. Il sole declinava verso occidente: i suoi raggi corti, quasi arancioni sembravano non avere più la forza di raggiungere la palude.
- Si metterà a piovere, nonno?
- Le nuvole grigie annunciano pioggia, le nere sono segno che si alza il vento.
Aiutai il nonno a caricare la carriola, che sparì sotto una piccola montagna di fieno. Lui legò una cordicella alla barra anteriore e mi gridò:
- Forza puledrino, sgranchisci i muscoli e tira la carriola!
Il nonno si chinò in avanti e impugnò i manici. Io tirai la corda con tutte le mie forze e mettemmo in moto la carriola che vacillava. L'argine era alto e ripido, e venni colto da una leggera vertigine.
- Nonno, attento a non spingere la carriola nel fiume.
- Tu pensa a tirare, il nonno ha spinto carriole per tutta la vita senza mai rovesciarne una!
Non ne dubitavo affatto. Aveva le gambe forti e tutti nel villaggio lo chiamavano «Oplà».
L'argine era sinuoso come il corpo di un serpente, e noi gli camminavamo sul dorso. Un alone di luce verde mi circondava. Tenevo la testa china, e vedevo solo le mie ginocchia e l'ombelico. Gettai uno sguardo verso il nonno attraverso gli interstizi dei fasci, ma lo distolsi immediatamente quando scorsi il suo sguardo velato di lacrime fisso su di me. Raddoppiai gli sforzi e tirai la corda come un forsennato.
Avevamo appena percorso cinquecento metri quando enormi nuvole nere coprirono il sole. Il cielo e la terra diventarono un tutt'uno, immersi nel silenzio dell'oscurità.
Gli uccelli volavano sfiorando l'erba senza un suono. Ad un tratto fui assalito da una paura inspiegabile e mi girai di nuovo verso il nonno. Il suo viso era immobile, privo di qualunque espressione.
Improvvisamente, nel silenzio, le messi sulle due rive cominciarono a ondeggiare e l'acqua del fiume si sollevò in onde lisce. Lo spazio fra la terra e il cielo si tinse di porpora e fu invaso da un odore intenso, carico della fragranza dell'erba secca, del gusto amaro dell'artemisia e degli effluvi medicinali della camomilla.
Mi girai a guardare il nonno: il suo viso restava ostinatamente impassibile.
La paura mi attanagliava il cuore facendolo diventare piccolo piccolo, ma non osavo parlare, aspettavo in silenzio.
Una grossa cavalletta mi saltò sullo stomaco e mi fissò vendicativa con i suoi occhi multicolori. Una lepre grossa come un pugno saltellava nei campi di miglio sotto l'argine.
- Nonno! - urlai a un tratto.
Una colonna nera alta fino al cielo si stava precipitando su di noi vorticando, con un rombo soffocato simile a un tuono.
- Cos'è?
- Vento! - rispose lui senza perdere la calma. - Continua a tirare, piccolo! - E si curvò di nuovo sulla carriola.
Mi inclinai in avanti e facendo forza sulle gambe tirai la corda sottile. Entrammo nel vento. Non percepii nessun suono, ebbi l'impressione che due mani enormi mi avessero tappato le orecchie che ronzavano. Il vento premeva sulla mia pancia come volesse staccarmi dal suolo e gettarmi via. Le messi sulle due rive somigliavano a un'armata di soldati prona agli ordini di un ufficiale. L'acqua volava, mentre carpe dalle squame rosse venivano proiettate in aria disegnando linee di fuoco.
- Nonno! - urlai disperato, ma non sentii il suono della mia voce. La corda tesa sulla spalla mi rassicurava della sua presenza. Pensando a lui dietro di me non ebbi più paura, mi curvai il più possibile afferrando i ciuffi d'erba lungo l'argine per resistere alla forza del vento, che minacciava di travolgermi da un momento all'altro. Mi sentivo senza peso.
Capii che affidandomi il compito di tirare la carriola, il nonno aveva voluto mettermi alla prova. La corda che mi aveva dato era troppo sottile e dopo un po' si ruppe. Caddi a terra. Il vento mi investì facendomi ruzzolare lungo la scarpata. Per fortuna riuscii a fermarmi a metà aggrappandomi ai ciuffi d'erba.
Sollevai la testa in cerca del nonno. La carriola era sempre là e lui resisteva, la schiena completamente ad arco e le mani contratte sui manici. Le sue gambe sembravano conficcate nell'argine, e i muscoli tesi guizzavano fuori come un groviglio di radici. Il vento sollevò il fieno mezzo secco facendolo volare in tutte le direzioni. La carriola vacillò.
