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La spedizione dei Mille gli aspetti meno noti e le ingerenze degli inglesi per scopi di Geopolitica

Post n°414 pubblicato il 12 Luglio 2014 da AngeloQuaranta
 

Nel 1836 Ferdinando decise di affidare alla compagnia francese Taix e Aycard di Marsiglia agevolazioni per la vendita degli zolfi, di cui il sottosuolo duosiciliano era particolarmente ricco. La società francese offriva il doppio del prezzo pagato dagli inglesi, che acquistavano gli zolfi (utili per la soda artificiale, l’acido solforico e la polvere da sparo) ad un prezzo irrisorio, salvo rivenderlo a cifre assai maggiori ed in condizioni monopolistiche. Ma si trattava di uno strappo al Trattato di Commercio stipulato tra Londra e Napoli nel 1816, che prevedeva una reciproca applicazione della clausola della ‘nazione più favorita’. Così, dopo le rituali proteste diplomatiche, nel 1840 Palmerston inviò una flotta britannica al largo di Napoli, pronta a cannoneggiare. Solo la mediazione francese convinse Ferdinando a non aprire il fuoco contro l’amico-nemico, ma la sua resa lo costrinse ad un doppio indennizzo: all’Inghilterra, per la violazione del trattato, ed alla Francia, che perdeva il contratto. Da allora, il “contegno non servile” (come lo definirà Benedetto Croce) di Ferdinando II divenne una minaccia tangibile per gli interessi commerciali britannici.

In vista della realizzazione del Canale di Suez, i porti dell’Italia meridionale sarebbero stati indispensabili per il commercio delle materie prime e non avrebbero di certo potuto rimanere nelle mani di un governo ostile. Inoltre, un ruolo importante, sia economico sia strategico, era ricoperto dalla Sicilia. L’isola, infatti, non solo era un avamposto militare strategico a presidio delle rotte commerciali inglesi, ma era la sede di numerose attività commerciali britanniche. Diverse le famiglie inglesi che vi si erano trasferite durante il protettorato britannico (che durò dal 1811 al 1815), costruendo in loco una rete imprenditoriale che smistava quantità di denaro significative. È il caso dei Whitaker, ad esempio, che facevano girare dai 4 ai 5 milioni di lire annue, ma anche dei Woodhouse e degli Ingham. Dalla Sicilia, quindi, partì la strategia destabilizzatrice di Londra ai danni di Ferdinando II e del suo regno.

Innanzitutto era necessario mettere la Sicilia contro il governo di Napoli. Approfittando dell’odio popolare contro i baroni latifondisti, vicini al Re, creare delle ‘rivoluzioni guidate’ nell’isola che portassero alla destituzione delle autorità borboniche: ne sarebbe nato uno stato-satellite, che avrebbe mostrato fedeltà alle direttive di Londra e indebolito il governo di Napoli. Un procedimento simile a quello usato di recente in Libia, alimentando la contrapposizione tra Tripoli e Bengasi.

In quest’ottica si può spiegare la ‘rivoluzione costituzionale’ di Palermo del 1848, impossibile senza i carichi di armi inviate ai rivoltosi dall’esercito inglese, come testimoniato anche dalla lettera scritta a Palmerston dal Governatore di Malta. Il 13 aprile 1848, infatti, il nuovo General Parlamento creato dagli insorti dichiarò decaduta la monarchia borbonica.

