Spero di trovare nuovi amici e di incontrarne un pò di queli vecchi, che già mi conoscono, ma quì in casa mia sarò molto più cortese ed ospitale ed eviterò polemiche sterili e inutili scontri. Se qualcuno però non mi piace, perchè usa toni offensivi o volgari allora metaforicamente lo caccio di casa, cioè lo cancello, tanto per far capire che "casa mia" dovrà essere un luogo dove tutti potranno parlare ed esprimersi per dire tutto quello che desiderano, ma con educazione e rispetto per tutti gli altri. La porta é aperta e ora se volete entrate, siate benvenuti!
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Post n°54 pubblicato il 02 Ottobre 2010 da Silverdart Tag: Antagonismo, Attentato, Comunismo, Democrazia, Libertà, Politica, Sinistra, Sinistra radicale, Stampa schierata, Terrorismo, TV
 C'è un regime in Italia: è di sinistra
Articolo di Salvatore Tramontano copianicollato da Il Giornale.it
Feltri, Belpietro e Fede costretti a vivere da anni con la scorta. Per dotti e giustizialisti sono solo dei pennivendoli. Ma gli schizzi di fango rischiano di diventare sangue Questa è la vostra libertà di stampa: a mano armata. Non ci sarà nessuno che scenderà in piazza per difendere Maurizio Belpietro. Questo è il marcio di un Paese dove gente dissennata e in malafede passa il tempo a sparlare di regime, di dittatura berlusconiana, di democrazie stuprate. Un giornalista viene seguito davanti alla porta di casa da un militante con la pistola, uno che vuole ammazzarlo e non esita a sparare a un uomo della scorta tra le scale e il pianerottolo. È il direttore di un giornale che sta dalla parte sbagliata. Quella dei venduti, dei pennivendoli, quella senza dignità e senza diritto di parola. Quella bollata di infamia dalla cultura bella, buona e di sinistra, anzi antiberlusconiana. La cultura dei giusti. È arrivato il momento di chiedersi perché nel mirino di una pistola è finito il direttore di Libero. Perché uno che di mestiere fa soltanto il giornalista, in questi tempi in cui il piombo non dovrebbe essere così caldo, sfiora di un attimo l'appuntamento con la morte. Perché lui? Non dite che scrivere o dirigere un «quotidiano vicino alla famiglia Berlusconi» è un mestiere pericoloso. Non ditelo, perché sembra una cosa dell'altro mondo, ma purtroppo rischia di essere vera. C'è un concetto nelle parole di Belpietro che deve far riflettere, uno sfogo, un'amarezza: «In questo Paese certe idee si pagano con paura e minacce». Certe idee, quella che per un manipolo di dotti, medici e sapienti sono fuorilegge. Sono le idee di chi non fa la pecora blaterando ogni giorno che tutti i mali di questa maledetta penisola hanno un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Belpietro lo dice chiaramente. «Io sono uno dei pochi direttori sotto scorta, insieme ai colleghi Vittorio Feltri e Emilio Fede. Siamo tutti dell'area moderata e non è un caso. Sostenere le idee contro la vulgata corrente si paga anche da questo punto di vista, con la limitazione della libertà». Allora è qui che le cose si ribaltano. Se qui c'è un regime è quello dell'antiberlusconismo. È un regime culturale, di clima, di luoghi comuni, di lobby, di parole che rimbalzano come una dottrina imparata a memoria sui blog, sui giornali, sulle trasmissioni televisive, in Parlamento. Questo è il regime dei giusti, dei giacobini, di quelli che dicono che è peccato scrivere per i giornali di Berlusconi o per le sue case editrici, di quelli che danno per verità rivelata l'assioma che i berlusconiani sono rozzi, cattivi, ignoranti e prezzolati. Non è un'opinione. Per il regime questo è un comandamento divino. E poi arriva qualcuno che spara. È tutto già visto, e questa volta non c'è neppure la scusa dell'ideologia. Gli schizzi di fango cominciano a diventare sangue. Questo è un Paese strabico. Solo una parte ha il diritto di aggredire verbalmente, di sputare odio, di appiccicare etichette, di marchiare l'avversario. Si può dire che Berlusconi è un dittatore, è un mafioso, un depravato. Si può accusare Marchionne di voler affamare gli operai meridionali. Si può battezzare la Cisl di Bonanni come sindacato giallo. Si può mettere all'indice chiunque non sia allineato e coperto. Ma se poi si dice che tutto questo genera odio si passa per mestatori. I cattivi maestri non esistono. La violenza è solo la malattia dei matti. Strano