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Creato da personcina il 15/08/2007

L'ECOSISTEMA.

Ambiente natura

 

 

SALVIAMO LE COSTE ITALIANE. AL VIA L'INIZIATIVA DEL WwF

Post n°931 pubblicato il 04 Maggio 2012 da personcina

Su quasi 8 mila chilometri di coste, solo il 30% rimasto allo stato naturale

Salviamo le coste italiane
Al via l'iniziativa del WwfParte la nuova campagna per tutelare tratti di costa in Sardegna, Veneto e Puglia minacciati dal degrado

  - Su quasi 8 mila chilometri di coste che disegnano il profilo dell'Italia, solo il 30% è rimasto allo stato naturale. Basta questo dato - che potrebbe essere accompagnato a quello del consumo di suolo - per spiegare il degrado di un importantissimo ambiente e della necessità di proteggere quelle parti che ancora mantengono un habitat naturale. Situazione che emerge dal dossier Coste: Il profilo fragile dell’Italia.WWF - Dopo il successo dell’edizione 2011 che ha permesso di salvare due boschi, ilWwf lancia il 29 aprile la nuova campagna Un mare di oasi per te. Nelle prossime tre settimane l'organizzazione ambientalista chiede l’aiuto degli italiani per proteggere tre preziose aree costiere in Sardegna, Puglia e Veneto: precisamente per dare vita alla nuova oasi di Scivu ad Arbus; bonificare la spiaggia della riserva naturale Le Cesine in Salento; riforestare e riqualificare le zone umide della golena di Panarella sul delta del Po.   «I pochi chilometri di coste italiane che sono sopravvissuti alla mano dell’uomo conservano fragili ecosistemi di dune, spiagge, delta fluviali e boschi costieri popolati da migliaia di specie animali e vegetali», ha detto Fulco Pratesi, presidente onorario del Wwf Italia. «Ma senza una quotidiana azione di tutela, questi preziosi ritagli di natura rischiano di soccombere». Erosione, degrado, cementificazione selvaggia e inquinamento sono alcune delle minacce che nell’ultimo secolo hanno già travolto e fatto sparire l’80% delle dune, eroso il 42% dei litorali sabbiosi e compromesso più del 50% delle nostre coste, dove vivono quasi 18 milioni di persone (30 milioni considerando la fascia dell’immediato entroterra), con una densità quasi doppia rispetto alla media nazionale. FESTA - Per questi motivi il Wwf quest’anno dedica alla tutela del mare e delle coste la Festa delle oasi, in programma il 20 maggio, che saranno aperte gratuitamente con iniziative speciali insieme a dieci riserve del Corpo Forestale dello Stato, che quest’anno partecipa alla festa. Inoltre dal 29 aprile al 20 maggio si potrà partecipare a questa nuova mobilitazione per la natura italiana inviando un sms o chiamando il 45503 oppure recandosi (dal 14 al 27 maggio) presso le filiali e i bancomat Unicredit in Italia.

 

 

 

 

 

 
 
 

IL PERU' ADOTTA UN PIANO CONTRO I CAMBIAMENTI CLIMATICI

Post n°930 pubblicato il 04 Maggio 2012 da personcina

Il Peru' adotta un piano contro i cambiamenti climatici.

In assenza di un patto globale vincolante per affrontare i cambiamenti climatici, ieri il Peru' ha adottato una soluzione per ridurre le sue emissioni di CO2. Il paese sta gia' sperimentando gli effetti del riscaldamento globale, come lo scioglimento dei ghiacciai nelle Ande. Inoltre, l'anno scorso le piogge da record in Amazzonia hanno devastato i raccolti, facendo aumentare l'inflazione e colpendo le esportazioni di caffe'. "Se non facciamo qualcosa, avremo problemi con i rifornimenti d'acqua lungo le coste. Sappiamo che ci saranno piu' siccita', piu' piogge e stiamo gia' assistendo a drastici cambiamenti di temperatura", ha detto Felipe Mariano Soldan, capo dell'ufficio di pianificazione strategica del governo. Nel piano adottato dal Peru' sono inclusi l'utilizzo di fonti rinnovabili, il passaggio ad un'economia a basse emissioni di carbonio e la riduzione del disboscamento illegale della foresta amazzonica. Piani analoghi sono in corso di attuazione anche in Sudafrica, Cile, Argentina, Colombia e Brasile

 

 

 

 
 
 

L'AEREO PIU' LUNGO DEL MONDO E' ANCHE ATTENTO ALL'AMBIENTE. VOLERA' DAL PRIMO GIUGNO

Post n°929 pubblicato il 04 Maggio 2012 da personcina

L’aereo più lungo del mondo
è anche attento all’ambiente

A giugno in servizio il 747-8, gigante di 76,3 metri di lunghezza: la «Regina dei cieli» sarà al servizio di Lufthansa

  –   L’aereo passeggeri più lungo del mondo con i suoi 76,3 metri di lunghezza, consegnato alla Lufthansa il 2 maggio a Francoforte. La compagnia tedesca sarà la prima aerolinea a usufruire dell’ultimo nato di casa Boeing, che supera di 5,60 metri la lunghezza della versione precedente del jumbo jet, la 400, e di più di un metro il concorrente A340-600, a cui strappa il primato di aereo passeggeri più lungo. AMBIENTE – Ma non è solo la lunghezza a rendere notevole il 747-8, chiamato la Regina dei cieli. Grazie a un nuovo profilo alare e altre migliorie aerodinamiche, l’aereo consente una riduzione del consumo di carburante. Inoltre anche il nuovo motore GEnx-2B67, sviluppato da General Electric, della stessa classe tecnologica di quello che spinge il Boeing 787, non solo a sua volta permette un ulteriore risparmio di carburante, ma riesce anche a consentire un abbattimento del rumore del 30%, con grande vantaggio sia dei passeggeri sia di tutti coloro che abitano nei pressi di un aeroporto. In totale il 747-8 è del 15% più efficiente nel consumo di carburante nei confronti di un velivolo della stessa classe di lunga percorrenza ed emette il 15% meno anidride carbonica degli aerei a elevata capacità passeggeri attualmente in servizio. DAL PRIMO GIUGNO - Con l’entrata in servizio dei venti 747-8 ordinati entro il 2015 (i primi cinque saranno disponibili entro la fine dell’anno), Lufthansa fa un ulteriore passo verso l’obiettivo che si è data di diventare una compagnia con una flotta da 3 litri, ossia 3 litri di carburante per 100 passeggeri/chilometro. Il volo inaugurale della prima Regina dei cieli che batte bandiera tedesca, immatricolata D-ABYA, è previsto il prossimo primo giugno sulla tratta Francoforte-Washington. Le prossime mete per i 362 passeggeri che può ospitare (otto in prima classe, 92 in business e 262 in economy), ha detto Christopher Franz, amministratore delegato e presidente del consiglio di amministrazione di Lufthansa, alla presentazione di Francoforte, saranno Chicago, Los Angeles, New Delhi e Bangalore.