L’appoggio di Londra ai ‘rivoluzionari’ siculi, sebbene noto agli ambienti diplomatici, non era però ufficiale e così Palmerston pensò bene di ricattare il neonato governo costituzionale di Palermo, in cerca di un principe italiano disposto a prendere lo scettro dell’isola. L’avvallo ‘ufficiale’ d’oltremanica al cambio di regime sarebbe giunto solo previo affidamento della carica regia ad un membro di casa Savoia. Una famiglia dinastica ben lontana dalle vicende sicule, che non conosceva l’isola, radicata in una regione di confine tra la Francia e il Piemonte, ma che aveva acquisito la corona della vicina Sardegna nel 1720. Ma il 27 agosto, 3 mesi dopo la rivoluzione (o colpo di stato, a seconda del punto di vista), Ferdinando riuscirà a riprendere la città. Ma proprio le vicende legate al ritorno del sovrano diedero nuova linfa alla campagna di stampa anti-borbonica, che passò alla fase successiva: la demonizzazione del nemico. “Mostro coronato”, “Nerone del Sebeto”,“Tigre borbonica”, “Caligola di Napoli”, furono gli appellativi denigratori usati contro Ferdinando II . Ma soprattutto “Re Bomba”con riferimento al presunto bombardamento di Messina nel settembre del 1848. In realtà, gli fu cucito addosso già prima, quando, nel febbraio dello stesso anno, l’esercito borbonico sparò diversi colpi per spaventare gli insorti palermitani e costringerli ad arrendersi, come registrava lo storico Harold Acton. In quell’occasione non vi fu nessuna strage e i civili stessi furono messi al sicuro a Palazzo Normanno dal settimo reggimento borbonico, prima dell’operazione. Sempre Acton ci fornisce una descrizione dei fatti di Messina: i rivoltosi, durante l’assedio del 3 settembre, avrebbero aperto il fuoco contro un vapore napoletano in mare, scatenandone la risposta. Alcuni colpi finirono nei pressi del centro abitato, ma non si trattò affatto di “bombardamento borbonico”. Diverso sarebbe stato, invece, il trattamento mediatico riservato l’anno successivo a Vittorio Emanuele II durante la rivolta di Genova. Il 3 marzo del ’49, la ribellione dei genovesi al governo sabaudo sarebbe costata 500 vittime civili, ma l’evento non intaccherà l’appellativo di “Re galantuomo” gratuitamente concessogli dalla stampa europea. Una diversità di trattamento, quella riservata ai due sovrani, che, unita alla richiesta di Palmerston di cedere ai Savoia lo scettro della Sicilia, è una spia evidente delle preferenze di Londra per la monarchia sabauda. Preferenze che peseranno non poco nella storia d’Italia.

 

 

 

 

 

 

 
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Sughi e le passioni umane, Kubiki e le ossessioni, Razumov e le sue donne

Post n°413 pubblicato il 08 Maggio 2014 da AngeloQuaranta
 

   

 
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PRIMO MAGGIO 2014

Post n°412 pubblicato il 01 Maggio 2014 da AngeloQuaranta
 

 

 

 

 
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XXV APRILE

Post n°411 pubblicato il 25 Aprile 2014 da AngeloQuaranta
 

             

 
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Pasqua 2014

Post n°410 pubblicato il 18 Aprile 2014 da AngeloQuaranta
 

La Pasqua sia uno dei momenti di meditazione interiore di pace con se stessi e di ricerca di energia positiva da donare agli altri senza distinzione. Non solo ascoltare ma dare la pace come meglio si è capaci di darla.

 Il Cristo morto di Mantegna "di tutte le religioni il Cristianesimo è l'unica ad avere una rappresentazione grafica di Dio, l'unica che può dare un volto a Dio perché Dio stesso si è fatto vedere, incarnandosi in Gesù, del "Cristo morto" di Mantegna con l'ardito realismo dei piedi trafitti in primo piano a quello del "Compianto" di Giotto, morto tra le braccia di sua madre: quadri innovativi dal punto di vista della prospettiva che, come ha spiegato Montalto, volevano rendere il più possibile popolare e vicina alla gente la rappresentazione della passione; e c'è il Gesù delle rappresentazioni moderne, nelle quali emergono invece con più evidenza i sentimenti dell'artista: è il caso del "Cristo giallo" di Gaugin nel quale è l'autore stesso a raffigurarsi sulla croce o della "Crocifissione" di Guttuso: il titolo è già indicativo "Crocifissione" e non "La Crocifissione" per dire che questo dramma è di tutta l'umanità in ogni tempo."

 

di Chiara Vanzetto

Il confronto con un’icona sacra che riflette il dolore dell’uomo Novità, confronti, riflessioni su un tema chiave della Pasqua, credenti o non credenti poco importa, l’arte parla a tutti: quello della «imago pietatis» o «Cristo in pietà», l’immagine di Gesù morto ed eretto, occhi chiusi e braccia abbandonate, accompagnato dagli angeli, da Maria, o da Maria con San Giovanni Evangelista. " Punto di partenza per ricostruire la carriera del pittore negli anni 1450/60 e per farlo dialogare con pezzi coevi dello stesso soggetto, molto diffuso nel territorio veneziano già dal ‘300. «Quest’opera segna una nuova stagione della pittura veneta, quella della rappresentazione dei sentimenti — spiega Sandrina Bandera —. Che non nasce in modo naturale ma attraverso il filtro della cultura classica, la conoscenza della poesia elegiaca antica, nota in Veneto già dai tempi di Francesco Petrarca».