Risalii la scarpata aggrappandomi ai ciuffi d'erba. Vidi le sue gambe che tremavano e la schiena coperta da rivoli di sudore.
- Nonno! Lascia andare la carriola! - gridai schiacciato al suolo.
Il nonno arretrò di un passo e la carriola lo spinse indietro con un balzo improvviso.
- Nonno! - gridai spaventato, cercando di risalire la scarpata il più velocemente possibile. La carriola, spingendolo indietro, lo fece scivolare davanti a me. Allora mi gettai sulla carriola e lui ne approfittò per rimettersi in equilibrio.
Steso sulla carriola osservai commosso mio nonno: il suo viso aveva conservato la stessa espressione imperturbabile.
Quando passò il tornado seguì un momento di silenzio. Il sole si mostrò con lo stesso aspetto di sempre, imporporando l'acqua del torrente che scorreva gelida come il ferro. Le messi si raddrizzarono lentamente, e il nonno, rigido come una statua di bronzo, mantenne la sua posizione.
Saltai dalla carriola e gridai:
- Il vento è passato!
I suoi occhi si riempirono improvvisamente di lacrime, poggiò lentamente la carriola e si raddrizzò con molta fatica. Non riusciva a stendere le dita.
- Sei stanco, nonno?
- No, piccolo!
- Non ho mai visto un vento così forte!
- Già!
Il vento aveva spazzato via tutto il fieno che avevamo raccolto, anzi, no, ne restava un ciuffo incastrato tra i raggi delle ruote. Lo presi e lo mostrai al nonno, era un'erba molto comune, dal colore indefinibile, fra il rosse e il verde.
- Guarda! - dissi un po' deluso. - È rimasto solo questo ciuffo d'erba!
- Dobbiamo andare, si sta facendo buio -. Si chinò in avanti e sollevò la carriola.
Lo seguii tenendo il ciuffo d'erba in mano, poi a un certo punto lo gettai nella tenue luce gialla del crepuscolo...
- I vecchi sono come i bambini! - osservò mia madre. - Vecchio com'era è andato fino alla palude per riportare questo ciuffo d'erba! «Quando Xing'er tornerà, chiedigli che erba è questa. La riconoscerà, lui sa molte cose!» mi ha detto!
Mi porse il ciuffo e mi domandò se sapevo di che erba si trattasse.
La presi e la sistemai in una pagina del mio album di fotografie, accanto a quella della mia futura sposa, che aveva sei anni più di me.
Mo Yan, L'uomo che allevava i gatti e altri racconti, Cuneo, Famiglia cristiana, 1998, pp. 153-161.
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Molto onorevole Signore,
La ringrazio per aver raccontato agli occidentali questa storia.
Ho letto il vostro romanzo “I promessi sposi”, di cui “Il crocifisso del samurai” mi sembra in parte una versione aggiornata alla situazione dei cristiani all’inizio del terzo millennio e quindi trasposta nel Giappone del 1637.
La sua notevole fantasia, così generosamente applicata alla nostra triste vicenda, a volte ha un po’ preso la mano sulla verità storica. Ma che cos’è la storia? La storia è il ricordo di quelli venuti dopo di noi, la “tradizione”, come dite voi, cioè la trasmissione ma anche la trasformazione. Dunque onore al suo romanzo, che trasmetterà la nostra esperienza a tante persone.
Devo confessarle con imbarazzo che a volte il suo stile colorito mi ha turbato. Pur essendo un guerriero, come cristiano ho sempre aborrito la violenza in tutte le sue forme. La invito quindi, molto umilmente, a rivedere nelle prossime edizioni (che le auguro numerose) le espressioni e le immagini più estreme (come quella a pagina 238), in cui si nota anche un certo suo compiacimento per la violenza doppiamente sacrilega (contro la nostra fede e i nostri simboli e contro la vita altrui) a cui siamo stati costretti in quel frangente.
Capisco anche che il suo romanzo è rivolto innanzitutto a quei cristiani grigi, arrendevoli e rassegnati su cui si è basata l’accusa del vostro filosofo Nietzsche al cristianesimo. La perorazione è giusta, anche se gli eventi che state vivendo e quelli più drammatici che vivrete tra poco basteranno da soli a riscuotere le coscienze dei più onesti e generosi tra voi.
