
Non suda. Mi guarda fisso agitandosi sulle gambe, mi gira intorno senza neanche respirare e non suda. Deve essere abituato a questo calore soffocante, alla polvere che ad ogni balzo agito intasandomi le narici. I miei polmoni si sono fermati al terzo round, la mia testa invece non è mai salita, pigra come sempre. E me l’aveva già detto almeno un centinaio di volte di lasciare perdere, di accettare quel lavoro come fruttivendolo, perché ha una natura contadina lei, e al pollo domani preferisce sempre l’uovo oggi. Il cuore, invece lui no, lui è avido e non pensa mai alle conseguenze. Lo schivo sulla destra, il primo montante. La rotula cede e finisco in ginocchio, con la faccia all’altezza del suo ombelico, poi l’abbraccio e aspetto il gong.
Appena sceso al Cairo, la cosa che mi ha colpito di più è stato l’odore. Neanche nelle ore di punta nella mia città, ho mai annusato quell’aria pregna dei fumi di tubi di scarico a trentadue ottani e sudore misto ad escrementi di animali e sabbia. Non ci si abitua neanche dopo anni a quel puzzo, lo si tollera, si impara ad evitare di uscire nelle ore in cui sembra ancora più presente, tanto da poter distinguerne i tratti, come fosse una presenza, l’anima stessa della città. Insieme ai palazzi e alle macchine in ritardo di almeno cinquanta anni con il duemilanove, quel puzzo contribuiva ad alimentare l’impressione di essere atterrato in un pianeta lontano, a volerti regalare il miraggio di essere finalmente libero da qualcosa, anche se non si afferra bene cosa. Quando Mario mi mostrò i cartelloni dell’incontro, invece di notare com’ero venuto in quella foto sgranata in cui nutrivo la speranza di mettere paura a qualcuno, mi cadde l’attenzione su un bambino che più in basso vendeva qualcosa che assomigliava a delle fave bollite. Pensai a quanti pugni già aveva ricevuto dalla vita, e ai pugni che avrei dovuto incassare io più tardi. Facevamo lo stesso mestiere in fondo.
Mi cade l’occhio su quella ragazza, laggiù in terza fila. Non dovrei, lo so. Ma è così bella, e la sua pelle così liscia… Agita le mani al cielo e urla qualcosa che non posso capire, forse mi chiama, forse sta chiamando me. Un tonfo al fegato mi taglia le domande e il fiato. Proprio ora che ci stava, riesco a pensare mentre serro le braccia contro il corpo. Al sesto round riesce ancora a colpirmi con tutta questa violenza, ma quanta rabbia riesce a secernere senza spillare una sola goccia di sudore? E’ veloce e cattivo, inizio a pensare che non lo batterò mai, posso solo sopravvivere, ma non posso batterlo. Quando Sandra mi lasciò ebbi la stessa sensazione: avrei potuto solo incassare perché la sua decisione era imbattibile, e quella volta sopravvissi, anche se mi fanno ancora male le ossa. Stendo il braccio in un diretto mirato all’occhio, ma scivola sull’aria come un surf colpendo la polvere. Lui si copre il viso con il sinistro mentre spara il destro che si stampa contro la mia mandibola. Finisco contro le corde. Mario grida qualcosa, lontano, come una madre che chiama dalla finestra il figlio per il pranzo. Anche mia mamma lo faceva all’una puntuale. Mia madre… Se mi vedesse ora… Povera donna…
Mario l’ho conosciuto in palestra. Diceva di essere stato un professionista, ma nessuno se lo ricordava. Passava le giornate dividendo il suo tempo tra il dare consigli a giovani ragazzotti ansiosi di imparare a massacrare qualcuno con stile, e il bar del suo amico Fabio. Una volta, proprio nel bar, mi indicò e poi si mise a parlottare con Fabio. Il giorno dopo ero diventato il suo pupillo. Mi raccontava che mi aspettava un futuro duro ma pieno di soddisfazioni, e che ero destinato a qualcosa di più di quella frutteria. Poi mi inondò di discorsi e ricordi, ma io già non lo ascoltavo più. Lontano dalla frutteria mi bastava come promessa. Il più lontano possibile, in un altro pianeta, un pianeta che odorava di sterco di animale e fuliggine, dove le macchine erano antiche e si mangiavano le fave bollite, dove sarei stato libero, anche se non so da che. Ovunque, ma non qui. Portami via Mario.