Fondamentale per comprendere questo legame la scritta con la firma apposta da Bellini al dipinto: un distico delle «Elegie» del poeta latino Properzio, seconda metà del I secolo a.C., in cui si parla di «occhi gonfi di pianto». Verso che il pittore fa suo, partecipando al dolore della morte a cui assiste e coinvolgendovi l’osservatore. Verso che ci racconta il fil rouge che unisce Bellini ai più colti ambienti veneziani, documentato in mostra da due manoscritti d’epoca: un’edizione di Properzio della Libreria Marciana, del 1453, e un testo dell’umanista veneto Zovenzoni, anno 1474, dove il ritratto miniato dell’autore, attribuito a Bellini, dimostra la reciproca conoscenza.

 

Da Wikipedia
La Deposizione è un dipinto ad olio su tela di cm 300 x 203 realizzato tra il 1602 ed il 1604 dal pittore italiano Caravaggio. È conservato nella Pinacoteca Vaticana.
L'opera viene eseguita per la cappella Vittrice nella chiesa di Santa Maria in Vallicella a Roma, retta dai Padri Filippini.
Questo quadro fu una delle pochissime opere prodotte dal Caravaggio che suscitò unanimi consensi. Colpirà moltissimo la fantasia di Rubens che, vistolo qualche anno dopo, ne realizzò subito una copia e ne consigliò l'acquisto al marchese Gonzaga.
La composizione della scena e delle figure rimanda ancora una volta a Michelangelo, di cui il Merisi era sincero ammiratore: seguendo una diagonale, da destra ci compaiono le figure di Maria di Cleofa a braccia alzate, della Maddalena piangente e della Madonna anziana, che tende la mano sulla testa del figlio come per toccarlo un'ultima volta. A deporre il corpo nel sepolcro, San Giovanni e Nicodemo, le cui possenti e scultoree gambe valgono da sole la visione del quadro. 
Drammatica è la figura di Cristo, livido e con la bocca dischiusa, e con il dito medio destro indicante, come per casualità, la lapide tombale vista di sguiscio sotto la quale sta per essere sepolto: riferimento chiaro e preciso alla "pietra angolare" da lui rappresentata e su cui si fonda la Chiesa. Quasi due secoli dopo sarà Jacques-Louis David a prendere spunto dalla figura del Cristo per il suo Marat assassinato.

Su uno sfondo scuro neutro sono rappresentate numerose teste (se ne contano diciotto, più quella sul velo della Veronica), che si accalcano attorno al Cristo che sta portando la croce, con uno sguardo di malinconica rassegnazione, dagli occhi chiusi e abbassati.

La Salita al Calvario di Gand mette in scena la bestialità e la ferocia della folla di fronte all'umanità di Gesù Cristo. La tavola, popolata da volti grotteschi, è costruita su due diagonali che, sviluppandosi lungo la croce e l'asse delle figure, si incontrano in quello rassegnato di Cristo, che contrasta fortemente con i lineamenti caricati degli sgherri circostanti.

Ai quattro angoli si trovano figure significative della via Crucis. In basso a destra si vede il cattivo ladrone, che ringhia agitato contro tre volti animaleschi che lo dileggiano. In quello in altro a destra si vede invece il buon ladrone, quasi un moribondo che viene confessato da un frate spaventoso. La presenza dei due ladroni, tipica anche di altre opere di Bosch, è da mettere in relazione con l'esempio offerto al fedele, di possibile redenzione o di adesione totale al male. Nell'angolo in basso a sinistra si vede la Veronica con la sindone, che volge la testa all'indietro e ha gli occhi socchiusi. In alto a sinistra si distingue infine Simone di Cirene, col volto quasi rovesciato verso l'alto, il cui gesto di tenere la croce pare più un ostacolo che un aiuto a Gesù. È curioso notare come i tre personaggi positivi: Gesù, la Veronica e Disma, abbianto tutti gli occhi chiusi o semichiusi, come per estraniarsi dalla scena.

