FEBBRAIO 2012

LA SFIDA PER LA TERRA.
Sir Richard Branson Presidente del Gruppo Virgin, punta al titolo di "Mecenate del XXI secolo" perchè ha lanciato una competizione per la salvaguardia della Terra che mira a trovare un sistema che sia in grado di sottrarre l'anidride carbonica di origine antropica dall'atmosfera, senza danni collaterali.
L'impresa non è facile ma il Premio in palio potrebbe mettere in moto molti "CERVELLI" in quanto all'ingegnoso vincitore andranno infatti in tasca 25 milioni di dollari e come dice Branson:"La storia dimostra che i premi incoraggiano lo sviluppo di tecnologia per il bene dell'umanità"
La valutazione delle tecnologie che saranno presentate, è in mano ad una Giuria d'eccellenza come AL GORE-JAMES HANSEN della NASA-JAMES LOVELOCK inventore della teoria di Gaia, che dichiara "PER SALVARE LA TERRA, ABBIAMO BISOGNO DI UN MIRACOLO"
ALLORA:BUONA FORTUNA A TUTTI I "CERVELLI" CHE PASSERANNO DA QUESTO BLOG.
...CON IL FASCINO DELLE NEBBIE.
..E GLI ALBERI SI RISVEGLIAVANO IN FIORE.

PANORAMI DA MOZZARE IL FIATO

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Post n°877 pubblicato il 04 Febbraio 2012 da personcina
La piccola era glaciale . Un freddo senza precedenti iniziò ad interessare la Terra verso la fine del 1200 e durò, spesso con anni tremendi, fino agli inizi del 1800. I climatologi hanno chiamato questo periodo “Piccola Era glaciale”.Ma cosa successe alla Terra in quei secoli? Uno studio condotto dall’Università del Colorado a Boulder è giunto alla conclusione che il calo di temperature fu innescato da un periodo durato circa 50 anni di massicce eruzioni vulcaniche nelle aree tropicali. L’ipotesi, che non è la prima volta che viene avanzata, ha, in questo caso, un gran numero di prove e un modello realizzato al computer di quel che avvenne senza precedenti. Colpì soprattutto l’Europa. Questa piccola glaciazione colpì particolarmente l’Europa tant’è che sono numerosi i dipinti che raffigurano il Tamigi a Londra e i canali dei Paesi Bassi completamente ghiacciati per lunghi mesi. Inoltre è noto che i ghiacciai alpini e quelli norvegesi si espansero come non mai in tempi storici, al punto che sono noti casi in cui le lingue di ghiaccio avanzarono al punto da distruggere paesi che erano stati costruiti ben distanti dal loro fronte più avanzato. Reperti dal Canada all’Islanda. Il materiale studiato da Miller è stato raccolto soprattutto sull’isola di Baffin in Canada dove hanno avuto modo di raccogliere radici di alberi ancora intatte risalenti al periodo oggetto di studio. Mentre sono stati studiati con precisione i sedimenti presenti in un lago glaciale dell’Islanda. Spiega il ricercatore: “Tra il 13mo e il 15mo secolo gli spessori dei sedimenti diventano improvvisamente più spessi perché i depositi di ghiaccio aumentarono di molto a causa del freddo”. .
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Post n°876 pubblicato il 04 Febbraio 2012 da personcina
Aerei con le ali da balena Per disegnare le ali dei nuovi aerei alcuni scienziati pensano di copiare le pinne di una specie di megattera.Anche le balene hanno due o tre cose da insegnare agli ingegneri aeronautici. Dove cercare ispirazione per disegnare le ali dei nuovi aerei? Chiaro, in fondo al mare.
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Post n°875 pubblicato il 04 Febbraio 2012 da personcina
Perché si getta sale sulle strade ghiacciate? Il sale ha la proprietà di abbassare il punto di congelamento dell’acqua. A contatto con l’acqua, le molecole di sale si scindono in ioni, che si legano elettrostaticamente alle molecole d’acqua. Se la temperatura scende sotto zero, l’acqua comincia a formare i primi cristalli di ghiaccio, ma la presenza degli ioni interferisce con la crescita dei singoli cristalli: questo equivale a dire che il punto di congelamento del liquido si abbassa. Aumentando la quantità di sale, il punto di congelamento continua a scendere fino a quando la soluzione non è satura: altro sale non riuscirebbe a sciogliersi.
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Post n°874 pubblicato il 04 Febbraio 2012 da personcina
Perché c’è silenzio dopo una nevicata? Piccoli spazi d’aria che si creano tra i fiocchi di neve assorbono il suono, esattamente come i pannelli fonoassorbenti negli edifici. Con il passare del tempo la neve si comprime e gli spazi tra un fiocco e l’altro si riducono; diminuisce così anche l’assorbimento dei suoni.
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Post n°873 pubblicato il 04 Febbraio 2012 da personcina
Come mai quando nevica non ci sono né lampi né tuoni? Tuoni e fulmini nel corso di una nevicata sono rari, ma non completamente assenti. I temporali con tuoni e fulmini, infatti, sono un fenomeno atmosferico che si manifesta per lo più nei mesi estivi, perché in inverno non esistono le condizioni che stanno alla base della loro formazione. Durante la stagione fredda, il Sole rimane più basso all’orizzonte e le giornate sono più corte; in questo modo, il suolo di norma non si scalda abbastanza da creare nell’atmosfera sovrastante le condizioni d’instabilità necessarie per lo sviluppo dei temporali.
