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Il Neige Sur Liège

Post n°232 pubblicato il 02 Febbraio 2012 da le_corps

Ci sono solo io, con i piedi assiderati e un ombrello in mano: nevica. Le rotaie del tram sono lucenti di ghiaccio. Ci sono solo io, e aspetto. Anzi, siamo io il silenzio e la neve, e aspetto comunque. La città è soffice sotto la neve, ovattata e senza persone. È lenta.

Un uomo attraversa la strada e si ferma sulla banchina. Io ho l’ombrello, lui no. Fa qualche passo verso di me. Porta avanti la testa come per schivare la neve che si è già depositata sui capelli radi e ricci, e sulle spalle. Mi guarda, sollevo l’ombrello per dargli riparo. Il mio è l’unico ombrello di viale Ungheria, è tardi e ci sono solo io il silenzio la neve e il mio ombrello. Ora siamo in due, ad aspettare il tram. 

Ha una giacca di pile, in una mano la scatola di un cellulare, un dente d’oro e una fronte spaziosa. Naso affilato occhi piccoli e accesi. Sei gentile, mi dice. L’accento mi ricorda quello del mio amico albanese che non vuole più parlarmi. Lui invece vuole parlarmi, per farlo mi chiede il permesso. Dividiamo lo stesso ombrello, quindi parliamo.
Della mia gentilezza, dei miei occhi molto belli e della mia bella dentiera – dice così – e a me vien da ridere perché ho tutto fuorché una bella dentatura: è impossibile non notare, nel mezzo, questi due denti sporgenti e bene accavallati.
Un altro che aveva elogiato i miei denti era stato Christian. Tu as des beaux dents, mi disse una sera, a fine turno, mentre pulivamo la cucina del ristorante. Era del Congo e lavorava come lavapiatti. A fine servizio, coi fuochi spenti, e uno straccio per mano, si parlava in francese. Cose nostre, parole che volavano sopra la testa del cuoco, tanto il cuoco era uno stronzo.
Forse agli albanesi e ai congolesi piacciono i denti grandi, ho pensato.
L’uomo che sosta sotto il mio ombrello mi ripete che sono gentile a mo’di ringraziamento, anzi, di congedo  perché lui, tanto, è arrivato, e mi indica con la scatola del cellulare l’altro lato della strada. Indica, ma non si avvia.
Va bene, non sei uno che aspetta il tram, attraversavi la strada per andare di là e ti sei fermato qua, nel mezzo, mentre andavi di là; e allora vai, che io me ne torno da sola ad aspettare il tram. Sola: io la neve il silenzio e il mio ombrello. È buio, la strada è desolata, anzi no: è magnifica, così vuota e disabitata.
Cerco di capire se ha bevuto, in quel caso sarei perentoria, mi basterebbe un’occhiata per spostarlo di peso all’altro lato della strada, ma il suo fiato non sa di alcol. E i suoi occhi sono accesi.
Dove vai?
A casa, gli rispondo. In centro. E indico la direzione del tram.
Ma il centro non è di là? E indica la direzione opposta.
Sì, ma il tram passa di là, fa il giro largo, allunga, ti porta fuori e poi dentro.

Non è lineare, è contorto. Viaggiare sul tram mi piace. I binari non consentono scarti ma solo scambi. Lo scambio è il massimo della divagazione; stare sui binari è, dopo tutto, rassicurante. Contorsione e linearità unite a rigidità, ché nella vita ci vuole anche quella.

Occhi come i tuoi non ne trovo in giro nemmeno su cinquemila. Sei gentile e begli occhi.

Forse sono un po’seccata, distolgo lo sguardo e lo faccio girare tutto intorno: intorno solo neve e buio, buio interrotto dai riflessi di luce sulla neve; cerco di indovinare il muso metallico del tram dopo la curva ma dopo la curva, solo binari vuoti.
Sì, sono un po’seccata e allora contrattacco nella speranza di spezzare la litania dei complimenti, e domando: di dove sei?
Davvero ti interessa? – indaga lui, fissandomi obliquo.
Di dove sei? – ripeto, convinta.
Lui allarga le braccia: sono zingaro!
Ok. E di dove sei? – insisto.
Ridente e sconsolato si guarda attorno, solleva le spalle come per dire “come di dove sono?” – e ripete: sono zingaro!
Giusto. Allora riformulo la domanda: da dove vieni?
Si tocca il petto con la mano libera: serbo!
Giusto. Non si è di un posto, si viene da e si va verso.
Serbo – ripete l’uomo, sollevando le sopracciglia come per dire “e adesso?”.
Resto in silenzio, avrei giurato che fosse albanese, quell’accento, quel suono così familiare di quel amico che non vuole più parlarmi…
Mi sto appena scaldando al fuoco di questa piccola delusione che lui subito mi incalza: sai dove è Serbia?
Avrei detto Albania – non gli rispondo, dico la mia. Quasi a voler condividere con lui quella piccola digressione spazio-temporale in cui ero precipitata.
Io sono ortodosso, e sfila dal petto, come prova, una croce. E continua: gli albanesi sono…
All’unisono: musulmani.
Serbia e Albania, e tra di loro il Kosovo.  Mi domando se non era il caso di tenere per me quella piccola delusione.
Lui mi fissa, fermo sulla banchina e imperlato di neve, senza la protezione del mio ombrello già da un po’. Poi alza un dito per richiamare la mia attenzione su quello che sta per dire, lo dirà lentamente mettendo le pause nei punti giusti perché io possa capire.
“Tutto ciò che è ciò, non è ciò che è ciò”.
E accompagna la frase con la scatola del cellulare che prima porta in avanti e poi richiama indietro.
Hai capito, sì? – mi sollecita.
Non proprio, allora lui me la ripete con maggiore enfasi e, se possibile, lentezza perché il gesto possa spalancarmi le porte del senso.
“Tutto ciò che c’ho non è ciò che c’ho”.
Di quale senso? Il senso della frase? Il senso della vita insito in quella frase?
Ma io non ho molta dimestichezza col senso di cose così importanti, ultimamente mi basta conoscere il senso del tram, quello sì che lo conosco e lo so spiegare, come infatti l’ho spiegato allo zingaro. Cose inutili. Tanto uno zingaro che se ne fa del senso del tram? Se il senso te lo porti dentro, la strada la trovi, e se la strada non c’è, la cominci; e se ti perdi trovi qualcos’altro.
Stordita ma non persuasa, alla fine dico di sì, di aver compreso.
Vuoi che me ne vada?
Distolgo lo sguardo e penso “cosa voglio?”.
Si avvicina di poco, per confidarmi una cosa.
Tu pensi che tutto questo, e indica lo spazio intorno a noi, tutto questo, il visibile, sia il mondo? E che sia il mondo a venire da noi? No, il mondo è qua, e parte da qui - abbassa la testa e si tocca due volte la fronte.
Vuoi che me ne vada?
Dico di sì con la testa.
Davvero?
Sì.
E non mi dai il tuo telefono?
No.
Io sono arrivato, vado di là. Spero di rivederti magari non qui, chi lo sa. Si incammina dicendomi: occhi belli, neanche una su cinquemila.
Poi si allontana, coperto da cristalli di neve.

 

 
 
 
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