 

 

 

 
 
 

CALDO E SABBIA IN ARRIVO DAL DESERTO, FINO A 30 GRADI NEL FINE STTIMANA

Post n°928 pubblicato il 26 Aprile 2012 da personcina

Caldo e sabbia in arrivo dal deserto
Fino a 30 gradi nel fine settimana

Impennata delle temperature a livelli estivi per una settimana. Ma dal 1° maggio torna la pioggia

  «Avremo un periodo di bel tempo che garantirà sole e cielo azzurro fino al primo maggio». Massimiliano Pasqui, dell'Istituto di biometeorologia del Cnr, racconta con soddisfazione la buona notizia che il tempo ci riserva già a partire da oggi. Il termometro nei prossimi quattro giorni si impennerà, salendo rapidamente: al Nord raggiungerà i 25 gradi e al Centrosud sfiorerà i 30 gradi. «Ma non parlerei di ondata di caldo - nota Pasqui -, le ondate sono ben più lunghe e insidiose. Questa fase è solo la conseguenza di un flusso d'aria calda che arriva dal Nordafrica, dall'Algeria, dal Marocco, abbondantemente carico di sabbia prelevata dal deserto». Ciò renderà il cielo velato e vedremo gli effetti sulle automobili parcheggiate mentre la corrente distribuirà calore e pulviscolo su buona parte dell'Europa fino alla Polonia. Il buon fine settimana, dunque, è assicurato, con bel tempo fino lunedì ma con qualche incrinatura che proseguirà nei giorni successivi. La calura tenderà a scendere e il vento di scirocco si affievolirà a causa dei temporali lungo la costa tirrenica, sulle Alpi e sugli Appennini.IL RITORNO DELLE PIOGGE - Ma nessuna illusione, l'estate rimane ancora lontana. I prossimi giorni saranno soltanto una pausa. Tra lunedì e martedì torneranno le piogge, anche copiose in qualche caso, e il termometro scenderà un po'. «Così prevediamo rimarrà - conclude Massimiliano Pasqui - almeno per l'intera prima decade del mese». Le correnti Atlantiche, insomma, torneranno a guastarci il cielo e, forse, pure l'umore.

 

 

 

 

 

 

 
 
 

DAL 21 APRILE MANGEREMO SOLO PESCE IMPORTATO. PER QUESTO ANNO ADDIO PESCE ITALIANO

Post n°927 pubblicato il 22 Aprile 2012 da personcina

Dal 21 aprile mangeremo solo pesce importato

Secondo il rapporto Nef e Ocean2012 abbiamo hanno già mangiato tutto il pescato che l'Italia riuscirà a produrre nel 2012

  - L'Italia sta consumando molto più pesce di quello che riesce a produrre, rendendo il Paese dipendente dalle importazioni. Lo rivela un rapporto pubblicato dalla New economics foundation (Nef) e da Ocean2012, secondo cui il 21 aprile, è il "fish dependence day" italiano, cioè il giorno in cui l'Italia inizia a essere dipendente dal pesce pescato in altre acque. Aver raggiunto il "fish dependence day'" non significa che da domani gli italiani potranno acquistare solo pesce importato, ma che hanno già mangiato tutto il quantitativo di pesce che la nazione riuscirà a produrre quest'anno.IN EUROPA - Stando al rapporto Fish Dependence: The increasing reliance of the EU on fish from elsewhere, l'Italia è autosufficiente per il 30% del pesce che consuma, a fronte del 51% della media dei 27 Paesi Ue. In questo la Penisola è in compagnia di altri Stati con un ampio affaccio sul mare, come il Portogallo (autosufficiente per il 24%), la Spagna (39%) e la Francia (38%). Così, se per l'Unione europea il '"fish dependence day" sarà il 6 luglio, per la Francia arriverà il 21 maggio e per la Spagna il 25 maggio, mentre per il Portogallo è stato il 30 marzo.

 

 

 

 

 
 
 

OGGI UNA GIORNATA PER LA TERRA. DIFENDIAMOLA, ABBIAMONE CURA.

Post n°926 pubblicato il 22 Aprile 2012 da personcina

Un giorno per la Terra
Dieci azioni concrete per provare a salvarla

Case ecologiche e scelta dei pesci «poveri»
Occorre diminuire il consumo di carne e scegliere cibi biologici

L' odierna Giornata mondiale della Terra è densa di significati, anche perché si celebra a due mesi dalla grande ricorrenza di Rio+20, legata al ventennale dello storico Summit di Rio de Janeiro del 1992, in cui quasi tutti i Paesi del mondo si accordarono per dare inizio a un forte impegno di salvaguardia del Pianeta.
Per non ricalcare le generali e meste considerazioni sul degrado, il quale, nonostante dichiarazioni e denunce, prosegue imperterrito, vediamo cosa ognuno di noi, causa e vittima del global warming , può cercare di fare per allontanare il superamento dei 2° centigradi di temperatura globale, considerato un limite invalicabile per la salute della Terra.
Se moltiplichiamo un nostro atto, anche il più innocente possibile, per i 60 milioni di italiani o per i 7 miliardi di terrestri, esso può contribuire pesantemente al paventato tracollo, così come il battito d'ala della farfalla in Brasile può scatenare (secondo il famoso paradosso di Edward Lorenz) uragani in Texas.Accanto a comportamenti virtuosi nella vita di tutti i giorni tesi a risparmiare energia (muoversi in bicicletta o a piedi, non usare scaldabagni elettrici, moderare riscaldamento e condizionamento, coibentare l'abitazione, installare pannelli solari, consumare meno acqua eccetera) un settore in cui si può contribuire alla sostenibilità globale è quello dell'alimentazione.
Come spiega il WWF, che lancia oggi la piattaforma «One Planet Food» (http://alimentazione.wwf.it), la produzione di cibo per un'umanità che ha superato i 7 miliardi e continua a crescere, è una delle cause più importanti del degrado della biosfera.
I 130.000 ettari di foreste persi ogni anno per la produzione di olio di palma, soia e foraggi per il bestiame in continua crescita, per sopperire all'incessante richiesta di carne, e gli stock ittici sovrasfruttati per il 29% e a rischio di declino per il 52% impongono all'umanità (se vorrà mettersi al riparo da un futuro oscuro e preoccupante) di imboccare stili di vita che, garantendo un'alimentazione equilibrata e disponibile per tutti, non produca sprechi e devastazioni.A livello di comportamenti individuali, questi sono i 10 consigli «Salva-Pianeta a tavola» che il WWF propone:
1) Acquista prodotti locali. Secondo la Coldiretti, un chilo di arance importate dal Brasile brucia 5,5 kg di petrolio e libera 17,2 kg di CO2 in più di quelle siciliane;