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Post n°872 pubblicato il 31 Gennaio 2012 da personcina
In costruzione diga che sommergera' 40.000 ettari Amazzonia. Sono partiti i lavori di sbarramento del fiume Xingu per la costruzione della diga di Belo Monte, in Brasile. Il consorzio Norte Energia ha gia' cominciato a costruire dighe temporanee sul fiume per drenare le aree dove sara' eretta la diga definitiva. Le tribu' indigene, non informate dell'avvio dei lavori, hanno protestato pacificamente, interrompendoli per alcune ore. Secondo le stime del governo la deviazione dell'80% del flusso dello Xingu distruggera' le case e l'ambiente di 16.000 residenti, mentre secondo le associazioni ambientaliste in realta' saranno in 40.000 a dover abbandonare case e campi. Il gruppo Amazon Watch afferma che saranno sommersi oltre 40.000 ettari di foresta pluviale
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Post n°871 pubblicato il 31 Gennaio 2012 da personcina
In Bulgaria l'acqua pulita e' piu' importante del petrolio. La Bulgaria ha messo al bando l'estrazione di gas naturale con il metodo "fracking" per gravi rischi ambientali. Lo ha deciso il Parlamento di Sofia che ha negato il permesso alla Chevron e accolto le proteste di diverse associazioni ambientaliste, nonostante la Bulgaria sia fortemente dipendente dalla Russia per quanto riguarda l'approvvigionamento energetico. Il "fracking" e' un tipo di estrazione che consiste nel pompare acqua mista a sabbia ad altissima pressione all'interno di rocce presenti nel sottosuolo per ottenere la fuoriuscita di gas e petrolio. In questo modo, pero', secondo gli ambientalisti si corre il pericolo di inquinare le falde acquifere: simili polemiche sono sorte anche negli Stati Uniti, dove il metodo e' sotto indagine Epa.
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Post n°870 pubblicato il 31 Gennaio 2012 da personcina
Animali appena scoperti a rischio Scoprire è un po’ far morire. Individuare una nuova specie di animali o piante significa a volte metterne a repentaglio la sopravvivenza. Le mani dell’uomo sulla natura, anche se mosse dalle migliori intenzioni, sono sempre più pesanti, soprattutto se finiscono su animali rari e confinati in aree ristrette del pianeta. Il passo dalla scoperta all’estinzione puòessere brevissimo, accelerato dalla progressiva distruzione dell’habitat e da un commercio fuorilegge di animali e piante (Wildlife Trade) che, con un giro di affari stimato in oltre 50 miliardi di euro l’anno, è considerato uno dei principali mercati illegali del mondo insieme a quello di armi e droga.LA MAPPA NASCOSTA - Adesso però gli affari, per la prima volta, li dovrebbero fare gli animali: a iniziare da una vipera. Nel corso di recenti indagini biologiche nella Tanzania, condotte da ricercatori del Museo delle Scienze di Trentoe di Wildlife Conservation Society, è stata scoperta una nuova spettacolare specie di vipera arboricola, che sembra essere presente solamente in alcuni piccoli frammenti di foresta di altissimo valore biologico: nella stessa area sono state scoperte numerose altre nuove specie di anfibi rettili e mammiferi. È il ricordo rimasto di un antico paesaggio forestale molto più vasto, scomparso nel corso degli ultimi secoli. La descrizione della vipera, chiamata Atheris matildae (Vipera cornuta di Matilda), è appena stata pubblicata dalla rivista scientifica Zootaxa ed è stata proposta per l’inserimento nella categoria di conservazione Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) di Critically Endangered, lo scalino subito precedente allo stato di «estinta in natura». È un animale che esiste sulla Terra da oltre due milioni di anni e ora, appena scoperta, rischia di sparire: una nuova specie di vipera, bella e rara come questa, sul mercato illegale vale migliaia di euro a esemplare. Per questo motivo gli scienziati autori della scoperta hanno deciso, in accordo con l’editore della rivista scientifica che l’ha divulgata, di mantenere segreta la località della scoperta: una mappa della Tanzania con un punto di domanda nel mezzo. Poi, a questa forma di protezione, i ricercatori hanno pensato di abbinarne un’altra, sfruttando le potenzialità del mercato, invece che subirne i danni: hanno raccolto alcune coppie della vipera e avviato un programma di riproduzione in cattività. Da un lato per avere una sorta di «assicurazione sulla vita» (le popolazioni in cattività per evitare l’estinzione vengono chiamate insurance populations) e dall’altro per dare al mercato ciò che il mercato chiede (e cercherebbe di ottenere in ogni caso), ma in modo controllato e ufficiale. È infatti nelle intenzioni del progetto di mettere a disposizione di privati e zoo un certo numero di esemplari, e di ricavare in cambio un fondo per la conservazione della foresta nella quale «Matilda» possa continuare a vivere in pace e indifferente agli affari degli umani, come del resto fa da due milioni di anni. Con buona pace dei collezionisti.
