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L’opera lirica è un posto dove

 un uomo viene pugnalato ed,

 invece di morire, canta.

 

 

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tenore:Jean Elleviou

Post n°111 pubblicato il 17 Gennaio 2011 da peonia99
 

250px-ElleviouParBerny
 
Jean Elleviou fu il maggiore tenore d’opéra-comique del primo quindicennio dell’Ottocento.
Elleviou, uomo molto elegante nella figura, lo fu anche come attore, sebbene a volte lo si accusasse d’essere monotono nel gioco scenico.
La stessa accusa fu in qualche occasione rivolta anche al cantante, la cui voce, tra l’altro, non era troppo timbrata e aveva un colore alquanto baritonale.

Tuttavia Elleviou si distinse per dolcezza, grazia, gusto, e continuò la tradizione dei tenori francesi prediletti dal pubblico femminile.

Indossava con molta disinvoltura uniformi militari e a questo si dovette la voga di cui godettero per vari decenni, nell’opéra-comique, le parti di ufficiale.

Aveva però un carattere indipendente e focoso e nel 1813 abbandonò le scene, per protesta contro il rifiuto di Napoleone di aumentargli la paga.

 
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emilio de marchi: tenore

Post n°109 pubblicato il 25 Febbraio 2010 da peonia99
 

Nato a Voghera il6 gennaio 1861 ha debuttato a Milano al Teatro Dal Verme, come Alfredo ne La Traviata. Negli anni successivi apparve in teatri d'opera più importanti in Italia e in Spagna ed era un membro di una società distinta l'opera italiana ha visitato a Buenos Aires nel 1890.
DE MARCHI ha debuttato al Teatro alla Scala di Milano nel 1898 come Walther von Stolzing in Die Meistersinger von Nürnberg. Egli è stato scelto da Puccini a cantare il ruolo di Mario Cavaradossi per la prima rappresentazione di Tosca, che ha avuto luogo al Teatro Costanzi di Roma il 14 gennaio 1900. DE MARCHI anche cantato questo ruolo al Covent Garden di Londra nel 1901 e il suo debutto al Metropolitan Opera di New York l'anno successivo. Nel teatro cantato alla premiere di Ernani di Verdi nel 1903. In 2 stagioni al Metropolitan cantava 34 spettacoli come Radames, Alfredo, Rodolfo, Ernani, Riccardo (Ballo in maschera), Turiddu, Don José e Canio. Tornato in Italia e, tra gli altri ruoli, cantava Max in Der Freischütz e Licinio a La Vestale, durante la sua ultima stagione alla Scala.
EMILIO DE MARCHI morì a Milano il 20 marzo 1917.
La sua unica nota registrazioni sono state effettuate in bombole Mapleson durante le rappresentazioni al Metropolitan, ora disponibile su CD per questo Records Symposium.

 

 
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calve' emma: soprano

Post n°107 pubblicato il 22 Febbraio 2010 da peonia99
 

 

Emma (Calvart) Calvé debuttò nel teatro lirico nel 1882 a Bruxelles, nel ruolo di Margherite nel Faust. Si affermò nei teatri europei e americani, dapprima in ruoli leggeri e poi drammatici. Sorretta da notevole capacità interpretativa sia vocale che mimica,fu Ofelia, Salomé (Herodiade), Suzel (L'amico Fritz), Sapho (Sapho di Massenet), Anite (La Navarraise), ma la sua fortuna è legata alla Carmen, da lei portata in America in una felice tourné. Colette testimonia che, ritrovando la Calvé a Nizza, lei le confidò di aver ricevuto una proposta dall'America per interpretare Carmen in un film, ma che lei "non avrebbe accettato questa sopercheria dello schermo" . Venne considerata l'amante ufficiale di Jules Bois, un giornalista che nel 1893 sarebbe stato coinvolto in un'oscura storia delittuosa legata alla Magia Nera.Continuò a cantare fino al 1910 e poi si ritirò dalle scene.

