Creato da meltea il 12/12/2005

El Quijote

...et puis lutter toujours...

 

 

La Gelmini

Post n°716 pubblicato il 18 Ottobre 2008 da meltea




Casi
clinici: la schizofrenia della signora Maristella G.






Io credo che oggi sia il
tempo delle scelte condivise, del buonsenso e del pragmatismo.



 La scuola […] ha bisogno di stabilità.



 



 



I misteri esistono. E talvolta sono
veramente ardui da decifrare. Le piramidi, la natura dei miracoli, o chi ha
scritto la nuova riforma dell’Università. Forse Omero redivivo, visto che la
nostra amica Onorevole (termine reverenziale che scrivo con sommo disgusto)
Gelmini tanto si dà da fare per mettere in ridicolo i manifestanti di superiori
ed università poiché lei, dice, di altro non si è occupata: solo di elementari
(il maestro unico, la condotta…). Dunque da chi è venuto quel nuovo nuovo
ordinamento che giusto ieri non mi ha permesso di conseguire a giusta laurea?
Dono del cielo?



Mi
do da fare per cercare articoli che confermino la schizofrenia della nostra:
saltano fuori dichiarazioni dove la ministra non solo smentisce di aver creato
quel nuovo nuovo ordinamento di cui sopra, ma trova le proteste degli
universitari “incomprensibili”. «Sono sempre più convinta che molti di coloro
che scendono in piazza in realtà non abbiano letto il provvedimento, perché non
si capisce come mai si occupino le università, si facciano manifestazioni nella
scuola secondaria, che sono ambiti minimamente toccati dal provvedimento»
dichiara. Poi si dà allo sport preferito di ogni politicante italiano, scarica
il barile sugli avversari: “La sinistra crea allarmismo senza motivo”. Al che
verrebbe quasi da risponderle con Gaber: “Ma cos’è la destra/ cos’è la
sinistra?”. Mentre il mistero misterioso rimane: riformuliamo dunque la domanda
in termini più apolitici possibili, giusto per non essere tirati in ballo in un
gioco di parti: se quegli sconsiderati scansafatiche degli studenti e dei
professori non hanno capito niente della nuova riforma e sono disinformati, da
dove diavolo se ne esce fuori questo nuovo nuovo ordinamento in vigore da
adesso?


Su
un punto però, siamo d’accordo con la povera bistrattata Maristella: c’è
disinformazione. Ma anche qua, la propria malattia psichica le impedisce di
capire, poverina, da dove è scaturito il male. Dà la colpa a chi le fonti non
le cerca. Chiedo io, le fonti dove sono? Esempio pratico: la sottoscritta, come
voi tutti sapete (e se non sapete ve lo dico adesso) è rimasta fregata dal
cambio di burocrazie tra il vecchio nuovo ordinamento e il nuovo nuovo
ordinamento. La “piccolezza” (che poi piccolezza non è) che la ha fottuta
impedendole di laurearsi, non avrebbe potuto saperla né dalla tipa dell’help
desk (alla quale ha chiesto, invero) né dalla correlatrice che l’ha seguita.
Perché nessuna delle due sapeva. Ancora, a danno fatto, mi metto a cercare
informazioni su internet su questo fantomatico nuovissimo ordinamento che ci
sta rovinando il fegato. Trovo la seguente pagina:
http://www.roma3.net/forum/index.php?showtopic=7167. Un forum dove qualcuno fa domande, e qualcun altro
(che ha la fortuna di essere a conoscenza di gran parte dell’andazzo) risponde.
Il resto, sono tutti articoli che riguardano il nuovo ordinamento del
2003-2004. Quello già vecchio.


L’unibo
d’altronde si limita a scrivere che da quest’anno gli esami saranno meno, ma
organizzati meglio. Nessuno dice niente di chiaro sulle questioni che veramente
interessano. Per non seguire l’esempio, mi faccio la mia buona lista di
domande, sperando che una Buonastella (!) risponda:


1) Cos’è una laurea magistrale? Qual è la differenza?
Supplisce la SIS? In caso contrario, a che serve?


2) Di quanti è una laurea? Tre? Quattro?