G. Dorflès mise in evidenza che «le figure si proiettano su unico primo piano, e le eventuali preoccupazioni riguardo alle prospettive restano più o meno abolite (...), sono solo le teste che, viste su un piano generale, creano una composizione che manca di masse e volumi».

In questa tavola, Bosch utilizza la grottesca e la deformazione e nessun altro simbolo per presentare la malvagità della scena. La sua composizione e inquadramento «sovrasta la crudeltà, l'ira e l'odio degli uomini» (Carrassat), come si vede nei gesti e nelle mimiche facciali. L'intera composizione è popolata da personaggi negativi, per lo più col volto scuro, come a simboleggiare i loro cattivi sentimenti, deformati da un'intera gamma di smorfie e distorsioni caricaturali che cercano di rappresentare tutte le malvagità e le bassezze dell'uomo.

Per trovare precedenti a questa rappresentazione si sono chiamati in causa i disegni leonardeschi (ma caricature appaiono ben prima nell'arte di Bosch), o la tradizione grottesca dell'area germanica.

 

 

(Nota di Guttuso sul quadro Crocifissione: “La nudità dei personaggi non voleva avere intenzione di scandalo. Era così perché non riuscivo a vederli, a fissarli in un tempo: né antichi né moderni, un conflitto di tutta una storia che arrivava fino a noi. Mi pareva banale vestirli come ogni tentativo di recitare Shakespeare in frac, frutto di una visione decadente. Ma, d’altra parte, non volevo soldati vestiti da romani: doveva essere un quadro non un melodramma. Li dipinsi nudi per sottrarli a una collocazione temporale: questa, mi veniva da dire, è una tragedia di oggi, il giusto perseguitato è cosa che soprattutto oggi ci riguarda. Nel fondo del quadro c’è il paesaggio di una città bombardata: il cataclisma che seguì la morte di Cristo era trasposto in città distrutta dalle bombe”).

 

 
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ANDY PROKH

Post n°409 pubblicato il 16 Aprile 2014 da AngeloQuaranta
 
Tag: ARTE, Prokh

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Alcune foto sono del maestro Rafael Lobato

Post n°408 pubblicato il 05 Aprile 2014 da AngeloQuaranta

La corrida (in spagnolo corrida de toros, letteralmente corsa di tori) è un tipo di tauromachia di antica provenienza. Corse o lotte o cacce con tori o altri bovini si organizzavano già dagli antichi Greci, Etruschi e Romani[1] (un tipo di corrida definito giostra dei tori era popolare, per esempio, nello Stato pontificio e si svolgeva anche nel celebre sferisterio di Macerata, senza dimenticare poi la Caccia ai Tori in Campo San Polo a Venezia). Con la denominazione di corrida de toros è attualmente praticata in varie zone della Spagna e, con altre denominazioni e in maniera spesso diversa, anche in Portogallo, nel sud della Francia e in alcuni Paesi dell'America latina come Messico, Perù, Venezuela, Ecuador, Colombia, Costa Rica, Panamá e Bolivia.

Alcune foto sono del maestro Rafael Lobato i testi da Wikipedia

la vestizione 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non si può negare, come ha ricordato il Conseil constitutionnel, che la corrida è anche l’espressione di una tradizione. E non si può nemmeno scartare l’idea che la corrida riproduca la lotta ancestrale e arcaica dell’uomo contro l’animale o addirittura dell’uomo contro la sua parte animale.

La corrida evoca figure mitiche (dal Minotauro ai sacrifici religiosi dell’antichità) ed è stato spunto di creazioni culturali universali, sia dal punto di vista artistico sia letterario. Per questo non si può deciderne la cancellazione senza una riflessione approfondita. Soprattutto, la corrida pone la questione del filo sottile tra la condanna e il divieto.

In un certo senso, ci interroga sulla distinzione tra avversario e nemico, concetto che, malgrado l’insegnamento delle tragedie del novecento, continua a mancare in alcune famiglie politiche, anche a sinistra. Riconoscere agli aficionados il diritto di assistere alle corrida è anche accettare il pensiero e il gusto altrui, l’opinione dell’altro.