Famoso è il millantato rapporto affettivo tra il misterioso parroco del paesino della Linguadoca Beranger Sauniere e l'avvenente artista, ma all'evidenza dei fatti si riscontra solo la presenza dell'incarto di una tavoletta di cioccolato, edizione limitata, con l'effige della signora Calvè che non costituisce certo una prova del legame amoroso, attesta solamente l'ammirazione da parte di Sauniere...anche se nella biografia della Calvè, redatta da Giraud, si accenna ad una gravidanza che la portò lontana dalle scene per il tempo necessario alla gestazione, si parla di una figlia tenuta nascosta alla quale venne dato in nome e il cognome della madre, i pettegolezzi dell' epoca riportano che la bambina fosse nata con una grave malformazione che l'avrebbe portata alla morte in tenera età, mentre i sostenitori della storia d'amore tra l'artista e il parroco, pensano che sia stata tenuta nascosta per il grave scandalo che avrebbe provocato nella società del tempo, non che fosse raro, ma sicuramente per due personaggi così in vista sarebbe stato molto sconveniente se fosse stato rivelato.

Sauniere era solito indire dei ricevimenti privati a Villa Betania (dove tuttora è conservato un ritratto della Calvè) con alcune brillanti menti del tempo che potevano aiutarlo nell' interpretazione delle, presunte ma famose, pergamene da lui ritrovate nella colonna cava dell'altare di Rennes-le-Chateau durante i lavori di ristrutturazione che comportarono lo spostamento della grande pietra dell'offertorio; tra gli squisiti ospiti del parroco troviamo Bieil ed Emile Hoffet che fece conoscere Emma Calvè al Sauniere. Queste tre personalità sembrano legate da qualcosa di più della profonda amicizia perchè nel suo diario, sulle pagine relative ai giorni dei suoi importanti ritrovamenti, leggiamo un riferimento al suo incontro con “quattro confratelli” ...che la Calvè facesse parte di un circolo esoterico, lo testimonia la sua firma su un documento redatto nel novembre 1892 presso il cabaret “Le Chat Noire”, nel quale, sotto il suo nome si legge la sigla “S.I.” che sta a significare “Superieur Inconnu” (Superiore Sconosciuto), un alto Grado nella gerarchia dell'Ordine Martinista. E' possibile pensare che gli ospiti di Sauniere, e il parroco stesso, facessero parte dello stesso Ordine e questo ce lo potrebbe testimoniare la sicurezza con la quale affida lo studio delle importanti pergamene a questi personaggi.

Una teoria, poco più di una leggenda vuole che nella cripta della “Sagrada Famiglia” a Barcellona, sia custodita una misteriosa scatola consegnata personalmente da Sauniere a Gaudì e ancora una volta è Emma Calvè a presentare i due uomini; anche questo particolare ci insospettisce, perchè mai il parroco della Linguadoca avrebbe dovuto far custodire qualcosa ad una persona conosciuta, così pare, solo di fama?Che fosse anche lui un membro dell'Ordine?

Buona conoscitrice dell'induismo e discepola del Guru Swami Vivekanada, si interessò a tutto ciò che aveva l'affascinante sapore del Mistero, frequentava mistici ed ipnotizzatori, e in special modo, venne in contatto con Josephin Peladan, Stanislas De Guaita, e Gerard Encausse (Papus) che avevano fondato (o rifondato) l'Ordine dei Rosa+Croce, scisso poi in “Ordine della Rosa+Croce Cattolica del Tempio” e “del Graal”. L'interesse per l'occulto portò la cantante a dilapidare immense ricchezze, nel 1894 acquisto il Castello di Cabrières, ormai diroccato, poiché la famiglia omonima sembrava avesse acquistato l'autentico manoscritto del famoso di Abraham il Giudeo, noto come “Libro di Abramelin il Mago” La Calvè fece restaurare interamente il castello e lo esplorò da cima a fondo senza però trovare nulla.

