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Il figlio del mio migliore amico

Post n°1407 pubblicato il 19 Settembre 2016 da non.sono.io

Io e Marco c’eravamo conosciuti alle medie, poi siamo stati nello stesso istituto sia alle superiori che all’università, anche se in facoltà diverse. Naturalmente ci frequentavamo anche nel tempo libero, condividevamo il medesimo cerchio di amicizie, di locali, lui frequentava casa mia così come io la sua, i nostri genitori si conoscevano e a chi ci vedeva per la prima volta potevamo sembrare cugini. Poi non lo so. Deve essere successo qualcosa, in mezzo a due traslochi, tre convivenze fallite, un licenziamento e un’operazione all’ernia del disco, ma io a Marco non l’ho più visto. Succede così tra noi di città. Se imbocchi una traversa, se non percorri la stessa strada, ti ritrovi dall’altra parte della metropoli, in un altro posto, un altro universo lontano migliaia di semafori e non t’incontri più. Mai più. C’è più distanza tra l’EUR e Boccea che tra Roma e Oslo.
Così quando m’ha ritrovato su Facebook c’ho messo un po’ a capire chi fosse. Scrisse solo: “Sei tu?”, ma bastò a rievocarmi l’estrema confidenza di chi al citofono può dire “Io” sapendo che è sufficiente quello per farsi aprire la porta. Ci misi un po’ a rispondere. Mi è sempre sembrato un fatto innaturale questo di rivedersi dopo trenta anni, una di quelle cose per le quali non ci siamo ancora evoluti abbastanza, come lo stare in posizione eretta. Ma poi alla fine vinse la curiosità, e quella maledetta voce, che parla alla mia sinistra, che mi ripete costantemente di “non fare il solito”.
Ne è seguita una conversazione scritta durata circa una settimana, durante la quale, pur essendoci scambiati i numeri, non ci siamo mai sentiti telefonicamente. Trovo che fare il riassunto della mia vita scrivendo mi pesa meno che raccontarlo. Cerco di scendere il meno possibile in particolari; raccatto dalla memoria qualsiasi cosa sia utile a racimolare un qualche tipo di stima, fosse anche solo di cortesia; raduno i punti chiave in lunghe frasi con poche virgole, cercando di mascherare il fatto inoppugnabile che in trent’anni sono riuscito a malapena a sopravvivere. Marco invece, nel frattempo, è diventato il dirigente di un autosalone di auto di lusso, è sposato, felicemente, vive ai Castelli Romani, in una villetta isolata, ma accanto a un bosco. Di sua proprietà. Ha un figlio di un anno, e ha usato proprio lui per far leva sui miei supposti debiti di amicizia, e convincermi a vederci. “Dai, ci tengo, non puoi dirmi di no”.
Mentre guido ci ripenso, che no lo posso dire quando mi pare, e che quasi quasi adesso torno indietro, e gli telefono, anzi no, glielo scrivo. Che ho avuto un problema di famiglia, anche se non ho la famiglia, che c’è un incidente sulla Cristoforo Colombo è hanno paralizzato tutto il traffico fino al Raccordo e che mi dispiace ma che proprio non posso, che si dovrà rimandare. Perché fino a quando esistono le scuse siamo tutti liberi, sia chiaro.
Ma mentre penso a come fuggire il navigatore fa il suo sporco lavoro non retribuito, e mi porta proprio davanti al cancello in ottone della sua villa. Capisco che non ce la farò mai nemmeno a sembrare alla pari, così inizio a ragionare su quale motivo plausibile posso inventarmi per spiegare in termini universali che non è colpa mia se lui vive in una villa mentre io in affitto in un appartamento di settanta metri quadri, ma è che stato solo frutto di una serie inesplicabile di sfighe e di pianeti in posizione sbagliata. Mi viene in mente che potrei far finta di zoppicare. Induce sintomatico rispetto, a priori. Scendendo dall’auto faccio una specie di prova però Marco mi viene incontro all’improvviso sbucando da un cespuglio di more perfettamente sferico. Vengo travolto da una serie di