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Post n°869 pubblicato il 31 Gennaio 2012 da personcina
Il modello matematico anti-puzza – Quanto bisogna allontanarsi dalle fonti degli odori forti per non sentirli davvero? Il segreto per non sentire più la puzza delle nostre industrie sarebbe racchiuso in un modello matematico, appena perfezionato dai ricercatori universitari tedeschi e austriaciriunitisi a Vienna: una formula che se applicata dalle amministrazioni locali eviterebbe agli abitanti della zona di aprire le finestre e stendere i panni di fronte a un panorama olfattivo degradato e fastidioso. LE PREMESSE – Ogni amministrazione locale, attraverso la legislazione urbanistica, decide caso per caso a seconda del territorio a quale distanza dall’abitato le varie industrie produttrici di odori nelle loro lavorazioni (dalla siderurgica, al trattamento dei rifiuti, passando per il settore alimentare, il tessile, la concia delle pelli….) devono costruire i loro impianti. Spesso si tratta di distanze minime, a seconda della classificazione dell’industria: in Italia tale classificazione segue la descrizione della legge sanitaria nazionale, per esempio, che le divide in classi, mentre in Germania si distingue – nel caso della produzione alimentare – a seconda che si trattino polli, maiali o bovini. Per mettere fine a tale suddivisione della scala degli odori (e dei pericoli dell’inquinamento, ovviamente), un gruppo di ricercatori tedeschi e austriaci del dipartimento di scienze biomediche all’università di medicina veterinaria di Vienna ha creato un modello matematico che possa essere applicato ovunque, per qualsiasi tipo di puzza, in qualsiasi condizione atmosferica e del territorio.IL RISULTATO – I parametri presi in considerazione dai 3 scienziati passano dal meteo, forza del vento, distanze, gas emessi e loro effetti sull’ambiente e sulle persone, calcolo della dispersione di tali sostanze: studiate le loro variazioni in singoli casi presi a modello e riuniti insieme i risultati, il gruppo ha potuto formulare il modello matematico che, come promette uno degli scienziati coinvolti, «è così semplice da calcolare da poterlo fare rapidamente a mano sul retro di una busta». Il modello è stato appena pubblicato sull’ultimo numero della rivista scientifica Atmospheric Environment. L’intento dei ricercatori, riuniti in un gruppo di lavoro austriaco che studia su larga scala le emissioni industriali e il loro impatto sull’abitato, era anche quello di creare un sistema che potesse rassicurare la popolazione e ridurre al minimo il fenomeno nimby (not in my back yard), ovvero l’atteggiamento di rifiuto delle comunità locali verso il cambiamento “nel proprio cortile”, sia esso l’introduzione di industrie, di una nuova arteria di traffico, di modelli architettonici diversi o simboli religiosi (emblematico il caso delle moschee in Italia). E anche se la scomparsa dell’effetto nimby non è assicurata, se il modello davvero funziona e verrà utilizzato dalle amministrazioni locali, potrà almeno aiutare il dibattito e il confronto nelle fasi di inserimento di una nuova fabbrica sul territorio.
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Post n°868 pubblicato il 30 Gennaio 2012 da personcina
All'interno del raggio di evacuazione di 20 km dalla centrale Fukushima, sfida le radiazioni e siprende cura degli animali abbandonatiNaoto Matsumura, risultato «completamente contaminato», ha trasformato la sua casa in un centro di accoglienza – «Gli animali di Fukushima abbandonati e lasciati morire»: questo è il titolo di un reportage della Cnnche parla di una categoria trascurata dagli organi d'informazione nel parlare del disastro nucleare giapponese: gli animali. Ma qualcuno ha pensato a queste povere vite. E per amor loro ha deciso di rimanere a Tomioka. E di non abbandonarli al loro destino. Il piano di evacuazione ordinato dal governo giapponese parla chiaro: tutti coloro che abitano nel raggio di venti chilometri dai reattori della centrale danneggiata dall'accoppiata killer terremoto/tsunami dell'11 marzo scorso vanno immediatamente allontanati. Ma c’è un uomo di nome Naoto Matsumura, agricoltore da cinque generazioni, che decide di non stare alle regole. RIBELLE - Naoto inizia la sua disobbedienza proprio il giorno dopo il terremoto. Mentre i 78 mila residenti nell'area a maggiore rischio di contaminazione radioattiva lasciano le loro case, il cinquantaduenne ribelle di Fukushima organizza la sua resistenza nel nome dei suoi amati animali, poiché il piano approntato dalle autorità non prevede alcuna misura per evacuarli, ma Naoto non se la sente di ignorarli. Oggi l’unico residente della zona è dunque anche l’unica fonte di nutrimento per un gran numero di animali randagi. CARCASSE OVUNQUE - A quasi un