Quale che sia il suo ruolo nella storia di Rennes-le-Chateau, resta avvolto nel morbido manto del mistero, quello che ci rimane di questa particolare donna è la sua curiosità verso l'ignoto che l'ha portata a legarsi alle personalità esoteriche più in vista del suo tempo, alle società segrete che stavano nascendo o si accrescevano nella Francia dell'800, circondandola di un alone vago ed indefinito che ha da sempre stimolato la curiosità degli studiosi dei misteri del Santo Graal.

 
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giuseppe verdi - parte quinta

Post n°106 pubblicato il 03 Febbraio 2010 da peonia99

Giuseppina Strepponi, nata a Lodi l’8 Settembre 1815, era figlia di un compositore d’opera. A cinque anni entrò al Conservatorio di Milano, dove studiò canto e a soli vent’anni debuttò a Trieste in “Matilde di Sharban” di Rossini catturando subito l’interesse della critica. Così scriveva “Il Gondoliere” di Venezia l’11 novembre 1835: “Voce limpida, penetrante, delicata, azione convincente e figura aggraziata. Alle numerosi virtù che la Natura le ha donato generosamente, vi è anche quella della scienza del canto nella quale è riuscita in modo eccellente. La stessa, in poco tempo, la farà splendere tra gli astri più luminosi del Teatro Italiano”. La Strepponi entra nella vita di Verdi quando già era una cantante famosa, favorendo presso l’impresario Merelli la rappresentazione al teatro della Scala dell’opera dell’ancora sconosciuto maestro di Busseto, “Oberto conte di San Bonifacio”. Nel 1842 fece la parte di Abigaille nella messa in scena del “Nabucco”. L’unico inconveniente della serata lo causò precisamente l’interpretazione della Strepponi, la cui voce cominciava a declinare, come conseguenza del troppo lavoro che la cantante accettava per mantenere la famiglia, completamente sulle sue spalle, dopo la morte prematura del padre. Un critico del tempo così scriveva: “Per quel che riguarda l’azione e il canto, questa brava artista ha fatto miracoli, però la sua voce necessita riposo, e noi preghiamo che lo faccia, per il suo bene e per il nostro, perché vogliamo avere per molto tempo sulla scena una cantante che sovrabbondiamo di applausi”. La giovane soprano aveva una vita privata particolarmente burrascosa, complicata dall’infelice relazione con Napoleone Moriani e dalle preoccupazioni per i suoi due figli illegittimi, che manteneva da sola. Il continuo deteriorarsi delle corde vocali la obbligò a fermarsi per un periodo, debuttando in scenari meno importanti e periferici, fino a quando fu obbligata a porre fine alla sua carriera nel mese di gennaio del 1846 a Modena con il “Nabucco”. Si trasferì a Parigi e si mise a dare lezioni di canto. Nel 1847 incontrò ancora una volta Verdi, che era lì per rappresentare “I Lombardi”.
 
 

La calligrafia di Giuseppina si riconosce nella partitura della nuova opera, “Gerusalemme”, prova dell’aiuto inestimabile che lei diede in questa occasione. Da questo momento, Giuseppina diventerà la collaboratrice ufficiale ed inseparabile del maestro. Quando Giuseppina Strepponi si trasferì a Busseto a vivere con Verdi si scatenarono le critiche e i pettegolezzi della gente; ma Verdi si preoccupò di chiarire la situazione solamente al suo ex – suocero e benefattore Antonio Barezzi: “Nella mia casa vive una signora libera ed indipendente, amante come me della vita solitaria. Né lei né io dobbiamo dare spiegazioni ad alcuno delle nostre azioni[...]. Io mi assicurerò che a lei, a casa mia, le si debba lo stesso rispetto, o meglio, più rispetto che a me, e a nessuno gli permetto di mancarle per alcun motivo. Perché lei si merita tutto il rispetto per la sua condotta , per il suo spirito e per la considerazione speciale che lei sempre manifesta verso gli altri”. La Strepponi, con la sua grande esperienza di cantante, si trasforma in una collaboratrice valida e fidata, prodiga di consigli e suggerimenti. Giuseppina stessa racconta il suo rapporto, in una lettera che scriverà a Verdi il 3 gennaio 1853: “Anche se tu non hai scritto nulla? Vedi? Non hai il tuo povero “Livello” ( nel dialetto di Lodi: persona fastidiosa), in un angolo della stanza, raccolto sulla poltrona, che ti dice:
-Questo è molto buono, mago; no questo non è buono. Ripeti, questo è originale. Ora senza questo povero Livello, Dio ti castiga e ti obbliga ad aspettare e ti lambicca il cervello, prima che si aprano le porte della tua testa per far sì che escano le tue magnifiche idee musicali.” La relazione tra Verdi e la Strepponi si ufficializza il 29 agosto 1859, quando si sposano nella chiesa di Collognes-sous-Saléve, in Savoia, con il campanaro e il cocchiere come unici testimoni del matrimonio.