che colpisca sempre dalla stessa parte. Berlusconi davanti al Duomo sanguina per vittimismo, con l'abilità di un grande attore. Qualche fumogeno in faccia a Bonanni non è mica un reato. Non è un tentativo di mettere al rogo, mediatico e non, un sindacalista che ha l'unica colpa di aver firmato un accordo con la Fiat. No, la figlia del pm si è giustificata dicendo che un petardo non ha mai ucciso nessuno. Questa è la dittatura. Far passare questa violenza come normale. In fin dei conti sparare a un berlusconiano non è reato. ------------------------ Questo è il regime, anzi la dittatura dei vari Antonio Di Pietro, Beppe Grillo, Dario Franceschini, Michele Santoro, Marco Travaglio, Gad Lehrner e tanti altri che per brevità non cito, ma che non hanno minori responsabilità nell'armare mani con intenzioni omicide. Sono essi che in nome dell'antiberlusconismo sono i mandanti indiretti (fino a un certo punto) di tutti gli atti di violenza che da qualche tempo vengono sistematicamente perpetrati contro i moderati della politica, del sindacato, dell'informazione non allineati ai diktat di una certa sinistra e solo contro di essi, senza che esista, come ha detto giustamente il direttore Salusti una reciprocità a danno della sinistra, dimostrando l'incosistenza della tesi di menti malate alla base di (inesistenti) opposti estremismi. Fatto strano, le menti malate finora sono solo di sinistra, oppure è comodo un alibi per nascondere un criminale disegno politico che viene sempre opportunamente agevolato da puntuali sentenze di comodo. Sono questi personaggi che devono cambiare assolutamente il loro stile di comunicazione finendola una buona volta di additare chi la pensa diversamente da essi come nemici da abbattere, da distruggere. Devono cambiare abbassando decisamente i termini, oppure dovranno sparire dai video delle varie televisioni, soprattutto da quella di stato pagata dai contribuenti che dovrebbe educare i cittadini, non all'odio politico o alla lotta di classe, ma semmai ai principi della democrazia e della convivenza civile. Silverdart
Post n°53 pubblicato il 28 Gennaio 2010 da Silverdart
 Quei "difensori della razza" che passarono all’antifascismo Articolo di Giancarlo Lehner colpiaincollato da Ilgiornale.it
Ricordare le vittime della persecuzione razziale comporta anche l'imperativo morale di tenere a mente quanti parteciparono attivamente, in Italia, alla giustificazione ideologica della legislazione razzistica ed antiebraica, che il fascismo riprese pressoché alla lettera dal Terzo Reich. Intellettuali, artisti, giornalisti, professori, scienziati, la stessa genìa di firmatari che poi diventerà rossa e sarà, ad esempio, mandante morale dell'assassinio del commissario Calabresi, sottoscrissero entusiasti il Manifesto sulla purezza della razza, 14 luglio 1938. Sotto affermazioni del tipo: «È tempo che gli italiani si proclamino razzisti»; «additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana»; «gli ebrei non appartengono alla razza italiana»; «gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia, perché essa è costituita da elementi razziali non europei», apparvero le firme di dieci «luminari»: Sabato Visco, Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzia, Guido Landra, Luigi Pende, Marcello Riccia, Franco Savorgnano, Edoardo Zavattari. Fra i sostenitori aggiunti dell’antisemitismo e del razzismo, si ritrovarono, fra gli altri: Pietro Badoglio, Piero Bargellini, Mario Missiroli, Gabriele De Rosa, Luigi Chiarini, Enzo Santarelli, Furio Scarpelli, padre Agostino Gemelli, Aldo Capasso, Cesare Frugoni, Luigi Gedda, Nicola Pende, Attilio Vallecchi, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Domenico Paolella, Giorgio Bocca, Amintore Fanfani, Giovanni Spadolini, Giorgio Almirante. Lo stesso Moravia attivò un rapporto epistolare con Mussolini, per richiedere favori (si chiude con «devotamente» la lettera del 7 marzo 1941). Il futuro antifascista, nonché «Catone» a tempo pieno, Giorgio Bocca, sentendosi tanto «ariano», quattro anni dopo aver approvato il manifesto sulla razza, spiegò così le motivazioni ideali della guerra dell'Asse: «Sarà chiara a tutti... la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell'Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù». D'altra parte, come non ricordare i correi dell'antisemitismo, quantomeno