2) Scegli i prodotti di stagione;

3) Diminuisci i consumi di carne, che contribuisconoall'inquinamento globale (ogni italiano ne mangia 87 chili all'anno);

4) Scegli i pesci giusti e non i più cari e pregiati (ne consumiamo 25,4 chili all'anno);

5) Privilegia i prodotti biologici che non richiedono l'uso di combustibili fossili e di pesticidi;

6) Riduci gli sprechi, mangiando tutto quello che hai acquistato; 7) Evita di comprare prodotti con troppi imballaggi;

8) Preferisci i cibi semplici della nostra insuperabile gastronomia tradizionale;

9) Bevi l'acqua del rubinetto (è ottima!); 10) Cerca di non usare cucine e forni elettrici che divorano molta energia.

 

 

 

 
 
 

oggi alberi al posto dei ghiacciai per via del riscaldamento globale.

Post n°925 pubblicato il 14 Aprile 2012 da personcina

Alberi al posto dei ghiacciai.

Conosciamo molto bene la situazione dei ghiacciai di casa nostra. Il 98% di essi si sta ritirando. E i dati vengono rilevati e seguiti anno dopo anno. Ma non è così facile osservare da terra i ghiacciai di aree più recondite sia perché difficili da raggiungere sia perché problematiche dal punto di vista politico.
Un gruppo di ghiacciai di grande interesse poco studiati sono senza dubbio i ghiacciai del Caucaso dove si è diretta la spedizione “Sulle tracce dei ghiacciai”, in particolare nella regione della Svanezia (Georgia).
Il capo-spedizione, Fabiano Ventura, ha fotografato molti ghiacciai esattamente come vennero fotografati circa 100 anni fa da inisgni ricercatori, come Quintino Sella. Ebbene i risultati sono stati eclatanti. Alberi al posto del ghiaccio. Fitti boschi sono cresciuti là dove si estendevano gigantesche lingue glaciali, delineando una demarcazione molto netta tra passato e presente.Si tratta di importanti contrazioni, avvenute soprattutto negli ultimi 50 anni, nella superficie e nella lunghezza dei ghiacciai, riscontrabili solo attraverso indagini fotografiche e scientifiche molto accurate.“Sulle tracce dei ghiacciai” è un progetto che riunendo un team di scienziati, fotografi e alpinisti e ripercorrendo in 6 spedizioni le catene montuose più significative del Pianeta, studia gli effetti dei cambiamenti climatici coniugando la comparazione fotografica e la ricerca scientifica sul campo. Ogni spedizione prevede infatti un confronto fotografico tra le immagini storiche e quelle attuali, ritratte dallo stesso punto geografico, nonché la raccolta di dati sul campo e la loro successiva analisi in laboratorio.
Spiega Riccardo Scotti, glaciologo al Dipartimento di Scienze Geologiche e Geotecnologiche dell’Università degli Studi di Milano – Bicocca, “Dalla Piccola Età Glaciale (PEG), culminata attorno al 1810 in questa regione, ad oggi, il Ghiacciaio Tviberi, il più grande ghiacciaio in Caucaso fino al 1965, ha mostrato la contrazione di superficie più forte (- 16,4 km ² – 34,9% della superficie originaria) e il ritiro lineare più marcato (- 3,98 km, il 42% della lunghezza massima lungo la principale linea di flusso). Il Ghiacciaio Chaalati, quello che spinge ancora oggi la sua fronte alla quota più bassa nel Caucaso meridionale (1861 m s.l.m.) ha mostrato una contrazione di 4,4 km² (- 27,1%) e un ritiro frontale di 2,16 km. Il Ghiacciaio Adishi, il più piccolo dei tre, ma con la quota media più elevata, ha mostrato la contrazione più modesta (- 1,5 km², – 13%), e un ritiro lineare di 1,15 km”.
Uno dei risultati più interessanti di questo studio è l’accelerazione della riduzione della superficie glaciale nell’ultimo intervallo temporale considerato (1965-2011) rispetto agli intervalli precedenti. Negli ultimi decenni il Ghiacciaio Tviberi ha perso una superficie 3,2 volte maggiore rispetto al precedente intervallo, e quasi 50 volte più velocemente rispetto al XIX secolo. Lo stesso comportamento è riscontrabile negli altri due ghiacciai studiati.

 
 
 

LE PIANTE NON CI SENTONO MA SOPPORTANO MOLTO MALE IL RUMORE E L'INQUINAMENTO ACUSTICO.

Post n°924 pubblicato il 14 Aprile 2012 da personcina

Silenzio: non disturbare la foresta.

Le piante non ci sentono, ma una recente ricerca condotta negli States dimostra che sopportano molto male il rumore e l'inquinamento acustico.