3) Se uno vuol cambiare facoltà o indirizzo nel passare
da laurea semplice a laurea specialistica (vecchio nuovo ordinamento) è vero
che al posto dei vecchi debiti, deve frequentare dei corsi senza iscriversi,
perciò saltando un anno?


4) La tesi, la si discute ancora da qualche parte o si
debbono ovunque (e non solo a Bologna) fare le copie solo per i relatori e
correlatori, cosicché loro poi leggono e danno il voto? Non vi sembra una
procedura un po’ rischiosa? Voglio dire, io che mi laureo su una traduzione,
potevo benissimo farmela fare da un inglese mothertongue…vi
pare?


Se avete altri dubbi, scrivete ed aggiungete alla
lista. I miei, per ora e con tanta amarezza, sono questi. Che ci riportano al
punto di partenza: una riforma effettivamente c’è ed è stata messa in vigore,
checché ne dica la nostra ministra. Forse, dietro di lei c’è un ghost writer. Forse l’ha scritta dopo la
trasformazione in Mr Hyde. Quel che dico io però è che, se anche la
“disinformazione” ci porta tutti in massa ad accusare qualcuno che ha curato
solo la parte relativa alle scuole elementari (o alla gestione economica
dell’università), questo non vuol dire che il problema di fondo, il nuovo nuovo
ordinamento, non esista. Indipendentemente da chi lo ha fatto, nessuno vi ha
capito niente. E quelle poche cose capite a proprie spese, non sono piaciute. A
nessuno.


Quello che vorrei dirti, Maristella tesoro, è che la
ragione per cui non mi hanno laureato non me la sono inventata. Sono sana ed
equilibrata, io.


 

 

 
 
 

Sul depressino andante

Post n°715 pubblicato il 05 Giugno 2008 da meltea

Suicide Letter



 



Non ricordo più come ho potuto



Portare il peso di essere me



Stessa fino a ora: mi amavo,



per me provavo stima, prima, mesi



fa, quando sapevo chi ero, sape-



vo che fare, dove andare, non



contando mancanze di soldi o ri-



fiuti, non ricordo più come ho potu-



to sperare di venir capita, quan-



do neanche io so chi sono, uomo



solo, destinato ad amare



senza venir ricambiato, dal pro-



prio mestiere, dal proprio dovere, da



chi mi consiglia senza sapere chi sono,



uomo depresso, a cui è concesso poco,



a cui la vita ha regalato un



tarlo- potrei uccidermi, perché non



farlo? Solo perché lo annuncio e



i suicidi non sono mai annuncia-



ti? Se ho i conati dalla dispe-



razione, se ho il magone, se



ho paura, non ho diritto a una



cura a un mestiere, a un amo-



re non sprecato invano? Strano, io



forza l’avevo, lottavo, sapevo



ne ero certa- Parlare? E con chi?



Tutti mi danno consigli sbagliati,



inappropriati, mentre l’unico che vorrei



non c’è, lo tengo a distanza perché



ho paura, questa è la mia fre-



gatura, m’innamoro di chi non dov-



rei, non posso non farlo, la vita mi ha



dato un secondo tarlo, non mi vuo-



le al mondo, è questo che debbo pen-



sare? Che fare? Che fare?

 
 
 

Su Una Tragedia

Post n°714 pubblicato il 27 Gennaio 2008 da meltea


Ultimamente siamo sempre sulla cronaca.

Il
bambino ucciso dall'altro bambino durante una battuta di caccia a
Montespertoli (Fi) era di Empoli. Un caro amico di mio padre è caro
amico del padre del bambino e mio padre e il padre del bambino si
conoscono. Non vorrei essere lui. Ma soprattutto non vorrei essere la
sua ex moglie. Credo che lo ucciderei se fossi la sua ex moglie.

Perché infondo infondo nei confronti della categoria cacciatori contemporanei non riesco a provare pietà.

E
non è solo una questione di punto di vista animalista, ognuno è libero
di fare quello che gli va, di avere la morale e l'etica che vuole. Ma
che la caccia contemporanea, in un mondo in cui l'uomo si può
permettere, se non di farne a meno di non farlo o di non farlo come
sport, in un mondo in cui ci sarebbe bisogno del rispetto che gli
indiani riservano ai bisonti che uccidevano (chiedendo poi perdono),
genera un'etica desensibilizzata di cui francamente il mondo
contemporaneo non ha bisogno è un fatto. Mi spiego: la mia opinione è
che i cacciatori non si rendano conto che i loro fucili uccidano.
Considerando le vite degli animali vite di serie B, non arrivano a
pensare che forse il loro strumento può mandare al creatore anche il
miglior amico, il compagno di battuta, il figlio...e piangono quando invece l'arma si mostra per quel che è.