Nel vostro tempo, come nel nostro, sembra che non resti ai cristiani altra possibilità che la lotta in difesa della propria fede e il martirio. Ma per non rischiare di sbagliare, come in parte abbiamo fatto anche noi, guardiamo sempre a Gesù, mite ed umile di cuore. Cerchiamo di conformare i nostri pensieri ai suoi. Imitiamolo nella pazienza con cui sopportava le ingiurie rivolte alla sua persona e nella forza con cui rispondeva alle offese procurate a Dio, come quando ha rovesciato i banchi dei mercanti nel tempio.
Che la luce e la forza di Dio siano sempre con lei, Cammilleri-sama, e con tutti gli altri cristiani di buona volontà! Restando uniti tra voi e a colui che è la Via, la Verità e la Vita, supererete onorevolmente anche le prove del vostro tempo, come vi assicura il vostro fratello in Cristo
天草四郎
(Amakusa Shirō)
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Si tratta del più illuminante e prezioso saggio che abbia mai letto. Non esito a definirlo un capolavoro.
Magari mi fosse capitato tra le mani dieci anni fa, quando, inconsapevolmente, mi affacciavo sul bosco del neospiritualismo!
La grazia del dettato e il rigore logico fanno pensare a Lewis. Le idee di fondo sono quelle di Guénon e dei migliori pensatori del Novecento, specialmente “di destra”, rielaborate alla luce di una solida competenza storico-teologica. La generosità della visione e il coraggio argomentativo sono le caratteristiche distintive di questo grande autore contemporaneo.
Raccomando caldamente il testo specialmente agli adolescenti, come antidoto ai falsi miti del nostro tempo e possibile punto di partenza per un autentico e fruttuoso cammino intellettuale e spirituale.
Gianluca Marletta, Il neospiritualismo. L’altra faccia della modernità, Rimini, il Cerchio, 2006. Pagine 161, euro 14.
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Erano sei bambini educati: starnazzavano come gallinelle ma bastarono tre parole della madre per ammutolirli. Si misero a sedere tranquilli nella panchetta attorno alla stufa chiacchierando a bassa voce.
«Sono piccoli» spiegò la donna con un italiano strano, ma chiaro. «Avevano dimenticato la nonna malata.»
Don Camillo si alzò.
«Vorrei salutarla» disse.
«Sarà molto contenta» esclamò sorridendo la donna. «Non vede mai nessuno.»
Salirono per la scaletta a pioli e si trovarono in una bassa stanza a soffitta. Una vecchietta striminzita giaceva su un lettuccio dalle lenzuola candide, senza una piega.
La moglie di Stephan le parlò in polacco e la vecchia le bisbigliò qualcosa.
«Ha detto che il Signore benedica chi visita gli infermi» spiegò la moglie di Stephan. «È una vecchia donna e bisogna perdonare se la sua mente è ancora nel passato.»
Sopra la testiera del lettuccio, appesa al muro, era un’immagine e don Camillo si avvicinò curioso.
«È la Madonna Nera!» esclamò.
«Sì» spiegò sottovoce la moglie di Stephan. «È la protettrice della Polonia. I vecchi polacchi sono cattolici. Bisogna capire i vecchi.»
La moglie di Stephan s’esprimeva con molta cautela e un vago timore era nei suoi occhi.
Peppone risolse la situazione:
«Non c’è niente da perdonare» affermò. «In Italia sono cattolici non solo i vecchi ma anche i giovani. L’importante è che siano onesti. Noi avversiamo solo i maledetti preti che, invece di fare i ministri di Dio, fanno i politicanti.»
La vecchia le sussurrò qualcosa all’orecchio e la moglie di Stephan, prima di parlare, lanciò un’occhiata interrogativa al marito.
«Non sono qui per farci del male» la rassicurò Stephan.
«Vorrebbe sapere...» balbettò la donna arrossendo «vorrebbe sapere come sta... il Papa.»
«Anche troppo bene!» rispose ridendo Peppone.
Don Camillo, dopo aver armeggiato sotto il giubbotto, trasse un cartoncino e lo porse alla vecchia che, dopo averlo guardato con occhi sbarrati, tirò fuori faticosamente dalle coperte una piccola mano tutta ossicini e lo afferrò.
Poi parlò concitatamente nell’orecchio alla figlia.
«Dice se è proprio lui» tradusse con l’ansia nella voce la moglie.
«Lui in persona» confermò don Camillo. «Papa Giovanni vigesimoterzo.»