C'è una forma di inquinamento di cui si parla troppo poco perchè considerata, a torto, non pericolosa e dagli effetti meno devastanti rispetto agli spettacolari disastri industriali a cui ci hanno abituato i media negli ultimi anni: è l'inquinamento acustico.
Ma una ricerca pubblicata sull' ultimo numero di Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, getta nuova luce sugli effetti del rumore sul nostro ecosistema.
Più rumore, più fiori
Clinton D. Francis e i suoi colleghi del National Evolutionary Synthesis Center di Durham (North Carolina), hanno studiato per anni alcune zone del New Mexico esposte ad attività umane particolarmente rumorose, rilevando un innaturale aumento nel numero dei colibrì che le abitavano e una contestuale riduzione nel numero di ghiandaie, altra specie tipica di quelle aree. Anni dopo gli scienziati hanno scoperto che in quella stessa zona era aumentato il numero di fiori ma era sensibilmente diminuito il numero di alberi.
«È un effetto domino» spiega Francis. «I pini dipendono dalle ghiandaie per diffondere i loro semi, mentre i colibrì, agenti importanti nell'impollinazione dei fiori, preferiscono le zone senza le ghiandaie che sono loro naturali nemici, mangiano le loro uova e rubano loro i nidi».
I ricercatori hanno monitorato vari siti anche all'interno dell'oasi naturale del Rattlesnake Canyon (New Mexico), osservando effetti simili anche sulle popolazioni di pini e di topi: questi roditori sono infatti ghiotti consumatori di semi del pino del Colorado (Pinus edulis) e amano i luoghi particolarmente rumorosi. Ma dato che il loro sistema digestivo rende i semi inutilizzabili per la riproduzione delle piante, nelle zone con elevato inquinamento acustico si sta assistendo a un notevole aumento della popolazione di topi e a un diradamento della foresta.
Secondo Francis la situazione non va affatto sottovalutata perchè il pino del Colorado è un elemento importante dell'ecosistema di quella zona, dal quale dipende la sopravvivenza di almeno altre 1000 specie tra invertebrati, rettili, funghi, piccoli mammiferi e uccelli.

 

 

 

 
 
 

UN UN TERREMOTO TIRA L'ALTRO? LE NUOVE RICERCHE CI DICONO CHE UN RAPPORTO C'E', ANCHE SE MOLTO COMPLESSO.

Post n°923 pubblicato il 14 Aprile 2012 da personcina

Un terremoto tira l'altro

Fino ad ora era soltanto un'ipotesi nel campo della geologia: forse i sismi più violenti “si parlano”, innescando scosse anche in luoghi molto lontani tra loro. Ora le nuove ricerche ci dicono che un rapporto c'è. Anche se molto complesso.

A volte la Terra sembra svegliarsi da un sonno profondo, scossa da tremori che rimbalzano da un luogo all’altro del pianeta. Il 29 settembre 2009, per esempio, alle 19:48 ora italiana, un terremoto di magnitudo 8.1 ha scosso le isole Samoa, nell’oceano Pacifico, causando decine di vittime e generando un violento tsunami che ha attraversato tutto l’oceano. Sedici ore dopo, un altro violento sisma (magnitudo 7.6) ha colpito l’area meridionale di Sumatra, a circa 10 mila km di distanza, provocando centinaia di morti. Poi è stata la volta delle isole Vanuatu, a 2 mila km da Samoa nella stessa direzione di Sumatra, colpite da un sisma di magnitudo 7.3, cioè simile a quello d’Abruzzo. Abbastanza simile il caso del terremoto a Sumatra (11 aprile 2011) seguito 2 giorni dopo da un piccolo sisma a Palermo.
Quale filo lega questa sorprendente sequenza di eventi? È possibile che un sisma in Turchia, per esempio, possa provocarne uno in Italia? E si può arrivare, almeno in casi come questi, a prevedere l’arrivo di un terremoto e quindi a evacuare la popolazione nelle aree interessate?Nuove ipotesi
Fino a una decina di anni fa, la risposta dei geologi a queste domande era una sola: assolutamente no; non c’è alcun nesso tra terremoti che si verificano in luoghi così diversi, perché ogni sisma è un evento a sé, scollegato da ogni altro. Più precisamente, non ci sono connessioni tra terremoti che avvengono su faglie (cioè grandi fratture del terreno) diverse. I terremoti, infatti, si formano perché la crosta terrestre è divisa in grandi zattere, le “placche tettoniche”, che si spostano lentamente nel corso dei millenni generando tensioni nelle zone di contatto: sono queste tensioni a causare i terremoti. Già da tempo si sa che i sismi intensi generano repliche di minore intensità lungo la stessa faglia; ma fino a una decina di anni fa si riteneva impossibile che faglie diverse “si parlassero”, ossia che un terremoto avvenuto su una faglia potesse provocarne un altro in un’altra faglia. 
Spostamento di energia
Ora, invece, si sospetta che ciò possa accadere. Da questo punto di vista, una delle aree più interessanti del pianeta è la faglia nord anatolica, in Turchia. Questa lunga frattura, che si estende per circa 1.200 km dal Caucaso al Mar Egeo, infatti, è composta da molte faglie che, secondo le teorie tradizionali, non dovrebbero “comunicare” tra loro. I terremoti in questa zona, in altre parole, dovrebbero avvenire in modo del tutto casuale, come se l’epicentro di ogni scossa fosse deciso con un lancio di dado. Invece i 9 terremoti intensi (magnitudo superiore a 7) che si sono susseguiti nell’area dal 1939 al 1999 si sono spostati con regolarità nel tempo da oriente verso occidente: segno che non avvenivano a caso, ma che erano collegati tra loro. Come? E da noi? Nessuna prova
E in Italia? «Da noi non ci sono prove dirette di relazioni tra terremoti in faglie diverse» dice Piersanti. «Ma questo, forse, non tanto perché non esistono, ma perché è assai difficile rilevare queste interazioni in modo scientifico. Relazioni lungo la stessa faglia per riversamento di energia, invece, sono state rilevate, perché più semplici da mettere in evidenza. Il terremoto dell’Irpinia, per esempio, viene oggi spiegato come un fenomeno legato a una faglia che si ruppe in 2 o 3 punti diversi a breve distanza di tempo». Per il resto, mancano coincidenze sismiche interessanti e studi approfonditi. Tornando alla recente e impressionante sequenza di terremoti a Samoa, Sumatra e isole Vanuatu, invece, è probabile che una connessione effettivamente ci sia, anche se finora nessuno è stato in grado di dimostrarlo. Perché l’analisi di questi fenomeni dura molti mesi. E non c’è da stupirsi: lo studio di come i terremoti “parlano” tra loro è appena cominciato.

 

 

 
 
 

MA DOVE SONO FINITI TUTTI GLI ICEBERG?