convenevoli che mi stordiscono, complimenti sulla forma fisica a prolusione inventati di sana pianta visto che a Marco i pettorali quasi gli fanno saltare i bottoni della camicetta mentre io trattengo la pancia in un vano tentativo di conquistarmi un tozzo di dignità. Mi accompagna in casa mentre sto in una specie di trance. Appena dentro l’enorme salone in stile rivisitazione pop dell’epoca prerivoluzionaria francese, ci accoglie la moglie, un figone alto due metri e settantasette che cerca di celare la sua quarta sotto un velo di seta violetto. Ci sediamo tutti sul divano intrattenendoci con quei discorsi inutili con cui si riempiono le serate passate con la gente con cui si ha poca confidenza, poi Marco chiede alla moglie di andare a prendere il bambino “che ha insistito tanto per vederlo”. La stangona sparisce in uno dei seicento corridoi dai quali sembra sia percorsa questa casa. Marco è praticamente logorroico, e non so bene adesso a che punto è arrivato nel raccontare chi ha fatto il progetto della villa, perché io sto pensando ai cazzi miei e lui nemmeno se ne accorge. L’attesa dura poco, e subito rispunta la tizia con un fagotto in braccio. Dalla copertina sbuca una mano cicciottella che in verità mi fa pure un po’ di tenerezza, poi la donna passa il bimbo a Marco che lo rivolge verso di me. Rimango paralizzato. Avverto i loro sguardi fissi in quel sorriso tipico, legittimo, giustificato di chi ti mostra il proprio bambino per la prima volta, e che si aspettano da me una reazione altrettanto entusiasta. Però io non so che fare, non so come evitare di guardare quella specie di guanto a cinque dita che pende dalla fronte di quel ragazzino, e di frenare anche solo con le espressioni il manifestarsi il mio stato d’animo. Cazzo fa schifo. Voglio dire ha una specie di viso rotondo, paffuto, due occhioni azzurri che nessuno si fermerà mai ad osservare perché appena sopra, sulla fronte, ha come un grumo di carne pendula a forma di mano. E poi lui non sta fermo, naturalmente, si agita e fa versacci e quella cosa si muove e gli sbatte un po’ di qua e un po’ di là, e a me viene in mente quella volta che è venuto a trovarmi un amico con un cane che mi ha cagato in salotto. Mi sento uno schifo d’uomo, ma allo stesso tempo non posso trattenermi, non regolo i miei istinti li posso solo soffocare fino a quando ci riesco. Così sorrido impavido, ostentando normalità e penso a mia madre quando quella volta da ragazzino fissavo una donna che aveva i baffi lunghi come quelli un uomo, e lei mi sgridò sottovoce insegnandomi che non si osservano le persone diverse da noi, che poi loro stanno male. Mi sento meglio, sento che ce la posso fare, riesco perfino a simulare un pizzicotto sulle guanciotte inesistente. Sposto lo sguardo su Marco così mi distraggo e riprendo un poco di fiato. “Non riesco a capire a chi somiglia”, dico mentre penso “cazzo non lo dovevo dire cazzo non lo dovevo dire”. Marco ride: “Lo dicono tutti” e subito lancia uno sguardo complice alla moglie che a sua volta coglie l’occasione per chiedere una mano “per finire le ultime cose in cucina”. Marco mi porge il bambino in braccio. “Non avere paura che è tranquillissimo”. Rispondo con un sorriso sudato.
Rimaniamo solo io e lui in quella stanza enorme. Fisso una parete, cerco di non abbassare lo sguardo, non potrei resistere quell’ammasso di grasso e chissà cosa, mi fa venire i brividi solo a pensarci. Con le manine sento che mi sfiora il mento, ma io non mi volto resto immobile, allora lui fa un movimento repentino nel tentativo di afferrarmi e forte di quella spinta un lembo di quella massa che ha nella fronte si lancia come un tentacolo, mi tocca una spalla e: “Oh!” urlo schifato come fossi circondato da scarafaggi, senza pensarci mi alzo di scatto, allargo le braccia.
E poi il tonfo.