I
cacciatori delle cività primordiali avevano generalmente delle grandi
anime. Le animelle inaridite dei cacciatori di oggi invece in un certo
senso mi fanno compassione. Come quel padre di quel figlio, poverino,
al quale però non mi sento di esprimere lo stesso grado di solidarietà
che esprimerei alla madre se l'avessi davanti a me, povera donna.

 
 
 

Allegoria Di Naufragi

Post n°713 pubblicato il 21 Dicembre 2007 da meltea

Voi non siete niente. Chiunque voi siate, non siete in grado di giudicare chi o cosa sia stato Thomas. Non l’avete conosciuto, e Thomas andava conosciuto. Ma eravate così focalizzati sulla lodevole arte del dare un'opinione che non avete fatto molto caso alla sua presenza, non è così? Anzi, forse non l’avete neanche mai visto. Vi sembrava di vederlo, ma erano gli attimi in cui mentiva e lo avresti detto timido, insicuro, di gran scarsa dimestichezza nella conversazione. Un’ombra insomma. Di quelle che stanno ai lati dei tavoli. Di quelle che stanno infondo alle sale dei cinema. E osservano. Vedono.

Io e Thomas siamo stati due anime gemelle. I romantici a tutti i costi spesso scambiano questa definizione per un sinonimo di amore, ma non è detto, no. Io e Thomas ci sentivamo più come fratelli, gemelli, due persone che anche se non si dicono niente, si ritrovano, si cercano, l’uno scappa, l’altro lo rincorre. Fino a che non ci si trova faccia a faccia: ma i nodi, con Thomas, venivano sempre al pettine senza parlare.

Sapete, era strano. Ma mi dava sicurezza. Rappresentava per me quella cattedrale, quella certezza marmorea che, da quando sono orfana, non ho mai più ritrovato.

Adesso difatti mi sento sola come non mai.

Adesso difatti piango più spesso.

Quello che vorrei è non sentire certi discorsi. Tipo il fatto che se l’è cercata, che lo sapeva…come se si potesse sempre saperla tutta, quando non c’è millimetro in questo grande mondo perverso che non contenga un dubbio, un mistero. E Thomas lo sapeva bene come lo so io. Mi diceva spesso, tranquilla, è tutto sotto controllo. Erano le volte che mi preoccupavo di più, ma era una frase che gli piaceva ripetere, gli piaceva il suono. Tutto sotto controllo. Gli piaceva crederci. Crediamo veramente a tutto pur di sopravvivere.



Che si smetta di dire che Thomas nell’acqua la prima volta a fondo c’andò di proposito.



Perché Thomas per le grandi distese di acqua provava al contempo fascino e paura, una paura paralizzante, un crampo mentale. Credo lo mandasse in ansia il non vederne la fine: i mari, gli oceani: terminano nel punto dove brilla il sole e gira la terra, impedendoti di vedere tutto. Ed il tutto si riassume in una risata beffarda, l’orizzonte.

Quando Thomas si trovò a che fare con l’acqua per la prima volta era già grande. Se la trovò davanti, ma era un periodo in cui non riusciva a guardare più in là del suo naso e non vide, non capì. Mi diceva sempre, ed era convinto, che l’avrebbe passata un giorno, che avrebbe visto l’altro lato senza stancarsi, che l’avrebbe percorsa tutta a nuoto. Gli dicevo, bada bene, calcola le forze: tu non sai dove stai andando. Quanto gli dette fastidio quella volta, mi aggredì, fu la prima e l’unica volta. Mi disse perfino che dovevo farmi i fatti miei, quando sapeva benissimo che i fatti miei erano anche i suoi. È che Thomas dell’acqua sentiva il fascino. Un fascino profumato, inebriante: fin dalla prima volta. È strano, non riuscirei a descrivere cosa fu quella prima volta: certi giorni il pensiero di una nuotata nel vuoto lo mandava in estasi, certi altri veniva da me dicendomi di ucciderlo. Caro vecchio fratello mio, che gli dovevo dire?