anno di distanza dal disastro nucleare, l’area di venti chilometri di raggio che si estende attorno a Fukushima è un cimitero a cielo aperto. Le carcasse di cani, gatti ma anche di mucche e maiali sono sparse un po’ ovunque. Numerose associazioni animaliste hanno fatto pressione sul governo giapponese per tentare di salvare anche i gli animali, ma le autorità si sono rifiutate, ritenendo l’operazione di salvataggio troppo rischiosa per la salute degli incaricati. Ciononostante nel dicembre scorso un gruppo di animalisti è entrato nell’area evacuata e ha portato via circa 250 cani e un centinaio di gatti, riuscendo in seguito a rintracciare l’80 per cento dei proprietari. «IO RESTO QUI» - «Sono pieno di rabbia», sbotta Matsumura, intervistato dalla Cnn. «Ed è questa la ragione per la quale sono ancora qui. Mi rifiuto di andarmene portando con me questa rabbia e questo dolore. Piango ogni volta che guardo la città nella quale sono nato. Il governo e la gente di Tokyo non sanno quello che sta succedendo qui». Da quando ha deciso di rimanere per dar da mangiare ai randagi, Naoto esce dall’area solo per procurarsi cibo per i suoi amici a quattro zampe. Già dopo poco tempo dall’evacuazione la maggior parte delle mucche era morta. Vermi e mosche ricoprivano le carcasse e l’odore era insopportabile. CONTAMINATO - Naoto Matsumura vive in una città fantasma, senza elettricità e beve l’acqua estratta da un pozzo vicino alla sua casa. Dopo gli esami clinici per misurare i livelli di contaminazione il suo organismo è risultato «completamente contaminato». Ma nonostante la diagnosi l’unico cittadino di Tomioka non si scoraggia e dichiara di volere seguire da vicino le opere di bonifica commissionate dal governo. «Dobbiamo decontaminare quest’area o questa città morirà. Io rimarrò qui per essere sicuro che questo venga fatto e perché voglio morire dove sono nato».UNA STORIA TRISTE - Ma la scena peggiore ricordata da Matsumura riguarda una mucca con il suo vitellino che l’agricoltore ritrovò in pessime condizioni nella fattoria di un vicino: «La mucca era pelle e ossa e il suo piccolo piangeva e cercava ostinatamente di attaccarsi alle mammelle della madre. Ma lei, forse temendo che se avesse nutrito il cucciolo sarebbe morta, lo allontanava scalciando. Dopo molti rifiuti il vitellino si rintanò in un angolo della stalla e prese a succhiare della paglia, come se fossero le mammelle di sua madre». Il giorno dopo Naoto tornò alla fattoria e trovò entrambi gli animali morti. È stato dopo avere assistito a decine di scene come questa che il signor Matsumura ha iniziato a concedere interviste ai corrispondenti esteri di varie testate sottolineando come i media giapponesi stiano ignorando un aspetto drammatico delle conseguenze dell’incidente di Fukushima.
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Post n°867 pubblicato il 30 Gennaio 2012 da personcina
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Post n°866 pubblicato il 30 Gennaio 2012 da personcina
Quasi tutti le isole hanno un'altezza media inferiore al metro Maldive: «Se saremo sommersi dal mare, andremo in Australia»L'innalzamento degl oceani per lo scioglimento delle calotte polari mette a rischio l'arcipelago nell'oceano Indiano- Le isole Maldive, così come altri Stati-isola del Pacifico, rischiano seriamente di sparire dalla carte geografica se il riscaldamento globale nei prossimi decenni farà sciogliere le calotte polari con il conseguente innalzamento del livello degli oceani. E se i maldiviani dovessero diventare «rifugiati climatici», potrebbero chiedere asilo all'Australia. Lo ha affermato il presidente delle Maldive, Mohammed Nasheed,in interviste concesse in questi giorni ai giornali australiani.RISCALDAMENTO CLIMATICO - «È sempre più difficile mantenere le isole nel loro stato naturale», ha detto il capo dello Stato al Sydney Morning Herald. «È necessario che gli australiani e ogni altro Paese sviluppato capiscano che questa è una situazione diversa da tutte le altre». Secondo l'Intergovernmental Panel on Climate Change (l'agenzia Onu premio Nobel per la pace nel 2007) il livello dei mari potrebbe alzarsi di mezzo metro entro la fine del secolo. IN AUSTRALIA - La gran parte delle isole e degli atolli delle Maldive hanno un'altezza media che non supera il metro sopra il livello del mare e quattordici delle 220 isole abitate (su un totale di 1.087) sono state già abbandonate per l'erosione delle coste. Il governo di Malé ha istituito un fondo finanziato con i proventi del turismo per acquistare terreni in Australia, Sri Lanka e India dove eventualmente trasferire la popolazione, circa 320 mila abitanti. «Sono questi i Paesi di cui si parla, anche se non abbiamo avuto necessariamente conversazioni ufficiali con loro», ha spiegato Nasheed.