 
 
 

Il bagno degli altri

Post n°1406 pubblicato il 13 Settembre 2016 da non.sono.io

Mi ha fatto sempre sorridere questa usanza che hanno gli ospiti di mostrarti casa la prima volta che ti invitano. Nella maggior parte dei casi abitano in appartamenti ridicoli con due stanzette, dove a malapena si respira, che loro ti indicano con l’orgoglio patetico che hanno tutti i poveri quando esibiscono le loro pochezze. Si sbracciano nell’indicarti i mobili fatti di cartone pressato, disegnati per arredare la cameretta di un bambino, passano fintamente distratti davanti a suppellettili ridicoli per attirare su di loro l’attenzione e descriverli nei loro minimi particolari, dando per scontato il tuo interesse. Alla fine del giretto delle quattro pareti, si giocano il piatto forte, quello che li convinse a firmare per il mutuo trentennale a tasso fisso e vita variabile. Di solito è un balcone, con le immancabili piantine di basilico, o peperoncino, confinanti con uno stendino mezzo arrugginito che occupa la metà dello spazio. La vista consiste una fila di palazzi davanti a una tangenziale che si contende il panorama con la nebbia. L’uomo si spenderà in mille congetture per farti capire in che modo i suoi interventi sulle maioliche della cucina abbiano migliorato la vivibilità nella casa; la donna ti tirerà un braccio per potarti vicino alle tende che ha scelto in un negozio artigianale di un paesino di provincia toscano. Le tende, non si sa perché, sono sempre viola.
Fingo smisurato interesse, e mi dilungo a ribadire quanto bene abbiano fatto a comprare la casa, in questa zona, che secondo me è stato un affare, faccio loro i complimenti, mai esagerati. Basta ripetere quello che hanno detto loro, ma con più enfasi. Siccome sono anni che recito la parte, sono diventato molto bravo, e tutti rimangono molto soddisfatti nel constatare che io sembro più convinto di loro. Lo faccio per dare spazio al mio lato “umano”; gli faccio fare un giretto, come quando si portano i cani a pisciare.
Una volta che gli eghi degli ospiti smettono di sentirsi in pericolo, allora tutti si rilassano. La prova è superata, si può passare ad altro, di solito a qualcosa che ha a che fare col cibo o col bere. Quello è il momento in cui chiedo se posso andare in bagno. Anzi in verità non chiedo nulla, semplicemente dichiaro che vorrei lavarmi le mani, fingendo sintomatico dubbio nello scegliere una delle uniche tre porte presenti in casa. E’ la donna, sempre lei, a indicarmi la rotta, quando si tratta di bagni. Sono sicuro che la maggior parte di loro pensano: “Speriamo che non mi pisci di fuori”. Ma io non lo farò, semplicemente perché non cerco il bagno per usarlo.
Adoro i bagni degli altri perché più di tutto li rappresenta, e puoi conoscere cose incredibili sull’umanità quando li ispezioni. Iniziai da giovane, una volta che a casa di un compagno di scuola trovai dei vasi di fiori nel bidet. Fu come un’illuminazione. Sembrava una famiglia così normale, così comune, ed è meraviglioso scoprire la banalità della follia. Da allora ogni volta controllo il bagno degli altri. La prima cosa che faccio è lavarmi le mani. Mentre lo faccio cerco le macchie di calcare sul rubinetto, conto il numero e classifico l’origine dei peli appicciati alle pareti del lavandino, a volte nascosti a volte non troppo. Che molte persone pisciano nel lavandino, è una di quelle realtà che la società si nasconde, come il fatto che le coppie di lunga data non scopano più. Poi passo ad esaminare gli spazzolini, la loro pulizia e grado di consumazione. Apro il cestino dei rifiuti, dove c’è, e ne verifico il contenuto. Spesso ci trovo delle cose interessanti, tra le quali scatole di creme per le emorroidi, di lubrificanti vaginali, bustine di preservativi aperti, campioncini di prodotti per la ricrescita dei capelli. Mi asciugo le mani con la prima cosa che trovo, di solito un accappatoio, non so per quale motivo ma li preferisco. Vado a controllare gli angoli nascosti: sotto gli armadi, sopra le mensole, tra i barattoli di sapone, e ne verifico la quantità di polvere depositata, la consistenza di quel guano chimico che formano dopo un po’ i fluidi fuoriusciti dai flaconi. Mi affascina conoscere quali zone del bagno i padroni di casa considerino inutili, perché mi fa immaginare quali siano le loro normali abitudini quando entrano in questa stanza. La doccia me la lascio per ultima perché è la parte migliore, quella che di solito mi dà più soddisfazioni. Adoro le docce malandate, con le macchie di umidità intorno ai telefoni, osservare gli strati di calcare che ne otturano i forellini d’uscita, accarezzare le spugne logore e macchiate. In basso c’è sempre un tappetino di plastica, alcuni hanno forme di animali, e quasi tutti sono stampati con motivi orribili che ricordano l’Italia del dopoguerra. Intorno li incornicia una macchia nera di sporco non identificato, sedimentatosi negli anni come fossili modellati dalle ere. Il tempo a mia disposizione a quel punto finisce. Farò altre visite durante la serata, ma solo per fissarmi bene in mente i particolari.
Quando esco gli ospiti mi sorridono. Mi invitano a sedermi a tavola, che è pronto, e io mi dimostro entusiasta dei piatti, domando a proposito degli ingredienti, faccio i complimenti e prometto assunzioni di cuochi personali.
Poi inizio ad ispezionare le posate.