Post n°922 pubblicato il 11 Aprile 2012 da personcina

Il mistero degli iceberg.

Ma dove son finiti tutti gli iceberg? In un decennio che è stato il più caldo dal 1900 ad oggi e soprattutto con i dati degli scienziati che ci dicono che i ghiacci groenlandesi si sciolgono come non mai e così quelli polari, verrebbe da pensare che gli icearg siano in aumento. Ed invece ecco la sorpresa. Partiamo dai dati: dal 1900 ad oggi (cioè a fine 2011 – la stazione degli iceberg si apre infatti ad aprile) sono stati contati 53.118 iceberg che sono scesi al di sotto del 48mo° di latitudine che è il parallelo al di sotto del quale vi è un intenso traffico di navi. Ovviamente quanto più ci avviciniamo ai nostri giorni migliore è il conteggio, in quanto dagli anni Settanta sono entrati in attività anche i satelliti per la loro localizzazione. La media è dunque ci 474 iceberg per anno. Essi iniziano a galleggiare verso la fine di aprile per arrivare ad un massimo attorno ai mesi estivi e tornare a zero verso novembre-dicembre. Ebbene nel 2011 sono stati contati solo 3 iceberg. Nel 2010 se ne è contato solo uno, anch’esso sceso sotto il 48° di latitudine. Nel 2005 altro anno di magra con soli 11 iceberg e nel 2006 il valore è stato zero. E’ pur vero comunque che nell’eccezione di questo periodo di magra il 2009 ha visto ben 1.204 iceberg in circolazione e 976 nel 2008. Ma veniamo ai record: nel 1984 se ne sono contati ben 2.202 e nel fatidico anno dell’affondamento del Titanic, il 1912, gli iceberg contati furono 1038. E’ la Guardia Costiera degli Stati Uniti che tiene costantemente sotto controllo i mari dell’emisfero nord del pianeta e lo fa sia attraverso le sue navi da ricognizione, sia attraverso i satelliti che quotidianamente fotografano il pianeta anche con questo scopo. Ci si chiede se esista un legame tra il numero di iceberg e l’aumento della temperatura dei mari e dell’atmosfera. “Al momento è assai difficile trovare una relazione tra gli iceberg e l’aumento della temperaturaterrestre, ha spiegato Jeremy Bassis, un glaciologo della Univeristy of Michigan in Ann Arbor. Quanto fin qui detto comunque vale per l’emisfero nord, dove i mari sono maggiormente battuti dalle navi di ogni genere. Quale sia la situazione nell’emisfero meridionale è più difficile da definire in quanto meno controllata sia oggi che nel passato.

 

 

 

 

 
 
 

THANK YOU TO THIS COUNTRYS FOR SEEING MY BLOG TODAY. I HOPE YOU'LL CONTINUE.KISSESS

Post n°921 pubblicato il 11 Aprile 2012 da personcina

Palermo, ItalyToday @ 11:31 am504
Bazzano, ItalyToday @ 11:30 am2
Rome, ItalyToday @ 11:28 am3,136
Piano Di Sorrento, ItalyToday @ 11:28 am4
Milan, ItalyToday @ 11:27 am2,444
Solaro, ItalyToday @ 11:21 am2
Vicenza, ItalyToday @ 11:18 am127
Pisa, ItalyToday @ 10:57 am110
Casalgrande, ItalyToday @ 9:26 am5
Córdoba, ArgentinaToday @ 4:23 am2
Mountain View, CA, United StatesToday @ 3:26 am312
Turin, ItalyToday @ 1:36 am862

 
 
 

MUSICA SULLA CRESTA DELL'ONDA

Post n°920 pubblicato il 11 Aprile 2012 da personcina

 

 

 

 

Musica sulla cresta dell'onda .

Il rumore del mare e delle onde che si infrangono sono tra i più evocativi suoni della natura. E anche tra i più misteriosi. Una nuova ricerca aiuta a spiegare come le onde del mare producono il tipico suono che ci fa tanto sognare. Secondo Grant Deane e Dale Strokes dell'Istituto di Oceanografia di La Jolla in California, la qualità del suono dipenderebbe dalla dimensione delle bolle d'aria che si formano quando le onde si infrangono.
Le influenze sul clima. Le dimensioni delle bolle, oltre a produrre rumori diversi, hanno effetti importanti perché contribuiscono a regolare il clima attraverso lo scambio di aria e acqua tra oceani e atmosfera.
Secondo Deane e Strokes devono esserci 2 differenti processi di formazione. Esistono infatti due tipi di onde diverse: le plungers , cioè quelle che si arrotolano prima di infrangersi , dando origine al classico ricciolo tanto amato dai surfisti; e le spillers, quelle che si infrangono in maniera più lineare, senza arricciarsi. La cavità all'interno del ricciolo delle plungers si frammenta dando origine a bolle del diametro variabile tra un millimetro e un centimetro, che, scoppiando, producono un sordo tonfo. Le spillers, invece, danno origine a bolle più piccole e a un suono più acuto che comincia gradualmente e dura più a lungo.

 

 

 

 
 
 

VENEZIA AFFONDA PIU' IN FRETTA DEL PREVISTO.IL CENTRO STORICO SI INCLINA VERSO EST.

Post n°919 pubblicato il 11 Aprile 2012 da personcina

L'azione combinata del mare che si innalza e del terreno che cede

Venezia affonda più in fretta del previstoNuove misurazioni Gps indicano che il centro storico prosegue la subsidenza e si inclina verso est

