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UN BUCO NEL CIELO - CAP. XXI

Post n°1371 pubblicato il 15 Settembre 2012 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Leonora aprì le braccia, chiuse gli occhi e mise i palmi delle mani in alto. Gocce grandi come noci iniziavano a staccarsi da quell’onda immensa che si apprestava a precipitargli addosso. Un vento umido agitava il suo abito facendolo sventolare come una bandiera ma lei era ancora immersa nei suoi ricordi, intenta a rincorrere il passato in attesa di divenire vedova del futuro. Il presente si stava consumando lentamente, come una candela, e per questo si sforzava di tornare nella direzione dove si trovavano gli ultimi scampoli di una vita che non le sarebbe più appartenuta.
Tutti i mondi lontanissimi dove nei momenti di scoramento aveva sognato di fuggire si trovavano lì di fronte a lei. Non c’è nulla da fare quando la prossima tappa è la fine. Leonora decise di aspettare la morte nel suo letto, avvolta in fresche lenzuola di lino giocando a disegnare sorrisi con il dito sul petto di Salvo.
- Hai presente quello stato d’animo che quando lo provi dici: “ecco, mi piacerebbe congelare questo momento, rinchiuderlo in un fotogramma e rimanere per sempre intrappolato dentro di esso”? – le disse Salvo osservando immobile il tetto della camera da letto. Leonora annuì senza smettere di far scorrere le mani sulla sua pelle. 
- A volte credo che la serenità si nasconda dentro piccoli particolari fugaci, e che la nostra vera maledizione sia quella di non possedere abbastanza forza per trattenere quei momenti. La cosa strana però, è che non stiamo mai da soli quando viviamo queste sensazioni. Ci serve sempre qualcuno per provare gioia: soli siamo una linea che si curva ad imitare un cerchio perfetto al quale manca un pezzo per chiudersi. L’umanità è la nostra principale fonte di sofferenza e allo stesso tempo l’unico mezzo che abbiamo per provare ad essere felici… 
Leonora appoggiò le labbra sul braccio di Salvo che la cingeva a sé, sfiorandolo come un pennello su una tela.
- Tutto il tempo che passiamo a tentare di disintossicarci dalla società, è in verità il modo con il quale ci accorgiamo della nostra impossibilità di essere una forma finita senza di essa. Questa sera Leonora, il mio cerchio si è chiuso insieme a te, e non importa se domani tornerò ad essere un rompicapo senza soluzione. 
Salvo si girò allora a guardare Leonora, che nel frattempo si era addormentata con la testa poggiata sul suo petto. Fuori cominciava ad albeggiare. Il sole filtrava dalla finestra sotto forma di raggi laser puntati contro la polvere svolazzante che solo se illuminata rivela il suo planare silenzioso, proprio come i nostri sentimenti. 
Un boato distrusse in un istante quell’immagine. Quando Leonora riaprì gli occhi, l’onda era davanti e sopra di lei. Le gocce erano diventate una cascata che con il suo peso le impedivano di tenere ancora aperte le braccia. Osservò il cielo per l’ultima volta che si stagliava al di là di quel gigante d’acqua, e notò che il buco era scomparso. Non c’era più nulla che impediva alle nuvole di seguire il loro percorso lassù, dove tutti i sogni umani vanno a stiparsi in assenza di spazio sulla Terra.
Leonora non conobbe mai l’attimo esatto in cui il mare la spazzò via. Sparì così, quando ancora si trovava sul petto di Salvo, per sempre legata a quell’abbraccio che non seppero trattenere.
L’acqua non si curò dei suoi ricordi, né di quello che inghiottiva nel suo percorso. Riempì tutto il tratto che la separava dalla spiaggia, e ancora non sazia proseguì la sua corsa incosciente verso le terre emerse. Il suo folle afferrare ghermì gli ombrelloni, le sdraio, e poi spostò le case abusive costruite a pochi metri dalla costa. Sommerse le auto senza più conducenti fino ad arrivare alla pineta, sradicando tutto quello che incontrava. Sembrava quasi non si ricordasse più qual era il suo posto né il motivo per il quale era tornata. Il mare, in preda ad una collera immotivata, giunse fino a lambire la città per poi rendersi conto che non sarebbe potuto arrivare più in là. Allora si calmò. Arrestò la sua corsa, e per qualche tempo imitò la pacatezza di un lago. Osservò il paesaggio di distruzione che aveva creato, si pentì di tanta scelleratezza, la trovò una fatica inutile, e non seppe spiegare a se stesso il motivo di quel suo gesto, già che mai era riuscito a comprendere nessuna delle azioni che compiva abitualmente. Così iniziò a ritirarsi con i modi lenti con i quali la natura suole rimettere a posto le cose, fino a quando tornò ad occupare il suo spazio prestabilito. 
Tornò il silenzio. Un silenzio che non conteneva pace, perché la pace è un’invenzione dell’uomo. 

 
 
 
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Io erro lungo le rotte delle stelle, la gente mi chiama Capitan Harlock. Nell'oscuro mare stellare, nello spazio infinito e senza domani, finché ci sarà anche un unico sole che arde nel cosmo, io vivrò il libertà sotto il mio vessillo. Io vago per i confini dello spazio il blackjak é issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle, io vivrò in libertà. L'universo é la mia casa. La voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene. La mia bandiera é un simblo di libertà. (Leiji Matsumoto, "Capitan Harlock", Planet Manga, 2001)
 
 

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