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Post n°865 pubblicato il 30 Gennaio 2012 da personcina
Plastica: il riciclo vale 700 milioni di euro Il 61% ritorna materia prima, il 39% di “misto” diventa combustibile per cementifici e impianti energetici- Ogni giorno 4 mila balle di plastica, cubi di un metro e mezzo per un metro e mezzo, per un totale di mille tonnellate quotidiane, vengono assemblate dopo un complesso procedimento di selezione che smista grazie a laser, nastri trasportatori, getti d’aria, cernita manuale, un tipo di plastica dall’altro, tra tutti i flaconi, le bottiglie, i sacchetti, i barattoli che in Italia vengono buttati nella raccolta differenziata. Ma cosa succede alle bottiglie d’acqua minerale, ai vasetti di yogurt e ai contenitori per le uova che buttiamo? SELEZIONE - Nel 2011 la raccolta di plastica ha raggiunto le 650 mila tonnellate (dato Corepla, Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero di rifiuti di imballaggi in plastica). Di questa montagna di contenitori arrivati dalla raccolta differenziata urbana ai 37 impianti di selezione, una parte va al riciclo e ciò che non può essere riciclato è recuperato grazie al potere energetico della plastica: circa 200 mila tonnellate sono trasformate in combustibili alternativi alle fonti fossili. Spiega il presidente di Corepla, Giuseppe Rossi: «Nella fase di separazione il 61% viene avviato al riciclo, e poi trasformato in materia prima, mentre il 39%, quello che chiamiamo “misto”, diventa combustibile destinato soprattutto ai cementifici e agli impianti per la produzione di energia. Il trattamento di selezione è molto complesso, più che per ogni altro materiale, perché in effetti la plastica non esiste: esistono le plastiche», prosegue Rossi. «A differenza di altri prodotti, come ad esempio il vetro, che è composto di silicati e che sia verde, bianco oppure blu, messo in forno si scioglie ed è pronto per essere riciclato, la plastica è composta di carbonio e idrogeno. Inoltre, ogni plastica ha la sua formula, che va scomposta: ed è proprio la formula che rende ogni plastica differente e garantisce diverse caratteristiche». ALL'ASTA - Ogni mese, attraverso un’asta telematica, la plastica così suddivisa, viene acquistata dai riciclatori e avviata alla seconda fase della lavorazione. Ogni balla viene smontata, mandata al prelavaggio in un mulino che elimina ogni impurità (etichette comprese), poi un detector individua eventuali parti metalliche e le elimina. Tritata in scaglie, sciacquata, centrifugata, essiccata, viene nuovamente tritata in scaglie più fini. Il polietilene anziché in scaglie, prende la forma prima di spaghetto, poi di piccole lenticchie. Queste scaglie e granuli, ricavati dai 10 chili di rifiuti in plastica che ognuno di noi produce ogni anno, tornano ad avere valore: oggi il settore del riciclo delle materie plastiche conta in Italia circa 300 imprese per 2 mila addetti e un fatturato di 700 milioni di euro. Ma l’aspetto economico è una parte del riciclo: il Corepla, che ha versato più di 150 milioni di euro ai Comuni, ha consentito il risparmio di 3.164.000 tonnellate di CO2. Come? Gli imballaggi raccolti occupano 19,5 milioni di metri cubi (21 volte il volume del Colosseo), spazio che è stato evitato in discarica e ha fornito nuova materia prima.
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Post n°864 pubblicato il 30 Gennaio 2012 da personcina
Nuovi esseri: trovati gli «intraterrestri» Vivono in ambienti estremi in rocce provenienti dal mantello terrestre sotto le dorsali oceaniche. Analogie con Marte- Se gli extraterrestri non sono ancora stati trovati, gli «intraterrestri» sì. E a scoprire forme di vita nelle viscere profonde della Terra (non nelle miniere o nelle grotte, ma in rocce provenienti dal mantello terrestre) è stato un gruppo di ricerca italo-francese, guidato da Daniele Brunelli del dipartimento di scienze della Terra dell'Università degli studidi Modena e Reggio Emilia, pubblicato dalla rivista Nature Geosciences. Una scoperta che apre grandi prospettive sull’origine stessa della vita e che eccita molto chi è alla ricerca di forme di vita anche su Marte, dove numerose sono le analogie rispetto all’ambiente in cui vivono gli «intraterrestri». LA SCOPERTA - Da tempo è nota una grande famiglia di organismi estremofili che cioè vivono in ambienti estremi, e che ricavano energia e alimenti per vivere da reazioni chimiche, senza svolgere la fotosintesi. Questi sono stati scoperti nelle miniere, nelle perforazioni, e molti batteri cosiddetti «sulfatoriduttori» hanno a che fare con i giacimenti petroliferi. La grande novità consiste nel fatto che questi microorganismi ora per la prima volta sono stati trovati in rocce portate in superficie nelle dorsali oceaniche - rocce che provengono cioè da centinaia di chilometri di profondità con temperature di centinaia di gradi - e raffreddandosi fuoriescono da spaccature della crosta terrestre che si aprono sotto gli oceani. Qui avviene un importante processo di progressiva idratazione chiamato serpentinizzazione (perché forma un minerale chiamato serpentino) che fa acquisire acqua al reticolo dei minerali. ORIGINE DELLA VITA - Durante questo processo si libera una grande quantità di idrogeno. «L’idrogeno è uno degli elementi principali per la respirazione di questi organismi», spiega Daniele Brunelli, con il quale hanno collaborato Valerio Pasini dell’'Università di Modena e Reggio Emilia e Benedicte Menez dell'Institute de Physique du Globe di