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Creato da: MariaGraziaMessineo il 23/06/2007
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intervista de L'Unità

Post n°31 pubblicato il 03 Giugno 2009 da MariaGraziaMessineo
Foto di MariaGraziaMessineo

L'articolo che segue è tratto da L'Unità del 24/05/2009, a pagina 7.

 

http://unita.it/index.php?section=news&idNotizia=85026

 

Maria Grazia Messineo (studentessa, classe 1989): «Ricordatevi che esiste pure il Meridione»

Il mio primo contatto con la politica è stato all’indomani dell’omicidio Fortugno. Facevo ancora il liceo. Diventai una dei ragazzi che per le vie di Locri si misero a gridare: «E adesso ammazzateci tutti». Ora faccio l’università: studio giurisprudenza. A gennaio mi sono iscritta al Pd, non per senso di appartenenza, ma perché volevo impegnarmi per la mia terra. E non mi sono iscritta a Roma dove studio, ma in Calabria, nella sezione di Siderno, perché è lì che voglio fare politica. Certo, il malcontento in questi mesi ha travolto anche me. Però al Pd ci sto dentro perché voglio che questo partito dia a me al Sud le risposte di cui abbiamo bisogno. Lavoro: il 40% dei calabresi è gente disoccupata. Io non lo so come si fa a dare lavoro al Sud ma il mio partito questo me lo deve dire. Giustizia: passa tutto di lì. Per questo se De Magistris viene rimosso, il mio partito deve protestare a voce alta. Europa: bisogna portare la Calabria in Europa, ma già in Italia basterebbe. Abbiamo come gli altri diritto alla sanità. Ma come fanno a parlare di federalismo se noi a curarci dobbiamo andare a Milano? Prima ancora però c’è una cosa che il Pd deve fare: riformare da cima a fondo la classe politica calabrese, il nostro consiglio regionale è uno dei più inquisiti. E non credo che far votare chiunque alle primarie qui al Sud aiuti.

24 maggio 2009
 
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Le primarie del PD

Post n°30 pubblicato il 28 Gennaio 2009 da MariaGraziaMessineo
Foto di MariaGraziaMessineo

[Piccolo preambolo.E' da molto molto tempo che trascuro il blog. Il che mi dispiace. Sono successi tanti di quegli episodi in questi mesi, che meritavano di essere menzionati. Ho deciso di rifarmi adesso con il seguente articolo.

Candidata quale delegato del PD all'elezione del segretario provinciale, ecco le mie riflessioni sulla giornata delle primarie, svoltesi il 25 gennaio scorso.]

Le primarie del Pd. C’è chi le considera un momento di vera democrazia, ma fino a che punto?

Vorrei spostare l’attenzione di chi legge ad un aspetto di queste primarie che va sottolineato, per onor del vero, e soprattutto per chiarire ancora una volta come un partito nuovo, o delle primarie nuove, non bastano a cambiare la politica, la mala-politica, che ostruisce le vie per  il raggiungimento di un obiettivo comune.Il mio non vuole essere un discorso fazioso, sebbene mi sia ritrovata candidata nella lista di una delle correnti del partito. Ma  una considerazione oggettiva del modo sbagliato di far politica da parte di “certa gente”. Sottolineo “certa”, perché sono chiari a tutti i nomi di coloro che da anni con le solite tattiche subdole e affaristiche portano avanti logiche sbagliate, volte a ledere l’interesse sociale in nome di quello individuale.

Queste primarie ancora una volta hanno messo in evidenza nella maniera più plateale e spudorata la leggerezza di far politica da parte di alcuni. Sempre se di politica si può parlare. Certo, non di quella con la P maiuscola.

E’ vero siamo usciti sconfitti da queste primarie troppo veloci, forse anche un po’ troppo confusionarie. Forse troppo poco discusse. Ma non abbiamo piegato la testa. Ci siamo opposti a quel ”Qualcuno” e a più di “qualcuno” che avrebbe voluto imporci una politica fatta di soli numeri e di regole dettate, da accettarsi passivamente  in virtù di un ipse dixit!

E’ mancato il dialogo tra i membri di uno stesso partito. Un dialogo proposto fino alla fine da uno schieramento, a difesa di una collaborazione e di un’unità che non dovrebbe mancare all’interno di uno stesso partito,  e rifiutato dall’altro, che con freddezza e disinteresse dell’opinione di tutti quanti i “compagni”, ha preferito decidere a tavolino (chissà magari al bar e non in sezione) la sorte della segreteria di partito( come d’altronde  si fa dappertutto ormai), imponendo il proprio candidato (nello stesso modo in cui i vertici di Reggio hanno imposto  quello alla segreteria provinciale)  con la scusa di avere abbastanza numeri per farlo.

Numeri reclutati al momento, iscrizioni di massa, scambi di voti richiesti a schieramenti politici opposti al pd, destra e socialisti, tanto per far vedere di avere 500 insignificanti numeri.