 
 
 

E luce fu

Post n°1405 pubblicato il 20 Dicembre 2015 da non.sono.io

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Gli elefanti

Post n°1404 pubblicato il 15 Dicembre 2015 da non.sono.io

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Maria

Post n°1403 pubblicato il 28 Ottobre 2015 da non.sono.io

E cosa che vuoi che ti dica Marì, santa non lo sono mai stata. E’ che i santi stanno in paradiso, tra le nuvole e pure quando stavano sulla Terra sembravano tipo strafatti. Io le droghe per carità Marì. Cazzi in culo quanti vuoi, ma droga mai, nemmeno uno spinello. Sai com’è, sarà stata l’educazione tradizionale che ho ricevuto da mio padre, che quando tornava a casa mica poteva vedere qualcosa di strano. Figurati. E quello prendeva a mazzate prima mia madre, poi a noi figli che non capivamo nemmeno che succedeva. Io vengo da una famiglia all’antica Marì, non sta bene che le donne fumino o bevino. Le donne si possono solo mettere a novanta gradi.
Quindi che vuoi che ti dica Marì? Il classico. A diciassette anni, mi sono fidanzata col primo che è capitato e me ne sono andata a vivere con lui, al paese a fianco al mio. Aveva quindici anni più di me, e gli piaceva fare le cose strane Marì. Certe sere chiamava gli amici e voleva che io stavo con tutti loro, mentre guardava. Capito Marì? Quello mi voleva far fare la puttana. Così gli ho detto: “Bello mio, se devo fare la puttana mi sta bene, ma allora ci voglio guadagnare”. La notte stessa mi sono messa a battere, in una stazione di servizio qui vicino, lui mi ci accompagnava e poi mi veniva a riprendere, tutti i giorni. Cosa vuoi che ti dica Marì, l’amavo, non l’amavo, e chi lo può dire. E chi lo puoi dire, dopo la sfiammata iniziale, se si ama o meno una persona, o magari gli si vuole solo bene o addirittura è affetto. Nessuno, tranne noi, se ce lo chiediamo. E se non lo facciamo, cosa vuoi che ti dica Marì?
Ma abbiamo avuto due bambini, ai quali non ho fatto mai mancare niente. La mamma loro scendeva tutte le sere, al tramonto, solito cappuccino all’Autogrill, un giretto nella piazzola dei camionisti, e pompino dopo pompino gli ho potuto dare un futuro a ste creature mie. Il più piccolo s’è addirittura laureato, e quell’altro vive a Londra, capito Marì? Fa il disk jockey, o qualcosa del genere, però sta bene. Mi chiama sempre.
Insomma Marì che vuoi che ti dica? A un certo punto l’Autogrill in quel tratto della statale l’hanno chiuso e spostato venti chilometri più giù, il traffico della zona è cambiato e qui non ci passa più nessuno adesso. Mio marito non lavora dal millenovecentottantasette, e io con i vecchietti, i fraticelli francesi del convento, e qualche marito annoiato, mica ci faccio tanto. Così una sera stavo davanti alla televisione, a pensare come pagare l’affitto di mio figlio in Inghilterra, e c’era un programma dove gente stranissima provava a battere record sulle cose più astruse, tipo uno che tentava di trascinare un camion con i denti, un altro che si infilava una quantità spropositata di cerini nel naso. Poi alla fine se ci riuscivano quelli li ricoprivano d’oro, per aver mangiato vermi o per essersi bevuti dieci litri d’acqua. Da quel giorno Marì, m’è venuto sto pallino. E che io sono da meno di loro? E che una cosa non me la invento Marì?