per silenzio-assenso, i «cuccioli» che il razzista Giuseppe Bottai allevò e raccolse nella sua rivista Primato, il cui condirettore era il futuro conduttore Tv, Giorgio Vecchietti? Certo, essendo lesti a cambiar pelle, molti, troppi scamparono alla catastrofe, inserendosi perfettamente nel Pci, nel Psi, nei partiti dell'arco costituzionale, dove ripresero le loro irresistibili carriere. Come disse Leo Longanesi, i fascisti si dividono in due categorie: fascisti ed antifascisti! Parlo di Enzo Biagi, Cesare Zavattini, Mario Alicata, Renato Guttuso, Nicola Abbagnano, Alfonso Gatto, Walter Binni, Francesco Flora, Galvano Della Volpe, Giorgio Spini, Giaime Pintor, Vasco Pratolini, Cesare Pavese, Mario Luzi. Così, accadde nel mondo del teatro e del cinematografo del regime, i cui attori, sceneggiatori e registi, complici anche del razzismo, traslocarono in blocco nell'antifascismo; assai spesso, in quello illiberale mirante all'edificazione del totalitarismo comunista. Il famoso neorealismo scaturì proprio dalla fascistissima Cinecittà, epicentro dei voltagabbana. Così, nell'editoria e nel giornalismo, nelle università e nelle libere professioni, vedi le «cadute» mussoliniane di Norberto Bobbio o di certi repubblichini di Salò, capaci di passare disinvoltamente dall'adorazione dei crimini di Hitler a quelli di Stalin e che tuttora si distinguono soprattutto per l'odio ossessivo verso Berlusconi. Costoro non solo la fecero franca, ma s'inserirono nelle stanze dei più variegati bottoni dell'Italia cosiddetta repubblicana, antifascista, nata anche dalla resistenza... alla verità, alla propria coscienza, all'etica della responsabilità.
Post n°52 pubblicato il 14 Dicembre 2009 da Silverdart Tag: Alternanza, Antagonismo, Attentato, Comunismo, Democrazia, Golpe, Libertà, Malcostume, Ordine pubblico, Politica, Sinistra radicale, Terrorismo
 MA POTEVANO ANCHE UCCIDERLO
Quello che è successo ieri sera è di una assurdità inaudita ma fin troppo prevedibile da quando troppi solerti oratori infangano pressantemente il nome del premier, invocando urgenti interventi per la sua eliminazione dalla scena politica, ma senza riuscirci, essendo miseramente crollato l’edificio di fandonie e menzogne architettato per rimuoverlo. Allora tutto può andare bene, anche l’aggressione o magari quella soppressione fisica che vengono inneggiati sui moltissimi siti e blog da migliaia di deficienti lobotomizzati che i soliti cattivi maestri sono riusciti a manipolare. Tutti i cittadini italiani caratterizzati da equilibrio e rispetto dei veri sentimenti democratici, oggi dovrebbero sentirsi con la bocca spaccata, il naso rotto e due denti strappati, come se gli avessero tirato in faccia quell’oggetto. Ma soprattutto con incredula delusione per quello che come paese siamo diventati. Solidarietà e sentitissimi in bocca al lupo a Silvio Berlusconi per una sua rapida ripresa. Silverdart
Post n°51 pubblicato il 13 Ottobre 2009 da Silverdart Tag: Democrazia, Giustizia, Libertà, Magistratura schierata, Malagiustizia, Politica, Privilegi, Processi, Riforme, Sinistra, Toghe rosse
 L'abolizione dell’immunità parlamentare ha consegnato l'Italia alle toghe schierate
Estratto dall’articolo di Giancarlo Perna pubblicato su Ilgiornale.it “…Il premier sembra non avere ancora preso atto che in Italia la sovranità non è più degli elettori. È vero che la Costituzione dice, «la sovranità appartiene al popolo», fin dal primo articolo per sottolineare che questo è il principio base della nostra convivenza. Ma è un’affermazione vuota. Lo è da quando - 16 anni fa - è stata abolita l’immunità parlamentare degli eletti. Con quella baggianata la Carta repubblicana ha cambiato completamente natura. Il rapporto tra i poteri dello Stato si è rovesciato e il popolo sovrano è rimasto in braghe di tela. Cos’era la vecchia immunità voluta dai padri costituenti del 1948 e oggi cancellata? Trascrivo, dall’articolo 68 in vigore fino a novembre del 1993, la parte che ci interessa: «Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale». Ossia un giudice non poteva indagare su un deputato o un senatore se prima non aveva ottenuto il via libera o della Camera o del Senato. Era questa la prima e principale prerogativa dell’essere parlamentare: immunità dal processo durante il mandato per poterlo svolgere liberamente e rinvio dell’inchiesta