  - Ci sono novità per quanto riguarda Venezia e l’acqua alta che l’assilla: nuove misurazioni indicano che il centro storico della città continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di quanto supposto, e in più si sta inclinando leggermente verso est. Non c’è solo il livello del mare che si sta innalzando (eustatismo), ma anche il suolo che si abbassa (subsidenza). E questo era noto. Secondo quanto si sapeva finora però l’entità della subsidenza era più contenuta, invece pare non essere così. Per lo meno nell’ultimo decennio. Le nuove misurazioni giungono da una ricerca condotta da Yehuda Bock, geodeta dell’Istituto di oceanografia dell’Università di San Diego in California, in collaborazione con l’Università di Miami in Florida e con la società italiana Tele-Rilevamento Europa, che misura le deformazione terrestri, analizzando i dati raccolti da Gps e radar satellitari (InSAR) per quanto riguarda Venezia e la sua laguna. INCLINAZIONE - Ma non è l’unica novità. L’analisi dei dati ha evidenziato che il fondale della laguna si sta un po’ inclinando verso est di circa 1-2 millimetri all’anno. Vale a dire che la parte occidentale - dove è posta la città di Venezia – supera in altezza quella orientale. «La nostra analisi combinata di Gps e InSAR ha evidenziato chiaramente i movimenti nell'ultimo decennio che i due sistemi da soli non potevano percepire», dice Shimon Wdowinski, professore di geologia marina e geofisica presso l'Università di Miami. EMUNGIMENTO D’ACQUA - La subsidenza di Venezia venne riconosciuta come un'importante concausa dell’aumento delle acque alte. Gli studiosi attribuirono parte del fenomeno all’emungimento di acqua dalla falda, messa in atto dagli anni Venti agli anni Settanta, per raffreddare gli impianti industriali di Porto Marghera. Venne calcolato che imputabile a questo prelievo sia l’abbassamento di circa 7 centimetri. Il pompaggio di conseguenza fu vietato e la subsidenza dovuta all’agire dell’uomo si fermò, ma la subsidenza per cause naturali, dovuta soprattutto all’inabissarsi dei suoli nelle zone umide, è sempre in atto. La media - secondo i dati finora noti - è però valutata in 4 cm al secolo e non di 4 cm in vent'anni, come prospetta il nuovo studio.

 

 

 

 

 
 
 

SORPRESA DELLA PRIMAVERA GELATA: NEVE, TEMPESTE, CITTA' SOTTO ZERO

Post n°918 pubblicato il 11 Aprile 2012 da personcina

  

Neve, tempeste e città sotto zero
La sorpresa della primavera gelata

A Milano registrati 19 gradi in meno rispetto all'anno scorso

  - Tutta colpa della corrente scandinava - con un tocco di Baltico - che ha abbassato di 7 gradi la temperatura media di stagione. Regalandoci una Pasquetta gelida arrivata a tradimento, dopo l'illusione di un'estate che sembrava già qui.
Contrordine. Tromba d'aria nel cremonese, spruzzate di neve in Abruzzo e sul Gargano, sulla cima del Vesuvio e sui monti della Sila, fiocchi bianchi a Potenza, vento forte nel golfo di Napoli e sulla Sicilia, che ha interrotto i collegamenti con le isole Eolie causa mare forza 6. A Lipari, 30 turisti hanno affittato una barca per andarsene lo stesso. Nella Puglia sferzata da una tramontana feroce, una nave da crociera della Msc è rimasta bloccata per nove ore al largo del porto di Bari, perché la manovra era troppo pericolosa. Ha attraccato alle 21. Centinaia di passeggeri aspettavano a terra. Brutta avventura per nove ragazzi baresi tra i 15 e i 17 anni, che si erano accampati in un canalone con tende e sacchi a pelo e sono stati travolti di notte dalla mareggiata. Li ha salvati la polizia. I campeggiatori e quattro agenti sono finiti in ospedale per un principio di assideramento.A Torino e Milano era praticamente Ferragosto con 31 e 32 gradi di massima, a Roma ce n'erano 22, a Firenze 25, a Cagliari 27. Insomma, tutta un'altra storia. E anche la Pasqua/Pasquetta dell'anno scorso, caduta di 24 aprile, al confronto è stata africana, tra i 20 e i 22 gradi.
Il meteo purtroppo prevede altri giorni cupi. «Da domani fino al 18 aprile, tranne giovedì 12, pioverà sempre, dovunque» dice Giuliacci. L'unica consolazione è che farà più caldo. Conferma il trend perturbato Antonio Sanò su www.ilmeteo.it che annuncia piogge a ripetizione già da stasera fino al 20. Con una prima perturbazione e poi addirittura un mini-ciclone da venerdì a domenica, accompagnato da diluvi, temporali e nevicate anche a 1.000 metri sulle Alpi. Secondo il dipartimento della Protezione civile il maltempo comincerà già stasera a partire dal Nord e dalla Toscana, mercoledì brutto democraticamente per tutti.

 

 

 

 

 
 
 

FUKUSHIMA: ALTA RADIOATTIVITA' IN MARE MA SOTTO I LIVELLI MASSIMI AMMESSI

Post n°917 pubblicato il 10 Aprile 2012 da personcina

Fukushima: alta radioattività in mare, ma sotto i livelli massimi ammessi

Campagna internazionale di campionamento condotta lo scorso giugno da 30 a 600 km dalla centrale

 - Concentrazione elevata di radionuclidi, ma inferiore ai livelli massimi ammessi per la salute umana. È il risultato pubblicato a inizio aprile sulla rivista Pnas di un'accurata campagna internazionale di campionamento condotta lo scorso giugno nell'oceano Pacifico di fronte alle coste del Giappone per misurare il tasso di radioattività e la dispersione in mare seguente all'incidente alla centrale nucleare di Fukushima dopo lo tsunami dell'11 marzo 2011.LIVELLI - Anche se i livelli riscontrati sono di molto inferiori a quelli limite, i ricercatori pongono alla comunità scientifica - e non solo - una domanda: l'accumulo di materiale radioattivo nei sedimenti sul fondo marino, a lungo termine quale pericolo può porre all'ecosistema marino? I principali radionuclidi campionati nel Pacifico sono stati due isotopi di cesio (134 e 137) che non hanno origine naturale nei mari. E in ogni caso l'incidente di Fukushima ha causato il più grande rilascio accidentale di radioattività della storia nell'oceano. Il tasso più alto di contaminazione - mille volte superiore alla media, ma pari a solo il 15% della dose annuale dovuta alla radioattività naturale - non è stato riscontrato a Fukushima, ma più a sud presso Ibaraki, a causa di un vortice che si è staccato dalla corrente di Kuroshio.NUOVO RILASCIO DI ACQUA CONTAMINATA - Intanto la Tepco, la società che gestisce le centrali di Fukushima, giovedì 5 aprile ha reso noto che si è verificata la rottura di una conduttura che collega un impianto di desalinizzazione a un serbatoio di stoccaggio. Sono fuoriuscite 12 tonnellate di acqua contaminata con materiale radioattivo e parte è finita nell'oceano. Perdite simili si sono verificate numerose volte lo scorso anno, ma le autorità hanno sempre detto che non comportano rischi per la salute. A dicembre il governo giapponese aveva dichiarato che l'impianto aveva raggiunto la stabilità e che le perdite di liquido radioattivo si erano sensibilmente ridotte. Ma lo scorso mese si è verificata un'altra fuoriuscita di 120 tonnellate d'acqua e 80 litri (lo 0,07%) erano finiti in mare.