“Mi raccomando devi votare Tizio…hai capito…la “x” su Tizio…non sbagliare”. Era quello che “certa gente” ripeteva continuamente a tutti coloro che si avvicinavano alle urne, ragazzi e donne mai visti in sezione, anziani trascinati…Persone che, sono sicura, non si vedranno mai più in sezione per collaborare alla riuscita di un progetto comune. Numeri di circostanza.

Ci sono bastati 173 voti. Sapevamo che non avremmo vinto,ma sapevamo anche di poter affermarci come un vero gruppo nuovo, lontano dalla cosiddetta politica dei “vecchi lupi”. Voti genuini, voti di gente fattivamente attiva a Siderno, che ci seguirà anche in sezione per la riuscita di un progetto politico volto a debellare l’oligarchia e a portare avanti invece una politica basata sul dialogo e non sui “ numeri”. Pochi voti ma buoni, senza disturbare le file della destra e dei socialisti, convinti che  quei 173 numeri cresceranno,  se la gente capirà che per vincere non bisogna stare a guardare, attendendo che il deus ex machina scacci via i vecchi lupi. Bisogna non piegare la testa agli “ipse dixit”, bisogna proporre un’alternativa. Noi l’abbiamo proposta proprio in occasione di queste primarie,e continueremo a proporla mantenendo la testa alta, più di quanto coloro che "A testa alta" si “etichettano”.

Siderno, 26.01.2009

Maria Grazia Messineo

 
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E' così che muore la libertà...

Post n°29 pubblicato il 19 Giugno 2008 da MariaGraziaMessineo

 

 
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"Stragi del sabato sera" 

Post n°28 pubblicato il 17 Giugno 2008 da MariaGraziaMessineo
Foto di MariaGraziaMessineo

Non si può morire a 17 anni. E non si può morire subito dopo una festa trascorsa in allegria e compagnia. Prima del proprio tanto atteso saggio di danza. Prima di un’estate che si immagina spensierata, senza compiti ma solo mare e tanti amici.

Alba Lucia e Federica  saranno ricordate da tutti quanti, sempre assieme, unite nella vita come nella morte.

 Per la loro gioia,  il loro legittimo entusiasmo che a 17 anni è ciò che di più prezioso un ragazzo o  una ragazza può sentirsi dentro: la meglio gioventù.

Un attimo di distrazione o forse di eccessivo entusiasmo. Il passo è breve a porre fine alla vita e segnare col dolore quella delle famiglie. Un dolore freddo, che una madre, un padre, un fratello  potrà affrontare ma mai cancellare dal cuore.

Ma, soprattutto, è inconcepibile morire a 17 anni, per intempestivo soccorso.

Una prima ambulanza che arriva dopo tredici minuti sul luogo dell’incidente, la seconda ancora più tardi, (c’è chi dice che essa sia partita addirittura da Bianco per giungere a Siderno) ma quel che è peggio, un’ambulanza che con una volta  a bordo un ferito,  non sa cosa fare, precisamente dove andare, e come salvarlo.

E’ ciò che è capitato a una delle ragazze.

Ancora semicosciente la ragazza viene portata all’ospedale di Locri. Unico nosocomio che per il momento ci concedono il “lusso” di tener aperto.

Una volta lì, si dice che non sia stato possibile effettuarle una Tac, insufficienza di macchine. E’ la seconda tragedia di quella notte. Un ospedale che dovrebbe servire un bacino d’utenza di parecchie migliaia di persone.

Si ricorre al centro radiologico, struttura privata convenzionata di Siderno.

La ragazza , nelle sue gravissime condizioni, viene riportata nella cittadina sidernese, dove un radiologo del Centro si precipita a farle la Tac.

Ma si è perso troppo tempo, la giovane non ce la fa.

E’ questa la cronaca nera di quella notte.

Le conseguenze di una cattiva sanità si ripercuotono sui cittadini in cerca di cure, in lotta tra la vita e la morte, sulla gente che purtroppo non può far nulla. Sperare soltanto che non si trovi in situazioni del genere con la forse “presuntuosa” pretesa di necessitare servizi sanitari veri e non fatiscenti.

E’ una piaga che sanguina in tutta la Regione (eclatanti i casi delle ragazze morte a Vibo), e nonostante i finanziamenti pubblici, la cui fine noi, comuni mortali, o sarebbe meglio dire cittadini comuni, non sappiamo quale sia, gli ospedali si chiudono e gli unici lasciatici aperti sono per di più alla deriva.

Dobbiamo ridere o piangere al solo pensiero che l’ASL n°9 di Locri abbia l’elisoccorso ed elemosina, invece, ad una struttura privata lontana dall’ospedale, un banalissimo ma indispensabile macchinario per le TAC?!

A che serve il lutto cittadino se non cerchiamo di fare qualcosa per prevenire altre morti del genere, incominciando a risollevare gli ospedali, a garantire uno dei diritti fondamentali dell’uomo: il diritto alla vita, che passa anche da una buona sanità, uno dei servizi principali che una comunità di cittadini ha il dovere  di pretendere.