che lo riguardava alla scadenza della legislatura. Esattamente quello che prevedeva il Lodo Alfano per le quattro alte cariche. Oggi, quel capoverso non c’è più. I tribunali possono imbastire processi in ogni momento, i parlamentari trasformarsi in imputati dal giorno alla notte e le Camere non possono metterci bocca. Detto altrimenti: prima a decidere le sorti dell’eletto erano gli altri eletti che, essendo i fiduciari del popolo, rappresentano la mitica sovranità popolare. Ora, l’ultima parola spetta ai giudici che con la volontà dell’elettore non c’entrano un piffero. La fine dell’immunità ha stravolto la Costituzione traslando alle toghe la sovranità che apparteneva al popolo. Prima decidevamo noi chi dovesse rappresentarci nel corso della legislatura, oggi i tribunali sono liberi di annichilire quelli che avevamo scelto…”
In queste parole riportate è sintetizzata la situazione impossibile nella quale, una demenziale scelta di 16 anni fa, ha precipitato l’Italia. Altro che rischio della libertà di stampa paventato dalla sinistra, ad essere in bilico è la stessa democrazia italiana con tutte le sue istituzioni che rischiano di divenire ostaggio dell’accanimento giudiziario al momento che l’azione di governo, le leggi emanate o l’attività parlamentare, possano andare in conflitto con scelte ideologiche della casta giudiziaria, che oggi, grazie all’azzoppamento dell’istituzione parlamentare e delle più alte cariche dello stato, sono diventate un potere assoluto privo di un qualsiasi contrappeso. Nessuna legge o riforma potrebbe fermarli quando poi una corte costituzionale schierata, in base a qualche cervellotica interpretazione della Carta del ’48, può azzerare tutto. Non solo. Visto che nell’ordinamento giuridico italiano le sentenze emanate sono tra le fonti del diritto, quindi fanno legge o almeno sono preciso riferimento per altre sentenze, il potere legislativo finisce di fatto per essere dalla magistratura predato alla istituzione parlamentare e al governo, lasciando a essi un ruolo meramente amministrativo ma sub judice, con la spada di Damocle sempre puntata che non consente di travalicare i limiti imposti dalla casta giudiziaria o di svolgere azioni contrarie ai suoi obiettivi politici. Quello che attende l’Italia dal permanere di una tale situazione è lo scivolamento graduale in una sorta di dittatura giudiziaria, qualcosa di simile a quella di Robespierre durante la Rivoluzione Francese, con la sola differenza che oggi in Italia non esistono (al momento!) ghigliottina e pena di morte, ma con certi soggetti in giro non si sa mai. Bando alle ciance, il governo e tutte le istituzioni, Quirinale in testa, si diano da fare e subito per restituirci le garanzie democratiche costituzionali, facendo rientrare l’azione della magistratura tutta nel giusto ambito del suo ruolo.
Silverdart
Post n°50 pubblicato il 11 Ottobre 2009 da Silverdart
 La dittatura delle toghe contagia anche la scuola Editoriale di Renato Farina pubblicato su Il giornale.it Il Tar del Lazio vuole commissariare un ministro della Repubblica, sostenuto dai voti del Parlamento. Lo farà tra un mese se Mariastella Gelmini non piegherà la schiena, insieme con chi le ha conferito il mandato e cioè il popolo, e chi l’ha nominata su proposta del presidente del Consiglio, cioè il presidente della Repubblica. Ancora una volta, dopo la sentenza della Corte costituzionale, i magistrati trapassano con il loro spiedo il Parlamento, il governo e il capo dello Stato. Tre organi costituzionali messi in scacco da quello che la nostra Costituzione non definisce neppure potere ma semplice ordine. Ordine giudiziario. Ma più che ordine bisognerebbe chiamarlo disordine programmato, anarchia conclamata, disarticolazione per via giudiziaria della struttura democratica di questa povera Italia. Non ci si vorrebbe credere, ma va così, e la cosa desta stupore in noi solo perché siamo purtroppo ancorati ai primi tre articoli della Costituzione, dove si parla di «lavoro», «sovranità del popolo» e di «uguaglianza di tutti i cittadini». Ma no. Con quest’ultima sentenza diventa chiaro che non si premia il lavoro, ma la capacità di infilarsi nelle scartoffie burocratiche e campare di rendita; la sovranità del popolo è considerata una stupidaggine per sognatori, sequestrabile da funzionari del catasto; e l’uguaglianza vale