 

 

 
 
 

GIAPPONE:TSUNAMI, POTRANNO ARRIVARE ONDE DI 35 METRI.

Post n°916 pubblicato il 10 Aprile 2012 da personcina

Giappone: tsunami, potranno
arrivare onde di 35 metri

Lo scenario peggiore previsto dagli scienziati per un sisma di 9 gradi. A rischio le centrali nucleari che sono state spente.

MILANO - Se un terremoto di 9 gradi della scala Richter dovesse avvenire nella fossa Nankai, nel Pacifico a ovest del Giappone, alcune zone della costa potrebbero essere colpite da uno tsunami con onde fino a 35 metri. Questo scenario apocalittico - ma non più di tanto se si considera che il sisma dell'11 marzo 2011 raggiunse proprio i 9 gradi di magnitudo - è stato delineato dalla revisione di un precedente studio sui rischi di maremoto, risalente al 2003, voluto dal governo giapponese per far fronte a un nuovo devastante tsunami. Lo studio del 2003 affermava che l'onda massima avrebbe raggiunto un'altezza di 20 metri. Lo tsunami del 2011 a Miyako raggiunse un'altezza di 40,4 metri.LO SCENARIO PEGGIORE - Si tratta dello scenario peggiore previsto dagli analisti, che prevede che l'onda scatenata dal terremoto, che colpirebbe un tratto della costa lungo circa 850 chilometri, raggiungerebbe altezza massima di 34,4 metri nella città di Kuroshio, nella prefettura di Kochi. Gli studiosi affermano che la probabilità di un simile evento è «estreamente bassa», ma aggiungono che è il caso di approfondire gli studi sugli effetti e sulle aree che verrebbero colpite dallo tsunami. Infatti l'area di Tokyo, e fino alle isole meridionali Kyushu, sarebbero interessate da ondate di 20 metri di media.CENTRALI NUCLEARI - In particolare lo studio si sofferma sull'altezza dello tsunami che colpirebbe le centrali nucleari sulla costa, un tema molto sentito in Giappone dopo il disastro della centrale di Fukushima. Ora gli impianti nucleare nipponici sono stati disattivati, ma non smantellati (serviranno decenni). Per esempio nella centrale di Hamaoka, nella prefettura centrale di Shizuoka, le onde potrebbero raggiungere i 21 metri, superando la barriera di 18 metri che è in corso di realizzazione.

 

 

 

 
 
 

VENEZIA AFFONDA PIU' IN FRETTA DEL PREVISTO

Post n°915 pubblicato il 22 Marzo 2012 da personcina

Venezia affonda più in fretta del previsto

Nuove misurazioni Gps indicano che il centro storico prosegue la subsidenza e si inclina verso est

  - Ci sono novità per quanto riguarda Venezia e l’acqua alta che l’assilla: nuove misurazioni indicano che il centro storico della città continua ad affondare in modo lento, ma a una velocità maggiore di quanto supposto, e in più si sta inclinando leggermente verso est. Non c’è solo il livello del mare che si sta innalzando (eustatismo), ma anche il suolo che si abbassa (subsidenza). E questo era noto. Secondo quanto si sapeva finora però l’entità della subsidenza era più contenuta, invece pare non essere così. Per lo meno nell’ultimo decennio. Le nuove misurazioni giungono da una ricerca condotta da Yehuda Bock, geodeta dell’Istituto di oceanografia dell’Università di San Diego in California, in collaborazione con l’Università di Miami in Florida e con la società italiana Tele-Rilevamento Europa, che misura le deformazione terrestri, analizzando i dati raccolti da Gps e radar satellitari (InSAR) per quanto riguarda Venezia e la sua laguna. INCLINAZIONE - Ma non è l’unica novità. L’analisi dei dati ha evidenziato che il fondale della laguna si sta un po’ inclinando verso est di circa 1-2 millimetri all’anno. Vale a dire che la parte occidentale - dove è posta la città di Venezia – supera in altezza quella orientale. «La nostra analisi combinata di Gps e InSAR ha evidenziato chiaramente i movimenti nell'ultimo decennio che i due sistemi da soli non potevano percepire», dice Shimon Wdowinski, professore di geologia marina e geofisica presso l'Università di Miami. EMUNGIMENTO D’ACQUA - La subsidenza di Venezia venne riconosciuta come un'importante concausa dell’aumento delle acque alte. Gli studiosi attribuirono parte del fenomeno all’emungimento di acqua dalla falda, messa in atto dagli anni Venti agli anni Settanta, per raffreddare gli impianti industriali di Porto Marghera. Venne calcolato che imputabile a questo prelievo sia l’abbassamento di circa 7 centimetri. Il pompaggio di conseguenza fu vietato e la subsidenza dovuta all’agire dell’uomo si fermò, ma la subsidenza per cause naturali, dovuta soprattutto all’inabissarsi dei suoli nelle zone umide, è sempre in atto. La media - secondo i dati finora noti - è però valutata in 4 cm al secolo e non di 4 cm in vent'anni, come prospetta il nuovo studio.

                                                     

 

 

 

 

 
 
 

DOPO 120 MILIONI DI ANNI SI "RIFA VIVO" IL DINOSAURO TUNISINO.

Post n°914 pubblicato il 12 Marzo 2012 da personcina

SCOPERTE/ Dopo 120 milioni di anni si “rifà vivo” il dinosauro tunisino

SCOPERTE/ Dopo 120 milioni di anni si “rifà vivo” il dinosauro tunisino.

Non tutte le buone scoperte capitano per caso, e spesso la perseveranza premia. Da oltre tre anni nella vasta regione che si estende a sud della città di Tataouine, nella Tunisia meridionale, un gruppo di ricercatori dell’Università di Bologna porta avanti la propria ricerca per riportare alla luce fossili vecchi di 120 milioni di anni. Il progetto, che è stato realizzato in collaborazione con l’Offices National des Mines di Tunisi per lo studio del patrimonio geologico e paleontologico della Tunisia, aveva prodotto già importanti risultati con la scoperta di diverse località fossilifere.