Forse gli avrei dovuto dire la verità.

Avrei dovuto spiegargli attentamente quel che io stavo vedendo. Quel che quella strana passione gli stava facendo.

Lo stava cambiando.

Il Thomas che ebbi davanti i giorni che precedettero la prima impresa era simile a un corpo di metallo malleabile, continuamente sottoposto a pressioni, botte, come se un pendolo lo colpisse forte a intervalli regolari, come se il metallo si modellasse di conseguenza. Certe cose le vedi. Non che Thomas non fosse quell’uomo forte che avevo conosciuto e che conoscevo, ma in cuor mio sapevo che non sarebbe andata bene. Glielo leggevo negli occhi: moriva di paura. Gli ultimi giorni aveva le palpebre praticamente sempre a mezz’asta, pareva mezzo intontito, conversava a monosillabi, non mi guardava negli occhi. E se un attimo provavo io a guardare nei suoi, allora dovevo far appello a tutta la mia razionalità per non cadere io nel panico. Perché quel che Thomas amava era una cosa troppo profonda, anche per l’amore stesso. E con tutta la forza che aveva nei bracci, non sarebbe riuscito a vincere quella sottile sensazione di vortice, di sospensione, di magone che l’alto mare, se nuoti da solo, ti dà. Se non sei più che accorto ti ritrovi a bere, a bere acqua. Ti ritrovi con la testa sotto. Respiri e sei sotto. Sempre più sotto. Fino a che il panico non cessa. E allora non sei più.



Dopo l’ospedale, dovetti faticare per tenere Thomas lontano dall’acqua. Lo portai a Parigi, là conducemmo una strana vita, ma negli ultimi mesi parve quasi guarito. Non parlava più di mare, non parlava più di nuoto: ce l’ho fatta, mi dissi. Il mio guaio è che mi rilasso troppo presto, fa parte del mio carattere, sono un’ottimista di natura. Credetti che Thomas fosse guarito. Gli dissi, pensa ad altro, trovati un lavoro, torna a casa. E vedrai che la vita cambierà.

Mi parve un buon consiglio.

Thomas poi mi pareva molto per la quale. Aveva visto la morte in faccia, signori miei, e non era un incosciente. Poi, il fatto che non raccontasse a nessuno quel che aveva passato, quel che aveva sentito, beh va da sé. Thomas non sbandierava mai niente. Anzi, era una persona molto chiusa, un falso estroverso, come me. Sembrava sempre di saper tutto di lui, poi di colpo gli trovavi il punto debole: allora lui si ritirava, faceva come le chiocciole se gli tocchi le antenne, diventava freddo. Per questo tra noi le cose sono sempre andate bene, io non gli ho mai chiesto niente, io capivo. E capivo la sua passione, mi faceva rabbia l’averlo visto macerarsi così, gli volevo bene- capite?

Insomma, trovò lavoro. Riaccomodava le casse ai supermercati. Una cosa pragmatica.

E la prima volta che si trovò di nuovo a contatto con l’oceano- e stavolta fu l’oceano- di nuovo la prese bene: no, non aveva intenzioni di fare niente, aveva già rischiato la morte una volta, rideva, non voleva fare la fine del topo, ed io con lui, bravo, sei diventato saggio.

Ma la gente come Thomas va letta come si leggono i misteri. Diceva di non essere interessato, eppure parlava continuamente di quel mare. L’oceano, in confronto al Mediterraneo, era freddo, grigio, gelido, diceva. Non incoraggia. Poi però ne vantava le qualità, il fascino, l’odore. Ogni giorno, non passava giorno che non ne parlasse, arrivava perfino a dargli una personalità, un volto umano: oggi è giù di corda, diceva, oggi è meraviglioso.

Credo che Thomas fosse innamorato dell’oceano. So che è difficile da capire e non vi sto chiedendo di provarci. La sua storia è stata un continuum in questo crudele amore non corrisposto tra lui e le grandi distese d’acqua.