nel senso che siamo tutti frullati come mele e pere da chi usa i propri privilegi e le proprie armi contro i comuni mortali. Ovvio: la casta giudiziaria. E chi se no? Oggi accade che i giudici amministrativi si sono infilati nella gestione della scuola, e dei tentativi di riforma del più coraggioso ministro che abbiamo, Mariastella Gelmini, per imporre lo status quo della pigrizia, la trasformazione degli istituti scolastici in depositi di stipendi per laureati. Al diavolo efficienza della formazione ed educazione di bambini e ragazzi: prevale l’interesse di un ceto egemonizzato da Di Pietro, Franceschini, Cgil, e che sono lettori monomaniacali di Repubblica e dell’Unità, telespettatori intontiti da Santoro e Travaglio. In realtà la colpa è nostra: non ci siamo aggiornati e attrezzati di conseguenza dinanzi alle novità della teoria e della prassi attraverso cui la sinistra e le forze finanziarie ed editoriali di essa dominatrici stanno marciando per catturare il governo del Paese. L’ideologia del comunismo prevedeva la dittatura del proletariato. Ormai, visto che di quella categoria a sinistra si sono perse le tracce, e gli operai votano Berlusconi e Bossi, i compagni hanno ripiegato sulla dittatura del magistrato. Ecco: dalla dittatura del proletariato alla dittatura del magistrato. È più efficace, si fa meno fatica, non c’è bisogno di organizzare le masse ma di smistare le carte bollate verso mani amiche. Le quali vergano micidiali diktat, senza rispondere a nessuno, salvo a colleghi cooptati dalla medesima categoria, senza controllo di voti perché la plebe deve starsene sottomessa e silente, al massimo le è consentito manifestare a sostegno. Fateci caso. Si sparge veleno paralizzante invece di sangue di poliziotti e di avanguardie, ma il risultato è lo stesso: la strage della legittimità democratica, il congelamento della sovranità popolare, che viene trattata come una quisquilia, conquistata attraverso l’ipnosi delle campagne elettorali ritenute ormai una mania berlusconiana. Osserviamo il ripiegamento strategico della sinistra in vista della presa del potere. Non più l’assalto al Palazzo d’Inverno con gli operai, ma le manovre dei legulei. Basta falce e martello ma toga e appello di Nobel, Oscar, editori svizzeri, sfaccendati vari. Resta una strada. Quella di lavorare. Berlusconi lo ripete mostrando santa e democratica pazienza. Ma questa ultima sentenza dice che lavorare è praticamente impossibile. Trovano sempre un cavillo, come a Siviglia al tempo di Figaro, per rendere invalide le nozze tra libero consenso dei cittadini e la loro espressione politica di vertice, la quale piaccia o no comincia con la B di Berlusconi. C’è bisogno di un soprassalto di dignità del Parlamento. Sarebbe opportuno soprattutto che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, garante degli equilibri istituzionali, denunciasse questo squilibrio dissennato, e lo facesse senza remore. Ha mostrato in varie occasioni di saper vedere oltre la parrocchia di provenienza. Confidiamo vivamente che il Quirinale non sia stata anch’esso commissariato con un provvedimento silenzioso dai medesimi soggetti che comandano le danze. Alludo a questa triplice alleanza pseudo italica tra l’avanguardia rossa della magistratura, il potere editoriale e finanziario a cui sta appeso un Partito democratico gregario e strizzato dai dipietristi. Intanto un sindacalista, tale Marcello Pacifico, comunica trionfante, e il suo messaggio figura su «Repubblica.it» come una parola d’ordine: «La giustizia ancora vige nei tribunali: speriamo che il Parlamento non intervenga perché, altrimenti, dovrà intervenire il giudice delle leggi, la Corte costituzionale per mettere la parola fine alla vicenda». Come, come? Un ukase al Parlamento perché non faccia leggi? Altrimenti chiamano la Consulta a bloccarlo? Presidente Napolitano, sta leggendo oppure no? Questo che cos’è se non la chiamata a un golpe? Non staremo lì a guardare. Non occorre aggiungere commento a quanto Renato Farina ha così efficacemente espresso. Speriamo che il Capo dello Stato raccolga questo allarme che non è stato mai così importante per il funzionamento dello Stato e per il bene della nazione, soprattutto quando si arriva a voler addirittura impedire al Parlamento di legiferare... Silverdart
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