Parigi. «Quindi l’ipotesi fatta qualche anno fa è che nelle serpentiniti ci siano le condizioni ideali per l’inizio della vita sulla Terra (idrogeno, disponibilità di metalli che permettono la formazione di molecole per lo scambio di elettroni, l’azoto e una temperatura ideale, al di sotto dei 100 gradi ma non così fredda come quella degli oceani). Inoltre in questo processo si formano quelle molecole complesse di carbonio che in maniera romantica vengono definite brodo primordiale. «Viste queste condizioni favorevoli all’inizio della vita, è partita la caccia a cercare microorganismi dentro queste rocce e noi siamo stati i primi a trovarli. Da anni raccogliamo le rocce del fondo oceanico. Queste provengono dal fondo dell’Atlantico portate in superficie attraverso la dorsale. Sono organismi degradati», continua il ricercatore, «con la materia organica cotta, visto l’ambiente caldo in cui si trovava. Però vediamo gli effetti della vita di questi microorganismi nei minerali utilizzati dalla loro attività metabolica, gli effetti del pasto, visto che hanno mangiato i minerali: siamo certi che è materia biologica». COME SU MARTE - «È un primo passo, come aver messo piede sulla Luna, ora gli studi proseguiranno», conclude Brunelli. «Ma le serpentiniti sono state scoperte anche su Marte, dove c’è anche l’acqua e questo è molto attraente per chi cerca la vita extraterrestre, visto che sul pianeta rosso si trovano condizioni simili».(Massimo Spampani)
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Post n°863 pubblicato il 30 Gennaio 2012 da personcina
In Marocco piovono - Quei sassi piovuti dal cielo in Marocco nel luglio dell’anno scorso e rinvenuti in dicembre vengono proprio da Marte. La caduta era stata avvistata, ma poi sono occorsi mesi per raccoglierli e collegarli all’evento di cui erano stati testimoni anche numerosi turisti. La conferma arriva ora dalla Nasa che li ha esaminati in questi mesi giungendo all’interessante conclusione. LAVORO MULTIDISCIPLINARE - Il lavoro non è stato facile e ha coinvolto specialisti di varie discipline e università americane oltre a quelli dell’ente spaziale ma il risultato è inequivocabile. I diversi frammenti pesano complessivamente 6,8 chilogrammi e il pezzo più consistente è di 907 grammi. L’ultima volta accadde nel 1962 e allora il bottino era stato più consistente raggiungendo i 108 chilogrammi. Queste meteoriti marziane battezzate Tissint dalla International Socitey for Meteoritics and Planetary Science, sono preziose sotto ogni aspetto. Prima di tutto quello scientifico perché finora soltanto cinque volte i ricercatori hanno confermato la natura marziana di meteoriti raccolte: quindi i campioni sono davvero pochi, in tutto appena 99. Molti però erano già sulla Terra da milioni di anni e per questo potenzialmente alterati. I pezzi invece appena raccolti e ben conservati nello spazio possono raccontare meglio e con maggior precisione la natura del vicino Pianeta rosso. PIÙ CARE DELL'ORO - Le pietre marziane si ritiene siano state sparate nello spazio dalla caduta sul Pianeta rosso di un corposo asteroide o cometa. Quando l’orbita della Terra incrocia i frammenti vaganti, questi finiscono per cadere nell’atmosfera come accade con le «stelle cadenti» d’agosto. Ovviamente c’è anche un lato venale nella scoperta in Marocco: i frammenti sul mercato oggi valgono una decina di volte più dell’oro con prezzi variabili da 11 mila 22.500 dollari a oncia. Nonostante ciò sembra siano stati quasi tutti venduti. In attesa di andare a raccogliere pietre vere su Marte e di riportarle sulla Terra con sonde automatiche la scienza si deve quindi accontentare di questi campioni. Ma per il momento basta.
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Post n°862 pubblicato il 27 Gennaio 2012 da personcina
La «mela di Eva» rischia l'estinzione Il «frutto proibito» potrebbe scomparire a causa dell'urbanizzazione e della deforestazione- La mela del peccato con cui Eva tentò Adamo rischia di scomparire a causa dell'avidità umana. A darne notizia, durante una conferenza stampa, è stata l'associazione Alma, nata due anni fa per salvare la Malus sieversii - questo il nome latino della «mela di Eva» ossia del melo selvatico da cui si ritiene discendano tutte le varietà domestiche - che ha lanciato il suo appello per la salvaguardia di questa specie vegetale. Il frutto, che cresce in maniera spontanea nella regione di Almaty, nel sud-est del Kazakistan, sarebbe minacciato dall'urbanizzazione selvaggia e dalla deforestazione. Solo un cambiamento nel comportamento dell'uomo potrebbe assicurarne l'esistenza. RESISTE ALLE MALATTIE MA NON ALL'UOMO - La M. sieversii è un particolare tipo di mela che aveva fin qui fatto fronte agli assalti del progresso. Le sue caratteristiche genetiche le permettono infatti di resistere alle malattie, facendo a meno dei 35 pesticidi che «proteggono» le normali mele. Inoltre cresce su alberi molto belli, alti fino a 20-30 metri e larghi 2 e se il suo Dna venisse incrociato con quello di altre qualità contribuirebbe a renderle più sane. Del frutto esistono quasi 6 mila varietà e, diversamente da altre mele selvatiche, questa è grande e dolcissima. Per milioni di anni il pomo proibito è cresciuto indisturbato, reso così pregiato anche dal contribuito degli orsi che mangiandone e digerendone i semi permettevano ai germogli di attecchire a terra. Peccato che secondo Alma il 70 per cento di questi meli siano già stati devastati, rendendo la mela di Eva un frutto davvero raro da trovare.