E’ il mio momento. Il mio sinistro non perdona. Lo vedo, è stanco, anche se non suda, apre le braccia per fare un respiro più profondo, ed è questo l’attimo che devo sfruttare. Tutte le occasioni sono attimi, per questo si perdono così facilmente, e a differenza dei treni, i secondi spesi non tornano più. Ho provato per mesi con Mario, in palestra, anche dopo l’orario di chiusura, il “gancio dribblato” come lo chiamava lui. Consisteva in una finta con il destro composta di due scatti brevi, per spiazzare l’avversario, e poi come un lampo il sinistro a toccare dritto alla mascella. Doveva essere un colpo secco e velocissimo, ma garantiva l’effetto disintegrante. Il negro mi guarda negli occhi e capisce di aver sbagliato ad aprirsi. Indietreggia mezzo passo, deve finire il respiro e richiudersi immediatamente se vuole scamparla. La ragazza dalla pelle liscia è ancora lì che urla, un uomo dietro di lei l’abbraccia e le bacia il collo. Lei si gira e sorride, poi si rigira verso il ring. Mi ama, anche se ancora non lo sa…
Un giorno Mario mi fa: “Andiamo in Egitto”. Io non dissi niente. Non avevo neanche qualcuno da salutare in fondo, e un lavoro come quello che avevo non era difficile da ritrovare. Misi nella valigia due mutande e qualche maglietta, lui invece tutti i suoi sogni, anche quelli che non gli appartenevano. Ilhar Mukassy era un egiziano del sud, nato in un villaggio al confine con il Sudan. Era nero come la notte, altissimo, abituato a sopravvivere al deserto fin da piccolo. Era il campione africano della mia categoria nonché la mia grande occasione per diventare un vero professionista. Di video sui suoi incontri ce n’erano pochi e di pessima qualità, ma il suo curriculum parlava chiaro: venti incontri di cui quindici vinti per ko. Ma la statistica è solo una serie di numeri, mi ripeteva, la fantasia razionale delle equazioni. Cinque dei suoi avversari erano sopravvissuti, e due avevano vinto. Cercavo di non pensare a quell’incontro, come fosse un lutto da dimenticare. Mi piaceva di più fosse semplicemente il mio viaggio lontano, quello che non avevo mai fatto, e che il biglietto includesse anche la partecipazione ad un incontro di box. Passai la notte prima dell’appuntamento con Mukassy ad osservare le piramidi di notte. Che belle le piramidi, non potevano certo essere state costruite da uomini per di più semiprimitivi. Venivano da lontano quelle sculture che provavano a pungere il cielo, come frecce cosmiche a ricordarci da dove veniamo e dove torneremo. Le stelle brillano di più nel deserto, ed è forse grazie al loro riverbero che le idee si schiariscono e pronunciano le parole più dolci. Mi guardai le mani: erano solo carne e ossa, troppo poco per battere il mio destino.
Scatto di reni, carico con il bacino, il destro fa finta di partire, si ferma, riparte, e si riferma. L’egiziano alza il braccio dal lato sbagliato, e mentre alza il gomito con la coda dell’occhio avverte il sinistro. Lo prendo ad un orecchio. E’ stato uno scambio perfetto, ma non gli ho fatto niente. Indietreggia due passi, io mi accosto alle corde, ma ho appena il tempo per sentire Mario urlarmi qualcosa. Avanza chiuso, rapido come un gatto con un topo, stira il braccio destro. Lo vedo arrivare lento, come nella scena madre di un film d’azione, ho tutto il tempo per evitarlo e rimettermi all’angolo al riparo. E forse poi potrei vincere, e uscire con quella ragazza questa sera. Potrei diventare campione, affrontare altri campioni come me, dimostrare che sono il più forte e che era questo quello che volevo dalla vita. Mario sarà orgoglioso di me e si riscatterà agli occhi suoi e a quelli del mondo intero. Il pugno del negro mi è arrivato quasi al naso, lo vedo sogghignare tronfio, forse lo immagina, o forse ne è solo convinto. Abbasso la guardia. Scusami Mario.
ALTROVE
Però, (cosa vuol dire però)
Mi sveglio col piede sinistro
Quello giusto
Forse Già lo sai
che a volte la follia
Sembra l'unica via
Per la felicità
C'era una volta un ragazzo
chiamato pazzo
e diceva sto meglio in un pozzo
che su un piedistallo
Oggi indosso
la giacca dell'anno scorso
che così mi riconosco
ed esco
Dopo i fiori piantati
quelli raccolti
quelli regalati
quelli appassiti
Ho deciso
di perdermi nel mondo
anche se sprofondo
lascio che le cose
mi portino altrove
non importa dove
non importa dove
Io, un tempo era semplice
ma ho sprecato tutta l'energia
per il ritorno
Lascio le parole non dette
e prendo tutta la cosmogonia
e la butto via
e mi ci butto anch'io
Sotto le coperte
che ci sono le bombe
è come un brutto sogno
che diventa realtà
Ho deciso
di perdermi nel mondo
anche se sprofondo
Applico alla vita
i puntini di sospensione
Che nell'incosciente
non c'è negazione
un ultimo sguardo commosso all'arredamento
e chi si è visto, s'è visto
Svincolarsi dalle convinzioni
dalle pose e dalle posizioni
Lascio che le cose
mi portino altrove
altrove
altrove …
(MORGA)
Inviato da: sofiaa7
il 11/02/2012 alle 02:06
Inviato da: Padània non esiste.
il 10/02/2012 alle 19:37
Inviato da: non.sono.io
il 10/02/2012 alle 16:31
Inviato da: non.sono.io
il 10/02/2012 alle 16:31
Inviato da: blimund.a
il 10/02/2012 alle 16:25