E infatti qualche tempo dopo m’è venuta l’idea. Mi compro sto libro pieno di queste stranezze e mi metto a cercare qualcosa che non ha fatto nessuno, o che ho qualche prova nella quale ho qualche possibilità di battere il record. Leggi che ti rileggi Marì, trovo questa cosa, cioè una volta una ragazza ucraina ha fatto l’amore con millequattrocento uomini. Io se mi faccio i conti sono stata con molti di più in trent’anni di carriera, e poi che ci vuole Marì? Stai a gambe aperte per un po’, ti porti qualcosa da fare, parli con le persone. Insomma si può fare, me lo sento. Chiamo al Guinnes e gli comunico la mia intenzione. Questi Marì, tutti contenti! Prima mi hanno chiesto se ero sicura, poi mi hanno subito mandato un incaricato a casa, che si è portato giornalisti e fotografi. Il giorno dopo già stavo in terza pagina sulla Gazzetta di Formicola. Ma questo è niente: mi hanno chiamato le radio, i talk show, e poi i giornali stranieri, internet. Una cosa Marì che non te la puoi immaginare, però andava bene così perché manco m’ero infilata il primo pisello, già iniziavo a vedere i soldi. Il piano funzionava.
Insomma Marì, grazie a tutto sto tam tam, il giorno stabilito per affrontare il record il paese era pieno di persone. Addirittura il sindaco aveva previsto tutto un piano particolare, manco fosse il Grande Giubileo. A fare i pretendenti erano venuti da tutta Europa, li avevano messi in fila indiana. Il primo era un ragazzo di colore che brandiva il suo arnese impugnandolo con due mani come fosse una canna da pesca. I fotografi ci invitavano a sorridere alla camera, e il ragazzo a un certo punto s’è messo pure a salutare. Allo scoccare dell’ora di partenza qualcuno fece esplodere in aria dei fuochi d’artificio. L’africano mi si gettò addosso con scatto atletico e prestanza, come un professionista dei tuffi. Iniziò a pomparmi con irragionevole irruenza visto che non era previsto un limite di tempo. Io lo osservai per un po’ poi la mente andò lontana, a mio figlio minore in Inghilterra nel suo bel loft con vista bosco, e all’arredamento per lo studio del maggiore, che era così tanto che lo desiderava. Quando tornai dal mio divagare, sopra di me c’era un uomo in sovrappeso, con barba e occhiali. Doveva essere una persona dolce, perché accennò un sorriso mentre le sue gocce di sudore mi schizzavano in viso.
Avevo diritto a una pausa per rinfrescarmi e idratarmi ogni ora. Degli inservienti mi portavano da bere e volendo anche da mangiare. Un dirigente dei Guinnes in giacca e cravatta, sedeva accanto al giaciglio con espressione meccanica. Sembrava vivo solo quando fermava e faceva ripartire il timer. Dopo cinque ore Marì, stavamo già mille. Quando il millesimo mi entrò dentro volle chiavarmi alla pecorina, allora i fotografi sfruttarono quel momento per cambiare inquadratura, e in aria si sentirono di nuovo esplodere del fuochi artificiali.
Qualla mattina Marì, alle nove e diciotto come certificò il giudice, mi montò lo sconosciuto numero millequattrocentouno. Che emozione Marì. Tutti i flash, i microfoni in faccia. La banda del paese suonò “We are the champions”, e quel manichino col timer si alzò in piedi, guardandomi come fossi diventata reale solo in quel momento. Mi strinse addirittura la mano, e disse qualcosa in americano che io non ho capito.
Che vuoi che ti dica Marì? Sarà stata l’emozione.

 
 
 
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