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Post n°861 pubblicato il 27 Gennaio 2012 da personcina
Gli scienziati: sei avvertimenti ROMA-Le probabilità di vedere realizzati gli scenari peggiori del cambiamento climatico, tra quelli ipotizzati dall'IPCC (Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite), stanno aumentando a vista d’occhio. I tassi di gas serra salgono a ritmi imprevisti, le temperature medie globali andranno probabilmente oltre i due gradi di aumento entro il secolo, il livellodei mari potrebbe superare il mezzo metro di crescita, causando l’esodo di centinaia di milioni di persone dalle isole e dalle zone costiere inondate. L’ennesimo allarme climatico è stato ripetuto a Copenhagen, a conclusione della conferenza internazionale che ha riunito la settimana scorsa 1600 climatologi da più di 70 paesi, per iniziativa dell'International Alliance of Research Universities (IARU), un’associazione fra le più importanti università di tutto il mondo. Due anni dopo la pubblicazione del quarto rapporto dell'IPCC, che aveva fornito la sintesi della scienza climatica fino al 2006 e alcuni dei più probabili scenari di cambiamento climatico, il congresso di Copenhagen ha voluto offrire un aggiornamento che tiene conto dei passi avanti compiuti dalla ricerca in questo complesso settore, sia sul fronte più strettamente scientifico e tecnico, sia su quello delle politiche da mettere in atto per fronteggiare il cambiamento climatico. SEI RACCOMANDAZIONI - Tirate le somme, i 1.600 esperti hanno deciso di consegnare ai governi del mondo un messaggio articolato in sei raccomandazioni. Il testo definitivo sarà consegnato nel prossimo mese di giugno, ma intanto ne sono state anticipate le parti essenziali. Il primo avvertimento riguarda le emissioni globali dei gas serra, che sono in salita, soprattutto nei Paesi di nuova industrializzazione: proprio questi dati rendono sempre più probabili i peggiori scenari tra quelli prospettati due anni fa dall'IPCC. Parametri quali l’aumento della temperatura media globale della superficie terrestre, l'innalzamento del livello medio globale dei mari, la riduzione dei ghiacci artici, l'acidificazione degli oceani e la frequenza di eventi climatici estremi, non possono che peggiorare, accrescendo il rischio futuro di cambiamenti climatici bruschi e irreversibili. Nel secondo avvertimento si sottolinea come le società, soprattutto quelle più povere, si dimostrino molto vulnerabili ai cambiamenti climatici: saranno esse a soffrire di più sia quanto a perdite di vite e beni, sia perché costrette a esodi biblici. La necessità di interventi rapidi e efficaci, da attuare possibilmente entro il 2020, coordinandoli a livello globale e regionale, è contenuta nella terza raccomandazione del documento. Più deboli saranno gli obiettivi per il 2020, più alti i rischi e più difficile sarà agire efficacemente dopo. Ritardare l'inizio di azioni di mitigazione e adattamento, equivarrà ad aumentare significativamente i costi sociali ed economici richiesti dopo. I cambiamenti climatici, si legge nella quarta raccomandazione, avranno, ed hanno già oggi, effetti diversi in diverse aree del pianeta. Le strategie di adattamento e di mitigazione, se vorranno essere efficaci, non potranno evitare di tenere in considerazione queste differenze che rendono alcune popolazioni e alcune aree del pianeta molto più vulnerabili di altre. SOSTENIBILITÀ - Gli strumenti per fronteggiare efficacemente le sfide dei cambiamenti climatici ci sono già, è scritto nel quinto avvertimento, sono di carattere economico, tecnologico, comportamentale, gestionale, ma devono essere energicamente messi in atto allo scopo di decarbonizzare, cioè limitare drasticamente l’uso dei combustibili fossili. Il sesto ed ultimo avvertimento esorta a ridurre l'inerzia dei nostri sistemi socio-economici, per rendere concreta la transizione verso norme e pratiche che rafforzino la sostenibilità ambientale in ogni settore, industriale e civile. Da Londra, dove si trovava per una conferenza, l'ex viepresidente americano e premio Nobel per la Pace Al Gore ha fatto sapere di avere positive informazioni sull'evoluzione delle trattive che dovrebbero portare entro dicembre, sempre a Copenhagen, alla stipula di un nuovo accordo climatico gobale. "Il cambiamento di rotta dovuto alla nuova politica abientale del presidente Obama sarà determinante", ha assicurato Gore.
