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UN BUCO NEL CIELO - CAP. XXII

Post n°1372 pubblicato il 17 Settembre 2012 da non.sono.io
Foto di non.sono.io

Ad Aureliano dio apparve sotto forma di cicala. Una cicala enorme che indossava un mantello di cotone scuro, grezzo, ed un cappuccio come certi pellegrini medievali. Si sfregava le zampe anteriori ritta su quelle posteriori ghignando, cercando lo sguardo di Aureliano per trasmettergli soddisfazione. Lui, in ginocchio sopra il ragazzino con le mani strette al suo collo, guardava dio annuendo, chiedendo, anzi supplicando consenso. L’insetto enorme annuiva sbavando, l’uomo allora alzava la testa al cielo e gridava: “Dio è con me! Dio è con me!”.
A Mai girava la testa. Sorvegliava il suo aguzzino con un filo di sguardo e aveva ormai rinunciato alla lotta, e questo in fondo era l’aspetto più triste di quella scena. Da adulti è un fenomeno noto il naufragare in acque dove non si tocca, dove le correnti hanno il sopravvento sulla capacità di tenersi a galla. Ma non è per la scarsa capacità muscolare della nostra volontà, che anzi con il tempo si fortifica arrivando ad indicare chiaramente cosa pretende dalle nostre scelte. E’ piuttosto un rendersi conto che dopo l’orizzonte c’è n’è un altro, e dopo un altro ancora, e che in fondo non si arriva mai. Non serve opporsi alla corrente piuttosto imparare a seguirla evitando di bere acqua salata più del dovuto.
Ma da ragazzi lottare è un istinto prima ancora che una voglia. Il mondo è solo un immenso foglio bianco dove il futuro è scritto dalle intuizioni, dall’immaginarsi cosa dovrebbe essere quello che ancora non si conosce e da tanta beata ignoranza. Per questo gli eroi sono tutti giovani, e per questo quando un giovane smette di lottare, il mondo perde un eroe.
Mai aveva ceduto a questo senso moderno di percepire le azioni dell’uomo come inevitabilmente inarrestabili, come fossero manifestazioni stesse della natura, come il vento, o la pioggia che a volte irriga e a volte spazza via. A questo sentimento Mai aveva affidato le sue sorti, come forse prima di lui aveva fatto tutta l’umanità. 
La cicala intanto friniva rauca, sputando gocce di bava gelatinosa sulla faccia di Aureliano che rideva isterico e continuando a premere sulla carotide di Mai, impaziente di eseguire le volontà incomprensibili di dio. Con gli occhi sgranati al cielo cantava una nenia senza inizio né fine quasi ululata: “bire bisse e ovo sodo, eran sette a bere un uovo e la vecchia lì sull’uscio, gli toccò leccare il guscio… bire bisse e ovo sodo, eran sette a bere un uovo e la vecchia lì sull’uscio, gli toccò leccare il guscio..”. La ripeteva all’infinito e ogni volta che ricominciava aumentava il tono della voce, tanto che era arrivato prima ad urlare poi addirittura a gridare con tutto il fiato che aveva in gola: “BIRE BISSE E OVO SODO, ERAN SETTE A BERE UN UOVO E LA VECCHIA LI’ SULL’USCIO, GLI TOC...”
Un boato enorme all’improvviso superò la sua voce costringendolo a voltare lo sguardo nella direzione da cui gli sembrava provenisse il rumore. Gli era parso come il suono di migliaia di vetri infranti, di oggetti pesanti spezzati e detriti che rimbalzano su un suolo metallico. Al boato seguì un lugubre rombo, al principio tenue, che cambiò presto fino a far immaginare un esercito di tamburisti d’orchestra in concerto. Quando Aureliano tornò a voltarsi, dio non c’era più e questo lo fece cadere nel panico. Sciolse la presa omicida e senza alzarsi da Mai iniziò a contorcere il busto, le spalle il collo nel vano tentativo di ritrovare nascosta da qualche parte l’assurda creatura incappucciata. Si portò le mani nei capelli, disperato, smarrito. Mai ne approfittò: tirò un calcio in mezzo alle gambe di Aureliano che si chinò per il dolore e subito dopo, agile come solo a quell’età si sa essere, sguizzò da sotto il suo assassino iniziando a correre. Aureliano si riprese molto presto da quel colpo scagliato da un bambino, così che di mise subito ad inseguire la sua preda con bestiale sagacia. 
Intanto, suonando il suo sinistro concerto di timpani, già si iniziava a vedere il mare avanzare dietro di loro come fosse anche lui all’inseguimento di qualcosa. Mai istintivamente si arrampicò sopra un pino; balzò su un ramo basso e dopo, sfruttando il vantaggio di tempo, riuscì a guadagnare metri in altezza. Aureliano giunto alla base dell’albero lo guardava frustrato dalla sua impotenza, girando intorno al tronco e sbuffando nella consapevolezza di non poterlo raggiungere. 
Furioso e ormai completamente pazzo, l’uomo cominciò a tirare calci al pino come volesse abbatterlo con la sua unica gamba sana, e più Aureliano percuoteva più Mai saliva in alto, così in alto che riuscì a vedere cosa stava succedendo. Da quell’altezza il ragazzino aveva di fronte a sé un lago enorme abitato da case fluttuanti, zattere a forma di automobili e milioni di piccoli oggetti galleggianti che dipingevano quella marea come un cielo stellato notturno. 
E quella notte avanzava velocissima ad inghiottire tutto, forse persino lui stesso che si vide infinitamente piccolo per riuscire da solo a scorgere nel futuro un’alba accettabile. Guardò in basso tenendosi stretto al tronco di cui riusciva ad afferrare meno in un quarto della sua circonferenza. L’acqua ora stava scorrendo sotto di lui. Aureliano non c’era più. Al suo posto un frigorifero semidistrutto, interrotto nella sua corsa dall’albero. Mai per un attimo provò a pensare a qualcosa, ma era debole, stanco, dentro di lui volle che tutto si spegnesse almeno per poco tempo. E si addormentò.
Al suo risveglio il mare si era ritirato, era rimasta solo una palude silenziosa. Nel cielo il buco era sparito e senza di lui sembrava ci fosse più luce a illuminare quella desolazione.
Ormai nel Mondo c’era rimasto solo Mai.
Quando lo comprese, si guardò intorno lentamente, chiuse un istante le palpebre pendendo fiato.
E poi, quasi sussurrando disse: “Aiuto”.

 

FINE

 

 

 

 

Nel vero senso della parola.
Forse fra tre giorni resuscito.
Forse no.

Grazie a tutti.

 
 
 
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Io erro lungo le rotte delle stelle, la gente mi chiama Capitan Harlock. Nell'oscuro mare stellare, nello spazio infinito e senza domani, finché ci sarà anche un unico sole che arde nel cosmo, io vivrò il libertà sotto il mio vessillo. Io vago per i confini dello spazio il blackjak é issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle, io vivrò in libertà. L'universo é la mia casa. La voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene. La mia bandiera é un simblo di libertà. (Leiji Matsumoto, "Capitan Harlock", Planet Manga, 2001)
 
 

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