Non vuol dire assecondarlo, facilitarlo oppure considerarlo innocuo, in un relativismo esasperato. Ma nel limite della tutela della mia opinione e dell’espressione delle mie scelte e delle mie libertà (a cominciare da quella di non andare nelle arene), ogni visione del mondo altrui deve trovare spazio.

 

 
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Scuola Media Giovanni Pascoli nel giorno della Festa dell' UnitÓ d'Italia

Post n°407 pubblicato il 28 Marzo 2014 da AngeloQuaranta

La nostra Scuola Media nel giorno dell'anniversario dell'Unità d'Italia ha ricevuto dai Lions Club Falanto un Tricolore. Toccante la cerimonia e bravi i nostri ragazzi che mirabilmente coordinati dai docenti hanno ricordato il sacrificio di chi è morto per l'Unità d'Italia. Significativi gli interventi del Governatore dei Lions il prof . De Marins e del Colonnello Sebastio, 

Il grande successo delle iniziative per il centocinquantenario, l’incessante richiamo alla coesione nazionale del presidente Napolitano (e prima di lui di Carlo Azeglio Ciampi), hanno sortito effetto. Nasce la festa per l’unità del nostro paese. Si chiamerà Giornata dell'anniversario dell'Unità d'Italia e verrà celebrata il 17 marzo di ogni anno. La decisione è stata presa dal Consiglio dei ministri. 

«Il 17 marzo è una data dal forte valore simbolico per l'Italia e rappresenta il punto di arrivo nel percorso dell'unificazione nazionale e, al tempo stesso, il punto di partenza del cammino verso il completamento dell'unificazione del Paese. La Giornata sarà una solennità civile senza riduzioni negli orari negli uffici e nelle scuole. È prevista l'organizzazione di iniziative su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle scuole, nelle città,

 

Il colonello Sebastio dopo aver salutato le autorità civili, militari e religiose, ha ricordato il senso della Festa dell'Unità d'Italia. 

La professoressa Larizza, dirigente scolastico, dopo aver ringraziato il Governatore dei Lions Pugliesi e la presidente del Club dei Lions Falanto la prof.ssa Galeone per il dono del Tricolore, ha voluto ricordare, il sacrificio dei patrioti, che hanno dato la vita per l'ideale di un Paese libero dagli Austriaci e dai Borboni. Molto bello il suo intervento ricordando ai giovani il significato di libertà e di partecipazione. 

 

Al canto dell'Inno Nazionale gli studenti hanno consegnato alla Preside Il Tricolore.

Una manifestazione che oltre la partecipazione della Autorità ha visto la presenza commossa di un folto pubblico. Nella immagine che segue, alcuni soci Lions in piedi per aver ceduto il loro posto ai genitori degli studenti, sulla gradinata  l'ing  Grilli, l'avv Nesca, e la dott.ssa Donnaloia. 

Dopo la cerimonia è stato offerto un buffet alle autorità, al tal prosito I lions ringraziano  in particolar modo il signor  Vecchio proprietario del panificio " San Giorgio "  che ha dato prova della sua già nota bravura. Un grazie anche alla dott.ssa Donnaloia per la bella torta tricolore. 

Infine un grazie ai nostri ragazzi che sono il nostro futuro, sono stati bravi, di seguito alcuni lavori di ricerca sul tema del Risorgimento. 

 

 

 

 

 
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festa di colori

Post n°406 pubblicato il 28 Marzo 2014 da AngeloQuaranta
 

 
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OTTOMARZO

Post n°405 pubblicato il 08 Marzo 2014 da AngeloQuaranta

OTTOMARZO2014

 

Prendo spunto dal neorealismo per ricordare l'impegno della donna nella società civile , e porgo i miei auguri a tutte le donne affinché continuino nella loro affermazione con la battaglia nelle pari opportunità. Voglio ricordare il giorno dell'otto marzo con un videoclip della splendida Anna Magnani, in " L' Onorevole Angelina "
 

 

 

una giornalista 

la nostra Anna

Olema Righi , staffetta partigiana simbolo della resistenza emiliana con altre compagne come Ibes Pioli e Tina Anselmi 

 

 
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