 

 

 

 

Tuttavia, la scoperta avvenuta nel mese di marzo ha certamente portato grande entusiasmo non solo nel team di ricercatori sul posto, ma anche agli esperti del settore. Aldo Bacchetta, che dall’inizio collabora con l’Università di Bologna in qualità di esperto del difficile territorio desertico e dall’occhio ormai esperto, si è imbattuto in un frammento osseo ancora parzialmente sepolto nelle sabbie del Cretaceo che poco aveva a che fare nell’aspetto con i tanti piccoli resti ossei che si trovano nella regione. La sua curiosità ha portato a una prima pulitura del frammento, che in breve si è rivelato essere la classica punta dell’iceberg. Al di sotto della dura sabbia infatti, si celava molto altro.

Dopo una settimana di scavi, il piccolo frammento aveva lasciato posto ai resti di un grande dinosauro erbivoro di cui si sono fossilizzati perfettamente le ossa del bacino e parte della coda. Questo almeno rivela la prima parte dello scavo, e molto altro attende di essere portato alla luce. Le sole ossa del bacino misurano 150 cm di lunghezza, e vertebre alte 45 cm in splendido stato di conservazione sono state recuperate e messe in sicurezza. È la prima volta in Tunisia che vengono rinvenuti i resti articolati - ossia nella posizione in cui l’animale è morto - di un dinosauro.

I lavori di scavo sono stati dedicati alla messa in sicurezza di questo reperto attraverso l’uso di colle speciali e strutture protettive in gesso che hanno permesso di prelevare parte dello scheletro. La missione sul terreno, organizzata grazie al supporto di Eni, ha permesso un primo trasporto alla sede dell’Office National des Mines a Tunisi, da dove proseguirà il suo viaggio fino al Museo Geologico Giovanni Capellini di Bologna per essere preparato e studiato.

 

                                           

 
 
 

IN ANTARTIDE, CREPA NEI GHIACCI. UN ICEBERG GRANDE QUANTO NEW YORK?

Post n°913 pubblicato il 12 Marzo 2012 da personcina

ANTARTIDE/ Crepa nei ghiacci: un iceberg grande quanto New York?

Allarme ghiacci. Ua missione area scientifica ha scoperto una crepa enorme al Polo Sud: si teme possa staccarsi un iceberg di proporzioni enormi.
  - Una missione scientifica della durata di sei anni. Ecco cosa è Operation Ice Bridge. Lanciata dalla Nasa, ha lo scopo di studiare per mezzo di voli aerei appositi lo stato dei due poli, il nord e il sud, Artide e Antartide. Alla luce dei continui allarmi relativi al global warming, il surriscaldamento del pianeta Terra, una missione dai risvolti estremamente importanti. Per la prima volta infattisi stanno osservano regioni dei due poli che non era mai stato possibile raggiungere passando dai ghiacci. In particolare, le scoperte più interessanti si stanno osservando negli immensi spazi del polo sud. E' la zona compresa a sud di Punta Arenas, nel Cile e che arriva a Greendland nell'Antartico infatti quella che più comunemente dà vita agli iceberg, le montagne di ghiaccio galleggianti che si staccano dal polo per navigare, spesso mettendo a rischio le rotte delle navi, nel mare. Ed è proprio qui che i voli di Operation Ice Bridge hanno fatto una scoperta paurosa.IL GHIACCIAIO DI PINE ISLAND - Una foto scattata da uno dei voli, lo scorso 14 ottobre, ha mostrato uno scenario inquietante. La zona è quella del ghiacciaio Pine Island Ice Shelf dove dieci anni fa si staccò un grande iceberg. E' una zona di particolare interesse, questa, per gli studiosi, perché molto grande e allo stesso tempo instabile ed è quindi fonte naturale di molti degli iceberg che si staccano dai ghiacciai del polo sud. Dalla foto in questione si vede in modo distinto una fenditura, uno squarcio, un crack, detto all'inglese. Questa fenditura scorre per molti chilometri e sta ovviamente preoccupando gli studiosi. La zona in particolare si addentra nel Mare di Amundsen, una parte dell'oceano antartico difficilmente raggiungibile, una parte dell'Antartide lunga settanta chilometri e larga circa trentacinque. Gli scienziati per le dimensioni la chiamano "Pig", il maiale. Zona da sempre da cui si staccano grandi iceberg, con il livello raggiunto negli ultimi tempi del riscaldamento globale, minaccia con il possibile scioglimento dei suoi ghiacciai di invadere le coste della parte sud della superficie terrestre: i livelli delle acque marine infatti crescono ormai di tre millimetri all'anno. Secondo studi scientifici, lo scioglimento del Pine Island Glacier potrebbe far salire il livello dei mari di ben ventiquattro centimetri, un livello disastroso.

                                                       

 

 
 
 

PERICOLO PER TORRI ELETTRICITA' A TIANJIN CAUSA NIDI DI UCCELLI

Post n°912 pubblicato il 12 Marzo 2012 da personcina

Pericolo per torri elettricità a Tianjin, rimossi nidi di uccelli

Pericolo per torri elettricità a Tianjin, rimossi nidi di uccelli.

Tianjin (Cina) - Non appena arriva la primavera e gli uccelli migratori volano nel nord della Cina verso i luoghi estivi di nidificazione, uno dei compiti più importanti degli addetti alla manutenzione degli impianti elettrici del comune di Tianjin, è di spostare i nidi di uccelli costruiti sulle torri elettriche perché potrebbero causare gravi incendi e mettere così a rischio la sicurezza dell'intera città, oltre ad uccidere gli animali. Ecco perché negli ultimi giorni diverse squadre della società elettrica di Tianjin si sono dovute arrampicare su dieci torri elettriche a diversi metri di altezza, rimuovendo i nidi degli uccelli, portarli giù con una carrucola e poi posizionarli sui rami degli alberi vicini. Per ogni nido è necessaria circa mezz'ora di lavoro. I nidi, fatti con erba bagnata e fili di ferro arrugginiti possono condurre scariche elettriche e provocare corto circuiti.

                                                       

 

 

 
 
 
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