Ma aveva troppa paura. E questo sentimento lo torceva, lo contorceva, se ne stava giorni interi a letto, quando non lavorava e quando lavorava faceva incidenti d’auto, perché non c’era con la testa. Lo vedevo chiudere gli occhi e inspirare profondamente. Ed era un segnale, in quel momento ovunque egli fosse ne stava sentendo il profumo. Allora io gli dicevo, attento, non…ma mi zittiva subito. No, diceva. Non stavolta. E lo diceva serio.

Il giorno in cui si sparò è morta una parte di me. Rinnovo il dolore ogni volta che parlo di lui, ed al contempo è un piacere ricordarlo perché per me è stato tanto. E non sarei quella che sono senza di lui. Il giorno in cui mi dettero la notizia, m’immaginai, quando fui pronta per pensare, a quante cose non avevo visto, neanche io. A quanti giorni passati nella sua stanza, a piangere. Avrei dovuto capirlo, ma sono i sensi di colpa degli amici dei suicidi, ne ho sentite, ne ho lette. Ciononostante stava a me capire, quando veniva da me implorandomi di ucciderlo, scherzava sì, ma in parte. Forse neanche io riuscivo a capirlo così bene come credevo. Avrei voluto che si aprisse di più. Avrei voluto, per lui, un amore più calmo, una passione meno invadente, meno strana. Una vita meno dolorosa. Un carattere meno profondo. Ho tutto sotto controllo, e non controllava un bel niente, neanche lui.



Ma spreco fiato. Delle parole che ho scritto lo so che ne capirete la metà.

Buon per voi.

 
 
 

Sull'Omicidio Furlan

Post n°712 pubblicato il 09 Dicembre 2007 da meltea


Intanto,
cari giornalisti, si dice émpoli con la "é" chiusa, 'gnurant! Tutti
questi anni in serie A che ci paghiamo solo perché la gente impari la
corretta dizione del nostro nome non vi hanno insegnato proprio un bel
niente! (ma vogliamo parlare dell'ultima edizione del TG2 dove gli
inquirenti sono stati intervistati di fronte allo Stadio Castellani
"Comprato all'IKEA"? è veramente l'unico nostro vanto, la squadra di
calcio?).
TG COM invece taglia la testa al toro e scrive "Giallo a Firenze". Ma non è Firenze. è Spicchio-Sovigliana.


"
è un giallo a Spicchio vicino Empoli la morte di un odontotecnica
scomparsa a fine Novembre. Il corpo era in un bosco e presenta ferite
che fanno ritenere che si tratti di un omicidio"


Spicchio,
che di cognome fa Sovigliana, nel senso che sono due paesi attaccati
sulla sponda destra del fiume Arno, di fronte a Empoli ma in comune di
Vinci, io lo conosco bene, avendoci vissuto per 19 anni. E per 19 anni
l'ho visto crescere come un paese brutto, anonimo, con manie di barbara
edilizia tipica di qualunque ex paesotto in crisi di identità in
periferia di una cittadina: pochi autoctoni e molti esuli (tre quarti
della mia famiglia compresi), in parte cresciuti sentendosi
"Spicchiesi" o "Soviglianesi" (tirando fra l'altro avanti questa
pittoresca rivalità in un paese che è ormai suturato), gli altri al
massimo si dicono Empolesi, oppure sono andati via, come me.

Non
ho idea di chi fosse la signora Furlan, odontotecnica. Un Furlan era
stato mio maestro di recitazione, anni or sono, ma dubito che c'entri
con lei. Non so chi fosse il suo compagno, o il figlio. Per particolari
piccanti, che comunque non scriverò, debbo ancora aspettare sabato, mi
basterà parlare con mia nonna per qualche minuto. Conosco bene invece i
posti rammentati, le zone inquadrate, Spicchio, Sovigliana, Limite,
Capraia...ex villaggi incollati in un unico agglomerato che guarda
l'Arno, cresciuti a dismisura, scoppiati. In quei boschi c'andavo con
mia madre e con due amici ai tempi delle medie a fare vitalbe per le
ricerche di scienze, mentre quel cartello, quello che inquadrano
continuamente ai tg, quello sta sul ponte vecchio, hanno cambiato varie
volte perché la prima volta avevano scritto  in grosso
"Spicchio"e "Sovigliana"
in piccolo sotto, a "noi" soviglianesi non andò giù, nonostante fosse
cosa logica, visto che passando il ponte effettivamente si è in
territorio Spicchiese. L'hanno inquadrato, prendendo anche
l'imboccatura del viale Togliatti, stranamente vuoto sotto la pioggia,
di una tristezza che mi ricorda perché io non abiti più là.