Peppone impallidì e si guardò attorno preoccupato, incontrando gli occhi stupiti di Stephan.
«Compagno» gli intimò don Camillo afferrandolo per un braccio e spingendolo verso la porta. «Scendi assieme a lui e andate a vedere come piove a pianterreno.»
Peppone tentò di protestare, ma don Camillo tagliò corto:
«Non t’impicciare, compagno, se non vuoi avere dei guai».
Rimasero soli don Camillo, la moglie di Stephan e la vecchietta.
«Dille che può parlare perché io sono cattolico come lei» ordinò perentorio don Camillo.
Le due donne parlottarono a lungo quindi la moglie di Stephan riferì:
«Dice che vi ringrazia e vi benedice. Ora, con quell’immagine che le avete dato, si sente maggior forza nell’aspettare la morte. Ha sofferto molto, vedendo mio padre morire come un cane, senza la benedizione di Dio».
«Ma avete dei preti che girano liberamente e arrivano fin qui!» si stupì don Camillo.
La donna scosse il capo:
«Sembrano preti, ma non dipendono da Dio ma dal Partito» spiegò. «Non sono buoni per noi polacchi.»
Fuori pioveva che Dio la mandava.
Don Camillo si strappò il giubbotto, cavò dalla finta stilografica il Crocifisso dalle braccia pieghevoli, l’infilò nel collo d’una bottiglia e lo dispose in mezzo al tavolino che era contro al muro, a fianco del lettuccio della vecchia. Trasse il bicchierino di alluminio che fungeva da Calice.
Un quarto d’ora dopo, allarmati dal lungo silenzio, Peppone e Stephan salivano, si affacciavano alla porta della soffitta e rimanevano senza parola: don Camillo celebrava la Santa Messa.
La vecchia, a mani giunte, lo guardava con occhi pieni di lagrime.
Quando la vecchietta poté ricevere la Comunione parve che la vita le rifluisse d’improvviso impetuosa nelle vene esangui.
«Ite, Missa est...»
La vecchia parlò convulsa all’orecchio della figlia che, d’un balzo, raggiunse il marito:
«Reverendo» disse ansimando «sposateci davanti a Dio. Ora siamo sposi soltanto davanti agli uomini».
Fuori diluviava: pareva che le nuvole di tutta la grande Russia si fossero concentrate nel cielo di Grevinec.
Mancava l’anello, ma la vecchia protese la mano e la consunta vera matrimoniale, un sottile cerchietto d’argento, si infilò nel dito della figlia.
«Signore» implorò don Camillo «non badate se mangio qualche parola o qualche periodo.»
Peppone pareva la classica statua di gesso: don Camillo interruppe un momento il rito e lo spinse verso la porta:
«Spicciati, porta su tutta la banda!».
Ormai la pioggia stava decrescendo rapidamente, ma don Camillo era lanciato e pareva una mitragliatrice: battezzò tutt’e sei i bambini con una rapidità da togliere il fiato.
E non è che, come aveva detto, mangiasse le parole o saltasse addirittura dei periodi interi. Diceva tutto quel che doveva dire, dalla prima sillaba all’ultima. Ma il fiato glielo dava Gesù.
* * *
Forse tutto era durato un’ora. Forse un minuto. Don Camillo non lo sapeva: si ritrovò seduto alla tavola di cucina, con Peppone al fianco e Stephan davanti.
Il sole, ora, sfolgorava, e, nell’angolo semibuio della stufa, sfolgoravano ancor più del sole occhi sgranati che cercavano gli occhi di don Camillo.
Don Camillo li contò ed erano sedici: dodici dei bambini, due della madre e due della vecchietta. Ma, questi, non erano incastonati in uno dei visi celati nella penombra della stufa, ma li aveva dentro il cervello don Camillo perché mai aveva visto due occhi guardarlo così e non poteva toglierseli dalla mente.
La compagna Nadia Petrovna comparve sulla porta.
«Tutto a posto?» s’informò.
«Tutto perfettamente a posto» rispose don Camillo alzandosi.
«Siamo grati al compagno Oregov che ci ha messo a disposizione un tecnico competente come il cittadino Stephan Bordonny» aggiunse Peppone stringendo la mano a Stephan e avviandosi verso la porta.
Don Camillo fu l’ultimo a uscire e, giunto sulla soglia, si volse e tracciò un rapido segno di croce sussurrando:
«Pax vobiscum».
«Amen» risposero gli occhi della vecchietta.
Giavannino Guareschi, Il compagno don Camillo, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 97-115
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