Busseto
 
Vista di Busseto
collezione di cartine e disegni
volume 20, numero 49
Parma – Archivio di stato
 
 
 

Studio di Verdi

Studio di Verdi a S. Agata
fotografia
S. Agata - Villa Verdi

Durante i cinquanta anni di convivenza, tra la tenuta di S. Agata e la residenza invernale di Genova nel Palazzo Sauli Pallavicino, l’amore di Giuseppina rimase sempre costante. Tra le varie testimonianze, si può ad esempio menzionare una lettera del 5 dicembre 1860: “Te lo giuro, e a te non ti costerà crederlo, io spesso mi sorprendo del fatto che tu sappia la musica! Anche se quest’arte è divina e anche se il tuo genio sia degno dell’arte che professi, la formula che mi affascina e che adoro in te è il tuo carattere, il tuo onore, la tua indulgenza verso gli errori degli altri, nonostante tu sia molto esigente con te stesso. La tua carità piena di pudore e mistero, la tua orgogliosa indipendenza e la tua semplicità da bambino, qualità di questa tua naturalezza che ha saputo conservare la selvaggia verginità delle idee e dei sentimenti nel mezzo della cloaca umana. Oh mio Verdi, io non sono degna di te! Il tuo amore per me è carità, è un balsamo per il cuore che, a volte, è molto triste, sotto la falsa apparenza dell’allegria. Continua ad amarmi! Amami anche dopo che morirò, cosicché quando mi presenterò davanti la Giustizia Divina sarò ricca del tuo amore e delle tue preghiere, oh mio Redentore!”
L’intelligenza e l’elevata tempra morale di questa donna straordinaria si possono scorgere in un’altra lettera, che rivela quanto Giuseppina conoscesse e analizzasse la natura degli uomini: “La nostra giovinezza è passata, ma noi continuiamo ad essere il mondo e vediamo con enorme compassione tutti i fantocci umani che si eccitano, che corrono, che si arrampicano, si trascinano, si colpiscono, si nascondono e riappaiono. Tutto questo, per cercare di situarsi, mascherati, nel primo gradino, o nei primi gradini della mascherata sociale. In questa convulsione perpetua arrivano alla fine e si sorprendono perché non godono di nulla, perché non hanno nulla di sincero e disinteressato che li consola durante l’ultima ora e aspirano, troppo tardi, alla pace, che mi sembra il primo bene della terra, fino ad ora da loro disprezzata e sostituita dalle chimere della vanità.”

La vita familiare dei coniugi Verdi fu allietata dalla presenza di molti animali, tra cui l’amatissimo cagnolino Spaniel Lulù, la cui morte fece molto soffrire ambedue a tal punto che fecero costruire, a S. Agata, una tomba per l’animale, con il seguente epitaffio: “In ricordo di un vero amico”. La lunga e felice unione degli sposi si concluse il 14 novembre 1897, quando Giuseppina morì a S. Agata, lasciando l’anziano maestro solo con Filomena, una lontana parente, che i Verdi ribattezzarono Maria, adottandola nel 1867, a sette anni, perché crescesse nella loro casa come una figlia.

 
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