Questo
per dirvi quanto la familiarità può far rilassare troppo la gente. Si
pensa sempre che le cose al proprio paese non accadano mai, vero?

E
qua occorre precisare: la Meltea è la prima a non credere ai giornali e
a non farsi spaventare, c'è una ragione per cui parla così di quella
che bene o male è stata casa sua, ed è una ragione un po' più diretta e
personale. I toscani sembrano solari e caciaroni, ma le nostre colline
hanno sempre nascosto tante cose, mentre i nostri killer sono temibili
perché inaspettati- o truci, evidentemente malati, come il Mostro di
Firenze. La Meltea non si scorda che ad Aprile hanno tentato di
spararle sotto casa, non crediate. Ed il fatto che fosse nelle vacanze
di Pasqua e che fino ad allora fosse stata a Parigi non semplifica la
sensazione di inquiteudine nata alla notizia di quest'ultimo, ennesimo
fatto di cronaca.

Perché io all'epoca delle medie a Spicchio
Sovigliana mi annoiavo. Ma sapevo anche quelle tante piccole cose che
quando fai le scuole medie ed inizi a vivere in società- o tenti di
tirartene fuori- si sanno. Si vocifera di tizio e caio che fanno i
satanisti, di tizia che in Fensa la sera si fa pagare per prestazioni
sessuali, che il parente di tale si è fottuto i neuroni... si vocifera,
lo dice "'a ggende". La Meltea se n'è sempre tenuta fuori da queste
storie per mancanza di interesse, difatti ne ricorda molto poco a dire
il vero. Le tornano a mente però tante sensazioni passate, e capisce
che forse l'odio che prova per quei due sputi di paese attaccati
insieme, covato proprio dall'epoca pre-liceo, forse aveva una sua
ragione nella bruttezza di certe persone che vi abitano, di certe
atmosfere di falsa pace.

E comunque tutto questo non m'impedisce di rimanere stupita.

 
 
 
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L'HOMME DE LA MANCHA (PAR JACQUES BREL)

Rêver un impossible rêve
Porter le chagrin des départs
Brûler d'une possible fièvre
Partir où personne ne part

Aimer jusqu'à la déchirure
Aimer, même trop, même mal,
Tenter, sans force et sans armure,
D'atteindre l'inaccessible étoile

Telle est ma quête,
Suivre l'étoile
Peu m'importent mes chances
Peu m'importe le temps
Ou ma désespérance
Et puis lutter toujours
Sans questions ni repos
Se damner
Pour l'or d'un mot d'amour
Je ne sais si je serai ce héros
Mais mon cœur serait tranquille
Et les villes s'éclabousseraient de bleu
Parce qu'un malheureux

Brûle encore, bien qu'ayant tout brûlé
Brûle encore, même trop, même mal
Pour atteindre à s'en écarteler
Pour atteindre l'inaccessible étoile.

 

FRANCE E DINTORNI

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AREA PERSONALE

 

CESARE PAVESE, POESIE

You, Wind Of March

Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda -
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
- anemone o nube -
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi più non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.

Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d'aurora.
Sangue di primavera,
tutta la tetra trema
di un antico tremore.

Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose -
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell'attesa di te.
E', il mattino, è l'aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.

La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.

VERRà LA MORTE E AVRà I TOUI OCCHI

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

 

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DOROTHY ROTSCHILD PARKER CAMPBELL

Poetess (1893-1967)

Testament
 

 

Oh, let it be a night of lyric rain
And singing breezes, when my bell is tolled.
I have so loved the rain that I would hold
Last in my ears its friendly, dim refraln.
I shall lie cool and quiet, who have lain
Fevered, and watched the book of day unfold.
Death will not see me flinch; the heart is bold
That pain has made incapable of pain.

Kinder the busy worms than ever love;
It will be peace to lie there, empty-eyed,
My bed made secret by the leveling showers,
My breast replenishing the weeds above.
And you will say of me, "Then has she died?
Perhaps I should have sent a spray of flowers."

 

 
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