C’è chi ha il potere di fare in modo che questo diritto venga tutelato. Che lo faccia. Che ascolti ciò di cui necessitano i dottori per lavorare, per salvare tante vite, specialmente quando si hanno solo 17 anni.

Maria Grazia Messineo

-Pubblicato su "La Riviera" di domenica 22 giugno.

 
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"Dead man walking"

Post n°27 pubblicato il 02 Giugno 2008 da MariaGraziaMessineo
Foto di MariaGraziaMessineo

Questo pomeriggio, visto il tempo moscio di Roma, e considerato il mio cervello completamente andato alle istituzioni di diritto pubblico, mi son presa una pausa di circa due ore e ho deciso di vedere un film, accompagnata da una calda tazza di caffè.
Un film a caso.
E ho optato per "Dead man walking", una pellicola di Tim Robbins che proietta una storia realmente accaduta, raccontata da Suor Helen, nel suo omonimo libro. Una di quelle storie che senti raccontare, ma che difficilmente percepisci, se non davanti ad un capolavoro come questo di Robbins. Storie d'oltre-oceano.
Il titolo riprende la frase tipica che, nello Stato della Louisiana, la guardia carceraria, nel tragitto che conduce il condannato dalla cella alla camera della morte, secondo prassi, deve pronunciare, ovvero "uomo morto in marcia" (Dead man walking).
Helen Prejean è una suora della Louisiana che lavora con dedizione presso una comunità di un quartiere malfamato.
Tutto a un tratto, riceve la lettera di un detenuto nel carcere di massima sicurezza, Matthew Poncelet, condannato alla pena di morte per duplice omicidio e stupro, il quale la supplica di aiutarlo nella alquanto ardua impresa di ottenere la grazia, visto e considerato che non può permettersi il lusso di un "AVVOCATO". Non è abbastanza ricco per salvarsi, insomma. Ma, nonostante i tentativi disperati di suor Helen, a Matthew, che assume le sembianze umane di uno straordinario Sean Penn, che a mio modesto parere tocca qui l'apice della sua bravura (ma non è da meno nel difficile e impegnato ruolo in "Mi chiamo Sam") spetta il braccio della morte.
Un'ora e mezza di film che raccontano il calvario fisico morale psicologico di Matthew e quello parallelo sul piano spirituale di Suor Helen, che non lo abbandona, a differenza dei tanti che lo vogliono morto, giudici, familiari delle vittime, opinione pubblica.
Helen è forte e sensibile e in un certo qual modo riuscirà a trasmettere la sua forza e il suo amore anche al Matthew arrogante, violento, assassino che è in lui. Gli starà accanto compartecipando al suo dolore nella lunga agonia fisica, ma soprattutto psicologica, del pentimento. Sì, si pentirà del gesto commesso, dimostrerà a tutti di essere libero perchè, chiedendo perdono, ha riacquistato la sua dignità, la sua anima capace di amare. "Sei un figlio di Dio", gli dice Helen commossa pochi attimi prima di essere giustiziato. E Matthew scoppia in lacrime.
In un crescendo di emozioni che si arrestano in maniera crudele nelle ultime scene del film, ovvero nel momento dell'iniezione letale, Matthew posto sul braccio della morte, "in croce", rivolgendosi ad Helen, ai genitori dei ragazzi uccisi e alle guardie, dirà: "Uccidere è sbagliato, sia che lo faccia io, sia che lo facciate voi, sia che lo faccia questo Governo"!
Il regista è talmente bravo a non cedere alla pietà indiscussa per Matthew, che nonostante ciò è pur sempre un assassino. Difatti, la sua esecuzione è accompagnata dal ricordo fisso nelle immagini dello stupro e dell'omicidio.
Tim Robbins, non tralasciando alcun punto di vista, filmerà una giustizia che è vendetta, la consapevolezza che una vita umana ha più valore delle peggiori azioni che può compiere. Un film in cui tutto è così compiuto. Un omicidio, un amore, un pentimento e una morte ingiustamente legalizzata. Una morte che il 65 % dell'opinione pubblica americana appoggia, chiudendo entrambi gli occhi se a morire sia un povero disgraziato senza soldi e in molti casi anche oggetto di manipolazioni di prove da parte di avvocati e giudici in cerca di carriera. Una morte prevista oggi negli USA in 37 stati su 50. Una morte che arriva in 7 minuti con tre iniezioni di veleno, che ti fa soffrire bloccandoti il diaframma e che ti arresta il cuore alla terza iniezione. Ma non ti toglie l'anima, se ritrovata grazie all'amore e al pentimento.
Una trama impegnata non solo dal punto di vista socio-politico, ma specialmente cinematografico. Un magico capolavoro, o una esplicita denuncia nei confronti di un Governo come quello americano che non può dichiararsi democratico a tutti gli effetti.
 
E' il 2 giugno. Festeggiamo la nostra Repubblica, fondata su valori e diritti umani, una Costituzione nella quale nessun articolo, fortunatamente, cita spietato la "PENA DI MORTE".

 
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