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Post n°860 pubblicato il 27 Gennaio 2012 da personcina
CO2, nuovo record delle emissioni Nel 2010 cresciute del 5% rispetto all'anno prima, quando erano calate a causa della crisi economica globale- L'ambiente deve «ringraziare» la crisi economica. Solo il rallentamento globale dell'economia nel 2009 aveva fatto diminuire le emissioni di anidride carbonica, il più diffuso gas serra. Nel 2010,infatti, con la ripresa della produzione industriale su scala globale, sono state sparate nell'atmosfera 30,6 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2, pari a un aumento del 5% delle emissioni rispetto all'anno precedente. Lo rivela l'Agenzia internazionale di energia (Aie), secondo la quale le emissioni di biossido di carbonio l'anno scorso sono state «le più alte della storia».LIMITI - Superato di slancio quindi il precedente record di 29,3 gigatonnellate che risaliva al 2008. Il problema consiste, riporta l'Aie, nel fatto che l'80% dell'incremento delle emissioni relativo al settore energetico previsto per il 2020 è già stato raggiunto, poiché è dovuto a impianti già realizzati o in fase di costruzione. Tutto ciò mette fortemente in dubbio il limite massimo di 2 gradi dell'incremento della temperatura media globale fissato al vertice di Cancun dello scorso dicembre, come ha illustrato Fatih Birol, capo economista dell'Aie (agenzia dell'Ocse). Per raggiungere questo obiettivo, però, è necessario non superare il limite di 450 ppm (parti per milione) di gas serra nell'atmosfera. Con l'incremento del 2010, invece, si è toccato il tetto di 390 ppm solo per la CO2, al quale però vanno aggiunti gli altri gas serra: metano soprattutto (1,75 ppm attuali) che produce un effetto di riscaldamento globale decine di volte superiore all'anidride carbonica, e poi ossido di azoto (0,3 ppm) con effetto di riscaldamento centinaia di volte maggiore. L'analisi delle carote di ghiaccio estratte nelle calotte polari dimostra che il livello di CO2 prima dell'inizio della rivoluzione industriale era di 280 ppm.AVVISO AL MONDO - «Le nostre analisi sono un ennesimo avviso al mondo», ha commentato Birol. «Ci avviciniamo già oggi al limite che invece dovrebbe essere raggiunto nel 2020. Se non verranno assunte decisioni drastiche, sarà molto difficile rispettare l'accordo di Cancun». Gli studi geologici hanno dimostrato che, durante le ere, quando si è raggiunto, per motivi naturali, il limite di 500 ppm di anidride carbonica nell'atmosfera, si sono innescati meccanismi di estinzione diffusa sul pianeta.ACIDIFICAZIONE - Mentre veniva diffusa l'analisi dell'Aie, un nuovo studio che sarà pubblicato sul numero di giugno di Nature Climate Change, lancia un nuovo allarme sull'acidificazione delle acque degli oceani. Un'analisi effettuata dall'Università di Miami, dall'Istituto australiano di scienze marine e in Germania dall'Istituto Max Planck di microbiologia marina, ribadisce che l'acidificazione dei mari, insieme all'aumento delle temperature dell'acqua farà diminuire entro la fine del secolo in modo netto la biodiversità e le capacità di recupero degli ecosistemi delle barriere coralline. Il pH degli oceani è sceso in pochi anni da 8,2 a 8,1: sembra poco ma la scala è logaritmica. Gli studosi hanno evidenziato che nel 2100 potrebbe arrivare a 7,7 e a quel punto la sviluppo delle barriere coralline si bloccherà. L'acidità degli oceani è legata alla quantità di CO2 disciolta: più l'acqua è calda, maggiore è il rilascio di anidride carbonica gassosa. Se l'acqua è più acida, gli organismi marini che costruiscono le conchiglie o il proprio esoscheletro (placton) partendo dal carbonato di calcio disciolto in acqua, rischiano di scomparire perché l'acidità fa sciogliere il loro guscio di aragonite. E questi organismi sono alla base della catena alimentare.
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Post n°859 pubblicato il 27 Gennaio 2012 da personcina
Foreste troppo sfruttate, presto ''picco" del legno. A causa dello sfruttamento delle foreste tropicali ai ritmi attuali potrebbe verificarsi presto un 'picco del legno', simile a quello del petrolio, a cui seguira' un declino inarrestabile nella disponibilita' della risorsa. Lo sostiene una ricerca pubblicata su Biological Conservation, secondo cui in diversi paesi, come Filippine e Thailandia, la produzione ha gia' cominciato a diminuire. I ricercatori hanno esaminato tutti gli studi sullo sfruttamento delle foreste prodotti negli anni recenti e scrivono che "il tempo necessario a una foresta tropicale per ripristinare biomassa, volume del legno e biodiversita' varia da 45 a 500 anni ma gli alberi piu' grandi possono avere eta' comprese tra qualche decennio e mille anni. Questo fa capire quanto i cicli applicati di solito di 30-35 anni siano insufficienti". Lo sfruttamento eccessivo porta i boscaioli a spingersi verso aree vergini delle foreste per mantenere la produzione, mentre uno sviluppo veramente sostenibile dovrebbe avere una pausa di almeno 50 anni.
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Post n°858 pubblicato il 26 Gennaio 2012 da personcina
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